Il nuovo ecosistema Google: Chromecast, Nexus 5X e 6P e Pixel C

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Si è concluso poche ore fa l’evento Google a San Francisco dove big G ha svelato i nuovi smartphone Nexus 5X e Nexus 6P, il nuovo tablet Pixel C e molte altre novità su Chromecast e Android 6.0.

Il re di Internet ha scelto di lanciare l’ennesimo guanto di sfida a Apple, dichiarando apertamente con questo evento che il gioco è ancora aperto e che molto c’è ancora da dire anche al di fuori dell’ecosistema di Apple.

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Ad aprire l’evento è stato Sundar Pichai, per la sua prima presentazione da Chief Executive Officer di Google.

Pichai ha rivelato che Android ha raggiunto gli 1,4 miliardi di utenti attivi al mese. Un dato che non sconvolge, visto che nel giugno 2014, Google aveva annunciato di aver toccato la vetta di poco più di 1 miliardo di utenti mensili attivi sulla piattaforma Android.

Una ricerca Gartner aveva registrato una crescita a rilento negli ultimi tempi per Android: tuttavia Pichai ha annunciato la crescita di Android nei mercati emergenti, come Indonesia e Vietnam, dove il mercato sarebbe “letteralmente raddoppiato”. Per Pichai il dato è molto rilevante, dal momento che si parla soprattutto di utenti che acquistano per la prima volta uno smartphone.

Nexus 5X e Nexus 6P

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Siamo ad un passo da Natale e Google debutta con nuovi prodotti in vista della stagione dello shopping: una tecnica che abbiamo visto usare spesso da Apple e che potrebbe rivelarsi vincente.

Affidandosi nuovamente a due partner esterni, Google ha affidato la realizzazione di Nexus 5X a Lg e di Nexus 6P a Hauwei, che saranno i primi smartphone venduti con Android 6.0 “Marshmallow”. Il primo è uno smartphone di fascia media con display da 5,2 pollici, fotocamera da 12,3 megapixel, Snapdragon 808 e una batteria che si ricarica molto velocemente (10 minuti di ricarica per oltre quattro ore di autonomia).

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Nexus 6P è la vera novità: design originale, ha il case in alluminio (nei colori Frost, Aluminum e Graphite) e più elevate:
–  processore Snapdragon 810 v2.1
– Display WQHD da 5,7 pollici;
– fotocamera posteriore da 12,3 megapixel;
– fotocamera frontale da 8 megapixel;
– due altoparlanti orientati in avanti;
– sistema di lettura con impronta digitale.

Il Nexus 5X parte da $ 379 e Nexus 6P da $ 499: purtroppo non si sa ancora quando arriveranno in Italia.

Chromecast

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Ed ecco il secondo momento caldo dell’evento Google: la presentazione dell’ultima versione di Chromecast che ora ha un design più piatto ed ha nuove versioni colorate. Ad accompagnare la release 2.0, anche un nuovo device, Chromecast Audio, un dispositivo per trasmettere musiva con lo streaming da cloud e che trasforma un qualsiasi altoparlante con ingresso AUX in un dispositivo connesso a Internet.

Chromecast, originariamente lanciato nel 2013 per portare la Chrome esperience sul televisore di casa, era uno strumento economico per trasformare una comune tv in  una smart tv. Dalla sua nascita ad oggi ne sono stati venduti 20 milioni  di modelli. Chromecast 2.0 ha già integrato il cavo HDMI e la sua forma circolare lo rende più facile da agganciare alla tv. Facciamo ora un confronto prezzi:

Amazon Fire TV: $ 99
Nuova Apple TV: $ 139 o $ 199
XBox One: 349 $
Chromecast: $ 35.

C’è da dire altro?

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Anche Chromecast Audio sarà venduto a $ 35: a cosa serve esattamente? Ad ascoltare la musica dei vostri device direttamente sul vostro impianto audio: per tutti coloro che a casa hanno sempre avuto un ottimo impianto e non hanno potuto utilizzarlo con il proprio smartphone.

Cosa troverete inoltre sui due device Chromecast? Spotify per entrambi e una versione dedicata a Chromecast di Angry Birds dal nome “GO”.

E sempre in ambito di musica arriva il nuovo piano famiglia di Google Play Music a $ 14,99 al mese per un massimo di sei membri della famiglia: Google vuole sfidare Apple anche sullo streaming musicale, offrendo lo stesso tipo di contratto alla stessa tariffa.

Pixel C, il primo tablet interamente realizzato da Google

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Il primo tablet realizzato interamente da Google, Pixel C, ricorda molto nel design Microsoft Surface, ad esser sinceri.

Pixel C ha uno schermo da 10,2 pollici (la “C” sta per “convertible“), e ha una tastiera estraibile

“Cerchiamo di spingere lo stato dell’arte e di spingere in avanti la prossima generazione di computing“, ha dichiarato Sundar Pichai “E per fare questo, costruiamo hardware … in modo da poter guidare l’ecosistema in avanti“.

Il tablet utilizzerà un processore quad-core Nvidia Tegra X1 con 3 gigabyte di memoria, come ha rivelato Andrea Bowers, direttore product management di Google. La tastiera Bluetooth, collegata magneticamente,  funge anche da supporto per il device.

Inutile dire che Pixel C si troverà ad affrontare una dura battaglia in un mercato sempre più affollato, dove iPad di Apple, il cui primo modello è nato nel 2010, è leader del settore. Inoltre, Apple all’inizio di questo mese ha presentato iPad Pro, un device da ben 12,9 pollici che sarà in vendita da novembre e che sembra diretto al target business.

