Clubhouse gen z

In che modo ClubHouse può conquistare Generazione Z e influencer

  • La rivoluzione dell’audio social è appena iniziata
  • Hype or Hope? Clubhouse apre la strada a nuovi tipi di audio creator e follower
  • Tutte le intuizioni e le suggestioni per HR e Nuove Generazioni

 

Chi è riuscito a farsi un giro su Clubhouse nelle ultime settimane è stato completamente rapito dall’eccitazione di esplorare, sperimentare e dialogare su un nuovo social network che fa intuire una moltitudine di opportunità (e anche tanti punti interrogativi). Dare un nuovo social ai professionisti del digital marketing equivale a regalare un biglietto per il luna park, quindi dovremo aspettare che l’hype si acquieti per iniziare a vedere la piattaforma funzionare a regime, senza ingressi elitari e l’entusiasmo “dopati” dalla viralità che si è innescata.

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Oltre al mondo del marketing, la presenza attualmente interessante è quella di artisti, influencer, giornalisti e politici, che ovviamente vedono in questo nuovo spazio terreno fertile per moltissime attività e format da sviluppare.

Fuor di euforia, sicuramente ci sono aspetti che necessitano attenzione rispetto alle derive che ogni social media reca inevitabilmente con sé. Le titubanze di molti sembrano convergere sugli aspetti etici (una netiquette ben rispettata è fondamentale per non accavallare i dialoghi, evitare linguaggi sconvenienti e volgari o peggio, permettere l’incontro di focolai di violenza e di discriminazione). Ma come tutte le esperienze di interazione social, vale la regola “dimmi che stanze frequenti e ti dirò chi sei”.

Senza contare che comunque meccanismi di “ban” o di controllo sociale sono già in un certo senso presenti. Il ruolo del moderatore è in questo caso è estremamente rilevante, e non è da escludere che possa diventare nel tempo un “mestiere” vero e proprio.

generazione Z

Di contro, gli aspetti positivi stanno nella possibilità di creare dialogo e interazione (laddove le stanze sono ristrette) peer-to-peer con opinion leader o figure professionali che possono rappresentare insights da “dietro le quinte” e generare fonti inestimabili di newsmaking: oppure ospitare focus group su temi specifici o aperti a individui con expertise differenti, fino a creare conferenze-stampa in social-audio o trasmissioni “social-radiofoniche” da parte di speaker e podcaster.

Il grande spartiacque sociale per lo sviluppo di questa app, in questo caso, è proprio l’audio.

Nuove sensorialità

Una prima implicazione è quella sensoriale. È chiaro ormai quanto le major della Silicon Valley stiano puntando sul canale audio come nuovo scenario da presidiare e sviluppare, non ultima Twitter che, lavorando su Audio Spaces, proverà ad attivare delle funzione di meetup audio simili a Clubhouse, esortando gli utenti a sviluppare un altro modo d’interagire.

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Frequentare stanze virtuali per chat vocali significa escludere completamente l’immagine dall’interazione. Questo significa che tutte le strategie di “attrazione” di follower e i conseguenti meccanismi di “distrazione” sviluppati oramai in maniera raffinatissima tramite video, saltano completamente. Non sono pochi gli youtuber e gli IG influencer che hanno già dichiarato di non voler utilizzare questo nuovo universo poiché “poco congeniale” con il tipo di stile comunicativo a cui sono abituati.

Negli studi della PNL le modalità sensoriali con le quali le persone codificano, organizzano e danno significato alle esperienze si chiamano “sistemi rappresentazionali” (visivo, cinestesico, uditivo) e queste teorie asseriscono che ogni persona ha una predilezione, basata sull’influenza del patrimonio genetico, dell’educazione e della propria esperienza di vita. Si apre quindi uno scenario interessante per nuove tipologie di influencer “radio-friendly” e di follower attratti (anche) dal canale dell’ascolto.

L’utilizzo del solo canale uditivo, come ormai sappiamo dalle diverse indagini elaborate sul tema, rappresenta una relazione più intima ma soprattutto autentica tra content producer e fruitore, come ricorda Rossella Pivanti riprendendo una lezione di Alex Blumberg, il CEO di Gimlet Media. Con la sola voce è più difficile mentire e ascoltare costringe un po’ di più all’attenzione e all’educazione nelle interazioni tra molti.

Insomma, se utilizzi il canale audio devi avere qualcosa da dire e devi dirlo col giusto stile. Non valgono le stesse regole di attrazione utilizzate nel videomaking o i “caption this” dei post sui social media a cui siamo ormai anche un po’ assuefatti.

Nuove Generazioni

Ma in tutto questo, che ruolo hanno le nuove generazioni? Il trend audio potrebbe avere terreno fertile, anche se molto sarà legato agli influencer degli altri social network che traghetteranno le community su questo nuovo pianeta.

Tutte le statistiche e gli studi su ZedGen e Millennials  rappresentano da anni una fetta di popolazione estremamente votata all’immagine, sempre meno avvezza alla scrittura, immediata, poco analitica e, sventuratamente, carente in termini di critical thinking.

cos'è clubhouse

Interagire su Clubhouse per un giovane può diventare anche un esercizio per allenare altre dinamiche comunicative, oltre al fatto che può rappresentare un nuovo spazio di espressione rispetto a tutte le altre piattaforme ormai sovraffollate, dove la battaglia per attirare l’attenzione degli utenti è densissima.

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Un po’ come per il podcasting, la tendenza potrebbe essere quella di ritrovare un pubblico giovanile più “qualificato” in termini di conoscenze, titoli di studio e già attratto dal seguire specifiche tematiche di discussione, ritrovandosi in maniera intima a dialogare o a conoscere nuove persone. Chissà che non si formuli anche un nuovo modo di fare “dating” che vada oltre gli swipe di Tinder e parta invece dai contenuti e dal dialogo.

Su Clubhouse non mancano già stanze dedicate proprio ai temi generazionali dove interagiscono (almeno per ora) in maniera cordiale e rispettosa persone di età differenti, che scambiano esperienze e punti di vista su lavoro, scuola e università.

Nuovi canali per l’HR

Quali possono essere le implicazioni e gli interessi da approfondire per chi si occupa di persone e di nuove generazioni soprattutto nel mondo aziendale?

L’apertura di nuove frontiere di interazione e narrazione con le persone attraverso il canale dell’audio può far immaginare un terreno di grande interesse anche per chi si occupa di people&culture nell’organizzazione.

Il passo è breve per tentare senz’altro qualche sperimentazione, in prima battuta con iniziative di employer branding (nel momento in cui sarà eventualmente possibile la registrazione di account aziendali dedicati).

Per il momento, possono saltare alla mente alcuni scenari possibili sul medio-lungo termine, poiché Clubhouse si presta molto bene per costruire delle room concrete e autentiche per il professional storytelling, con l’obiettivo di far incontrare figure professionali emergenti o evergreen ad una platea di giovani selezionata, oppure a ideare delle sessioni di AMA (Ask Me Anything) con figure del Board Management o opinion leader aziendali.

Non solo, le opportunità possono estendersi all’Open Innovation aziendale attraverso lo sviluppo di think tank, brainstorming e “Audio-Hackathon” con ragazzi e ragazze partecipanti oppure, sul fronte del Learning&Development, con sessioni di education, team engagement e reverse mentoring basate sul potere della voce.

Per tutto questo dovremo probabilmente aspettare ancora un po’, ma intanto vale la pena iniziare a parlarne. Magari proprio su Clubhouse.

TikTok prima app di intrattenimento digitale di UEFA EURO 2020

TikTok, la piattaforma leader per i video brevi da dispositivi mobile, è Global Sponsor di UEFA EURO 2020. Per la prima volta, una piattaforma di intrattenimento digitale sponsorizza un importante torneo internazionale UEFA. TikTok rappresenta una nuova tipologia di partner per UEFA e questo rende questa partnership unica e senza  precedenti per entrambe le parti. 

La partnership con UEFA segna una tappa importante per TikTok, che si conferma come la casa per tutti i tifosi di calcio. Ogni giorno, sono tantissimi gli appassionati che scelgono la piattaforma per condividere la loro passione per questo sport. Come partner ufficiale, TikTok diventerà il luogo perfetto dove seguire i creator preferiti, condividere i migliori contenuti di  calcio, creare i propri momenti speciali, festeggiare e commentare il Torneo con la community. 

