Prevedere le prenotazioni e altri usi dell’intelligenza artificiale nel turismo

Oggi l’esperienza di viaggio non può più fare a meno dell’online. Dalle prenotazioni fino alla scelta dei ristoranti in cui assaggiare i cibi locali durante un soggiorno, quasi ogni turista non può prescindere da una serie di applicazioni che scarica sullo smartphone e che consulta spesso e volentieri. Questo, però, significa anche dare una quantità infinita di informazioni a chi queste piattaforme le gestisce in modo che sappia sempre dove si trovi ogni utente. E, cosa più preziosa, quale sarà la meta del suo prossimo viaggio. L’intelligenza artificiale può raccogliere i cosiddetti big data sulle nostre abitudini e renderli utili per chi ci offre un servizio. Cambia così la fisionomia dell’industria del turismo.

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I chat bot per le prenotazioni

Per quanto riguarda le prenotazioni, all’utente piace essere il più indipendente possibile. È per questo che le piattaforme come Booking.com si concentrano su meccanismi completamente automatici da offrire ai clienti come i chat bot. Altra frontiera alla quale alcune piattaforme si stanno affacciando è quella degli assistenti vocali. La prima a farlo è stata Skyscanner che nel 2016 ha implementato l’uso di Alexa e Cortana. Secondo un’indagine realizzata da Booking.com e riportata da Tech Radar, il 29 per cento degli utenti non hanno problemi a immaginare una loro vacanza prenotata da un bot in base alle informazioni raccolte online. E addirittura il 64 per cento si dice interessato ad avere un’anteprima del viaggio che andrà a fare con la realtà virtuale.

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La tecnologia che allevia lo stress del viaggio

L’intelligenza artificiale può venire in soccorso dei viaggiatori anche e soprattutto per alleviare il loro stress. La piattaforma Trainline, che nel Regno Unito si occupa di prenotazioni sul sistema ferroviario, è in grado di segnalare ai suoi utenti gli orari e le tratte in cui c’è maggiore possibilità di trovare posto a sedere. Il servizio è possibile grazie a BusyBot.

I biglietti da acquistare in video

Anche l’acquisto dei biglietti sta conoscendo un’ulteriore evoluzione grazie ad esperienze come NextAgent sviluppato da Cubic Transportation System che permette ai clienti di dialogare in video con un assistente virtuale per l’acquisto del titolo di viaggio. Queste macchine, posizionate nelle stazioni in giro per il mondo, possono raccogliere informazioni sulle richieste fatte più spesso dai viaggiatori e sui luoghi da poter consigliare agli utenti in base ai luoghi visitati.

Dal viaggio al soggiorno

Un sistema di previsione del numero di passeggeri su un volo può funzionare anche per il sistema aereo. È quello che cerca di fare Travel Insight di Skyscanner. E anche quando si passa dal viaggio al soggiorno l’intelligenza artificiale torna sempre utile. L’esempio più evidente è quello di Airbnb che analizza il tempo passato dall’utente su ciascuna pagina di una struttura o il tipo di commenti che esprime su un posto in cui ha soggiornato per suggerire mete o comunque ipotizzare l’opinione del turista sul viaggio.

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LIVE from Las Vegas, tutte le novità più interessanti dal CES 2018

Il primo imperdibile evento dell’anno a tema innovazione porta sempre con sé interessanti anticipazioni su quelli che saranno i trend del settore Tech nei prossimi mesi. Se fino allo scorso anno l’attenzione era tutta rivolta all’IoT, quest’anno robotica, droni e tecnologia 3D sembrano farla da padrone, mostrando una realtà futuristica sempre più attuale.

Il CES è il luogo di ritrovo a livello mondiale per le tecnologie consumer, terreno di prova per le innovazioni di prossima generazione che qui vengono presentate al mercato. Prodotta dalla Consumer Technology Association (CTA), attrae leader aziendali e innovatori da tutto il mondo.

Luca La Mesa, Ambassador della Singularity University e Top Teacher della Ninja Academy, ci porta quest’anno insieme a lui con una serie di video alla scoperta dei prodotti più interessanti dal CES 2018. Guardiamoli insieme.

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L’uomo sogna ancora di volare: dal JetPack alle novità dal mondo dei droni

7 miglia orarie con un’autonomia dai 7 ai 12 minuti. Al CES 2018 presentato il JetPack, sogno di tanti adolescenti negli anni Ottanta ormai diventati adulti, che potrebbero finalmente vedere realizzato la propria ambizione di sollevarsi da terra grazie ad una imbracatura semplicissima da pilotare.

Ma le novità legate al volo non si limitano a quello umano. Sono infatti i droni ancora al centro di interessantissime novità, dall’elicottero per il soccorso Robotics, in grado di rilevare battito cardiaco e frequenza respiratoria dei soggetti che incontra attraverso la sua videocamera, fino alle novità in ambito militare, come l’abbatti-droni della Hensoldt.

Localizzazione, tracciamento dei segni vitali e possibilità di ricarica con le innovazioni wearable

Pensato per un uso militare, per identificare la posizione dei militari impegnati in operazioni su campo, ma adattato anche all’uso ospedaliero, il giubbotto antiproiettili Tech e il camice per il monitoraggio dei pazienti di MoTeBo mirano alla fusione tra Internet of Things e Wearable Technology.

Una nuova tuta pensata per supportare il lavoro dei vigili del fuoco, permette di integrare il respiratore ad ossigeno con una serie di sensori per il rilevamento dei segni vitali degli operatori.

Infine, per un uso decisamente più comune, ma molto interessante per la possibilità di unire finalmente fashion, tecnologia e funzionalità, BatteryBelt, una cintura (disponibile in varie versioni fino allo zainetto) in grado di rilevare il livello di batteria dei nostri device e consentirne il caricamento, senza la necessità di essere sempre accompagnati da mille power bank per supportare le esigenze energetiche delle nostre giornate.

Una scansione in tempo reale e in pochi istanti per vedersi riprodotti in 3D

Kodak continua ad innovare i propri prodotti e presenta il futuro della fotografia: la scansione a grandezza reale in pochi istanti per poter poi realizzare i propri prototipi in stampa 3D. Una soluzione ideale anche per gli eventi, grazie all’integrazione nello stand fieristico.

Il controllo della guida passa per una videocamera

La novità presentata da Horizon Robotics riguarda la sicurezza alla guida: una telecamera, applicabile a qualsiasi veicolo, in grado di rilevare i movimenti del viso per segnalare comportamenti pericolosi come l’uso del cellulare o l’eventuale colpo di sonno, segnalando in modo immediato il pericolo al conducente.

