migliorare la SEO 2018

Come continuare a migliorare la SEO anche nel 2018

Il 2017 è stato un anno caratterizzato da consolidamento delle pagine di AMP, User Experience, Machine Learning e, ovviamente, Mobile. Cosa ci aspetta ora nel 2018? Ecco 7 previsioni Ninja per continuare a migliorare la SEO secondo i trend attuali.

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1.  Mobile First

Non è una novità che la navigazione da mobile abbia superato quella da desktop e che le ricerche da smartphone siano ormai salite al 58% . Il trend si conferma anche per il 2018 e Google, di tutta risposta, già da qualche tempo aveva mostrato l’intenzione di classificare le pagine basandosi sulla loro versione mobile (mobile-first index).

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Quest’anno il lancio del mobile-index first sembra diventare realtà, almeno da quanto dichiara Google.  Sarà probabilmente tra i più grandi cambi di algoritmo di sempre e potrebbe sconvolgere le classifiche attuali e far capitolare qualcuno nella SERP, portando perfino a obsolescenza i siti non accessibili da mobile.

Migliorare la SEO

Un altro aspetto su cui continuerà a battersi Google è l’inasprimento delle pene per i siti che utilizzano banner intrusivi (mobile interstitial) e interrompono la user experience dell’utente sovrapponendosi al contenuto di interesse.

Il Mobile Interstitial Update era stato già lanciato nel 2017, ma sembra che i Big Brand nelle prime posizioni, grazie alla fiducia degli utenti, non siano stati impattati affatto dall’aggiornamento. Google quindi potrebbe inasprire la pena per correggere questo “cattivo” comportamento.

Cosa fare lato mobile per migliorare la SEO?

A livello tecnico prima di tutto un sito web responsive o mobile è d’obbligo e l’utilizzo del protocollo web AMP (Accelerated Mobile Pages) sicuramente velocizzerà la navigazione. Evitiamo banner intrusivi a favore di una pubblicità integrata alla user experience.

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2. User Experience

Quando parliamo di User Experience non ci riferiamo solo ad aspetti tecnici come la navigazione mobile e la velocità di caricamento pagine, ma anche a contenuti customizzati, coinvolgenti e  che siano la soluzione immediata ai problemi degli utenti.

Cosa succede nel momento in cui un utente arriva sulla pagina e fatica a trovare la sezione o l’argomento d’interesse? Semplice, lascerà il sito in pochi secondi. Una buona user experience richiede, oltre alla velocità, la leggibilità del contenuto, il design, l’architettura dell’informazione e la customizzazione.

SEO user experience

Google ha reso chiaro  del resto che una user experience “completa” è parte del sistema di ranking, ciò vale sia per il mobile che per il desktop, assicurando inoltre all’utente una fluidità nella fruizione del sito tra i vari device.

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3. Cyber-security

La sicurezza è un aspetto da non sottovalutare. Il 2017 ci ha insegnato che niente sul web è sicuro e che i webmaster dovranno prestare un’attenzione maggiore nella realizzazione e manutenzione  dei siti web.

Grandi aziende come Uber e Yahoo sono infatti cadute vittime di cyber-attack e hanno investito molto per rendere sicuri i propri sistemi. Ovviamente, aziende medio-piccole non hanno a disposizione fondi per mettere al sicuro tutti i loro sistemi, ma piccole misure di sicurezza possono aiutarci a proteggere i nostri siti web e dati, incluse le informazioni private degli utenti che si affidano a noi.

cyber security: migliorare la SEO

La sicurezza è anche un tema caldo per Google, che intende renderla uno degli aspetti SEO più importanti. Il consiglio per migliorare la SEO in questo caso è pensare e prestare attenzione alla sicurezza dei dati e siti, a partire dal protocollo https.

4. Ricerca Vocale e Featured Snippet

La ricerca vocale, secondo quanto dichiarato da Google copriva già nel 2016 il 20% delle ricerche totali. Nel 2018 ci aspettiamo che questo trend aumenti così come le vendite dei Digital Assistant, che proprio Google sta incentivando con la linea estesa di Google Home.

Con l’aumento della ricerca vocale andranno ad aumentare anche i Featured Snippet (oggi circa il 30%), ossia quei riquadri speciali in cima alla SERP, che rispondono in modo riassuntivo alle domande poste nella ricerca. Provate a scrivere, per esempio, “Come si fa la besciamella?”, se non avete disattivato i featured snippet, vi apparirà probabilmente un riepilogo della ricetta.

Le domande sono proprio una forma di ricerca vocale e mettere i featured snipped in cima alla SERP è chiaramente un indizio delle intenzioni di Google.

migliorare la SEO: Cortana

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Cosa fare? Per migliorare la SEO nel 2018 bisogna guardare con attenzione alla ricerca vocale, focalizzandosi su parole chiave “long-tail” e una sintassi comune al linguaggio parlato. Strutturate i contenuti con Domande e Risposte (es. FAQ) o in ogni caso contenuti divisi in sezioni, che vadano a rispondere brevemente a domande che l’utente potrebbe porsi.

5. Le Intent Keywords

Tra i fattori di ranking di Google ci sono anche le intent keywords (parole chiave intenzionali), ossia quelle parole che esprimono un intento di acquisto, informazione, navigazione, ecc. Per esempio, in caso di parole chiave con un chiaro intento di acquisto (per esempio “Prezzi”), Google privilegerà siti eCommerce, così come per parole chiave a scopo informativo (ad esempio “cosa fare per…”) privilegerà siti a contenuto informativo.

Oltre all’ottimizzazione e segmentazione del contenuto, un consiglio per migliorare la SEO è proprio una scelta di intent keywords appropriate.

6. Linkless Mentions (Menzioni senza link)

Negli ultimi anni i maggiori motori di ricerca come Google e Bing, hanno sviluppato l’abilità di misurare la reputazione di un Sito Web, attraverso i riferimenti al brand e al “sentiment” a esso relativo, senza il bisogno di un link diretto. Questi riferimenti sono noti come “linkless mentions” (menzioni senza link).

