mobile-marketing-futuro

Perché non può esistere il marketing senza il Mobile

Il 2007, anno in cui è stato lanciato sul mercato il primo iPhone, segna l’inizio dell’era del mobile marketing. Da quel giorno in poi le modalità d’utilizzo del telefono si sono totalmente rivoluzionate, gli smartphone sono diventati oggetti indispensabili per comunicare quotidianamente con il mondo. La crescita del numero dei device è in costante aumento: già dal 2014 il numero dei dispositivi ha superato quello della popolazione mondiale e più della metà del traffico internet proviene da mobile.

I dati parlano chiaro: il mobile domina la scena del marketing. Le motivazioni che spingono i brand a rendere sempre più mobile friendly la propria strategia sono evidenti, ma oggi vogliamo darvene qualcuno in più.

Lo shopping si fa da smartphone

shopping-mobile

Depositphotos #137853786

Qualche tempo fa l’eCommerce era un’attività esclusivamente legata al desktop dei computer, oggi l’inversione di tendenza è evidente. Secondo HubSpot la percentuale dei profitti complessivi del settore e-commerce proveniente da mobile raggiungerà il 24% entro la fine dell’anno.

Perché si predilige fare shopping online attraverso lo smartphone?

I telefoni cellulari sono portatili e permettono di effettuare acquisti ovunque, unica condizione necessaria disporre di una connessione.

I device a differenza degli altri mezzi digitali sono sentiti dagli utenti come qualcosa di strettamente personale, tra le persone e lo smartphone si crea un attaccamento emotivo.

Il commercio online non intessa sono i big player del settore, ma anche i piccoli imprenditori, che consapevoli dei possibili aumenti delle vendite si stanno muovendo in questo settore, sviluppando siti mobile friendly e integrando la strategia mobile nel loro piano di comunicazione.

Il ruolo dei social è fondamentale nell’affermarsi di questa nuova tendenza, considerando che quasi tutte le piattaforme stanno inserendo delle feature che permettono gli acquisti attraverso i propri network.

Instagram ad esempio permette di inserire nei messaggi sponsorizzati il pulsante “shop now”, una call to action molto importanti ai fini dello shopping.

Gli schermi dello smartphone sono accattivanti

top-app-utili-2017

Depositphotos #57403861

I risultati di una ricerca condotta da IDC mostrano chiaramente come il 79% degli utenti ha il proprio dispositivo mobile a porta di mano ogni ora del giorno. Le persone spendono mediamente 195 minuti al giorno utilizzando il loro smartphone.

Considerando che siamo connessi 24 ore su 24 è indispensabile che i brand parlino ai consumatori attraverso il loro stesso linguaggio, ossia il mobile.

Smartphone sempre più utilizzato in-store

online shopping with smart phone in woman hand

L’83% degli acquirenti utilizza il proprio dispositivo mobile durante la visita in negozio, ed è proprio questa fetta di mercato a spendere il 25% in più rispetto agli altri.

Il 70% degli utenti si aspetta di vivere una brand experience sempre più personalizzata, e il 52% si mostra propenso a ricevere offerte sul proprio dispositivo mobile durante la permanenza in negozio.

I retailer possono sfruttare questi dati per studiare una strategia in grado di coinvolgere in modo innovativo i propri clienti durante la loro permanenza in-store. Integrando il mondo online con quello offline si regalerà ai visitatori un’esperienza unica.

Realtà aumentata: un’opportunità per il mobile

realtà-aumentata-store

Adobe Stock #132194231

La realtà virtuale consente alle aziende di connettersi in modo innovativo con i propri clienti.

Gli utenti intenzionati all’acquisto, cercano informazioni e valutano le promozioni che i brand sono in grado di offrire, rendere la realtà aumentata protagonista della propria strategia di mobile marketing consente di offrire al cliente un esperienza unica e immersiva volta alla scoperta in anteprima del prodotto.

Geolocalizzazione e ricerche da mobile

Il mobile ha trasformato il modo in cui scopriamo prodotti e aziende locali. Uno studio condotto da Google ha rivelato che il 76% delle persone che cercano da mobile attività presenti nei dintorni, visitano il punto vendita trovato entro un giorno, e più di un terzo di queste ricerche porta ad un acquisto.

Le ricerche “vicino a me” stanno crescendo del 147% ogni anno, di risposta Google sta sviluppando nuovi formati pubblicitari da integrare nelle mappe per consentire alle aziende di sfruttare le ricerche geografiche per acquisire nuovi consumatori.

Arriva Woz U, la piattaforma per imparare il coding dell’ex socio di Steve Jobs

«Entro il 2030 l’azienda online più grande del mondo si occuperà di educazione». Suonano quasi come una profezia le parole del futurologo Thomas Frey a Business Insider, ora che il co-fondatore di Apple e padre del personal computer entra a capofitto nel settore edtech lanciando un’università completamente online dedicata al coding e alle digital skill per formare gli innovatori del futuro. 

Woz U, la nuova piattaforma di formazione di Steve Wozniak

Steve Wozniak, l’uomo che insieme a Steve Jobs ha rivoluzionato il nostro rapporto con la tecnologia, lo scorso venerdì ha lanciato Woz U, la piattaforma di online learning che ha l’ambiziosa missione di rendere accessibili a tutti competenze informatiche e digitali, formando quindi un esercito di professionisti pronti a chiudere il divario occupazionale nel settore tecnologico. In modo accessibile, flessibile e privo del peso dei debiti che caratterizzano i percorsi universitari tradizionali.

Steve Wozniak

Quanto costa studiare negli Usa

Negli USA, infatti, gli student loan (i prestiti per gli studi, ndr) rappresentano un diffuso problema sociale: su almeno 44 milioni di studenti americani e sulle loro famiglie grava un peso di oltre 1.400 miliardi di dollari. Quasi la metà del debito pubblico italiano, per dare un ordine di grandezza.

La situazione è particolarmente critica: secondo un report di Experian circa 8 milioni di studenti sono in default ovvero non saranno in grado di onorare i propri prestiti e il debito medio di un laureato nel 2017 è di 34.000 dollari.

Steve Wozniak

Piattaforme di eLearning come EdX, joint venture di Harvard e del MIT no profit, Coursera o Udacity offrono MOOC (Massive Online Open Courses) aperti a chiunque voglia approfondire i più diversi domini di conoscenza, dal management al data analytics, oppure verticalizzare le proprie competenze professionali attraverso corsi specialistici. Queste organizzazioni permettono agli studenti di ottenere certificazioni universitarie a cifre ridotte rispetto a quelle richieste per l’istruzione tradizionale.  

Anche Woz U nasce con la missione di democratizzare la formazione e preparare le persone al lavoro tecnologico in modo efficace e abbordabile economicamente (l’accesso non sarà però gratuito, ne’ sono stati rilasciati i costi dei corsi), al contempo offrendo un servizio di placement e recruiting. Le aziende avranno la possibilità di valutare i curricula degli studenti, assumendo candidati preparati. Grazie a un’app gli alumni potranno accedere alle proposte lavorative più in linea con le proprie aspirazioni e i propri obiettivi professionali.