Il futuro dei Robot al CES 2018 è nella cura dei più piccoli e nell’interazione umana

Come interagiremo nel prossimo futuro con i nostri amici e collaboratori robotici? Probabilmente attraverso schermi e sensori in grado di rilevare alcuni movimenti chiave. Le prime applicazioni immaginate per IPAL, il robot intelligente, riguardano assistenza ai bambini e primo soccorso agli anziani.

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Sette modi per ottenere più follower su Instagram

Con più di 800 milioni di utenti e 2 milioni di inserzionisti, un aumento delle visualizzazioni video dell’80% da un anno all’altro, e con un numero di video prodotti sulla piattaforma che si è quadruplicato rispetto all’anno precedente, Instagram si attesta come uno dei social più amati dagli utenti.
È il regno delle stories, delle foto e video, degli hashtag, dei filtri, mai abbastanza, e dei follower. Tu quanti ne hai? Vorresti essere un punto di riferimento per la tua community, avere più follower ed essere citato tra i migliori account Ig del 2018? Inizia a lavorarci a partire da oggi. Ecco sette modi per ottenere più follower su Instagram.

Trova il tuo stile

Le tue foto sono belle ma gli unici follower che vedi aumentare sono quelli dei tuoi competitor? È arrivato il momento di distinguersi! Tutto sta nel riuscire a raccontare la tua storia, la storia del tuo brand, differenziando i tuoi contenuti da milioni di altre foto. Guardati intorno, trova uno stile che possa distinguerti dalla massa, e che sia facilmente riconoscibile. Hai notato che le foto dei profili più seguiti usano una stessa tonalità, o sviluppano un tema, hanno una linea editoriale? Lo fanno perché la ripetitività è anche riconoscibilità.
Prendi ispirazione dal tuo ambiente di lavoro o dalle tue passioni, fai una selezione di cosa pubblicare e cosa no, non variare troppo i soggetti, poni attenzione a quello che stai postando, a quello che hai postato prima e a quello che posterai dopo, e trova il tuo stile.
Ecco, proprio così come fa Andrea Antoni.

Sette modi per ottenere più follower su Instagram

Pubblica regolarmente

Per ottenere un maggior numero di follower su Instagram, è importante non solo pubblicare contenuti accattivanti, ma farlo regolarmente.
Certo, se pensiamo a grandi marchi come Starbucks ci riesce facile capire come riescano a pubblicare nuovi contenuti ogni giorno, o anche più volte al giorno, ma anche le piccole imprese possono ottenere buzz senza possedere un budget cospicuo o un’attrezzatura fotografica professionale. Sii originale, creativo, e inizia scattando foto con il tuo smartphone. Se ti stai chiedendo in quali orari pubblicarle, i momenti migliori potrebbero essere le ore non lavorative, per alcuni brand quelle infrasettimanali, per altri il weekend. Alcuni account hanno maggiore engagement nei giorni centrali della settimana, ovvero mercoledì e giovedì, altri riscontrano risultati peggiori nei giorni feriali, tra le ore 15:00 e le 16:00, ma non vale per tutti. Sperimenta, posta regolarmente, e trova il tuo miglior orario. Tieni traccia dei tuoi successi e insuccessi, e se la strategia non funziona, cambiala.

Fa’ buon uso degli hashtag

Usa gli Hashtag responsabilmente, come fa Nicola Carmignani.

Sette modi per ottenere più follower su Instagram
Gli hashtag possono servire a lanciare contest, raccontare un evento o dare vita a proprie community, creare un dialogo con i follower, seguire determinati argomenti e, ovviamente, ottenere più like, più follower, e talvolta, a incrementare le vendite.
Esistono tanti strumenti per scoprire quali sono i migliori hashtag, ma non abusarne.
Neanche a dirlo, hashtag come #sapevatelo #acenaconlemieamiche, #perdire, sono banditi. Gli hashtag non sono stringhe di parole a caso che si susseguono senza logica né strategia. I tuoi hashtag dovrebbero essere pertinenti, e descrivere ciò che posti. Gioca con parole diverse, alterna quelli ad alto e basso volume, e anche qui vale la regola “sperimenta”.

La composizione è importante

Le fotocamere dei dispositivi mobile sono notevolmente migliorate negli ultimi anni, per cui non hai scuse. Se il tuo profilo Instagram non decolla, non è per la qualità delle foto.
La home di Instagram pullula di foto suggestive, sorprendenti, creative, e se nei prossimi mesi non dedicherai del tempo allo studio della composizione, sarà sempre più difficile emergere in questo mare magnum. Se Instagram ti appassiona, siamo certi ci passerai gran parte del tuo tempo libero, e avrai notato quanto sforzo compiono grandi e piccoli brand con tanti follower (reali) per comporre un set fotografico.
Non ti stiamo chiedendo di diventare un fotografo professionista, ma per realizzare una composizione fotografica efficace, dovrai lavorare sugli elementi grafici, l’inquadratura, la prospettiva, la luce, il movimento, la posizione del soggetto, organizzare gli elementi in un rettangolo o in un quadrato, in modo razionale o irrazionale, ma comunque espressivo. Insomma, impara dai migliori, non lasciare niente al caso, e fa’ buon uso dello spazio e degli oggetti, proprio come fa Stefania Gambella.

Sette modi per ottenere più follower su Instagram

Usa un buon editor di foto

La qualità conta e i filtri di Instagram sono piuttosto limitati. L’utilizzo di app di editing fotografico come Vsco, Snapseed o Lightroom può aiutarti a creare foto con effetti sorprendenti.
VSCO Cam, per Android e iOS, come Instagram non è solo un’app di fotoritocco, ma anche una sorta di social network. Ha un’atmosfera più minimalista e offre regolazioni per luminosità, contrasto, nitidezza, saturazione, luci, ombre, temperatura e tonalità della pelle, oltre a opzioni per dare alle foto diversi colori o aggiungere effetti di grana o vignettatura.
L’app di Google, Snapseed, per Android e iOS, è una delle migliori app di fotoritocco in circolazione. La conosci? Dispone di nove strumenti di modifica, tra cui un pennello che consente di regolare selettivamente l’esposizione, la saturazione e la temperatura del colore; ha anche uno strumento che consente di rimuovere macchie o cancellare interi oggetti dalle foto. Da provare!
Se invece vuoi modificare le foto come un vero professionista, non puoi non imparare a usare Lightroom o Photoshop.

