Digital Detox: ritrova il tuo equilibrio tra online ed offline. Partecipa gratis al Ninja Talk

Continua la serie di appuntamenti online del tutto gratuiti, pensati per i professionisti del digital & social media marketing.

Il prossimo Ninja Talk  Digital Detox: ritrova il tuo equilibrio tra online ed offline è previsto per il 16 marzo 2016 dalle ore 13 alle ore 14.

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Come massimizzare l’uso del mio tempo? Come trascorrere un weekend in modalità digital detox?

In questo Ninja Talk esploreremo il fenomeno del Digital Detox: la necessità per molti di ristabilire un equilibrio tra il tempo passato sui nostri device connessi ed uno stile di vita più “analogico”.

I docenti Alessio Carciofi e Sandro Formica illustreranno un metodo che permette di riappropriarsi del tempo e migliorare la propria produttività, anche quando si è lontani da notifiche, email e social network.

Dopo aver seguito questo Ninja Talk saprai:

1. Applicare un sistema di controllo del comportamento digitale
2. Prendere decisioni con maggior chiarezza
3. Condurre una gestione più efficace del tuo Time Management

Dei case study saranno utili nel comprendere come trascorrere il tempo libero disintossicandosi dal digitale.

Ricapitoliamo:

Digital Detox

Alessio Carciofi, Digital Strategist & CEO Your Digital Detox
Sandro Formica, Co-Founder di Your Digital Detox

Mercoledì 16 marzo 2016, dalle ore 13 alle ore 14

Hashtag ufficiale: #ProductivityNinja

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Medium, Facebook Note o LinkedIn Pulse? Cosa scegliere, quando e perché

I social network sono fatti per portare in scena noi stessi. Anzi, il meglio di noi stessi.
Quelli tra voi ninja appassionati di sociologia si saranno sicuramente imbattuti nel lavoro di Erving Goffman, “La vita quotidiana come rappresentazione” (“The Presentation of Self in Everyday Life“), pubblicato, originariamente, nel 1959. Goffman utilizza la metafora del teatro e analizza la relazione tra il palcoscenico e il retroscena nei quali ognuno di noi si affaccia quotidianamente. Secondo il sociologo, l’individuo/attore è osservato da un pubblico, ma nello stesso tempo egli fa parte del pubblico per la “recita” dei suoi stessi spettatori.

Pubblicare su Medium, Facebook Note o LinkedIn Pulse? Cosa scegliere, quando e perché

Ecco, immaginate i social network come il palcoscenico, in cui ognuno di noi recita la parte migliore faticosamente costruita nel retroscena. Ci piace raccontare, e ci piace raccontarci. Non a caso, ancor prima dei social, il web 2.0 si è popolato di innumerevoli blog. Oggi non abbiamo più la necessità di aprire pagine di WordPress.com, grazie ai nuovi strumenti di Twitter, Facebook e LinkedIn. Template minimal, tool intuitivi, pubblici attivi. Medium, Note e Pulse: cosa scegliere?

Medium

Medium è la piattaforma per scrivere e condividere post online creata dal cofondatore di Twitter Ev Williams, ed è disponibile, oltre che su web, anche come app iOS e Android. Gli utenti, qui, passano molto tempo a leggere gli articoli, a commentarli e a scriverne di nuovi, spesso usando come spunto altri articoli letti sulla piattaforma.

All’interno degli articoli è possibile menzionare altri utenti, attraverso il loro @nickname, e l’editor si presenta ricco di tool, per personalizzare al massimo il proprio articolo. Medium ha messo a disposizione anche alcune API, ossia un strumenti per i programmatori, così da rendere possibile la pubblicazione di contenuti anche attraverso altri sistemi, tra cui troviamo Blogger di Google e WordPress.

È la piattaforma di publishing più completa, ed è la migliore per gli amanti di Twitter: Medium è come se vi desse la possibilità di proseguire oltre i 140 caratteri, per poi condividere in modo rapido i post via tweet. Tra le tipologie di articoli che vanno per la maggiore ci sono sicuramente quelli di inchiesta e approfondimento, news, citizen journalism e analisi media (soprattutto su TV e cinema).

Pubblicare su Medium, Facebook Note o LinkedIn Pulse? Cosa scegliere, quando e perché

Facebook Note

Facebook Note è, come ben sapete, uno degli strumenti più “antichi” di Facebook: esiste sulla piattaforma da sempre. Ma, fino a pochi mesi fa, Facebook Note non era sexy. Per niente. Poi la rivoluzione, prima per i profili e poi per le pagine.

Note non è ancora ai livelli di Medium, per diverse ragioni tra cui l’impossibilità di ricercare gli articoli/note attraverso parole chiave (è possibile soltanto nelle pagine, grazie alla search tab interna appena aggiunta), l’editor scarno, la poca rilevanza data dall’algoritmo.