Pixel C sarà in vendita “in tempo per le vacanze”, ha detto Bowers, e avrà un costo di $ 499 con 32 gigabyte di memoria e di $ 599 per 64 GB. La tastiera avrà un costo di $ 149. Ricordiamo che iPad Pro ha invece un costo iniziale di $ 799, mentre la tastiera sarà venduta a $ 169. Sui prezzi, Google esce sempre vincitrice.

Pixel C dimostra che Google ha ancora voglia di entrare nel mercato della produzione di dispositivi mobili. Apple ha sempre dimostrato la sua forza proprio nell’aver collegato strettamente progettazione hardware e software: sembra che big G voglia dimostrare che può diventare, al pari dell’azienda di Cupertino, un grande ecosistema che ha anche il vantaggio di essere già leader della ricerca sul web.

E se aggiungiamo che Google vuole diventare un ecosistema anche “economico” e alla portata di tutti, forse possiamo proprio dire che la guerra tra i due rivali di sempre è arrivata ad un punto cruciale. Tutto si gioca a Natale: chi venderà di più?

 

Axel Springer compra Business Insider [BREAKING NEWS]

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Il colosso dell’editoria tedesco Axel Springe ha chiuso un accordo per acquistare l’88% del sito di news americano Business Insider, che si aggiunge al 9% già detenuto, per 306 milioni di euro.

Business Insider è valutato a 442 milioni di dollari, circa 395 milioni di euro, e la piccola quota restante è detenuta dalla Bezos Expeditions, società di investimento del founder di Amazon Jeff Bezos.

È stato lanciato nel 2007, impiega 325 addetti e può vantarsi di76 milioni di visitatori unici al mese. Oltre ad essere un punto di riferimento negli Stati Uniti, conta una presenza internazionale.

Il fondatore e amministratore delegato di Business Insider, Henry Blodget, manterrà il suo ruolo.

L’editore tedesco commenta: “L’acquisizione è una parte vitale della strategia di Axel Springer per ampliare la sua presenza globale, diversificare la sua offerta in lingua inglese e rafforzare il suo impegno nel giornalismo digitale innovativo”.

Con questa acquisizione Axel Springer, che possiede anche il quotidiano Bild e Die Welt, sarà uno dei sei maggiori editori digitali al mondo in termini di utenti.

Dopo aver perso la corsa all’acquisizione del Financial Times a luglio, per la stratosferica cifra di 1,3 miliardi di dollari dalla multinazionale britannica dell’editoria Pearson Plc., Axel Springer ha aumentato la sua quota in Business Insider a circa il 97%, mentre il fondatore di Amazon Jeff Bezos deterrà il restante 3 per cento.

Business Insider, fondata dall’ex-analista di Wall Street Henry Blodget, trasforma così la berlinese Axel Springer in uno dei principali giornali di economia in lingua inglese, ma segna anche una vera svolta nell’attenzione al digitale del colosso dell’editoria.

Il CEO di Axel Springer Mathias Doepfner ha dichiarato che l’operazione è il primo passo di una strategia per essere giocatori nella nuova partita dei media digitali.

Per questo la società ha pagato l’equivalente di sei volte il fatturato previsto di Business Insider per il 2016.

Business Insider, fondata nel 2007 come una pubblicazione solo per il web, ora conta ben sette edizioni supplementari al di fuori degli Stati Uniti, con un nuovo sito web autonomo dedicato al tech, Tech Insider.

Blodget, che è anche caporedattore, e la COO Julie Hansen rimarranno nei loro ruoli anche dopo l’acquisizione delle quote da parte di Axel Springer.

Axel Springer, invece, è il più grande editore di notizie d’Europa e ha lanciato la versione europea di Politico.com, sito web dedicato alla politica con sede a Washington. Lo scorso anno ha investito nel web magazine della Silicon Valley Ozy e nel 2014 ha acquisito una partecipazione del 20% nel motore di ricerca francese Qwant. Nel 2013, infine, ha lanciato la versione online a pagamento di Bild, il più grande giornale tedesco.

Nei piani di Doepfner, Business Insider sarà probabilmente la piattaforma di lancio per l’espansione al di fuori dell’Europa. Priorità di Axel Springer espandere la portata del sito web e dei lettori.

L’acquisizione di Business Insider resta però soggetta ad un ultimo passaggio: l’approvazione da parte delle autorità antitrust.

Come valutare la propria strategia di marketing online: i 5 passi per un audit coi fiocchi

Digital Marketing Network Strategy Planning Concept

Elaborare una strategia di digital marketing contiene alcune sfide di difficile risoluzione. In questo senso ci permettiamo di segnalarvi una “guida intergalattica per marketer” in cui ci siamo imbattuti, scritta da un professionista d’oltre oceano, Brian Honigman, per Digital Current.

Riporteremo le sue considerazioni definendo 5 fasi di controllo e produzione di audit sui diversi campi di realizzazione di una digital strategy.

Fase 1: definizione e ritorno alla visione d’assieme

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Molto spesso abbiamo paura, in quanto operatori, di perderci in grandi tematiche perché pressati da clienti e/o superiori nella produzione di un risultato.

Ma se c’è una cosa che nel medio-lungo periodo da valore ad una strategia di marketing è appunto la visione d’assieme. Abbiamo individuato alcuni quesiti da porsi per una corretta valutazione del nostro piano marketing:

  • Qual è lo stato attuale della mia attività ?
  • Quale impatto ha avuto la mia strategia di marketing sulle vendite?
  • Quali risultati mi aspetto di ottenere dalla revisione della mia strategia ?
  • Quale dimensione assume la mia idea di successo ?
  • In che modo il digital marketing può aiutarmi nel raggiungere quel successo ?