Educare i più piccoli alle STEAM

Basata in Arizona e parte della Southern Career Institutes, conta di lanciare presto oltre trenta sedi fisiche nel mondo per attivare percorsi ibridi, integrando all’apprendimento online anche dei laboratori pratici. Il catalogo formativo offrirà percorsi sui temi del customer support, sviluppo di software, data science, mobile app e cybersecurity.

Una divisione speciale di Woz U sarà dedicata ai più piccoli e offrirà programmi STEAM (science, technology, engineering, art and mathematics) per bambini delle scuole elementari con l’obiettivo di ispirarli verso una carriera nel digitale. Inoltre, un programma acceleratore avrà l’obiettivo di identificare e far crescere i giovani talenti.

Insomma, il buon vecchio Wizard of Woz, inventore dell’Apple II, sta costruendo un progetto educativo complesso che sulla carta sembra molto convincente. 

facebook

Week in social: Facebook spende e implementa nuove funzioni, su WhatsApp arriva la localizzazione

Ammettetelo: non potete concludere la settimana senza aver prima avuto il riassunto di quanto capitato nel mondo social. In altri termini, non è venerdì se non spunta sul vostro newsfeed #WeekInSocial: e allora, dato che ci piace l’idea di rendere il vostro finale di settimana più piacevole e leggero, ecco qui servita una nuova puntata della rubrica che vi racconta cosa sia successo negli ultimi sette giorni. In questo “numero”, vi parliamo in particolare di Facebook e Whatsapp. Pronti a cominciare?

Facebook punta tutto sui teenagers (quelli onesti)

facebook

LEGGI ANCHE: Perché Facebook ha comprato (per 100 milioni) un’app di messaggi anonimi

Da una ricerca di eMarketer è emerso che nel 2017 è stato registrato un calo di presenze sui social network da parte dei giovanissimi (12-17 anni). Per questo, prima Instagram e poi Facebook, hanno acquistato tbh – To be honest – per la modica cifra di 100 milioni di dollari. L’App è squisitamente popolata dalla generazione Z, e giustifica il suo fascino nell’uso (e abuso) della dinamica dei sondaggi. Il suo successo si fonda proprio sull’esigenza di “dire la propria” e condividere il proprio punto di vista su questioni di diverso genere.

Ma cosa cambia da tbh ai sondaggi che stanno letteralmente spopolando attraverso le Instagram Stories? To be honest permette di essere onesti in forma anonima. Del resto si sa, citando Oscar Wilde, “Ogni uomo mente, ma dategli una maschera e sarà sincero”.
E sembra proprio che sia così, a giudicare dal fatto che questa novità conta già 2,5 milioni di partecipanti.

Ecco il commento di Luca La Mesa, top teacher di Ninja Academy: “Continua la chiara strategia di Facebook che negli ultimi anni ha speso in acquisizioni una cifra superiore al PIL dell’Uganda (22 miliardi di $ spesi tra il 2004 e il 2014). Qualunque software, piattaforma o tecnologia è per definizione ciclica e nel tempo dovrà cambiare o lasciare il posto a quelle più moderne e all’avanguardia. Quando Mark ha deciso di rifiutare molti anni fa l’offerta di Yahoo di quasi 1.000.000.000$ ha capito che Facebook in futuro sarebbe potuto calare fino ad arrivare a chiudere. Ha dunque deciso che Facebook avrebbe potuto e dovuto comprare tutti (o quasi) i futuri trend in modo da non diventare mai obsoleto ma restare sempre moderno pur cambiando pelle e implementando nuove funzionalità. L’acquisizione di TBH conferma questa strategia con particolare focus verso gli utenti più giovani. Si dice che Facebook, dopo non essere riuscita a comprare Snapchat, abbia comprato una app che si limita a mandare delle notifiche a Mark e al suo team quando qualunque altra app “sta per diventare famosa” in modo da poterla comprare finché è piccola. Possiamo aspettarci dunque molte altre acquisizioni, in particolare di piattaforme emergenti ma ancora non troppo grande.”

SocialMediaLiveProgram-NM_600x420

Facebook lancia definitivamente le Storie per tutte le Pagine

facebook

LEGGI ANCHE: Le Facebook Stories arrivano sulle fanpage

Anche le Pagine di Facebook avranno la facoltà di raccontare le proprie Storie – il tutto, ovviamente disponibile unicamente da mobile. Riuscirà Facebook a risollevare le sorti del formato Storie? L’esorbitante successo riscontrato dalle stesse su Instagram, inevitabilmente si riflette su Facebook (e anche Snapchat) a mò di boomerang. Del resto, nonostante siano figli dello stesso padre, non bisogna dimenticare che Facebook e Instagram sono piattaforme diverse, con obiettivi di comunicazione diversi, che offrono all’utente experience differenti. Dalle ultime mosse, sembra quasi che Zuckerberg cerchi di appiattire i due social network e annullarne quasi le differenze: siamo sicuri, però, che qualora i due social offrissero lo stesso tipo di servizio e mettessero a disposizione dell’utente gli stessi tool, avrebbe senso installarle entrambe sui nostri smartphone?

Facebook: gli status hanno una data di scadenza

facebook

Sempre parlando di contenuti con la data di scadenza, Facebook punta ancora una volta alla caducità e sperimenta i messaggi di stato temporanei, temporizzati: se sentite il pungente bisogno di condividere con i vostri amici che state per uscire a mangiare una pizza, ma il contenuto non vi pare così di memorabile da guadagnarsi un posto fisso nella vostra bacheca, potete limitarne l’esistenza sulle pagine della vostra vita social a poche ore, il tempo necessario per raggiungere il picco di engagement (e finire la pizza). Se sperate che questa novità vada in porto, poiché vi sembra una di quelle cose da “mai più senza”, allora vi interesserà sapere che potreste anche scegliere se limitare la presenza dei vostri status alla vostra bacheca o espanderla anche al feed di notizie. 

Da Facebook è possibile ordinare anche la cena (negli Usa)

facebook

Ordinare la cena a casa con un click è il motivo per cui App come Just Eat e Foodora trovano la propria raison d’être. Questo, finché non entra in gioco Facebook: il fiuto per gli affari di Zuckerberg non risparmia nessuno, neanche il mondo in continua ascesa del delivery food. La versione Beta di questo servizio è stata lanciata ovviamente negli USA: sulle pagine dei ristoranti aderenti al servizio era presente il pulsante “Start order”, tramite cui gli utenti hanno la possibilità di ordinare il proprio pasto e pagare direttamente tramite carta di credito, senza dover essere iscritti alle piattaforme di consegna a domicilio (come Slice). Oggi, il tutto ha preso forma attraverso una piattaforma dedicata, “Order Food”: gli utenti possono accedere in modo intuitivo ed immediato alla lista di ristoranti aderenti e fare il proprio ordine. Attraverso questo servizio è possibile consultare le recensioni degli altri utenti, etichettare i propri ristoranti preferiti, selezionare gli altri ristoranti sulla base della localizzazione, il tipo di cucina, ecc. Inutile dire che se il progetto a stelle e strisce andrà in porto, presto il servizio aprirà i battenti anche in Europa. Facebook non punta più ad essere utile, ma a diventare indispensabile.

