Non si vive di sola città, dateci un coworking in paradiso

Quale sarà da qui a poco l’evoluzione del coworking? Non solo crocevia di startup, idee, opportunità, networking, ma anche luogo inteso come cross ispirational place: proviamo a immaginarlo non come contesto ordinario dove smaltire la nostra attività lavorativa ma come contesto straordinario in cui coltivare la propria creatività. Una location rigenerante, per se stessi, per le idee e per l’ottimizzazione della propria vision. “Più spazio alla creatività nelle aziende” è un must che abbiamo sentito ribadire ovunque. Così il luogo in cui si lavora si vuol trasformare via via nel luogo deputato a trarre profitto per la propria ispirazione.

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Il co-working come fuga (creativa)

Scegliamo il coworking perché scegliamo di condividere, di attingere dalle risorse altrui, di fare rete, di attuare scambi. Ora immaginiamo di andare a lavoro non per svolgere in maniera automatica le nostre mansioni o con l’ansia di rincorrere i nostri ‘Gantt’ ma come una sorta di vera e propria “fuga creativa”.

E quale miglior luogo in cui poter scappare se non in riva al mare, dove la tecnologia più avanzata, le nostre call, i dispositivi più affezionati fanno da contrasto con ampie spiagge bianche, con acque cristalline di mari incontaminati, con isole dalla barriera corallina, con la visione di tramonti imperdibili e il guizzo di pesci tropicali? Ad essere protagonisti della nostra pianificazione aziendale gli scenari dell’esotismo e della natura.

Possiamo provare a quantificare la qualità delle nostre ore lavorative, dei meeting all’aria aperta, sorseggiando succhi di frutta fresca e affermeremo con totale sicurezza che da luoghi così ameni la mente creativa può partorire solo cose belle e innovative. Vale la pena organizzarsi e scegliere il posto ideale in cui vivere l’esperienza di un coworking straordinario.

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Coworking in Paradise

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Chi ci ha già pensato

“Benvenuto al Coworkparadise”, esordisce così l’home del sito, presentandosi come “Un ritiro delle menti di affari per gli imprenditori con entrate di 250k +”. Ma non lasciatevi scoraggiare dal filtro dei redditi, l’importante è prendere spunto, riflettere su quanto è stato già realizzato e viaggiare con la mente.

Ha sede a Bali, ed è un’iniziativa che riunisce in ritiro 12 imprenditori di alto livello provenienti da tutto il mondo. Il numero 12 evoca un che di cabalistico e spirituale, con un’accezione quasi elitaria anche se ci piacerebbe pensare che questa opportunità fosse a portata di tutti. L’esempio di Bali è un modello felice da cui poter trarre spunto. Dopo un mese il Coworkparadise promette di trasmettere nuovi input, imprinting e competenze. Questi alcuni dei punti messi in evidenza:

Avrai un nuovo piano quinquennale dettagliato per la tua attività e te stesso.
Sarai diventato un esperto di marketing di Facebook. Avrai imparato tutti i trucchi per padroneggiare qualsiasi tipo di vendita. Accrescerai la tua rete con altri 11 imprenditori di successo provenienti da tutto il mondo che possono aiutarti a espandere la tua attività a livello internazionale. Avrai nuove routine, il che ti renderà più produttivo. Avrai appreso che puoi lavorare da qualsiasi parte del mondo. Imparerai a gestire la tua azienda da remoto. Il nostro obiettivo è avere un profondo effetto sulla tua vita. Cerchiamo di avere impatto creando l’ambiente per gli imprenditori per accelerare i loro affari, creare amicizie e possibilmente anche partnership per la vita. Immagina di lavorare in un ambiente paradisiaco.

Perché i co-working non dovrebbero stare in città

Un ambiente in cui trascorrere un mese o più a vivere con altre persone che hanno la stessa filosofia di vita propria come quello che già avviene a Bali. Esporsi a nuove culture e a diversi punti di vista, condividere idee per la propria attività e progetti futuri, staccare la spina dal tran tran quotidiano, dal caos delle metropoli, dai soliti contesti: moltissimi sembrano essere i vantaggi di migrare altrove per fare rete e alimentare l’energia della propria azienda.

Non solo nomadi digitali ma paradisi digitali in cui coccolare le proprie idee e potenziare il business viaggiando, questo è lo scenario visionario che sta emergendo. E visionarietà a parte si sta concretizzando in luoghi esotici riducendo a zero lo stress lavorativo. Forse ricorrendo a contesti simili dimenticheremo definitivamente ansia da ‘to do list’, stacanovismo isterico e sindromi di Burnout per il decollo di startup e aziende. Meglio i paradisi di Bali.

In Italia come alle Canarie

Anche se noi, per il coworking ideale, sogniamo la Polinesia di Bora Bora, immaginiamo se il coworking paradise prendesse piede in Italia, quale sarebbe il primo rifugio creativo? Dalla caraibica Puglia del Salento alla Sicilia delle Eolie, dalla Sardegna di Budelli alle Dolomiti del Lago di Braies, ed ancora Capri, tanto per citare random. Non dimentichiamo di come la Puglia sia già stata definita la Silicon Valley italiana, in più di qualche occasione, come ad esempio l’intervento di Francesco Boccia in occasione dell’iniziativa di HackSannio di pochi giorni addietro: “Se vogliamo che i nostri giovani rimangano in Italia, investano in Italia e creino valore in Italia dobbiamo trasformare il Mezzogiorno nella Silicon Valley d’Europa. Abbiamo la forza e le competenze per farlo. Dobbiamo farlo con le imprese più lungimiranti e investendo risorse pubbliche nelle nostre scuole, nelle università, nei nostri Politecnici e nella ricerca. Iniziative come HackSannio, o come DigithON in Puglia, sono importanti perché mettono al centro le idee, i progetti innovativi, partendo da Sud, senza necessariamente andare all’estero per trovare qualcuno disposto a finanziarli. Il Mezzogiorno ha tutte le carte in regola per diventare la Silicon Valley italiana”.

C’è solo l’imbarazzo della scelta per fare rete nelle meravigliose location italiane, lasciandosi ispirare dall’eccellenza naturale italiana.

Come diventare top influencer senza volerlo (e perché resto coi piedi per terra)

Non sono un influencer. Non mi ci sento né, sinceramente, ho mai ambito a diventarlo. Sì, certo, fa piacere sapere che quello che fai, scrivi e spieghi inizia ad avere un suo seguito e produrre effetti positivi. Ma non è questo il punto.

Il punto è capire le dinamiche della rete, perché siamo un po’ tutti e un po’ nessuno influencer. Potremo anche saper cucinare un piatto buono e bello, ma ciò non basterà a farci diventare automaticamente chef stellati, o fare il pieno di like con l’addominale scolpito o la coscia in vista e proiettarci già in passerella con Armani, oppure ancora girare un video e/o scrivere un post che diventa virale e sentirci già novelli Pulitzer.
No, non è così che funziona: certo, il digitale è un grande veicolo di disintermediazione, con una facilità di accesso e potenza di fuoco che oramai hanno superato di gran lunga gli altri media, ma non basta. Questo è Matrix, non è reale. O meglio, non lo è del tutto.

Il fact checking, fatto a me stesso

Com’è che si diventa influencer? Vorrei provare a fare un po’ di fact checking su me stesso, che pur avendo iniziato a scrivere giornalisticamente da quando avevo 15 anni, trovo ancora oggi difficile riuscire prendermi sul serio, fare quello che sale in cattedra e dispensa consigli, insomma.
Come dico spesso, soprattutto per le cose di cui mi occupo, sono una figura molto ibrida (e quindi ho meno concorrenza): un po’ giornalista, perché osservo e racconto, e un po’ divulgatore perché tutte le cose più difficili che non conosco le studio bene e poi riesco anche a spiegarle con parole semplici. Che sia in un articolo, una conferenza o in radio poco cambia: la narrazione della tecnologia è uno dei pochi argomenti per i quali il mezzo non coincide con il messaggio.

