Piccola guida alla felicità e a come raggiungere il benessere emotivo

  • Suggerimenti e accorgimenti per migliorare la vita quotidiana seguendo i consigli delle scrittrici di Happier Now e Project Happiness
  • Mira al cambiamento per raggiungere la felicità: il tempo giusto è il presente, non il futuro
  • Cambiare prospettiva ed uscire dalla spirale della negatività è possibile allenando il pensiero positivo

___

Il 2020, come gli anni precedenti, è iniziato con i buoni propositi, di solito proiettati al futuro, immaginando la gioia come un vaso di porcellana barcollante sul tavolo, che potrebbe frantumarsi da un momento all’altro. Secondo l’esperta della felicità Nataly Kogan, autrice di Happier Now, si tratterebbe di un errore:

La felicità e la salute emotiva non sono extra o bonus (…), sono in realtà il nucleo di ciò che ci aiuta a vivere bene.

La ricerca della felicità richiede tempo ed energie: il primo passo verso un cambiamento è l’utilizzo del tempo presente invece del futuro. La domanda da porsi sarebbe dunque: sono felice ora?

benessere emotivo

Favorire il benessere emotivo

È stato dimostrato che essere felici facilita abitudini e comportamenti che hanno effetti positivi sulla nostra salute. Uno studio del 2017, su circa 7000 adulti, ha rivelato che persone con un approccio positivo hanno maggiori probabilità di essere fisicamente attive e più propense a mangiare frutta e verdura fresca. Essere felici comporterebbe anche un sonno migliore, una migliore gestione del peso, livelli di stress più bassi, un sistema immunitario più forte e persino una maggiore aspettativa di vita.

Nonostante la miriade di benefici, molti di noi non danno priorità alla felicità. Gli esperti sottolineano che le nostre risorse ed energie sono limitate; ciò che rimandiamo andrà perso. Quindi, come per qualsiasi obiettivo, il primo passo per una vita gioiosa è renderlo una priorità. Dobbiamo iniziare a prendere la felicità sul serio, da subito. Secondo Kogan, le persone tendono a posticipare la felicità a un secondo momento, giustificandosi con frasi come “sarò felice quando…”, “sarò felice se…”

Il benessere emotivo dev’essere vissuto come un’abilità, non una destinazione futura. Perché come ogni abilità, esercitando si migliora.

Rendi la felicità una tua priorità

LEGGI ANCHE: Il Bullet Journal e altre idee per pianificare il nuovo anno con stile e ritrovare la motivazione

Allenare le sinapsi al pensiero positivo

Il cervello si è evoluto per essere molto più sensibile ai pensieri negativi che a quelli positivi poiché, storicamente, è stato più importante per l’umanità reagire a situazioni pericolose piuttosto che gratificanti. Questa “tendenza alla negatività” distorce la nostra prospettiva, di conseguenza è difficile prendere una buona decisione sotto stress. Essendo coscienti di questo fatto sarà necessario allenare il pensiero positivo.

Non si tratta di fingere che tutto stia andando bene, si tratta di aiutare il cervello ad uscire dalla spirale di negatività. Un consiglio pratico, secondo Kogan, è di scrivere una lista dettagliata di ciò che amiamo, per esempio del nostro lavoro. Cosi facendo iniziamo a vedere anche le più piccole cose, i piccoli momenti che ci strappano un sorriso e che fino ad ora abbiamo dato per scontato. Studi hanno riportato che allenando il pensiero positivo con la lista menzionata, dopo tre settimane si formano nuove connessioni neuronali che facilitano l’ottimismo, con effetti che durano per sei mesi.

benessere emotivo

LEGGI ANCHE: Come affrontare la vita con l’intelligenza emotiva (senza essere in balia delle proprie emozioni)

La To-Do-List vista da un’altra prospettiva

Che sia digitale o cartacea, la to-do-list rappresenta quello che non abbiamo ancora fatto. O per meglio dire, seguendo il pensiero positivo: la to-do-list rappresenta quello che inizieremo a fare da oggi.
Per aumentare la motivazione, sollevare l’umore e migliorare la capacità di gestire lo stress è importante considerare per chi stiamo svolgendo un’attività della to-do-list: per i clienti? Per un collega? Per i nostri figli?

Kogan afferma che anche piccoli gesti, come portare il caffè ad un collega, rilasciano ossitocina (la “molecola morale” che ci rende empatici e, in ultima istanza, felici) in entrambe le persone. Con il passare del tempo, favorisce anche il senso di appartenenza al team e lo sviluppo di nuove amicizie – uno dei fattori più comuni nella soddisfazione professionale.

L’insegnamento dei cani

Un altro piccolo ma efficace cambiamento verso il benessere emotivo è il momento dei saluti, troppo spesso frettoloso e con un piede già fuori dalla porta. Gretchen Rubin, l’autrice di “The Happier project” afferma:

Penso sempre che non voglio essere meno entusiasta del mio cane.

Dare valore a chi ci circonda, ritagliandosi un istante per salutarli con affetto e gratitudine aumenterà la loro e la nostra felicità.

benessere emotivo

Chi possiede è posseduto?

La chiave della felicità e della libertà è di non sentirsi posseduti dai propri beni. “Possedere meno significa che sei circondato solo delle tue cose preferite”, afferma Joshua Becker, scrittore e blogger di “diventando minimalista”. Essere intenzionali con le cose che possediamo – e, per estensione, con i nostri soldi – significa che le nostre vite si allineano ai nostri valori e alle nostre passioni.

Il minimalismo secondo Becker rimuove da distrazioni in modo da poter vivere liberi, per poterci concentrare sulle cose che ci portano vera gioia nella vita. Non è ovviamente possibile escludere tutte le attività noiose e faticose dalla giornata, ma se certi compiti sono frustranti e meccanici, è meglio occuparsene da subito. La ricerca mostra che occasionalmente accettare la presenza di emozioni meno piacevoli significa viverle meno intensamente e per meno tempo.

Parte di questo esercizio è riconoscere che non c’è niente al mondo che ti farà stare bene al 100%. Questa è in realtà una grande notizia, perché quando lasciamo andare questa idea rigida di felicità, ci diamo più opportunità di essere in linea con la nostra vita

– Kogan

Elenchiamo infine alcuni suggerimenti per trovare il benessere emotivo, a partire da adesso:

1. Identifica il problema
2. Non perdere di vista il quadro completo
3. Scrivi un elenco di cose che ti piacciono del tuo lavoro
4. Rendi felice qualcuno con un piccolo gesto
5. Non pensare a cosa devi fare, ma pensa a chi stai aiutando
6. Ricava un lasso di tempo per i tuoi cari
7. Impara dai cani a salutare con entusiasmo
8. Prima di ogni acquisto chiediti se realmente hai bisogno di questo oggetto

La linea sottile tra reale e virtuale

a cura di Thomas Ducato, giornalista di Impactscool, e Cristina Pozzi, Ceo e Co-founder di Impactscool

  • Neon, l’avatar umanoide presentato da Samsung a Las Vegas, promette di essere molto più di un assistente virtuale
  • La tecnologia utilizzata per Neon è simile a quella dei Deep Fake, l’ultima frontiera delle fake news
  • Come cambiano le relazioni nel mondo in cui reale e virtuale si fondono, diventando quasi indistinguibili?

“Una nuova forma di vita”. Sono stati definiti così da Pranav Mistry, capo del laboratorio StarLabs di Samsung, Neon, gli esseri umani artificiali presentati dal colosso sudcoreano in occasione del Ces 2020, la grande fiera tecnologica che si svolge ogni anno a Las Vegas. Non sono robot o “comuni” assistenti virtuali, ma veri e propri avatar umanoidi: sono realistici, intelligenti e persino in grado di manifestare emozioni. Almeno questo è quanto comunicato in occasione del lancio dai suoi creatori che hanno sottolineato come Neon sia destinato ad assomigliare sempre di più agli esseri umani grazie all’apprendimento automatico.
Da utilizzare come forma di compagnia, assistente o consulente, questo nuovo prodotto potrebbe rendere ancora più sottile il confine tra reale e virtuale.