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Bing ha confermato di tracciare le linkless mentions e usarle come fattore di ranking e Google potrebbe fare lo stesso. Dato il ruolo sempre maggiore dell’Intelligenza artificiale nell’algoritmo non è una  sorpresa aspettarsi le linkless mentions come fattore di ranking nel prossimo futuro.

Le strategie usate per guadagnare menzioni sono ovviamente simili a quelle per guadagnare i link, ma il vantaggio in questo caso per il brand è maggiore, pensate infatti a tutte quelle menzioni che già oggi sono senza link. I brand più piccoli potrebbero guadagnare non poche posizioni!

Cosa fare per migliorare la SEO con le linkless mentions? Semplice! Fate parlare di voi, partecipate alle conversazioni e sostenetele.

7. No alle fake news e ai guest post manipolatori per migliorare la SEO

Le fake news sono un problema molto sentito da Google, che nell’ultimo anno e mezzo è stata accusata dai media addirittura di promuoverle. Non c’è bisogno di dire quanto l’immagine di Google sia stata colpita da queste critiche, tanto da porsi come obiettivo quello di riuscire a individuare le fake news e punirle severamente.

In questa direzione, Google ha già: bandito gli editori che promuovevano pubblicità con fake news; testato nuove modalità per tracciare segnalazioni dagli utenti; “aggiustato” l’algoritmo per svalutare informazioni non autorevoli; aggiunto tag verificatori (fact check tags) ai risultati di ricerca.

Migliorare la SEO

Nel 2015 inoltre aveva rilasciato un documento, il “Knowledge-Based Trust” (Fiducia basata sulla conoscenza), che valutava la qualità delle pagine web in base all’accuratezza dell’informazione invece che alla popolarità e al numero dei link. Se il Knowled- Based Trust venisse implementato, potrebbe far capitolare molti siti di fake news.

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Un altra spina nel fianco che Google vuole togliersi sono i guest post “manipolatori”, ossia quei post scritti da altri siti per pubblicizzare il nostro. A maggio Google aveva già avvisato i webmaster che questa strategia di backlink era contro le sue linee guida, ma la novità è che ora un aggiornamento dell’algoritmo potrebbe individuare chi la pratica.

In questo caso,  il vero consiglio per migliorare la SEO è chiedersi se i nostri utenti abbiano veramente bisogno di queste strategie per affezionarsi al nostro brand.

Growth Hacker mania. Chi è questa figura così ricercata sul mercato del lavoro?

Qualche giorno fa parlavo con un amico che ha una startup a San Francisco e mi confessava, tra una cosa e l’altra, che le startup in Silicon Valley ormai sono interessate solo a due figure: Growth Hacker e Data Scientist.

La sua frase è stata esattamente questa:

“Sembra che non vogliano altro, fanno le aste per accaparrarsi i migliori growth hacker sul mercato e arrivano a pagarli anche 200.000 dollari l’anno.”

La cosa non mi ha sorpreso per nulla: nel momento in cui ho scritto il mio primo libro avevo fatto un bel po’ di ricerche approfondite e la media degli stipendi americani per questa figura si aggirava intorno ai 160.000 dollari.

Questi dati, uniti al fatto che ormai anche la grandi aziende sono interessate a questa figura, ci fanno capire senza ombra di dubbio che quello del growth hacking (o growth marketing, che dir si voglia) non è un fenomeno passeggero. È qualcosa che è qui per restare, e anche per molto.

Identikit professionale del Growth Hacker

D’altronde, basta fare un giro sui vari siti di annunci di lavoro (da LinkedIn a Monster, passando per Indeed e Angelist) per trovare migliaia di posizioni aperte in tutto il mondo. Startup e grandi aziende, imprese digitali e tradizionali, sono tutte alla ricerca di questa figura che ormai gli americani chiamano “unicorno”, proprio a sottolinearne la rarità.

Il materiale disponibile in rete sulla disciplina ormai è sempre di più e, fortunatamente, si trova tantissimo anche in lingua italiana. Quello che si trova veramente poco in giro sono le informazioni sulla figura. Ora che abbiamo capito di cosa tratta il growth hacking bisognerebbe capire chi è il Growth Hacker, visto che in molti lo scambiano per un marketer “un pelino” più avanzato e qualcun’altro per un project manager del nuovo millennio.

Sempre più ragazzi mi chiedono, infatti, informazioni su questo argomento per capire come fare del growth hacking il proprio lavoro.

Se ti interessa percorrere il cammino che ti porterà a diventare un Growth Hacker (o che ti porterà ad utilizzare il growth hacking nella tua azienda) sappi che ci sono alcuni aspetti fondamentali che caratterizzano questa figura, come la multidisciplinarietà, la formazione continua e la curiosità.

Aspetti che non sono per nulla opzionali e che, anzi, fanno la differenza nel lungo periodo tra chi approccia l’argomento seriamente e chi preferisce cambiare la bio su LinkedIn in “Growth Hacker” dopo aver letto un paio di articoli in lingua inglese.

Tra le tante caratteristiche che contraddistinguono un Growth Hacker ce ne sono alcune che possono farti capire fin da subito se sei portato o meno per un ruolo del genere e qui ne elenco sei. Le principali, a mio avviso:

  1. Ha spirito imprenditoriale
    Il Growth Hacker è una persona che ha un forte spirito imprenditoriale ed è in grado di correre dei rischi e prendersi delle responsabilità.
  2. È disciplinato
    Una caratteristica per nulla scontata, soprattutto quando si parla di giovani imprenditori, è la disciplina. Il Growth Hacking è un processo con dei passi ben definiti ed è importante essere disposti a seguire alla lettera questo processo.
  3. È un leader
    Il Growth Hacking è un’attività collettiva che coinvolge tutto il team e impatta in maniera profonda il prodotto. La persona a capo di questo processo deve avere delle competenze da leader per guidare e motivare tutti i componenti del team.
  4. È un portavoce
    La crescita è un fattore che deve far parte della cultura aziendale e il Growth Hacker deve avere un ruolo di evangelist in tutta l’azienda per diffondere la cultura della crescita e di un metodo data-driven.
  5. È orientato ai dati
    Il Growth Hacker è a stretto contatto con i dati durante tutte le fasi del processo. Per fare questo deve avere un mindset orientato ai dati e non basare le sue decisioni sull’istinto o sull’intuito.
  6. Gestisce il processo, non il team
    L’importanza della leadership indicata al punto 3 non serve per la gestione del team (visto che non è un manager) quanto piuttosto per la gestione del processo. Questo avviene tramite un’attenta attività di osservazione e di decisione.

