Marketing e prodotto viaggiano di pari passo, ecco la lezione più grande del Growth Hacking

Ammetto che ancora oggi agli eventi, alle conferenze e ai workshop una delle domande che mi viene fatta più spesso è “qual è il tuo growth hack preferito?” o, peggio ancora, la versione consulenziale italiana che fa “qual è il growth hack migliore che hai utilizzato con un tuo cliente o un tuo progetto?”.

Chi ancora oggi, nel 2018, fa questo tipo di domande non ha colto la vera essenza di questa metodologia. A volte dietro questa domanda si nasconde semplice curiosità, altre volte c’è la provocazione verso il nuovo e in tante altre invece la speranza di un trucchetto da poter replicare sul proprio business.

Non si può essere più fuori strada di così.

La parte veramente interessante, rivoluzionaria e utile del Growth Hacking è il suo processo, non il risultato finale. Ovviamente il risultato finale è quello che attira di più l’attenzione, i cosiddetti hack sono quelli che finiscono nei post, nei video e nei libri, ma sul processo sono in pochi a concentrarsi.

Sono in pochi a raccontare dove è il vero valore di questa metodologia.

Quando si parla di processo di growth hacking mi permetto di scomodare due grossi big della scena americana che hanno gettato le basi di questo settore. Il leggendario Sean Ellis ci spiega che questo processo: “…coinvolge focus assoluto e sperimentazione rapida per ricercare le opportunità migliori per la crescita del tuo business”. Dall’altro lato, l’altrettanto noto Ryan Holiday semplifica ancora di più la questione definendo il processo di growth hacking come “tutto ciò che ti fa tenere o acquisire utenti”.
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Entrambi mettono il focus su un aspetto di cui si parla troppo poco e che è in realtà importantissimo: il customer journey!

Ma visto che questo famoso customer journey non è un aspetto che tocca solo il marketing ma piuttosto coinvolge UX, business development, product design e tanti altri aspetti di un’azienda è chiaro che la sperimentazione deve, a sua volta, coinvolgere tutti questi aspetti.

Possiamo dare per conclusa l’epoca nella quale chi si occupava del marketing era relegato al marketing e chi si occupava del prodotto doveva lavorare esclusivamente su quello. Un modello di questo tipo oggi è impensabile, soprattutto con l’avvento del digitale e le profonde conseguenze dirompenti che esso ha avuto sulla maggior parte dei settori e dei business.

L’idea che il marketer debba lavorare solo sui canali di marketing e l’ingegnere concentrarsi esclusivamente sul prodotto è superata. Queste due figure (così come tante altre coinvolte nel processo) devono essere in contatto costante e devono influenzarsi a vicenda!

Questo ragionamento vale ancora di più in aziende piccole (startup o PMI) o in progetti in fase embrionale dove si è ancora in tempo per intervenire in maniera massiccia sul prodotto stesso.

Business People Working Office Corporate Team Concept

Anzi, per esperienza personale, posso dire che nel corso del 2017 ho visto aumentare sempre di più l’interesse per PMI o aziende “tradizionali” verso questo mondo e questa metodologia. E in realtà la cosa non mi sorprende per nulla, visto che quasi un anno fa scrivevo sulle pagine di questo blog che il Growth Hacking non è un mondo riservato esclusivamente alle startup innovative, ma utile a qualsiasi azienda perché, cito, in fin dei conti:

“…il motivo è molto semplice: tutti i business hanno bisogno di crescere. Poco importante quale sia il grado di maturità dell’azienda e in che mercato essa operi, c’è sempre bisogno di crescere.”

Nello stesso periodo anche il Telegraph usciva con un articolo dedicato all’accoppiata “growth hacking e pmi”, all’interno del quale venivano messi in evidenza alcuni aspetti importanti del processo di growth hacking. Giusto per citarne alcuni:

  • Costruire una cassetta degli attrezzi (letteralmente di tool) per automatizzare alcuni processi, sopperire alla mancanza di competenze tecniche, e così via.
  • Coinvolgere tutti i reparti dell’azienda agli aspetti di growth senza lasciare fuori nessuno. Tutti devono ottimizzare e tutti devono testare.
  • Abbracciare il fallimento come step necessario nel processo di crescita. Un approccio basato sulla sperimentazione porta inevitabilmente con se tanti fallimenti.

Ecco perché, ancora una volta, l’accento deve essere messo sul prodotto e sul processo. Lavorare per anni su un prodotto e solo alla fine preoccuparsi del marketing o dell’acquisizione utenti è uno degli errori più frequenti e più grossi che fanno le aziende.

Dobbiamo iniziare a vedere il marketing e il prodotto come due lati di una stessa medaglia. Il marketing deve diventare parte integrante del prodotto stesso.

Finché l’attenzione sarà sull’ottimizzazione delle campagne Facebook, sul nuovo tool per l’email automation o sul trucchetto per scrivere un testo persuasivo significa che stiamo guardando il dito dimenticandoci della luna. Dimenticandoci che prima di ogni altra cosa dobbiamo realizzare un prodotto che la gente vuole.

Qualche esempio?

Quando leggo i post che parlano della crescita esponenziale di Groupon sono tutti lì a riempirsi la bocca sul numero di iscritti, ma nessuno dice che c’è un altissimo tasso di abbandono. Perché? Perché la UX non è delle migliori e le loro comunicazione rasentano lo spam.

Allo stesso modo quando leggo gli articoli che esaltano il modello Uber e la descrivono come una delle aziende che osa di più con il growth hacking, nessuno dice che in realtà Uber utilizza tecniche al limite dell’eticità (e spesso dichiaratamente black hat) e che in più casi si è beccata sanzioni e multe in giro per il mondo.

O ancora, quando leggo i famosi casi studio di Dropbox, Airbnb, Hotmail e tanti altri sono tutti lì a sottolineare la crescita esponenziale, ma nessuno fa notare che si tratta di drastici interventi in termini di prodotto, quasi mai sui canali di marketing.

Ecco perché aspettarsi che un Growth Hacker faccia magie con i tassi di conversione o i fatturati annuali è, non solo ingenuo, ma quasi surreale. Sarebbe in continuo contrasto con tutte le volte che diciamo “non esiste una formula magica”, “non ci sono soluzioni universali” e così via.

Qual è l’elemento in comune tra tutti gli aspetti elencati sopra? Ovviamente i dati!