Note però si rivela molto utile per comunicare con i propri “fan” o amici, condividendo con loro contenuti più complessi di un classico post. È molto utilizzato dalle pagine che rappresentano organi istituzionali, dai food blogger, e da personaggi pubblici (pensate ad esempio al benvenuto di Zuckerberg e consorte alla figlia appena nata, oppure alla nota di Bill Gates per la Giornata mondiale contro la poliomelite).

Pubblicare su Medium, Facebook Note o LinkedIn Pulse? Cosa scegliere, quando e perché

LinkedIn Pulse

Innanzitutto, per utilizzare LinkedIn Pulse dovete settare il vostro account LinkedIn sulla lingua inglese. Dopodiché avrete la possibilità di postare sulla piattaforma di publishing interna. Gli articoli su Pulse possono essere trovati facilmente attraverso parole chiave, e hanno una enorme rilevanza nella bacheca tra i vostri contatti.

LinkedIn Pulse è estremamente accattivante, sia dal punto di vista grafico, sia per l’editor ricco e ben curato, che vi permetterà di pubblicare post dettagliati in ogni aspetto. È innegabile che sia un ottimo strumento di personal branding, da sfruttare restando all’interno della piattaforma LinkedIn (i vostri contatti vengono avvisati del nuovo post grazie alle notifiche), e potrete davvero dimostrare le vostre competenze. Inoltre, a livello SEO i post pubblicati su LinkedIn vengono indicizzati su Google.

Come tipologia di post, troviamo articoli tecnici (nelle più disparate categorie merceologiche), diventando così uno spazio di vero approfondimento, dove poter imparare sempre qualcosa di nuovo. Non dimenticate mai di postare i vostri articoli sui gruppi LinkedIn in linea con la tematica trattata.

Pubblicare su Medium, Facebook Note o LinkedIn Pulse? Cosa scegliere, quando e perché

Tu quale piattaforma scegli? Raccontaci le tue esperienze di scrittura 2.0 sulla nostra pagina Facebook.

Quando il boss è donna: perché puntare sul talento femminile

Quando il boss è donna: perché puntare sul talento femminile

Nel mondo del lavoro di oggi la donna è ancora un argomento secondario? Sembra proprio di sì, se solo il 5% delle aziende mondiali vede le donne al pari degli uomini in materia di lavoro e di potere; mentre per raggiungere la parità dei sessi si parla, addirittura,  di 117 anni di attesa.

Ironico se si pensa al mondo 2.0 in cui viviamo!

Qualcosa però sta cambiando, dalle aziende che iniziano a puntare sulle assunzioni in rosa e sul talento femminile, al 57% dei leader che vedono nel sesso femminile una risorsa critica verso il successo.

Le ricerche, inoltre, depongono a favore del gentil sesso: chi punta al talento femminile nella propria azienda, anche a livelli alti, avrà più successo e contribuirà a cambiare la storia.

La discriminazione è donna, le scuse più frequenti

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Essere donna, a volte, è discriminante, soprattutto se si parla del mondo del lavoro, in cui le donne sono emarginate semplicemente perché di sesso femminile oppure perché, secondo l’azienda, portano con sé caratteristiche che non le rendono adatte ad essere considerate veri leader.

Secondo una ricerca condotta all’interno del panorama startup americano della Silicon Valley,  la percentuale maggiore di esclusione della donna dalla vita aziendale e dalle decisioni è legata al fatto che il genere femminile è considerato troppo aggressivo nell’approccio (84%), contro un 66% che indica l’esclusione di genere, ossia il non essere presa in considerazione proprio perché donna.

Ma sarà davvero così?

Le intervistate rispondono che non solo vengono esplicitamente escluse dagli eventi “per solo ragazzi”, ma che a volte l’emarginazione si trasforma in nomignoli sessisti o approcci sessuali da parte dei colleghi e del boss.

La soluzione potrebbe essere quella di denunciare i fatti alle Risorse Umane, ma non sempre questo comporta un miglioramento della condizione, anzi potrebbe rendere la vita sul lavoro molto più difficile. Molte intervistate, quindi, affermano che è meglio tacere piuttosto che dare voce alle ingiustizie.