Si tratta di una visione quantificabile e sulla quale misurarci giorno per giorno.

Fase 2: Back to the basis, l’importanza della SWOT Analysis

Come valutare la propria strategia di marketing online: i 5 passi per un audit coi fiocchi

Uno degli aspetti principali che garantiscono una corretta valutazione del proprio operato risiede nella capacità di utilizzare tool, schemi o teorie che garantiscano una visione oggettiva delle cose.

La Swot analysis è un classico esempio grazie al quale possiamo analizzare con obiettività lo stato del lavoro svolto e l’efficacia dell’operato del team che abbiamo a disposizione.

Anche in questa seconda fase il lavoro è sempre volto alla visione d’assieme. Una volta delineati gli scopi e le valutazioni del lavoro nel proprio complesso, a questo punto possiamo scendere ad un livello più basso (nell’accezione di specifico e settoriale) della nostra analisi.

Fase 3: Come mi funziona la Seo ?

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L’ottimizzazione dei contenuti multimediali affinché questi ultimi risultino più in alto nelle pagine di ricerca è una fase determinante nello sviluppo di una strategia di marketing.

Fare della buona Seo significa ottimizzare i contenuti prodotti all’interno dello spazio virtuale in cui ci stiamo muovendo. Tanto più che gli strumenti di Seo si aggiornano di continuo, per cui una pagina precedentemente ottimizzata secondo i parametri vecchi, potrebbe contenere degli errori secondo quelli nuovi.

Fase 4: Social Media Audit, va tutto come vorrei ?

Social media on hand with blue background

La Seo, la buona Seo, ci garantisce afflussi costanti d’accesso, vecchio e nuovo, ma tutti quegli utenti che ci guardano prima o poi diventano una comunità, esigono di interfacciarsi a noi.

Qui entra in gioco la capacità di relazione data dal social media marketing. Le aziende da questo punto di vista ancora non hanno capito a pieno le potenzialità nel fare SMM come si deve, affidandosi o a soggetti poco esperti oppure destinando tempo e risorse inadeguate.

Ma essere sui social significa darsi compiti, obiettivi e verificarli come in qualsiasi altro settore.
Se con i Seo Audit sappiamo quali contenuti hanno successo ed hanno generato accesso, con i Social Media Audit possiamo quantificare come la comunità di clienti (reali e possibili) reagisce ai contenuti che pubblichiamo, quali destano reale interesse, quali accrescono la nostra credibilità e quali invece sono da considerarsi superflui o fuorvianti.

Bisogna mostrare coerenza nella gestione dei canali, ogni social deve essere trattato con la stessa visione aziendale di modo che la linea editoriale sia immediatamente riscontrabile.Come per la Seo anche nella gestione dei Social bisogna essere attenti a dove vogliamo essere per essere noi stessi.

Fase 5: Contenuti, quelli giusti per il mio business

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Ultima fase di controllo per delineare una giusta digital strategy, quella relativa alla produzione di contenuti.
Si tratta di una delle più delicate in assoluto perché è quella in cui la qualità ha la maggiore rilevanza.

LEGGI ANCHE: 5 Suggerimenti per una Content Strategy di successo

Resta comunque possibile delineare delle linee guida da seguire. Innanzitutto partiamo dal presupposto che produrre contenuti di qualità è un lavoro che va fatto con grande costanza.Di conseguenza bisogna sempre produrre analisi rispetto all’impatto che quel determinato contenuto ha avuto sulla nostra audience.

Tieni presente che o si sceglie quale strategia si porta avanti per produrre contenuti (siano essi light o di qualità) oppure finiamo per diventare corpi estranei rispetto alle necessità di vendita e relazione dell’azienda per cui lavoriamo.

Tecnologia wearable e autismo: il nuovo modo di guardare il mondo attraverso i Google Glass

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Tra le pagine ninja non poche volte abbiamo riflettuto sullo sviluppo dei Google Glass in bilico tra successo e oblio. Torniamo anche oggi a gettare lo sguardo sulle possibilità di applicazione di questo dispositivo dal futuro incerto.

La wearable technology sta ridisegnando sempre più la nostra vita quotidiana, le nostre interazioni ed il nostro modo di guardare il mondo. L’entusiasmo e l’ottimismo più genuino scaturito dai dispositivi wearable nasce, però, soprattutto in alcuni ambiti di applicazione, in grado di restituire all’uomo il senso più profondo della tecnologia nei momenti più critici e importanti del suo sviluppo, dimostrando quanto la vera rivoluzione di cui è artefice l’essere umano e il progresso tecnologico al servizio della disabilità.

Healthcare e wearable technology: l’esempio dei Google Glass “intelligenti”

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Che i Google Glass potessero rappresentare una risorsa preziosa in campo medico non è di certo una novità, ma il lavoro di ricerca di Ned Sahin e della sua startup Brain Power sta dimostrando quanto i device wearable possano incidere davvero sulla vita delle persone, in particolare dei bambini autistici.
Con un dottorato ad Harvard ed un lavoro di ricerca al MIT, il neuroscienziato statunitense Sahin ha avviato la sua startup “neurotecnologica” con un unico obiettivo: cambiare la vita delle persone. E quale miglior alleato, se non il Brain Power? Con dispositivo hardware e software dedicato sviluppato da Sahin ed il suo team, i Google Glass sviluppano e ridefiniscono le modalità di interazione e comunicazione dei soggetti autistici.

Wearable devices e autismo

https://www.youtube.com/watch?v=FhoaWGDUUAk

La portata rivoluzionaria è da ricercare, in progetti ambiziosi come questo, nella capacità di trasformare un device wearable in un catalizzatore di innovazione per scienziati ed un vero e proprio alleato per persone diversamente abili.