Un’azienda che vuole abbracciare il growth hacking è prima di tutto un’azienda data-driven dove ogni reparto lavora in sincrono con gli altri prendendo decisioni basate solo ed esclusivamente sui dati.

Occhio che questo aspetto è più difficile di quello che sembra! Ecco perché nel mio libro “Growth Hacker – Mindset e strumenti per far crescere il tuo business” ho dato uno spazio enorme proprio al tema dei dati. In Italia siamo decisamente indietro da questo punto di vista e pochi imprenditori ne hanno capito l’importanza.

È molto facile parlare di dati, ma la verità è che quando si vuole utilizzare veramente un approccio data-driven bisogna superare tre step, per nulla banali:

  1. Bisogna sapere quali dati raccogliere
  2. Come interpretarli
  3. Quali decisioni prendere in base ad essi

Alistair Croll e Benjamin Yoskovitz nel loro libro bestseller Lean Analytics (la bibbia delle metriche e dei dati) dicono che una delle cose più pericolose e più frequenti che fanno gli imprenditori è quella di piegare i dati al loro volere per farsi confermare le proprie ipotesi. Ecco perché lavorare con i dati non è così semplice come sembra ed ecco perché una metodologia ben definita come il Growth Hacking può fare la differenza.

 

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PSD2 e GDPR, cosa devi sapere sulle nuove normative europee su soldi e dati

È da tempo che sentiamo parlare di PSD2 e GDPR, ma quanto davvero sappiamo sulle ripercussioni della loro entrata in vigore? Senza lasciarci intimorire da queste nuove sigle, vediamo quali saranno le novità introdotte.

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PSD2: come cambierà il mondo del banking che conosciamo

Recentemente entrata in vigore, la PSD2 (Payment Service Directive 2) darà una svolta al mercato dei pagamenti: si tratta di un insieme di norme che hanno come obiettivo quello di rendere questo mercato più efficiente e sicuro, rendendo possibile allo stesso tempo una maggiore tutela per gli utenti.

Tra le tante novità, la normativa introduce nuovi servizi di pagamento:

  • il PISP o Payment Initiation Service, che permette di disporre un pagamento online con addebito diretto sul conto senza rivolgersi alla propria banca ma passando per il PISP appunto, che provvederà a trasmettere le istruzioni di pagamento alla banca detentrice del conto.
  • l’AISP o Account Information Service, con il quale il cliente può accedere alle informazioni bancarie relative a conti detenuti presso diverse banche attraverso un’unica piattaforma.

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Uno dei più importanti cambiamenti permessi dalla PSD2 è proprio relativo alla condivisione delle informazioni: le banche dovranno consentire ai diversi provider l’accesso ai dati tramite API, dando così luce al cosidetto “Open Banking”.

Open Banking: il consumatore al centro

Adottando la PSD2, il Parlamento Europeo spinge verso una nuova era di apertura e trasparenza, stimolando l’innovazione e abbassando le barriere all’entrata per i nuovi entranti (sì, le Fintech), incrementando così la sicurezza e riducendo i costi per i consumatori, che avranno più scelta, prodotti su misura e maggiore libertà di fare switching.

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GDPR: le nuove regole per proteggere i dati personali

In apparente contrasto con la PSD2, dal 25 maggio dovrà essere applicata la GDPR (General Data Protection Regulation), un mix di nuove norme che riguardano la maniera in cui vengono raccolte, condivise, gestite e distrutte le informazioni private e che quindi sottopone ad un maggior controllo l’accesso ai dati personali.

Il nuovo regolamento – che essendo tale sarà applicato allo stesso modo in tutti gli Stati UE – proclama la tutela del diritto alla protezione dei dati personali come un diritto fondamentale delle persone, ponendo come principio cardine l’autodeterminazione informativa, ossia il diritto del singolo a decidere in prima persona sulla cessione e l’uso dei dati che lo riguardano.

L’approccio adottato di fonda su questi aspetti chiave:

  • Accountability del titolare e dei responsabili del trattamento, che demanda ai titolari il compito di decidere autonomamente le modalità e i limiti del trattamento dei dati.
  • Privacy by design, in base al quale prodotti e servizi dovranno essere progettati dal principio in maniera tale da tutelare la privacy degli utenti.
  • Rischio del trattamento, alla luce del quale dovrà essere effettuata una valutazione dell’impatto negativo sulle libertà e i diritti degli interessati.
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Gli scenari più vicini sui chatbot per il business

Centinaia di aziende e grandi colossi della tecnologia, hanno investito diversi milioni di euro lo scorso anno per realizzare prodotti basati sull’intelligenza artificiale.

In particolare tanti sono stati gli investimenti nei chatbot da integrare nei social media, che oggi pare non siano più solo una moda passeggera.

Sempre di più gli utenti hanno il bisogno di risposte tempestive e supporto rapido per completare le loro transazioni online. Ma sono realmente contenti di parlare con un robot?

Perché i chatbot

Secondo alcuni studi oltre l’80% degli acquirenti ha bisogno di assistenza e maggiori informazioni per completare un acquisto. Tuttavia nel mondo digitale attivo 24 ore su 24 e sette giorni su sette, assumere personale in grado di far fronte a tutte queste richieste è estremamente oneroso.

Gli utenti abituati all’immediatezza delle risposte, difficilmente attenderanno a lungo una risposta e anche strumenti come l’email sono sempre più spesso sostituiti da app di messaggistica per richiedere informazioni.

Stando a ciò che è stato annunciato durante la conferenza F8 2017 da David Marcus, VP di Facebook Messenger, oggi sul social network sono attivi oltre 100.000 bot e ogni mese transitano circa 2 miliardi di messaggi tra utenti e brand che utilizzano sistemi automatizzati.

Il futuro dei chatbot sui social media

Diversi sono stati gli utilizzi dei chatbot: dai customer care bot, in grado di rispondere ai quesiti degli utenti online, ai content bot, che in base alle domande fatte è in grado di proporre come risposte articoli e informazioni che potrebbero interessare al nostro interlocutore, fino ad arrivare agli eCommerce bot, che guidano gli utenti all’interno del catalogo online e sono in grado di consigliare prodotti o servizi in baase alle esigenze espresse durante la navigazione.

Come si evolveranno i chatbot nel 2018?

Sempre più aziende nel 2018 pianificheranno l’utilizzo di nuovi chatbot, tuttavia la loro semplice implementazione non garantisce il successo. Sarà necessario pianificare attentamente una strategia di utilizzo dei chatbot per garantire la reale soddisfazione delle esigenze espresse dagli utenti.