A questo punto dovrebbe essere abbastanza chiaro che il growth hacking è l’intersezione di una serie di discipline e ambiti a volte molto diversi tra di loro. Aspetti di marketing che si fondono a una profonda conoscenza del prodotto, che si poggiano su una dimestichezza con i numeri che, a loro volta, fanno leva su delle buone basi tecniche.

Il Growth Hacker, in una parola

Tutto ciò può essere descritto in una sola parola? Secondo me si, e questa parola è multidisciplinarietà.

Qualsiasi libro tu possa leggere sul tema, qualsiasi post tu possa trovare online e qualsiasi caso studio tu possa analizzare confermerebbe questa cosa. Il Growth Hacker fa della multidisciplinarietà il suo punto di forza.

Il Growth Hacker non è uno specialista. Non vuole diventare il migliore in una disciplina, vuole padroneggiare quante più discipline possibili.

È una persona ossessionata dai dati, ma che fa leva su una forte creatività. Pensa con un orientamento al marketing, ma senza dimenticare la concretezza del prodotto. Vuole far crescere il suo business, ma sa che per farlo deve mettere l’utente al centro di tutto.

Allora, pensi di avere le carte in regola per diventare un Growth Hacker di successo?

generazioni millennials strategie marketing

Generazioni a confronto: come comunicare con genitori e figli?

I bambini, i loro genitori e perfino i loro nonni sono online: tre generazioni che hanno necessità e desideri differenti. Le agenzie pubblicitarie di oggi devono quindi pensare e creare la propria comunicazione tenendo a mente questo concetto.

Tra genitori e figli, qual è la vera sfida?

The Big Shot ha recentemente condotto alcune ricerche con l’obiettivo di identificare come indirizzare la comunicazione di un prodotto verso i genitori. Quando le attività adv puntano a questo target, si dovrebbe pensare al messaggio (pubblicitario e non) come ad un mezzo per coinvolgere anche i bambini poiché la maggior parte delle volte sono accanto ai propri genitori nel momento della fruizione.

I genitori di oggi consumano sempre più contenuti e lo fanno sempre più spesso insieme ai loro figli, pertanto i contenuti pubblicati devono intrattenere entrambi i segmenti di pubblico rimanendo inoffensivi, proponendo contenuti adeguati e continuando a guidare all’acquisto. Questa è la vera sfida.

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Gli inserzionisti spendono milioni in digitale quando fanno marketing per colpire il target dei genitori, ma non sempre gli investimenti sono compiuti affinando i canali e i formati di utilizzo. Dalla ricerca è emerso un altro elemento interessante: i genitori sono maggiormente influenzati nelle loro decisioni d’acquisto dalla visione di uno streaming live, ciò si deve probabilmente al fatto che questo formato è più adatto a guidare l’attenzione e di conseguenza ad aumentare lo user engagement.

Ecco quindi un esempio semplice di una scelta più oculata e più parents/kids friendly nei confronti dei formati da utilizzare.

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Piattaforme adattate alle esigenze dei post-millennials: è la strada giusta?

Ofcom ha recentemente pubblicato un report in cui si afferma che il 28% dei bambini di 10 anni, il 46% di quelli di 11 anni e il 51% di quelli di 12 anni hanno ora un account social. Alcuni sostengono che le risposte lato social a queste nuove esigenze siano YouTube Kids e FB Messenger for Kids, ma quanti bambini vogliono contenuti “puliti” dalla comunicazione adulta? Non è questo il mondo nel quale i bambini e gli adolescenti vogliono avere solo cose “permesse”: guardando la questione esclusivamente lato marketing, insomma, gli adolescenti vogliono sentirsi adulti e fintanto che il contenuto è pertinente e raggiunge il pubblico giusto, non è necessario che i contenuti siano creati esclusivamente per loro.

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Come fare quindi? Quando si pubblicano campagne mirate alla vendita di prodotti per ragazzi bisogna selezionare meticolosamente siti, video e pubblico che si è scelto come target, anche se questo viene ridotto ai minimi termini. Si tratterà però certamente di una audience molto mirata e quindi ottimizzata anche in ottica ROI.

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Ci sono semplici misure che gli inserzionisti possono adottare per garantire che i loro annunci vengano mostrati nei posti giusti. Spesso i bambini vedranno il messaggio dai dispositivi dei genitori, mentre i genitori fruiscono dei contenuti. Bisogna quindi iniziare a creare campagne efficaci e coinvolgenti che possano essere consegnate ad entrambi i lati di questo “pubblico”.

Quanta fame (di solidarietà) abbiamo?

Immagina di entrare nel solito supermercato e pensare che un terzo di ciò che vedi finisca nella spazzatura.

Follia? No, è la realtà.

E’  da tempo risaputo che i prodotti esposti nei supermercati richiedono alcune peculiarità estetiche per essere venduti, ma appena ne manca una  quel cibo viene scartato. Eppure le qualità di quell’articolo sono le stesse: ecco dove nasce la necessità di fare cultura in merito e modificare i canoni del mercato.

Il peso dello spreco

La FAO stima nel mondo 1,3 miliardi di tonnellate di cibo gettate ogni anno per un valore complessivo di 750 miliardi di dollari, mentre 795 milioni di persone soffrono ancora la fame. Da questa parte del mondo siamo così tanto nutriti da necessitare di diete e soffrire di obesità, che sembra assurdo pensare ci siano persone denutrite, anche nella vicina Europa Sud Orientale.

