La nuova Alitalia riparte dalle promesse dei dipendenti [INTERVISTA]

Marco Martinasso Vice President Marketing Alitalia

Alitalia riparte con Ethiad Airways e lo fa puntando sulla forza dei propri dipendenti. Questo è il messaggio che James Hogan e Silvano Cassano hanno voluto trasmettere durante le due giornate di presentazione a Roma e a Milano della nuova Alitalia.  Non solo nuove rotte, voli più frequenti e una nuova livrea, quindi, ma soprattutto una nuova voglia di fare bene grazie al know-how di chi ci accompagna ad ogni volo.

Tale messaggio è comunicato all’esterno e all’interno, attraverso una serie di iniziative. Abbiamo chiesto a Marco Martinasso, Vice President Marketing di Alitalia, di commentare la nuova strategia di comunicazione.

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Da qualche giorno è partita la prima campagna della nuova Alitalia, ideata con Leo Burnett. Quali sfide avete incontrato nel delineare una strategia in una fase così delicata per l’azienda?

Abbiamo voluto dare un forte segnale di rinnovamento, discostandoci dalla tradizionale comunicazione di Alitalia. Uno sguardo proiettato al futuro senza però rinunciare ai valori di Alitalia e soprattutto delle persone della Compagnia. Protagoniste sono infatti le promesse e gli impegni dei dipendenti, che sono anche stati “impressi” su un Airbus A320 che oggi vola in Italia e in Europa.

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Parliamo proprio del fatto che Alitalia è voluta ripartire dalle promesse dei suoi dipendenti. Come è nata l’idea di mettere loro al centro della nuova comunicazione del brand?

Siamo convinti che le persone, con la grande esperienza e professionalità unite all’entusiasmo, siano la forza di Alitalia e consentano di rendere l’esperienza di volo unica, irripetibile e diversa da qualunque altra compagnia aerea. Per questo abbiamo deciso di far raccontare alle nostre persone l’impegno nei confronti degli ospiti di Alitalia, in ogni momento del viaggio.

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Sembra che i vostri dipendenti siano non solo protagonisti della campagna, ma anche destinatari. Questo è un modo per riconquistare anche la loro fiducia?

La fiducia dei dipendenti nei confronti della compagnia non è mai venuta meno. Abbiamo voluto dare voce agli artefici veri di questo cambio di passo della Compagnia: le nostre persone hanno profuso energia ed entusiasmo fin dalle prime battute di questo importante progetto di cambiamento dell’immagine di Alitalia. Questo è un modo per celebrarla.

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Dopo aver coinvolto i dipendenti chiamerete all’azione i consumatori? Che progetti ci sono per i social media?

Questa volta la nostra comunicazione è stata più innovativa, meno tradizionale, anche nei mezzi scelti. Non a caso, l’operazione di rebranding, per la quale abbiamo coniato il nome #DiscoverAlitalia, è cominciata a fine maggio con una fase di teasing che ha avuto il suo massimo risalto sui social media, Facebook e Twitter in particolare.

E anche la campagna con le promesse dei dipendenti è stata declinata con una serie di video virali pubblicati sui principali canali Alitalia nei social network. Sveleremo altre novità più avanti e tutte avranno un unico obiettivo: ascoltare le esigenze dei nostri ospiti e ridisegnare e perfezionare su queste l’esperienza di volo.

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Parliamo della nuova immagine dell’azienda: la nuova livrea. Come si fa a rimodernare l’immagine di un brand mantenendo comunque il suo heritage?

Siamo partiti dai nostri colori, dai colori dell’Italia, rendendoli più moderni e contemporanei. Dopo 46 anni abbiamo eliminato la tradizionale banda verde sulla fusoliera che oggi assume un elegante colore bianco perlato. Abbiamo reso ancora più evidente la “A” tricolore sul timone degli aerei – segno distintivo riconosciuto da tutti – con l’obiettivo di rappresentare la bandiera italiana nel mondo con ancora maggiore enfasi.

Inoltre, una serie di stripes che si inclinano progressivamente verso la coda dell’aereo conferiscono un senso di dinamismo e rapidità che, insieme ad altri dettagli che si ispirano alle linee delle auto sportive, rendono il disegno degli aerei ancora più accattivante. La nuova livrea reinterpreta in chiave moderna l’identità visiva della Compagnia mantenendola riconoscibile e nello stesso tempo più elegante e sofisticata.

