Social media

L’abuso sessuale è #notokay, la catarsi va in scena sui social media

Migliaia di storie di violenze condivise su Twitter in risposta ai toni della politica USA

Sempre tutti pronti ad attaccare i social media quando diventano mezzo per atti di bullismo, odio e violenza. E quando non basta, da mezzo, li si trasforma in concausa, causa scatenante, ah dove finirà il mondo. Questa notizia, invece, ci ricorda che ogni media porta un contenuto e che, a seconda dell'utilizzo che se ne fa, i risultati possono essere molto diversi. Insomma, McLuhan aveva torto, facciamocene una ragione.

La storia è questa: Kelly Oxford, una scrittrice canadese, stanca del tono da spogliatoio maschile preso dal dibattito pubblico americano sulle molestie verso le donne (non parlerò di Trump e del suo contributo al tono di cui sopra), ha lanciato questo tweet:

Ovvero un appello a tutte le donne, quello di raccontare i loro casi di molestia usando l'hashtag #notokay. Non risponderà nessuno, ha pensato la scrittrice, dato il tema scottante e molto personale. Ma così non è stato, anzi la cosa è cresciuta. Rapidamente:

E dopo neppure una settimana questo il risultato in termini numerici, ovvero 30 milioni di interazioni:

Andando oltre ai numeri e leggendo alcune delle migliaia di storie condivise, emerge una normalità di assalti che coinvolgono le bambine di 6 anni, come le ragazze di 17 e le donne di tutte le età.

I responsabili sono parenti, compagni di classe, colleghi, insegnanti, dottori. I luoghi delle molestie sono mezzi pubblici, locali, supermercati.

Il fatto che la Oxford abbia iniziato il thread raccontando di quanto le accadde su un bus all'età di 12 anni ha spinto moltissime altre vittime di abusi a raccontare la propria storia, vedendo nella finestra aperta da Twitter uno spazio sicuro. La paura di essere giudicate, che è generalmente il freno principale nel condividere storie simili, è stata vinta dalla necessità di partecipare, in 140 caratteri, al dibattito pubblico. Perché la normalizzazione del fenomeno è #notokay, spiega la Oxford.   Tra le numerose vittime di assalti, spicca l'attrice Amber Tamblyn, che ha scelto Instagram per raccontare la violenza di un ex che, vedendola in un club, ha deciso di prenderla di forza e riportarsela a casa  "come qualcosa di sua proprietà, come dell'immondizia".

notokay

Ma andando oltre alle singole storie, che potete comunque leggere sull'account di Kelly Oxford, emerge un tratto che le accomuna: la decisione di liberarsi di un peso, di un segreto, che per molto tempo le vittime avevano pensato di non poter rivelare a nessuno. Un passo verso la risoluzione di un trauma spesso molto profondo. Che ruolo possono avere, quindi, i social media nel superare un trauma?

Alcuni studi hanno esaminato come le persone sentano il bisogno di ricorrere ai social media per superare episodi di violenza collettiva. Il professor Eriksson, dell'università di Umea, ha analizzato proprio il ruolo di Twitter nel superamento del trauma legato agli attacchi di Oslo nel 2011 nei sei giorni successivi alla tragedia. Emerge che, oltre al bisogno di esprimere empatia, Twitter è stato fondamentale per ricercare senso in un mondo che pareva averlo perso completamente. Inoltre, l'utilizzo dei social media in opposizione ai mass media ha dato la possibilità a pensieri divergenti da quelli preponderanti di emergere.

Ovviamente condividere pensieri, anche personali, su un evento collettivo è molto diverso dall'affrontare una questione privata come l'abuso sessuale, ma la scelta dei social media come megafono per una voce di minoranza all'interno del discorso pubblico ripercorre in qualche modo lo schema individuato da Eriksson.

Al di là delle teorie, comunque, #notokay è un risultato vincente per ogni singolo tabù personale affrontato dalle partecipanti e il caso di lanciato da Kelly Oxford diventa un importante remind sul potere latente di ogni media. Anche in positivo.

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