In qualità di Global Sponsor, TikTok collaborerà con UEFA per lanciare una serie di funzioni e attività entusiasmanti tra cui effetti AR, Hashtag Challenges, TikTok LIVE e Suoni, per sorprendere e coinvolgere la Community. UEFA, inoltre, darà accesso a TikTok alla sua enorme libreria di video storici per sviluppare contenuti altamente coinvolgenti e innovativi.  

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Insieme alla partnership, UEFA EURO 2020 aprirà, prima del torneo, il suo profilo TikTok per ispirare e intrattenere milioni di appassionati di calcio in tutto il mondo con contenuti esclusivi dietro le quinte e filmati attuali e d’archivio. La partnership  include anche i diritti di sponsorizzazione durante la trasmissione, il logo TikTok sarà, dunque, visibile durante le partite in  diretta di UEFA EURO 2020 su tutti i canali di trasmissione europei. È intervenuto Guy-Laurent Epstein, Direttore marketing UEFA:

Siamo lieti di dare il benvenuto a TikTok come partner di UEFA EURO. TikTok è diventata una delle piattaforme di  intrattenimento digitale più amate nell’ultimo anno e non vediamo l’ora, nei prossimi mesi, di lavorare a stretto contatto per offrire ai tifosi di tutto il mondo un’esperienza UEFA EURO unica e innovativa, che darà loro l’opportunità di connettersi e  condividere la loro passione per uno dei principali eventi sportivi del mondo.

Rich Waterworth, General Manager Europa TikTok ha dichiarato:

TikTok sta rapidamente diventando il luogo dove vivere  il calcio in maniera completamente nuova, godendo di un’esperienza senza precedenti. Sempre più organizzazioni calcistiche, squadre e giocatori arrivano sulla nostra piattaforma per interagire direttamente con i fan. Siamo lieti di essere partner di UEFA EURO 2020, uno dei più grandi eventi sportivi al mondo e poter, quindi, offrire a tutti gli appassionati su TikTok l’essenza  e la passione di questo torneo. La nostra community ama celebrare lo sport in modi creativi, e non vediamo l’ora di vederla interagire con tutti i contenuti imperdibili di UEFA EURO 2020. 

TikTok è una delle app più scaricate al mondo. Disponibile in più di 150 paesi e in 75 lingue, si impegna a sostenere una  community divertente, positiva e accogliente, incoraggiando gli utenti a condividere la loro passione e creatività attraverso  i video brevi.

Microsoft valuta l’acquisizione di Pinterest per 51 miliardi di dollari

Microsoft starebbe valutando l’acquisizione di Pinterest per 51miliardi di dollari, secondo alcuni rumors e fonti internazionali accreditate. Se confermata l’indiscrezione, si tratterebbe di uno dei più importanti accordi per l’azienda leader del settore tech.

Ci sarebbe stato un avvicinamento negli ultimi mesi, ma le trattative non sarebbero al momento attive, secondo il Financial Times, anche perché Pinterest avrebbe più volte sottolineato, in passato, di voler conservare la propria indipendenza.

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Satya Nadella CEO Microsoft

La strategia di rafforzamento social di Microsoft

La strategia di acquisizione intrapresa da Microsoft si concentra sulla raccolta di un portafoglio di comunità online attive, per rafforzare la propria piattaforma di cloud computing.

Il social media Pinterest, fondato nel 2009, in cui gli utenti “appuntano” immagini e cercano ispirazione, durante la pandemia ha accresciuto il suo valore di mercato di oltre il 600%, attestandosi a 51 miliardi di dollari. Nell’ultimo anno, ha guadagnato più di 100 milioni di utenti attivi mensilmente e registra più di 450 milioni di utenti in tutto il mondo. La scorsa settimana, Pinterest ha riferito di aver realizzato ricavi per 706 milioni di dollari nel quarto trimestre del 2020, battendo le stime degli analisti di 58 milioni di dollari.

L’acquisizione record da parte di Microsoft per 51 miliardi, costerebbe il doppio dell’acquisto di LinkedIn nel 2016 per 26,2 miliardi di dollari.

L’ultima volta che Microsoft ha tentato di acquisire una popolare società di social media risale al 2020, quando era in corsa per impossessarsi dell’app cinese TikTok. La sua offerta, però, è stata rifiutata dal proprietario di TikTok, ByteDance.

Le sfide legali a cui le aziende devono prepararsi nel 2021

L’ambito digitale è caratterizzato da continui aggiornamenti normativi. Il 2021 confermerà l’esigenza delle imprese che operano online di adeguarsi a un contesto legislativo in continuo fermento.

Questo articolo vuole illustrare i principali contesti nei quali per il 2021 l’ambito legale impatterà maggiormente sulle aziende.

Tutela dei dati personali

sfide legali 2021

Nel 2018 è entrato in vigore il Regolamento Europeo 679/2018 in materia di protezione dei dati personali delle persone fisiche (il c.d. “GDPR”). Da allora, gli utenti hanno preso sempre più coscienza dell’importanza di tutelare la propria privacy.

Infatti, la maggior parte delle esperienze di acquisto online coinvolge il trattamento di dati personali. In tal senso, si considerino i dati che vengono conferiti a un sito e-commerce in occasione di un acquisto (es.: generalità, e-mail, indirizzo di residenza, dati di pagamento, etc.).

Per questo motivo, anche per il 2021 sarà molto importante strutturare il business digitale in modo da rassicurare gli utenti sul rispetto degli obblighi di legge in tema privacy. Il requisito imprescindibile da rispettare è quello di redigere e aggiornare una privacy policy a norma.

Infatti, è proprio questo il documento che informa gli utenti in merito al trattamento dei loro dati personali.

Una privacy policy a norma migliora il rapporto con gli utenti perché aumenta il loro grado di fiducia. Inoltre, evita le pesanti sanzioni del Garante Privacy (le quali, dopo l’entrata in vigore del GDPR, possono arrivare anche a 20 milioni di euro).

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Regolamento ePrivacy

Il GDPR, sebbene abbia rappresentato una importante novità in ambito privacy, non disciplina in modo specifico la tutela dei dati personali in ambito digitale.

Questa funzione sarà assolta da un altro Regolamento europeo, il c.d. “Regolamento ePrivacy”.

La pubblicazione di questo Regolamento è prevista proprio per il 2021 e toccherà temi importanti su:

  • obblighi anti-spam. Nuove regole nelle attività di direct marketing;
  • cookie e altre tecnologie di tracciamento. Obbligo del consenso per installare cookie di profilazione, con limitate eccezioni (es.: cookie di profilazione ad uso puramente statistico);
  • segretezza delle comunicazioni. Il principio base sarà di prevedere limitazioni per l’uso dei metadati, salvo eccezioni (es.: per uso di fatturazione oppure per prevenire o contrastare reati).

Il Regolamento è ancora oggetto di discussione presso il Consiglio Europeo ed è molto difficile prevedere il contenuto finale (negli ultimi 2 anni si sono avvicendate numerose bozze, molto diverse tra loro).

È certo però che le aziende digitali dovranno essere pronte ad adeguarsi alle nuove sfide poste dal Regolamento, una volta che sarà pubblicato e diventato efficace.

Sfide legali per il 2021: la tutela del marchio

sfide legali per le aziende

L’emergenza dettata dal Covid-19 ha spinto molte aziende ad estendere il loro business nel mondo online. Ciò sta causando una sempre maggiore esposizione di marchi nel medesimo contesto, quello online.

Nell’ambito offline è accettabile (anche dal punto di vista legale) che l’insegna di un negozio collocato in una determinata città (es. Milano) sia identica rispetto a quella di un negozio che vende in un diverso contesto (es. Roma).

La clientela è infatti diversa e non v’è rischio di confusione tra i marchi delle rispettive aziende. Tutto ciò è inconciliabile nel mondo digitale, dove il business di un’impresa è indirizzato a una moltitudine di utenti.

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Pertanto, il rischio è quello di vedere il proprio marchio copiato da altre aziende (magari competitor) che hanno deciso anch’esse di vendere online.

La sfida legale per le imprese che hanno deciso o vogliono approcciare il contesto digitale è quello di procedere alla registrazione del proprio marchio. In questo modo, infatti, si tutela un importante asset aziendale, che assumerà sempre più valore nel corso del tempo.