Pensa fuori dagli schemi

Se il tuo stream di foto contiene solo immagini dei tuoi prodotti, o selfie di te al mare, te con gli amici, te in montagna, (ci siamo capiti?), puoi sicuramente fare di più. Varia, e genera interesse con immagini riconoscibili e d’impatto. Ripensa l’utilizzo di un prodotto, capovolgi e sposta gli elementi grafici, richiama le emozioni nei tuoi scatti, gioca con l’affiancamento di più foto, sfrutta i riflessi, cerca la bellezza nelle imperfezioni, scatta attraverso gli oggetti, cambia prospettiva, e non dimenticarti di pubblicare contenuti in linea con gli interessi del tuo pubblico.
Instagram permette di sapere esattamente cosa ispira le persone e come giocano con la creatività nella loro vita quotidiana. Usiamo Instagram per catturare ciò che ci fa sorridere, ciò che ci dà gioia, e ciò che ci appassiona; siamo sicuri che l’account di Kitchen Suspension saprà ispirarti.

Sette modi per ottenere più follower su Instagram

Interagisci

Interagire con gli altri, come fa Apple, è uno dei modi migliori per avere più follower su Instagram, e non solo.
Provatele tutte: trova gli argomenti che appassionano il tuo pubblico, lancia call to action, chiedi cosa piace al tuo target, commenta e rispondi ai commenti, costruisciti una reputazione nella tua community, tagga altri profili Instagram nelle tue foto, fa’ domande ai tuoi follower, usa il geotag, e ringrazia gli utenti per i feedback che lasciano sul tuo profilo.
Puoi sperimentare tutto ciò che ti viene in mente, tranne mettere follow solo per farti seguire e toglierlo a distanza di poche ore o giorni. No. Questo, non va fatto!

Queste app ci aiutano a costruire un mondo migliore

Secondo un report pubblicato dall’ufficio statunitense di statistica del lavoro, nel 2016, circa 62 milioni di persone hanno svolto una forma di lavoro volontario negli Stati Uniti. Questi dati sembrano confermare la volontà e spesso la necessità di molte persone di abbracciare una causa, dedicandosi a coloro che ne hanno più bisogno.
Non a caso negli ultimi anni sono nate diverse startup che stanno tentando di unire la tecnologia con questo sentire comune, sfruttando il potere della viralità dei social media per diffondere cause legate al mondo del sociale e raggiungere in maniera più semplice un pubblico più ampio. Mettendo al centro le persone e i loro bisogni,  nuove applicazioni rispondono alla necessità di costruire un ambiente digitale sempre più protetto.
Ma viene da chiedersi, quanto e in che maniera una serie di applicazioni social può aiutare a sviluppare una comunità più sicura e più responsabile?

Proviamo a fare una disamina delle app che si prefiggono l’obiettivo di rendere migliore l’umanità, cercando di rispondere ai problemi della società odierna.

Combattere il cyberbullismo e proteggere i bambini grazie a Kudos, To be honest e Lego Life

Nel mondo delle app rivolte alla fascia dei più giovani, Kudos e To be honest nascono con l’intento di combattere un fenomeno sempre più diffuso e  preoccupante, che è quello delle molestie e delle forme di cyberbullismo online. Lo scopo di queste app è quello di insegnare ai bambini ad essere responsabili mentre navigano sul web e interagiscono con amici o con sconosciuti, mettendoli al sicuro da possibili pericoli.

Kudos è l’app a portata di bambino. L’idea alla base è quella di offrire un ambiente sicuro affinché i bambini possano divertirsi e scattare delle fotografie, replicando un po’ il modo degli adulti di  utilizzare Instagram.

Con questa applicazione i bambini possono esplorare i loro interessi, inviare commenti, reagire ai post degli altri amici e condividere le loro foto e disegni.

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Ma l’intento dei suoi creatori sembra andare al di là di una semplice versione di Instagram per i più piccoli. La loro mission dichiarata è quella di “sviluppare un ambiente digitale in cui i bambini possono esplorare, imparare e capire come essere positivi e crescere in maniera sana nell’universo in continua espansione dei social media”.

Un ottimo esempio di come è possibile sfruttare il potere dei social per responsabilizzare  e stimolare i più giovani a costruire un mondo migliore.

To be honest è una applicazione per IOS basata su una comunicazione semplice e diretta, senza inibizioni e filtrata dall’anonimato, perché permette di comunicare solo tra persone che si conoscono senza dover rivelare la propria identità. Una piattaforma che intende celebrare la positività e che risponde al bisogno di approvazione e autostima di qualunque adolescente.

To be honest si pone all’avanguardia nel panorama delle app rivolte ai più giovani, proprio per il dichiarato obiettivo dei suoi sviluppatori di voler combattere, attraverso la positività, ogni forma di insulti, offese e utilizzo di un linguaggio che veicoli l’odio, così diffusi proprio tra gli adolescenti. Insomma, un’app a prova di cyberbullo.

LEGGI ANCHE: To be honest, l’app per combattere il cyberbullismo

Lego Life è l’app rivolta ai bambini per condividere con gli amici le proprie creazioni. Una volta creato il proprio account Lego con dei nomi di fantasia, come un vero avatar, e fornendo l’email di uno dei genitori, se stiamo parlando di under 13, i ragazzi possono iniziare a condividere le proprie creazioni realizzate con i Lego. Proprio come la nostra generazione creava castelli mattoncino dopo mattoncino, oggi i più piccoli hanno la possibilità di dare sfogo alla propria creatività replicando quello stesso gioco nella sua versione social.

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È sufficiente scattare una foto della propria opera con i Lego e caricarla sull’app per condividerla con gli altri utenti.

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La parte ludica è assicurata, i ragazzi possono interagire con la community eogni utente può sfidare altri nella creazione di costruzioni o partecipando a quiz e sondaggi.

Su Lego life  ci si muove sempre in un’ambiente protetto, infatti, non è possibile mostrare l’identità delle persone ma solamente le loro creazioni. Un’app che stimola la creatività, proteggendo i bambini dai pericoli legati alla loro presenza online.

La sfida non è mai stata così amichevole come con Gamee

Gamee è una piattaforma di social gaming che consente ai ragazzi di sfidare gli amici ad una serie di giochi, evitando il rischio di sfociare in forme di insana competizione o di essere vittima di attacchi e insulti verbali, spesso presenti nel mondo del gaming  online. Insomma, gli sviluppatori  di quest’app sembrano davvero intenzionati a promuovere e incoraggiare una concorrenza amichevole tra i partecipanti.

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L’offerta di nuovi giochi è molto ampia e variegata, e nella sezione dedicata ai giochi retrò, non poteva di certo mancare “Snake”: vi ricordate il serpente verde il cui corpo si allungava ogni volta che mangiava tutto ciò che compariva sul display? Gamee rende omaggio agli anni 90 riproponendo questo grande classico che sembra resistere al tempo che passa. Chiunque abbia avuto un Nokia, saprà di certo apprezzare.

Una guida all’acquisto socialmente responsabile con Goog Guide

Come fanno i consumatori a conoscere quali prodotti sono realmente sicuri per se stessi e l’ambiente in cui vivono? Quante volte abbiamo scoperto che molti prodotti che utilizziamo quotidianamente, si sono rivelati essere cancerogeni o altamente inquinati?