Potere alle donne, i benefici di avere uno staff in rosa

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Le cose stanno iniziando davvero a cambiare: assumere donne non è più solo una questione di eticità, ma significa investire su talenti rosa in grado di migliorare innanzitutto l’andamento economico dell’azienda.
Per dare un’accelerata, e cercare di passare da 117 anni ad un paio appena, è necessario che i board aziendali favoriscano l’integrazione dei talenti femminili seguendo alcune piccole regole:

  1. favorire una carriera femminile, illustrando alla donna in azienda quali sono le opportunità concrete in base anche alle skill specifiche o al talento di ognuna. L’8% di CEO donne va aumentato!
  2. Riscrivere le policy aziendali per favorire il cambiamento culturale all’interno dell’azienda in modo che le quote rosa vengano equiparate alle quote azzurre, in responsabilità e ruoli. In fondo anche la casalinga non è più solo donna.
  3. Plasmare un ambiente favorevole in cui uomini e donne possano lavorare fianco a fianco per raggiungere l’obiettivo aziendale, la vera meta comune. Coaching, Mentoring, Providing Examples il mix perfetto per coinvolgere le donne nella strada verso il successo.

Le aziende che hanno iniziato il cambiamento hanno registrato un miglior ambiente di lavoro e risultati economici migliori, diventando veri poli attrattivi per talenti.

LEGGI ANCHE: 30 Under 30: chi sono i giovani Italiani da tenere d’occhio selezionati da Forbes

Yahoo!, eBay e Facebook: i big che puntano sulle donne

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Si chiamano Meg Whitman, Sheryl Sandberg, Marissa Mayer e sono tre delle paladine della categoria “il boss è donna”.

Il primo nome della lista è quello della donna e CEO di eBay, uno dei siti internet più conosciuti a livello mondiale. Studi economici e un MBA la rendono una professionista del mondo economico e della direzione di impresa. Nella sua carriera si contano presenze anche in DreamWorks Animation e Procter&Gamble, oltre che nel panorama politico a fianco dei repubblicani. Insomma, una carriera che qualsiasi uomo potrebbe invidiare.

Sheryl Sandberg, donna e Chief Operating Officer per Facebook dal 2008 e dal 2012 la prima donna del board direttivo del più famoso social network. La sua carriera non parte con Facebook, ma dal 2001 al 2008 timbrava il cartellino a Google, contribuendo al lancio di Google.org.

Ultimo nome della lista, Marissa Mayer, donna e CEO di Yahoo! dal 2012, eletta nello stesso anno tra le donne d’affari più potenti d’America. Prima di Yahoo! la sua carriera si sviluppa dal concorrente Google, in cui partecipa al progetto di Google Search per la nascita di Maps, Gmail e iGoogle.
Dopo un solo anno in Yahoo! scrive la sua prima policy aziendale completando il tutto con la creazione di un asilo aziendale.

Cari maschietti, l’8 marzo si avvicina e questo può essere l’anno buono per ripensare ai candidati per la prossima promozione aziendale!

fedez ambassador per Baci Perugina

Fedez e Baci Perugina: è vero Influencer Marketing?

L’influencer marketing trova sempre più spazio nella comunicazione dei brand, anche italiani. È di pochi giorni fa la notizia che i Baci, celebri cioccolatini di Perugina, in vista del momento clou dell’anno, San Valentino, abbiano scelto come ambassador il rapper Fedez. Oltre che metterci faccia e tatuaggi, Fedez realizzerà delle frasi esclusive che verranno inserite nei bigliettini romantici all’interno dei Baci.

Una notizia e una scelta non certo “ordinaria”, che ha quindi subito generato molto dibattito, distinguendo il popolo web tra chi vede in questo un colpo di genio e chi un possibile errore. È tempo di fare chiarezza, valutando i diversi aspetti di Fedez come influencer. 

Sentiment e impatto sugli utenti

La questione “immagine” ha sicuramente avuto peso nella scelta di Perugina. Il desiderio del brand è indubbiamente quello di rinnovare la comunicazione e la percezione del prodotto, cercando di sdoganarlo da quel suo essere così “classico”. Una volontà di rinnovamento, ma soprattutto di proporsi a un pubblico diverso, più giovane, e di conseguenza a un nuovo segmento di mercato. Scelta giusta in teoria, ma che nasconde spesso più di un problema (lo sanno bene le tante aziende storiche che ci hanno provato).

Molto spesso cambiare pelle porta sì a toccare nuovi possibili target, ma rischia allo stesso tempo di disorientare i clienti storici. Un fatto che è ancora più netto quando parliamo di una figura dall’enorme visibilità e che (come molte celebrities) ha un seguito non tanto di follower quanto di fan. La passione di questi ultimi porta a un appoggio e un coinvolgimento totale e indiscusso all’interno della sua cerchia, mentre all’esterno, in maniera diametralmente opposta, vige un sentiment negativo (spesso al di fuori). Amore o odio, senza via di mezzo. Questi alcuni esempi di sentiment che Fedez suscita negli utenti.