Per le startup che vogliono creare un logo figurativo, in particolare, è molto importante procedere alla c.d. “ricerca di anteriorità”. Lo scopo è quello di verificare l’assenza di marchi già registrati e uguali o simili a quello che si intende utilizzare online. Solo se la ricerca avrà avuto esito positivo, si potrà procedere alla registrazione del logo.

L’importanza della specializzazione legale

Come abbiamo visto, le sfide legali alle quali devono prepararsi le aziende nel 2021 sono diverse e numerose. È molto importante quindi affidarsi a un team di legali con un focus specifico nel digitale.

Solo in questo modo è possibile proteggere il business da sanzioni delle Autorità o reclami degli utenti.

Apprendere nuove skill

Perché non è mai troppo tardi per apprendere nuove skill e migliorarsi

  • Possiamo davvero apprendere nuove skill anche se siamo sommersi da impegni quotidiani e lavoro? Per fortuna sì e non è mai troppo tardi per acquisire nuove abilità
  • Alcuni studi dimostrano che per imparare nuove cose dobbiamo approcciarci a un apprendimento più ampio e non settorializzato

Ognuno di noi porta dentro di sé un piccolo rimpianto, un qualcosa che avrebbe voluto imparare da anni ma non ha mai avuto tempo per farlo. In realtà non è stato solo il tempo il nostro ostacolo più grande, ma la paura di fallire. Succede che teniamo così tanto a qualcosa, che sia il nostro sogno nel cassetto o un semplice hobby, che lo idealizziamo e non ci proviamo nemmeno. Più passa il tempo, più il rimpianto cresce e più ci convinciamo che le nostre chance per imparare una nuova competenza siano pari a zero.

Esiste davvero un tempo limite per apprendere nuove skill? Per fortuna no, ma dobbiamo capirlo e soprattutto esserne convinti. 

Certo, probabilmente sarà difficile diventare una rockstar famosa in età avanzata, ma nulla ci vieterà d’imparare a suonare uno strumento musicale per il semplice desiderio di farlo e senza stress.

Perché siamo bloccati nell’apprendere nuove skill

Quando parliamo d’imparare nuove skill non stiamo parlando di abilità legate principalmente al nostro lavoro. Chi ama la propria professione, trovandola intellettualmente e creativamente appagante, cercherà di apprendere abilità inerenti a essa e risulterà anche semplice e stimolante farlo. 

Ma se invece dovessimo dedicarci ad apprendere nuove skill in cui non siamo abbastanza bravi? Una volta entrati nel mondo del lavoro e avviata la nostra carriera, non veniamo più considerati dei principianti, ma man mano che acquisiamo le competenze necessarie, ci sentiamo più sicuri di noi stessi. Imparare cose nuove significa anche tornare a essere dei dilettanti in un dato ambito, e questa cosa non ci piace per niente.

La paura di fallire, la sensazione di non essere all’altezza e sentirsi, di nuovo, degli esordienti, fanno parte di un mix di fattori che ci bloccano e non proseguiamo con la lista di cose nuove da imparare. Se poi riusciamo ad andare oltre questa iniziale riluttanza, ci sentiremo in colpa perché stiamo togliendo tempo ad altre attività che sono utili e sappiamo già fare. Purtroppo viviamo in una società in cui l’utile e il pratico viene prima del piacere in sé di fare qualcosa per curiosità e passione.

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Ma come facciamo a liberarci da questa ansia da prestazione e abbandonare il perfezionismo nocivo? Provando a imparare cose nuove e rivalutando le parole, come il termine “dilettante“.

Il perfezionismo ostacola la mente e l’apprendimento

La parola “dilettante” deriva dall’italiano “deliziare”. Nel XVIII secolo, un gruppo di aristocratici inglesi lo rese popolare fondando la Società dei Dilettanti per intraprendere un tour del continente, promuovere l’arte della conversazione, collezionare opere artistiche e sovvenzionare spedizioni archeologiche.

Federico II di Prussia era in disaccordo con i dilettanti definendoli “amanti delle arti e delle scienze che le capiscono solo superficialmente ma che comunque sono classificati in una classe superiore rispetto a coloro che ne sono totalmente ignoranti”. Parliamo di persone facoltose e con una gran quantità di tempo a disposizione. Il termine, in seguito, ha assunto un’accezione diversa, negativa, così come noi la conosciamo.

E se provassimo a considerare il dilettantismo come a un sostegno all’apprendimento e non a scopo di remunerazione o avanzamento di carriera? Un qualcosa di positivo e soddisfacente per la nostra mente. Potrebbe essere una buona base da cui partire, un antidoto al perfezionismo auto imposto che è cresciuto costantemente negli ultimi tre decenni ed è molto diffuso soprattutto tra i più giovani e gli studenti universitari. 

Il perfezionismo fa male alla salute?

Thomas Curran e Andrew P. Hill, promotori di uno studio del 2019 sul perfezionismo tra studenti universitari americani, britannici e canadesi, hanno sottolineato che i giovani nutrono ideali irrazionali, e che questi si manifestano in aspettative irrealistiche per il mondo accademico e professionale. Sono combattuti su come avere successo e su come dovrebbero apparire e cosa dovrebbero possedere. Queste ragazze e ragazzi sono preoccupati dell’opinione che gli altri potrebbero avere di loro, hanno paura di essere giudicati duramente per i loro difetti percepiti. E tutto ciò, continuano i ricercatori, non fa per niente bene alla salute mentale.

Essere disposti a puntare su qualcosa in cui magari siamo mediocri ma che ci piace e ci appassiona, senza inseguire un ideale di perfezione, sembra essere diventato ormai un atto di resistenza e rivoluzione.

Ma imparare nuove abilità è davvero così complicato?

Rich Karlgaard nel suo rassicurante libro “Late Bloomers: The Hidden Strengths of Learning and Succeeding at Your Own Ritmo”, afferma che il cervello forma reti neurali e capacità di riconoscimento che non si hanno in un’età più giovanile, quando invece la potenza sinaptica è fulminante. 

L’intelligenza fluida, che racchiude la capacità di scoprire nuove sfide e pensare con le proprie forze, favorisce i più giovani. Ma l’intelligenza cristallizzata, ossia la capacità di attingere al proprio bagaglio accumulato di conoscenza e competenza, si arricchisce spesso con l’avanzare dell’età.

Inoltre, alcuni particolari abilità cognitive aumentano e diminuiscono a ritmi diversi nel corso della vita, come Joshua K.Hartshorne, professore di psicologia al Boston College, e Laura T. Germine, professoressa di psichiatria presso Harvard Medical School, spiegano in un articolo sull’argomento.

La velocità di elaborazione raggiunge i picchi nella tarda adolescenza, la memoria a breve termine riguardo ai nomi intorno ai ventidue anni, la memoria a breve termine per i volti intorno ai trent’anni, il vocabolario intorno ai cinquanta e in alcuni studi, anche intorno ai sessantacinque, mentre la comprensione sociale, compresa la capacità di riconoscere e interpretare le emozioni altrui, sale intorno ai quarant’anni e tende a rimanere alta.

Cosa significa tutto questo? Non esiste un’età in cui apprendiamo meglio perché le abilità cognitive non si sviluppano al massimo nello stesso periodo.

Non esistono limiti d’età per imparare

Questo spiega perché ci sono persone che possono fiorire in modo spettacolare quando sono già adulte. Sono molti i casi nel campo della letteratura, dove una ricca esperienza di vita può essere una vera e propria risorsa per gli scrittori. 

Annie Proulx ha pubblicato il suo primo romanzo all’età di 56 anni, Raymond Chandler a 51. Frank McCourt, che era stato un insegnante di liceo a New York per gran parte della sua vita, pubblicò il suo primo libro, vincitore del Premio Pulitzer,Angela’s Ashes”, a 66 anni. Edith Wharton, che era stata una matrona della società incline alla nevrastenia e intrappolata nella gabbia dorata di un matrimonio, non produsse romanzi fino all’età di 41 anni. La narrativa editoriale l’ha risvegliata da quello che lei stessa ha descritto come una specie di torpore. “Mi ero fatta strada fino alla mia vocazione“, sentenziò.