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Così ho scalato il fintech

Che poi, a pensarci bene, mi occupo di aziende e startup ma non ho mai scritto un modello di business, racconto il futuro dei soldi ma non ne ho mai fatti davvero, lavoro con i numeri ma non sono un analyst, sono il direttore di Ninja Marketing ma non vengo da questo mondo… insomma, delle due l’una: o sono un millantatore oppure sono la prova vivente che, quando hai un minimo di talento e capisci velocemente le cose allora il digitale diventa davvero una rampa di lancio senza eguali. Soprattutto quando, come nel mio caso, sei attivo su un tema che da fuori è visto come super noioso e di nicchia quale la finanza tecnologica, il cosiddetto fintech.

Un mondo che però, proprio perché vuole distruggere (creativamente) il mondo delle banche e della finanza, o lo fai tuo perché impari a conoscerlo davvero bene (per difendere te stesso e la qualità di quello che dici) o ti taglia fuori per sempre.
Saper parlare di crowdfunding, di instant payments, di peer-to-peer, di bitcoin e blockchain mi ha probabilmente fatto conquistare in pochi anni un posto “autorevole” in questo settore, e già da un po’ se posso o devo – soprattutto da quando sono direttore – mi occupo più vastamente di digital economy.

Come si diventa top influencer

Proprio per questo, perché oramai sono uno di quelli che questo mondo lo conosce un po’ dall’interno, vorrei un attimo provare a smitizzarlo. A partire da me.

Qualcuno mi ha detto per scherzo in questi giorni “sei la Ferragni delle banche”. No, non è vero. Sono due mondi opposti il mio e il suo, così come lo sono – ahimè – i nostri rispettivi conti correnti.
Quando Matteo Flora mi ha contattato per anticiparmi che secondo l’analisi dei social che anche quest’anno avevano realizzato con ABI Eventi (la società in house dell’Associazione bancaria italiana, ndg) e che io fossi in cima alla classifica, certamente la cosa mi ha fatto piacere e mi ha stupito, nonostante fossi in queste classifiche già da un po’ di tempo, ma ho subito “smontato” verbalmente la cosa a lui e a me stesso. Un po’ per stare coi piedi per terra un po’ perché sono consapevole degli effetti collaterali dello storytelling.

Com’è che si diventa influencer, dicevamo? Nel mio caso è stata una fortuita serie di occasioni: dal convegno importante, alla radio, all’articolo giusto scritto al momento giusto. Poi il resto lo ha fatto Twitter. Persone e gruppi di persone che in questo 2017 hanno scambiato e condiviso informazioni dove all’interno c’era anche menzionato, taggato, collegato il sottoscritto. Dati e interazioni (di interazioni). Tutto qui.

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Non c’è una regia, una giuria, come per i riconoscimenti più importanti: quell’analisi altro non è che una fotografia, scattata ad una scena in particolare (il mondo della finanza tecnologica) e in un determinato periodo di tempo (il 2017), ed è capitato che io, in questa foto, sia uscito bene. O comunque per un motivo o per un altro sia quello che si nota di più. Non è una nomina o un riconoscimento, insomma, ma una constatazione.

Il fatto che tra le slide sulle scrivanie di bancari, venture capital e addetti ai lavori, proprio durante il Salone dei Pagamenti che è l’evento più importante del settore, sia finita anche la mia faccia può essere una bella soddisfazione: perché nasconderlo. Ma ciò non basta a fare di me un vero esperto o un uomo potente né, soprattutto, un giornalista e divulgatore migliore di altri miei colleghi e colleghe.

Adesso scusatemi, ma devo andare: ho una call con Jeff Bezos e Warren Buffet! 🙂

@aldopecora

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Cosa ci lascia l’European Robotics Week 2017

Ha avuto inizio venerdì 17 e terminerà domenica 26 novembre la  Settimana Europea della Robotica 2017 (ERW2017) : più di 1000 eventi per il pubblico, che includono giornate aperte in aziende e laboratori di ricerca, visite scolastiche, conferenze di esperti e gare di robot.

L’educazione è uno degli argomenti chiave di queste giornate: “Dal 2011, abbiamo voluo le scuole di tutti i paesi d’Europa per dimostrare l’istruzione a tutti i livelli sulla robotica”, dice Reinhard Lafrenz, il Segretario Generale di Eurobotics, l’associazione di ricercatori che organizza ERW2017.

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In tutta Europa, ERW2017 mostra al pubblico come i robot possono supportare la nostra vita quotidiana, dall’ambiente al settore sanitario, dove i robot sono ad esempio un valido aiuto per la chirurgia e per l’assistenza alle persone con disabilità. Inoltre la robotica è una parte essenziale dei centri di innovazione digitale finanziati dall’UE, che in queste sette giornate aprono le porte al pubblico per far conoscere i loro progetti.

I protagonisti e gli eventi più interessanti

Tra i 1000 e più eventi che si sono aggiunti al programma della ERW2017, ci sono mostre, incontri, gare di robotica e molto altro. Ecco qualche esempio: in Bosnia-Erzegovina, si svolgeranno le competizioni di robotica della SPARKreactors League mentre in Germania, dove si svolgeranno quasi 40 eventi, si terranno le competizioni First Lego League per i giovani e una giornata di formazione presso l’organizzazione di ricerca IPA Fraunhofer, oltre ad un laboratorio di robot umanoidi presso l’Università della Tecnologia di Amburgo.

In Italia, la School of Robotics trasmetterà un incontro in streaming in collaborazione della compagnia di robot KUKA, una delle aziende produttrice di robotica leader al mondo.

Sempre nell’ambito delle competizioni, segnaliamo le prove della European Robotics League (ERL), finanziata dalla Commissione europea, i cui tornei hanno sede in Europa e sono aperti alla partecipazione internazionale.

 

Un altro protagonista della ERW2017 è Tiago, il robot dell’azienda Pal Robotics di Barcellona che ha vinto le recenti competizioni appunto dell’European Robotics League. Tiago è un robot di servizio con navigazione autonoma e abilità nella percezione e nella manipolazione, che può svolgere svariati compiti, come l’assistenza personale o le attività più semplici dell’industria leggera. “Tiago è nato per migliorare la nostra vita e aiutarci con compiti ripetitivi, scomodi o pesanti”, ha spiegato il product manager del robot, Jordi Pagès.

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I robot nel futuro: chi ha paura delle macchine?

La European Robotics Week è l’occasione per toccare con mano il futuro non soltanto di questa disciplina, ma in generale di quello dell’umanità: attualmente c’è molta confusione (e forse anche troppa fantasia) su come i robots modificheranno le nostre abitudini, il nostro lavoro, la nostra educazione, la nostra salute.

Sin dagli albori dell’era industriale, un dubbio ricorrente è stato che il cambiamento tecnologico generi la disoccupazione di massa. Gli economisti neoclassici già allora avevano predetto che ciò non sarebbe accaduto: le persone avrebbero trovato altri posti di lavoro, anche se dopo un lungo periodo di doloroso aggiustamento.

Un robot cameriere al Pizza Hut di Shangai

In generale, questa previsione si è dimostrata corretta: duecento anni di innovazioni hanno prodotto un aumento del tenore di vita della gente comune in gran parte del mondo, senza generare una tendenza in forte aumento alla disoccupazione.

Sì, ci sono stati molti problemi: periodi di disuguaglianza, guerre civili, scioperi. A conti fatti, tuttavia, in gran parte del mondo, le persone oggi vivono più a lungo e lavorano molto meno ore di duecento anni fa.