Ecco quindi alcune evoluzioni che potrebbero essere integrate nell’immediato futuro nei chatbot e che li renderanno sempre più strumenti a misura di utente.

Voicebot

La maggior parte dei chatbot attuali sono costruiti attorno al tradizionale inserimento di testo, ma il riconoscimento vocale e  l’apprendimento automatico saranno sempre più importanti. Secondo la multinazionale Gartner Inc., nell’anno corrente il 30% di tutte le interazioni sarà basato sulla voce.

Il futuro dei chatbot sui social mediaSi pensi che oltre al più conosciuto degli assistenti vocali Siri, introdotto ormai 7 anni fa, sono arrivati Alexa, assistant Google, Cortana e tanti altri.

Contenuti più personalizzati (in real time)

Crescerà sempre di più la richiesta di esperienze personalizzate da parte degli utenti. Il 2018 potrebbe essere l’anno giusto per vedere chatbot e piattaforme di messaggistica integrati nei web site in grado di offrire maggiore personalizzazione e interattività.

Oltre a poter fornire consigli personalizzati ai visitatori, i chatbot potrebbero permettere di aggiornare i siti web in real time apprendendo i contenuti da visualizzare in base alle interazioni avute con l’utente.

Una sorta di ricerca avanzata che combina l’input del chatbot con i dati di navigazione e che permette di recepire le esigenze degli utenti e personalizzare l’offerta in base a specifici parametri.

Cosa vuol dire “interazione circolare”

In tutte le conversazioni che avvengono tra chatbot e utenti, sono i chatbot a dover capire le reali richieste che gli vengono poste per poter fornire risposte pertinenti. In questo modo il chatbot inizierà una conversazione che ha come obiettivo finale quello di raggiungere una determinata risposta, indirizzando l’utente verso una conversazione lineare.

Tuttavia questo sistema può incepparsi nel momento in cui l’utente introduce degli elementi che non sono previsti tra le possibili interazioni che vengono gestite dal bot.

L’evoluzione futura dei chatbot prevede quindi meccanismi di interazioni più circolari, che possano avvicinarsi sempre più alle reali conversazioni tra persone. Questo modello non solo ha come obiettivo quello di rispondere al meglio ad un’esigenza dell’utente, ma di creare un’esperienza di conversazione quanto più naturale possibile, che lo porti a fidarsi del proprio interlocutore pur sapendo di dialogare con una macchina.

Umanizzazione

Partendo dalla considerazione che noi esseri umani tendiamo a umanizzare qualsiasi cosa ci circonda, questa tendenza è stata ovviamente proiettata anche sui chatbot. Diventa quindi necessario lavorare su un aspetto fondamentale, ovvero la personalità dei chatbot.

Rendere più umani i chatbot, significa che saranno in grado di evolvere le propria personalità nel tempo e avranno la capacità di ascoltare gli utenti e interpretare le loro esigenze, per riuscire a capirne i desideri e le necessità inespresse.

Il futuro dei chatbot sui social media

Conferire un’anima a questi strumenti significa lavorare su aspetti come il tone of voice, lo stile espressivo, il linguaggio e l’umore.

In questo modo sarà possibile instaurare una connessione emozionale con gli utenti in grado di aumentare il coinvolgimento e l’empatia tra esseri umani e  intelligenze artificiali.

Multicanalità

Si è passati dal fornire assistenza ai clienti prima utilizzando il telefono, poi le email, poi il cellulare fino ad arrivare ai social media e alle app di messaggistica. È lecito affermare che non esiste un canale di comunicazione migliore per tutte le tipologie di clienti e per i differenti momenti di contatto.

I clienti scelgono piattaforme differenti per entrare in contatto con la nostra azienda a seconda del contesto in cui si trovano in quel preciso istante. I chatbot in tal senso sono un’interfaccia che esiste e può adattarsi a differenti canali. L’evoluzione dei chatbot dei prossimi 5 anni dovrà tener conto di integrare questo strumento in più piattaforme in modo da fornire molteplici punti di contatto con il brand.

Cosa aspettarci

Le prime applicazioni di chatbot di questi anni potrebbero essere state imperfette, tuttavia gli ultimi sviluppi dimostrano che si tratta di una tecnologia che può portare enormi vantaggi sia per le aziende che per i clienti. Il 2018 sarà l’anno in cui i social media chatbot si trasformeranno da semplici risponditori automatici a sistemi di intelligenza artificiale che forniscono servizi personalizzati lungo tutto il percorso online di un utente? Staremo a vedere.

Come scrivere il Business Plan per la tua startup in pochi click

Se ti stai chiedendo a cosa serva esattamente un Business Plan o se tu ne abbia davvero bisogno per avviare e far crescere la tua idea di business, è arrivato il momento di capire meglio ciò di cui stiamo parlando.

Il Business Plan, o piano aziendale, è un documento che illustra gli aspetti del processo di creazione della tua startup, con lo scopo di verificarne la fattibilità dal punto di vista tecnico ed economico. Si tratta del documento più importante anche per richiedere finanziamenti e investimenti sia pubblici che privati. Se il contenuto del Business Plan è convincente e credibile, il tuo progetto imprenditoriale potrà essere finanziato più facilmente.

Business Plan

Credits: Depositphotos #22420341

Lo scopo del Business Plan per una startup e da dove partire

Il Business Plan ha un doppio scopo ed è utile non solo per far conoscere la tua idea all’esterno dell’impresa, ma anche come strumento di pianificazione per l’azienda.

Riassumendo si può dire che il piano aziendale ha:

  1. una funzione esterna, come biglietto da visita o presentazione per far conoscere e finanziare la tua startup
  2. una funzione interna, come strumento di pianificazione e verifica degli step e degli obiettivi per la concreta realizzazione dell’idea di impresa

Cominciare a scrivere un Business Plan per la tua startup significa innanzitutto analizzare attentamente gli obiettivi da raggiungere, le risorse e i mezzi a disposizione, i tuoi punti di forza e di debolezza, per mettere a punto le giuste strategie e apportare eventuali azioni correttive.

Scrivere il Business Plan, infine, ti aiuta a prendere coscienza e ad affrontare aspetti e problematiche che, a volte, nell’entusiasmo della fase di avvio di un nuovo progetto, non si prendono in considerazione. Non esistono regole predefinite per la redazione di un Business Plan: lunghezza e approfondimento del documento possono variare in funzione del tipo di attività da realizzare, della sua complessità, della difficoltà di reperire tutte le informazioni necessarie.