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Ci racconti qualche retroscena del progetto? Come avete attuato la livrea ricoperta dalle promesse dei dipendenti Alitalia e che avete mostrato a Roma?

Il progetto è stato estremamente sfidante sia in termini di tempo che per la segretezza dell’operazione all’interno dell’azienda, in modo da creare un effetto sorpresa all’esterno e nei confronti dei colleghi Alitalia. La livrea dell’Airbus A320 è stata realizzata in soli 12 giorni e in diverse location fra l’Italia e l’Europa. In questo periodo abbiamo raccolto le promesse, le abbiamo selezionate, riprodotte in “decal avionici” e, contemporaneamente, abbiamo effettuato una mappatura della posizione delle diverse frasi sull’aereo.

Solo la passione delle persone che hanno lavorato a questo progetto ha consentito di compiere un’opera così straordinaria in tempi così brevi. Tra l’altro voglio sottolineare che si tratta di un’operazione senza uguali, mai effettuata da nessuno in precedenza. E’ vero che alcuni competitor hanno fatto qualcosa di simile con le foto dei dipendenti, ma le promesse hanno per noi una valenza superiore: sono impegni che ogni persona prende per il futuro dell’azienda.

Uno dei momenti più esaltanti si è verificato il giorno della presentazione della nuova immagine quando, dopo aver svelato la sorpresa dell’A320 con le promesse, i colleghi erano tutti a testa in su alla ricerca del proprio messaggio.

White Space, il libro per comprendere i nuovi territori della comunicazione non convenzionale [RECENSIONE]

Comunicazione e marketing non convenzionale sono termini di cui si parla da “tanto” tempo, ma che con l’avvento del digitale stanno vivendo un forte momento di cambiamento e rivoluzione. La domanda più importante diventa allora una sola: come approcciarsi a questo paradigma con un approccio critico, fresco e strategico?

Risponde all’interrogativo White Space, il manuale a cura di Arianna Brioschi e Anna Uslenghi (contenente anche un contributo della nostra Ninja Adele Savarese) scritto in collaborazione con alcuni dei più interessanti e affermati professionisti italiani della comunicazione nazionale e internazionale.

Creatività, innovazione, rovesciamento delle regole restano però punti fermi di una disciplina e di un mestiere che richiedono metodo e rigore per non vanificare costosi sforzi progettuali e finanziari. Soprattutto oggi che digitale e social media hanno scompaginato il mondo della comunicazione, perché anche nella parte più tradizionale strategie, strumenti, logiche di pianificazione sono cambiati. Attraverso i punti di vista di agenzie creative e agenzie media, strategic planner e direttori creativi, di chi è nel digitale e di chi non lo è, in Italia, negli Usa o in Asia, il libro esprime una visione e un incoraggiamento a sperimentare.

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In effetti, “White Space” raccoglie diversi contributi molto interessanti legati al significato della comunicazione non convenzionale ai nostri giorni: non solo digitale, dunque, ma anche un “analogico” comunque forzato a reinventarsi sempre per rimanere rilevante nella mente e nel cuore del pubblico.

TV, radio, billboard, social media, app digitali e via dicendo sono solo alcuni dei territori su cui possono essere veicolate la creatività e le idee di rottura, frutto del pensiero laterale e dell’aderenza con i principali trend socio-culturali. White space, appunto: territori ancora indefiniti, da riempire con storie, contenuti e narrazioni di valore.

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Si tratta di un libro molto interessante, che attraverso tantissimi casi studio fa una maggiore chiarezza sulla comunicazione non convenzionale più efficace ai nostri giorni.