La Settimana Europea della Robotica offre uno scorcio del futuro con i robots: l’impressione è sempre più quella che l’innovazione  contribuirà, ancora una volta, alla creazione di nuovi posti di lavoro. L’apertura al mondo delle scuole ha proprio l’intento di creare ora le basi per i lavoratori del domani. Insomma, Capitan Ludd è un brutto ricordo del passato: l’intelligenza e la forza umana non hanno e non avranno mai motivo di temere quelle artificiali.

Cosa intendiamo quando diciamo welfare aziendale (no, non è solo la palestra in ufficio)

Il welfare aziendale indica le iniziative adottate dalle imprese per migliorare la qualità della vita dei dipendenti, dentro e fuori l’ufficio. L’idea è che l’azienda possa aiutare i propri impiegati nelle esigenze di conciliazione vita – lavoro e in questo modo incoraggiarli a essere più motivati e produttivi. Noti sono i programmi offerti da grandi imprese come Google ma la pratica di stabilire un piano di welfare si sta diffondendo anche nelle realtà italiane. Secondo il ministero del Lavoro, nel nostro Paese un contratto su tre offre ai dipendenti la possibilità di scegliere il welfare aziendale in alternativa al bonus in busta paga.

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Ogni azienda propone benefit diversi che riflettono le necessità dei propri lavoratori. Una ricerca di Top Employers ha individuato le misure più comuni nelle 79 aziende certificate Top Employers Italia 2017.

Eccone alcune.

Gestione dello stress e del tempo

Il 66% delle imprese offre corsi di time management per imparare a gestire le scadenze e a sfruttare al massimo le ore in ufficio. Secondo Top Employers, il 76% delle aziende si preoccupa, più in generale, del benessere psicofisico dei propri dipendenti, che viene monitorato attraverso questionari e domande specifiche in sondaggi periodici. Un esempio di realtà attenta a questo tema è la startup nata nel 2015 Mediaclinics Italia.

Fondo cultura

Nel 2016 la casa di moda Brunello Cucinelli ha introdotto la possibilità di chiedere il rimborso di tutte le spese che i dipendenti sostengono per musei, teatri, cinema e attività culturali. È sufficiente mostrare le ricevute. Altri adottano metodi diversi per promuovere la cultura in azienda: per esempio Tod’s, nella sua sede marchigiana, mette a disposizione una biblioteca.

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Sostegno per i caregiver

Vengono chiamate caregiver le persone che devono assistere un familiare non autosufficiente. Secondo il rapporto Welfare Index Pmi 2017, solo l’un per cento delle piccole e medie imprese adotta strumenti per aiutare i caregiver a conciliare l’assistenza con il lavoro. Ma, secondo l’analisi, il numero è destinato ad aumentare perché la richiesta di questo tipo di welfare è molto sentita dai dipendenti. Le misure a cui si pensa sono, per esempio, un servizio di ricerca di badanti oppure l’offerta di convenzioni con case di cura.

Programmi per smettere di fumare

ll 18% delle imprese Top Employers propone incontri e programmi per aiutare i dipendenti a smettere di fumare.

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Anno sabbatico

ll 56% offre la possibilità di un intero anno sabbatico per dedicarsi allo studio, all’aggiornamento professionale o anche per una pausa di riflessione personale. Passare un periodo lontano dall’ufficio fa tornare i dipendenti più motivati e proattivi sul posto di lavoro.

Pet days

Secondo alcuni studi, portare il cane in ufficio farebbe migliorare l’umore e la creatività degli impiegati e diminuirebbe il loro stress. Grandi aziende come Amazon e Google hanno già pensato a definire le loro politiche sugli animali domestici al lavoro. Nella sede italiana di Nintendo, a Vimercate, sono stati introdotti i pet Fridays, giorni in cui si può portare vicino alla scrivania il proprio cane.

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Ricarica per auto elettriche

Nella sede centrale di Pedrignano a Parma, Barilla ha installato la più grande stazione italiana per la ricarica di auto elettriche. Le iniziative per la mobilità sono molto diffuse: il 66% degli enti monitorati da Top Employers provvede a un parcheggio aziendale e alcune imprese mettono a disposizione un servizio di car sharing per il tragitto casa-lavoro.

Maggiordomo

Nel quartier generale della Diesel di Breganze, in provincia di Vicenza, per i 900 impiegati c’è a disposizione un maggiordomo che recapita alla scrivania beni come farmaci o vestiti ritirati dalla tintoria.

Attività sportiva

Il 71% delle imprese propone una serie di piani per l’attività fisica, con opzioni a scelta del dipendente, che vanno dalle iscrizioni in palestra, ai corsi di yoga. Molte aziende hanno attrezzato un’area per lo sport. Una di queste è Vittoria assicurazioni che ha aperto una struttura di circa 450 metri quadrati nella sua sede di Milano, a cui si può accedere anche in pausa pranzo o la sera.

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Credits: Depositphotos #60167695

Banca del tempo

Il tempo è la risorsa più preziosa, soprattutto per chi lavora molto. Alla Ferrero gli impiegati possono scambiarsi il tempo per aiutarsi con le piccole necessità quotidiane come le incombenze domestiche, la cura dei figli, i lavori di manutenzione, l’assistenza agli anziani. L’azienda ha creato un registro, ad adesione volontaria, delle ore spese e delle ore versate e una bacheca per pubblicare le informazioni.

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Orto aziendale

In un locale apposito della Unicredit Tower di Milano, i dipendenti possono coltivare erbe aromatiche e piccoli frutti e ortaggi. È possibile recarsi all’orto in qualsiasi momento della giornata, anche se molti lo fanno durante la pausa pranzo.

Instagrammer of the week: intervista a Gabriele Colzi

Luce e colori pastello, è questa la firma che contraddistingue le immagini di Gabriele Colzi, in arte Gabdetails, giovane igers toscano che ha scelto instagram come veicolo per raccontare le sue emozioni e condividere i suoi scatti.

Gabriele racconta panorami urbani tenendosi però in bilico tra realtà e fantasia, inserendo nelle sue immagini elementi estremamente reali – uccelli, cieli che sembrano dipinti e nuvole – e giocando con la luce e con i colori pastello per raccontare la sua personale visione del mondo.

 Nonostante la passione per i viaggi lo abbia portato un po’ ovunque, da Tokyo a Londra, passando per Venezia così come molti altri luoghi, è Firenze la città che più ricorre nelle sue foto come città della memoria. È qui che è nata la sua passione per la fotografia e che Gabdetails ha iniziato a giocare con i colori. Rapiti dai colori e dalla bellezza dei suoi scatti, abbiamo chiesto a Gabriele cosa vuole dire per lui essere un igers. Per iniziare, domanda di rito: raccontaci tutto (o quasi) di te con 3 hashtag. «#Viaggiare: viaggiando si scopre sempre più di quello che ci portiamo dentro. Quando scatto una foto, vado a specificare quella che è la mia testimonianza. Durante un viaggio, vado a trovare, più che cercare: in un certo senso so già cosa cerco. Così vado a scoprire quel che posso fare mio per rielaborarlo secondo il mio punto di vista. #Guardare: cerco motivi nei dettagli, simboli nelle immagini, parole e suoni in quel che non è stato ancora detto. Quello che vedo, per come si mostra, non mi basta quasi mai. #Parlare: ci vuole tempo per capire certe cose, per questo la vita è così lunga e ci fa aspettare prima di ritrovare un po’ di fiducia. Con il tempo, sto scoprendo quanto dipendiamo gli uni dagli altri, quanto sia fondamentale comunicarlo, quanto abbia imparato a spiegarmi e ritrovarmi, grazie anche alla fotografia». 

  Un post condiviso da Gabriele Colzi | Firenze | IT (@gabdetails) in data:

Nelle tue foto di nota come per te sia importante la luce e l’uso del colore, in particolare i toni pastello. Quali sono gli elementi che rendono una foto efficace su Instagram?