Affinità tra le parti

I dubbi descritti nel punto precedente si spiegano con una sola parola: affinità. Una parola che esprime un concetto chiave nell’influencer marketing, la vicinanza (di stile, modi, intenti) che dovrebbe esserci tra brand e influencer. Un elemento essenziale per sfruttare al meglio le qualità della figura scelta e massimizzare le performance del progetto, ma soprattutto una questione di reputazione. Collaborare con un influencer significa farlo diventare parte del brand, rappresentante pubblico dello stesso. Tradotto significa che ogni suo comportamento, anche a livello di vita privata, coinvolgerà e ricadrà sul marchio.

LEGGI ANCHE: Una lista di tool per ottimizzare le azioni di Influencer Marketing 

Se parliamo di affinità è facile comprendere la distanza che intercorre tra Baci Perugina e il rapper milanese. Una distanza che si evidenzia con l’uso del quadrato semiotico. Basandosi sulle direttrici DISCRETO – AUDACE e CLASSICO – INNOVATIVO il risultato è evidente.

Non una bocciatura assoluta, certo. Fedez è ormai una figura universale, capace di essere molto trasversale: dietro tutti quei tatuaggi è quello che abbraccia la nonna prima del concerto trasmesso in tv, quello che ha la mamma che gli fa da manager o quello che si commuove ad X Factor. Insomma, una figura che vuol sì risultare “nuova” e dirompente, ma che dietro la faccia da ‘bad boy’ ne cela molte altre, perfette per ogni situazione. Una capacità di adattarsi e di sapersi “vendere”, che ne fa strumento di comunicazione ideale per molti brand.

Certo è che, nonostante questo, la distanza resta e con questa, come detto, il pericolo di snaturare il marchio e d’incidere negativamente sui clienti abituali.

Visibilità

Ci sono pochi dubbi sul fatto che Perugina abbia voluto Fedez anche e soprattutto per la sua enorme esposizione mediatica e digitale, che si traduce in vasta audience e quindi visibilità (per lui e, spera il brand, per il prodotto). Si parte da qui. La scelta di Perugina è molto probabile vada in questa direzione, puntando sulla popolarità di Fedez come spinta al prodotto. La mancanza di valore competenziale (le frasi utilizzate non sono il fine, ma il pretesto per coinvolgerlo) e le notevoli possibilità legate all’awareness tradiscono questa finalità, avvicinando il progetto più al semplice advertising che non all’influencer.

Se a ciò aggiungiamo la rilevante capacità di Fedez di coinvolgere e generare engagement il gioco è fatto. Piaccia o no, è capace di creare notevole buzz. Basta un’occhiata ai suoi profili social per rendersene conto.

Una scelta, quella della visibilità, per molti versi condivisibile, ma che spoglia l’influencer di molte delle sue migliori doti, accontentandosi solo di fare leva sulla sua fama.

LEGGI ANCHE: Come progettare una strategia di digital influencer marketing vincente 

In conclusione

È ovviamente presto per capire se la scelta sia stata corretta e quali ripercussioni (positive o no) porterà al brand. Se la volontà è quella di far parlare di sé e ottenere esposizione ci sono pochi dubbi che Fedez possa rappresentare la figura giusta da coinvolgere. Una finalità legata più a una dimensione quantitativa e che quindi necessità di partner in grado di garantire una visibilità rilevante, diventando più strumento di diffusione che parte “umana” e relazionale del progetto.

Nessun interesse per capacità, trust, authority, ma esclusivamente per audience e reach, che, seppur fondamentali, non possono mai bastare in comunicazione.

Una campagna certamente interessante (qui potete trovare l’analisi del caso in dettaglio) e di cui continuerò a seguire le evoluzioni nei prossimi mesi. Stay tuned!

Heatmap algorithm: sei sicuro che le tue immagini digitali siano davvero efficaci?

Quante volte ti sei trovato ad impazzire cercando di selezionare le immagini migliori per un post, per una presentazione o addirittura per la creazione di un logotipo?

E come darti torto! Le immagini hanno un importantissimo valore comunicativo, nonché il potere di trasmettere molto più velocemente un messaggio rispetto ai contenuti testuali.

Ecco perché il team (CSAIL) ha pensato di creare un algoritmo capace di analizzare l’effettivo grado di memorabilità di un’immagine.

Che cos’è e come funziona l’heatmap algorithm? 

Questo algoritmo utilizza una tecnica chiamata “deep learning”, la stessa utilizzata da Siri di Apple e da Google per il completamento automatico. Questa tecnica permette di capire la probabilità che qualcuno si ricordi di uno specifico messaggio visivo. I risultati si sono dimostrati il 30% più attendibili rispetto a qualsiasi altra tecnica studiata fino ad oggi.