Nella scienza e nella tecnologia, spesso pensiamo alle persone che fanno scoperte precoci come dei veri geni. Einstein una volta disse che “una persona che non ha dato il suo grande contributo alla scienza prima dei trent’anni non lo farà mai“. 

Invece, secondo uno studio del 2014 per il “National Bureau of Economic Research”, l’età media in cui le persone apportano un contributo significativo alla scienza è aumentata durante il ventesimo secolo, per i fisici accade non prima dei 48 anni.

Un articolo del 2016 su “Scienceche” ha scoperto che il lavoro di maggiore impatto nella carriera di uno scienziato è distribuito casualmente all’interno della sua vita lavorativa. Potrebbe essere la prima pubblicazione, accadere a metà carriera o potrebbe essere la sua ultima ricerca. L’età è sempre stata solo un numero.

Apprendere nuove skill allena il cervello mantenendolo giovane

Abbiamo sempre pensato che, con l’avanzare dell’età, il nostro cervello non funzionerà più come prima e non avremo più l’elasticità mentale di un tempo. Ma non è detto che debba essere necessariamente così. 

La professoressa di psicologia dell’UCR, Rachel Wu, ha condotto delle ricerche davvero interessanti sull’apprendimento e su come possa influire sul nostro cervello, sostenendo che gli adulti possono combattere l’invecchiamento cognitivo imparando come i bambini.

La dottoressa Wu ha pubblicato questo studio sulla rivista “Human Development”, e afferma che un sano invecchiamento cognitivo è il risultato di strategie e abitudini di apprendimento che si sviluppano nel corso della nostra vita. Queste abitudini possono incoraggiare o scoraggiare lo sviluppo cognitivo.

Apprendimento ampio e apprendimento specializzato

Quando iniziamo a lavorare, passiamo da un tipo di apprendimento ampio (apprendere molte abilità da piccoli) a un apprendimento specializzato (diventare un esperto in un’area specifica) e questo porta a un declino iniziale in alcuni ambiti che non fanno parte della nostra sfera d’interesse. 

Se gli adulti continuassero ad apprendere in modo ampio come i bambini, potrebbero riscontrare un aumento della loro salute cognitiva e non il declino naturale che ci aspettiamo. Ridefinendo l’invecchiamento cognitivo, si apre la porta a nuove tattiche che potrebbero migliorare notevolmente la salute cognitiva e la qualità della vita.

Le caratteristiche dell’apprendimento ampio

Cosa intendiamo per apprendimento ampio?

La dottoressa Wu e i suoi collaboratori hanno definito l’apprendimento ampio come insieme di questi 6 fattori:

  • Apprendimento aperto e guidato dagli input (apprendimento di nuovi modelli, nuove abilità, esplorazione al di fuori della propria comfort zone)
  • Imparare stando a contatto con insegnanti e tutor che guidano l’apprendimento
  • Mentalità di crescita, ossia la convinzione che le abilità si sviluppano con lo sforzo
  • Ambiente indulgente, dove siamo autorizzati a commettere errori e persino a fallire, senza essere per forza stigmatizzati
  • Impegno serio per l’apprendimento (imparare a padroneggiare le abilità essenziali e perseverare nonostante le battute d’arresto)
  • Imparare più abilità contemporaneamente.

I ricercatori spiegano che l’impegno intellettuale attraverso questi sei fattori diminuisce dall’infanzia all’età adulta, quando appunto si passa da “ampio apprendimento” a “specializzazione”.

Le caratteristiche dell’apprendimento specializzato

Cosa si intende invece per apprendimento specializzato?

  • Apprendimento basato sulla conoscenza con una mentalità chiusa, preferendo routine familiari e stagnando nella propria comfort zone
  • Non interfacciarsi con insegnanti o persone che possono essere una guida sull’apprendere nuove skill
  • Vivere in un ambiente spietato e subire conseguenze pesanti per errori o fallimenti, come il poter essere licenziato
  • Avere una mentalità fissa, ed essere convinti che le abilità siano un talento innato, invece d’impegnarsi ad apprendere nuove skill con lo sforzo
  • Poco impegno per l’apprendimento, gli adulti in genere imparano un hobby per un paio di mesi, ma poi lo abbandonano a causa di vincoli di tempo o perché troppo difficile da portare avanti
  • Imparare un’abilità alla volta.

Apprendere nuove skill per vivere meglio

Apprendere nuove skill non deve essere visto solo come un vantaggio professionale ma come un arricchimento personale. Possiamo imparare nuove abilità a qualsiasi età. Ci vuole solo tempo e dedizione. Siamo spesso proprio noi a limitarci nell’apprendimento, lo rendiamo difficile e a volte non lo accettiamo per timore di metterci in gioco, anche sulle cose più semplici.

Alcuni aspetti dell’invecchiamento cognitivo sembrano quasi autoimposti, sono le convinzioni che abbiamo che devono cambiare per poter andare avanti quando ci sentiamo bloccati sempre nello stesso punto. La crescita personale (e professionale) non ha scadenze. 

Digital 2021, esplodono eCommerce e podcast. Il report sui nuovi trend in Italia

Iperconnessi, con una fruizione sempre più immersiva delle piattaforme social. Esplodono l’eCommerce e l’audio. Mentre la voce sostituisce sempre più il testo nei device digitali per la capacità di creare intimità replicando la conversazione umana, le tecnologie diventano una componente sempre più importante della vita degli italiani, come delinea il report “Digital 2021” pubblicato da We Are Social in collaborazione  con Hootsuite, che mette in luce come i nuovi trend digital, influenzati dal lockdown e dall’emergenza Covid.

Se audio e gaming sono i settori super hot che creano maggior engagement, anche eCommerce, streaming, e social network conquistano l’audience: circa 50milioni di italiani utilizzano i digital device, di cui oltre 1 milione sono le persone che si sono connesse ad internet per la prima volta nel corso del 2020, con un incremento del 2,2% e un notevole aumento anche dell’età anagrafica dell’audience. Più considerevole è la crescita sul fronte delle piattaforme social: oltre 2 milioni di nuovi utenti (quasi +6%), che fa raggiungere quota 41 milioni.

50milioni di italiani iperconnessi- Fonte Digital Report 2021

Il 97% utilizza gli smartphone per connettersi, mentre 3 persone su 4 il computer desktop o laptop. Cresce anche il possesso delle console, pur in un anno in cui sono state rilasciate le prime (poche, per ora) next gen, e quasi raddoppia la penetrazione nelle case degli italiani di device per la smart home, favorita dal maggior tempo a disposizione per esplorare le nuove tecnologie. Italiani connessi per oltre 6 ore al giorno ad internet e quasi 2 ore sui social (il 98% da dispositivi mobili).

I nuovi sbocchi creativi del podcast

Il dato più rilevante riguarda la fruizione dei tools dedicati ai contenuti audio (una persona su 4 ascolta regolarmente podcast), ma il daily time trascorso sui media interessa anche il gaming (oltre 4 persone su 5 giocano, a prescindere dai device preferiti). Il podcast è il reale fenomeno in crescita, con un ascolto medio quotidiano di circa 30 minuti. Migliorano anche le connessione grazie ad avanzamenti infrastrutturali, con incrementi nelle velocità medie che consentono la fruizione di contenuti performanti e streaming di alta qualità, di cui video per il 92%, radio 30,4% e podcast per il 25%: dato in aumento quest’ultimo, corrispondente ad 1 utente su 5, disposti ad investire risorse finanziarie per acquistare prodotti premium.

branded podcast

La classifica dei social network: Telegram per la prima volta nel ranking

41milioni di utenti connessi alle piattaforme social, più 2,2milioni rispetto all’anno precedente. Un pubblico più partecipativo, con un uso del 31% per lavoro. Nel ranking delle piattaforme più utilizzate, domina la leadership degli ecosistemi Facebook e Google: YouTube e WhatsApp ai primi posti (85.3%), con a seguire Facebook (80.4%), Instagram (67%), Messanger (55.9%), Twitter (32.8), e ancora Tik Tok, Twitch, Snapchat. Per la prima volta in classifica anche Telegram, favorita dalla protezione della privacy percepita come valore aggiunto in un uso social divenuto sempre più consapevole (social media oriented) e per la possibilità di canali per la costruzione della community. Evoluzione anche per TikTok, con un’audience più ampia costituita non solo da teen agers, per la caratteristica di dare rilevanza ed ambizione ai creator.

limiti dei social

Lo scenario: i social media strumento di trasformazione della realtà

Cambiano le tendenze di comportamento degli utenti, più inclini al dialogo sulle piattaforme social, con un salto dall’81% del 2020 all’85% di quest’anno. Si evolve il ruolo del social media, che diventa strumento di trasformazione della realtà. Un uso diverso dei social, da strumento di organizzazione per la Primavera Araba del 2010 a veicolo di racconto e narrazione per il movimento del Black Live Matters del 2020. Dopo aver sovvertito le leggi scritte della finanza e dell’economia, la comunicazione branded oggi deve trasferire idee, comunicare un punto di vista concreto e una presa di posizione, trasmettendo i propri valori. Le idee forti hanno bisogno di scendere in profondità: 3 persone su 5, infatti, si dichiarano disposte a pagare per aprirsi a scenari nuovi. I brand dovranno interpretare la realtà, realizzando contenuti esclusivi.