Deep Fake: quando realtà e finzione diventano irriconoscibili

La tecnologia alla base di Neon non è troppo diversa da quella utilizzata per generare i cosiddetti Deep Fake. Questi sono un prodotto che possiamo chiamare sintetico, generato cioè attraverso un computer, e che interviene in un filmato “attaccando” il volto di un individuo al corpo di un altro attraverso algoritmi di Intelligenza Artificiale. Il Deep Fake in questo modo crea un falso impossibile da riconoscere a “occhio nudo”.
Ricordiamo in molti il video trasmesso da Striscia la Notizia che mostrava un fuori onda di Matteo Renzi, in cui l’ex segretario del PD commentava la sua uscita dal partito, lasciandosi andare a commenti coloriti sui suoi ex colleghi e su alcuni componenti del governo. Si trattava di un Deep Fake, in questo caso utilizzato come satira o per scherzo, ma che suggerisce tutto il potenziale di questa tecnologia.
Sono molte, infatti, le denunce online da parte di chi suggerisce che i possibili utilizzi malevoli sono tali da poter mettere a rischio la libertà. Immaginiamo, ad esempio, che questo tipo di filmati sia usato durante una campagna politica. È molto facile comprendere come potrebbero cambiare completamente le sorti di un Paese se utilizzate con cattive intenzioni. Oltretutto si tratta spesso di sistemi facilmente accessibili e disponibili anche online: basti pensare che secondo alcune indiscrezioni anche TikTok, il social network del momento tra i giovanissimi, starebbe realizzando un generatore di Deep Fake da aggiungere tra i suoi effetti.

In questo video della BBC si spiega come funziona questa tecnologia

 

Come funziona Neon?

Gli avatar di Neon, creati a partire dalle immagini di un essere umano ripreso da una videocamera, sono animati grazie a un sistema di reti neurali (intelligenza artificiale). In questo modo il personaggio virtuale apprende espressioni, gesti e linguaggio di una persona per poi riprodurli e rielaborarli in autonomia. La grande novità in questo caso è che mentre con Deep Fake manipolano dei video che vengono poi fruiti in differita, nel caso dei Neon le informazioni vengono utilizzate per animare gli avatar in tempo reale i Neon: ecco cosa si intende nel definirli forme di vita. Potremmo dire che si tratti di un’evoluzione molto convincente degli assistenti vocali a cui siamo abituati oggi, con potenziali applicazioni in molti settori che vanno dal marketing al mondo del lavoro, dall’assistenza fino alla sfera delle relazioni.

La demo dei Neon al CES 2020:

I pericoli dei Deep Fake: come difendersi

I rischi associati ai Deep Fake sono sotto gli occhi di tutti e per questa ragione è arrivata quasi unanime la condanna a questa tecnologia da parte di tutti i tipi di attori. Governi, come quelli di California e Virginia che hanno approvato leggi per contrastarli, centri di ricerca e agenzie governative, che si sono messi all’opera per sviluppare software in grado di riconoscerli e grandi aziende tecnologiche, come Twitter e Facebook, che hanno annunciato l’intenzione di dare loro la caccia per eliminarli dalle loro piattaforme.

Sarà sufficiente? Le elezioni americane sono all’orizzonte e il rischio che la comunicazione politica possa venire “inquinata” da queste nuove forme di Fake News è concreto e allarmante.
Come riuscire, dunque, a riconoscere e contrastare questi video falsi? Potrebbe essere proprio l’intelligenza artificiale, la stessa tecnologia che ne permette la creazione, l’arma a nostra disposizione per scovare i Deep Fake, grazie all’analisi dei video e all’individuazione di differenze impercettibili all’occhio umano. Prima che sia in grado di svolgere questo compito in modo efficace, però, l’IA deve essere addestrata: per questa ragione Google, in collaborazione con alcune università, tra cui l’Università Federico II di Napoli, ha creato e diffuso un database di video manipolati con questa tecnica, con lo scopo di allenare i meccanismi di riconoscimento.

Un’altra soluzione emersa è quella di introdurre pene severe per chi non rispetta l’obbligo di dichiarare apertamente i Deep Fake attraverso “filigrane digitali irremovibili” e descrizioni testuali presenti nei tag delle clip. Altri, invece, chiedono di intervenire allo stesso modo sui video originali, con una sorta di certificato di veridicità creato in automatico al momento della ripresa, che viene rimosso in caso di manomissioni.

Anche il mondo dell’informazione è sceso in campo: Reuters, in collaborazione con Facebook, sta lavorando ad un corso di 45 minuti pensato per dare ai giornalisti gli strumenti necessari per individuare foto, video e audio falsi ed evitarne così la pubblicazione e condivisione. Il materiale è disponibile in inglese, spagnolo, arabo e francese ma presto, grazie all’azienda di Mark Zuckerberg, potrebbe essere disponibile anche in altre lingue.

È proprio in questo clima di discussione accesa che Samsung ha presentato il suo nuovo prodotto Neon, alimentando il dibattito su analogie e differenze tra i due fenomeni e favorendo una serie di riflessioni in merito al futuro che ci attende.

Reale-virtuale: con Neon il confine è ancora più sottile

Il punto più evidente di analogia tra i due fenomeni è il fatto di aver assottigliato, e in alcuni casi oltrepassato, il confine tra reale e virtuale. Cosa succede quando si varca la linea che li divide? Che rapporto potremmo sviluppare con avatar così convincenti? I Deep Fake, come detto, sono registrati, mentre con i Neon vi è un’interazione in tempo reale: un rapporto diretto tra essere umano e tecnologia che cambia in modo sostanziale la prospettiva con cui analizzare il tema, che non riguarda più solo la sfera dell’informazione ma anche e soprattutto quella delle relazioni.

C’era una volta Eliza

La tendenza a umanizzare le macchine e ad attribuire loro un’intelligenza superiore a quella che realmente hanno non è certo una novità: si chiama “Effetto Eliza” ed è stato studiato a partire dal primo chatbot della storia, da cui prende il nome. Sviluppato nel 1966 nel laboratorio del Mit del professor Joseph Weizenbaum, l’algoritmo era in grado di conversare per iscritto con un umano, replicando (in chiave ironica) una seduta psicoterapeutica. Leggenda narra che la segretaria del professore, dopo aver testato Eliza, ignara del fatto che i testi erano tutti letti e passati in esame dal team al completo, si fosse arrabbiata con la sua “confidente artificiale” rea di aver rivelato i suoi segreti più intimi. Immaginate quanto possa amplificarsi l’Effetto Eliza nel momento in cui attribuiamo a una macchina anche un volto (magari a noi caro), una voce, movenze umane e addirittura emozioni? Se alcuni utilizzatori dei comuni assistenti virtuali preferiscono la compagnia della voce sintetica di Alexa a quella degli amici, abbiamo già molto su cui interrogarci.

Un problema (forse) del futuro, su cui riflettere nel presente

Neon ha fatto il suo debutto in pompa magna, catturando da subito l’attenzione del mondo. Slogan provocanti e tante promesse, che suggeriscono scenari futuri da film di fantascienza, ma per ora siamo lontani dall’avere un alter ego virtuale di un essere umano.
L’avatar è ancora un “neon-ato”: se ne intuiscono le possibilità, ma le capacità sono ancora estremamente limitate. Ad alcuni le loro espressioni sono parse fredde e i movimenti poco fluidi. L’arrivo del 5G potrebbe aiutare a velocizzare l’elaborazione delle informazioni, migliorandone le performance, ma la sensazione è che ci potrebbe volere ancora del tempo. E per fortuna. Ogni giorno, mese, anno che ci separano dal momento in cui il confine tra reale e virtuale sarà svanito diventano tempo prezioso per utili riflessioni su come utilizzare al meglio queste nuove straordinarie tecnologie.
Che impatti avranno? Chi ne gestirà i dati e come dovranno essere raccolti? Questi nuovi umanoidi dovrebbero avere dei “diritti” e delle responsabilità? Che sfide porranno alla nostra auto identificazione come persone ed esseri umani?

Alcune di queste domande oggi non hanno risposta e non siamo in grado di prevedere con certezza quali applicazioni e quali impatti porteranno queste tecnologie. Possiamo però iniziare a immaginare i futuri possibili, a partire dai segnali del presente: i Deep Fake, con i rischi legati a un loro utilizzo nel mondo dell’informazione, e gli assistenti virtuali, in particolare il rapporto che hanno instaurato con loro utenti, suggeriscono qualche indizio e ci mettono in guardia sulle conseguenze, per ora solo potenziali, di un uso scorretto di questa potentissima tecnologia.

video marketing

Vuoi lavorare con i Ninja? Cerchiamo un Videomaker!