Data l’alta richiesta di molti consumatori socialmente responsabili di poter accedere a tutte le informazioni corrette prima di comprare un determinato prodotto, ecco che i creatori di GoodGuide hanno trovato  un modo per guidare i consumatori alla creazione di una comunità più sicura e più sana permettendogli di contro-verificare differenti merci di consumo, con l’obiettivo di stabilire se sono realmente sane come sostengono di essere.

L’app, infatti, permette agli utenti di fare ricerche tra una gamma di più di 20.000 prodotti – tra abbigliamento, alimenti, prodotti per la cura personale e perfino automobili – suddivisi in tre categorie: salute, ambiente e sociale.

Un gruppo di esperti scientifici valuta costantemente i vari prodotti dal punto di vista della composizione chimica, in modo che i consumatori possano accedere ad una serie di informazioni autorevoli che sarebbe molto difficile acquisire in maniera autonoma, al fine di prendere le migliori decisioni di acquisto.

Siete curiosi di sapere cosa contiene di preciso la confrezione dei vostri cereali preferiti? Grazie al lettore di codice a barre è possibile conoscere tutte le informazioni relative agli ingredienti contenuti nel prodotto, ai suoi valori nutritivi, leggere le recensioni provenienti dalla community e le valutazioni degli scienziati sull’impatto ambientale e sociale di ogni prodotto.

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Chummy: l’ecosistema urbano della gentilezza a portata di app

Quando si tratta di di essere gentili con il prossimo, le azioni parlano molto di più delle parole. Chummy è una nuova startup di social media che offre un servizio su richiesta.
Ti sei appena trasferito e hai bisogno che qualcuno ti mostri la città? Hai bisogno di un paio di mani in più per aiutare un parente a spostarsi? Hai perso il tuo gatto al parco e ti serve un aiuto per cercarlo?
Grazie ai sessantamila utenti presenti in tutto il mondo, questa app rappresenta un nuovo modo di chiedere aiuto, pagando solo dopo aver ricevuto un servizio. Per ogni buona azione compiuta si ottengono dei gettoni di ringraziamento, che è possibile scambiare successivamente, in un momento in cui si necessita di aiuto o assistenza.

L’utilizzo è semplicissimo, è sufficiente segnalare sulla mappa la propria posizione e scrivere il motivo per cui si sta cercando aiuto.
Il vostro pin verrà così visualizzato sulla mappa, in modo che altri Chummies che vivono nella stessa città o che sono vicini a voi possano vederlo ed aiutarvi.

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Questa app è particolarmente amata e utilizzata dai millenials, che mostrano di saper fare un buon uso del loro tempo libero, e che si dicono pronti a dare una mano quando è necessario un aiuto. Chummy sembra davvero essere, come recita lo slogan, un ecosistema urbano della gentilezza!

Un valido supporto al mondo del non profit

Diverse applicazioni si sono distinte per il loro impegno nell’ambito del sociale, in particolare per il supporto fornito alle organizzazioni non profit che si occupano di raccolta fondi online. Ne menzioniamo due che sembrano riscuotere molto successo.

Budge è l’app che incoraggia scommesse amichevoli tra amici con l’obiettivo di fare delle donazioni a diverse organizzazioni  che operano nel settore non profit, sostenendo cause per la difesa dell’ambiente, della pace internazionale o per lotta alla povertà.

Una volta creato l’account potete sfidare i vostri amici a fare qualunque cosa come giocare a scacchi, fare una partita  a Trivial Pursuit  o  partecipare ad un contest sul cibo. Il partecipante che perde la sfida è tenuto  fare una donazione ad una organizzazione selezionata precedentemente.

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Un’altra app che molti amanti del food utilizzano è Feedie.

Quante volte ci è capitato di fotografare un piatto quando siamo a ristorante o che cuciniamo a casa per poi condividerlo sui social?
E se si sfruttasse questa tendenza social per fare del bene e aiutare chi si trova in situazioni di forte disagio? È proprio quello che si propone di fare Feedie, che è stata lanciata da Lunchbox Fund, un’organizzazione senza scopo di lucro che si occupa di rifornire di alimenti i bambini che vivono nel Sudafrica rurale.

Questa applicazione incoraggia i ristoranti a fare una donazione, equivalente ad un pasto al Lunchbox Fund, ogni volta che qualcuno scatta una fotografia di un piatto mangiato presso il proprio ristorante e che lo condivide sui social.
Ecco che la passione per la  ‘food photography’ si trasforma in un’ opportunità per sostenere grandi cause che contribuiscono a migliorare la vita di tante persone.

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E voi cosa ne pensate? Quali sono le applicazioni che usate di più e perché credete che possano apportare dei cambiamenti sul piano sociale e umano? Scriveteci le vostre idee e osservazioni sulla nostra pagina Facebook, su Linkedin o su Twitter!

Spotify

A quota 70 milioni di abbonati, Spotify è finalmente pronta al debutto in Borsa?

Dopo aver portato legalmente milioni di brani nelle tasche degli utenti, Spotify sembra pronto ad approdare in borsa entro il primo trimestre del 2018.

Il leader della musica digitale sembra ormai pronto al grande passo, forte degli oltre 140 milioni di utenti attivi e 70 milioni di abbonati paganti. I 10 milioni in più rispetto allo scorso luglio aumentano ulteriormente il distacco dai 30 milioni di Apple Music.

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In borsa senza raccolta fondi iniziale?

spotify lancia una IPO

È la media company Axios ad aver scoperto i documenti relativi a un’offerta pubblica iniziale (IPO) che Spotify avrebbe presentato alla Security and Exchange Commission (SEC) a fine dicembre.

Un dettaglio rilevante è l’intenzione di intraprendere un percorso alternativo per l’entrata sul mercato: non un evento di raccolta fondi, bensì una direct listing. In questo caso gli strumenti finanziari già emessi sono quotati direttamente senza previo periodo d’offerta.

La scelta è coerente con il clima di diffidenza che molte aziende nella comunità tecnologica americana hanno espresso per il tradizionale processo IPO. Spotify rimarrebbe comunque un precursore, poiché sarebbe la prima società di simili dimensioni ad adottare questa procedura: è stata valutata 8,4 miliardi di dollari nel 2015.

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La causa di Wixen a Spotify

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Un altro fattore che gli investitori dovranno tenere in conto è la recente causa da 1,6 miliardi di dollari intentata nei confronti del gigante della musica digitale per violazione di copyright.

Il procedimento è stato avviato da Wixen Music Publishing, editore che rappresenta artisti come Tom Petty, Missy Elliot, Stevie Nicks e Neil Young.