Cosa ci dice Luca La Mesa al proposito? “Ci abitueremo presto a comprare sempre più prodotti e servizi all’interno di Messenger e questo consegnerà a Facebook moltissimi dati utili su come spendiamo i nostri soldi, in quali servizi e se ne spendiamo di più o di meno su particolari prodotti. Facebook inizialmente tenderà a permettere di fare transazioni anche direttamente su app esterne, anche per funzionalità come il Marketplace, ma mi aspetto che in futuro posso internalizzare sempre di più anche la parte di pagamento. “

Facebook come LinkedIn: arriva il curriculum

facebook

Si dice che le persone “spugna” siano le più intelligenti: quelle che colgono gli aspetti migliori da chi li circonda e li emula. Forse Facebook ci sta prendendo un po’ la mano.
Dopo LinkedIn, anche Facebook ha deciso di dare maggior risalto alle esperienze lavorative degli utenti iscritti alla piattaforma. Attualmente la novità è disponibile per un numero limitato di utenti, tuttavia, qualora venisse ufficialmente implementata in un successivo update della piattaforma, avremo la possibilità di rimpolpare la sezione “Lavoro e istruzione” già presente sui nostri profili, evidenziando la propria formazione scolastica, le esperienze lavorative (specificando anche date di permanenza e mansione svolta) e l’attuale posizione ricoperta. Insomma, un’altra versione del curriculum vitae ai tempi dei social, che stringe la mano agli head hunter.
A questo punto vale la pena, però, fermarsi un attimo a riflettere: qual è la direzione in cui sta andando Facebook? Quale sarà nei prossimi anni il suo ruolo? Ma soprattutto: la polifunzionalità è una strategia vincente o potrebbe avere un effetto boomerang, in particolar modo per coloro che investono dei soldi nella piattaforma con l’obiettivo di comunicare in modo mirato al proprio target di riferimento? Vedremo.

Ancora Luca La Mesa: “Ulteriore segnale della volontà della piattaforma di aumentare i dati in suo possesso per incrementare la performance delle campagne. Linkedin ad oggi è più costosa su alcuni obiettivi ma ha alcuni dati estremamente utili. Se Facebook riuscirà ad avere accesso a simili informazioni potrebbe essere ancora più competitiva, e sono sicura che proverà sempre più a muoversi in quella direzione.”.

Whatsapp introduce la localizzazione in tempo reale

facebook

Dal prossimo rilascio dell’App, sarà possibile localizzarsi in tempo reale: non si parla più del (fin troppo) approssimativo “Condividi la tua posizione”, ma di una condivisione in tempo reale, attivabile sia nelle chat private che nei gruppi. Seppure questa novità rievochi innegabilmente un’atmosfera alla Orwell, sembra che non ci sia da preoccuparsi per la propria sicurezza, poiché i tutto è protetto da una cifratura end-to-end. Inoltre, potremo decidere per quanto tempo condividere la propria posizione: dalle 8 ore, ai 60 minuti (durata impostata di default), ai 15 minuti. Detto questo, ovviamente la localizzazione può venire stoppata manualmente in ogni momento.
BIG BROTHER IS WATCHING YOU: in questo caso, potrebbe tranquillamente trattarsi di vostro fratello davvero.

Per questa settimana è tutto: al prossimo venerdì con Week in Social!

Fiorello tornerà a fare radio, ma (solo) su Facebook

Andrà in onda dal 23 ottobre, dal lunedì al venerdì, il nuovo programma di Fiorello “Il Socialista”. Fin qui nulla di nuovo se non fosse che andrà in onda in diretta streaming su Facebook. Proprio così, basterà seguire la pagina Facebook dedicata per essere aggiornati su iniziative e ascoltare il programma, interagendo direttamente con il presentatore e i suoi ospiti.

Tra le novità annunciate dello show sperimentale  “la nuova coppia comica Candreva-Nagatomo” dell’Inter e Antitrust, lo spazio dedicato alla pubblicità gratuita per piccoli negozi e attività commerciali che hanno pochi mezzi a disposizione.

Perché una radio su Facebook

L’idea vuole chiaramente protendersi verso una nuova forma di intrattenimento che prende il meglio (e il peggio) dai social attraverso il loro strumento maggiore: l’interazione diretta. In questo modo è evidente il tentativo di Fiorello di avvicinarsi al pubblico in una nuova forma mediale più vicina al teatro che alla radio. Attraverso la diretta streaming, infatti, sarà possibile leggere in contemporanea i commenti e soprattutto le reazioni a quanto viene detto.

La sperimentazione artistica di questo interessante esperimento è inoltre un’altra: aumentare il più possibile l’interdiscorsività mediale dei mezzi.

L’intento dichiarato di Fiorello, infatti, è anche quello di far dialogare tra loro tv, social network e radio. Come? Attraverso collegamenti in diretta (a loro insaputa) con programmi radiofonici o televisivi – rigorosamente in diretta – e con duetti virtuali di Fiorello, sempre ad insaputa dei protagonisti, con chi, in quel momento, sta cantando ad esempio in una trasmissione tv in day time.

Per tutti gli addetti ai lavori è uno show da non perdere!

meeting ingegneri

La metà dei nostri ingegneri? All’estero. Ma qui il lavoro ci sarebbe pure

Pochi ingegneri da queste parti? No. Tutti all’estero? Nemmeno. Il mercato italiano del lavoro soffre però la carenza di laureati in ingegneria.

Secondo gli ultimi dati raccolti dal sistema informativo Excelsior di Unioncamere e dell’Agenzia Nazionale Politiche Attive del Lavoro (ANPAL), progettisti e ingegneri rientrano tra le professionalità che le aziende riescono a reperire più difficilmente tra gli under 30, trovando difficoltà nel 59% dei casi.

Quanti sono i nuovi ingegneri

Dati e statistiche rilevano un gruppo piuttosto nutrito di laureati in ingegneria: i database di Almalaurea ne contano più di 33 mila, il 12% del totale laureati nel 2016, superati solo dai 39 mila dottori in economia.

È altrettanto vero che questa categoria di giovani professionisti non ha eccessive difficoltà a iniziare la propria carriera: a cinque anni dal titolo lavora l’88% dei dottori magistrali in ingegneria, subito dietro al 93% di medicina.

Anche i conti in banca non languono: le retribuzioni mensili nette sono pari a 1.717 euro, decisamente superiori ai 1.405 euro che formano la media percepita da studenti provenienti da altri gruppi disciplinari.

LEGGI ANCHE: Spesi i primi 1,6 miliardi per l’Industria 4.0, ma cos’è cambiato davvero?