Lo scorso 20 settembre il Direttore Generale della FAO, José Graziano da Silva, si è unito all’appello lanciato nel corso della 72esima Assemblea Generale delle Nazioni Unite: Fame Zero  con l’obiettivo di ridurre gli sprechi alimentari per uno sviluppo sostenibile.

Esiste inoltre un altro tipo di spreco, quello domestico: ciò che acquistiamo e poi lasciamo marcire e/o non consumiamo: lo spreco maggiore pro capite si registra in Inghilterra, con 110 kg a testa, seguono Stati Uniti (109 kg), Francia (99 kg), Germania (82 kg) e Svezia (72 kg). Pensa per un attimo a tramutare il peso del cibo in essere umano: avresti dei fratelli più alti di te in cucina.

Francia:  la prima al mondo a legiferare contro lo spreco alimentare

Lo spreco alimentare in Francia ora è reato: lo scorso febbraio è entrata in vigore la legge che regolamenta, punendolo, il “gaspillage alimentaire”, ovvero lo spreco di prodotti ancora commestibili.

La legge francese prevede una lista di buoni comportamenti per i gestori di supermercati e rende obbligatori accordi con organizzazioni caritative e modifica la legislazione sulla responsabilità dei produttori di prodotti difettosi.

Inoltre è prevista tra gli obiettivi la sensibilizzazione capillare facendo cultura in merito nel lungo periodo dell’educazione scolastica.

Italia: che fine fanno gli scarti imperfetti dei supermercati?

Esistono innumerevoli  iniziative da Nord a Sud affinchè lo spreco non passi inosservato, ma finalmente dal 2 agosto 2016 c’è una legge contro gli sprechi alimentari che, tra l’altro, ha stanziato un finanziamento da due milioni di euro per l’acquisto di alimenti da destinare agli indigenti; istituito un Fondo da tre milioni di euro destinato al finanziamento di progetti innovativi contro lo spreco; dato ai Comuni la facoltà di applicare un coefficiente di riduzione della tariffa sui rifiuti alle utenze non domestiche (TARI) relative ad attività produttive che producono e distribuiscono beni alimentari in caso di donazione gratuita agli indigenti.
Tutto è partito dal movimento Spreco Zero  nato in Emilia Romagna grazie al Comune di Sasso Marconi (Bo) e allo spin off accademico dell’Università di Bologna Last Minute Market  – attivo dal 2002 per ridurre gli sprechi attraverso progetti per Comuni, Province, Regioni e Imprese sull’ intero territorio nazionale.

Ogni anno vengono recuperate 550 mila tonnellate di cibo in eccedenza e distribuite a chi è in difficoltà. L’obiettivo è arrivare a 1 milione di tonnellate.

7____iononspreco

Il Mipaaf ha divulgato nel mese di settembre una lista di consigli e informazioni pratiche per combattere gli sprechi alimentari attraverso la campagna #iononspreco : bastano piccoli gesti quotidiani per ridurre sensibilmente le perdite di cibo attraverso un consumo più consapevole e sostenibile.

A CASA ETICHETTA io non spreco

 

La carta di Milano

GIORNATA NAZIONALE CONTRO LO SPRECO
 Il 3 ottobre è la giornata nazionale di prevenzione dello spreco alimentare: solo in Italia il cibo che finisce nella spazzatura vale 12 miliardi di euro e il 50% degli sprechi si registra tra le mura di casa.

Un fenomeno che si è voluto contrastare con la stesura e la condivisione della Carta di Milano : un documento proposto in occasione di Expo 2015 che elenca i princìpi riguardanti la sostenibilità ambientale, la nutrizione e i diritti umani (tra cui rientra il diritto al cibo) e ad oggi è già stata tradotta in 19 lingue. Puoi condividerla, scaricarla e firmarla anche tu come simbolo di impegno nel rispettarla e prenderti cura del presente e della generazione che verrà, cliccando qui .

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Il movimento dei Freegans

Il Freeganism, (nome composto da free e vegan) nasce in America negli anni Novanta, per protesta contro lo stile di vita consumistico che, proprio negli Stati Uniti, ha raggiunto il massimo grado di espressione.

Questa comunità ha uno stile di vita che abbraccia ideali come la condivisione, il riuso, il riciclo, la riduzione dei rifiuti, tante iniziative ecosolidali e soprattutto il recupero del cibo anziché l’acquisto: la raccolta di merce in eccedenza o magari di “scarti di bellezza” avviene nel retro dei supermercati o nei cassonetti vicini.

Per quanto a prima vista possa sembrare una follia, basta cercare alcune testimonianze per rendersi conto di quanto cibo ancora utilizzabile sia buttato via.

Quella volta che l’empatia disinnescò la rabbia dell’hater

Mentre scorriamo i feed dei social network, i nostri occhi si ritrovano puntualmente a scontrarsi con commenti carichi di rabbia e astio: sono sempre più frequenti, ma non ci facciamo mai l’abitudine perché ci colpiscono sempre fortemente per la loro insensata violenza.

Mentre gli obiettivi di questi attacchi sono per lo più personaggi noti o protagonisti di eventi di attualità, l’identità degli hater è spesso meno conosciuta.

Documentari al confine tra reportage giornalistico e indagine sociologica come The Internet Worriors e FarWeb ci hanno svelato che il ruggito lanciato sul web dai cosiddetti leoni da tastiera rappresenta in realtà la valvola di sfogo di frustrazione, insoddisfazione e sofferenza di persone comuni, insospettabili che non hanno mai manifestato comportamenti violenti o posizioni estreme nella vita di tutti i giorni.