Ninja Academy, la scuola che sta rivoluzionando l’alta formazione professionale rendendola accessibile e democratica, vuole ampliare il team. Cerchiamo un Videomaker: entrerai in contatto con i principali team in Ninja Academy, ma anche con professionisti del marketing digitale, manager e CEO.

Videomaker

La risorsa lavorerà a contatto con i Ninja del Create! Dojo di Salerno, pertanto saranno privilegiati i candidati residenti in questa città o in aree limitrofe. Dovrà occuparsi di gestire ed editare i progetti video del catalogo formativo Ninja Academy.

Cerchiamo una persona motivata, con la passione per il digitale e per la formazione: lavorare coi Ninja è un vero e proprio stile di vita, perché è un’azienda che investe nei tuoi obiettivi personali e professionali: avrai strumenti per costruire il tuo portfolio e lavorerai al centro dell’industria digitale in Italia.

Questo lavoro fa per te se:

  • Ti occupi di videomaking e vorresti lavorare ad un progetto continuativo, all’interno di un team affiatato e motivato
  • Vorresti specializzarti ed arricchire le tue competenze lavorando alla produzione ed alla post-produzione di video per l’e-learning
  • Stai cercando una nuova opportunità professionale e vorresti fare carriera in una realtà dinamica e stimolante
  • Vuoi immergerti in una community unica di docenti, professionisti, imprenditori e manager motivati a scambiare conoscenza ed esperienze

Ti occuperai di:

  • Affiancare e/o coordinare le sessioni di registrazione video didattici al Dojo
  • Editare video per l’e-learning, in coordinamento con instructional designer, copywriter, grafici e product manager

Si richiede:

  • esperienza pregressa nel videomaking: gestione e coordinamento di un set video, green screen, luci, audio, etc.
  • Ottima padronanza dei principali software di videomaking quali: FinalCut e/o Premiere e/o altri software professionali
  • Editing e post produzione comprensiva di color e audio correction
  • Ottima conoscenza ed utilizzo dei principali strumenti di lavoro da remoto (Google Drive, Slack etc.)

Plus:

  • Esperienza pregressa nell’e-learning
  • Skill di project management
  • Skill di grafica

Sede di lavoro: Salerno

Il compenso sarà valutato in base all’esperienza e al profilo della risorsa.
Invia la tua candidatura a: career@ninjamarketing.it

Sempre più persone scelgono una alimentazione Plant-Based food (e non è sinonimo di vegan)

  • La filosofia alla base dell’alimentazione plant-based pone le fondamenta sull’eco-sostenibilità e sulla tutela della biodiversità
  • Ciò che la discosta da una dieta vegetariana o vegana è il rifiuto di qualsiasi alimento lavorato industrialmente e la volontà di recupero di tradizioni culinarie fortemente radicate sui territori

___

La crescita della consapevolezza in merito alle criticità delle attuali politiche alimentari, ha generato la nascita nuove tendenze orientate alla sostenibilità, prima tra tutte quella nota come plant-based diet, spesso confusa con diete di tipo vegetariano o vegano.

Plant-based-foods

LEGGI ANCHE: Non bastano gli influencer, l’alimentazione vegetariana è uno stile di vita che va oltre la semplice dieta

In realtà, l’alimentazione cosiddetta plant-based food pone le fondamenta su una filosofia diversa da quella vegan e nasce in risposta ad una crisi ambientale, culturale e sociale senza precedenti, con un focus sulla sostenibilità e uno sfruttamento delle risorse nel rispetto dei naturali bioritmi.

Negli ultimi anni si continua a parlare sempre di più della necessità di una svolta sostenibile e un radicale ripensamento degli attuali stili di vita delle popolazioni dei paesi industrializzati, nell’ottica di una redistribuzione delle ricchezze su scala mondiale e sopratutto della salvaguardia dell’ambiente.

Diversi studi divulgati negli ultimi anni, hanno individuato proprio nel cibo e in un cambiamento delle politiche alimentari il punto da cui ripartire per far fronte a un’emergenza ambientale e politica che non può più essere ignorata.

Le direttive previste dagli accordi internazionali dovrebbero porre al centro la tutela della biodiversità e la valorizzazioni delle culture locali, favorendo la produzione alimentare su piccola scala, al fine di preservare l’integrità degli ecosistemi.

Plant-based-food

Plant-based diet, un trend in crescita

La prima cosa da sapere è che la filosofia alimentare plant-based non è categorica sull’abolizione del consumo di carne come il vegetarianismo o il veganismo, nonostante la stragrande maggioranza delle persone che adotta questo stile di vita decida di eliminare i derivati animali dalla propria alimentazione.

Il criterio che orienta la scelta è più improntato sulla provenienza degli alimenti e sulle modalità di produzione, in primis le diete plant-based prevedono l’eliminazione di ingredienti lavorati a livello industriale, compresi farine e zuccheri raffinati.

Chi aderisce a questo filone di pensiero, è tendenzialmente considerato un consumatore attento e consapevole, le cui scelte alimentari sono influenzate da una serie di fattori che vanno dalla responsabilità sociale delle imprese produttrici alla tracciabilità dei circuiti di distribuzione.

Plant-based-food

Alcuni dati riportati da Forbes, all’inizio della scorsa estate, evidenziano importanti volumi di crescita e testimoniano che questo mercato sta conoscendo una forte espansione, abbandonando progressivamente lo status di fenomeno di nicchia.

Il lento declino della biodiversità e dell’identità culturale

Il principio cardine che orienta un approccio alimentare sostenibile è la tutela della biodiversità e degli ecosistemi in quanto fondamenta dell’esistenza umana.

Di pari passo è necessaria una valorizzazione delle culture locali sul piano agro-alimentari che coniughi i saperi della tradizione con le innovazioni della scienza moderna, al fine di garantire la sopravvivenza dei bioritmi naturali delle specie animali e vegetali che abitano quel territorio.

Ovviamente quando parliamo di biodiversità facciamo riferimento alla biodiversità creata dall’uomo e dunque parte integrante dell’identità culturale di ogni comunità. È proprio questa che è in uno stato di pericoloso declino.

Secondo alcuni dati riportati in uno documento pubblicato dall’associazione Slow Food, da quando sono nate le prime pratiche agricole, circa 15000 anni fa, approssimativamente 10000 specie viventi siano state usate dall’uomo per alimentarsi.

Plant_based_food

Ad oggi, si stima che 120 specie coltivate forniscono il 90% degli alimenti di origine vegetale in commercio nelle grandi catene di distribuzione; mentre 4 tipi di colture (frumento, riso, mais e patata) e 3 specie animali (bovini, suini, polli) assolvono più del 50% del fabbisogno alimentare di un uomo adulto.

Nell’arco di un secolo i dati relativi alla perdita in termini di diversità genetica sono allarmanti: circa il 97% delle varietà vegetali disponibili all’inizio del XX secolo, oggi sono da considerarsi estinte.

Ripartire dall’educazione per rendere consapevoli i consumatori di domani

Il quadro attuale rivela l’esigenza di un approccio “olistico” che ponga come valore assoluto la sovranità alimentare, definita da Slow Food come: “diritto dei popoli ad alimenti nutritivi e culturalmente adeguati, accessibili, prodotti in forma sostenibile ed ecologica, e anche il diritto di poter decidere il proprio sistema alimentare e produttivo”.

In altre parole, gli Stati dovrebbero creare le condizioni favorevoli allo sviluppo della produzione su piccola scala, evitando la totale dipendenza dal commercio internazionale.

Plant_based_food

Parlare di approccio olistico significa parlare di un tipo di approccio che tenga conto di una serie di componenti, tutte di pari importanza, promuovendo un’ottimizzazione nello sviluppo delle risorse, il dialogo tra le culture e valori di tolleranza, cooperazione e partecipazione.