La tentazione di andarsene

ingegneri al lavoro

Il quadro non si può tuttavia definire completo senza un termine di paragone più ampio.

Dando uno sguardo oltre le frontiere, il centro studi del Consiglio Nazionale degli Ingegneri (CNI) rileva che l’8,3% dei laureati in ingegneria orienta le proprie aspettative professionali all’estero. Il dato è in lieve calo rispetto agli anni precedenti, ma il flusso rimane attivo.

Il fattore più influente sono senza dubbio le retribuzioni: le buste paga dei giovani ingegneri escono a testa alta nel confronto con quelle di altri professionisti freschi di laurea ma cedono il passo davanti alla retribuzione media europea per la loro categoria: 2.029 euro.

Il fenomeno potrebbe essere classificato sotto la comune nomea di “fuga di cervelli”, ma è forse più appropriato definirla una naturale mobilità del lavoro, che da tempo travalica i confini geografici.

In questo senso si esprime anche Massimiliano Pittau, direttore della Fondazione Cni:

«Se uno deve scegliere tra trasferirsi in Italia o all’estero, sarà naturale andare dove la retribuzione è più conveniente, almeno in fase di ingresso. È solo una questione di mercato.»

Il cambio di mentalità

braccio robotico - industria 4.0

Ad essere messa in gioco è la visione stessa del lavoro e del mercato. Nel pieno della rivoluzione 4.0 dell’industria, l’aggiornamento e l’interazione dei sistemi fisici e informatici sono importanti quanto la preparazione e la mentalità delle figure professionali.

Maurizio Del Conte, presidente ANPAL, pone l’accento sulla formazione.

«Ora che la ripresa si sta consolidando, emerge il ritardo accumulato nella costruzione di profili professionali adeguati alla richiesta delle imprese che hanno investito in tecnologie e che ora tornano ad assumere. Per questo occorre realizzare un’efficace filiera della transizione dalla scuola al lavoro, orientando gli studenti sulla base di un’analisi puntuale della domanda espressa dal mercato.»

Questo gap è il riflesso della differenza di mentalità tra gli imprenditori e i giovani professionisti, questi ultimi non necessariamente intenzionati a lavorare nelle imprese tradizionali di industria e manifattura.

Le scelte non convenzionali degli ingegneri

meeting ingegneri

I neolaureati nel settore sono infatti sempre più attratti da carriere alternative a quelle che offre una tradizione ancora ben radicata.

I dati del CNI rivelano che nel settore industriale lavora solo il 54,2% degli ingegneri, mentre il 44% è impiegato nel settore dei servizi: l’11,8% nel segmento di informatica e dati e l’11,6% nella consulenza, settori che assorbono rispettivamente oltre al doppio delle risorse indirizzate sulla manifattura (5%).

Dietro a questi dati si annida ancora una volta il ritardo tecnologico delle imprese italiane, il quale scoraggia i profili più qualificati dall’investire le proprie competenze in ambienti lavorativi superati. Anche su questo tema interviene Pittau:

«Il problema è il tessuto manifatturiero che ha carenze di innovazione che lo rendono poco attrattivo. E questo fa sì che i laureati si orientino altrove, dalla consulenza al management, dove sono apprezzati perché combinano conoscenze economiche e sul ciclo di produzione».

Ecco dunque che gli ingegneri si reinventano consulenti e manager, riflettendo l’immagine del talento che emerge, esprimendosi anche in assenza del supporto tecnologico e in attesa di un cambio di mentalità politico e imprenditoriale che rispecchi le attese.

Beijing Airport

Ecco l’aeroporto più grande del mondo (lo ha disegnato Zaha Hadid)

Nel 2019 a Pechino, in Cina, verrà completata la prima parte di quello che diventerà l’aeroporto più grande del mondo. Questa prima parte sarà in grado di servire 45 milioni di passeggeri ogni anno, con l’obiettivo di sforare i 100 milioni quando verranno ultimate le ultime due parti.

Diventerà così il più grande a livello di superficie (il terminal raggiungerà i 700.000 metri quadrati), e in linea con l’aeroporto internazionale Hartsfield-Jackson di Atlanta per quanto riguarda la classifica degli aeroporti più “affollati”. Se sembrano numeri da capogiro, anche perché Pechino gode già di un altro aeroporto considerato il secondo con più afflusso del mondo, basti pensare che Jia Zhiguo, un manager del progetto, ha dichiarato che “le preoccupazioni non riguardano se riusciremo ad avere così tanti passeggeri, ma se saremo in grado di soddisfare la domanda”.

Diventerà la base per le compagnie China Southern AirlinesChina Eastern Airlines, consentendo a due colossi di stare sotto lo stesso tetto, permettendo così facili connessioni tra i voli per i passeggeri. La costruzione, poi, sarà realizzata a ridosso di una ferrovia ad alta velocità, in grado di collegare facilmente l’aeroporto alla città. L’aeroporto diventerà così un vero e proprio hub in grado di coinvolgere tutto il moderno network di linee di trasporto pechinese.

Lo ha disegnato Zaha Hadid (ovviamente)

Il progetto per il terminal è stato ideato da Zaha Hadid, architetta irachena mancata nel 2016. Il cuore dell’aeroporto sarà caratterizzato da spazi aperti e molto estesi, con giardini interni e aree separate per voli internazionali e nazionali, in modo da facilitare l’affluenza dei passeggeri e le tempistiche tra un volo e l’altro. Il design compatto del terminal, inoltre, minimizzerà le distanze tra check-in e gate, oltre che tra i gate stessi (la distanza massima percorribile sarà di 600 metri); ogni aereo, infatti atterrerà molto vicino all’area comune in cui ogni visitatore dell’aeroporto potrà godere di qualunque servizio.

Ispirandosi ai principi dell’architettura cinese, che solitamente organizza spazi interconnessi tra loro attorno a un’area comune centrale, il terminal guiderà i passeggeri proprio dalla sua area centrale, da cui si potrà accedere a ogni altra zona dell’aeroporto. Da questa, partono sei raggi curvi percorribili a piedi, creando una simmetria generale che, insieme alle linee fluide e alle diverse forme collegate tra loro, creano una composizione in grado di evocare l’armonia e l’equilibrio tipico dei paesaggi della Cina, con materiali e colori che riprendono i linguaggi visivi tipici della cultura di questa nazione.