Ma sia che tu stia già cercando di raccogliere fondi per la tua azienda, sia che ti trovi ancora nella fase progettuale, un Business Plan ben costruito ti permetterà di avere subito le idee chiare e raggiungere più facilmente i tuoi obiettivi. Grazie al modello codificato di Easy Social Job, inoltre, il tuo lavoro sarà ancora più semplice.

easy social job business plan

Il tuo Business Plan in pochi click

Iscrivendoti al worknet che ti consente di trasformare la tua idea in business, hai a disposizione un modello accurato ma di semplice compilazione per generare il tuo Business Plan in pochi passaggi.

Come funziona? Ti basterà inserire i dati economici del tuo progetto nel modello codificato per generare il Business Plan e scoprire se la tua startup è solida e finanziabile. Potrai poi visualizzare la documentazione descrittiva e analitica della tua idea.

business plan

Ricorda i passaggi fondamentali da avere ben chiari prima di iniziare, per costruire subito il tuo piano aziendale. Su Easy Social Job potrai seguire questa serie di step per creare la tua idea e renderla visibile nello Showcase del worknet:

  1. individua il settore/categoria a cui la tua idea fa riferimento. Questo ti aiuterà a rendere subito chiara la possibile applicazione della tua attività e il mercato potenziale.
  2. Dai un nome alla tua idea/startup: come tutte le cose, non esisterà finché non sarai in grado di nominarla. Scegli un nome semplice ma memorabile e ricorda di includere una tagline con alcune parole chiave per specificare ancora di più il tuo ambito di attività.
  3. Descrivi brevemente l’idea di business, le prospettive ed il prodotto. In genere per questa parte dovrebbero essere sufficienti 150 caratteri.
  4. Individua il team e soprattutto le competenze di cui avrai bisogno per tutte le fasi dell’idea di business, dalla progettazione all’execution.
  5. Parla della tua Vision: a quale problema trova soluzione la tua idea? Quale aspetto della vita quotidiana semplifica? Da dove nasce l’idea?
  6. Descrivi la tua soluzione, cioè in che modo la tua idea risolve il problema che hai individuato, nel dettaglio.
  7. Individua le opportunità di mercato. Questa sezione del Business Plan ti servirà a chiarire chi sono i potenziali clienti e il mercato potenziale, dunque quali sono le possibilità di profitto (quelle più interessanti anche per i tuoi possibili investitori).
  8. Analizza i competitor e dai risalto agli elementi di innovazione presenti nella tua idea. Come per tutte le idee di business, probabilmente non sarai il primo e neanche l’unico. Per questo è importante un’analisi accurata in questa fase.
  9. Parla del Business Model. Finalmente ci siamo, andiamo al sodo: in che modo cioè la tua idea di business crea valore per i tuoi clienti e ne trae profitto?
  10. Non dimenticare di individuare il target di riferimento e gli eventuali partner. Ti servirà a pianificare l’acquisizione dei primi clienti, le azioni di marketing da intraprendere e le eventuali partnership necessarie.

Scrivere un business plan è il primo passo per avviare la tua attività e raggiungere gli obiettivi di business. Inizia subito a farlo, con il modello codificato di Easy Social Job. Cosa renderà davvero utile il tuo Business Plan? Ciò che sarai in grado di farne dopo averlo scritto!

Video su Instagram: 5 consigli per crearli nel modo giusto

Come spesso ribadiamo, i video sono un format di contenuto che vi permetterà di aumentare il coinvolgimento del vostro pubblico. Non tutti i canali però sono uguali e ogni piattaforma predilige contenuti declinati in modo differente.

È il caso di Instagram: in continua crescita con 800 milioni di utenti attivi, sono oltre 250 milioni le Stories pubblicate quotidianamente, le quali si basano principalmente su video. Quando realizziamo clip per gli utenti, quindi, è necessario prestare molta attenzione, proprio perché l’audience è molto sensibile al format.

LEGGI ANCHE: Come migliorare la pubblicità video ora che comanda lo smartphone

Vediamo insieme 5 semplici, ma efficaci consigli per realizzarle al meglio.

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Create video verticali per le stories e orizzontali per il newsfeed

Ormai i tempi sono cambiati, non è più come quando filmare in verticale veniva considerato una cattiva scelta. Ora con l’introduzione delle stories è necessario.

I social media si basano sull’utilizzo che l’utente fa degli strumenti e ne determinano anche i loro formati. E’ infatti molto più naturale tenere lo smartphone in verticale e filmare.

Se quindi volete inserire video nelle Stories, ricordatevi di impostarli in verticale. Un altro vantaggio è quello di offrire un’esperienza ancora più immersiva,  utilizzando tutto lo spazio a disposizione dello schermo.

Se invece pensate di inserirli nei post all’interno del newsfeed, allora l’orizzontale è ancora il formato che comanda.

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Integrate i video nelle Instagram Stories

Le stories la stanno facendo da padrone e se volete puntare su Instagram, non potete permettervi di non inserirle all’interno della vostra strategia. Prediligono contenuti live autentici, che possano incuriosire l’utente. Integrare dei video è un must, tenendo presente tutte le tattiche che vi possono aiutare per migliorarne l’interattività.

LEGGI ANCHE: Instagram Stories: tutti i consigli per sfruttarle al meglio.

Inserite testo e sottotitoli per raccontare le immagini

Ricordatevi che spesso gli utenti  tengono l’audio dello smartphone basso o addirittura spento. I video non sempre vengono ascoltati, ma solo guardati. È importante che possano essere fruiti e capiti anche senza la componente sonora.

Inserite quindi sottotitoli o testo di accompagnamento che spieghino in modo sintetico (e semplice) le immagini. Dovrete fare in modo che l’utente riceva comunque il messaggio.

Trovate uno stile visivo unico che possa far risaltare il vostro video

Vi diciamo sempre di tenere presente il vostro target per realizzare contenuti che lo possano interessare, ma quando dovete creare uno stile unico per presentare questi contenuti, allora allenatevi a pensare ‘out of the box’ in modo da proporre al vostro potenziale utente qualcosa che lo stupisca, che non è abituato a vedere.

Testate le vostre idee e valutate quali delle tattiche visive utilizzate funzionano meglio in termini di engagement degli spettatori, affinate così il vostro stile e puntate su quello per i vostri video.