Per contrastare la crisi sociale e ambientale in atto è possibile agendo sui territori e proponendo un nuovo paradigma produttivo che metta l’essere umano al centro di un contesto naturale in cui siano presi in considerazione i suoi reali bisogni biologici, i suoi valori etici e la sua identità culturale.

Il trampolino di lancio di questo complesso processo di sensibilizzazione e consapevolizzazione può essere solo il sistema scolastico, mediante un percorso educativo fondato su valori legati alla sostenibilità, senso d’appartenenza alla propria comunità, rispetto per l’ambiente in quanto bene comune, tolleranza e dialogo.

Come migliorare la produttività con le app se sei un Social Media Manager

  • Le app a portata di mano: dall’editing di immagini a quelle di progettazione grafica, dalla gestione delle attività alla traduzione delle lingue
  • Ecco la selezione di applicazioni per la produttività che un buon social media manager, dovrebbe assolutamente avere

___

La velocità è tutto. Far attendere un cliente non è più permesso. Non importa se ci troviamo nel bel mezzo di una riunione oppure su un treno diretti da qualche parte. In un mondo sempre più frenetico, i professionisti della comunicazione e del marketing sono chiamati a garantire contenuti di qualità in tempi brevi, spesso lavorando da remoto su piattaforme mobile.

LEGGI ANCHE: Le app e i tool che ti servono per continuare a studiare e lavorare anche in spiaggia

Sono tante e diverse le applicazioni che un buon marketer non può non avere nella sua cassetta degli attrezzi virtuale. Questi tools, disponibili in versione gratuita oppure con feature a pagamento, permettono di essere completamente operativi ovunque ed in qualsiasi momento.

12 applicazioni che un marketers non può non avere

Toolbox per Social Media Manager

I professionisti della comunicazione e del marketing si trovano a gestire aspettative diverse dei propri clienti, che la tecnologia ha ormai reso onnipotenti. 

“Oggi i clienti sanno che l’impossibile è diventato possibile. L’assurdo è fattibile; i sogni si sono tramutati in realtà”

afferma Andy Bond, AD di Pepkor Europe.

Diventa sempre più importante, se non essenziale, avere a disposizione gli strumenti giusti. 

1. Tonic

10 app di produttività che un buon marketers non può non avere

Tonic permette di creare un flow personalizzato di news basato su preferenze ed interessi, in alternativa ai social media e alle breaking news. L’applicazione crea una raccolta giornaliera su misura di cinque articoli a partire da una selezione di notizie di interesse fatta dall’utente.

Se vuoi andare ancora oltre e avere un’intera redazione a tua disposizione che seleziona per te le notizie più interessanti del giorno su Business, Marketing e Innovazione, allora non puoi non conoscere Ninja PRO Information, l’abbonamento Ninja per darti i superpoteri dell’informazione.

2. Evernote10 app di produttività che un buon marketers non può non avere

Evernote è la celebre app per prendere appunti in grado di organizzare praticamente tutto in pratici taccuini: testi, immagini, audio o un mix. L’applicazione permette inoltre il riconoscimento ottico dei caratteri, rendendo così ricercabile il testo nelle immagini.

Se non l’hai ancora scaricata (è uno strumento noto ormai da anni), ti consigliamo di farlo e di iniziarla a testare.

3. IFTTT

10 app di produttività che un buon marketers non può non avere

IFTTT, che significa “if this, then that”, ti aiuta a creare automazioni personalizzate tra vari servizi e dispositivi online senza alcuna esperienza di codifica. L’app semplifica la configurazione autonoma di queste applet o l’implementazione di quelle create dalla comunità.

IFTTT è particolarmente utile per il controllo di dispositivi domestici intelligenti e può tornarti utile per dare spazio alla creatività unendola alla tecnologia.

4. Otter Voice Notes

10 app di produttività che un buon marketers non può non avere

Otter è un innovativo servizio di registrazione e trascrizione automatica che funziona in tempo reale, permettendo di ottenere registrazioni di conversazioni o riunioni.

L’app di Otter è fluida, ben progettata e rapida da utilizzare, il che la rende ideale per studenti e professionisti che si affidano ai propri dispositivi mobili per il proprio lavoro. L’app integra anche altre funzionalità come l’identificazione vocale dei relatori di conversazioni incrociate, eccellenti strumenti di ricerca e modifica delle trascrizioni.

5. Envision Al

Envision AI è un’applicazione che traduce il mondo visivo in parole pronunciate, sviluppata per aiutare le persone non vedenti e ipovedenti a condurre una vita più indipendente.

Utilissima per dare vita ai tuoi progetti in ottica di inclusività.

6. Snapseed

10 app di produttività che un buon marketers non può non avere

Sviluppata da Google, Snapseed è un editor fotografico di immagini, completo e professionale sia per iPhone che Android.

L’app mette a disposizione tanti strumenti, tra cui i classici filtri correzione, pennello, struttura, HDRM, trasforma, vintage, bianco e nero, volto e non solo. Inoltre, permette di modificare i file DNG RAW e salvare in modalità non distruttiva.

7. Flow

10 app di produttività che un buon marketers non può non avere

Flow è un’app, sviluppata da Moleskine, che porta l’esperienza del notebook su iOS. Permette di creare disegni semplici, disegni complessi e bellissime note sul tuo iPad o iPhone a partire da un set di strumenti virtuale in modo da non dover regolare colori, dimensioni e stile.

Il vecchio taccuino tradotto in digitale, insomma.

8. Pocket10 app di produttività che un buon marketers non può non avere

Pocket è un applicazione che permette di salvare articoli, immagini e video per una lettura successiva. Con la stretta integrazione tra Pocket e gli strumenti di condivisione, è possibile mettere in tasca praticamente qualsiasi contenuto dal tuo telefono.

9. Spectre

10 app di produttività che un buon marketers non può non avere

Spectre è un applicazione per fotocamera che utilizza l’intelligenza artificiale per creare fotografie a lunga esposizione. Permette inoltre di rimuovere le folle, trasformare le strade cittadine in fiumi di luce, modificare cascate come fossero dipinti, e altro ancora.

Perfetta per foto da urlo su Instagram.

10. Post-it

10 app di produttività che un buon marketers non può non avere

LEGGI ANCHE: Poche e sempre le stesse: scarichiamo tutti le solite vecchie app

L’app di Post-it ha rilasciato un aggiornamento che include il riconoscimento della grafica. Cattura fino a 200 singoli Post-it quadrati alla volta con la fotocamera e permette di creare raccolte, combinando idee da tutte le schede.

Per passare direttamente dal brainstorming al progetto.

Chi sono gli organic influencer e perché sembrano essere il futuro dell’Influencer Marketing

  • I post degli influencer hanno, secondo le statistiche, un tasso medio di coinvolgimento minore rispetto a quelli degli utenti (un dato spiegato però anche dal numero superiore di impression)
  • I cosiddetti organic influencer sono persone reali che condividono un contenuto spontaneo sul loro profilo social, dopo aver acquistato un servizio da parte di un brand
  • Originalità e autenticità sono la base per alimentare una community appassionata

___

Siamo entrati da poche settimane nel 2020, un nuovo anno durante il quale l’Influencer Marketing sarà ancora tra i principali protagonisti nel mondo della comunicazione digitale. Secondo il Global Trust Report di Nielsen, ben il 46% di noi si lascia guidare dal parere degli influencer online.

Dal punto di vista delle aziende, poi, la maggior parte di quelle che utilizzano una strategia di Influencer Marketing vede un aumento di sette volte del ROI.
Ma possiamo già evidenziare alcune differenze rispetto al decennio appena concluso, dovute principalmente al cambio del target di riferimento della maggior parte dei grandi brand, ovvero il passaggio dai millennial alla generazione Z.

Abbiamo già ampiamente parlato delle principali differenze tra queste due generazioni, ma in ora ci soffermiamo su una in particolare: la capacità della GenZ di riconoscere subito un contenuto fake e pretendere dagli Influencer genuinità e autenticità. La conseguenza è che un numero sempre maggiore di utenti diffida sempre di più delle big celebrities o degli influencer con milioni di follower.

Il problema quindi sembra proprio essere una mancanza di fiducia da parte del consumatore, come sottolinea il Report 2019 “Consumer & Marketer Perspectives on Content in the Digital Age” prodotto da Stackla.