Ma come possono i Google Glass fare la differenza per un bambino autistico?

L’autismo è un disturbo neuropsichiatrico che incide soprattutto sulle modalità di interazione di una persona con il resto del mondo. Come ogni patologia o disabilità, anche l’autismo porta con sé un universo di problemi e piccoli ostacoli quotidiani non soltanto per chi vive il disturbo sulla propria pelle, nel proprio corpo e nel proprio cervello. Le barriere che si creano tra chi ne è affetto ed il mondo esterno, in grado di stravolgere la vita di un bambino, si rendono visibili attraverso alcuni sintomi, tra i quali disturbi linguistici e comportamenti ossessivo compulsivi. Ned Sahin ha, quindi, provato ad immaginare come la tecnologia wearable potesse diventare un supporto per questi bambini.

Come funziona?

Scarsa reattività agli stimoli, difficoltà ad instaurare un contatto visivo diretto con gli altri e a mantenere alta l’attenzione in una conversazione o nel riconoscere le emozioni dei propri interlocutori, ma anche difficoltà nell’apprendimento del linguaggio e nel controllare i propri comportamenti. Sono questi alcuni dei sintomi sui quali ha lavorato di più Ned Sahin, per poter creare un tool– definito Empowered Brain Suite for Autism – che potesse creare nuove soluzioni, stimoli e modi di vivere l’autismo per i bambini che ne sono affetti e per le loro famiglie.

“We’re making the game of life a little bit more funny.”

Con queste parole, il neuroscienziato americano, ha descritto il funzionamento dei Google Glass reinventati e dedicati al mondo autistico.

Il rifiugio più prezioso ed irrinunciabile per un bambino autistico è il suo mondo interiore ed è proprio a questa ricca risorsa che punta il funzionamento dei Google Glass della Brain Power. Armonizzare e far incontrare l’interiorità dei bambini autistici con il mondo esterno, grazie ad un piccolo wearable device.

https://www.youtube.com/watch?v=MKN-9_O_-JM

Grazie al sistema di app sviluppate dalla Brain Power, infatti, i bambini possono accedere a moduli di gioco che, attraverso un sistema di punteggi e ricompense visualizzabile attraverso i Google Glass, guidano ed insegnano a riconoscere le emozioni degli altri, ma anche a focalizzare la propria attenzione verso l’ambiente e le persone che li circondano. Grazie alle emoji, ad esempio, che appaiono accanto ai volti dei propri interlocutori, i bambini imparano a riconoscere le emozioni degli altri.

I Google Glass Empowered di Sahin si arricchiscono, oltre alle app dedicate, di una pluralità di features in grado di ridefinire il modo di vivere la quotidianità per un bambino autistico ed i suoi cari. Grazie al wi-fi integrato, il bluetooth, il GPS, il giroscopio, la videocamera, i microfoni, ma anche l’accelerometro e gli altoparlanti integrati, il dispositivio wearable reinventato dalla Brain Power consente, ad esempio, di captare e aiutare le famiglie a gestire gli eventuali scatti d’ira del bambino, monitorando i movimenti della testa durante i suoi disturbi o misurandone la reattività agli stimoli ricevuti.

Attraverso le piccole lenti dei Google Glass il mondo diventa diverso per questi bambini, si riempie di stimoli nuovi e sconosciuti, di risorse che fino ad ora potevano ricercare soltanto nella propria immaginazione. Educandoli ad apprendere come dialogare, interagire, esternare le proprie impressioni e conoscere gli altri, i Google Glass diventano complici e compagni di gioco.
Un nuovo tech-toy da disporre nella cesta dei giocattoli? Non proprio.

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Il binomio ricerca e tecnologia sul quale si basa l’idea di Brain Power, la startup fondata da Ned Sahin, è finalizzato a creare dispositivi in grado di sdoganare una patologia, come l’autismo, facendo perno sulla capacità dei digital devices di espandere le opportunità e le modalità con cui il mondo digitale ci rende animali sempre più comunicativi, abbattendo quelle barriere che le disabilità e le patologie neuropsichiatriche possono creare.
Sfruttandone l’aspetto ludico, i Google Glass mostrano la versatilità di cui sono capaci, consentendo di monitorare le prestazioni e le risposte dei bambini mentre seguono le istruzioni di gioco fornite dal software applicato al dispositivo indossabile e dalle app ideate dalla startup.

Google Glass: sì o no?

Come può la wearable technology aiutare davvero un bambino affetto da autismo? Poco importa, in questo caso, se i Google Glass siano il device più o meno riuscito in casa Big G, ciò che fa la differenza è la potenzialità che Ned Sahin ha visto in questo wearable device.

La capacità di non interporre un’ennesima barriera tra il bambino autistico e l’ambiente circostante, incentivandolo a non rifiugiarsi soltanto nella propria interiorità, ma donandogli uno sguardo nuovo per potersi guardare intorno, a non farsi risucchiare dagli schermi dei propri dispositivi elettronici, aiutandolo ad interagire con il mondo e a capirlo guardandolo da uno schermo che crea un vero e proprio ponte il proprio mondo e quello degli “altri”.

Ned Sahin, con Brain Power, è riuscito a guardare ai Google Glass da una prospettiva diversa, che integra la leggerezza e l’importanza del gioco nella crescita di un bambino alla complessità e la solitudine che l’autismo crea nella vita delle persone affette da autismo e dei loro cari.

Ancora una volta la tecnologia mostra il suo volto più umano, in grado di incidere davvero sulla vita delle persone, con uno sguardo fiducioso alle risorse e il futuro della wearable technology ancora da scoprire e reinventare.