I leoni da tastiera ruggiscono dolore

Sebbene il profilo dell’hater medio e le sue motivazioni siano state ormai appurate, ancora nessuno, però, aveva mai tentato una strategia di intervento diversa dal cancellare i commenti incriminati o, nei casi più gravi, denunciare l’autore. Nessuno prima del tentativo di Sarah Silverman, l’attrice americana che, colpita dall’ennesimo insulto sui social, ha visitato il profilo Twitter dell’autore Jeremy, scoprendo una persona sofferente nel corpo e nell’anima, e ha scelto di rispondere dimostrandogli comprensione e supporto.

La risposta di Sarah ha sbalordito tutti, ma soprattutto l’hater: dopo aver riconosciuto nella sua rabbia “un dolore sottilmente velato”, l’ha invitato a “vedere cosa succede quando scegli l’amore”. Jeremy, toccato nel profondo, ha affidato la sua confessione a Twitter, rivelando che la sua rabbia affondava le radici in una vita segnata da molestie subite da bambino e dal costante dolore fisico.

Jeremy si è scusato per aver insultato l’attrice, che intanto si è anche premurata di cercare aiuto medico per lui tra i suoi tanti follower.

Sarah-Silverman

Con la sua risposta empatica Sarah ha ottenuto l’incredibile effetto di disinnescare la rabbia di Jeremy, che è riuscito finalmente a dare voce al suo dolore in un modo più sincero e coraggioso, abbassando lo scudo di aggressività.

Ancora una volta i mali del web si rivelano lo specchio dei mali della società e ci mettono in guardia dal separarli: l’umanità è la stessa, on e off line.

net neutrality

Net Neutrality: cosa comporta la sua fine negli USA

Il 14 dicembre scorso la FCC ha votato (3 voti contro 2) per la cancellazione delle norme che garantivano la net neutrality, che la stessa commissione aveva introdotto solo 2 anni fa.

Una decisa inversione di rotta che fa discutere e preoccupa non solo gli attivisti della rete che rivolgono il proprio pensiero alla difesa della libertà di espressione e democrazia, ma anche i giganti del web come Google, YouTube e Facebook, e (soprattutto!) le piccole aziende del tech come le startup, per il potere che avranno le telco di influire sul traffico dei loro siti.

Net Neutrality: cos’è?

Internet è spesso rappresentata, in certe grafiche, come una nuvola. Ad essa si collega un utente, attraverso un suo dispositivo (un tablet, un pc), e per magia le sue richieste arrivano ad un server che è collegato anche lui a questa nuvola. Le risposte arriveranno facendo la strada inversa.

net neutrality

Questa semplice e tradizionale rappresentazione è già una buona spiegazione della net neutrality: alla nuvola (ops! la rete) non importa quali siano le richieste e le risposte. Nella rete viaggiano sotto forma di pacchetti che percorreranno le strade più convenienti perché questo scambio avvenga.

In altre parole, la neutralità della rete significa che non può esserci alcuna discriminazione dei pacchetti inviati o ricevuti in base al loro contenuto.

Cosa cambia con la fine della net neutrality?

In base a questa decisione le grandi aziende di telecomunicazioni, negli USA, potranno invece privilegiare (o penalizzare, come temono in tanti) alcuni tipi di pacchetti rispetto ad altri.

Si creerebbe così una internet a due corsie: una preferenziale, per certi contenuti, e una meno performante per gli altri.

Le telco potranno quindi offrire abbonamenti differenziandoli, per esempio, non solo in base ai giga di traffico consumati o al tempo speso nel collegamento, ma anche in base ai contenuti.

Così potrebbe accadere che un pacchetto entry level preveda la possibilità di navigare solo verso certi siti, e che per accedere ad altri, come Facebook o YouTube, si debba pagare un extra. Un’ipotesi che circolava già ben sette anni fa, come potete vedere qui sotto.

net neutrality

Ecco spiegata anche la contrapposizione tra chi fornisce il servizio di comunicazione (connettività, se preferite) e chi fornisce un servizio di informazione (o, se preferite, di di contenuti). Secondo molti analisti, questi ultimi (YouTube, Facebook ma anche Netflix e altri) potrebbero non soffrirne. Potenzialmente sarebbero capaci di assorbire loro stessi i maggiori costi per veicolare i contenuti alla velocità necessaria. Non accadrebbe così per le aziende finanziariamente più deboli.

In questi giorni molti youtuber stanno caricando i loro video con delle pause inserite ad arte, per simulare la lentezza di una corsia meno privilegiata.

La fine della net neutrality, proprio per il potere dato alle telco, significherebbe la fine della rete libera e aperta come la conosciamo oggi.

In realtà, non è proprio così, secondo altri analisti ed esperti. La neutralità della rete non esiste tecnicamente, sia perché in molti paesi certi contenuti sono filtrati o bloccati, sia perché, per le aziende che se li possono permettere, esistono tecniche e servizi delle aziende di telecomunicazione che permettono una migliore distribuzione dei contenuti.

Di fatto, questa neutralità esiste per l’utente che può collegarsi ad un qualunque sito con l’unico limite della larghezza di banda che ha disponibile, non importa se per guardare un video, giocare, informarsi o studiare.

Finirà la net neutrality anche in Italia?

In breve, no. In Italia la neutralità della rete è doppiamente garantita.

Nel nostro paese infatti è in vigore la dichiarazione di diritti di internet, che in uno dei suoi articoli stabilisce proprio che non possa esserci alcuna “discriminazione, restrizione o interferenza in relazione al mittente, ricevente, tipo o contenuto dei dati, dispositivo utilizzato, applicazioni o, in generale, legittime scelte delle persone.”

La seconda garanzia arriva dall’Europa che proprio ad aprile di quest’anno ha votato un nuovo regolamento sulle telecomunicazioni. Sì, proprio quello che ha abolito il roaming per i cellulari nei paesi della comunità, obbliga anche tutte le aziende di telecomunicazioni a trattare il traffico dati in maniera equivalente. Sono previste poche e precise eccezioni: la decisione di un tribunale, o la necessità di prevenire attacchi informatici.