Quali sono le statistiche principali che emergono?

Prima di tutto, il 90% dei consumatori dichiara che l’autenticità è il fattore più importante sul quale basare le proprie scelte di consumo.

Risulta che per gli utenti gli UGC sono contenuti più autentici rispetto ai contenuti prodotti dagli Influencer, mentre i marketer pensano esattamente il contrario, nonostante il 79% degli intervistati dichiari che gli UGC abbiano il potere di influenzare le loro decisioni di acquisto.

Solo il 13% invece ammette di essere influenzato dai Branded Content.  

LEGGI ANCHE: Cosa dovremmo aspettarci dall’Influencer Marketing nel 2020

Inoltre, non dimentichiamoci che la rapida saturazione del mercato degli influencer non ha aiutato in questo senso, in quanto sono cresciuti esponenzialmente gli influencer wannabe che hanno ingannato gli utenti con l’acquisizione di fake follower e collaborazioni poco chiare con i brand. 

Non è un caso quindi che gli influencer con un numero maggiore di follower abbiano un minore tasso medio di coinvolgimento, come risulta dal report “The State of Influencer Marketing 2019” dell’Influencer Marketing Hub. Al contrario invece, risulta che i post reali dei consumatori raccolgano un maggior numero di interazioni, in quanto percepiti come più autentici. 

Dall’analisi di questi dati possiamo dedurre non solo che il mercato degli Influencer si stia spostando maggiormente verso i micro e nano-influencer, ma addirittura che sia nata una nuova categoria, ovvero quella degli influencer organici.

Persone vere = influenza reale

Gli organic influencer sono persone reali che, dopo aver acquistato prodotti e/o servizi da un brand, condividono un contenuto spontaneo sui loro profili social. Non c’è un numero minimo di follower dal quale partire, in questo caso quello che conta è la passione, l’autenticità e ovviamente il livello di engagement prodotto. Spesso si tratta di contenuti prodotti dalle stesse celebrities, ma senza alcun tipo di accordo con il brand.

Qualcuno potrebbe obiettare che si tratta di semplici user generated content, assolutamente non una novità sui social, in particolare su Instagram.

E se si trattasse di una evoluzione del concetto di UGC? Non più un banale contenuto pubblicato da un utente ma un vero e proprio strumento in mano al brand per aumentare la sua credibilità, capace di influenzare la community senza la necessità di investire in campagne di Influencer Marketing.

Con gli influencer organici infatti il contenuto non è più pagato dal brand ma in un certo senso è “guadagnato”, perché creato spontaneamente dall’utente contento del prodotto e/o servizio.

Per fare maggiore chiarezza, possiamo dare alcune definizioni utili:

  • macro-influencer: si tratta in genere di celebrità o utenti social molto popolari che hanno decine di migliaia, a volte milioni di follower. A causa della loro forte domanda e dei prezzi di mercato, i brand più piccoli di solito non riescono a lavorare con loro. I macro-influencer sono tenuti a informare i follower delle partnership (attraverso hashtag specifici), poiché quei post sono a tutti gli effetti delle forme di pubblicità dalle quali percepiscono reddito.
  • Micro-influencer: si tratta di “persone normali” con una media di 10.000 follower o meno. Sono la scelta preferita per i marchi nei mercati di nicchia, dove l’influenza spesso dipende dalla qualità piuttosto che dalla quantità delle interazioni.
  • Brand advocate (sostenitori del marchio): sono persone nella community online che adorano il brand; non sono necessariamente influenti. Condividono i contenuti del marchio, interagiscono spesso con le pagine aziendali e condividono recensioni dei prodotti senza essere motivati ​​dal denaro o da qualsiasi altro tipo di compenso. La loro motivazione principale è essere in grado di interagire regolarmente con il brand.
  • Influencer organici: sono in un certo senso il risultato della trasformazione degli influencer in sostenitori del marchio. Sono la scelta perfetta per i brand con risorse limitate in quanto questi influencer promuovono il brand e i prodotti semplicemente perché hanno un ottimo rapporto con loro.

Un esempio di organic influencer su Instagram? In questo post, Natalie Portman elogia apertamente un film per i suoi fan. Sembra un post genuino ed è improbabile che i produttori del film l’abbiano pagata.

Come integrare gli organic influencer nella propria strategia?

Il marketing degli influencer organici, quindi, si verifica quando gli influencer di qualsiasi dimensione menzionano o promuovono un marchio senza un contratto di campagna a pagamento. Spesso, questi influencer sono già fan di un determinato marchio o provano un nuovo marchio e condividono questa esperienza con i loro follower senza essere stati in contatto con il marchio prima.

Il marketing degli organic influencer sembra molto più affidabile per i follower perché sono più simili a un passaparola di un esperto fidato.

Ovviamente non tutti questi contenuti spontanei sono allineati all’immagine del brand, per questo potrebbe sorgere la necessità di indirizzare in qualche modo gli utenti e gli influencer. Ad esempio, chiedendogli di pubblicare contenuti focalizzati su uno specifico tema in occasione del lancio di una campagna stagionale o di un nuovo prodotto.

Sviluppare e alimentare una community appassionata e impegnata a contribuire con contenuti originali e autentici è sicuramente un modo efficace per ottenere nello stesso momento sia quantità che qualità, ma soprattutto aiuta a conquistare la fiducia dei target più difficili, come può essere la generazione Z. 

Gli effetti di Instagram sulla famiglia reale inglese (e cosa potrebbe accadere ora)

  • Dopo l’annuncio dell’addio alla Royal Family, i duchi di Sussex modificano i loro rapporti con la stampa e la gestione dei social media
  • Tra le possibili future fonti di reddito, oltre alla vendita di prodotti con marchio Sussex Royal, potrebbero anche esserci programmi tv e serie su canali in streaming

La scorsa settimana la regina Elisabetta II ha annunciato di essere “solidale” con il principe Harry e sua moglie Meghan, che vogliono crearsi “una nuova vita” pianificando di abbandonare i loro doveri reali, per sostenersi in modo autonomo e dividere il loro tempo tra la Gran Bretagna e il Nord America.

La dichiarazione della regina ha lasciato molte domande senza risposta, tra cui anche chi pagherà per il mantenimento o se possano raggiungere l’indipendenza finanziaria senza “commercializzare” la monarchia.

La scelta di Harry e Meghan – colpevole di un grave peccato agli occhi del popolo inglese, quello dell’ipocrisia – potrebbe inoltre costituire un precedente per le generazioni future della famiglia reale.

 

Visualizza questo post su Instagram

 

“After many months of reflection and internal discussions, we have chosen to make a transition this year in starting to carve out a progressive new role within this institution. We intend to step back as ‘senior’ members of the Royal Family and work to become financially independent, while continuing to fully support Her Majesty The Queen. It is with your encouragement, particularly over the last few years, that we feel prepared to make this adjustment. We now plan to balance our time between the United Kingdom and North America, continuing to honour our duty to The Queen, the Commonwealth, and our patronages. This geographic balance will enable us to raise our son with an appreciation for the royal tradition into which he was born, while also providing our family with the space to focus on the next chapter, including the launch of our new charitable entity. We look forward to sharing the full details of this exciting next step in due course, as we continue to collaborate with Her Majesty The Queen, The Prince of Wales, The Duke of Cambridge and all relevant parties. Until then, please accept our deepest thanks for your continued support.” – The Duke and Duchess of Sussex For more information, please visit sussexroyal.com (link in bio) Image © PA

Un post condiviso da The Duke and Duchess of Sussex (@sussexroyal) in data:

Dall’addio alla Royal Rota al brand “Sussex Royal”

Secondo quanto riportato sul sito ufficiale, in seguito alla decisione di adeguare il loro modello di lavoro nel 2020, i duchi modificheranno innanzitutto “la loro politica in materia di relazioni con i media per riflettere i loro nuovi ruoli. La loro sincera speranza è che questo cambiamento darà al Duca e alla Duchessa la possibilità di condividere le informazioni più liberamente con il pubblico”.

Meghan e Harry rinunciano così di fatto al sistema della Royal Rota, istituita più di 40 anni fa come un modo per dare ai media britannici un accesso esclusivo all’interno degli impegni ufficiali dei membri della famiglia reale.