«Vediamo da sempre a colori. E per me, il colore rappresenta la vita, il pensiero, il sentimento. E, se il bianco e il nero già interpretano, l’uso del colore si lascia interpretare. Mi piace pensare che ogni sensazione si componga di sfumature azzardate. Col tempo, tutto diventa sempre più difficile da editare, ma forse più intriso di significato. Il mio uso del pastello è un modo di rinunciare alla realtà per valorizzarla in maniera più ideale.

In linea generale, è davvero difficile riuscire a dire con certezza quali sano gli elementi di efficacia di una fotografia su Instagram. Credo che i gusti della fotografia digitale seguano delle vere e proprie tendenze che si evolvono continuamente. Si può scegliere se seguirle o meno, ma, personalmente, sono sempre rimasto fedele al mio stile».  Per avere successo su Instagram, quanto è importante “seguire le regole” e quanto invece avere una propria firma ben riconoscibile? «Penso sempre che la ragione per la quale un quadro di Warhol sia venduto all’asta a centinaia di milioni di dollari sia la sua immediata riconoscibilità; così nell’arte, così su Instagram. Che sia un fil rouge innovativo o un editing impattante, che sia un racconto appassionante e ben strutturato o un metodo fotografico inatteso, l’importante è avere un’idea originale, riuscire a comunicarla quotidianamente e ritagliarti così il tuo spazio unico nel mondo Instagram.

  Un post condiviso da Gabriele Colzi | Firenze | IT (@gabdetails) in data:

In un certo senso, le “regole da seguire” le creiamo noi stessi».

Qual è il tuo rapporto con i follower?

«Nell’ultimo anno, con l’avvento delle stories, il mio rapporto con i ‘followers’è cambiato drasticamente: raccontare più della mia vita, documentare le mie avventure in giro per il mondo, mostrare il backstage delle mie fotografie ha accorciato le distanze con i miei seguaci, creando un rapporto di complicità e, in qualche caso, anche amicizia.

Grazie ad Instagram sono riuscito ad incontrare, dalla Francia al Giappone, persone che non avrei mai pensato di poter vivere così intensamente.» Nelle tue foto ricorre spesso l’hashtag #GabDixit. Ci parli di questo progetto? «La fotografia per me è uno dei metodi più efficaci per usare il mondo, per significare quello che sono, quel che voglio rappresentare. Penso di fotografare non (solo) quello che vedo, ma (anche) quello che sono.

  Un post condiviso da Gabriele Colzi | Firenze | IT (@gabdetails) in data:

E, laddove non arrivano i colori, le luci, le nuvole e le ombre, aggiungo un pensiero, una riflessione, un racconto che attinga dalla mia vita da ventitreenne per creare una cornice sempre diversa ad ogni nuovo frame. Mi lascio ispirare dalle mie esperienze, dalle persone e dalle letture, per restituire alla fotografia quella componente umana che (apparentemente) sembra mancare».

Come (e dove) ti vedi da qui a 5 anni?

«Sono quel tipo di persona che al futuro pensa poco. Mi continuo ad immaginare in viaggio, sempre in cammino, sempre instancabile. Sempre con la mia Canon al collo.»

Facebook

Week in Social: tutte le novità di Facebook, Instagram e YouTube

Aspettavi con ansia questo giorno della settimana, vero? E non certo per spendere metà stipendio, no? Eccoti allora servito: lascia stare il Black Friday, mettiti comodo e ripassa con noi le migliori news della settimana dal mondo dei social, leggendo la nuova puntata di Week in Social!

Facebook

Sappiamo quanto il social sia sempre al centro dell’attenzione quando si parla di fake news. Così, per garantire una maggiore trasparenza ai suoi utenti ed evitare nuove critiche, presto arriverà un tool per scoprire se abbiamo (inconsapevolmente) messo like o seguito account associati all’IRA, l’Internet Research Agency russa coinvolta nella campagna di disinformazione durante le ultime elezioni presidenziali USA. 

Entro la fine dell’anno, infatti, sarà disponibile nell’Help Center l’elenco completo di tutte le pagine Facebook e gli account Instagram legati all’organizzazione, in modo da consentire l’auto-verifica da parte degli utenti. Ottimo, no? Quasi.

Peccato, perché non sarà possibile controllare se ci siamo imbattuti nei post organici o, peggio ancora, negli ads di questi account. E considerando che il periodo interessato va dal gennaio 2015 all’agosto 2017 – quindi oltre due anni e mezzo – diciamo che le probabilità sono molto alte. Va bene così, apprezziamo il gesto, ma decisamente si poteva fare di più.

Facebook

Fonte: Facebook

Qualche soddisfazione in più arriva invece sul versante Messenger, per facilitare le transazioni su Marketplace e in generale per chi ama lo shopping social: Facebook e PayPal allargano lo spettro della loro collaborazione, aggiungendo una feature che rende possibile l’emissione di fatture direttamente attraverso la chat, senza dover uscire dalla conversazione.

Come funziona la nuova integrazione? Chi vende potrà semplicemente creare la fattura inserendo dati quali nome del prodotto, descrizione, prezzo, quantità e (se disponibile) anche una foto. Chi compra dovrà solamente selezionare “Pay with PayPal” per finalizzare l’acquisto. Ovviamente, il tutto con la massima sicurezza per gli utenti.

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Fonte: TechCrunch

 

Al proposito, Luca La Mesa, top teacher di Ninja Academy, ci lascia il suo parere: “Questa integrazione è un passo fondamentale nella chiara strategia di Facebook di abituarci da effettuare sempre più transazioni dentro la piattaforma. Nella prima fase Facebook ci sta abituando a “cercare” prodotti o servizi tramite sezioni ad hoc (Marketplace) o all’interno di Messenger (ad esempio gli accordi fatti per il delivery del cibo) mentre nella seconda fase ci vuole abituare a completare le transazioni senza dover abbandonare la piattaforma. Oltre all’aspetto di semplificazione per l’utente la parte più importante a cui credo che Facebook stia puntando è quella di “informazioni” relative ai nostri consumi. Gli Inserzionisti avranno dunque un numero sempre maggiore di dati per poter pianificare e ottimizzare le loro campagne.“.

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Instagram

Instagram ha introdotto un’altra piccola, interessante feature che rende di sicuro ancora più interattivi e divertenti i live. Ora, infatti, non dovrai necessariamente aspettare (e sperare) di essere invitato per unirti al live di qualcuno, ma potrai direttamente…autoinvitarti. Sembra brutto? Ma no. L’utente che stai seguendo dovrà comunque approvare la tua richiesta (adesso non esageriamo), e poi potrai semplicemente unirti al live come guest. L’unica cosa è sperare che la lista d’attesa non sia troppo lunga.

Chi sta trasmettendo il live, infatti, riceverà una notifica da ciascun utente che richiede di unirsi, nella sezione commenti. Toccando la nuova icona con i due smiley, potrà in qualunque momento consultare l’elenco delle richieste e quello delle persone che stanno guardando il live.

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Fonte: Instagram

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Un’altra novità riguarda poi le Storie. Questa volta non si tratta di una nuova feature, ma di un piccolo accorgimento per una fascia di utenti forse ristretta, ma pur sempre molto attiva: gli utenti “mobile web”, ossia quelli che accedono a Instagram da mobile, ma non attraverso l’app.

Fino ad ora questi utenti poteva solamente vedere le Stories, ma non realizzarle. Un peccato, no? Bene, adesso invece potranno divertirsi in prima persona, dal momento che avranno la possibilità anche loro di crearle, condividerle e salvarle, pur se con qualche funzione in meno (per ora, ad esempio, niente sticker, poll e location tag). Non si può ancora avere ancora tutto, ma ci stiamo lavorando.