Audio first ed audio only: interazione e contenuti premium

L’interazione digital si rivolge sempre di più ad un’interfaccia audio-first oppure audio only. Il 37% degli utenti utilizza comandi di ricerca vocale, mentre 1 persona su 7 utilizza smart home (Alexa, Siri o altri hub che interagiscono con altri device). Cresce la fruizione audio, non solo associata ai video (92,6%), ma soprattutto ai progetti editoriali creativi che amplificano la funzione immaginativa, non più passiva, su piattaforme che fanno del dialogo un’esperienza, come la recente introduzione in Italia di Clubhouse, con una dinamica di ingresso ad invito, di cui si intravedono già i primi cloni a cura di altre applicazioni.

Interazione sociale e piattaforme voce anche per i gamers, come Twitch, per “giocare parlando”, con spazi misti di chat e forum.

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gaming 5G

Il Gaming

Da fenomeno di nicchia a fenomeno di massa: 4 persone su 5 giocano attualmente (81,3%), sebbene il gaming sia ancora un elemento polarizzzante che suscita pregiudizio, ma allo stesso tempo amplifica l’immaginazione. Gaming che, per sua natura, è uno strumento espandibile, modulabile, aperto alla serialità ed è proprio nel live streaming del gioco che possono inserirsi i brand per l’advertising, con la creazione di avatar per l’identità digitale o con outfit digitali per il settore fashion ad esempio.

eCommerce, cresce l’età anagrafica degli utenti

Il segmento +55 rappresenta il 20% dell’audience totale, dimostrando il potere di penetrazione di internet anche tra le fasce meno giovani, anche nel settore dell’eCommerce, che cresce in Italia dell’86.5% nel 2020, influenzato dal lockdown. Circa 33milioni di euro spesi in transazioni online, con una percentuale di crescita del 24% in consumer goods. I principali acquirenti sono gli utenti tra i 55 e i 64 anni (78% del totale).

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e-commerce

Le piattaforme social nei processi di acquisto e il “social commerce”

Se l’eCommerce è il protagonista del 2020 insieme all’audio, i social dovranno assolvere alla funzione di ispirazione: vere e proprie vetrine online per spingere all’acquisto critico, all’acquisition, sempre più parte di un ecosistema. Come si può essere rilevanti per ispirare le persone? Efficacia dei contenuti, ma anche introdurre nuovi format-vetrina con la previsione di call-to-action, da aggiungere ai rilevanti elementi di socialità derivanti dall’interazione con gli altri, siano siti di consumer reviews, piattaforme social vere e proprie, servizi di Q&A o forum. Il futuro? Completare l’esperienza in piattaforma, immaginando in prospettiva un “social commerce” veloce e sicuro.

bitcoin cripto economia

La più grande sfida del web consumer (e come la cripto economia è pronta a risolverla)

C’è del marcio sul web, parafrasando la celeberrima frase di Amleto del grande William Shakespeare. Per capire quello che non va non bisogna essere degli analisti competenti, ma è sufficiente la comune esperienza di navigatore. Clickbait, pubblicità che appaiono ovunque e limitano la leggibilità di un contenuto sono solo i sintomi di una malattia più grande, l’oligarchia della Rete con pochi player che hanno nelle mani un potere infinito sulle nostre vite.

Eppure, esistono modelli alternativi: la decentralizzazione non è solo un argomento per utopisti che chiacchierano sull’open source, e neanche pane per i nostalgici che ricordano la rete aperta, così come è nata, negli anni Ottanta.

L’economia delle criptovalute ha già dimostrato che un altro futuro per Internet è possibile. E mentre noi continuiamo a essere schiavi di Google, Amazon, Facebook e Apple – le cosiddette GAFA – si sviluppano delle alternative sulle quali sarebbe giusto volgere il nostro sguardo.

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Perché a volte il web ci dà la nausea?

Sono due i motivi principali che a volte ci fanno “odiare” Internet, che sono ben individuati da Justin Mart nel blog di Coinbase. Il primo fastidio, quello del quale abbiamo accennato all’inizio, è quello che avvertiamo di fronte alle ads che ci seguono ovunque, ai titoli fake degli articoli solo per un pugno di click in più, fino ai cookie che catturano i nostri dati personali, e nasce da una radice: il modello di business che domina oggi la Rete, basato appunto sul Far West dell’advertising.

L’altro fastidio, invece, è più soffocante e prende alla gola soprattutto gli amanti della libertà: le piattaforme centralizzate che hanno schiacciato con le loro logiche monopolistiche il modello di comunità aperte con cui è nata la Rete. Piattaforme sulle quali aziende e persone sono ormai obbligate a starci per vendere, conoscere gente, trovare un lavoro, innamorarsi e perfino per sperare di fare sesso. Queste aziende hanno le loro logiche e , quel che è peggio, possono cambiarle in corso d’opera come e quando vogliono, senza chiederti il permesso.

Qual è il risultato di tutto questo? Nausea appunto. Un rapporto di odio-amore con la Rete, che è la nostra più grande opportunità, ma allo stesso tempo la nostra più grande gabbia. E se cercassimo delle vie di fuga?

Due foto per capire la storia di Internet

Non è stato sempre così. Ci siamo così assuefatti alle piattaforme centralizzate che abbiamo dimenticato che c’è un’alternativa, c’è sempre stata. E anzi, è proprio questa alternativa ad aver dato vita alla Rete. Ripercorrendo, velocemente, la storia del web possiamo scattare due fotografie.

La prima è dagli anni Ottanta al 2000 quando i servizi internet erano progettati e poi realizzati su protocolli aperti, da community di sviluppatori, spesso senza scopo di lucro. Da protocolli aperti sono nate poi quelle realtà, come Yahoo prima, Google, Amazon, Facebook, Linkedin e Youtube poi, che hanno inaugurato la seconda epoca di Internet.

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Queste aziende hanno costruito dei modelli che hanno superato i protocolli aperti e sono diventate predominanti. Hanno centralizzato alcuni servizi, dall’accesso a Internet alle app, al mondo del commercio elettronico, imbrigliando gli utenti all’interno dei loro sistemi.

Come ogni fenomeno storico, anche questo va valutato nei suoi pro e contro. Come pro, di sicuro c’è che hanno realizzato delle tecnologie che ci hanno cambiato la vita (alcune anche in meglio). Mentre di contro, hanno reso la strada impossibile per quei gruppi di sviluppatori o imprenditori indipendenti che sognano di costruire un’alternativa. Questi ultimi possono ancora farlo oggi, ma sudando molto, e devono, in ogni caso, attenersi alle regole stabilite dalle piattaforme centralizzate.

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Fuga per la vittoria (con la cripto economia)

Ora che anche tu senti addosso tutti “i fastidi” che il web centralizzato comporta, hai bisogno di una nota di speranza, quella che è racchiusa nella frase “decentralizzazione della Rete” (senti come suona bene). Un web decentralizzato sarebbe la panacea a questi due fastidi poiché:

  1. Scongiurerebbe il rischio della creazione di oligarchie di potere sulla Rete
  2. Riporterebbe i tuoi dati nelle uniche mani in cui dovrebbero stare: le tue!

Decentralizzare è tipico dell’economia delle criptovalute. Il modello alla base di Bitcoin e affini, è quello con cui sono nati i primi protocolli della Rete. Semplificando al massimo, gli sviluppatori che creano nuove tecnologie, come anche i manutentori o gli utenti che le utilizzano, ottengono degli incentivi che sono comunemente chiamati token.