Sono poi i media che fanno parte di questo sistema, come il Daily Mail, il Daily Mirror, il Telegraph, a condividere il materiale con altri membri della stampa. In pratica, i giornali della Royal Rota ricevono delle anteprime (da cui evidentemente traggono profitto), che poi sono tenuti a condividere anche con il resto della stampa.

Secondo quanto riportato sul sito, i corrispondenti reali britannici sono considerati a livello internazionale come fonti credibili sia del lavoro dei membri della famiglia reale che della loro vita privata ed è questo malinteso che spesso amplifica a livello globale dichiarazioni erronee.

“Il duca e la duchessa credono in un’industria dei media libera, forte e aperta, che sostiene l’accuratezza e favorisce l’inclusione, la diversità e la tolleranza. Sia il duca che la duchessa hanno collaborato con media come Time Magazine, National Geographic, The Daily Telegraph, British Vogue e vari altri. Le loro altezze reali riconoscono che i loro ruoli come membri della famiglia reale sono soggetti a interesse e accolgono con favore i resoconti dei media accurati e onesti […]. Allo stesso modo, come ogni membro della società, apprezzano anche la privacy come individui e come famiglia”.

Una stoccata quindi anche alla stampa, che ha il gusto amaro del ricordo della morte di Lady D.

I duchi continueranno comunque ad essere presenti sui social e condivideranno di più e in modo più diretto proprio su questi canali, secondo quanto dichiarato. Si può anche ipotizzare che Meghan possa riprendere le pubblicazioni sul suo blog di lifestyle, The Tig, sul quale prima del fidanzamento si occupava di moda, alimentazione, salute, fitness, viaggi.

Secondo quanto riportato da diverse fonti nei giorni scorsi, Harry e Meghan hanno già escogitato un modo per pagare quella che è stata definita come “Megxit” – un avvenimento che potrebbe essere a tutti gli effetti molto più rapido della Brexit, nonostante l’etichetta reale e il velato dissenso della regina -, registrando il loro marchio “Sussex Royal” per più di 100 articoli.

I registri dell’Ufficio per la proprietà intellettuale del Regno Unito mostrano che lo scorso giugno la coppia ha presentato tutte le carte per un possibile impero finanziario, basato innanzitutto sul merchandise.

Tra gli articoli: abbigliamento, cartoleria, fotografie e forse anche un giornale o una rivista.

Il brand, è stato chiarito, continuerà ad essere utilizzato nonostante la rinuncia al titolo di HRH (altezze reali), anche se secondo alcune fonti il marchio si riferirà solo alla fondazione di beneficenza, The Foundation of the Duke and Duchess of Sussex, annunciata dalla coppia e non alle attività commerciali.

“Indubbiamente, si tratterà di un fatturato da milioni di sterline”, ha dichiarato l’esperto di retail Andy Barr al Daily Mail, riguardo alle possibili previsioni commerciali, stimando entrate per oltre 500 milioni di sterline.

LEGGI ANCHE: Il debutto su Instagram della Regina Elisabetta è un successo che fa concorrenza ai più quotati influencer

I duchi di Sussex come gli Obama, su Netflix

Se il suffisso del sito web dei duchi del Sussex, un .com e non un .uk come ci si sarebbe aspettati, può già dare un’idea dell’apertura a una “commercializzazione” dei propri personaggi, Meghan Markle e il principe Harry potrebbero dare il via a una guerra di offerte per la realizzazione di una serie TV su di loro, sulle orme di Barack e Michelle Obama, che si sono assicurati un accordo milionario con Netflix.

Nel frattempo, comunque, Meghan Markle avrebbe siglato un accordo di doppiaggio come voce fuori campo con Disney: pochi dettagli sono noti sul progetto, a beneficio di Elephants Without Borders. Non è la prima volta che Harry e Meghan interagiscono con Disney, dato che l’estate scorsa avevano partecipato alla premiere europea di The Lion King, e sul loro account Instagram avevano condiviso alcune immagini e la notizia di una donazione della casa di produzione.

Proprio in quella occasione, tra l’altro, sarebbe stato girato un discusso video, nel quale Harry “raccomandava” Meghan come doppiatrice al boss della Disney Bob Iger. E in effetti pochi mesi dopo Meghan sarebbe entrata a far parte di progetto Disney.

Il Daily ha recentemente pubblicato anche nuovi filmati che mostrano la coppia parlare con il regista del film Jon Favreau, Beyoncé e il marito Jay-Z. Anche in questa occasione il principe si sarebbe lanciato nelle lodi della moglie, per conquistare il suo ristretto pubblico e puntare a un possibile ingaggio.

 

Visualizza questo post su Instagram

 

This evening, The Duke and Duchess of Sussex attended #TheLionKing European premiere in London at the Odeon Theatre. In celebration of the film’s release, The Walt Disney Company announced #ProtectThePride, a global conservation campaign to support efforts protecting the rapidly diminishing lion population across Africa. As a part of their commitment to this cause, Disney also made a donation to The Duke of Sussex’s upcoming environment & community initiative which will be formally announced this autumn. The Duke and Duchess are committed to advancing conservation efforts across Africa and around the world, and working with communities to ensure a sustainable future for the planet. This evening Their Royal Highnesses had the pleasure of meeting the cast and creative team behind the film, as well as supporters of @africanparksnetwork, of which The Duke is President. Photo credit: PA images / Getty images – Chris Jackson

Un post condiviso da The Duke and Duchess of Sussex (@sussexroyal) in data:

Stando ai rumors, il duca e la duchessa del Sussex potrebbero ora firmare un accordo da 100 milioni di dollari con una piattaforma di streaming per produrre film e serie televisive che perseguono le loro cause.

Tra le ipotesi anche una serie con Oprah Winfrey per Apple che potrebbe esplorare la salute mentale, dato che Harry ha parlato apertamente delle sue lotte per questo tipo di problemi.

Anche il podcasting potrebbe rivelarsi un canale attraente per la coppia, molto attente alle cause ambientaliste, con ipotesi di collaborazioni con Spotify.

Ma tra le opportunità più redditizie ci saranno senz’altro le sponsorizzazioni di brand e linee di moda, e chissà magari la possibilità di imporsi come influencer, visto l’annuncio del nuovo approccio “disintermediato” ai social media, Instagram in primis.

LEGGI ANCHE: Addio alla corona: ecco come hanno reagito i brand alla #MegExit

Continueremo a seguire questo case study, così disruptive e apparentemente paradossale: due tra gli individui più famosi al mondo, già dotati di sconfinate risorse economiche, si staccano per sempre dalla famiglia reale per inseguire ancora più fama ed una fantomatica indipendenza economica.

Hanno oltre dieci milioni di follower su Instagram, marchi registrati e ora la libertà: staremo a vedere cosa costruiranno.

I miti sulla creatività a cui dovremmo smettere di credere per liberare il nostro potenziale

  • La creatività, anche se non insegnata sui banchi di scuola, risponde a determinate regole tecniche, pratiche e di comportamento
  • Quando parliamo di creatività non dobbiamo riferirci solo ad ambiti fantasiosi o a soluzioni stravaganti. L’obiettivo della creatività, soprattutto oggi, è la ricerca e la realizzazione di idee che abbiano valore e che siano efficienti e funzionanti

___

Oggi più che mai, in ogni ambito professionale, si ricercano le figure creative. Ma chi sono, dove si nascondono e come vengono definiti i creativi?

Alcuni li immaginano come creature mitologiche, metà unicorno e metà distributore automatico di fantasia. In realtà, tutti possiamo esserlo o potremmo diventarlo, basti tener presente che la creatività risponde a determinati processi tecnici e strategici.

La società, la tecnologia e molte professioni ci hanno mostrato l’eccezionalità di idee, applicazioni e creazioni come frutto di un pensiero fuori dal normale, come un’intuizione extra-ordinaria. Un imprenditore, un designer, artista o pubblicitario: il creativo diventa il protagonista del mondo, capace come pochi di aver saputo trovare la chiave per cambiare il punto di vista attorno a noi. Ma dietro c’è molto di più.

La predisposizione al diverso è sicuramente quella pulsione in più, quella abilità fondamentale per sviluppare varietà di idee, ma di certo non si può trasformare da sola in creatività.