Anche su questo, Luca La Mesa ci dice la sua: “Data l’importanza che i live video assumeranno nei prossimi mesi si sta lavorando per attivare tutte quelle funzionalità in passato disponibili solo tramite app terze. Da un punto di vista strategico la possibilità di coinvolgere gli utenti e invitarli/accettarli come guest apre scenari ancora più interessanti per poter sperimentare nuovi format”.

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Fonte: Instagram

YouTube

Chiudiamo infine la settimana con una buona notizia: YouTube ha annunciato infatti che introdurrà a breve una serie di provvedimenti per tutelare i minori in modo più attento e concreto. La principale novità, per il momento, è che tutti i commenti a sfondo più o meno esplicitamente sessuale sui video dei minori saranno rimossi.

Ma perché, non avveniva già? Non proprio. Naturalmente i commenti di questo tipo sono contro la policy di utilizzo della piattaforma, ma The Verge aveva recentemente svolto un’inchiesta proprio per segnalare la presenza di numerosi commenti predatori sotto numerosi video di bambini e adolescenti con migliaia di views. YouTube ha così preso seriamente la questione, rimuovendo immediatamente i video in questione e promettendo ulteriori azioni in questa direzione. Speriamo davvero sia solo l’inizio.

 

Chatbot, sms, email e annunci: come integrarli seguendo il Customer Lifecycle?

Il mobile ha rivoluzionato l’approccio al marketing digitale: se tutti sappiamo ormai che in Italia circa l’85% degli utenti utilizza uno smartphone per navigare su Internet (cifra destinata a crescere ancora nel prossimo futuro), non deve stupire che proprio questo dato ci fornisca indicazioni importanti sul rapporto che è possibile costruire con clienti e potenziali clienti all’interno del customer lifecycle.

Siamo abituati ad essere costantemente connessi e lo smartphone è diventato la naturale estensione tecnologica delle nostre vite, per questo vogliamo che le aziende entrino in questo spazio, a metà strada tra pubblico e privato, nel modo più utile possibile ai nostri bisogni, nelle varie fasi del nostro ciclo di vita come consumatori.

Analizziamo, quindi, il customer lifecycle proprio dal punto di vista del consumatore: la chiave per le aziende per imparare a comunicare meglio con i propri clienti oggi è ascoltarli.

Scopriremo la prospettiva dell’utente in quella serie di passaggi (il ciclo di vita del cliente, appunto) che ogni persona compie nell’esperienza di contatto con il brand, per arrivare ad una analisi di case history che ci mostreranno esempi concreti di applicazione.

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Customer Lifecycle: da visitatore ad ambassador del brand

Ogni fase del ciclo di vita del cliente è scandito da azioni precise, a cui l’azienda può rispondere con tattiche altrettanto precise: dal contatto iniziale, alla fedeltà nel tempo.

  1. Visitor: l’utente è potenzialmente interessato ed entra per la prima volta in contatto con il marchio. Google AdWords, landing page e landing social, chatbot, Facebook Ads, social content, Opt-in tool possono creare differenti combinazioni per raggiungere il potenziale cliente in questa prima tappa del suo ciclo di vita.
  2. Prospect: l’utente ha mostrato interesse. Qui l’azienda potrà adottare due diversi mix: tra SMS e storytelling, o tra email e storytelling.
  3. Activated User: l’utente ha già cominciato ad interagire con il brand. La tattica migliore in questa fase è costituita dalle due diverse combinazioni tra SMS e landing o tra email e landing.
  4. Customer: l’utente ha effettuato il primo acquisto e per assicurarsi che sia pienamente soddisfatto e resti in relazione con il marchio, è bene adottare una strategia basata su email o SMS, landing survey e chatbot.
  5. Active Customer: l’utente utilizza il prodotto/servizio. Anche in questa fase sarà possibile per l’azienda adottare diversi canali per mantenere la comunicazione con il cliente, attraverso SMS o email, più storytelling con call to action e chatbot.
  6. Loyal Customer: in questa ultima fase del suo ciclo di vita, il cliente diventa ambasciatore del brand. SMS o email, combinate con landing che riportino coupon e deal dedicati, più la possibilità di essere sempre in contatto tramite chatbot, costituiranno la strategia vincente per mantenerne la fedeltà.

da customer lifecycle mobile marketing

Il customer lifecycle ci mostra un ciclo di vendita diverso dal classico funnel automatico di marketing, con un approccio più centrato sulle persone e sul loro individuale ciclo di vita con il marchio. Per questo soluzioni nuove come chatbot, marketing automation, SMS ADS Pay per Click e Movietelling (la declinazione in video dello storytelling), diventano essenziali per conoscere il consumatore, integrando tutte le campagne sui diversi cluster, e per fare investimenti mirati.

Alcuni esempi di campagne mobile di successo

Entrando nel concreto delle possibili applicazioni delle soluzioni per le campagne mobile, scopriamo in che modo è possibile oggi unire SMS, email, social e landing per intercettare le diverse fasi del customer lifecycle.

1. Cassa Rurale ed Artigiana di Brendola – Settore Banking

Oltre ai casi di brand stranieri abbiamo voluto analizzare anche una case history tutta italiana: quella della Cassa Rurale ed Artigiana di Brendola, che ha utilizzato ADA, suite integrata di soluzioni per il mobile marketing di iDigital Company, per costruire e veicolare una Landing Survey, per condurre un sondaggio e comprendere il livello di conoscenza del mondo del Credito Cooperativo da parte del pubblico di riferimento.

La Cassa Rurale ed Artigiana di Brendola si era prefissata come obiettivo di marketing quello di comprendere il grado di interesse del pubblico verso il credito cooperativo e come la conoscenza della attività della Cassa Rurale ed Artigiana potesse influire nello scegliere un Istituto di Credito rispetto ad un altra Banca.

In collaborazione con l’Università degli Studi di Verona, ha quindi sfruttato le potenzialità della soluzione Landing Survey, per condurre un sondaggio al quale hanno risposto 198 utenti: tutti hanno compilato il questionario e lasciato i propri dati, ricevendo in cambio un buono sconto di 10 euro spendibile sul sito www.ventis.it.

Per ricevere questa risposta la Cassa Rurale ed Artigiana di Brendola ha effettuato campagne di SMS marketing e di email marketing che puntavano ad una Mobile Landing Page di atterraggio. La Landing Survey è stata inviata a 5277 utenti tramite UpperMail e a 3896 utenti tramite SMS. Il risultato sono stati 198 click ottenuti e 198 sondaggi compilati.

mobile marketing customer lifecycle

2. Asmana Wellness World – Settore Wellness & Beauty

Si tratta di un centro benessere situato appena fuori Firenze, che aveva l’obiettivo di sfruttare la popolarità della pagina Facebook (139.000 like) per creare una lista di contatti profilati, da utilizzare per successive campagne di mobile e email marketing puntando così, su una strategia multi-canale.

L’azienda ha utilizzato la Landing Social Coupon, la soluzione di ADA che consente di acquisire i dati delle persone attraverso form dedicati, direttamente da smartphone, e grazie ad una campagna di post sponsorizzato con rimando a landing dedicata, ha proposto agli utenti la possibilità di proseguire l’esperienza di marca rilasciando i propri dati e ricevendo in cambio un coupon di sconto del valore di 5 euro.

I dati raccolti, in modalità automatica, unitamente al consenso al trattamento dei dati (triplo opt-in) sono rimasti così disponibili in piattaforma e utilizzabili per successive iniziative.

Sono state raggiunte 122.712 persone su Facebook, di cui 68.784 tramite traffico a pagamento e 53.928 da traffico organico, con 44.458 visualizzazioni uniche della landing page, 5.000 like sulla pagina e 560 lead acquisiti ad un costo di 0,125 euro (CPA – Cost per Acquisition).

da customer lifecycle mobile marketing

>>> Puoi incontrare il team di iDigital allo IAB Forum 2017, dal 29 al 30 novembre presso lo stand numero 62

3. American Eagle Outfitters – Settore Retail

American Eagle Outfitters è una catena che vende abbigliamento casual, scarpe, accessori per ragazzi e ragazze. Il brand utilizza un programma di messaggistica per annunciare ai clienti svendite speciali e svendite flash, includendo spesso codici promozionali tracciati poi al punto vendita (POS) e collegati al sito web mobile per lo shopping online.