Non sottovalutate il copy e gli hashtag

All’interno dei video il copy che accompagna le immagini è fondamentale per catturare l’utente. Essenziale, creativo e accattivante. Non scrivete la prefazione di un libro.
Il copy introduce e spiega il video, incuriosendo il lettore. Deve essere complementare a quello che verrà mostrato, senza svelare tutto.
Condite poi il post con gli immancabili hashtag. Ne potete inserire al massimo 30 e soprattutto se non siete un account che già vola da solo, inseriteli tutti, andando ad identificare quelli che fanno al caso vostro.
Teneteli staccati dal copy in modo che non disturbino troppo l’utente e non risultino invasivi.

Siete pronti a diventare dei video maker specializzati su Instagram?

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Perché Amazon può togliere a Google il monopolio della pubblicità online

Amazon esercita un potere sempre crescente come motore di ricerca e negozio online più grande del mondo. La piattaforma di Jeff Bezos amplia i suoi orizzonti (- come se con Amazon Prime Video non l’avesse già fatto! -) e punta a mettere in campo una strategia pubblicitaria sempre più avvincente.

Uno studio della società Kenshoo ha rilevato che il 72% degli utenti visita Amazon prima di effettuare un acquisto e quando desidera effettuare ricerche online.

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Un potente motore di ricerca

Amazon è di fatto un motore di ricerca perfetto se si cercano informazioni sui prodotti:

  1. È un motore di ricerca specifico: gli utenti possono ricercare qualsiasi prodotto ed ottenere risultati pertinenti in maniera efficace e veloce, molto più di quanto possa fare Google;
  2. Le pagine Prodotto di Amazon sono una vera e propria miniera d’oro per i consumatori: prezzo, descrizione, foto, recensioni offrono ai clienti un vantaggio considerevole.

Fino a quando qualcun altro non riuscirà a sorpassare il suo modello di business,  Amazon continuerà ad essere il canale preferito per la vendita di prodotti, ma non solo. Sembrerebbe che l’interesse del colosso di Jeff Bezos si stia spostando verso la costituzione di una crescente influenza sul modo in cui gli inserzionisti utilizzano il motore di ricerca.

LEGGI ANCHE: Ecco le 20 città che si contendono il secondo quartier generale Amazon

Una piattaforma pubblicitaria in piena regola

La pubblicità su piattaforme come Amazon consente al brand di comprendere meglio il comportamento dei consumatori e di fatto di pubblicare annunci quando è più probabile che si traducano in vendite.

Amazon conosce le reali preferenze degli acquirenti, sa quali sono le ricerche che effettuano e quali sono i prodotti migliori da suggerire per l’acquisto.

La sfida di Amazon è significativa perché potrebbe distruggere il monopolio di Google per la ricerca e per gli annunci pubblicitari.

Anche Facebook potrebbe essere minacciato dalla strategia di ampliamento di Amazon. Nel prossimo anno, dovremmo assistere ad un progressivo sviluppo di un sistema pubblicitario per i prodotti di Amazon, grazie a partnership e collaborazioni con i brand più noti.

L’advertising può generare rendimenti consistenti e salutari nel tempo. Negli ultimi anni, Bezos & Co. hanno costruito passo dopo passo una piattaforma di marketing capace di guadagnare denaro grazie alle dimensioni consistenti del suo pubblico.

La pubblicità è l’attività più redditizia del mondo“, ha affermato Jay Kahn, partner di Light Street Capital. Ne è un esempio il gigante cinese dell’e-commerce Alibaba Group Holding. 

Per anni, Amazon ha controllato la pubblicazione degli annunci pubblicitari per timore degli acquirenti, abituati a scegliere cosa acquistare basandosi principalmente sulle recensioni dei clienti e sul prezzo, non su una “forzatura”.

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Il futuro dell’advertising online

Secondo eMarketer, entro il 2021, la pubblicità su siti Web e dispositivi mobili rappresenterà metà della spesa pubblicitaria negli Stati Uniti, conquistando una quota maggiore rispetto a televisione, radio, giornali e cartellonistica.

L’attività pubblicitaria di Amazon ha generato 1,7 miliardi di dollari di entrate lo scorso anno, rispetto ai 35 miliardi di dollari di Google e ai 17,4 miliardi di dollari di Facebook. Ma è impossibile non notare che l’attività sta crescendo rapidamente perché aziende come Procter & Gamble e Mondelez considerano Amazon lo “scaffale digitale” dove vincere la sfida degli acquisti.

Amazon ha una piattaforma pubblicitaria che nessun’altra azienda può eguagliare: un negozio online che vende centinaia di milioni di prodotti, e che insieme possiede servizio di intrattenimento in streaming ed un database incredibile sulle preferenze dei clienti.

Tu quale pensi sarà lo scenario del futuro per Amazon?

LEGGI ANCHE: Tutti i numeri di Google, Apple, Facebook e Amazon nel 2017, in soldoni

Il caso pelliccetta di Silvian Heach: come avrebbe dovuto comportarsi il brand?

Da qualche giorno circola sul web il filmato girato all’interno dell’outlet di Caserta con protagonista una signora che lamenta la scarsa qualità di prodotti e assistenza in uno store Silvian Heach e con l’arrivo del video risposta da parte dell’azienda l’effetto virale è garantito.

Il fatto: un breve recap dell’accaduto

Per quei pochi di voi che non avessero già avuto modo di vedere il video in questione, faccio un piccolo riassunto. La protagonista della storia viene ripresa da qualche cliente mentre si scatena all’interno del negozio inveendo contro la commessa lamentando il fatto che l’abito acquistato poco tempo prima avesse perso colore macchiando una pelliccia che stava indossando durante un matrimonio.

Sottolinea inoltre come abbia scoperto che l’abito fosse Made in China, contrariamente a quanto detto dalle commesse in precedenza.
All’arrivo della sicurezza del centro commerciale la scena si fa ancora più surreale con la protagonista che prima sviene, poi si rialza ancora più battagliera.
Come si sia concluso questo per certi versi simpatico siparietto non è dato a sapersi, al contrario la reazione del web è cosa certa.

Le reazioni

Come già accaduto in passato, il web cavalca l’onda e in pochissimo tempo il video diventa virale, con la conseguente creazione di meme, parodie e molto altro, cosicché per qualche giorno non si parli d’altro. Naturalmente, c’era da aspettarselo, c’è chi schiera da parte della signora, chi da quella del brand e chi invece guarda indifferente, sorride e passa oltre.