Digital Storytelling: il content marketing al servizio del turismo

Digital Storytelling: il content marketing al servizio del turismo
Negli ultimi tempi si sente molto parlare di digital storytelling, ma questa disciplina può essere applicata anche al turismo? Certamente, ogni viaggio è storia, ogni luogo, ogni persona, ogni oggetto ha qualcosa da raccontare.

Il racconto di un’ esperienza, soprattutto nel settore turistico, può aiutare nella scelta decisionale, poiché va ad agire sulla sfera più emozionale dell’utente, a differenza della brochure informativa che troviamo nell’agenzia di viaggi o sul sito web, che si limita a comunicare un prodotto e/o servizio.

Il turismo è  esperienza, ed il mercato vuole esperienze, che tu puoi dare grazie ad una buona strategia di content marketing.

Perché non provi ad esempio a raccontare una storia che parli del tuo hotel e/o di una destinazione turistica? Oppure, prova a far raccontare l’esperienza ai tuoi clienti, riusciranno ad avere risultati positivi sui clienti potenziali, più di quanto credi.

Digital Storytelling: il content marketing al servizio del turismo
LEGGI ANCHE: La ricetta per il digital marketing del settore food

Un racconto vero ed autentico può aumentare traffico e conversioni su un sito web, in maniera anche virale; ricorda: le esperienze, i racconti posso sedurre. Il digital storytelling crea nella mente del potenziale cliente una nuova concezione del posto, in quanto contiene un elemento importante: le emozioni.

Lo storytelling rompe la ripetizione, poiché definisce un discorso che coinvolge chi lo legge o lo vede, creando vicinanza. Per acquisire, però, nuove prenotazioni non dimenticare gli step fondamentali:

Comincia dall’offline

Le storie da raccontare e far raccontare online, si costruiscono offline. Non puoi raccontare storie finte; concentrati sul contatto vero.

Racconta quello che le brochure  non dicono

Permetti al cliente potenziale di scoprire nuove cose, incuriosiscilo, permettigli di avere l’incipit per la sua storia.

Usa la piattaforma più adatta

Per sceglierla, basterà chiederti: “dove sono i miei interlocutori?”. Una volta individuato il tuo target, potrai applicare la tua strategia di content marketing.

Stimola gli User Generated Content

I contenuti generati dal pubblico hanno un valore inestimabile, poiché parlano per esperienza diretta sul territorio. Questo aiuta ad aumentare la credibilità e l’affidabilità.

LEGGI ANCHE:5 PMI del settore Food e Wine che hanno vinto i social media

Sii costante

Lo storytelling è un’attività quotidiana e costante, il racconto deve essere nutrito ogni giorno, non puoi pensare di scrivere una singola storia e poi abbandonare tutto.

A questo punto non ti resta che raccontare! E puoi imparare a farlo nella maniera più corretta, grazie al Master Food & Wine 3.0 dell’IUSVE.

Alfie l’astronauta: la pubblicità sociale può essere positiva [VIDEO]

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Una delle difficoltà maggiori nel creare campagne di pubblica utilità è quella di non incappare in un registro comunicativo grave, angoscioso ed eccessivamente severo, che rischia di inibire anziché favorire il coinvolgimento e l’azione degli spettatori. Una campagna che va proprio nel verso contrario e che ha attirato la nostra attenzione è l’inglese “Alfie the astronaut“.

Senza cadere nell’elenco di tristemente noti dati statistici o l’utilizzo di cupi voice over, lo spot si concentra sulla positiva speranza incarnata dal piccolo protagonista Alfie, un simpatico ometto che, mentre parte per una missione immaginaria sulla Luna, racconta di un momento triste della sua vita con la mamma e con l’uomo che per lungo tempo li ha maltrattati. Fino all’incontro con NSPCC, organizzazione inglese per la prevenzione dei maltrattamenti sui bambini, che ha restituito ad Alfie l’infanzia interrotta, la serenità di continuare a sognare e la speranza che d’ora in avanti tutto andrà bene.

LEGGI ANCHE: The Superhero Project: bambini con esigenze particolari si trasformano in supereroi [INTERVISTA]

Il video, che è parte integrante della prima campagna TV “Every childhood is worth fighting for”, promuove una raccolta fondi e invita ad agire: “La donazione può sostenere un bambino ovunque”.

E finalmente la creatività inizia a guardare in positivo anche nel campo della comunicazione sociale.

Corso in Social Media Marketing: Online + LAB in Aula a Milano

Corso Social Media Ninja Academy

Il Social Media Marketing è una delle più grandi sfide che i manager si trovano ad affrontare ed a trasformare in opportunità. La portata rivoluzionaria dei social network come Facebook, Twitter, Youtube ed Instagram ha aperto un nuovo canale di vendita e di sviluppo del business che consente di ampliare il proprio giro d’affari.

Non tutti però conoscono i linguaggi appropriati per comunicare sui social media, le piattaforme e gli strumenti, le tecniche di coinvolgimento più efficaci. Ninja Academy quindi propone un Corso in Social Media Marketing e Community Management, Formula Online + LAB in Aula a Milano.

Dopo aver partecipato a questo Corso saprai:

  • elaborare un piano strategico di contenuti sui Social Media
  • gestire una community e le relazioni quotidiane con gli utenti
  • progettare iniziative di engagement ed inserzioni
  • misurare i KPI fondamentali
  • leggere ed interpretare le metriche di performance
  • valutare l’andamento della strategia e delle inserzioni pubblicitarie
  • predisporre Social Media Policy e Regole di Ingaggio interne ed esterne

Corso Online in Social Media Marketing e Community Management

Il Corso Online con Simone Tornabene e Luca La Mesa illustra le strategie e gli strumenti più innovativi grazie ai quali progettare piani di comunicazione sulle piattaforme sociali, gestire campagne pubblicitarie, analizzare le metriche di Social Analytics, ideare contest ed attività creative di engagement, affrontare la gestione delle Community online.