Per Kandinskij le pagine bianche sono ricettacolo di immagini mentali e di un silenzio ricco di possibilità: questo libro vuole essere uno spazio bianco riempito di ispirazioni che nascono quando si approccia la comunicazione in modo non convenzionale, guardando oltre i territori della pubblicità, verso la fotografia, il design, l’arte, il cinema, la letteratura. Il marketing e la comunicazione per funzionare bene cambiano e seguono (a volte precedono) l’evoluzione della società, della cultura, dei mercati, delle persone

Consigliatissimo per studenti e professionisti della comunicazione, che desiderano avere a disposizione un toolkit di metodologie, stimoli e valide case history per affrontare un mondo – quello della comunicazione e del marketing aziendale – a prima vista incomprensibile e molto complesso. Cosa aspettate? Correte in libreria, per un’estate all’insegna della formazione e dell’aggiornamento professionale! 😉

Buche nelle strade? Ci pensano Twitter e Tweeting Pothole!

Con acquazzoni estivi e probabili temporali violenti, è capitato molte volte di trovare le strade in condizioni che fanno pensare immediatamente a paesaggi lunari anziché a città urbane: poca manutenzione, asfalto steso male, meteo avverso e la città si riempie di buche (spesso più simili a vere e proprie voragini) capaci di mettere in difficoltà anche guidatori attenti ed esperti. Twitter, in questo caso sembra non essere uno strumento utile a risolvere il problema. A Panama, però non è così.
Telemetro Reporta, un’importante stazione televisiva panamense, in collaborazione con niente meno che Ogilvy e Mather, ha infatti deciso di lanciare l’iniziativa Tweeting Pothole, che sfrutta proprio Twitter per provare a risolvere il problema del manto stradale.

Il progetto è molto semplice: installare un device all’interno delle buche che, una volta azionato dal passaggio dell’auto, invia automaticamente un tweet di protesta alla pubblica amministrazione, sollecitando così una risposta e – possibilmente – una risoluzione.

L’account Twitter El Hueco Twitero ha ottenuto un enorme successo raggiungendo oltre 5.000 follower. Dato l’elevato numero di buche stradali e di dispositivi installati, il Ministero dei Lavori Pubblici è stato letteralmente sommerso dai tweet di reclami spiritosi e ironici provenienti dalle buche e ha iniziato ad occuparsi del problema riparando l’asfalto delle città e facendo diventare Twitter e il progetto Tweeting Pothole il vero asso nella manica degli automobilisti di Panama.

Vorreste anche voi una cosa del genere nelle vostre città? Pensate che possa essere una buona iniziativa?

Digital Scoreboard 2015: come cresce il digitale in Europa [REPORT]

Digital Scoreboard 2015 come cresce il digitale in Europa [REPORT]

Secondo la Digital Agenda Scoreboard 2015, il documento che analizza annualmente la situazione del digitale in Europa, molti degli obiettivi previsti per la digitalizzazione dell’Unione europea sono stati già raggiunti, mentre molti altri restano ancora mete piuttosto lontane.

Se sei nato negli anni Ottanta probabilmente da bambino immaginavi il 2015 come un futuro in cui tutti avremmo indossato assurde tute spaziali, avremmo già viaggiato su macchine volanti e utilizzato gli ologrammi per sostituirci sul posto di lavoro. Invece, tra i traguardi che i Paesi dell’UE non hanno ancora raggiunto c’è quello relativo alla diffusione dell’eCommerce come strumento di ampliamento del mercato potenziale. Una realtà che per le imprese è ancora distante anche a causa delle differenti normative nazionali.

Molte PMI ancora non vendono online e anche l’eShopping resta prevalentemente un’estensione dello shopping reale, dato che difficilmente si effettuano acquisti da altri Paesi dell’Unione.

Durante la Digital Assembly a Riga, il commissario europeo per l’economia e la società digitali Gunther Oettinger ha presentato i dati del report annuale analizzandoli sulla base di cinque dimensioni fondamentali: connettività, capitale umano, eCommerce, cloud e servizi online, e-Government e infine ricerca e sviluppo.

Secondo quanto emerge dalla Digital Agenda Scoreboard 2015, la strategia per il mercato unico digitale è stata adottata al momento giusto e può contribuire in modo significativo a risolvere le questioni in sospeso per il digitale in Europa.

Il primo passo del digitale in Europa: tutti connessi

Digital Scoreboard 2015 come cresce il digitale in Europa [REPORT]

Riusciresti ad immaginare di trascorrere un’intera giornata senza collegarti ad Internet per controllare la tua posta o per postare il tuo ultimo imperdibile selfie?