Il progetto

La collaborazione tra il team di architetti capitanato dalla Hadid e gli ingegneri hanno consentito anche di ideare un progetto molto vicino all’ambiente. Sono stati inseriti, infatti, numerosi elementi come strategie legati agli effetti che fornisce l’ombra provocata dalla luce solare, una vetratura molto avanzata, un sistema di luci sui tetti che ottimizzano le performance energetiche del terminal. Si prevede che queste soluzioni permetteranno di ridurre del 50% i consumi generali e le emissioni di CO2. Questa collaborazione tra architetti e ingegneri ha permesso di dare un approccio molto creativo al progetto, sviluppando un design unico per il nuovo aeroporto, il quale fornirà un valore aggiunto alla città di Pechino, un edificio che ha tutte le carte in regola per diventare un simbolo iconico per la metropoli cinese.

paola di rosa

Conosciamo Paola Di Rosa, l’avvocato che sta facendo davvero innovazione in Sicilia

Giurista di impresa, da anni impegnata nella compliance legale delle startup e dedicata alla finanza per l’innovazione, ma anche advisor per le startup e attiva nella formazione del capitale umano al Sud e in particolare in Sicilia. Abbiamo incontrato Paola di Rosa per parlare con lei di innovazione e tecnologia in Italia e al Sud, dell’ecosistema startup siciliano, ma anche di donne e imprenditoria e del prossimo evento presso la Scuola Politecnica dell’Università degli Studi di Palermo: un hackathon dedicato all’Internet of Things.

paola di rosa startup sicilia

Paola Di Rosa ci racconta di AtFactory, dell’Hackathon del 20 e 21 ottobre a Palermo e dell’ecosistema startup in Italia

Abbiamo scoperto il percorso che la ha portata alla creazione del suo AtFactory e come sia possibile operare anche nel Meridione per le startup, costruendo sinergie con l’ecosistema più sviluppato di Roma e Milano, oltre ad una serie di spunti e consigli sui trend da seguire per i giovani che vogliano puntare sulle proprie idee innovative in Italia.

paola di rosa startup sicilia

Da avvocato a mentor per le startup, ci spieghi come si è evoluta la tua carriera e perché hai scelto di dedicarti alle idee innovative?

Sono una giurista di impresa, che è una figura professionale ancora poco conosciuta in Italia, mentre è più nota nel mondo anglosassone, che siede nei board delle aziende e partecipa alla strategia decisionale, valutando il rischio strategico delle proposte degli amministratori delegati. In Italia questo ovviamente non avviene.

Ho da sempre una passione verso l’economia e il diritto aziendale, ma quando mi sono laureata a Palermo in Giurisprudenza non c’era l’indirizzo aziendale, quindi ho completato la mia formazione con un Master specifico. La mia formazione sul Diritto d’impresa mi porta a valutare l’azienda non solamente dal punto di vista legale, ma anche da quello economico-gestionale, quindi per tutto ciò che riguarda le strategie di mercato o come affrontare le barriere all’ingresso.

Un esempio  su tutti: le aziende che introducono i loro servizi in un mercato sanitario, che è profondamente regolamentato da leggi, devono tenere in considerazione queste barriere all’ingresso. E questo modo di procedere è di base lo stesso che hanno le startup in fase iniziale, quando devono validare la propria idea rispetto al mercato potenziale e ai potenziali clienti. Bisogna fare una valutazione ex-ante delle scelte strategiche.

Mi sono quindi avvicinata al mercato delle startup perché lavorando con molte aziende, a partire dal 2008 mi sono resa conto che subivano sempre di più la crisi economica e in particolare il credit crunch: era il periodo in cui le banche non erogavano più servizi finanziari, quindi non davano più credito. Allora lavoravo per un’azienda torinese dell’indotto Fiat, che non trovava più la liquidità per poter pagare fornitori, operai e dunque anche se aveva degli ordini non riusciva ad evaderli per pagare le risorse chiave. Cercando soluzioni alternative al credito bancario – contratti di finanziamento in gergo legale – mi sono avvicinata come studio alla finanza dell’innovazione, al venture investing e al venture capital, ma mi sono resa conto che si trattava di figure adatte non tanto alle imprese (anche se nel tempo la legge ha introdotto anche le cosiddette PMI innovative come beneficiarie di questo tipo di investimenti), quanto alle startup.

Ho iniziato a capire cosa fosse una startup, quale fosse la fenomenologia e ho iniziato anche ad avere contatti con l’Associazione Sicilian Venture Philantrhopy, che si occupava di startup e da lì è stato quasi automatico diventare loro mentor.

LEGGI ANCHE: 5 startup italiane di cui avremmo volentieri fatto a meno

paola di rosa startup sicilia

In Sicilia hai fondato AtFactory: di cosa si tratta esattamente?

Quello che mi veniva naturale fare per i ragazzi che incontravo in fondazione era affiancarli e supportarli, mettendoli in contatto con community composte da investitori, associazioni o realtà come Italia Camp che allora aveva come focus l’innovation technology digitale e che oggi ha virato un po’ sull’innovazione sociale, vedendo nascere anche realtà interessanti come Orange Fiber e Green Rail.

Ho quindi intrapreso la sfida di una associazione locale che avesse sede sul posto per fare scouting di realtà interessanti siciliane per metterle poi in contatto con il network milanese o romano delle startup e con l’ecosistema dell’innovazione italiano. Il ruolo di AtFactory, in pratica, è quello di un link tra queste due realtà.

Quello che facciamo con AtFactory io la chiamo innovazione sociale, perché soprattutto in Sicilia temi come tecnologie e open data sono ancora relativamente nuovi. Ci piace definirci per questo una “nave rompighiaccio”, perché realizziamo eventi su Blockchain, Healthcare e così via, per far capire ai ragazzi come realizzare meglio le proprie idee, trovando relazioni, confronto con aziende importanti e terreno fertile per lo sviluppo delle loro idee.

LEGGI ANCHE: La lezione del fallimento di una startup (e di Shark Tank)

Flazio, Orange Fiber, Green Rail sono solo alcuni dei nomi delle startup siciliane che ci vengono subito in mente: in realtà il Sud può essere un terreno fertile per le buone idee? 

Attualmente sto facendo mentoring per un’altra startup molto interessante, Pharmap, e stiamo valutando delle ipotesi di sinergia e partnership strategica con un’altra startup milanese. Intanto la società ha stretto un accordo commerciale anche con un’azienda tedesca. Quindi il Sud è terreno fertile per la generazione di idee, mentre per l’execution, per le relazioni e per la ricerca di investitori e partnership strategiche dobbiamo guardare all’ecosistema tra Milano e Roma che funziona bene.

Abbiamo il nostro network in Lombardia e in altre regioni e lo usiamo per veicolare i ragazzi e le idee del Sud verso quell’ecosistema.

paola di rosa startup sicilia

Il 20 e 21 ottobre l’appuntamento è a Palermo per un hackathon sull’Internet of Things. Quali sono secondo te i settori nei quali lo IoT può avere maggiore futuro in Italia e quindi quali progetti consigli di seguire con più attenzione agli aspiranti startupper?

Sposterei il focus, perché l’Internet of Things è qualcosa di molto trasversale, quindi non c’è un settore che può prediligere rispetto ad un altro. Il fatto è semmai che settori produttivi come quello manifatturiero, che in Italia costituisce ancora un asset fondamentale dell’economia, sono tra i settori che possono beneficiare maggiormente di queste tecnologie.

Lo IoT, naturalmente, impone anche un po’ un cambio di paradigma culturale. Un’industria di arredi come Vitra (un’azienda molto importante, anche se non italiana), si è avvalsa della collaborazione di un famoso architetto italiano, Ratti, che lavora anche all’MIT di Boston, per far diventare intelligente un divano, LiftBit. Il divano non è più solamente un prodotto, ma si trasforma in qualcosa che offre un servizio, un’esperienza alle persone.