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La risposta di Silvian Heach

I brand messi sotto accusa possono gestire in diversi modi l’accaduto, in questo caso Silvian Heach decide di ironizzare e rilancia con un video leggero per trasformare una cattiva pubblicità in una positiva, o almeno questo era l’intento, anche se i commenti sulla pagina Facebook non sembrano essere molto positivi.

Il brand rilancia con un video in cui ironizza lo svenimento della signora in negozio offrendosi di far bere vitamina C alle clienti per granatigli uno shopping sereno, rincara anche la dose mettendo in promozione le pellicce.

https://www.facebook.com/ARAV.FASHION/videos/10157060815801982/

Nella pagina facebook aziendale in questi giorni i commenti sono tantissimi, poiché tutti amano poter dire la loro in ogni circostanza, ecco quindi chi ha trovato la risposta del brand geniale, un modo ottimale per sdrammatizzare sull’accaduto e chi invece l’ha trovato fuori luogo e avrebbe preferito delle scuse al posto di uno contrattacco.

Consigli non richiesti al brand

Si sa, nessuno Social Media Manager, vorrebbe affrontare situazioni del genere che mettono a dura prova la solidità di un brand, ma la bravura sta mettendo in preventivo che situazioni del genere possano accadere e che quindi si sappia come doverle affrontare.

In situazioni di Social Media Crisis è necessario:

  • Monitorare i commenti e il sentiment che si sta avendo in quel momento;
  • Non eliminare i commenti, ma anzi cercare di rispondere;
  • Non rimanere in silenzio, si sa a nessuno piace essere ignorato;
  • Se necessario chiedere scusa;
  • Dimostrarsi disponibile nei confronti degli utenti, offrendogli i giusti canali per poter dialogare con loro.

Per Silvian Heach non tutto il mal vien per nuocere. Chiariamo, l’azienda non ha fatto una bellissima figura in questa circostanza e senza dubbio se avesse potuto avrebbe evitato tutto ciò. Ma prima che anche questo accadimento venga consegnato all’oblio come tutti i recenti fenomeni virali, la visibilità del brand ha avuto un impennata pazzesca, confermando il detto “..nel bene e nel male, basta che se ne parli”. Analizzando su Google Trends la crescita che ha avuto il nome dell’azienda negli ultimi 7 giorni noteremo infatti un incremento altissimo.

google trend

Per concludere, credo non vi sia un unico modo esatto per affrontare questo tipo di situazioni di crisi, bisogna valutare ogni singolo caso con le sue variabili ed agire seguendo i punti principali indicati sopra.
In questo caso specifico Silvian Heach ha deciso di riprendere in modo ironico e leggero, nonché con un ottimo tempismo. Sarà stata una scelta corretta? Ai posteri l’ardua sentenza.

20 videogame iconici che hanno cambiato la cultura pop

I 20 videogame iconici che hanno cambiato la cultura pop

I videogame hanno cambiato in maniera decisiva la cultura pop influenzando arte, moda, letteratura e persino il cinema.

Nati come “semplici” giochi interattivi di nicchia, i videogame sono diventati un fenomeno pop così importante da influenzare anche altri media come tv, cinema e libri. Tutto merito di tre fattori determinanti: l’evoluzione incredibile della tecnologia che è diventata alla portata di tutti, l’interattività che rende ogni partita unica e, per finire, il sogno.

Cavalieri invincibili, piloti di caccia spaziali, un vorace disco giallo o perfino una sexy archeologa a caccia di reliquie. I videogame regalano sogni che prendono vita sullo schermo tra mille luci e suoni. Ma non solo. I videogame ci permettono di interagire con essi: siamo gli artefici del nostro destino in un universo colorato fatto di pixel. Fantastico!

Una rivoluzione che cattura grandi e piccini, i videogame entrano lentamente ed inesorabilmente nella nostra cultura. I giovanissimi degli anni ’70 e ’80 ne sono ammaliati, i videogame diventano parte della loro vita e del loro mondo. Passano glia anni e crescono i videogiocatori e i videogame, evolvendosi e ampliandosi fino a conquistare sempre più spazio.

Non ci sorprende, quindi, che in Stranger Things i protagonisti si ritrovino in una sala giochi (a giocare al mitico Dragon’s Lair!); il prossimo film in uscita sia Ready Player One (interamente dedicato al mondo dei videogame) e che sempre più brand di moda dedichino capsule collection a videogame super famosi (come Vans per Super Mario).

Preparatevi come si deve. Scegliete i vostri power up, equipaggiatevi di Materia e munitevi di gettoni: si fa un salto nel mondo dei videogame…

Level 1: Spacewar!

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Ci troviamo nel lontano 1961 (o forse era il ’62) quando prese vita Spacewar! Regole semplici, grafica elementare ma idea rivoluzionaria: creare un “gioco elettronico” con un mondo dotato di regole fisiche, situazioni variabili e tutto in tempo reale.

Una pietra miliare nel mondo dei videogame tanto da meritarsi la presenza al Computer History Museum a Mountain View (California) dov’è possibile giocare a Spacewar! sull’unico PDP-1 ancora funzionante.

Level 2: Pong

Il primo gioco… a diventare terribilmente famoso. Siamo negli anni 70, appena iniziati, e Pong arriva nelle sale giochi di tutto il mondo dove diventa, in pochissimo tempo, il videogame più ambito. Così famoso da meritare qualche anno dopo, una versione domestica.

Level 3: Pac-Man

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Giappone, 1980, negli studi Namco nasce il mitico Pac-Man. L’ero giallo è entrato di prepotenza nella cultura pop mondiale diventando una vera e propria icona tanto da meritarsi la presenza all’interno del MoMa di New York, il ruolo di protagonista nella locandina del film Pixels, un eccentrico completo, un gioco da tavola, una comparsata su Google Maps e chissà cos’altro ancora!

Level 4: Tetris

Quando vediamo una parete piastrellata, quando vediamo un muro di mattoni, quando giochiamo con i lego o quando dobbiamo fare una valigia ecco che spunta nella nostra testa un nome: Tetris. Il gioco preferito dai maniaci dell’ordine è entrato nella nostra vita pezzo dopo pezzo conquistandosi il titolo di videogame pop.