Forse allora ti serve sapere che negli ultimi due anni si sono registrati 20 milioni di abbonamenti in più a Internet a veloce (almeno 30Mbps), ma gli abbonamenti veloci restano comunque meno di un terzo del totale. Decisamente più rapida la diffusione del 4G, disponibile per il 79% delle famiglie, rispetto al 27% di due anni fa, fattore direttamente collegato all’enorme crescita del l’uso di dispositivi mobili.

La banda larga oggi è disponibile a tutti in Europa grazie alle tecnologie fisse, che coprono il 97% delle famiglie. Resta invece insufficiente la copertura Internet delle aree rurali.

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Il paragone con gli Stati Uniti è ancora impari, dato che il traffico Internet per utente (download e upload) è molto più elevato negli Stati Uniti che in Europa sia su rete fissa (75GB contro 39GB al mese) che su mobile (1,8 GB vs 0,8GB al mese sugli smartphone).

Nel 2014 l’82% degli europei si è connesso a Internet, il 75% dei cittadini UE lo usa regolarmente, mentre il 65% lo usa ogni giorno. Insomma, potrebbe sembrare assurdo, ma un 18% della popolazione europea non ha ancora mai usato Internet.

Cosa facciamo online?

Digital Scoreboard 2015 come cresce il digitale in Europa [REPORT]

Ben il 52% degli europei va online per leggere le ultime notizie e informarsi, mentre il 47% utilizza il web per accedere a servizi di e-Government.

Il 46% degli utenti va online per accedere ai propri profili sui social network, mentre il 38% scarica musica, film e giochi. Il 29% usa il web per chiamare o video chiamare.

Nonostante l’enorme diffusioni di dispositivi mobili, che ci permetterebbero di avere a disposizione i nostri dati sempre e ovunque, solo il 22% dei cittadini dell’Unione utilizza servizi di cloud per archiviare dati.

Cosa vogliono gli Europei

Digital Scoreboard 2015 come cresce il digitale in Europa [REPORT]

Tra i desideri principali degli Europei c’è quello di poter fruire musica e video direttamente online, da altri Paesi dell’UE quando sono a casa e dal proprio Paese quando si trovano all’estero.

Ma il web è anche un ottimo strumento per lo shopping e il 50% degli Europei fa acquisti online, mentre il 44% utilizza strumenti di banking online.

Solo uno su sette, però, compra da altri Paesi dell’UE. Il motivo? Principalmente la paura.
Paura che i nostri dati personali vengano usati in modo scorretto, o che i dati del nostro conto bancario vengano rubati, o ancora paura di non poter cambiare o restituire ciò che abbiamo acquistato.

Il problema delle vendite online in Europa

Digital Scoreboard 2015 come cresce il digitale in Europa [REPORT]

Foto: Melenita

Internet è un ottimo strumento per vendere, ma solo il 15% delle aziende europee vende online.
Nell’eCommerce le PMI sono ancora lontane dalle grandi compagnie: solo il 14,5% vende online, contro il 35% delle grandi imprese. E appena il 9% delle vendite proviene dall’eCommerce.

Solo il 7% delle PMI vende online ad altri Paesi dell’UE, soprattutto a causa di alcune barriere: costi di trasporto e spedizione troppo elevati, garanzie costose, tassazioni straniere troppo complicate, scarsa conoscenza di norme e regolamenti.

Uno dei problemi principali del digitale in Europa resta la scarsa uniformità delle normative: se le regole per l’eCommerce fossero le stesse in tutti i Paesi dell’Unione, il 57% delle imprese prenderebbe in considerazione l’idea di vendere online verso altri Paesi.

Gli Europei hanno ancora bisogno di skill digitali

Una società digitale è composta da cittadini con competenze digitali e ancora solo il 60% degli Europei possiede competenze digitali di base.

Ma una società digitale è basata anche su un’economia digitale e quindi composta da lavoratori digitali. Negli ultimi dieci anni i lavoratori dell’ICT sono cresciuti di più del 3% all’anno, in tutti i settori dell’economia, anche se i posti di lavoro destinati a professionisti con competenze specifiche sono ancora difficili da coprire e il 41% delle imprese riscontra problemi nel reclutamento di personale in grado di rispondere alle specifiche esigenze informatiche.