LEGGI ANCHE: 27 consigli per combattere il blocco creativo

creatività- ninja marketing

Ma quindi, cos’è la creatività e cosa significa essere creativi? La tematica è ampia e spesso trattata con superficialità, possiamo però provare a sfatare alcuni miti a riguardo.

La creatività è una dote per pochi eletti

Il talento non è tutto. La creatività non è una dote degli “illuminati”: fa parte di un lungo processo che ognuno di noi potrebbe seguire per raggiungere gli obiettivi prefissi. Le costanti fondamentali che guidano questo processo sono il tempo e l’impegno.

Forse per questo non tutti riusciamo ad essere creativi. Succede spesso, in ogni ambito comunque, di avere poca costanza e di voler sbrigare tutto e subito, trovare una soluzione nel minor tempo possibile. Il tempo è invece nostro alleato e va a braccetto con l’impegno e la dedizione verso un’idea, o meglio verso il processo che genera un’idea funzionante.

Creatività è sinonimo di nuovo

Ideare qualcosa di nuovo e mai pensato è di sicuro un vantaggio ma è doveroso ricordare che l’autenticità non spesso coincide con funzionalità.

Creatività è pensare le cose in modo diverso, originale, trovare una soluzione alternativa o rielaborare qualcosa che è già efficiente. Trovare nuove combinazioni per idee già esistenti, aggiungere, migliorare, diversificare: essere creativi significa giocare con l’autenticità e riuscire a dare un nuovo valore a qualcosa che magari già conosciamo.

È il lampo di genio

Avere creatività non significa avere frequenti lampi di genio. Certo, l’illuminazione improvvisa e geniale potrebbe anche arrivare, ma deve essere sempre supportata da altre variabili che diano modo all’idea di generarsi e di funzionare in ogni relativo ambito.

Il lampo di genio, o meglio il lampo di processo, dovrebbe arrivare dopo aver analizzato la situazione ed aver seguito una strategia che valuti e soprattutto metta in discussione l’idea stessa. Trovare motivazioni a supporto o soluzioni a possibili falle dell’idea significa mettere in discussione prima di chiunque altro la veridicità del progetto.

processo creativo-ninja marketing

LEGGI ANCHELa singolarità tecnologica renderà l’uomo “obsoleto” (ma la creatività può salvarlo)

Concentrare tutte le attenzioni sull’idea

Il processo creativo non si conclude in breve tempo ma neanche dopo una maratona di brainstorming.

La mente ha bisogno di “cambiare aria” per evitare di rimanere incastrata in elaborazioni viziate. Avere a lungo sott’occhio un percorso guidato da suggerimenti e informazioni rischia di influenzare il nostro pensiero finendo di incanalarci in un’unica strada che impedisce di vedere delle alternative.

Potrebbe sembrare una perdita di tempo ma per sbloccare la mente è utile uscire e fare una passeggiata. Guardarsi attorno, tendere lo sguardo più lontano, dedicarsi ad altro, stimolerà il pensiero e ulteriore creatività verso diverse soluzioni.

creatività- miti a cui non dovremmo credere- ninja marketing

Innamorarsi perdutamente della propria idea

Capita molto spesso, soprattutto nell’ambito pubblicitario. Avere un’idea favolosa e talmente originale di cui ci si innamora. Anche se nata da un processo di elaborazione creativo, che assume un senso e che per noi ha piena validità, purtroppo in alcuni casi non coincide con la risposta corretta alla domanda che il mercato o il cliente pone.

Combattere per quella idea può rivelarsi fallimentare. Meglio far riposare l’idea: lasciarla ferma, scritta e motivata su un foglio per poi riaffrontarla e rivalutarla il giorno seguente. Liberata la mente si riuscirà di sicuro a essere più obiettivi e a valutare ciò che è stato creato con maggiore distacco.

Essere creativi significa anche rinunciare a ciò che per noi è “egoisticamente” perfetto ma che non corrisponde alla percezione o al valore che gli altri attribuiscono alla stessa idea.

Avere creatività per smettere di imparare

Per essere creativi non è necessario possedere un titolo di studio. Nonostante questo, è importante ricordare che senza tecnica, esperienza ed allenamento non si va da nessuna parte.

Probabilmente la creatività non si insegna a scuola ma i libri fondamentali di cui non potremmo fare mai a meno sono quelli della curiosità, della passione, dell’esercizio e dell’attenzione verso quello che abbiamo attorno. Creatività significa non smettere mai di imparare, sognare e trovare soluzioni utili e di valore.

Una considerazione in più sulla creatività

Nel 1968, George Land (con Beth Jarman) condusse una ricerca per testare la creatività di 1.600 bambini di età compresa tra i tre e i cinque anni che erano stati iscritti a un programma Head Start – un progetto per promuovere la prontezza scolastica dei bambini provenienti da famiglie a basso reddito per sostenere il loro sviluppo in modo globale.

Lo stesso test di creatività fu utilizzato alla NASA per aiutare a selezionare ingegneri e scienziati innovativi. La valutazione funzionò così bene che Land decise di provarlo sui bambini, testando nuovamente gli stessi bambini a 10 anni e di nuovo a 15 anni.

Il test puntava a esaminare un problema e trovare idee nuove, diverse e innovative. I risultati furono sorprendenti: la percentuale di persone che al “Livello Genio” erano

  • tra i 5 anni: 98%
  • tra i 10 anni: 30%
  • tra i 15 anni: 12%

Con lo stesso test somministrato a 280.000 adulti (età media di 31 anni) la percentuale era del 2%.

Secondo Land, la ragione principale di questo risultato è che ci sono due tipi di processi di pensiero quando si tratta di creatività:

  • pensiero convergente:  giudichi le idee, le critichi, le raffini, le combini e le migliori. Tutto ciò accade nel tuo pensiero cosciente
  • Pensiero divergente: immagini nuove idee, originali che sono diverse da ciò che è venuto prima, ma che possono essere difficili da individuare subito. Spesso si tratta di un processo inconscio.

A scuola si tende a insegnare ai bambini a usare entrambi i tipi di pensiero allo stesso tempo. In realtà questo è impossibile, o almeno molto difficile.Bisognerebbe invece permettere alle persone di dividere i loro processi di pensiero nei vari stati diversi, per renderli più efficaci.

Il modo migliore per farlo è quello di passare da un primo stadio in cui liberare la mente facendo fluire le idee, e solo in seguito sedersi per valutarle e iniziare a lavorare su quelle che si ritiene possano essere le migliori.

Week in Social: dal nuovo feed di TikTok allo sticker Maps di Instagram

Bentornato alla nostra Week in Social. A colpi di instant marketing e #MegExit, è trascorsa un’altra settimana e, come sempre, siamo qui per aggiornarti sulle novità dal mondo dei social.

Instagram introduce lo sticker Maps e porta i DM su desktop

Partiamo con Instagram. La app sta lavorando a un nuovo sticker per le Stories. Si chiamerà ‘Maps‘.

Come puoi vedere nell’esempio, lo sticker mostrerà una mappa e un indicatore di posizione. Per ovvi motivi di privacy, non sarà possibile ingrandire la mappa fino a localizzare esattamente dove sei. È solo un modo per far sapere dove ti trovi e condividere cosa stai facendo in qualsiasi momento.

Passiamo alla seconda feature della settimana. Annunciata a febbraio dello scorso anno, Instagram ha ora confermato che inizierà un roll-out che permetterà l’accesso ai direct message da desktop.

Prima che sia disponibile a tutti, ci vorrà del tempo. Non vediamo l’ora di usare questa nuova funzione!

Facebook e la privacy

Nonostante gli ultimi aggiornamenti di Facebook, la questione della privacy resta spinosa e piena di interrogativi. Ma Mark non si dà per vinto e anche questa settimana introduce una feature che ti permetterà di controllare con maggiore cura i brand che stanno utilizzando i tuoi dati per fare advertising. Parola di Rob Leathern, product director di Facebook.

Sarà possibile scambiarsi soldi su Twitter?

Dopo anni di critiche per l’incapacità nell’adeguare la piattaforma ai tempi e modi richiesti dagli utenti, pare che Twitter si stai lanciando con passo svelto verso l’innovazione. Quali cambiamenti vedrai a breve?