Level 5: Super Mario Bros

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Grazie a Super Mario il lavoro dell’idraulico è diventato cool. Il baffuto protagonista della serie è diventato in poco tempo un’icona e, ancora oggi, vive all’interno delle console Nintendo. Al protagonista sono stati dedicati film, un bar (se non ci credi clicca qui!) e una linea di scarpe firmata Vans. Mammamia!

Level 6: Street Fighter

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Il picchia duro più famoso di sempre che, dal 1987, continua ancora oggi a divertire e stupire. I personaggi strani e unici hanno ispirato film (con Jean-Claude Van Damme e Kylie Minogue), un anime, un manga e una serie tv. Che dire… Hadoken!

Level 7: Doom

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Uno dei più influenti spara tutto in prima persona: grafica 3D, stile di gioco semplice e veloce (spara a tutto quello che si muove), sangue e violenza a gogo. In poco tempo Doom è diventato LO sparatutto per eccellenza.

Level 8: Need for Speed

Forse l’unico caso dove i film sono diventati più famosi del videogame, Need for Speed entra a tutto gas nella cultura pop non solo per l’adrenalinico gameplay ma anche, e soprattutto, per i numerosi film della saga Fast & Furious ispirati al film che portano il suo nome.

Level 9: Resident Evil

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Ovvero come far tornare di moda gli zombie. L’horror game nato nel 1996 è diventato subito famoso sopravvivendo fino ai giorni nostri e diventando una serie di film di successo.

Level 10: Final Fantasy

Dal mitico Final Fantasy VII, al gioco online passando per le pubblicità di Luis Vuitton. Il mondo di Final Fantasy è entrato nella cultura pop in punta di piedi. Merito dell’enorme successo della saga che ha rivoluzionato il concetto di JGDR.

Level 11: The Leggend of Zelda

Una delle sage più amate e longeve nella storia dei videogame. Il capitolo “Ocarina of Time” è piaciuto così tanto al pubblico e alla critica da entrare di diritto nella hall of fame dei videogame.

Level 12: The Sims

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Con The Sims cambia il concetto di videogame: nessuna storyline, nessun eroe o antagonista, nessuna missione o obiettivo da portare a termine. Il segreto del successo? La possibilità di giocare al “piccolo Dio” con le vite dei personaggi virtuali. Un’idea che ha fatto vendere 16 milioni di copie alla Electronic Arts (e stiamo parlando solo del primo capitolo della saga…).

Level 13: Grand Theft Auto

Città americana (vera o fittizia che sia), malavita e possibilità di fare di tutto (o quasi). Questi gli ingredienti di GTA ha portato una rivoluzione nel mondo dei videogame: la mappa aperta. La possibilità, cioè, di muoversi liberamente all’interno del mondo e di decidere come e quando risolvere le varie missioni.

Level 14: Tomb Raider

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Era il lontano 1996 quando una giovane e prosperosa archeologa ha fatto il suo ingresso nel mondo dei videogame. Un carattere come quello di Lara Croft non si accontenta solo dei pixel, nel 2001 esce al cinema il primo film di Tomb Raider con un’indimenticabile Angelina Jolie nei panni della protagonista. Il successo fu assicurato e seguirono altri videogame (per pc, consolle e smartphone), libri e altri due film di cui l’ultimo in uscita quest’anno.

Level 15: Call of Duty

Ambientata durante la Seconda Guerra Mondiale, la serie di Call of Duty ha portato il genere sparatutto su un altro livello. Solo negli Stati Uniti le vendite della serie hanno fatto incassare 15 bilioni di dollari di profitto meritando, a pieno titolo, l’ingresso nella nostra top 20.

Level 16: God of War

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Lo sterminatore di dei arrivò sulla PlayStation nel lontano 2005 e, grazie alla sua forza divina, riuscì in un impresa titanica: confermare il dominio commerciale della consolle Sony. Ambientazione affascinante, protagonista carismatico ed eroico, trama intrigante al punto giusto: questi sono alcuni degli ingredienti che hanno resto Good of War uno dei videogame più amati. Kratos, protagonista della serie, è diventato in poco tempo un’icona, soprattutto tra gli amanti del cosplay.

Level 17: Wii Sport

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Amo lo sport, soprattutto da quando posso farlo in salotto. La Wii ha portato una grandissima rivoluzione nel mondo delle console trasformando i movimenti in comandi e permettendoci di vivere “in prima persona” l’azione dei videogame. Non stupisce, quindi, il grande successo di Wii Sport dove possiamo “veramente” colpire con la racchetta, lanciare una palla da bowling, o sferrare un dritto al nostro avversario.

Level 18: BioShock

Il DNA di BioShock è complesso e vario: un po’ horror post-apocalittico, un po’ action, un pizzico di adventure e una manciata di sparatutto. Il risultato? Un capolavoro.

Level 19 – Assassin’s Creed

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Il videogame sugli assassini acrobatici ha letteralmente fatto impazzire il mondo dei gamer e non solo. La serie, arrivata al 10° capitolo, ha ispirato un (discutibile) film hollywoodiano, una serie di libri e ha fatto scoprire il parkour a milioni di giocatori.

Level 20 – The Last of Us

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Nonostante sia stato lanciato “solo” nel 2013, The Last of Us merita di entrare nella nostra classifica. Vincitore di numerosi premi, questo videogame entra anche nella top 3 delle migliori esclusive di PlayStation. Se non lo avete mai provato dovete assolutamente rimediare.

Level BONUS: World of Warcraft

Ok, non si tratta di un videogame da consolle ma non possiamo negare l’incredibile successo di World of Warcraft. Chiamarlo MMORPG è riduttivo, stiamo parlando di un intero mondo che vive su diverse realtà: online nel videogame fatto di tantissimi appassionati, al cinema con un film (che ahimè non è minimamente all’altezza), e sullo smartphone con il gioco di carte Hearthstone che vanta tornei e campionati mondiali (l’ultimo appena concluso con la vittoria di Tom60229 che si è portato a casa il trofeo e 250.000$).

 

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Le regole di Jeff Bullas per diventare influencer (su Twitter)

Jeff Bullas è un blogger e consulente di marketing riconosciuto a livello mondiale, partecipa a conferenze di prestigio sulla comunicazione digitale.

Il suo blog viene letto in più di 115 paesi, riceve oltre 100.000 contatti al mese ed è stato incluso da enterpreneur.com tra i 50 influencer da tenere d’occhio nel 2018 e tra i 20 top influencer CMO per Forbes nel 2017.