Prima che Spotify venisse lanciato negli Stati Uniti, la stessa società aveva stipulato accordi con le principali case discografiche per ottenere gli appropriati diritti sui suoni nelle canzoni, escludendo quindi i diritti equivalenti per le composizioni. La causa infatti recita:

«Come risultato, Spotify ha costruito un business da miliardi di dollari sulle spalle di cantautori ed editori i cui testi sono riprodotti nella musica presente su Spotify, in molti casi senza ottenere e pagare per le licenze necessarie».

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Questa causa giunge a seguito di una proposta di una transazione da 43 milioni di dollari che coinvolge i detentori di diritti musicali e Spotify in un’azione legale collettiva promossa da Melissa Ferrick. Wixen tuttavia sostiene che quell’accordo «non compensa adeguatamente Wixen o i cantautori che rappresenta».

In tale accordo, l’azienda ha ammesso di non aver ottenuto le necessarie licenze per riprodurre e distribuire composizioni musicali sulla sua piattaforma.

Resta da vedere quanto la causa in corso influenzerà la percezione del rischio da parte degli investitori.

Amsterdam contro Airbnb: dimezzato il limite di pernottamenti

Il consiglio comunale di Amsterdam ha dimezzato il numero di notti in cui le persone possono affittare le loro case tramite piattaforme di affitto vacanze come Airbnb. Dal prossimo anno si potrà affittare ma per non più di 30 giorni, contro i 60 di adesso. Gli abitanti di Amsterdam che hanno una casa la propria casa o che hanno il permesso dal padrone di casa possono affittare a non più di 4 persone per volta. A riferirlo il sito Dutchnews.nl.

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Da un lato 19 mila host, dall’altro gli hotel

L’assessore Laurens Ivens, promotrice dell’iniziativa, ha riconosciuto che ridurre il lasso di tempo non è la soluzione alla congestione della città, ma che almeno ridurrà i problemi causati dai turisti in alcune aree e renderà meno invitante usare la casa come un modo per guadagnare denaro. Secondo Bo de Koning, public policy manager, questo provvedimento potrebbe causare perdite all’economia locale per 43 milioni di euro e favorire gli hotel. Al momento la community di Airbnb di Amsterdam è composta da 19 mila padroni di casa per un totale di 5 mila appartamenti.

I limiti di pernottamenti in Europa

Il limite di 30 notti non ha uguali in Europa. Parigi è la più generosa con 120, a Berlino sono 60, 90 a Londra. E in Italia? E’ aperto un tavolo di discussione al MISE.

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4 cose che ti servono per cominciare a lavorare con l’HyperContent Marketing

Qualche settimana fa abbiamo cominciato a spiegarvi quali siano i vantaggi di sviluppare HyperContent, e perché si stia affermando uno scenario in cui questa particolare forma di contenuti si prefigurerà come il prossimo vettore di relazione con il consumatore.

Se veramente il 2018 sarà l’anno del definitivo salto verso un mondo in cui la realtà aumentata la farà da padrone, è ovvio allora che sia necessario cominciare a maneggiare con cura la materia, interrogandosi su come sfruttare gli HyperContent per i propri scopi.

Augmented Reality Advertising nuova frontiera dell'ambush marketing

A tal proposito, è meglio rinfrescarci la memoria, andando a (ri)scoprire quale sia la “formula” per realizzare gli HyperContent.

(Spazio + tempo) * device dell’utente / attività dell’utente

Tale formula (proposta qui e ripresa in quest’altro testo) è in grado di sintetizzare con efficacia quali siano le caratteristiche sostanziali di un contenuto che sia anche “Hyper”: la presenza di un’interazione con il contesto hic et nunc dell’utente, la possibilità di sfruttare le potenzialità di un device che l’utente ha – con tutto quello che ciò permette, dalla personalizzazione dell’interazione alla tracciabilità dei dati prodotti – e l’azione che l’utente compie, dopo esser stato coinvolto ed eventualmente attivato.

Il saper impiegare gli HyperContent allo scopo di condurre l’utente alla conversione in cliente, e successivamente in ambassador della marca – secondo un modello standard di Customer Journey – può portare ad accellerare il processo in maniera esponenziale, perché mette in condizione di attivare in maniera completa l’utente, agendo su leve che sono per forza di cose altamente customizzate (il contesto hic et hunc, appunto, oltre che la call to action che spinge l’utente a muoversi).

Certo, è necessario prendere coscienza che ogni touchpoint di cui la marca dispone è determinante e centrale per le meccaniche che si andranno a sviluppare: dal punto vendita, diventato ancor più importante nella definizione della customer experience per la possibilità di sfruttarlo come discriminante per il retargeting di Facebook, fino ai punti di contatto digitali come le app, i siti Internet e in generale tutti gli strumenti connessi, i quali non possono veramente lasciare nulla al caso. Dalla user experience fino ai contenuti che veicoleranno, tutti diventano gangli decisivi per attivare l’utente e condurlo nel mondo dell’HyperContent.

Mondo che – ricordiamo – è totalmente data-driven, può cioè configurarsi e riconfigurarsi a seconda dei dati che vengono prodotti e ricevuti dall’ecosistema mediale circostante: forti di questa correlazione, gli HyperContent possono essere anche sfruttati per raccogliere dati nuovi altamente profilati, in grado di esser sfruttati per approfondire la relazione con il consumatore e rendere l’esperienza ancor più dinamica.

Cominciare a pensare Hyper

A che livello si può cominciare a “ragionare” secondo le regole dell’HyperContent Marketing? La complessità dei fattori in campo pretende che l’azienda si doti di strumenti in grado di garantire performance di un livello sufficiente a sviluppare una customer experience veramente distintiva e memorabile: al di là però delle piattaforme tecnologiche (intendiamoci, indispensabili) il primo switch è di ordine prevalentemente concettuale. Bisogna cominciare a ragionare in modalità hyper, passando quindi da una visione a compartimenti stagni (mediale, ma anche di relazione) a una più unitaria e completa, dove il mondo di marca venga considerato nel suo insieme, secondo una serie di legami e interconnessioni e non di anime separate fra loro.

In questo i pattern che descrivono le regole della narrazione transmediale possono aiutare a visualizzare le differenze sostanziali che ci sono dall’immaginare in modalità più “classica” e hyper.

Uno in particolare, proposto da Robert Pratten, può aiutare a comprendere quanto l’incrocio fra dimensioni diverse (e talvolta sbilanciate) sia determinante al confezionamento di una storia realmente transmediale.

 

Componenti diversi, ma che unite permettono di ottenere un risultato unico e altamente memorabile: la variabile della “Convenienza” si interseca direttamente con l’importanza che ha la qualità del contenuto narrativo, così come le interazioni generate dalla community che “entra” nella storia diventa negralgica per potenziare e potenziare la storia stessa.