Se le nostre PMI del manifatturiero vogliono diventare più competitive, vogliono conquistare più fette di mercato, devono produrre questa tencologia e devono cambiare il loro modello, non pensando più a fare solo prodotti, ma a creare cose che offrano servizi alla persona.

Poi, in questo ambito, possiamo guardare anche alla manutenzione predittiva: l’Internet of Things è essenziale in ambito industriale perché genera dati e consente di assumere una manutenzione preventiva piuttosto che aspettare che il macchinario subisca effettivamente un guasto, con un risparmio in termini di gestione.

In Italia vedo lo IoT molto legato in questo senso anche alla sanità, dove l’acquisizione dei dati a distanza è essenziale, per una medicina sempre più personalizzata.

La cosa bella dell’Hackathon del 20 e 21 ottobre a Palermo è anche che l’Istituto Superiore Mario Boella di Torino ha donato tutte le schede Arduino che i ragazzi utilizzeranno durante questo appuntamento per arrivare alla fine dei due giorni a produrre un prototipo reale di un prodotto. Un esempio di come sia possibile creare sinergie per far imparare ai ragazzi anche le soft skill digitali.

paola di rosa startup sicilia

Parliamo di donne e imprenditoria: a che punto siamo oggi in Italia? Il Paese si sta davvero trasformando per dare maggiore possibilità di affermazione anche alle lavoratrici senza dover necessariamente rinunciare alla famiglia, ad esempio?

Le difficoltà sono ancora molte per le donne, ma altrettanto sinceramente posso affermare che – anche semplicemente per un fatto numerico – le donne sono destinate ad affermarsi nel lavoro oggi. Tempo fa ho letto un libro di Henry Miller nel quale si diceva che nel 2000 sarebbero state tutte donne nei posti di vertice, solamente per un fatto numerico, visto il rapporto di uno a sette tra uomini e donne. Siamo nel 2017 e non è ancora così, quindi non possiamo parlare di una profezia, ma se pensiamo a tutte le donne che oggi fanno azienda, o siedono in ruoli di leadership anche in politica, siamo sulla buona strada.

Il lavoro di oggi poi, specie quello digitale, è un tipo di lavoro più liquido, che ci consente di organizzarci molto meglio: io ho una collaboratrice che che è mamma di due bambine e riesce perfettamente ad organizzarsi. Chiaramente è tutto il contesto sociale che è cambiato e così alla donna non si chiede più la rinuncia a tutti i costi, ma il lavoro è molto più legato alla finalizzazione di un progetto, con delle scadenze, mentre i tempi e l’organizzazione è stabilito da chi lavora e punta al risultato.

Perché Facebook ha comprato (per 100 milioni) un’app di messaggi anonimi

Dopo il tormentone Sarahah, l’applicazione progettata dall’ingegnere Zain al-Abidin Tawfiq che permette di lasciare commenti anonimi via mobile o internet ai suoi iscritti, arriva un’altra app che sta spopolando tra i teenager. Il suo nome è To Be Honested è stata lanciata nel mese di agosto dalla Midnight Labs, riscuotendo da subito un grande successo; ad oggi,  almeno 5 milioni di persone hanno scaricato l’applicazione e inviato più di un miliardo di messaggi.

Non ci sorprende, dunque, la notizia della sua recente acquisizione da parte di Facebook, costata, secondo TechCrunch, circa 100 milioni di euro. Ma Facebook ha già annunciato che tbh manterrà comunque la sua autonomia, lasciando massima libertà ai suoi ideatori di continuare a svilupparla, in una modalità simile a quella che ha portato al processo di acquisizione di WhatsApp o di Instagram.

Lo stesso Zuckerberg ha dichiarato: “Tbh e Facebook condividono un obiettivo comune: costruire una community e permettere alle persone di condividere modi per avvicinarsi. Siamo impressionati dal modo in cui Tbh sta facendo tutto ciò utilizzando sondaggi e messaggistica e con le risorse di Facebook, Tbh può continuare ad espandersi e creare esperienze positive”.

Nel frattempo, arrivano richieste degli utenti di To Be honest anche dalla piattaforma più utilizzata dagli adolescenti, Instagram. Gli utenti vorrebbero, infatti, poter inviare complimenti alle persone che mettono like o commentano in maniera positiva le proprie foto.

Cos’è tbh e come funziona

To be honest è una applicazione per IOS basata su una comunicazione semplice e diretta, senza inibizioni e filtrata dall’anonimato, perché permette di comunicare solo tra persone che si conoscono senza dover rivelare la propria identità.

La nuova app si pone all’avanguardia, nel suo dichiarato obiettivo di combattere  ogni forma di insulti, offese e utilizzo di un linguaggio che veicoli l’odio. La chiave del suo successo sembra essere proprio questa: è un app a prova di cyberbullo!

Una volta scaricata, tbh ci propone nella dashboard un set di complimenti prefissati, sotto forma di quesiti, da inviare a quattro dei nostri contatti telefonici che sono presenti sull’app. Quando uno di questi amici, in maniera anonima, vi sceglie per dare la risposta alla sua domanda, verrete informati se si tratta di un ragazzo o di una ragazza.

Le domande precompilate sono piuttosto semplici, dal  “Chi è la ragazza più carina della scuola” al “Chi mi fa ridere di più”, pensate appositamente per aumentare l’autostima degli adolescenti, facendoli sentire più positivi. A differenza di precedenti applicazioni, come Sarahah o Yik Yak, che permettevano di scrivere qualunque cosa in modo anonimo, scivolando facilmente nella trappola delle offese e degli insulti, To be honest dà la possibilità di rispondere soltanto alle domande create dalla stessa applicazione. Difficilmente, quindi, ci sarà modo di porre quesiti con l’intenzione di mettere a disagio o di bullizzare qualcuno.

Tramite l’applicazione è possibile poi proporre dei sondaggi, prevedendo un tempo prefissato per rispondere. Più si viene scelti nei quiz più si conquistano le ambite  “Gemme virtuali”, dei punti con cui sbloccare altre funzioni nell’app. Gli utenti possono anche creare i propri quiz, ma solo attenendosi ad una policy che invita a non creare dei sondaggi che possano essere offensivi, tanto che qualunque tentativo di venir meno a questa regola viene bloccato grazie ad un sistema di approvazione che precede la fase della pubblicazione. Un’altra funzione che cerca di bloccare i tentativi di bullismo online.

Da poco poi è stata introdotta la possibilità di inviare dei messaggi diretti a qualcuno che vi ha scelto per dare una risposta alla sua domanda, dando così la possibilità di rivelare la propria identità “privatamente”.