Noi ninja abbiamo trovato molto interessante il suo post su come è riuscito a raggiungere un vasto pubblico e una crescente interazione su Twitter con il proprio profilo. Vi condividiamo le sue tre regole per aumentare considerevolmente il vostro traffico su Twitter.

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Programmare

In ottica di curare il proprio personal branding attraverso l’utilizzo dei social network, ci si trova ogni giorno a dover decidere cosa twittare e quando. A rendere le cose complesse sono il lavoro e i – per fortuna – numerosi impegni personali che non consentono di essere sempre online.

Jeff Bullas consiglia di utilizzare un tool per programmare i tweet. Lui usa Agorapulse, ma online ne trovate moltissimi di validi, vi linkiamo un articolo per approfondire questo aspetto.

Le tipologie di contenuti promossi da Jeff Bullas online sono tre:

  • Blog post
  • Promozioni per ricevere gratis il suo Ebook per costruire la sua mailing list
  • Sponsorizzazioni / partners content

Potremmo semplificare osservando che Jeff pubblica contenuti originali (i suoi articoli del blog), post di promozione personale e infine contenuti di altri utenti/brand.

Anche se voi non avete partner o sponsor potreste far riferimento a quest’ultimo gruppo promuovendo maggiormente i contenuti di altri user su temi affini ai vostri. In questo modo amplierete la vostra rete di contatti e non renderete unilaterale il vostro flusso di contenuti online.

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Quanto twittare?

Secondo Jeff è sbagliato twittare poche volte al giorno. Bisogna invece twittare moltissimo, tanto che lui è spesso accusato di spammare perchè twitta ogni 15 minuti.

Nella sua opinione Twitter non è una casella di posta elettronica e perciò gli altri non ricevono tutti i nostri tweet nella home. Inoltre, se è vera la regola che vuole che ognuno di noi trascorre in media 20 minuti al giorno su Twitter, ognuno leggerà un solo tweet al giorno di Jeff.

In questo modo si assicura che tutti leggano quanto ha scritto. Analizzando i suoi dati, Jeff sostiene che con questa tecnica il traffico sia aumentato del 31% e il suo engagement del 89%.

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La regola del singolo tweet

Un altro mito da sfatare secondo l’influencer è quello che ogni contenuto vada twittato una sola volta. Infatti lui twitta lo stesso contenuto 6-7 volte al giorno. Com’è possibile? Nell’opinione di Jeff è importante lavorare sulla tipologia di post e cioè creare dei contenuti evergreen, ovvero sempre condivisibili e non legati a un momento specifico, come ad esempio può essere una breaking news.

Per soddisfare un così alto numero di post da pubblicare costantemente è importante averne molti già pronti in archivio. Jeff consiglia, inoltre, di analizzare le prestazioni e dare maggiore spazio a quei contenuti più amati dal nostro pubblico.

Per Jeff Bullas la chiave del successo è rompere gli schemi, agire non come ci è stato detto di fare, ma secondo le nostre intuizioni. La riflessione che sorge a partire dalla sue regole per diventare influenti su Twitter è com’è composto il pubblico che lo segue, ovvero se la sua community è in continua espansione o in continuo ricambio. In altre parole, la riflessione che sorge è se chi lo segue lo continua a seguire nel tempo oppure se dopo decine di tweet uguali decide di oscurarlo dalla sua home.

Rimane il fatto che i dati del suo engagement sono altissimi e la sua community in costante crescita. Non resta che provare!

Al Mit hanno scoperto un metodo per iniettare farmaci direttamente nel cervello

Uno dei problemi principali legati all’assunzione di farmaci è dovuto agli effetti indesiderati che la modalità di assunzione può avere. Secondo quanto riportato dal sito The Next Web, alcuni scienziati del Massachusetts Institute of Technology (MIT) hanno quindi pensato di sviluppare un sistema che sfrutta una tecnologia di impianto cerebrale profondo per somministrare le medicine che curano i disturbi neurologici e i problemi mentali.

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Un ago microscopico nel cervello

Il sistema, che si chiama “miniaturized neural drug delivery system (MiNDS)”, sfrutta un ago microscopico (150 micron di diametro), con all’interno dei tubi. Quest’ago è collegato a delle pompe impiantate nel cranio. Questo sistema può iniettare la sostanza direttamente nell’area del cervello che ne ha bisogno lungo un arco di tempo di circa due mesi.

La somministrazione locale

I primi test della tecnologia sono stati fatti sui topi e sulle scimmie e si sono rivelati efficaci. La somministrazione indiretta dei farmaci, prima che arrivi a svolgere la sua funzione nel cervello, nella maggior parte dei casi causa problemi ad altre parti del corpo. Stiamo parlando della cura di malattie come la sclerosi multipla, il Parkinson o la depressione. I farmaci assunti per via orale, prima di agire sul cervello per curare queste patologie, vanno praticamente ovunque nell’organismo. Trovare un metodo funzionante per evitarlo agendo localmente potrebbe ridurre considerevolmente i problemi ulteriori che le persone affette da queste patologie incontrano mentre si curano.

Osservare i cambiamenti del cervello

«Possiamo somministrare piccolissime quantità di molti farmaci rispetto a quanto possiamo fare endovena o per via orale e possiamo anche manipolare i cambiamenti di comportamento attraverso i farmaci», ha detto Canan Dagdeviren, LG Electronics Career Development Assistant Professor of Media Arts and Sciences e autore principale dello studio che è stato pubblicato nel numero del 24 gennaio di Science Translational Medicine. Di fatto, quindi, questo sistema, oltre a fornire una possibilità di cura alternativa consente anche l’osservazione più da vicino il funzionamento del cervello attraverso l’inserimento di elettrodi e il monitoraggio dei cambiamenti meccanici e chimici che si verificano al suo interno.

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La cura di molte malattie

Ovviamente se la tecnologia si dovesse rivelare efficace anche sull’uomo, non si fermerebbe al trattamento delle malattie neurologiche: «Dal momento che il dispositivo è personalizzabile, nel futuro potremmo avere canali diversi per diverse sostanze per attaccare i tumori, il Parkinson o l’Alzheimer», ha aggiunto al magazine del MIT Dagviren. «Anche se gli scienziati dovessero trovare la molecola perfetta per il trattamento di queste malattie, rimarrebbe il problema del metodo di somministrazione. Abbiamo bisogno di trovare urgentemente dei nuovi metodi», ha sottolineato Ann Graybiel, un’altra delle autrici dello studio.