Una struttura dove gli equilibri sono fondamentali, e che può essere considerata l’evoluzione “hyper” del gesto del raccontare. E se lo storyteller più curioso deve cominciare a “pensare” in maniera transmediale per raggiungere questi risultati, così il content creator che lavora per le marche che vorrà sfruttare a pieno le regole dell’HyperContent Marketing dovrà cominciare a ragionare secondo regole nuove, più fluide e allo stesso tempo meno verticalizzate su un media.

Lo scatto da fare obbligatoriamente è però, come detto poco su, in particolare di natura concettuale. Vediamoli allora, i quattro passi fondamentali da compiere per cominciare la rivoluzione dell’HyperContent Marketing.

1. Una vision che sia veramente omnichannel

L’omnicanalità è una delle keywords più citate degli ultimi anni: ogni decision maker avrà incrociato almeno un consulente che ha promesso di portare questa trasformazione nella propria azienda. Il problema è che l’approccio omnichannel il più delle volte viene confuso con una semplice presenza su tutti i canali: presenza che, specifichiamo, non conduce a un’autentica relazione fra media, semmai a una dispersione maggiore di messaggi – quindi di risorse.

Guardare il proprio ecosistema di comunicazione secondo una logica omnichannel significa, viceversa, cominciare a pensare come possono lavorare assieme i vari media, quali possono essere le connessioni fra loro e come queste possono generare valore: produrre o raccogliere dati, quale agevolazione c’è per l’utente/consumatore, che valore si prefiguri per l’azienda etc.

Non è necessario presidiare decine di canali se questi vivono una realtà a sé, parlano ognuno una lingua propria e – soprattutto – non sono in grado di creare sinergia. Gli HyperContent vivono grazie alla capacità dei media di relazionarsi fra loro e con il contesto dell’utente: contare quindi su una dimensione che sia veramente “omni” è il primo passo verso il successo!

2. Un piano di sviluppo razionale (e creativo)

Se la visione dev’essere chiara, altrettanto dev’essere il piano che si attuerà per crescere in una logica “hyper”. Non aver paura della creatività, ne tantomeno spaventarsi per un modello che per forze di cosa uscirà dalla convenzionalità delle comunicazioni di ieri e di oggi: dogmi che andrebbero considerati per qualsiasi piano di comunicazione che miri ad essere competitivo, e che diventano obbligatori da rispettare nel momento in cui si sceglie di cominciare a lavorare con questa nuova forma di contenuto.

Aprirsi quindi al digitale in una maniera propositiva ma non schizofrenica, analizzando quali siano i canali più adatti per ospitare l’esperienza dell’utente cui parleremo e limitandoci a un presidio razionale e non dispersivo. Uno degli errori che i primi social media manager fecero più spesso, negli anni passati, fu di aprire profili ufficiali su tutti i canali disponibili. Il risultato era una dispersione totale delle risorse, senza un risultato efficace: allo stesso modo, se sappiamo che vogliamo cominciare a sviluppare HyperContent, dobbiamo comprendere quale sarà la prima strada da prendere, e su quella lavorare, magari spingendo sull’accelleratore della creatività per arricchire l’esperienza utente del tanto che basta a renderla unica.

Prendete Pokémon Go: il game AR della Nintendo era a pieno titolo un gigantesco HyperContent. Per sua natura il punto di forza era tutto sulla mobilità: Nintendo ha scelto di giocare lì la sua partita, senza realizzarne evoluzioni per altri device che ne snaturassero le qualità. Il successo si è visto, eccome!

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3. Aprirsi a nuove meccaniche

La crossmedialità è difficile, richiede uno studio maggiore e uno sforzo creativo decisamente più marcato. Però non c’è HyperContent senza crossmedialità: aprirsi a meccaniche che possano permettere agevolmente il passaggio da un media all’altro, la relazione fra contesto spazio temporale e e device, l’interazione fra mondo utente e digitale, dev’essere un mantra che ogni azienda voglia sfruttare tali meccaniche deve saper adottare.

Difficile? Certo che sì, soprattutto se non si è mai fatto prima. Ma i risultati saranno garantiti!

4. Non aver paura del futuro

Big Data, automation, machine learning, intelligenze artificiali: suonano parole lontanissime dalla quotidianità di un brand, esattamente come lo erano Storytelling o Gamification più di 10 anni fa. Tutto ciò che si configura come una novità può intrigare e contemporaneamente spaventare, magari esser percepito come lontano e distante dalla propria identità, oltre che dalla propria audience. Ebbene, qualsiasi pubblico che consideriamo “nostro” probabilmente è inconsciamente pronto a farsi contagiare dalla nostra prossima idea: aspetta solo la call to action giusta per rispondere. L’HyperContent Marketing è una branca molto specifica e particolare del Content Marketing più classico, ma questo non deve indurre in inganno: ogni consumatore è infatti pronto a rispondere a una richiesta, se intravede un vantaggio. Tocca al brand mostrarglielo, senza dubbi e incertezze.

Queste quattro regole sono solo l’inizio: l’HyperContent Marketing però può diventare un vero valore aggiunto se si comincia – come detto su – a pensare in maniera nuova, ed è proprio da qui che ogni azienda può attivare l’evoluzione che la porterà a innovarsi totalmente.

La rivoluzione è appena cominciata: siete pronti a prenderne parte?

C’era una volta la reputation, ovvero: cronistoria del (finto?) duello Arisa-Levante

Nei giorni scorsi Vanity Fair ha dedicato un articolo con gallery fotografica a Levante e Arisa, intitolato La nuova Arisa come Levante. Il tema? Il look scelto da Arisa, considerato troppo simile a quello della giudice di X-Factor. Un tema esplosivo, considerando la suscettibilità delle star: infatti, la risposta della diretta interessata non si è fatta attendere. Levante ha scelto una stories di Instagram per rispondere: con una “profondissima” metafora, il senso del messaggio era di “farsi il cereale suo”.

Da lì l’Internet ha potuto godere di uno scontro epico a colpi di Instagram Stories, alimentando una conversazione che si è trasferita ad un certo punto anche su Twitter, dove l’hashtag “Levante” ha occupato la seconda posizione per tutta la serata.
Per ammorbidire i temi, Levante ha affermato che il tutto fosse stato uno scherzo: Arisa, però, ha continuato a postare foto di attrici e cantanti famose dai tempi di Cleopatra per i capelli lunghi e scuri, salvo poi dichiarare anche lei dopo diversi post che il tutto fosse stato uno scherzo.

Alle due cantanti non hanno creduto nemmeno le rispettive legioni di fan, considerando come sia stato bellamente ignorato il lieto fine e sia continuata la battaglia a colpi di #TeamArisa e #TeamLevante (con il secondo nettamente in minoranza).

