Industria 4.0

Spesi i primi 1,6 miliardi per l’Industria 4.0, ma cos’è cambiato davvero?

A un anno dal varo del Piano del Governo per l'Industria 4.0 i numeri registrano +27% sugli investimenti delle imprese in trasformazione digitale. L'ecosistema dell'innovazione, però, va peggio

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Una spesa di 1,6 – 1,7 miliardi di euro nel 2016, per una crescita del 27%. Sono questi i dati dell’innovazione e dell’Industria 4.0 in Italia, dopo l’introduzione del piano “Imprese 4.0”. I dati sono stati diffusi nei giorni scorsi dall’Osservatorio Industry 4.0 del Politecnico di Milano, e farebbero ben sperare anche per la digital transformation delle aziende italiane, nonostante note dolenti restino la formazione delle imprese e il bisogno di incentivare il cloud computing, essenziale per una vera crescita digitale.

Cos’è il Piano Imprese 4.0 e cosa ha cambiato

Atteso a lungo lo scorso anno, il Piano Italia 4.0 prevedeva 13 miliardi su innovazione e fabbricazione digitale, con detrazioni del 30% e detassazione del capital gain per chi investiva in startup e PMI innovative.

Anche la nuova Legge di Stabilità contiene alcune misure per l’industria 4.0, ma i dati, che per ora sembrerebbero positivi, vanno confermati anche guardando all’effettivo impiego degli investimenti: «Da capire quanto di questa spesa, incentivata dal piano, stia andando davvero in innovazione e quanta sia servita a una mera sostituzione di apparati», sottolinea Giovanni Miragliotta, responsabile dell’Osservatorio del Politecnico.

Se da un lato il ministero dello Sviluppo Economico ha rilevato, infatti, una crescita della spesa in macchinari e apparati, grazie agli incentivi fiscali previsti dal piano, per un totale di 80 miliardi di euro, il Politecnico di Milano si è limitato a valutare la vera spesa in innovazione, raggiungendo la stima di 1,6-1,7 miliardi.

È quest’ultima quella che offre la chiave di lettura più interessante, per comprendere se davvero l’Italia sarà in grado di rimettersi al passo con le altre grandi d’Europa nei prossimi anni, riconquistando quella competitività industriale smarrita da tempo, grazie all’innovazione tecnologica.

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Piano Industry 4.0 Italia

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Come stanno andando davvero le cose quando diciamo Innovazione

Questi i dati, appena rilasciati, sugli investimenti relativi al 2016 che hanno puntato soprattutto su Internet of Things, come sensori e chip connessi alla rete (1 miliardo di euro), sulle tecnologie analytics per l’analisi dei dati industriali ( 330 milioni di euro) e solo in ultimo su cloud, con una spesa di 150 milioni di euro, automazione avanzata (120 milioni di euro) e tecnologie per l’interfaccia uomo-macchina (20 milioni di euro).

Stando alle cifre, insomma, la tanto temuta sostituzione delle macchine alle persone nell’industria sembra ancora piuttosto lontana.

A questo va aggiunto, inoltre, che le startup, punto focale della politica sull’innovazione in Italia, registrano ancora risultati deludenti, con una mortalità altissima (il 55,2% chiude entro i primi 5 anni di vita), non producendo i risultati sperati neanche in termini di fatturato, dato che solo il 42% di quelle che superano i 3 anni di vita riesce ad essere in utile (cioè dopo il tempo sufficiente a raggiungere il break even point) e molte aziende innovative rimangono piccole soprattutto per questioni di budget e di investimento, secondo i dati della Cgia di Mestre, ma anche dello stesso Mise.

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Piano Industry 4.0 Italia

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Burocrazia lenta, reti così così e venture assenti

Ancora troppe tasse e una burocrazia che rallenta gli investimenti, derivanti in molti casi da un impegno finanziario personale dei founder, più che da raccolta di capitali. Ma anche una scarsa preparazione al business e alla tipologia di crescita che ci si dovrebbe aspettare da una startup: rapida e scalabile.

In un contesto che rischia di lasciare molti feriti lungo la strada verso l’innovazione, dato che le exit, operazioni fondamentali per ripagare gli investimenti dei Venture Capital e degli investitori informali, e attrarne di nuovi per generare nuova crescita, restano ancora troppo poche.

Infine, un ultimo strumento essenziale, anch’esso incluso come fattore primario per la crescita innovativa del Paese, resta sospeso a dati poco soddisfacenti: l’Italia, secondo il Rapporto sullo stato di Internet, resta fanalino di coda della classifica mondiale, con una velocità media da 8,2 a 8,7 Mbps. Dietro di noi in Europa solo Croazia, Grecia e Cipro. Solo il 78% delle connessioni, infatti, sono sopra i 4 Mbps, solo il 23% superano i 10 Mbps e solo il 10% delle connessioni va oltre i 15 Mbps, rispetto alla media di oltre il 30% relativo ai Paesi Emea coinvolti nello studio. Anche la connettività mobile non va meglio: la velocità media ha raggiunto a fine 2016 gli 11,2 Mbps, pari a meno della metà dei 26,8 Mbps del Regno Unito, il Paese con l’indice più elevato su scala mondiale.

La nuova Legge di Stabilità

Intanto, nella nuova Legge di Stabilità la conferma degli incentivi per chi investe in startup e Pmi Innovative, e iniziative a sostegno dello sviluppo software, secondo quanto anticipato dal parlamentare Lorenzo Basso. Dovrebbe esserci, inoltre, un credito d’imposta per la formazione in azienda.

Saranno misure sufficienti per far crescere l’ecosistema dell’innovazione o restano ancora troppe criticità per poter liquidare la questione con una semplice conferma delle misure già previste?