Le loro reti sono decentralizzate nella misura in cui tutti possono partecipare al miglioramento, il codice di Bitcoin è open source, non esiste un ente centrale di controllo che decide vita, morte e miracoli degli altri utenti. E i partecipanti, gli utenti, possono abbandonare, vendendo i loro token, oppure modificare il codice, proponendo nuove versioni.

Il meccanismo degli incentivi, i token alla base del modello, spinge tutti i partecipanti a lavorare insieme poiché l’obiettivo comune è la crescita del token, che può aumentare la ricchezza di tutti gli attori.

Immagina per un attimo di trasferire questo meccanismo ad altri campi: ai servizi di storage, come il cloud, alla messaggistica, al payment fino alle assicurazioni.

Utopia? No, già esistono. Nello storage con servizi decentralizzati come IPFS Filecoin, Sia, Storj, Swarm, Textile, nel mondo della messaggistica (Whisper o Orchid), dei social network (Steemit, Relevant), per non parlare della finanza, dalla già citata Coinbase ai vari wallet, come il Blockchain Wallet, Ledger, Trezor ecc.

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 La sfida: entrare nel cuore di imprenditori e sviluppatori

I servizi decentralizzati hanno tuttavia i loro limiti: attualmente sono poco scalabili e hanno ancora troppi pochi utenti dalla loro parte. Eppure possono vincere la sfida e per farlo devono riuscire a entrare, come è successo agli albori nella Rete, nei cuori di sviluppatori e imprenditori.

Poiché la battaglia tra decentralizzazione e centralizzazione della Rete alla fin fine si sintetizza in chi costruirà i servizi più sorprendenti per gli utenti.

E questo succede solo se hai i migliori sviluppatori e imprenditori che corrono sul tuo terreno di gioco.

Come utenti della Rete dobbiamo schierarci. Da una parte grandi piattaforme che decidono come ci informiamo, cosa compriamo, con chi usciamo, con chi lavoriamo, e dall’altra la democrazia con sistemi più aperti e trasparenti. Certo, la democrazia, come ci insegna la storia non è un sistema perfetto, ma citando Leibniz, “resta il migliore dei mondi possibili”.

Hootsuite - Social Trends 2021 -_EN

5 trend che domineranno i Social Media nel 2021 secondo Hootsuite

  • Il 73% dei marketers dichiara di avere come obiettivo principale per la comunicazione social nel 2021 l’aumento nell’acquisizione di nuovi clienti attraverso i Social Media
  • Il 70% degli utenti Internet di età compresa tra 55 e 64 anni afferma di aver acquistato qualcosa online nell’ultimo mese, e che continuerá a farlo anche dopo la fine della pandemia
  • Il 60% dei Millennials e Generazione Z afferma di voler acquistare più prodotti e servizi da Brand che hanno influenzato positivamente la società durante la pandemia

 

“[…] Quando c’è l’oscurità, c’è anche la luce. C’è resilienza, innovazione e creatività e c’è sempre un percorso da seguire per tornare a crescere. Nel rapporto di quest’anno trovate nuove soluzioni a vecchi problemi. Storie vere di marchi leader in tutto il mondo. Il tutto supportato dalle intuizioni delle menti più brillanti del Marketing e dai dati del nostro più grande sondaggio finora. Spero che vi aiuti a trovare la strada da seguire.”

Inizia con queste parole – volutamente di speranza dopo l’anno appena concluso – scritte dal CEO Tom Keiser, il report Social Trend 2021 pubblicato recentemente da Hootsuite. 

Basato su un sondaggio condotto nel terzo trimestre del 2020 su 11.189 marketers, combinato con dozzine di interviste a esperti del settore e rapporti pubblicati da aziende come Deloitte, Edelman, eMarketer, GlobalWebIndex, etc, lo studio identifica cinque tendenze chiave nel mondo dei Social Media per il 2021.

Prima di tutto vediamo come, tra le piattaforme social più utilizzate, più della metà dei brand coinvolti nello studio (61%) conferma l’intenzione di aumentare il budget pubblicitario destinato a Instagram.

Quasi la metà pensa di fare lo stesso per Facebook, YouTube e LinkedIn, mentre possiamo notare come, nonostante il successo incredibile raggiunto da TikTok nel 2020, i brand non sono ancora convinti a puntare sulla piattaforma a livello di investimento pubblicitario.

Di fatto già nell’ultimo trimestre del 2020 la copertura pubblicitaria di Instagram è cresciuta del 7,1%. Non sorprende che i marketers preferiscano seguire il “percorso più sicuro” per investire i loro budget e raggiungere quindi risultati garantiti, piuttosto che sperimentare nuove strategie e piattaforme.

Dopo questa breve premessa, vediamo nel dettaglio quali sono i cinque social trend del 2021 identificati nel report di Hootsuite.

#1 La corsa al ROI

Il 2020 è stato un anno che ha scosso l’economia di tutti i Paesi a livello mondiale, e ovviamente ha avuto un impatto importante anche nel settore della pubblicità. 

I tagli al budget pubblicitario sono stati inevitabili e hanno messo i brand in grande difficoltà al momento di ripensare – quasi stravolgere – le loro strategie di marketing.

Secondo il sondaggio il 73% dei marketers vede come obiettivo principale per la comunicazione social nel 2021 aumentare l’acquisizione di nuovi clienti, rispetto al 46% dello scorso anno, segnando un aumento del 58% su base annua.

Solo il 23% dei marketer ha parlato di “migliorare l’esperienza del cliente”, mentre l’utilizzo dei social per “acquisire informazioni sui clienti” è sceso al 15%, un errore preoccupante soprattutto in dopo un anno in cui il comportamento del consumatore è cambiato in modo radicale.

La corsa al ROI che segnerà le strategie di molti brand nel 2021 non sarà sufficiente. I marketers devono imparare a trarre vantaggio dagli strumenti a disposizione a livello social, per migliorare le esperienze online dei clienti.

Seguire questa strategia aiuta a differenziare i prodotti e servizi offerti dal brand da un numero infiniti di inserzionisti che cercano, disperatamente, di acquisire nuovi clienti in un momento di grande difficoltà economica dei consumatori.

Cosa possono fare i brand in questo scenario?

  • Investire nelle campagne multicanale che tendono ad avere un ROI maggiore rispetto alle campagne single media. Infatti, secondo Analytic Partners, per ogni nuovo canale il ROI può migliorare fino a un 35%;
  • Puntare sullo shopping online migliorando il processo di acquisto per i clienti, rendendolo divertente ed interattivo, utilizzando Instagram Live o Pinterest come showroom virtuali;
  • Fidelizzare i clienti attraverso i canali social (Forrester prevede che la spesa per il loyalty marketing aumenterà del 30% nel 2021).

#2 Il silenzio è oro

Un’altra lezione che ci ha insegnato il 2020 è che gli utenti vogliono utilizzare i canali social per connettersi e parlare tra di loro, non con i Brand, soprattutto in tempi di distanziamento sociale.

Nei primi giorni di pandemia molti marchi hanno adottato un tono eccessivamente sentimentale nei loro contenuti, provocando un’ondata di campagne quasi indistinguibili che le persone hanno iniziato a deridere sui Social Media.

La verità è che per troppo tempo la maggior parte dei Brand ha condiviso contenuti che gli utenti non ritengono interessante, come affermato dal 68% delle persone intervistate.

Nel 2021 quindi la strategia vincente per i marketers sarà capire dove e quando inserirsi nelle conversazioni – e quindi nella vita – degli utenti sui Social Media, creando contenuti capaci di sfondare il muro dell’indifferenza.

Cosa possono fare i brand in questo scenario?

  • Non ignorare le metriche sul consumo passivo di contenuti, perché i dati confermano che solo una piccola minoranza di utenti online commenta o condivide effettivamente i contenuti: la stragrande maggioranza di tutti i media online viene consumata passivamente;
  • Rafforzare i dati del Social Listening con dati da altre fonti, in quanto è molto difficile monitorare le conversazioni che avvengono per esempio tramite Instagram Stories, LinkedIn, TikTok o messaggi privati in generale, e questo può distorcere le informazioni che si ottengono;
  • Continuare a credere nel potere degli UGC per affiancare la produzione di contenuti di Brand, in quanto gli UGC sono economici e hanno il vantaggio di essere contenuti di cui le persone si fidano.