Trattandosi di Activacted User e di Customer, l’azienda ha inviato messaggi circa una volta alla settimana, spesso con codici promozionali per il monitoraggio delle conversioni, sfruttando il senso di urgenza dovuto alla scadenza dell’offerta per generare un’azione immediata.

America Eagle ha quindi usato un canale Opt-in, gli SMS e il tracciamento dei codici per generare ulteriori risultati, guidando i clienti verso vendite mirate in occasione del cambio di stagione e delle liquidazioni, spingendo così i clienti a trasformarsi in Active Customer.

american eagle mobile marketing

4. ZPizza – Settore Food

La catena di ristoranti in franchising ZPizza puntava alla creazione di un database di utenti registrati alla newsletter e ai propri programmi di fidelizzazione da monitorare, con l’obiettivo di ottenere almeno 100 clienti in grado di effettuare una spesa da 50 dollari in su a settimana per ogni punto vendita.

Per raggiungere il suo scopo il brand ha creato una campagna di raccolta dati che integrava web e offline, email e SMS. Ha quindi realizzato e inviato a casa dei residenti entro i 3 chilometri da ciascun negozio delle cartoline promozionali con un codice da inviare via SMS insieme al proprio indirizzo email, per vincere una serie di premi. I partecipanti hanno ricevuto risposta all’indirizzo inserito in fase di registrazione e la campagna è stata comunicata anche attraverso il sito web e i canali social.

L’azienda ha così accresciuto il suo database attraverso i contatti inviati spontaneamente dagli utenti e aumentato le registrazioni al loyalty program (+5% durante i 6 mesi di attivazione della campagna), giungendo così all’identificazione all’interno di questo nuovo bacino di utenti del target ad alta spesa che ricercava per il monitoraggio.

Un ottimo esempio di passaggio da Prospect a Loyal Customer.

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I vantaggi dell’integrazione del customer lifecycle nel tuo mobile marketing

Integrare la strategia mobile marketing nel ciclo di vita dei clienti è utile per coinvolgere le persone sia nel contesto reale che in quello digitale, puntando sulla loro conoscenza del brand e sulla relazione che si costruisce nel tempo. Utilizzare gli SMS, ad esempio può essere utile anche per tracciare la collocazione geografica degli utenti, da utilizzare per future campagne geolocalizzate, molto efficaci su mobile. Mentre il tracciamento dei codici promozionali consente di delineare in modo ancora più preciso il percorso del cliente fino all’acquisto.

Se hai seguito questi tre esempi di campagne mobile efficaci, ora saprai che grazie a chatbot, marketing automation, SMS ADS Pay per Click che forniscono informazioni sul cliente che ha cliccato, puoi sempre trovare la soluzione giusta per integrare il tuo Mobile Marketing nel customer lifecycle dei tuoi clienti. Inizia a sperimentarlo subito per la tua prossima strategia di comunicazione multicanale.

>>> Puoi incontrare il team di iDigital allo IAB Forum 2017, dal 29 al 30 novembre presso lo stand numero 62

Standby Task Force mette i Social Network al servizio delle emergenze

Del ruolo dei Social Network in casi di emergenza o catastrofi se ne parla da molto tempo, basta pensare alla funzione Safety Check di Facebook, ma, ancora più utile per le squadre in azione sul luogo, è raccogliere tutte le informazioni più importanti in un modo organico ed organizzato. Ecco che allora scende in campo Stanby Task Force, una squadra di volontari del web sparsi per tutto il mondo con il compito di intervenire in caso di catastrofe per monitorare i social e supportare la meglio chi è sul campo.

Abbiamo intervistato Valeria Villan, un volontario del Core Team che ci ha spiegato come funziona questa organizzazione e come i social netowork, in fondo, abbiano anche un’anima umanitaria.

Cos’è Standby Task Force e qual è la sua mission?

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La Standby Task Force (SBTF) è una no-profit americana attiva nell’ambito del digital humanitarian. In situazioni di emergenze naturali o di crisi umanitarie, la SBTF opera nel campo dell’information management e del crisis mapping: i volontari della SBTF monitorano il web e i social media alla ricerca di informazioni utili alle organizzazioni che si occupano di rispondere all’emergenza.

Un semplice tweet che parla di una strada bloccata in un luogo colpito da un sisma, ad esempio, può diventare una informazione chiave per chi è sul campo e deve stabilire il percorso per portare gli aiuti nelle zone terremotate.

Tutte le informazioni raccolte sono categorizzate, analizzate, verificate e geolocalizzate, allo scopo di creare mappe o dataset che vengono condivisi con coloro che si occupano di rispondere all’emergenza.

Questa attività è iniziata nel 2010, con il terremoto che aveva colpito Haiti, e nel corso di questi sette anni la SBTF ha supportato, con i suoi servizi, la risposta umanitaria a quasi cinquanta emergenze in cinque continenti.

Cosa vuol dire far parte di un’organizzazione come la vostra, sia come professionisti che come volontari?

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La SBTF conta centinaia di volontari, sparsi letteralmente in tutto il mondo – dall’Australia agli Stati Uniti. Questo ci permette di poter operare 24 ore su 24 quando siamo chiamati a rispondere ad una emergenza. Lavoriamo esclusivamente da remoto, nel nostro tempo libero, ed utilizziamo diversi tool online per coordinare le nostre attività.

La maggior parte del tempo i volontari sono in “stand by”, ad eccezione di un gruppo, definito “Core Team” (di cui faccio parte), che si occupa delle attività quotidiane necessarie per la gestione di questa no-profit. Diventiamo operativi non appena riceviamo una richiesta di aiuto a fronte di un’emergenza umanitaria o una calamità naturale.

Il background dei nostri volontari è estremamente vario, come sono varie le capacità necessarie per rispondere a questo tipo di emergenze. Per tutti i nuovi volontari è prevista una formazione iniziale, e quando lavoriamo su una emergenza si crea sempre un bellissimo clima di collaborazione virtuale, con scambi di consigli e supporto reciproco in base alle competenze che ognuno mette a disposizione: chi conosce la lingua locale aiuta a tradurre le informazioni, chi ha competenze nel campo GIS (Geospatial Information System) supporta la geolocalizzazione delle informazioni e la creazione delle mappe, eccetera.

Quali sono i vostri partner e quali le aree di intervento?

Nel corso degli anni abbiamo lavorato per organizzazioni internazionali, ONG e governi nell’ambito dell’information management in contesti di emergenza umanitaria.

Lavoriamo principalmente in risposta a calamità naturali – come uragani, inondazioni o terremoti. A settembre, ad esempio, abbiamo realizzato su richiesta dell’OCHA (Ufficio per il Coordinamento degli Aiuti Umanitari delle Nazioni Unite) un’analisi dei danni subiti dagli edifici nella Dominica dopo che l’uragano Maria ha devastato questa isola caraibica mediante la raccolta ed analisi di immagini pubblicate online.

Anche Puerto Rico ha subito ingenti danni a causa dell’uragano Maria: abbiamo supportato la FEMA (l’agenzia federale che svolge le funzioni di Protezione Civile negli Stati Uniti) realizzando una mappa comprendente i dati sullo stato delle strade e degli ospedali a Puerto Rico nei giorni successivi al passaggio dell’uragano Maria, con informazioni raccolte sia sui social media che tramite l’analisi di immagini aeree.