La rete libera e aperta come l’avevano intesa i cuoi creatori, almeno per noi in Europa, sembrerebbe essere salva.

la guerra al terrorismo online

Come i social network combattono la guerra al terrorismo online, spiegato bene

Il forum globale per la lotta al terrorismo online nacque a metà dell’anno scorso. Durante l’internet forum europeo, Twitter, Facebook e YouTube presentarono l’iniziativa al mondo.

Pochi giorni fa Facebook ha rilasciato un aggiornamento sui progressi fatti e le nuove adesioni conquistate: Ask.fm, Cloudinary, Instagram, Justpaste.it, LinkedIn, Oath, e Snap ne sono entrati a far parte.

Insieme ai grandi nomi del mondo social e tech, ben 68 piccole aziende sono state coinvolte attraverso workshop e conferenze tenute a San Francisco, New York, Giacarta e Bruxelles.

Cos’è il Forum Globale per la Lotta al Terrorismo?

Il GIFCT (da Global Internet Forum to Counter Terrorism, la sua denominazione in inglese) ha lo scopo di rispondere alle tattiche propagandistiche estremiste e terroristiche online, contrastandole.

Il continuo dialogo e collaborazione con i governi (attraverso la partecipazione alle riunioni del G7 e del Consiglio Europeo) la cooperazione con altre aziende del settore, associazioni civili ed enti accademici sono una parte fondamentale della iniziativa, che coprirà tre aree fondamentali:

  • Soluzioni tecnologiche
  • Ricerca
  • Condivisione della conoscenza

Tra le soluzioni tecnologiche già operative grande importanza ha il database condiviso di hash, (una sorta di impronte digitali uniche) che permettono alle aziende partecipanti di identificare ed eventualmente rimuovere contenuti di matrice terroristica , in qualche caso addirittura prima che siano pubblicati.

Il database, attivo da giugno 2016, conta già oltre 40mila impronte uniche di tal genere di contenuti.

Contemporaneamente continua la ricerca di nuove tecniche (incluse applicazioni dell’intelligenza artificiale come il Deep Learning) per affrontare il dilagare di propaganda terroristica online, coinvolgendo governi, enti e associazioni civili, il comitato per il contro terrorismo del consiglio di sicurezza dell’ONU e la fondazione ICT4Peace, che ha come obiettivo salvare vite umane e proteggerne la dignità attraverso la tecnologia per l’informazione e la comunicazione.

terrorismo online

Ogni nuova scoperta e sviluppo sarà quindi condivisa per permettere anche alle piccole aziende di avere i mezzi per combattere il terrorismo online, sia con metodologie e tecniche sviluppate ad-hoc sia con meccanismi di contro-informazione. Creators for Change di YouTube, il percorso di formazione per ONG di Twitter e le iniziative P2P e OCCI di Facebook, sono alcuni dei programmi e iniziative che permetteranno di creare un flusso di informazioni credibili e autentiche che contrastino la diffusione dei messaggi di odio ed estremismo online.

La condivisione delle conoscenze, tecniche e metodologie sviluppate avviene attraverso una specifica piattaforma.

La piattaforma di condivisione della conoscenza  contro il terrorismo online

Battezzata “Tech against terrorism”, la piattaforma è stata implementata dalla fondazione ICT4Peace, in seguito alla risoluzione 2354/2017 del consiglio di sicurezza dell’ONU e in conformità alle raccomandazioni del comitato anti terrorismo dell’ONU stessa.

Le aziende che desiderino aderire al progetto e accedere alla piattaforma dovranno dimostrare di rispettare e aderire ad alcuni principi operativi (l’elenco completo lo trovate alla voce Trustmark del loro sito).

In sostanza, oltre ad alcuni aspetti puramente tecnici o burocratici, i termini di servizio dell’azienda che intenda aderire dovranno esplicitamente proibire il terrorismo e garantire al tempo stesso il rispetto di alcuni principi fondamentali.

Dovrà essere garantita la libertà di espressione, la privacy degli utenti, il rispetto delle diversità e la difesa dalle discriminazioni.

Chi aderisce alla piattaforma dovrà assicurare la trasparenza necessaria ad una corretta gestione dei contenuti ammessi, di come si risponda ad eventuali richieste governative di collaborazione e di quali siano i criteri per decidere sui contenuti, nel rispetto dei diritti umani ma anche delle responsabilità delle persone.terrorismo online

Non sempre le decisioni prese in merito ad un contenuto potrebbero essere efficaci od opportune. Nel caso che queste avessero un impatto fortemente negativo sulle persone o comunità, devono essere previste le opportune misure per porvi rimedio.

La libertà di espressione comporta doveri e responsabilità, affermano, e non può essere assoluta: potrebbero esservi delle limitazioni se, nell’esercitarla, non si rispettassero i diritti o la reputazione di altri oppure se si mettessero a rischio la sicurezza nazionale, l’ordine pubblico, la salute o la morale.

Alle aziende aderenti viene richiesto di collaborare nello sviluppo di strategie per mantenere le rispettive piattaforme e prodotti immuni dall’abuso da parte di organizzazioni terroristiche e dei loro sostenitori, promuovendo al tempo stesso la tolleranza, la coesistenza e la diversità.

Un equilibrio difficile e delicato. Sarà possibile raggiungerlo?

Net neutrality

Se la Net Neutrality muore, cosa cambierà per il Web Marketing?

Cos’è la neutralità della rete? La net neutrality è il principio per cui i provider di servizi Internet (ISP) devono consentire l’accesso a tutti i contenuti e le applicazioni indipendentemente dalla fonte e senza favorire o bloccare determinati prodotti o siti web. In base alle regole di neutralità della rete, gli ISP dovrebbero consentire tutti i tipi di traffico attraverso le loro reti senza discriminazioni, interferenze o controlli che servano gli interessi commerciali degli stessi ISP.

Perché tutti parlano di net neutrality? Negli Stati Uniti, la Federal Communications Commission ha recentemente votato per capovolgere le leggi dell’amministrazione Obama che inquadrano Internet come un servizio pubblico. Ciò significa che ora gli ISP non saranno più vincolati a consentire un accesso paritario ai vari contenuti del Web. A farsi promotore di questa rivoluzione è stato Ajit Pai, nominato nuovo presidente della FCC dal presidente Trump.