La CSAIL ha così pubblicato un archivio di 60.000 immagini denominato LaMem, dove ciascuna di queste immagini è accompagnata da dati dettagliati in rapporto al proprio livello di qualità, popolarità e impatto emotivo.

Lo voglio subito!

summer, holidays, vacation and happiness concept - group of friends taking picture with smartphone

Porta pazienza! Il team della CSAIL ha già pensato anche a quelli come te (e come me) che vorrebbero subito sfruttare questa tecnica per aggiungere valore e qualità ai propri contenuti visivi. Per questo motivo ha in programma la creazione di un’applicazione alla portata di tutti che ci permetterà di poter analizzare le proprie immagini prima di essere rese pubbliche.

Leggi anche: come realizzare ottime immagini per i tuoi canali

Oltre ad una soddisfazione personale, questo algoritmo porterà un valido aiuto a tutti gli “addetti ai lavori” e a chi ogni giorno opera nel campo del marketing e della comunicazione. Ma non solo: pensa a quale enorme vantaggio potrebbe avere in altri campi, come il cinema, la fotografia e tutte le arti visive.

In generale uno strumento con la capacità di analizzare un contenuto visivo e fornire dati esatti sull’effettiva validità di questo può contribuire a far fare un salto di qualità al mondo della comunicazione.

Immagina siti web o social network pieni zeppi di fotografie e video di alta qualità, esteticamente belli e carichi di ‘appeal’. Colori e tonalità di ogni genere studiati appositamente per trasmettere emozioni. Immagini create per comunicare, nel vero senso della parola. Un piccolo sogno nel cassetto per chi, come me, lavora da anni nel mondo della preziosissima comunicazione visiva.

Costruire un piano editoriale di una fanpage

Il brand lo avete. La strategia anche (vero?!). La pagina Facebook pure. E adesso? Adesso quello che vi manca è una delle parti più importanti della presenza social di un brand: il piano editoriale. Ovvero, la trascrizione della vostra immagine online, alla mercé di tutti.

Costruire un piano editoriale di una fanpage [HOW TO]

E se volete evitare di finire nei nostri epic fail della settimana, forse è ora di pianificare al meglio i contenuti da proporre. Ecco quindi come costruire un piano editoriale che si rispetti.

1) Obiettivi

Costruire un piano editoriale di una fanpage [HOW TO]

Forse banale a dirsi, ma si parte sempre da qui. Se avete già aperto una pagina facebook, probabilmente avete già impostato la vostra strategia e già sapete il motivo per il quale siete su Facebook e, ad esempio, non siete su un altro social network. Vi ricordiamo che “perché ci sono tutti” non è una grande risposta: andate più a fondo. Che detta così suona un po’ come “conosci te stesso”, ma è proprio di questo che stiamo parlando. Scrivete a lettere cubitali sul titolo del vostro piano editoriale il perché lo state facendo. Volete vendere online? Volete avere un rapporto diretto con i vostri clienti, e quindi fornire una assistenza clienti real time? Volete far divertire il vostro pubblico per far capire che il vostro brand è ggggiovane e attento? Volete diventare famosi pubblicando gattini e post flame così da diventare gli zimbelli social della settimana e ottenere un sacco di like – scherziamo, non fatelo – ? Qualunque sia il vostro obiettivo tenetelo ben a mente e cercate di pubblicare solo contenuti in linea con la vostra strategia.

2) Target

Altro punto alquanto banale ma fondamentale. Il vostro target lo conoscete, e se non lo conoscete non sareste neanche dovuti arrivare fino a qui. Recuperate l’identikit della vostra persona e adeguatevi al suo modo di porsi al mondo, al suo tono di voce, alle sue passioni. Insomma, conquistatelo come provereste a fare con qualsiasi cotta estiva, e cadranno ai vostri piedi. Sì quindi a offrire loro qualcosa (hey, non stiamo parlando di Mojito, ma del vostro prodotto!), mostrare il vostro lato migliore, ed essere onesti ammettendo i vostri errori.

3) Contenuti

Beh, questa è forse la parte più difficile. Dovete essere originali, mai banali, pubblicare contenuti sul vostro prodotto senza essere noiosi, dovete provare a essere imparziali, non dovete pubblicare gattini (lo sappiamo, la tentazione è tanta), dovete trasmettere i vostri valori e ideali e comportarvi anche in modo che questi corrispondano alla realtà. Sembra una missione impossibile da 007 Gianni Morandi, eppure potete farcela anche voi. L’ideale infatti è realizzare il giusto mix – N.B. “giusto” per voi, non c’è una regola universale! – tra contenuti aziendali, e quindi foto del vostro prodotto e della vostra azienda, contenuti selezionati, e quindi scelti tra quelli che spontaneamente vengono condivisi dai vostri stakeholder, siano articoli, fotografie o video (attenzione sempre ai diritti d’autore), contenuti co-creati, e cioè realizzati in collaborazione con partner e influencer e contenuti generati, cioè quelli che con sapienti operazioni di marketing riuscirete a far creare ai vostri utenti utilizzando, ad esempio, un determinato hashtag o facendoli caricare su una vostra piattaforma proprietaria. Gli argomenti potranno essere i più vari: via a contenuti core, cioè sul vostro prodotto, sulla vostra azienda o sul vostro mercato, e contenuti no-core, cioè che spaziano sulle passioni e gli interessi del vostro target ma che non vi riguardano direttamente.