Le nostre competenze sono state richieste anche a supporto di altre tipologie di emergenze: ad esempio, quando l’epidemia di Ebola aveva colpito Guinea, Sierra Leone e Liberia, la SBTF ha creato il più completo dataset di ospedali, cliniche e ambulatori nei tre Paesi colpiti dall’epidemia, fornendo uno strumento fondamentale per poter coordinare l’invio degli aiuti e sconfiggere l’epidemia.

Sappiamo tutti quanto, in caso di evento catastrofico, sia importante rassicurare parenti e amici. Come vi muovete in tal senso?

Standby task force1

Di norma, il nostro ruolo è quello di osservatori silenziosi. Raccogliamo informazioni che possono essere utili a chi risponde sul campo, ma non siamo noi quelli che, in prima persona, interagiscono con chi è alla ricerca di notizie sui propri cari, nemmeno quando lavoriamo su missioni SAR (Search and Rescue, ricerca e soccorso).

In alcuni casi, però, abbiamo preparato dei situation report interattivi in cui venivano tradotte in inglese le principali informazioni in merito all’emergenza o a quali enti contattare per avere supporto, nell’ottica di aiutare i famigliari di persone che potevano trovarsi nelle aree colpite.

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Cosa significa per una missione entrare a far parte delle vostre aree di intervento?

La SBTF lavora principalmente su attivazione, ovvero su richiesta da parte di un governo, una no-profit o un’agenzia che opera sul campo. In genere, siamo contattati quando si hanno troppe poche informazioni in merito ad un’area colpita da un’emergenza, o quando si è di fronte ad una situazione di information overload, ovvero la quantità di informazioni a disposizione è talmente elevata che l’ente che ci contatta non è in grado di analizzarla.

Ripetiamo sempre ai volontari che ogni missione è diversa da quelle precedenti. La quantità e la tipologia di dati disponibili online, infatti, varia a seconda del Paese, del tipo di emergenza o delle richieste degli attori umanitari che hanno richiesto il nostro supporto.

Di volta in volta, perciò, dobbiamo utilizzare degli approcci o degli strumenti diversi per la raccolta dei dati, per l’analisi o per la loro visualizzazione: una vera e propria sfida, a cui riusciamo a rispondere grazie ai nostri incredibili volontari.

Concludiamo con un piccolo manuale di sopravvivenza, che consigli ci dareste in caso venissimo coinvolti in situazioni di pericolo?

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Di consigli ce ne sarebbero mille, o quasi! Ma la regola «Think before you tweet or post» è quella che vale più di tutte. In situazioni di emergenza, ancor più che nella vita di tutti i giorni, bisogna essere consapevoli di ciò che si condivide online.

In queste situazioni è fondamentale evitare di diffondere notizie non verificate e di usare gli hashtag correlati all’emergenza per scrivere di temi non legati ad essa.

Non bisogna mai dimenticare che i social media non sono un numero di emergenza: le richieste di soccorso immediato, non devono essere twittate o postate su Facebook o Instagram, ma bisogna contattare i soccorsi attraverso i canali preposti.

Infine, ricordarsi sempre che non si sa mai chi può leggere ciò che viene postato online: mai pubblicare informazioni che possono mettere in pericolo qualcuno, sia direttamente che indirettamente.

Come funziona Sky Q e perché i decoder stanno cambiando (ma non moriranno)

Sono passati ben 15 anni da quando Sky faceva capolino nel panorama televisivo italiano, riunendo il duopolio satellitare (con relativa frammentazione di offerte) di Tele+ e Stream in un unico player: Sky Italia. Era il 2003, e la TV da allora è completamente cambiata, specie con l’arrivo della banda larga e dei player dello streaming online.

Netflix, Amazon Prime Video, iTunes Store sono i più grandi competitor della TV tradizionale, sia digitale terrestre che parabola, e in questi anni hanno portato a un risultato storico: secondo il Mary Meeker’s 2017 Trends Report infatti, per tutte le fasce d’età il tempo passato online (mettendo insieme tutti i device) supera nettamente quello speso davanti alla televisione!

Content is the king anche in ambito televisivo: non importa più dove, ma soltanto che cosa viene fruito. Per questo Sky ha presentato ieri, anche in Italia, l’ecosistema Sky Q, punto di rottura di una evoluzione costante nel tempo della piattaforma (ormai ex) satellitare.

La TV è cambiata, e anche Sky. Dalla parabola al fluid viewing: ecco Sky Q

Non esiste più il “Decoder”, ma un “ecosistema multimediale”

No, il decoder non è morto, anzi: si è moltiplicato! Dal decoder unico infatti, che spesso costringe a guardare Sky soltanto sul “televisore principale” di casa, si passa allo Sky Q Platinum, un media center collegabile alla parabola e alla rete internet di casa, permettendo così di creare un ambiente fluido.

Oltre alla app Sky Go infatti, pensata per l’utilizzo fuori casa e che guadagna l’interfaccia Q, si aggiungono gli Sky Q Mini, piccoli apparecchi collegabili ai TV di casa (fino a 5), in grado di collegarsi senza fili all’apparecchio principale.

Il nuovo Sky Q Platinum, l'HUB televisivo di casa

Il nuovo Sky Q Platinum, l’HUB televisivo di casa

Il vantaggio più grande? Un solo cavo che scende dalla parabola, e Sky su tutti i TV di casa contemporaneamente, con registrazioni indipendenti attivabili da qualunque apparato e trasferibili anche sui device mobili.

Basta litigi tra chi vuole vedere la partita e chi un film o una serie TV! (alza la mano se non ti è mai successo 🙂 )

LEGGI ANCHE: La TV non è solo smart, ma sempre più fluid viewing

Content is the King, User Experience is the Queen

Qual è il più grande vantaggio di Netflix? Personalizzare i suggerimenti di visione sulla base di cosa si è visto e di quello che, secondo l’algoritmo, si potrebbe voler vedere.

Anche Sky, dopo l’apertura di Sky On Demand nel 2012, si allinea a questo paradigma, con la nuova Home di Sky Q.

In base infatti a quello che l’utente vede abitualmente, verranno suggeriti programmi di qualunque tipo (in diretta, on demand, registrati), in un sistema perfettamente integrato con le preferenze degli spettatori, e in grado di evolversi con i loro gusti.

La nuova interfaccia (unificata) di Sky Q

La nuova interfaccia (unificata) di Sky Q

I vantaggi più grandi sono quindi:

  • esperienza utente unificata su TV e devices mobili
  • la possibilità di mettere sullo stesso piano contenuti on demand, registrati e in diretta
  • iniziare un contenuto sulla TV e riprendere la visione dallo stesso punto in cui si è arrivati da un altro televisore o sulla app di Sky Go Q
  • trasferire le registrazioni dal decoder di casa allo smartphone e viceversa

Le App, il 4K e la nuova soundbar: Sky Q è solo il punto di partenza

Sky è stato uno dei primi player (il primo sulla piattaforma satellitare) a portare le trasmissioni HD in Italia, contribuendo quindi allo sviluppo dell’offerta televisiva e, indirettamente, al mercato delle TV HD. I competitor online stanno già facendo di meglio, portando la risoluzione 4K ai contenuti televisivi in maniera sempre più allargata, specialmente grazie alla diffusione della fibra ottica.

Anche Sky si adegua quindi a questo trend, rendendo il suo Sky Q 4K Ready e promettendo presto nuovi contenuti in altissima risoluzione (UHD).

La TV è cambiata, e anche Sky. Dalla parabola al fluid viewing: ecco Sky Q

Ma non solo, anche le app faranno capolino nel sistema, mutuando i contenuti del boxset Now TV all’interno di Sky Q: alcuni esempi saranno Sky Sport, Sky TG 24 e le applicazioni per lo streaming musicale, il tutto permettendo di non interrompere la visione (in modalità picture in picture).