L’Europa ha bisogno di lavoratori digitali e il 32% dei lavoratori possiede solo competenze digitali scarse.

Il progresso dell’Unione è dato dal progresso dei singoli Paesi

digitale in europa

Secondo il DESI (Digital Economy and Society Index) Danimarca, Svezia, Olanda e Finlandia primeggiano nel rank digitale europeo, mentre l’Italia resta tra i Paesi con uno sviluppo più lento del digitale in Europa, insieme a Croazia, Grecia, Romania, Polonia, Cipro, Slovacchia, Repubblica Ceca, Ungheria e Bulgaria.

Le tecnologie digitali e Internet stanno già trasformando il nostro mondo. Ma le barriere esistenti rappresentano una perdita di beni e servizi per i cittadini, un limite per le imprese sul web e per le startup, un ostacolo per aziende e amministrazioni pubbliche, che non possono beneficiare pienamente degli strumenti digitali.

Abbattere i muri che regolano il mercato digitale in Europa, passando da 28 mercati nazionali ad uno solo, potrebbe contribuire alla nostra economia, secondo le previsioni dell’UE, per 415 miliardi di euro all’anno, creando circa 3,8 milioni di posti di lavoro.

Facebook: con "See First" metti gli amici in primo piano

Spesso Facebook è fonte di noia, diciamoci la verità. Ogni utente ha tanti amici che pubblicano contenuti interessanti, ma che purtroppo spesso si perdono in un mare di post pubblicati da conoscenti e dalle pagine seguite. Anche gli sviluppatori della piattaforma si sono accorti di questa problema e, per assicurarsi che la noia non porti nessuno ad abbandonare la nave, hanno iniziato a testare una nuova funzione. Si chiama “See first” (“Vedi per primo”) e si può attivare direttamente sul profilo dell’amico (o della Pagina) interessato per fare in modo che i suoi post siano sempre in cima al News Feed personale.

See First potrebbe essere il Sacro Graal per chi vuole assicurarsi che Facebook non escluda i suoi contenuti – come chi gestisce una Pagina. Ma oggi spostiamo il focus sugli utenti in quanto questo potrebbe permettere a tutti di decidere attivamente cosa vedere su Facebook. Attualmente Facebook offre solo due possibilità: seguire un utente/Pagina o smettere di seguirlo (si può anche scegliere di ricevere una notifica ogni volta che qualcuno pubblica qualcosa, ma non siamo qui a parlare di stalking 😉 ).

La conseguenza della seconda scelta è di far sparire completamente quell’utente dal proprio Feed. Ma quando si vogliono effettivamente vedere i contenuti di un amico? Ecco che entra in gioco See First, mostrando i suoi contenuti nel punto più importante di tutta la piattaforma: le prime posizioni del proprio News Feed.

Qualche anno fa Facebook ha provato a offrire la possibilità di scegliere i contenuti visualizzati attraverso un sistema di cursori che permettevano di scegliere quante foto o quanti post vedere. Troppo complicato. Successivamente è stata proposta la possibilità di decidere quanto vedere di ciascuno dei propri amici. Anche in questo caso gli utenti stavano ben alla larga da una confusione simile.

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L’ultimo aggiornamento risale all’anno scorso, con il menu delle preferenze su ciascun profilo, che permette di scegliere se seguire o meno un dato utente. Mancava però la possibilità di segnalare un profilo/Pagina come preferito per assicurarsi di vedere i suoi contenuti. È proprio a questa mancanza che Facebook vuole mettere una toppa. Cliccando sul tasto “Segui già” sul profilo di un utente a breve si potrà scegliere tra “Smetti di Seguire” o “Vedi per primo”.

Già da qualche tempo il social è in missione per affinare il proprio feed: nascondendo lo spam, mostrando con maggior frequenza le persone con cui interagiamo e analizzando per quanto tempo gli utenti osservano i post per determinarne l’importanza. Ma nonostante il potere dell’Edgerank – l’onniscente algoritmo di Facebook – la piattaforma non riesce a determinare alla perfezione quello che desideriamo vedere. Notizie, video, eventi, ma See First punta tutto sulla ragione per la quale gli utenti alla fine tornano su Facebook: gli amici.