Un esempio? Se realizzate divani i vostri argomenti core potrebbero riguardare tutto ciò che concerne il relax, dalla lettura alla televisione, ma anche argomenti legati in generale al mondo della casa, come ad esempio ricette o suggerimenti per una casa in ordine o di design.

4) Calendarizzate

Costruire un piano editoriale di una fanpage [HOW TO]

Pensavate fosse finita qui? La risposta è no. State attenti a distribuire in modo omogeneo e strategico i vostri contenuti. Per prima cosa, occhio a quando i vostri utenti sono online. In questo ci vengono in aiuto gli Insight di Facebook, dove il nostro caro Mark ci indica i momenti della giornata e della settimana in cui i fan della nostra pagina sono più attivi: utilizzate quelli per non perdere importanti visualizzazioni organiche! Inoltre, siate costanti secondo le vostre possibilità: inutile partire a pubblicare due volte al giorno la prima settimana e una volta ogni due le seguenti. Stilate un calendario fattibile secondo i vostri contenuti e le vostre risorse e rispettatelo. In questo la programmazione può esserci molto di aiuto: utilizzate quella diretta di Facebook senza abusarne: ricordate che spesso postare contenuti real time fa bene alla vostra pagina e i vostri utenti lo apprezzeranno.

Adesso siete pronti per iniziare: preparate un foglio excel suddiviso in giorni inserendo i contenuti che volete condividere e vi basterà seguirlo per popolare la vostra pagina Facebook di post utili al business e ai fan!

Audience vs community: qual è la differenza?

Nello spazio mutevole dei social media quasi tutto può essere messo in discussione eccetto la consapevolezza che una volta messi dei punti fermi, questi cambieranno ancora. Una cosa però è certa: dare il giusto significato alle parole può aiutarci a rendere solida una strategia, e community è un termine particolarmente interessante. Se agli inizi si intendeva come un gruppo di persone accomunate da un interesse, nel campo dei social media la community tende ad essere associata a qualsiasi gruppo online che interagisce con i contenuti, identificandosi completamente con l’engagement.

La community sopravvive anche senza di noi

Eppure sappiamo che il coinvolgimento è una delle strategie immediatamente indicate per la costruzione di un audience, come anche l’ascolto, i contenuti rilevanti, la gamification, gli omaggi. A questo punto potresti pensare: ma queste sono le strategie per la costruzione di una comunità! C’è solo una considerazione che può farci capire se ci troviamo di fronte all’una o all’altra: quella che noi consideriamo community continuerà anche senza i contenuti, le iniziative, o in generale senza il valore e la considerazione di cui è oggetto? Se la risposta è no, ci troviamo di fronte a un’audience.

Il fatto è che le attività eseguite sui social media non sono sufficienti per identificarci come membro di una comunità, quando intendiamo con questo termine un fenomeno che si manifesta indipendentemente dalle piattaforme, o addirittura dal prodotto. E questo perché la comunità è basata sulle relazioni non sui contenuti, parliamo di un gruppo che interagisce fra di loro e non che reagisce a uno stimolo. Tuttavia la necessità di trovare metriche efficaci per le nostre strategie social fa sì che la differenza tra le due realtà possa ancora essere pertinente e aiutarci a comprendere meglio le dinamiche delle relazioni digitali.

 

La differenza tra condividere e pubblicare

Coltivare una comunità implica utilizzare un gergo specifico con i suoi simboli e riferimenti, sviluppare una narrazione condivisa, e eventualmente mettere in comune delle risorse. Significa impegnarsi in conversazioni significative soprattutto quando parliamo in privato con le singole persone, cercando, per quanto possibile, di non rimandarle a un altra mail o numero di telefono aziendale. Il social care è un’attività molto impegnativa che deve essere intrapresa solo dopo un confronto con il settore di riferimento e la tipologia del business: un’azienda locale o estremamente di nicchia potrebbe indubbiamente avvantaggiarsene, ma potremmo dire lo stesso ad esempio per progetti internazionali o eCommerce orizzontali? Di fronte a un’offerta molto diversificata l’esigenza più urgente potrebbe essere molto più orientata sul prodotto o sui servizi, e quindi potrebbe essere più effiacace adottare un approccio da audience proponendo contenuti di volta in volta rilevanti.