Ora, tutto questo può essere considerato solo un semplice cat fight fra cantanti molto suscettibili: oppure, può essere il pretesto per portarsi a casa una piccola lezione su come la personal reputation online possa subire colpi molto duri partendo da misunderstanding abbastanza banali.

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Perché la personal reputation di Levante ne risentirà

Apparentemente non è successo nulla di tragico: due celebrities si sono accapigliate usando i social. Analizziamo però la situazione in maniera più tecnica: Levante sta (o stava) vivendo un momento d’oro per quanto riguarda la sua reputation online. Attenta a costruire un’identità digitale hipster tra look gipsy chic e concerti in sale con massimo mille posti (nonostante il successo nazionalpopolare), in questi mesi ha raggiunto la notorietà anche fra un pubblico di massa grazie alla sua partecipazione a X-Factor. La visibilità portata dal talent show di Sky era stata l’occasione giusta per proporsi – grazie anche a una scelta di vestiario abbastanza mirata che non era passata inosservata – come paladina del girl power.

Inizialmente mal digerita, la tematica Gender warrior – proposta bene a livello di strategia social con foto e stories molto intimistiche con le concorrenti di X-Factor – aveva pagato: la reputazione di Levante era cresciuta, e anzi il desiderio tanto inseguito di cambiare il posizionamento del proprio personal branding sembrava esser stato esaudito.

La storia con Arisa, che ha esplicitamente messo in mostra tutti i peggiori luoghi comuni sulle donne, ha sgretolato quella faticosa narrazione di women empowerment. Non a caso il 40% dei commenti negativi si è soffermato su questo punto.

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Non tradire mai il tuo target

La partecipazione a X-Factor di Levante l’aveva accreditata verso un pubblico molto diverso da quello cui era solita parlare: la sua immagine da cantautrice hipster cozzava con quell’immagine così pop. Dal punto di vista della strategia digitale, Levante ha affrontato il ruolo televisivo con ingenuità. Ha talvolta commesso errori, piccoli ma evidenti: non è riuscita a capire e ascoltare fino in fondo i suoi fan, ha assunto posizioni troppo morbide nei confronti di temi divisivi, ha commesso una piccola gaffe su Fedez e Chiara Ferragni: tutto questo però non è bastato a farle capire che il rischio di “uscire fuori” dal perimetro era alto, minando il lavoro di “riposizionamento” che lentamente era riuscita a costruire.

Arisa, che era stata presa di mira qualche anno fa, è diventata il tassello mancante per la tempesta social perfetta: la regina George falsa e invidiosa che aggredisce una star professionalmente stimata e che era stata in passato vessata. Un’evidenza che ha di fatto smentito totalmente quanto di buono fatto per proporsi come “paladina” dei diritti.

 

Come risolvere casi simili: ammettere i propri errori

Da comunicatori siamo abituati a dover gestire situazioni simili: personalità o aziende che, magari anche ingenuamente, si sono ritrovati in una situazione causata magari da una scarsa capacità di prevedere le crisi. Non è la fine del mondo, Levante non ha commesso nessun crimine e non ha compiuto atti gravi. Quello che resta però è che il suo tentativo di riposizionarsi su un nuovo asset di valori è stato messo seriamente in pericolo, e sicuramente sarà difficile per lei (e chi lavora con lei) tornare a parlare con leggerezza di tematiche legate al women empowerment senza che qualcuno tiri fuori la polemica con Arisa, richiamandola alla coerenza.

Se si tratta davvero di uno scherzo è stato, a livello strategico, disastroso. Se si è trattato, invece, di un modo per risolvere la polemica è stato maldestro. Non solo Arisa ne è uscita riabilitata, ma Levante ne è uscita danneggiata, con i connotati di una cantante sopravvalutata, presuntuosa e decisamente poco carina nei confronti delle colleghe.

Che si tratti di grandi crisi reputazionali di multinazionali o delle beghe tra Levante e Arisa, chiedere scusa quando si sbaglia rimane sempre una strategia vincente. Ammettere l’errore e correre il rischio, per una volta, di sembrare una persona vera, fallibile e alla mano risulta sempre essere la via più sicura: Levante avrebbe probabilmente consolidato il suo racconto digitale, assolvendo il ruolo di ragazza normale, magari a cui rode anche un po’ quando la collega si compra lo stesso vestito; in fondo, sarebbe stata una legittimazione anche per quel ruolo di “femminista” che in molti le hanno accusato di voler assolvere senza ragion d’essere.

Come funziona l’Academy per i futuri dipendenti non cinesi di Alibaba

Che il gigante dell’eCommerce Alibaba abbia avviato il suo programma di espansione globale nell’universo delle vendite online era già chiaro. Il colosso cinese ha infatti da tempo messo in atto un processo di modernizzazione aziendale per allontanarsi (almeno apparentemente) dalla classica struttura corporate cinese.

Ma c’è un altro progetto culturale attivo che mira a sensibilizzare i dipendenti stranieri alla cultura aziendale di Alibaba nonché alle fortissime radici cinesi che ne Jack Ma ne le politiche interne vogliono abbandonare. Si chiama AGLA ed è l’accademia che forma le nuove reclute dell’eCommerce.

Quella messa in atto da Alibaba è una vera e propria propaganda aziendale intenta ad aprire le porte di una cultura spesso idealizzata quanto criticata. Ma come funziona questo processo di “cinesizzazione”? E soprattutto, quali sono i mezzi messi a disposizione da Alibaba per i suoi (futuri) dipendenti stranieri?

Alibaba Global Leadership Academy: l’accademia di formazione per stranieri di Alibaba

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Alibaba sta diventando un fenomeno sempre più globale grazie anche a molti centri di ricerca e sviluppo in apertura in tutto il mondo e agli investimenti in diverse società internazionali tra India e sud est asiatico, ma sta anche permettendo a molti lavoratori stranieri di unirsi ai suoi progetti in Cina.

La novità che dal 2016 ha sancito l’internazionalizzazione dell’azienda si chiama AGLA, acronimo di Alibaba Global Leadership Academy, ossia un programma di formazione per stranieri. Il progetto formativo della AGLA dura un anno e ha l’intento di attivare un “programma di formazione talenti dedicato alla promozione dei futuri leader internazionali di Alibaba nella new economy”. Il programma annuale parte a luglio e vengono selezionati ogni anno circa 20 membri tra i più di 6 mila che fanno domanda.

Attraverso l’esperienza di diverse attività lavorative a rotazione nelle varie unità aziendali di Hangzhou e alla formazione degli studenti con un percorso quasi accademico, i membri della AGLA ricevono un training mirato all’assunzione in Alibaba. Una vera e propria scuola professionale, insomma, per formare i dipendenti lao wai (gergo per “straniero”) del futuro secondo standard ben precisi. In palio (sulla carta), oltre all’assunzione, un cospicuo salario comprensivo anche di benefit di vario genere.