In un’intervista rilasciata a Techcrunch, il team di tbh si dice effettivamente contento dei risulti raggiunti. “Abbiamo lavorato sul contenuto che volevamo vedere, un prodotto che vorreste aprire e che sia in grado di dirvi tutti i vostri punti di forza, di rendervi più felici e produttivi”, sottolineando poi la capacità di questa applicazione, rispetto ad altre,  “di dire le cose senza ripercussioni”.

Del resto il team sembra sicuro quando afferma che “Conosciamo il prodotto e il tipo di esperienza ad esso legata che le persone desiderano. Migliorare l’autostima della gente, questo è stato l’aspetto più gratificante del lavoro”.

I rischi dietro un’app come To Be Honest

Una formula che quindi, almeno fino ad ora, sembra funzionare perché risponde perfettamente al bisogno di positività, di approvazione e autostima di qualunque adolescente. 

Al contempo, però, si potrebbe anche obiettare che l’app rischia di alimentare un altro tipo di bisogni, come quello della popolarità esasperata, bisogno che, a  guardare bene, è alla base del funzionamento di qualunque social network.

Ecco che il sistema delle “Gemme virtuali” potrebbe trasformarsi in una pericolosa forma di cyberbullismo. Come si sentirà, infatti, quel ragazzo che non riesce a conquistare tante gemme come i suoi compagni? Di certo questo non aiuterà la sua autostima, semmai lo porterà a sentirsi incapace rispetto agli amici, che potrebbero  marginalizzarlo per questo, con conseguenze non solo nel mondo virtuale ma soprattutto nella vita reale.

Dietro i messaggi positivi si potrebbe celare un meccanismo perverso che induce  da un lato all’autocompiacimento e a un narcisismo esasperato e dall’altro al rafforzamento di quei sentimenti di insicurezza e inadeguatezza che rendono gli adolescenti di oggi sempre più fragili e incapaci di relazionarsi.

Un’altra criticità è poi legata alla questione della privacy. Gli esperti di sicurezza sui social media, presenti sulla piattaforma Smart Socialallertano i genitori sui rischi legati all’uso di questa applicazione, tanto da catalogarla nella “zona rossa” delle applicazioni, in quanto ritenuta “pericolosa per i bambini e gli adolescenti”. 

La registrazione all’app, infatti, chiede indirettamente l’età degli utenti, l’accesso alla lista dei propri contatti, nonché alla loro posizione, il che permetterebbe di identificare facilmente, ad esempio, quale scuola frequentano. Una questione che porta sempre più genitori a dirsi preoccupati, nel momento in cui non viene garantita la segretezza dei dati e delle informazioni o in cui esiste la possibilità che qualunque sconosciuto, anche adulto, potrebbe mettersi in contatto con il proprio figlio.

La felicità è a portata di app?

Il team della Midnight Labs non sembra però preoccuparsi di queste valutazioni, e perché dovrebbe considerato che il colosso di Mark Zuckerberg ha deciso di investire proprio su di loro?

Quello che viene da chiedersi è se To be Honest sarà realmente in grado di colmare quel gap creato da molti social network, tra il ‘like’ compulsivo che viaggia sulle bacheche di tanti ragazzi e la reale gratificazione nella vita reale. 

Eppure il team sembra convinto della direzione in cui stanno andando: “Noi pensiamo che la pietra miliare successiva stia pensando alle piattaforme social in termini di amore e positività. Pensiamo che sia questo ciò che è mancato, fin dall’inizio di Internet, in tutti i prodotti ‘social’. La domanda è cosa può rendere più felice questa generazione?”

E se la risposta alla ‘felicità’ provenisse proprio da questa applicazione che milioni di adolescenti sembrano amare così tanto? Se il segreto fosse davvero nascosto negli strumenti social, in quei luoghi virtuali che poi sono i luoghi dove, soprattutto gli adolescenti,  vivono la maggior parte della loro vita?

Il tempo ci dirà se la strada intrapresa dal team di “To be honest” sarà percorribile o meno. Intanto, quel che è certo è che questi strumenti sono destinati sempre più a colmare una mancanza, ad essere portatori, volenti o meno, di quel sistema di valori, conferme e approvazioni al quale, da sempre, gli adolescenti hanno bisogno di attingere.

Adesso a Dubai c’è un Ministro per l’Intelligenza Artificiale, e ha 27 anni

Certo che sono diventati proprio simpatici questi sceicchi. Parlano inglese, costruiscono grattacieli e intere città nel deserto, spendono tantissimi soldi in innovazione, twittano e figliano come non mai: il loro primo ministro, Mohammed bin Rashid Al Maktoum, di figli ne ha 23.

Proprio con un tweet, lo sceicco (che è anche governatore di Dubai) ha annunciato poco più di un anno fa l’istituzione di un nuovo Ministero della Felicità, il cui scopo è portare avanti tutte le politiche di governo necessarie al raggiungimento del benessere sociale e la soddisfazione generale.

Un Ministero per l’Intelligenza Artificiale

Di queste ore la notizia di un nuovo dicastero e, notizia della notizia, sarà guidato da un giovane di 27 anni: Omar Bin Sultan Al Olama è il neo Ministro all’Intelligenza Artificiale.

Omar-Bin-Sultan-Al-Olama

Di lui sappiamo ancora poco, ma certo è che seppur giovanissimo di strada ne aveva già fatta parecchia. Classe 1990, da poco più di un anno vicedirettore del “Dipartimento per il Futuro”, Al Olama, ha iniziato a farsi notare quando, a 24 anni, è entrato nel comitato esecutivo del World Government Summit, il vertice tenuto ogni anno a Dubai al quale partecipano protagonisti del settore pubblico e privato, nonché i leader e – come scrivono sul loro sito ufficiale – “i pionieri di pensiero internazionali”. Tanto per fare alcuni nomi, alla prossima edizione è prevista la partecipazione, tra gli altri, della direttrice del Fondo Monetario Internazionale Christine Laguarde e di Elon Musk.

La prima città su Marte

La nomina del giovane Ministro arriva a pochi giorni dall’annuncio di un Piano del governo emiratino sull’intelligenza artificiale. «Vogliamo che gli Emirati Arabi Uniti diventino il Paese più preparato al mondo sull’intelligenza artificiale», ha detto lo sceicco.

La strategia prevede la completa digitalizzazione delle transazioni cartacee entro il 2021, diffusione della mobilità a guida autonoma, portare al 75% di energia pulita il fabbisogno energetico nazionale, e, dulcis in fundo, la costruzione del primo insediamento urbano su Marte.

Ma qui l’orizzonte temporale è molto lungo: per avere la prima città arabo-marziana ci vorrà un secolo, la deadline è il 2117. D’altra parte, lo abbiamo detto, sono gli stessi che in pochi decenni hanno costruito dal nulla intere città nel bel mezzo del deserto. Il know how c’è.

@aldopecora

Così la violenza si denuncia su Twitter. #QuellaVoltaChe, raccontato da chi l’ha creato

Harvey Weinstein è uno dei produttori più importanti nel mondo del cinema che una settimana fa, su the Times è stato pubblicamente denunciato in un’inchiesta sui suoi abusi sessuali, violenze e ricatti a danni di numerose attrici a cui è seguito un approfondimento dell’inchiesta sul New Yorker. A denunciare pubblicamente il colosso sono state tante, tra cui Cara Delevigne, Angelina Jolie, Léa Seydoux, Gwyneth Paltrow e Asia Argento.