1. Tipping in Tweets. Twitter sta prendendo in considerazione la possibilità di permettere alle persone di scambiarsi soldi via tweet.
2. Disincentives for Trolls. Ovvero la lotta ai contenuti anti-social.
3. Suggestions for Lists. Cioè suggerimenti di account in linea con i contatti salvati nelle tue liste.

Restiamo sintonizzati per scoprire quali saranno le prossime mosse della piattaforma.
Intanto, sappiamo cosa non accadrà. E non è una bella notizia. In una intervista a Wired, il Ceo Jack Dorsey ha dichiarato che il bottone edit, tanto atteso da tutti, non è sul tavolo delle trattative e probabimente mai lo sarà.

Anche le pagine aziendali su LinkedIn avranno il native live-streaming

Quasi un anno dopo aver lanciato l’opzione di native live-streaming, LinkedIn la sta espandendo anche alle pagine aziendali, mentre aggiunge una feature per invitare connessioni personali di primo grado a seguire le pagine aziendali che gestisci.

Fino a oggi, il live-streaming era disponibile solo in USA. Sarà interessante usare questo strumento per promuovere gli eventi o per il lancio di un nuovo prodotto.

TikTok lancia un nuovo feed

Chi non conosce TikTok? Quello che forse non sai è che, secondo quanto riportato dal Financial Times, la app sta lavorando a un flusso di highlights che prevede una nuova organizzazione dei video prodotti da TikTok creators e professionisti.

Il motivo? Permettere ai moderatori un maggiore controllo sulla qualità dei contenuti. E questo rassicura sia chi investe budget per sponsorizzare i propri contenuti nella app – garantendo che non siano affiancati a contenuti “scomodi” – si chi i video li guarda.

Il programma #pinterestwellbeing si espande

Ti ricordi gli esercizi di emotional well-being promossi da Pinterest? La novità di questa settimana è che la app espanderà l’utilizzo del tool ad altri sei paesi: UK, Irlanda, Canada, Australia, Singapore, India, le Filippine, Hong Kong e la Nuova Zelanda. Per cui, se negli ultimi tempi ti sei sentito stressato, triste o in ansia, perché non provare?

Ovviamente, il tool non sostituisce le competenze di un professionista. È solo un piccolo aiuto per gestire meglio le nostre emozioni.

Statistiche utili per dare vita ai contenuti del tuo blog nel 2020

Negli ultimi sei anni, il content marketing è diventato uno degli argomenti più prolifici di Google Trends e un’imprescindibile topic da tenere in considerazione per la strategia digital della tua azienda.

Se il formato conta, i contenuti oggi contano sicuramente di più.

Tuttavia, tutto questo osannare il contenuto ha portato – dai primi anni 2000 ad oggi – ad un proliferare di blog che ha reso il mercato saturo e gli stessi contenutisono diventati quasi indistinguibili all’interno del magma dell’approfondimento. Nel 2019, sono stati scritti oltre 3 milioni di contenuti per i blog e i post di WordPress vengono visualizzati oltre 20 miliardi di volte al mese (sì, perché circa 64 milioni di siti utilizzano la piattaforma WordPress).

Ma, in ogni caso, niente paura! Questo non è affatto il momento di abbandonare il content marketing per praticare nuove strade. Anzi! Bisogna accelerare e trovare nuove tattiche per differenziarsi e avere successo. Ecco perché è necessario tenere a mente alcune statistiche sui blog che ti faranno fare un salto di qualità nel 2020. Iniziamo!

Il blog ha un grande impatto sull’indicizzazione di pagine e link

Secondo Search Engine Journal i blog sono responsabili del 434% in più di pagine indicizzate e del 97% in più di link indicizzati. Ovvio che più contenuti crei e più pagine indicizzi da Google, ma questo vale solo se i tuoi contenuti sono pertinenti al tuo target.

E ancora, secondo altri studi, il conteggio medio delle parole mostrate dalla prima pagina di Google comprende circa 2416 parole, mentre per i risultati della ricerca vocale la media è di 2312.

blog

Scrivere contenuti originali

L’81% degli esperti in marketing punta sui contenuti originali per il proprio blog, quelli che non sono duplicati o ispirati a nessuna fonte, ma vengono creati appositamente per il tuo pubblico e quindi hanno un valore nettamente maggiore.

Ovviamente, creare contenuti originali richiede molto più impegno, creatività e ricerche, ma di sicuro ne vale la pena per acquisire fiducia e una buona reputazione e per superare i concorrenti.

Scrivere contenuti pertinenti

Il 47% degli acquirenti b2b vede dai 3 ai 5 contenuti del tuo blog prima di procedere all’acquisto. Se in questo momento dai uno sguardo al tuo blog – immedesimandoti nei tuoi potenziali clienti – pensi che essi possano rimbalzare da un post all’altro, interessati ai tuoi contenuti, e poi decidere di acquistare un prodotto? Oppure i tuoi contenuti e l’organizzazione di essi spinge i tuoi clienti ad andare altrove?

Per creare contenuti veramente pertinenti devi conoscere il tuo pubblico o quello che pensi possa costituirne la base. Osserva come i tuoi competitor affrontano i tuoi stessi argomenti e fallo meglio! Dai ai tuoi lettori-clienti ciò di cui hanno davvero bisogno. Come fare a capirlo? Mettiti nei loro panni e realizza contenuti utili prima di tutto a te nelle vesti di un cliente, potenziale acquirente.

Inoltre, è inutile creare contenuti lunghi e indistinti. Cerca di guidare i tuoi lettori nella lettura del post facilitandogliela il più possibile. Utilizza sottotitoli e paragrafi contenenti le parole chiave e fai in modo che il tuo articolo possa essere di facile lettura.

Come riutilizzare i contenuti per guadagnare tempo

Il 60% degli esperti in marketing riutilizza i contenuti del proprio blog dalle 2 alle 5 volte. Per creare e perfezionare un post è necessario lavorare almeno quattro ore, per renderlo perfetto. Perché, quindi, sprecare tanto lavoro?

Reinventa i tuoi contenuti, offrili al tuo pubblico a distanza di tempo sotto formati diversi, più appetibili ed evidenziando nuovi punti di vista che alla prima pubblicazione avevi tralasciato. Rendi adeguati i tuoi vecchi contenuti ad un nuovo contesto e ottieni il massimo da ognuno.

Articoli, piuttosto che annunci

Il 70% dei consumatori preferisce conoscere un’azienda tramite articoli, piuttosto che annunci pubblicitari. Il motivo è molto semplice. Anche se pure un articolo – nella maggior parte dei casi – sta cercando di vendere qualcosa, un annuncio lo fa in modo più esplicito e spesso non fornisce contenuti reali, ma si limita ad una call to action costituita da parole chiave che fanno leva sulla propensione all’acquisto di chi lo sta leggendo.

Attraverso un articolo puoi informare i tuoi clienti, insegnargli qualcosa ed educarli, portandoli per mano verso l’acquisto. Oltretutto, i contenuti faranno acquisire fiducia, perché sembrerai davvero competente ai loro occhi. Parti dal titolo: quello perfetto dovrebbe essere lungo dalle 11 alle 14 parole. 

blog

Esternalizza gli autori del tuo blog

Sempre più aziende non possono permettersi un copywriter interno a tempo pieno. Ecco, allora, che entrano in gioco, soprattutto per il 2020, gli scrittori freelance in outsourcing. Le aziende, in questo modo, possono risparmiare tempo e denaro che, altrimenti, avrebbero dedicato alla ricerca di parole chiave, alla generazione di argomenti, alla creazione di contenuti e al marketing sui social. 

Infine, regolarità del contenuto e strategia vivono in simbiosi

Anche se, secondo una statistica rilevata da Hubspot, pubblicando tra i 24 e i 51 post sul blog, il tuo traffico può aumentare fino al 30%, riempire il tuo blog di contenuti senza seguire una precisa strategia non ha senso, allo stesso modo in cui possedere una strategia vincente e non metterla alla prova tramite i contenuti è una vera perdita di tempo.

Fissa, prima di tutto, una strategia che sia tua e seguila durante la creazione di contenuti. Questi ultimi avranno una loro coerenza, saranno parte di un insieme che è funzionale al successo del tuo blog e acquisiranno un valore inestimabile.