Twitter: con lightning arriva un nuovo modo di vivere gli eventi

C’è un nuovo progetto a cui sta lavorando Twitter: si chiama Lightning e cambierà il nostro modo di vivere gli eventi. O almeno questo è l’obiettivo, secondo il team dedicato che sta lavorando alla nuova funzione.

Da Twitter, basterà premere un pulsante con l’icona per arrivare a una schermata dedicata agli eventi: breaking news, calamità naturali, spettacoli, sport, ma anche eventi culturali, in pratica tutto ciò di cui twitteranno gli utenti potrebbe diventare potenzialmente un evento. Aprendo un evento, si arriverà a una raccolta di tweets scelti e selezionati da un team di redattori disposti non necessariamente in ordine cronologico. Niente più feed automatici quindi, ma veri e propri pacchetti di messaggi, foto e video (e, ovviamente, straming da Periscope) riprodotti a schermo intero, in grado di immergere l’utente nell’esperienza al 100%.

Tra le dichiarazioni del social cinguettante, quella che non ci saranno tempi di caricamento e soprattutto che sarà possibile incorporare questi eventi attraverso il web e renderli visibili anche a chi non dispone di un account Twitter.

In sostanza, Twitter vira verso una nuova era del giornalismo, con la speranza di raccogliere nuovi utenti e potenziare l’interesse degli investitori e gli introiti ricavati dalla pubblicità, fino ad oggi piuttosto deludenti.

Non c’è ancora una data ufficiale di lancio del progetto, che si vocifera però disponibile entro la fine dell’anno. Noi ovviamenete non vediamo l’ora di provarlo: Twitter è il social real time per eccellenza, e il real time marketing sta diventando sempre più diffuso tra i brand di qualunque settore, siamo curiosi di vedere come sarà utilizzato nelle strategie di comunicazione anche questa nuova funzione!

Le star del web: il business degli influencer

Il business dell'Influencer Marketing

Un tempo erano semplicemente chiamati testimonial. Le facce che dall’inizio della storia della televisione popolavano gli schermi e catturavano l’attenzione di milioni di occhi per vendere ogni tipo di prodotto. Oggi si chiamano influencer.

La sostanza non cambia. Ciò che invece cambia sono i media che vengono utilizzati.

Da testimonial a influencer

influencer marketing

Chi si ricorda di Chef Tony? Il mitico cuoco che promuoveva i coltelli tagliatutto Miracle Blades?

La televisione ha fatto scuola: calciatori, star di Hollywood, soubrette e cantanti. Da sempre li vediamo promuovere ogni genere di prodotto in qualche modo legato alle loro professioni. Fatta eccezione per Kevin Costner.

Cosa è cambiato?

I social media sono entrati di diritto a far parte del gioco e i testimonial sono diventati influencer. Si tratta di vere e proprie web-star intercettate dalle aziende per promuovere i brand.

Non sono più personaggi famosi che diventano testimonial, sono persone normali che diventano influencer. Personaggi in grado di influenzare una cerchia più o meno ampia di persone e condizionarne scelte, gusti e impressioni.

I canali di queste moderne star del web sono i social media: Facebook, Instagram e Youtube, ma anche il caro vecchio blog.

Le aziende si sono accorte del potenziale di questi nuovi personaggi pubblici e pagano cifre impressionanti per coinvolgerli nelle loro campagne. Parliamo di somme che vanno dai cinque ai dieci mila euro per post sponsorizzato fino a centinaia di migliaia di euro per campagne più strutturate.

Cos’è l’influencer marketing?

influencer marketing

Chiara Ferragni - TheBlondeSalad

L’influencer marketing non è altro che il coinvolgimento di personaggi influenti del web in campagne promozionali. Le modalità possono essere differenti: invito ad eventi, post sponsorizzati con annessi product placement, paid shouts e così via.

Instagram in particolare è diventato l’ambiente ideale di questo nuovo micro-universo per una serie di motivi.

Ha un engagement sui post 60 volte più ampio rispetto a Facebook e 120 rispetto a Twitter. È un social in forte crescita, con 300 milioni di utenti attivi, 75 dei quali attivi ogni giorno. Infine, coinvolge una fascia di popolazione giovane e ricettiva e l’uso di immagini e video lo rendono di immediata fruizione.