#3 La rivincita dei Baby Boomers

Il 2020 ha ribaltato lo scenario generazionale dei Social Media: l’aumento del tempo trascorso con online, la diffusione dei Live Streaming, dei giochi online e dei pagamenti mobile hanno prodotto nuove forme di alfabetizzazione digitale che si stanno trasformando in abitudini destinate a sopravvivere alla pandemia.

Vediamo come il 70% degli utenti Internet di età compresa tra 55 e 64 anni afferma di aver acquistato qualcosa online nell’ultimo mese, e il 37% prevede di continuare a farlo con più frequenza quando sarà finita la pandemia.

Storicamente, i marketer sono abituati a raggiungere i Baby Boomer attraverso la pubblicità televisiva tradizionale – che continua ad essere uno dei modi più efficaci per raggiungerli.

Ma vale la pena notare che negli ultimi 4 anni c’è stato un aumento del 66% di Baby Boomer che hanno scoperto nuovi marchi e prodotti tramite i Social Media – in particolare su Facebook – secondo i dati forniti da GlobalWebIndex.

I Brand non possono permettersi di trascurare le generazioni più anziane sui canali social nel 2021: utilizzando la segmentazione intelligente i marketers che includono i Baby Boomer nelle loro strategie digitali possono sfruttare questo crescente entusiasmo tecnologico.

Cosa possono fare i brand in questo scenario?

  • Segmentare i Baby Boomer in base alle loro passioni o hobby, non semplicemente per età: costruire il target di riferimento su dati sociali che riflettono gli interessi porta a un aumento del 40% del ricordo dell’annuncio;
  • Lasciare da parte gli stereotipi generazionali in quanto l’ultima cosa che i Baby Boomer vogliono vedere sono le campagne pubblicitarie in cui sono raffigurati come “vecchi” che hanno difficoltà ad interagire con la tecnologia;
  • Usare le recensioni online per aumentare la fiducia e influenzare le decisioni di acquisto dei Boomers.

#4 Conosciamoci di più

I Brand sono convinti che raggiungere i consumatori digitalmente sia un gioco da ragazzi, visto che oltre 4 miliardi di persone sono presenti sui Social Media, e la crescita del 2020 ammonta a un 12%. Ma non è così facile.

Secondo un sondaggio condotto tra 2.162 marketers condotto in collaborazione con Altimeter, il 54% ha affermato di non essere sicuro che i propri follower sui Social Media siano clienti effettivamente più attivi rispetto a quelli con cui non interagiscono digitalmente.

Questo accade principalmente perché la maggior parte dei Community Managers non ha sempre ben chiaro se sta interagendo con un cliente acquisito, un nuovo lead, un ex dipendente o un troll.

Qual è il motivo che molte volte rende difficile ai marketers capire se stanno interagendo con il target corretto? La mancanza di integrazione dei dati derivati dai canali social. Secondo Hootsuite infatti solo il 10% degli addetti ai lavori conferma di possedere sistemi aziendali dedicati all’integrazione dei dati in sistemi aziendali come Adobe, Marketo o Salesforce.

Le previsioni per il 2021 dicono che l’85% delle organizzazioni che integreranno i dati dei Social Media riusciranno a quantificare con maggiore precisione il ROI dei canali social appunto. Questo discorso vale sia per i dati organici che per i dati che derivano dall’advertising. 

Le opportunità di targeting e le metriche dettagliate fornite dall’ADV sono infatti fondamentali per riuscire a creare contenuti pertinenti e raggiungere le persone giuste sui Social Media. Eppure quasi un terzo (28%) degli intervistati non pubblica contenuti social a pagamento, anche se è risaputo che la copertura organica ha iniziato a restringersi a partire dal 2010. 

Cosa possono fare i brand in questo scenario?

  • Utilizzare i Social Media non solo come canale per coinvolgere gli utenti, ma una ulteriore fonte di dati che può aiutare a rafforzare la strategia di comunicazione;
  • Tenere traccia di tutti i dati raccolti sia dalle campagne organiche e da quelle a pagamento, per capire quali canali e quali contenuti stanno performando meglio;
  • Impostare flussi di lavoro manuali in assenza di soluzioni tecnologiche ad hoc, configurando manualmente un flusso di lavoro che può aiutare a misurare i risultati raggiunti sui Social Media.

#5 Tra cambiamento sociale e cambiamento Social

Le ricadute economiche ed emotive causate dalla pandemia di Covid-19, la nascita di movimenti come Black Lives Matter, il cambiamento climatico che ha alimentato gli incendi storici in Australia e Nord America e molto altro: questi fatti accaduti nel 2020 hanno spinto il capitalismo verso un cambiamento socialmente responsabile.

Questo cambiamento ha messo sotto pressione anche i Brand, che si sono trovati a dover affrontare pubblicamente questioni su cui le loro organizzazioni non si erano mai concentrate, o stavano solo iniziando a tenere in considerazione.

Di conseguenza le aziende si sono dovute adattare in fretta alla mentalità e alle aspettative socialmente consapevoli di generazioni più giovani e diversificate, come la Generazione Z. Nel sondaggio annuale di Deloitte sui Millennial e la Gen Z, il 60% degli intervistati ha affermato di voler acquistare più prodotti e servizi da Brand che hanno influenzato positivamente la società durante la pandemia.

I consumatori stanno sviluppando aspettative più alte in relazione a come le aziende possano contribuire a migliorare il mondo in cui viviamo, e utilizzare i Social Media come megafono per promuovere le iniziative sociali è cruciale nel 2021. 

Secondo Michael McGoey – Senior Manager di Twitter – “[…] I Brand che sono in grado di ascoltare la voce dei consumatori e plasmare i propri messaggi in base ad essa, saranno più propensi a sopravvivere e crescere. Quelli che perseguono solo narrazioni guidate dal marchio e che non sono sensibili ai tempi in cui ci troviamo, semplicemente non manterranno i propri clienti”.

Cosa possono fare i brand in questo scenario?

  • Creare una Social Media Policy che possa fornire linee guida all’intera organizzazione per dare a tutti la possibilità di agire rapidamente e con sicurezza;
  • Impostare un flusso preciso per le comunicazioni di crisi sui canali social, ovvero un piano interfunzionale che aiuta a risparmiare tempo prezioso e mantenere tutti concentrati in caso di crisi sui Social Media;
  • Usare il Social Listening come strumento di Intelligence che possa aiutare le imprese a prendere decisioni più intelligenti sulla base delle mutevoli esigenze dei clienti.
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La pandemia guida la crescita dell’eCommerce anche a San Valentino

Teads, The Global Media Platform, presenta i trend sul comportamento d’acquisto dei consumatori per San Valentino: il digitale è il canale di vendita primario e lo smartphone si configura come il device per eccellenza nel 51% dei casi. Nel 2020 la digitalizzazione accelerata di tutti i mercati causa Covid-19, ha guidato una crescita dell’eCommerce senza precedenti. Trend che si conferma anche per questo San Valentino 2021.

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La festa dell’amore è stata sempre molto a cuore agli italiani che nel 2020 hanno speso circa 474 milioni di euro in regali di San Valentino. Secondo quanto rilevato dall’Osservatorio annuale Love Index di Mastercard emerge una differenza tra le donne, che si interessano al regalo per San Valentino già da metà gennaio pianificando l’acquisto, e gli uomini che invece sono più propensi ad acquistare sotto data. Una costante accomuna i due comportamenti: la ricerca è condotta quasi nella totalità dei casi online. Quest’anno si prevede che la curva di acquisti online segua il trend di crescita esponenziale che ha avuto l’eCommerce nel 2020: a Ottobre, il +54,6% rispetto all’Ottobre 2019 con un 51% di acquisti effettuati da mobile.

Per garantire la massima visibilità e la migliore esposizione online in un periodo così affollato, Teads ha sviluppato un pacchetto di più di 430 categorie di contenuto come Health & Wellness, Entertainment, Technology, Business, Home & Garden, Family, Auto, Environmental disponibili per le pianificazioni media di brand e advertiser e attivabili con il Teads Contextual Reachcast.  L’offerta, che permette di riservare in esclusiva per 24 ore una o più categorie di contenuto verticali, garantisce il massimo impatto sulla brand awareness e sull’engagement oltre ad un posizionamento esclusivo come top brand del contenuto verticale. 