LEGGI ANCHE: Come spiegare il caso Asia Argento e il gender gap nel cinema

In Italia la denuncia di Asia Argento è stata accolta con scetticismo e critica da parte di alcuni redattori di quotidiani nazionali, giornalisti e in generale da una non poco ampia fetta della popolazione che ha commentato online.

Di contro ci sono state tante voci a supporto del coraggio di Asia e di un problema piuttosto vasto e preoccupante che in Italia vede, secondo dati Istat, 7 milioni di donne sono state vittime di una forma di abuso. Tra queste voci c’è quella di Giulia Blasi, giornalista e social media manager, che l’ha moltiplicata in una campagna social attraverso l’hashtag #QuellaVoltaChe. L’hashtag ha racconto centinaia di adesioni e dolorosi racconti di violenze e abusi. L’abbiamo intervistata.

Giulia-blasi-quellavoltache-femminismo

Dal tam tam su Twitter è nato un trending topic

Giulia, come nasce #QuellaVoltaChe?
«Ormai sta diventando una origin story tipo fumetto di supereroi: nel pieno del fracasso intorno alla storia di Asia Argento e del trattamento indegno che stava ricevendo, mi viene in mente di lanciare un piccolo progetto di scrittura per raccontare, con un hashtag, tutte le volte che ci siamo sentite molestate, in pericolo, fragili, ricattate. L’obiettivo è mostrare che succede a tutte, e che tutte portano la vergogna per quello che hanno subito, perché socialmente la molestia e lo stupro sono una macchia, e soprattutto è quasi impossibile provare che quando sei sola con un uomo non ci sei per tua volontà, e che non gli hai detto “sì”».

 «Le persone con cui mi confronto abitualmente su Facebook dicono: oh, fico, facciamolo. Alcuni siti mettono a disposizione le redazioni per raccogliere le storie di chi vuole raccontare in forma più o meno anonima. Pensiamo che il tutto si limiterà a qualche tweet e qualche post, una cosa da raccogliere come progetto, gestibile. Asia Argento ci riprende, l’hashtag esplode. Io faccio un post per raccontare la cosa su Medium, in inglese, e in due giorni siamo letteralmente globali».

In Italia alcuni giornalisti – anche donne – hanno scritto che Asia Argento con la sua denuncia tardiva rischia di togliere importanza ai “veri” episodi di violenza. Come pensi si collochi questo tipo di ragionamento all’interno della nostra cultura?
«Mi sono molto stancata dei distinguo per cui la violentata deve essere piangente, distrutta e lacero-contusa, se no non è abbastanza violentata. Asia Argento ha parlato quando si è sentita protetta e forte abbastanza per farlo. Peraltro, quello che passa nei media è che lei non ha mai detto niente a nessuno, e invece lei ha messo in scena lo stupro in Scarlet Diva, ne ha parlato con amici, giornalisti, fidanzati. Ronan Farrow non l’ha pescata dal cilindro. Lo sapevano tutti. E comunque nessuno ha fatto niente. Però il processo lo subisce lei».

Tutti i numeri di #QuellaVoltaChe

Ad ora l’hashtag #QuellaVoltaChe ha generato una reach di quasi 2 milioni di utenti. Quando avete pensato di lanciare la campagna pensavate di riscuotere così tanto successo?
«All’ultimo conteggio erano più di 14.000, ma probabilmente ora sono di più. Assolutamente no. Lo dicevo: pensavo sarebbe stata una cosa molto più piccola».

#MeToo

In questi giorni è esploso a livello globale l’hashtag #MeToo con un intento simile. Perché non hai aderito?
«Non è assolutamente un’opposizione, anzi. Ogni hashtag è valido e ha la sua funzione nel raccontare un grido globale, ma ogni Paese sta facendo le cose a modo suo e io ho scelto di concentrarmi su quello che succede qui, pur dando visibilità anche a quello che succedeva fuori».

Non è la prima volta che usi (con successo) i social per prendere posizioni forti su tematiche femministe (l’articolo su Medium in proposito del Fertility Day che ha fatto il giro di mezzo mondo arrivando alla BBC, ndg). Ritieni che la comunicazione digitale abbia una responsabilità in più sulle tematiche sociali?
«No, io non credo. Sono io che nasco incendiaria e invece di morire pompiera, a occhio, mi sto evolvendo in Daenerys Targaryen. Comunque: ognuno usa gli strumenti come crede, e io personalmente credo nel valore della parola e nella responsabilità di ognuno di parlare solo quando sa di cosa parla e usare le parole nel modo più costruttivo possibile. Sempre personalmente, io mi esprimo meglio in forma scritta. Per cui è naturale per me far confluire i miei momenti di ribellione in messaggi che possano arrivare più in là possibile. Altre persone usano altre forme. E sono sempre stata femminista, fino da ragazzina, per quanto in maniera più debole e meno strutturata».

“Tutte le donne hanno subito almeno una molestia”

La violenza sulle donne viene spesso taciuta e sminuita. Tu dici una cosa molto forte, e cioè che il 100% delle donne ha subito una molestia. È davvero così?
«Fatti solo una domanda: tu conosci anche solo una donna, una sola, a cui qualcuno non abbia fatto una battuta a doppio senso sessuale in un contesto lavorativo, solo per metterla in imbarazzo? Che non sia mai stata fatta oggetto di richiami per strada, mani allungate in autobus, che non si sia sentita a disagio a tornare a casa la sera da sola, che non si sia sentita dire “copriti”? È tutto parte dello stesso problema. Poi c’è chi sceglie di riconoscerlo e chi no».

Pensi che i social abbiano un ruolo in tutto ciò? Si fa troppo, o troppo poco?
«Credo che gli strumenti, come dicevo sopra, rispondano all’uso che se ne fa. Ma né Facebook né Twitter fanno abbastanza per fare in modo che le loro utenti siano tutelate. Se io scrivo “frocio” su Facebook per ironizzare sull’omofobia, mi bloccano l’account per tre giorni. Se qualcuno mi dà della grandissima puttana che deve morire male, il suo commento rispetta gli standard della comunità. La violenza verbale contro le donne è normalizzata in società, e di conseguenza sui social».

Conoscerai il fenomeno dei gruppi chiusi al cui interno uomini condividono foto personali di amiche, fidanzate, mogli e compagne per commentare in branco quello che farebbero loro. E la privacy è l’ultimo dei problemi…
«Sì, e al di là del lavoro culturale che bisogna fare con pazienza per smantellare questi fenomeni, Facebook deve intervenire, ma anche e soprattutto l’autorità giudiziaria, rapidamente e con forza. Se servono leggi speciali che permettano di agire d’urgenza, forse è il caso di farle. È a rischio l’integrità fisica e mentale delle persone».