Molti brand contattano utenti in vista, con un seguito importante, per sponsorizzare prodotti e servizi. Questo metodo di coinvolgimento ha più o meno la stessa logica dietro i Facebook ads. La differenza fondamentale sta nella presentazione dei prodotti, che risulta molto più coinvolgente e nativa.

Instagram non ha ancora aperto a tutti la possibilità di sponsorizzare i post. Ma anche se dovesse farlo, l’esperienza utente è comunque diversa. Ricorrere agli influencer risulta spesso un metodo più efficace, legato al referral più che al semplice content o native advertising.

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Chi sono gli influencer?

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Il settore che ha avviato il filone d’oro sui social network è sicuramente quello del fashion. Partendo dai famosi blogger come Chiara Ferragni e Mariano Di Vaio, è cresciuta una generazione smisurata di fashion blogger o instagramers.

Queste personalità influenti hanno creato un vero e proprio impero dietro al loro nome. E i cachet per coinvolgerli in campagne social sono ormai proibitivi per molti piccoli brand.

Ovviamente più ampio è il reach più sale il cachet.

Lo stesso avviene per gli Youtuber di successo: Il più conosciuto e pagato al mondo passa il tempo a giocare e recensire videogiochi. È svedese, si chiama PewDiePie ed ha oltre 30 milioni di persone iscritte al suo canale YouTube. Il suo guadagno? Circa sette milioni di dollari l’anno. In parte ricavati da Youtube ads e in parte da iniziative private con aziende.

Altro esempio è Smosh, una coppia di amici con la passione per i video che grazie ai lori sketch comici hanno un seguito di oltre 20 milioni di persone. Anche per loro vale lo stesso discorso: quando milioni di occhi guardano i tuoi video, i brand non vedono l’ora di farne parte.

Ma su Instagram account da circa 500 mila followers ricevono quotidianamente offerte da utenti, brand e nuove aziende per sponsorizzare un prodotto o una pagina.

Dietro ad Instagram si sta sviluppando un mercato immenso, in parte motivato dal fatto che la celebre piattaforma, acquistata da Facebook per un miliardo di dollari, non ha ancora iniziato a monetizzare. È però possibile scovare pagine Instagram in vendita per 400.000 dollari, segno che il potenziale non manca.

Cosa sta cambiando?

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Nuove piattaforme, nuova audience e nuove dinamiche. Queste sono tre variabili che oggi i marketers di tutto il mondo devono considerare.

In un mondo dove si inizia a comunicare su Snapchat, postare foto su Instagram e fare live video su Periscope, siamo ancora sicuri che i soliti metodi di social media marketing funzionino?

Come dicono i Millennials: “Facebook è roba vecchia”. Allora iniziamo a preoccuparci di cosa dirà la generazione Z.

MoleScope, quando lo smartphone parla al vostro dermatologo

Con l’arrivo dell’estate e le ripetute esposizioni al sole, aumenta il rischio di malattie alla pelle, tra le quali c’è la più terribile di tutte: il melanoma. Per questo è buona norma utilizzare una crema solare in grado di proteggerci dai pericolosi raggi UV. Detto questo, non siamo qui per dare consigli di bellezza ma per dimostrare come, da anni, la tecnologia sta facendo passi da gigante nel settore sanitario (tant’è che ormai si sente sempre più parlare di medicina 2.0).

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Un caso fresco fresco arriva dal lontano Canada, precisamente Vancouver, e si chiama MoleScope: un servizio che permette alle persone di monitorare la salute della loro pelle direttamente da casa. Come?

MoleScope, come funziona?

MoleScope funziona attraverso tre diversi elementi: un mini-microscopio che si attacca alla fotocamera dello smartphone, un’applicazione Dr. MoleScope ( attualmente disponibile solo per iOS ma a breve anche per Android ) ed una piattaforma di analisi cloud-based chiamata DermEngine.

Attraverso il mini-microscopio, dotato di lente a zoom ottico e illuminazione di precisione, basta posizionare la fotocamera sulla parte del corpo desiderata e fotografare. Le immagini ottenute, di alta definizione, possono essere condivise con i dermatologi di fiducia oppure con una rete di specialisti della pelle disponibili sulla piattaforma online, pronti ad offrire l’assistenza di cui si ha bisogno. Una volta ricevute queste immagini, i medici si attivano per analizzarle nei loro laboratori e fornire informazioni più dettagliate. Qualora ci fosse un accenno di un problema, lo scoprirai subito.