Social Connections

Spazio aperto o owned media?

In una prospettiva di costruzione dell’audience l’ideale è essere lì dove sono le persone, considerando ad esempio il numero di iscritti o le piattaforme preferite dal nostro target. Se invece il nostro obiettivo è costruire una community dovremmo capire dove le persone possono parlare liberamente senza preoccuparsi dei giudizi altrui (per loro) o di proteggere il tuo marchio da commenti negativi: i nuovi social come Snapchat ad esempio sono pensati eliminando il meccanismo di gratificazione del like.

Nelle piattaforme più consolidate invece resta sempre valida, seppur molto faticosa, la strategia degli user generated content utilizzando le stesse parole e immagini della comunità non solo come commenti ma come cuore dei nostri messaggi.

Le differenze sono molto sottili ma se discusse potrebbero portare a dei cambi di prospettiva interessanti. Tu cosa ne pensi? Diccelo sulla nostra fan page!

Periscope, ora il live streaming si fa anche da GoPro

Periscope ha appena rilasciato un aggiornamento per iOS che sarà sicuramente molto apprezzato da sportivi e amanti delle action camera: da ora è possibile effettuare live streaming direttamente dalla propria GoPro.

I possessori di una GoPro HERO4 potranno infatti integrare la videocamera con il loro iPhone (modello 5S o superiore) per trasmettere le loro immagini in diretta tramite l’app di streaming di proprietà di Twitter.

periscope

LEGGI ANCHE: Twitter introduce l’autoplay per i video Periscope: una mossa contro Facebook?

All’interno di una stessa sessione di streaming sarà possibile integrare le riprese di entrambe i dispositivi, passando da un obiettivo all’altro con un semplice doppio tap sullo schermo dello smartphone. Tutti i filmati saranno, come sempre, memorizzati nella SD interna alla HERO4.

I live broadcast possono essere condivisi direttamente su Twitter, funzionalità che, nelle intenzioni dei vertici di GoPro, permetterà ai creatori di video di allargare il loro pubblico e la propria audience su Twitter, potendo interagirvi anche in seguito alla trasmissione.

Finora è stata YouTube la piattaforma prediletta di GoPro per comunicarsi e capitalizzare sui contenuti originali prodotti dagli appassionati. Solo pochi giorni fa, in occasione dell’edizione 2016 del CES, lo stesso CEO Nick Woodman aveva annunciato una partnership con Google per espandere le funzionalità relativa ai video 360°.

Questa nuova collaborazione con Periscope e Twitter potrebbe aprire nuovi scenari negli equilibri tra le principali piattaforme video?

Ninja Factory a metà percorso: ecco come è andato l’incontro intermedio

Giro di boa per i guerrieri della Ninja Factory. Dopo tanto lavoro online, Skype meeting e webinar, il 16 gennaio i Ninja si sono ritrovati nelle sedi di Tim #Wcap per lavorare sul loro progetto digitale e presentare a tutor e compagni di avventure il frutto (parziale) del loro lavoro.

Ecco come è andata nelle sedi di Roma e Milano nel racconto dei nostri inviati all’evento.

Qui Roma, di Felicia Mammone

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L’incontro a Roma, nella sede di Working Capital, si avvia con un piccolo momento di confronto tra i Guerrieri e il tutor, Raffaele Pironti (L’Espresso). Emergono dubbi, perplessità e anche piccole difficoltà oltre che tanta voglia di fare e creatività. Raffaele tranquillizza i ragazzi fornendo loro un’importante indicazione: “Ricordate che nell’elaborazione dei progetti fondamentali sono i contenuti che devono essere focalizzati al raggiungimento della mission: elaborare una strategia digital vincente per il brand dice il tutor.

Più motivati che mai i team si riuniscono. A monitorare il lavoro dei i gruppi il coordinatore, Carmine Esposito. Il confronto face-to-face è importante per i ragazzi in maniera tale da revisionare quanto fatto fino a ora e decidere su quale brief puntare al momento della presentazione.

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Ore 12.00, inizia la presentazione! Il primo gruppo propone la strategia digitale per Windows Italia puntando sul canale Youtube e il target ‘genitori’. Per il secondo gruppo invece è importante comunicare con il target grazie a una video strategy su più piattaforme: Youtube, Faceobook, Instagram e Snapchat. I ragazzi del terzo gruppo per lanciare Windows 10 scelgono il target dei 20enni e dei 30enni mentre il quarto gruppo punta tutto sullo sviluppo dell’ecommerce del brand Microsoft con un target segmentato per professioni e interessi.