Il Corso Online consta di 15 ore di didattica online: puoi seguire le lezioni ovunque ti trovi, accedendo dal web ad un’aula virtuale ed interagendo dal vivo con la classe.

Inoltre, per massimizzare l’esperienza di apprendimento e consolidare al massimo le competenze, riceverai 5 ore di formazione aggiuntive grazie alla Bonus TrackLo scenario di riferimento per i Social Media Manager con Vincenzo Cosenza”.

Social Media Marketing LAB in Aula [Milano · 11 e 12 Dicembre]

A complemento del Corso Online, il Social Media Marketing LAB in Aula con Luca La Mesa, Filippo Giotto e Simone Tornabene guida i partecipanti nell’applicazione pratica delle nozioni apprese. Zero teoria e 100% pratica: i due giorni di laboratorio hanno un taglio altamente pratico ed esperienziale, e sono dedicati ad esercitazioni e project work progettati parallelamente al Corso Online.

Il laboratorio riprende i concetti base della struttura organizzativa di un Social Media Team (in azienda o indipendente) e degli strumenti alla base di un corretto presidio dei propri account sui Social Network, partendo dalla definizione dei processi interni di escalation fino al monitoraggio, moderazione e gestione di casi concreti.

Chi sono i docenti del corso?

simone tornabene
Simone Tornabene
Social Media Advisor @ WHY

Fondatore di tre startup tra cui Viralbeat, ha lavorato in Mondadori come Head of Digital di Cemit Interactive Media, continuando ad insegnare digital e social strategy allo IED, Università di Parma, Università di Catania, IULM, Università di Torino.

luca la mesa
Luca La Mesa
Social Media Strategist @ Publisoftweb

CEO e Social Media Strategist in Publisoftweb e Wengage, ha lavorato per clienti come Pirelli, AS Roma, Unilever ed insegna alla John Cabot University di Roma e alla HEC di Parigi.

filippo giotto
Filippo Giotto
Social Media Manager @ Banca Mediolanum

Da oltre 10 anni si occupa di Marketing Digitale in un importante Gruppo Bancario, ha visto nascere il primo Home Banking e favorito l’evoluzione dei canali digitali. Oggi si occupa di Social Media, online reputation e digital adv.

Leggi l’opinione di chi ha seguito le precedenti edizioni del corso:

Dicono di Ninja Academy social media marketing

Quali sono qui i vantaggi di seguire il Corso Ninja Academy?

✔ Segui i corsi live comodamente da casa o dall’ufficio
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✔ Test e Certificato di partecipazione
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Il team Ninja Academy è a tua disposizione per qualsiasi dubbio o chiarimento. Puoi scrivere a info@ninjacademy.it o telefonare allo 02 40042554. Ti aspettiamo con connessione, microfono e cuffiette alla mano.. Ma soprattutto, con tanta voglia di imparare! ?

Knowledge for change.
Be Ninja!

Olivier Menzel: quando il digitale diventa una leva di crowdfunding per le malattie rare [INTERVISTA]

Non è raro vedere accostati termini come ‘digital’ o ‘web’ al mondo del crowdsourcing e del crowdfunding. Anzi, sono proprio i media digitali ad avere abilitato con forza tali paradigmi, grazie al respiro globale – dunque alle grandi occasioni di visibilità – che possono offrire.

In particolare, ci sono alcuni settori che possono beneficiare di tali dinamiche in modo importante, per portare valore non generabile in altri modi alternativi. Un esempio concreto? Ce lo spiega Olivier Menzel – ricercatore scientifico, manager e imprenditore molto attivo a livello nazionale e internazionale – presentandoci la RE(ACT) Community!

Buongiorno Olivier, benvenuto su Ninja Marketing. Cosa è la RE(ACT) Community?

La RE(ACT) Community è un’iniziativa della Fondazione BLACKSWAN; è un luogo virtuale in cui ricercatori, pazienti e altri stakeholders si possono incontrare e condividere le loro conoscenze ed esperienze in tema di malattie rare.

Più specificamente, la RE(ACT) Community è una piattaforma online che ha come obiettivo la creazione di una comunità scientifica con ricercatori provenienti da tutto il mondo, i quali possono sottomettere progetti di ricerca che verranno finanziati attraverso un meccanismo di crowdfunding. La Community vuole anche sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema delle malattie rare e della ricerca, troppo spesso ignorato.

Cosa è una malattia rara?

Sono definite rare le malattie che colpiscono un numero ristretto di individui, in Europa il limite stabilito è di un caso ogni 2’000 persone. Il numero di malattie rare conosciute e diagnosticate oscilla tra le 7.000 e le 8.000, ma è una cifra che cresce con l’avanzare dei progressi della ricerca scientifica.

Nonostante la rarità di queste malattie prese singolarmente, nel loro insieme le malattie rare colpiscono circa 500 milioni di individui nel mondo, di cui il 75% sono bambini. Queste malattie sono spesso croniche, fatali e principalmente di origine genetica.

Da cosa è nata l’idea della RE(ACT) Community e in cosa è diversa da altre Community?

A causa della scarsa prevalenza nella popolazione, queste malattie non rappresentano una priorità di salute pubblica e di conseguenza la ricerca scientifica non è supportata adeguatamente.