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In momenti dell’anno come quello di San Valentino è fondamentale costruire una continuità comunicativa e assicurarsi di rendere scalabili gli asset di campagna in una strategia multichannel. Il formato inRead Stories Video di Teads permette di riutilizzare gli asset creativi verticali delle campagne social sulle inventory di qualità dei più prestigiosi publisher a livello mondiale. Una soluzione tecnologica che garantisce attenzione e user experience di qualità, con un dato di view time di 7,6 secondi in media (MOAT), e la migliore esperienza full screen con l’interazione tipica del mobile.

Angelo Lo Ponte, Head of Data di Teads italia ha dichiarato:

Le nostre tecnologie di analisi semantica sono in grado di analizzare il contenuto editoriale attribuendo differenti livelli e sfumature connotative ad un articolo e garantendo la massima granularità. Non si tratta di un semplice targeting attraverso keyword ma di un vero e proprio sistema di algoritmi che scansionano il contenuto dell’articolo in maniera precisa e sempre più sofisticata. Siamo fieri di poter garantire ai nostri partner la perfetta combinazione tra precisione e reach per supportare le loro strategie di contextual targeting.

insetti come cibo

Come il consumo di insetti può rivoluzionare il sistema agroalimentare

  • L’entomofagia è una pratica alimentare che accomuna, al momento, oltre 2 miliardi di persone
  • EFSA ha dato l’OK per il consumo umano delle larve gialle essiccate, sia nella versione intera che sotto forma di farina
  • Attualmente sarebbero oltre 3mila le specie di insetti commestibili e integrarli nella nostra dieta significherebbe ridurre l’impatto che il settore zootecnico ha sull’ambiente

 

Diffusasi per necessità in alcuni Paesi del mondo, come Africa, America Latina, Asia e Oceania, l’entomofagia, cioè ovvero il consumo di insetti da parte dell’uomo,  è una pratica alimentare che attualmente accomuna oltre 2 miliardi di persone.

Dal 2004, è sotto la lente d’ingrandimento della FAO (Food and Agriculture Organization), che la indica come una possibile soluzione per prevenire il rischio di carestie.

Stando al rapporto delle Nazioni Unite The World Population Prospects 2019: Highlights”, infatti, la popolazione mondiale dovrebbe raggiungere i 9,7 miliardi entro il 2050, sino a sfiorare gli 11 miliardi nel 2100.

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Pertanto, per far fronte conseguente enorme aumento della domanda di cibo, dovremo rivolgerci a fonti alimentari non convenzionali, più efficienti e sostenibili, evitando il depauperamento delle già poche risorse disponibili.

Gli insetti come cibo

Ecco allora che, in un simile contesto, l’allevamento e l’introduzione degli insetti nella nostra dieta appare come una delle strade immediatamente percorribili.

Gli insetti, infatti, oltre a riprodursi facilmente e in poco spazio, nutrendosi semplicemente di scarti agricoli, presentano anche un eccellente profilo nutrizionale, con grassi e proteine ad alto valore biologico, superiore addirittura a quello della carne bovina, suina e avicola.

Tuttavia, in Italia, l’entomofagia resta un tabù, tanto da essere vietata, al momento, dalla legge (art.35, Regolamento UE 2015/2283).

Negli altri Paesi europei la situazione non è molto diversa, fatta eccezione per alcune tipologie di insetti, già ammessi in “regime di tolleranza” e in attesa di una specifica autorizzazione al commercio.

Ma per capire se gli insetti faranno parte o meno della nostra dieta futura, dobbiamo fare un piccolo passo indietro.

By Steven G. Johnson – Own work, CC BY-SA 3.0

L’evoluzione del tema: da EXPO 2015 ad oggi

Era il 2015 quando, in occasione di Expo Milano, nel padiglione del Belgio, si parlò ampiamente e per la prima volta del tema degli “insetti a tavola”, di cui successivamente si occuparono anche alcune importanti testate, come La Repubblica, il Corriere della Sera, La Stampa, Panorama e il Fatto Alimentare.

Senza dimenticare le numerose interviste rivolte a chef nazionali ed internazionali, tuttora considerati dei veri e propri “pionieri” nell’utilizzo degli insetti in cucina; una cucina raffinata, che alcuni definirebbero gourmet.

Tra questi, ricordiamo l’irriverente cuoco danese René Redzepi e il brasiliano Alex Atala, considerato uno dei migliori chef al mondo, un genio poliedrico del nuovo millennio.

Tuttavia, il grande lavoro di comunicazione non bastò a convincere i consumatori, che si dichiararono favorevoli all’entomofagia solo per un misero 8%.

Una reazione piuttosto prevedibile, essenzialmente per due motivi: in primis gli europei e, in generale, gli occidentali sono portati ad associar erroneamente condizioni di povertà e di miseria, dalle quali vogliono fuggire al consumo di insetti; in secondo luogo, le abitudini alimentari in Europa sono completamente diverse da quelle che, ad esempio, possiamo ritrovare in Asia dove gli insetti non suscitano ribrezzo e disgusto.

Si tratta, dunque, di un rifiuto di ordine “culturale”, privo di altre ragioni. Ad ogni modo, dal 2015 ad oggi, qualche passo in avanti è stato fatto, anche in termini di accettazione del prodotto.

By Meutia Chaerani / Indradi Soemardjan http://www.indrani.net – Own work, CC BY 2.5

L’EFSA ha dato l’ok al consumo umano delle larve della farina

L’EFSA – l’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare – ha da poco dato l’OK al consumo delle larve gialle essiccate (Tenebrio Molitor), sia nella versione intera che sotto forma di farina, da utilizzare come ingrediente per la preparazione di biscotti, barrette, pane e altri prodotti di consumo.

Entro sette mesi, dunque, la Commissione Europea dovrebbe presentare una proposta di autorizzazione per l’immissione sul mercato, da sottoporre al voto dei Paesi membri. Nel caso di una risposta positiva, si assisterebbe ad una netta accelerazione delle (numerose) valutazioni pendenti, fino ad un’integrazione stabile degli insetti nella dieta occidentale.

È chiaro quindi, che ci troviamo di fronte ad un momento delicato e al contempo decisivo per lo sviluppo sostenibile del sistema agroalimentare europeo.

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Pengo, CC BY-SA 3.0, via Wikimedia Commons

Scegliere gli insetti per salvare l’ambiente

Attualmente, infatti, sarebbero oltre 3mila le specie di insetti destinabili al consumo umano, tra larve, cavallette, ragni e altri, e la loro graduale diffusione al posto delle specie tradizionalmente allevate, potrebbe portare ad una sensibile riduzione dell’impatto che il settore zootecnico ha sull’ambiente, sia in termini di risorse consumate che di emissioni di gas ad effetto serra, derivanti dai processi metabolici degli animali, in particolare del metano, che concorre al surriscaldamento globale 23 volte di più della CO2.

Secondo un recente rapporto della FAO, il bestiame utilizza attualmente il 30% dell’intera superficie terrestre, di cui il 67% è rappresentato da pascoli permanenti mentre il 33% – e forse di più – da terra arabile, sfruttata per produrre foraggio.

Inoltre, in America Latina e in altri Paesi in via di sviluppo, l’allevamento sembrerebbe essere una delle principali cause di deforestazione.  Ogni anno, infatti, ettari di foresta, anche amazzonica, vengono abbattuti, per far posto a nuovi pascoli.

E se pensiamo infine che per produrre 1 kg di carne di manzo, sufficiente sì e no a sfamare una famiglia poco numerosa, sono necessari dai 16 ai 20 kg di mangime e circa 11.500 litri di acqua, per un totale di quasi 15 kg di CO2 emessi nell’ambiente, capiamo quanto sia importante rivolgerci al più presto a nuove fonti di cibo.

O, almeno, prenderle in considerazione.

Investire oggi sugli insetti, quindi, significa abbracciare un domani più pulito e sostenibile, senza necessità di virare verso regimi alimentari drastici, che annullano, talvolta pericolosamente, le fonti proteiche di origine animale.

 

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L’immagine di copertina è di Rik Schuiling / TropCrop-TCS – Own work, CC BY-SA 4.0