Il web marketing senza net neutrality

marketing net neutrality

La caduta della net neutrality negli USA potrebbe cambiare radicalmente il modo in cui il marketing online ha funzionato finora. In sintesi, non si tratterebbe di investire solo in strategie di visibilità, elemento determinante ma accessorio, bensì e soprattutto pagare per la possibilità di rendere accessibili i contenuti.

Uno scenario forse estremo, ma possibile, prevede la suddivisione dei siti Internet in fasce. Gli utenti, pagando una quota base potrebbero accedere ai siti più utilizzati, tipicamente i GAFAM (Google, Apple, Facebook, Amazon e Microsoft), i giganti del Web. Aumentando la tariffa sarebbe possibile accedere via via ad altri siti, classificati in base a criteri tutti da stabilire, ma senza escludere quello monetario.

Pagare per essere raggiungibili, dunque, o per raggiungere. Eventuali sovrapprezzi potrebbero essere applicati agli utenti per fruire i contenuti, oppure alle aziende per rendere i medesimi accessibili. In ogni caso, questo porterebbe inevitabilmente ad un aumento dei prezzi finali.

Vediamo qualche esempio specifico.

Freemium, content, inbound

neutralità della rete

Uno dei maggiori impatti potrebbe essere sul freemium marketing. Nato su Internet, il freemium marketing rende un prodotto/servizio online disponibile gratuitamente durante un periodo di prova o con accesso limitato alle funzionalità basilari. Da questa esperienza si auspica un apprezzamento dei clienti che avvii un passaparola in grado di compensare i mancati guadagni iniziali: il venditore utilizza infatti il modello freemium per mettere il prodotto/servizio direttamente nelle mani dell’utente, creando un precedente che porta al pagamento di una quota per l’accesso completo.

Ma il freemium marketing è stato costruito sull’idea di una disponibilità uniforme dei contenuti online. Se l’accesso ai siti o alle app delle aziende è libero, è possibile provare e successivamente acquistare un prodotto. Senza neutralità della rete, alcune aziende potrebbero trovarsi bloccate perché le loro offerte contrastano con quelle di un ISP. Un altro scenario prevede che le aziende paghino una tariffa affinché gli utenti abbiano libero accesso ai loro canali digitali, fatto che genererebbe un aumento di prezzo del prodotto/servizio completo, svantaggiandolo in termini concorrenziali. Viceversa, potrebbero essere i clienti a dover pagare una quota per poter utilizzare la versione di prova o limitata di un qualsiasi programma.

Stesso destino potrebbe essere riservato a Content Marketing e Inbound Marketing. L’accesso a white paper o webinar gratuiti potrebbe a sua volta essere limitato per ragioni concorrenziali, essere soggetto a tariffe di accesso e in generale fornito in modo ineguale in base ad un’asta tra aziende che operano nello stesso settore o semplicemente ad una quota fatta pagare all’utente finale.

Big player e startup

C’è poi un altro problema che coinvolge tutti i contenuti, specialmente quelli video. Appena dietro la visibilità c’è la velocità. Gli inserzionisti e le agenzie di Web Marketing potrebbero dover pagare di più per sfruttare appieno le infrastrutture disponibili. In questo senso, colossi come Google e Facebook, sicuri di poter rimuovere simili scogli, avrebbero una corsia preferenziale per recapitare i contenuti nel modo più rapido possibile. In questo caso i big player sarebbero gli unici a poter garantire una fruizione non solo veloce, ma anche stabile.

I limiti mensili delle connessioni mobile sono un altro esempio di come la concorrenza possa aver luogo su nuovi terreni. Rimanendo nell’ambito dei contenuti video, non è improbabile che Netflix possa permettersi di pagare gli ISP affinché il suo servizio di streaming non concorra al raggiungimento del limite dati mensile degli utenti. Anche in questo caso, lo scenario che si prefigura spazia tra il monopolio e l’oligopolio.

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In generale, tutti i fornitori di servizi non direttamente legati ai provider potrebbero essere costretti a pagare per mantenere i loro standard di efficienza. Tra i servizi coinvolti ve ne sono alcuni che oggi diamo (letteralmente) per scontati come le chat, i gestionali aziendali, e qualsiasi sistema di personalizzazione. Ancora una volta, questo scoraggerebbe le piccole e medie imprese, favorirebbe le aziende consolidate e scoraggerebbe l’ingresso di nuovi competitor e l’intero ecosistema delle startup. Se poi un ISP decidesse di fornire uno di questi servizi, le barriere probabilmente diverrebbero ancora più aspre.

Un nuovo equilibrio?

futuro net neutrality

Ancora oltre, anche blog e testate giornalistiche online potrebbero dover pagare non tanto per dare visibilità ai propri articoli sui canali social, ma ancor prima per permettere agli utenti di leggerli, minando le fondamenta della libertà di informazione alla base della società moderna e tanto cara a Tim Berners-Lee, che inventato e donato il WWW al mondo.

Infine, e più radicalmente, l’assenza della net neutrality potrebbe inficiare tutti gli sforzi creativi di content creation e di Search Engine Optimization; lo stesso costo di realizzazione di un sito Internet potrebbe aumentare di molto, in base alla visibilità ricercata.

Tutto questo, e molto altro ancora, andrà raffrontato con le dinamiche politiche, sociali ed economiche che interverranno nel nuovo equilibrio che l’assenza delle net neutrality porterà negli Stati Uniti e ovunque questo fondamento di Internet verrà a mancare.

Intelligenza Artificiale

L’Intelligenza Artificiale? Non è mai stata una Nemica

Negli ultimi mesi, abbiamo assistito all’escalation di diverse forme di Intelligenza Artificiale. Da quelle installate nei nostri smartphone di ultima generazione a quelle più complesse che interagendo fra di loro creano un vero e proprio linguaggio personalizzato.