Per ogni malattia rara il mercato è così ristretto che anche a livello privato le industrie farmaceutiche sono reticenti a investire nello sviluppo di nuovi farmaci. La ricerca scientifica in tema di malattie rare è scarsa e frammentata. Per queste ragioni è essenziale incrementare la cooperazione e la coordinazione tra i ricercatori. La diffusione e condivisione di conoscenze scientifiche tra laboratori in diverse parti del mondo è di vitale importanza per diagnosticare e possibilmente trattare pazienti affetti da malattie rare.

Sul web sono presenti altre piattaforme scientifiche, ma nessuna di esse offre la possibilità di incontrare altri ricercatori operanti nel settore delle malattie rare a livello mondiale e sollevare fondi per finanziare i loro stessi progetti di ricerca. La RE(ACT) Community è un network in cui ogni individuo ha la stessa possibilità di trovare, condividere e generare informazioni e conoscenze in materia di malattie rare. Per rendere ancora più efficace la sua azione, la Community ha stabilito importanti partnership con organizzazioni quali Eurordis (Alleanza Europea Malattie Rare), E-Rare (ERA-Net for Research Programmes on Rare Diseases) e ProRaris (Alleanza Svizzera Malattie Rare).

Quali sono i traguardi raggiunti dalla RE(ACT) Community?

Attualmente la RE(ACT) community sta supportando il finanziamento di un progetto di ricerca riguardante la malattia rara “Nevo Melanocitico Congenito Gigante”. Questo progetto ha già ricevuto più di 30.000 mila euro di donazioni da parte di più di 70 supporters e la quarta milestone del progetto è in fase di funding.

Altri progetti scientifici sono in corso di approvazione da parte del Comitato Scientifico e potrebbero presto essere online e ricevere finanziamenti tramite crowdfunding. Attualmente la RE(ACT) Community ha raggiunto più di 400 membri, inclusi ricercatori, pazienti e supporters, e stiamo lavorando per crescere insieme e creare un network di professionisti che facciano la differenza nel mondo delle malattie rare.

La comunicazione e il networking sono rafforzati dalle nostre reti sociali quali Twitter, Facebook, Google+ e LinkedIn dove cerchiamo di informare quotidianamente i nostri followers sulle ultime scoperte e novità sulle malattie rare.

L’iniziativa RE(ACT), non solo una Community online.

L’iniziativa RE(ACT) non è solo composta dalla RE(ACT) Community online ma anche dal RE(ACT) Congress; un congresso internazionale biennale, anch’esso organizzato dalla Fondazione BLACKSWAN.

Le prime due edizioni del congresso (2012 e 2014) si sono svolte a Basilea, in Svizzera. La terza edizione del RE(ACT) Congress avrà luogo a Barcellona il prossimo 9-12 Marzo 2016 e sarà realizzata in collaborazione con E-RARE.

Il congresso si prefigge l’obiettivo di presentare lo stato attuale della ricerca sulle malattie rare, discutere i risultati raggiunti e scambiare idee. La caratteristica del RE(ACT) Congress è la sua interdisciplinarità, in quanto riunisce ricercatori che lavorano nel settore delle malattie rare, ma che sono specializzati in settori di ricerca diversi, tra cui biologia cellulare, cellule staminali, terapia genica, genetica umana e applicazioni terapeutiche. Durante il congresso si creano interessanti collaborazioni e la RE(ACT) Community online diventa la continuazione delle collaborazioni scientifiche internazionali.

Facebook: arriva il nuovo layout delle pagine

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Facebook è in continua evoluzione e, tra le tante novità in fase di rilascio c’è il nuovo layout delle pagine.

Un rilascio graduale, sia geograficamente (i primi brand ad averlo sperimentato sono in USA) che funzionalmente: alcune novità sono state rilasciate anche per le pagine italiane, ma non tutte.

Sembrerebbe anzi, che le novità siano rilasciate gradualmente per gruppi di utenti. Potrebbe succedere che alcune delle novità già usufruibili da un vostro collega non lo siano ancora per voi e viceversa.

Ma vediamo come sarà il nuovo layout delle pagine facebook!

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L’immagine del profilo (1) è molto più piccola, 90×90 pixel contro i precedenti 180×180, ed è completamente sovrapposta all’immagine di copertina (2) che invece non cambia e rimane dei soliti 851×315 pixel.

Facebook ridimensiona automaticamente le immagini del profilo esistenti, ma vi consigliamo di rivederle, specie se vi è incluso del testo o se avevate “immerso” l’immagine del profilo nella copertina.

brand che avevano sfruttato questa possibilità, come KLM nella sua precedente immagine di copertina, hanno prontamente dovuto cambiarla, come potete vedere dalle immagini qui sotto.

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Anche la posizione dei tab (3) per navigare tra le diverse sezioni della pagina è cambiata: non più allineate con l’immagine del profilo, ma sotto di essa e allineate a sinistra.

Anche i pulsanti Mi piace (4), Messaggio e il menu opzioni sono stati spostati sotto la copertina, ma rimangono allineati a destra.

Nel menu opzioni (5) a destra del pulsante Messaggio, compare una nuova opzione per visualizzare la pagine come un fan o visitatore.

Se siete amministratori della pagina, ci sarà una notifica in cima alla stessa che vi ricorda che state visualizzando la pagina come se foste un visitatore, appunto, e vi permette di tornare alla visualizzazione da amministratori.

Questa opzione pare ancora essere in fase di rilascio ed è disponibile nelle vostre pagine solo se impostate l’inglese americano come lingua d’uso del vostro profilo personale da amministratori.

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Come potete vedere qui sopra, evidenziata in nel box verde, l’opzione compare se impostate l’inglese, e scompare invece tornando alla lingua italiana, anche se non immediatamente.