Qui Milano, di Federico Damiani

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Quasi tutti presenti i guerrieri di Milano. Anzi, secondo i partecipanti quelli che non abbiamo visto sono quelli che sono entrati meglio nello spirito Ninja e hanno appreso la tecnica dell’invisibilità.

Con questo spirito si è svolto l’incontro nella sede #Wcap di Lambrate. Clima disteso, grandi sorrisi ma anche la voglia di sfruttare al massimo l’occasione di incontrare il proprio gruppo e lavorare live sul progetto.

I clan si sono quindi divisi per affinare le presentazioni di fine incontro e raccogliere i suggerimenti dei tutor Michaela Matichecchia e Marco Magnaghi che li stanno seguendo durante il percorso.

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L’incontro si è poi concluso con un momento comune in cui tutti i gruppi hanno avuto occasione di presentare, in 10 minuti, il proprio progetto per migliorare l’esperienza digitale e la customer experience di Windows 10, il nuovo sistema operativo di Microsoft.

Molte idee interessanti, focalizzate soprattutto su strategie video, seo e sem, ricalcando i moduli del corso che i Ninja hanno affrontato finora. Non è mancata però qualche sorpresa, come una strategia multi canale online/offline con cafe store fisici per la prova del prodotto, oppure l’idea di utilizzare Cortana, l’assistente personale di Windows, come testimonial del nuovo sistema operativo.

Appuntamento all’incontro finale di Ninja Factory!

Che cosa hanno in serbo i nostri guerrieri per stupire la giuria? Chi sarà in grado di presentare il piano digitale vincente per Windows 10?

Appuntamento al 19 marzo per scoprirlo insieme! Stay tuned!

Vuoi provare anche tu l’esperienza della Ninja Factory? Scopri il Master Online in Social Media Marketing e la Social Media Factory (Milano o Roma)!

Video advertising, perché no?

Partiamo da un presupposto: oggi essere memorabili e rimanere impressi nella memoria dei consumatori per i brand è dannatamente difficile.

Il contesto odierno è estremamente competitivo, popolato da una moltitudine di attori che insieme comunicano in maniera massiccia e insistente, senza però creare il più delle volte un legame con il consumatore, che passivo e distratto si limita ad incassare i colpi sfoggiati da una diatriba mediatica, tanto ingombrante quanto incapace di creare con lui un engagement duraturo nel tempo.

Tutte le forme di comunicazione finiscono per avere vita breve se non supportate da un mantra potente, diretto, che catturi l’attenzione dei consumatori e vivacizzi la loro fantasia, coinvolgendoli empaticamente prima che razionalmente.

In questo panorama apparentemente tetro alcune forme di dialogo con il consumatore sembrano però godere di maggior fortuna: stiamo parlando dell’advertising sviluppato tramite video, pubblicati per lo più su social network, ma in generale sui vari siti e piattaforme online.

video adv

Essi, dalla durata tendenzialmente maggiore rispetto agli spot di 30’’ mandati in onda in TV, godono di un’attenzione maggiore da parte del consumatore rispetto alle altre forme di advertising, solo se in possesso di due requisiti fondamentali: un primo frame interessante che incuriosisca il pubblico, che lo spinga cioè a spingere “play” (se non dovessi esserci l’autoplay), e al tempo stesso una narrazione intensa, che lo renda complice della storia che si sta raccontando, immergendolo nell’universo di sensazioni che il connubio tra immagini, soundtrack e voce narrativa scatena.

È imprescindibile catturare l’attenzione del consumatore e creare engagement per un risultato di successo, il che in termini pratici varia molto da contesto a contesto. Non esistono infatti delle best practice universali, ma ciò che importa è adeguare il contenuto dell’ad in base al contesto a cui è esposto il pubblico e alla tipologia stessa di audience, fornendo, in base al livello di attenzione che si prevede essa possa attivare, una trama pubblicitaria dal tono ironico, emozionante, didattico, e così via, a seconda dei casi.

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Se infatti in un ambiente come quello del cinema l’attenzione del pubblico è alta e quindi si può far ricorso anche a video pubblicitari che richiedono un maggior coinvolgimento razionale dell’utente e quindi più didattici, in altri contesti, come quello ad esempio del multi-tasking, in cui l’utente offre un’attenzione parziale a più fonti di comunicazione, è necessario catturarlo con un tono più originale e incuriosirlo, poiché altrimenti lo si perde facilmente.

Capire chi si ha di fronte, creare il contenuto da veicolare attraverso un linguaggio consono, “ingaggiare” e persuadere il pubblico in maniera rilevante. Tante aziende negli ultimi tempi hanno adottato strategie di marketing irrobustite da comunicazioni avvincenti, vi riportiamo questo spot di Omega esemplificativo di quanto appena detto.