Dal punto di vista dell’interazione con l’utente, verranno presto abilitati i comandi vocali dal telecomando (come su Apple TV, anche se non ancora in Italia) e verrà commercializzata una SoundBar, specificatamente sviluppata per la piattaforma e in grado di adattare il suono dinamicamente in base alla trasmissione vista.

Tiriamo le somme: conviene oppure no?

Se sei arrivato fino a questo punto, sei sicuramente un amante della tecnologia e, come tale, avrai capito che con Sky Q non potremo più identificare Sky semplicemente con parabola e decoder, ma come una piattaforma.

Questo porta con sé una nuova tipologia di sistema multimediale, che prende i vantaggi e lo sterminato numero di programmi della parabola e li combina con quelli della banda larga, facendoci dimenticare dove stiamo vedendo un determinato contenuto.

Un passo obbligato per Sky? Sicuramente è la sua naturale evoluzione: del resto, le piattaforme di streaming (Netflix in primis) stanno creando una vera e propria comunità intorno ad esse, grazie e soprattutto alla loro facilità di visione e all’essere taylor made sui gusti dello spettatore (oltre al costo ridotto, forse l’unico tallone d’Achille di Sky, anche se giustificato dall’offerta molto avanzata in tutti gli ambiti, specie in quello sportivo).

Questo quindi è il nuovo tema in casa della Pay TV di Murdoch: continuare a sviluppare contenuti, anche e soprattutto sportivi e proprietari, superando il concetto di televisione tradizionale.

 

 

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Quanto contano le fashion blogger fuori da Instagram

Le fashion blogger, una delle categorie del digitale più conosciute e discusse dagli utenti, croce e delizia tra i tanti personaggi che popolano il mondo del web e dei social. Un termine tanto utilizzato da essere diventato ormai comune, usato dai più come una delle molte parole presenti nello slang odierno.

Non c’è da stupirsi, il fascino da sempre parte del mondo della moda e la fama raggiunta ha reso alcune di loro vere e proprie celebrità, aumentando significativamente la considerazione e l’attenzione su questa particolare categoria di blogger. Un’attenzione tale da rendere quasi scontato il binomio fashion + blogger, che popola in maniera netta anche le conversazioni online.

Ed è proprio dalle conversazioni che nascono e prosperano sui social che vogliamo comprendere di più su questo fenomeno, affidandoci non a opinioni, ma alla concretezza dei dati.

Le fashion blogger nelle conversazioni sui social media

Per affidarci agli insight, non potevamo che passare da un’analisi realizzata attraverso strumenti di web & social media listening. Così siamo stati in grado di scandagliare i contenuti online legati al topic fashion blogger e ricavarne dati reali.

Dal 1 Gennaio 2016 ad oggi sono oltre 25mila i post contenenti il tema, netta dimostrazione dell’interesse prodotto da queste particolari figure d’influencer.

fashion blogger: volume conversazioni online

Soffermandoci sull’andamento delle conversazioni è facile notare un picco rilevante l’1 Marzo 2016. Il motivo? Un tweet di Benji, noto musicista italiano da sempre molto attivo (e seguito) sui social. Il tweet in questione (che ritrae il compare Fede) risulta anche il contenuto più ritwittato nell’arco di tempo analizzato: oltre 3.600 retweet e quasi 9.000 like.

 

Gli altri top retweet hanno un tono molto meno “positivo”, legato più a un uso ironico del termine fashion blogger: ben quattro (e molto caustici) sono di @droghiere, particolarmente attivo sul prendere di mira la categoria.

 blogger top Twitter Retweets

Sempre restando su Twitter, è interessante l’analisi dei top hashtag. Oltre i più classici #OOTD (outfit of the day), #fashion e #blogger troviamo hashtag connessi a trasmissioni tv come #temptationisland e #uominiedonne. Un dato che lascia comprendere quanto la figura dei fashion blogger abbia ormai travalicato, come detto, il mondo digitale diventando parte rilevante anche in altri media. Non è un caso se molti reality vedono ormai tra le proprie fila volti noti del mondo social.

fashion blogger Top hahstag

Tra gli account più menzionati dominano invece @youtube (una delle piattaforma più utilizzate) e @chiaraferragni, che piaccia o meno una costante nelle conversazioni sul tema. La presenza di @fedez è anch’essa figlia della Ferragni e del loro fidanzamento, ampiamente raccontato sui social. Uno storytelling che farebbe impallidire quello di molte campagne di brand internazionali.

LEGGI ANCHE: Chi sono le fashion blogger italiane più popolari su Instagram

La presenza di @giorgiapapasso e @marceloburlonx si riallaccia invece alla questione tv, essendo due tra i partecipanti di noti programmi televisivi molto chiacchierati in rete (Grande Fratello Vip e Pechino Express).

fashion blogger Top mentions

Fashion blogger: i topic connessi

Passiamo adesso lo sguardo ai contenuti, o meglio, alle tematiche connesse al termine fashion blogger. Anche in questo caso troviamo elementi abbastanza scontati, come ad esempio “foto”, vero must di ogni fashion blogger, e alcuni dei canali solitamente usati dagli influencer come Instagram e Twitter.

Accanto a questi troviamo anche sorprese interessanti che colpiscono immediatamente l’attenzione: una su tutte è “andate a lavorare”. Dietro l’utilizzo ironico si nasconde infatti un topic di discussione molto rilevante e che vede tra le protagoniste le giornaliste di Vogue, ovvero il riferimento ultimo per tutto ciò che riguarda il mondo della moda. Al termine della Milano Fashion Week dell’autunno scorso è scoppiata una forte polemica tra il noto magazine, nella persona di Sally Singer (Direttore Creativo Digitale del sito Vogue) ed altre importanti figure contro i fashion blogger.

Un attacco che ha creato numerose conversazioni online divise tra chi sosteneva la tesi delle influencer e chi invece la posizione di Vogue.

fashion blogger Topics

La Word Cloud, i termini più utilizzati nei post sul tema fashion blogger, rispetta le aspettative. In primo piano parole come fashion, influencer, webstar, ma anche il già citato lavorare fa capolino. Molto interessante la presenza delle emoticon, ormai parte integrante (e rilevante) del modo di comunicare online. La faccina che ride a crepapelle  fa capire il mood ironico che segue sempre più il termine fashion blogger.

Presenti anche alcuni nomi utenti, autori di Tweet che hanno raccolto numerose interazioni (@matteograndi, @therealgue e @lazzari_mets).

word cloud fashion blogger

Fashion blogger: il sentiment degli utenti

L’ultimo passo per comprendere appieno il parere del mondo social sul topic fashion blogger è analizzare il sentiment dei contenuti prodotti. A predominare nettamente è il sentiment negativo (48%), figlio delle tante critiche e della pungente ironia che ormai circonda questa categoria. Un sentiment in crescita quasi a dimostrare la sempre minor rilevanza (e credibilità) che i fashion blogger hanno sugli utenti.

fashion blogger sentiment

Il limitato peso dei contenuti neutri, solitamente rilevanti in questi tipo di analisi, si spiegano con la scarsa presenza di contenuti informativi a favore di quelli contenenti opinioni. Un elemento che fa capire, in concomitanza del largo sentiment negativo, ancor di più quanto le fashion blogger siano drive di post “personali”, in cui esprimere una propria opinione (solitamente non favorevoli).

Bastano pochi esempi per comprenderlo:

 

 

Conclusioni

Gli insight dal mondo social ci raccontano un rapporto (e un pensiero) non certo lusinghiero da parte degli utenti nei riguardi delle fashion blogger, ma non sempre il negativo è tutto NEGATIVO. I dati ci dimostrano quanto ormai le fashion blogger siano parte integrante del tessuto culturale e sociale italiano. Un legame talmente forte (e scontato) da farne termine di paragone, motivo di scherno, parola di uso comune.

Forse non saranno più riferimenti per quanto concerne moda e tendenze, ma sono e resteranno protagoniste della subcultura del bel paese.