Per alcune ore infatti, rimane attivata la versione tradotta in italiano del nuovo menù.

 

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Da notare anche che il pulsante call-to-action (6) è stato spostato all’interno della copertina.

Ma non compare ancora con lo stesso stile per ogni pagina. Se ricontrollate la figura che riporta la copertina della pagina di Ninjamarketing.it e la confrontate con quella qui sopra, noterete che nella prima c’è già il nuovo stile e nella seconda no.

Cambiamenti anche nella versione mobile dello stile delle pagine.

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Come potete notare nella figura qui sopra, il pulsante call-to-action è molto più evidente.

Facebook aveva iniziato già ad inizio anno a sperimentare nuove funzionalità per i gruppi, permettendo in alcuni di essi, la creazione di post per vendere qualcosa.

Alcune pagine hanno già la possibilità di fare lo stesso tipo di post e Facebook ha annunciato l’introduzione di due nuovi tipi di sezione per le pagine:

  • la sezione negozio (shop) per chi ha dei prodotti da vendere
  • la sezione servizi (services) per chi desidera promuovere ed evidenziare i propri servizi professionali.

Tante le novità in arrivo! voi che dite? vi piace il nuovo stile, o preferite quello esistente, come quello qui sotto?

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Giornalismo digitale: come fare informazione sui social media?

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Uno dei mestieri che più ha sentito l’impatto dei media digitali e dei social media è quello del giornalista. Abbiamo chiesto ad un giornalista professionista, Roberto Zarriello, come è cambiato il modo di fare informazione e come cambiano le redazioni.

Giornalista, blogger, fondatore di Resto al Sud/Resto al Sud Academy, responsabile di Tiscali Regioni e docente: quale di questi ruoli ti rappresenta di più?

“Non ce n’è uno in particolare. Sono tutti aspetti collegati che rendono completo il mio essere una persona che ama tutte le sfide del digitale e della creatività. Il ruolo di docente e formatore mi permette di trasmettere l’esperienza acquisita per scovare e far emergere nuovi talenti. Nel dare un’opportunità a chi magari non l’avrebbe come nel caso della Resto al Sud Academy.
Quello di giornalista e blogger, invece, oltre alla scrittura mi dà il privilegio di poter interagire con un pubblico più vasto per confrontarmi e dialogare sui temi delle nuove tecnologie e della comunicazione digitale. E non solo.”

Giornalismo digitale: come fare informazione sui social media?

Nel 2009 hai pubblicato Penne Digitali 2.0, sulle cui pagine scrivevi di come fare informazione sul web. Cosa è cambiato in questi ultimi sei anni?

“Lo sviluppo dei social network prima e dei social media poi, ha creato una vera e propria rivoluzione nel settore dell’informazione. Oggi i protagonisti sono gli utenti e il ruolo del giornalista è cambiato totalmente. Non è più solo quello di informare, ma quello di selezionare e organizzare i contenuti per proporli all’utente sotto una nuova veste. E la rivoluzione è ancora in atto. Credo che il racconto in tempo reale su piattaforme diverse e  la gestione/organizzazione di live streaming sui social sia la nuova sfida da affrontare per l’informazione. Basti pensare al successo che stanno avendo Periscope e Streamago. I video, in generale, domineranno la scena nei prossimi anni.”

Internet non ha cambiato solo il modo di comunicare le notizie, ma anche quello di scriverle e come organizzarsi per farlo. Come si gestisce una redazione nazionale online? Essere sempre connessi e a portata di chat è un pro o un contro?

“Il problema più grande, lo sottolineo ancora, non è quello di cercare notizie, ma di selezionarle e organizzarle in maniera efficace. Il giornalista online oggi è più una sorta di ”curatore” di contenuti. In molte testate online, ad esempio, i contenuti principali arrivano direttamente dagli utenti. È chiaro che, a questo punto, la figura del desk di una redazione sostituisce quella del caporedattore, sia per la gestione dei contributi in arrivo che per i rapporti con utenti/collaboratori esterni. È chiaro, poi, che online il lavoro è h24. Quindi occorre una redazione flessibile, con aggiornamenti in tempo reale.”

Ti occupi anche di comunicazione sui Social Media: qual è la sfida maggiore che il settore dell’informazione deve affrontare per stare al passo con i tempi?

“Sicuramente c’è un mercato che cerca sempre di più la qualità dei contenuti, ma non sempre questo significa raggiungere numeri importanti. I grandi network ora puntano al pubblico dei social per diffondere le loro news perché gli utenti sono sempre più sui social, ma è un territorio ancora tutto da esplorare.”

Ci racconti qualche caso interessante di informazione digitale?

“Gli esempi potrebbero essere decine, dalle grandi testate tradizionali che oggi presidiano anche l’informazione sul web, a siti più virali cosiddetti nativi digitali dove è l’intrattenimento attraverso le news a farla da padrone. Voglio invece citare un progetto come Google News Lab, una piattaforma creata appositamente per i giornalisti dove è possibile accedere a programmi, dati e altre risorse per facilitare il lavoro di report.

Il sito ha anche una serie di strumenti, come tutorial e best practice, per le redazioni online e offre l’accesso a Google Trends.

Nella sezione Tools è possibile accedere a lezioni che ci insegneranno ad utilizzare gli strumenti di Google per fare ricerche, creare report visivamente accattivanti, distribuire le proprie storie e ottimizzarle con gli strumenti di analytics. Insomma, un giornalista che voglia fare questo mestiere oggi, non può prescindere da questi strumenti e da un aggiornamento costante sulle tecnologie che si aggiornano di giorno in giorno.”

Per approfondimenti: www.robertozarriello.com