Questi esempi di IA hanno già portato tante persone a chiedersi:

“Saremo mai sostituiti da un’intelligenza artificiale?”

Leggi anche: L’intelligenza artificiale non vi ruberà il lavoro, non a tutti

Prima di gareggiare contro questa nuova tecnologia, proviamo a considerare gli ambiti in cui essa potrà aiutarci a migliorare e perchè no, aiutarci a fare cose che prima non pensavamo di riuscire a fare.

Intelligenza Artificiale e memoria

Utilizzo memoria Ia

“La memoria è la base dell’intelligenza umana, ma è imperfetta. Sappiamo raccontare mille storie, ma non a descrivere bene i dettagli.”

In una conferenza al TED, Tom Gruber, spiega come la memoria potrà essere potenziata, permettendo a noi tutti di migliorare le nostre relazioni personali.

Quante persone avete incontrato nella vostra vita? Di quante vi ricordate ancora il nome?

L’IA Umanistica, chiamata così, potrebbe farci ricordare nomi, sport preferiti, gusti musicali e addirittura l’ultima conversazione avuta con ogni persona. Ci aiuterà a ricordare tutto quello che abbiamo letto o sentito, potremo ricordare le conseguenze di ogni cibo ingerito, di ogni pillola e di ogni notte passata in bianco. Sapremo che cosa e perchè ci ha fatto quell’effetto, permettendoci di migliorare la nostra condizione fisica e il nostro rapporto con allergie o  malattie croniche.

Per questo, un’ IA accuratamente programmata, potrà aiutare persone che soffrono di Alzheimer o demenza a non essere escluse dalla vita circostante, garantendo loro una condizione di vita migliore e un rapporto con amici e familiari normale.

Migliorarsi sul lavoro grazie all’IA

IA al lavoro con gli umani

Quando parliamo di lavoro, non dobbiamo dimenticare che, intelligenza artificiale e automazione sono due mondi completamente diversi.

Secondo Gartner il 2020 sarà un anno cruciale nelle dinamiche occupazionali legate all’intelligenza artificiale, stimando che nel 2025 i posti di lavoro creati da questa nuova tecnologia, saranno pari a circa 2 milioni.

Proviamo a fare due esempi, di come il lavoro umano possa subire notevoli cambiamenti, in senso positivo, qualora fosse supportato da un’intelligenza artificiale.

Quando un dottore sospetta un caso di cancro, ne preleva un campione e lo manda ad un patologo con il compito di analizzare con microscopio le varie cellule del tessuto prelevato. Ogni giorno vengono analizzati milioni di campioni e questa mole considerevole di lavoro ha spinto una squadra di ricercatori a creare un’IA classificatrice, programmata per stabilire analizzando le immagini se “È cancro” o “Non è cancro” con una precisione del 92,5% . La percentuale di precisione di un umano è del 96,6%, ma combinando l’abilità della macchina a quella umana otterremo una percentuale di precisione pari al 99,5%, e questo aumento potrebbe salvare numerose vite umane in più.

Proviamo a cambiare utilizzo ed immedesimarci in un designer alle prese con un nuovo drone. Una volta inseriti i dati, la forma e i materiali, ne analizzerà la prestazione, dando come risultato un unico progetto.

Se gli stessi dati, vengono inviati ad un ‘IA, essa elaborerà le prestazioni che il drone dovrà avere e vi fornirà in brevissimo tempo, svariate soluzioni di progetto con materiali e forme diverse fra loro.

Da oggi abbiamo un’alleata in più

Da sempre quello che non conosciamo ci spaventa, ma tutto quello che può dare un qualcosa in più, che sia in ambito lavorativo, sociale, medico o altro, farà in modo che la società rivoluzioni il proprio modo di vivere in meglio.

Quando sentirete parlare di intelligenza artificiale, non ne siate spaventati, un giorno non molto lontano potreste aver bisogno di qualche aiuto artificiale.

“Ciao Siri, apri la posta elettronica.”

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Bitcoin: resta solo il 20% da minare. Cosa vuol dire

È stato minato il 16.8 milionesimo bitcoin, su un numero totale di 21 milioni. In percentuale, resta il 20% dei bitcoin da minare, secondo gli analisti l’opera sarà conclusa entro il 2040.

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Minatori all’opera

Negli anni i miner, così sono chiamati gli utenti che estraggono la criptomoneta sulla Rete, si sono dati da fare. All’inizio il premio che veniva offerto loro per risolvere algoritmi complessi (così scatta l’estrazione dalla Rete della criptomoneta) era di 50 coin.

Un limite che poi si è ridotto nel tempo fino a 25 nel 2012 e a 12.5 nel 2016. Tra due anni, i miner potranno ottenere una “misera” ricompensa per la loro attività: 6.25 bitcoin.

Oggi i miner sono perlopiù grosse aziende situate nei Paesi dell’Est. I costi per minare bitcoin, in termini di energia elettrica, sono altissimi e la difficoltà del calcola aumenta man mano che il numero dei bitcoin diminuisce.

La scarsità un valore

Il fatto che sia limitati non è un difetto del sistema, anzi rappresenta il loro valore aggiunto. È proprio il concetto di scarsità a far accostare i bitcoin all’oro e ne spiega l’aumento del prezzo nel tempo. Diversamente da altri prodotti digitali, come MP3 o i film, i bitcoin non possono essere copiati e quindi ognuno di loro diventa un asset unico e irripetibile.

Bitcoin down

La scarsità e l’assenza di regole spiegano anche l’enorme volatilità del sistema.  Da metà dicembre 2017, giorno del picco (i bitcoin hanno toccato i 20 mila dollari) il loro valore è sceso nei giorni scorsi del 40%, per poi di nuovo risalire lentamente.

A determinare questo “crollo” vari fattori, come l’immaturità dei nuovi investitori, l’affermazione di altre cripotomonete, le cosiddette altcoin, e questioni geopolitiche come le decisioni del governo cinese e sud coreano di limitare di opporsi al trading delle criptomonete.