LEGGI ANCHE: Cosa ci insegnano i 25 miliardi di vendite in un giorno di Alibaba

Alibaba si “occidentalizza”, o sono i dipendenti che si “orientalizzano”?

Il campus nell’head quarter di Alibaba se comparato ad altri di grandi aziende occidentali può sembrare abbastanza scarno: si tratta infatti di uffici open space con scrivanie condivise senza sfarzi architettonici particolari. Come racconta Brian Wong, direttore della AGLA, i dipendenti di Alibaba hanno tre mense a disposizione che servono cibo cinese di alta qualità, ristornati per brunch o cucina locale di Hangzhou, due Costa Coffee e uno Starbucks, una palestra di modeste misure ma con tutti gli attrezzi necessari, un parrucchiere e un centro massaggi (per quanto in Cina non siano rarissimi da trovare).

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Se comparato a Google o Facebook, l’head quarter di Alibaba non spicca particolarmente, tuttavia, secondo Wong, gli standard della sua azienda non sono male se a confronto con quelli della media cinese. Quello che si richiede ai dipendenti è comunque un’integrazione culturale: gli sforzi di Alibaba per una discreta occidentalizzazione devono essere compensati da un avvicinamento dei dipendenti non cinesi alla cultura sinica. Chi lavora in Alibaba o entra attraverso la AGLA, infatti, deve seguire lezioni obbligatorie di cinese mandarino e partecipare a diversi viaggi in giro per la Cina per visitare i distaccamenti aziendali, partner e tappe turistiche obbligatorie.

L’intento dell’accademia di Alibaba è quello di indirizzare lo staff verso una comprensione completa della cultura cinese e della sua situazione politica, economica e filosofica sempre ponendo al centro del contesto l’azienda. Il vero obiettivo è soprattutto quello (se possibile) di instradare la cultura individualistica tipica dell’occidentale verso il senso di collettività su cui la storia moderna cinese basa i suoi pilastri.

Cultura aziendale, cosa cambia tra oriente e occidente

Secondo Wong, la più grande frustrazione con cui i dipendenti stranieri nella sua azienda devono scontrarsi è la modalità di decision-making un po’ troppo “improvvisata”, senza criteri standard. I capi possono facilmente cambiare i ruoli e gli obiettivi essere annullati senza il dovuto preavviso.

Alcuni membri dell’accademia riportano come “avvenimento completamente normale” secondo l’azienda, una chiamata nel cuore della notte da parte dei superiori per annunciare cambiamenti strategici all’interno del team: un evento che pur paradossale riesce a spiegare la divergenza culturale in ambito corporate che c’è tra il metodo occidentale e la “cultura del materasso” che ha reso grande Huawei.

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Brian Wong direttore dell’AGLA

Le nuove reclute occidentali, se si tratta di persone già con esperienze corporate non cinesi alle spalle, si lamentano di Alibaba ancor più facilmente: trovano il luogo troppo caotico, una mancanza di struttura aziendale e servizi inefficienti.

Probabilmente, come conferma anche Wong, il motivo sta nella continua e velocissima trasformazione delle tecnologie che impedisce di temporeggiare e dedicare spazi alle esigenze dei lavoratori, ma chi conosce un minimo il mondo cinese, specialmente quello aziendale, sa bene che si tratta di un comportamento che dalla fine dagli anni ’70 non ha mai abbandonato il sistema produttivo della Terra di Mezzo.

Lavoro, lavoro e ancora lavoro, nel nome della collettività, della globalizzazione e di un’economia che ha già cambiato il mondo e che continuerà a farlo.

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Divertire facendo pubblicità: quando la gamification si unisce al native advertising

Le nuove frontiere del native advertising non si limitano al Content Marketing, ma contemplano oggi possibilità sempre più ampie e variegate. Un esempio pratico ci è offerto oggi da SWOORDS, un nuovo gioco di parole multiplayer disponibile su App Store e Google Play, ispirato in parte dal successo del famoso Ruzzle, creato dal mobile game studio Pollso Ltd, lanciato dall’agenzia digitale creativa AQuest.

Come ha spiegato Fabio Merlin, CEO & Direttore Creativo, nel comunicato stampa per il lancio dell’app, le dinamiche di gioco sono uno dei trend del 2018 e la gamification entra a pieno titolo nel processo strategico della creazione digitale, perché unisce gli obiettivi di experience ed engagement, rafforzandone i risultati.

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Dal Gaming al Native Advertising

SWOORDS non è un semplice gioco di parole: il suo design infatti è ottimizzato per rendere lettere e parole protagoniste assolute e per integrare all’interno delle dinamiche di gioco un sistema di native advertising, con cui le aziende possono sponsorizzare determinate parole e allo stesso tempo offrire vantaggi esclusivi ai giocatori, dentro e fuori dal gioco.

L’integrazione di questa soluzione consente alle aziende di raggiungere un pubblico mirato senza però interrompere l’esperienza di gioco, come invece avviene per altri giochi in cui banner e video rovinano l’esperienza di divertimento. All’inizio dei cinque round i giocatori visualizzano quattro parole bonus a testa. Se usate, queste hanno un valore doppio nel gioco, permettendo di sbloccare premi digitali o sconti a tempo su punti vendita offline, filtrati automaticamente in base alla prossimità del giocatore.

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Le regole del gioco

Lo scopo del gioco è quello di trovare una parola che inizia con le ultime due lettere della parola precedente lanciata dall’avversario. Ad esempio: se viene lanciata una sfida con la parola “PERFEZIONISTA”, la risposta dovrà essere una parola che inizia con “TA” (es. “TARTARUGA”). SWOORDS riprende un popolare e famoso gioco chiamato Shiritori, poi ampliato e arricchito con dinamiche di gamification,

L’avversario può essere casuale o scelto tra gli amici di Facebook. Inoltre è disponibile una modalità single player, nella quale mettersi alla prova e sfidare l’intelligenza artificiale Doctor SWO, con tre livelli crescenti di difficoltà.

Il tempo scandisce le partite, con 20 secondi e cinque round per trovare la parola giusta, usando più lettere possibili per accumulare punti. Inoltre ad ogni partita le lettere nella tastiera corrispondono a un punteggio diverso e il giocatore può usare armi per distrarre e mettere in difficoltà i propri avversari.

La fase beta si è già conclusa con oltre 6.000 installazioni e circa 2.500 utenti attivi unici, che hanno rappresentato i primi tester del gioco, offrendo soluzioni e migliorie all’interno delle dinamiche di coinvolgimento.