MoleScope, da chi nasce l’idea?

L’idea nasce da Mayriam Sadeghi che, diversi anni fa, durante il suo dottorato di ricerca in Scienze Informatiche ha progettato questo dispositivo. Oggi finalmente il progetto è diventato realtà, grazie alla sua presentazione ufficiale al Congresso Mondiale di Dermatologia a Vancouver.

Mi piace lavorare con la gente per aiutarla a gestire la loro salute” afferma Sadeghi. “Questo è esattamente quello che ho immaginato di fare come studente e ora la mia visione si è realizzata, attraverso il lancio di MoleScope e della mia azienda MetaOptima Technology”.

Molescope, tanti vantaggi in un unico dispositivo

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Oltre al fatto di prevenire e controllare l’insorgere del cancro alla pelle, numerosi sono i vantaggi che derivano da questo dispositivo. Sicuramente un notevole risparmio di tempo in caso di lunghe attese all’ospedale per prenotare visite mediche che, a volte, non possono aspettare tutto quel tempo. Con MoleScope chiunque può tenere sotto controllo la salute della pelle da casa o comunque può avere una risposta ad ogni dubbio o preoccupazione nel breve periodo. E non finisce qui!

Una grande aspirazione per Sadeghi, è quella di aiutare con MoleScope le comunità che non hanno facilmente accesso a specialisti della pelle. Grazie a questo dispositivo, infatti, sarà finalmente possibile mettere in contatto aree remote con i centri maggiori e all’avanguardia nel settore sanitario.

Attualmente sono disponibili due versioni di MoleScope: uno “basic” al prezzo di 149,00 dollari ed un altro più “professional” in quanto dotato di ulteriori funzioni al prezzo di 200,00 dollari.
È importante sottolineare come MoleScope non nasce come dispositivo terapeutico ma come strumento finalizzato alla produzione d’immagini e alla loro comunicazione presso i centri specializzati in materia. Saranno loro poi a consigliarci, qualora ci fosse bisogno, il modo migliore per agire.

eSports: lavoro o semplice passione? La parola a Lapo Raspanti aka Terenas [INTERVISTA]

Lapo Raspanti aka Terenas

Il gaming professionale è diventato un fenomeno virale tra gli amanti dei videogames. D’altro canto poter trasformare la propria passione in professione è una cosa a cui ambiscono in molti. In questo articolo cercheremo di capire cosa si cela dietro il mondo degli eSports (e se questi rappresentano un vero e proprio lavoro).

Piccola premessa necessaria: l’anno scorso circa 27 milioni di persone hanno visto il campionato mondiale di League of Legends sulla piattaforma streaming Twitch (ormai del colosso Amazon). Cifre da capogiro se pensiamo ai 18 milioni di spettatori sintonizzati sulle finali NBA. Sì, il fenomeno del gaming professionale interessa per lo più l’America. Uno dei beneficiari di questa crescita è il Team SoloMid, una multigaming che ha contribuito a far diventare la passione per un videogioco un vero e proprio sport. Tuttavia, anche in Italia gli Esports stanno prendendo piede.

Io, da buon nerd ed ex giocatore di League of Legends, ho avuto il piacere di fare due chiacchiere con Lapo Raspanti aka Terenas e, insieme a lui, ho cercato di capire perché gli eSports sono diventati così seguiti.

Buongiorno Lapo/Terenas e benvenuto. Perché gli eSports hanno raggiunto, in così poco tempo, un grosso bacino di utenza?

I videogiochi e gli eSports sono arrivati a questo punto perché i giochi che hanno creato il grosso degli eSports (CounterStrike e LoL), hanno un costo irrisorio per cominciare a giocare.
Tanti giocatori porta ad avere tanti spettatori nel caso ci siano spettacoli.
Altri giochi prima di questi due hanno spianato la strada (Starcraft), ma la complessità del gioco e il costo di entrata iniziale non permetteva a tanti di entrare in questo mondo, al contrario di Counterstrike (costo irrisorio) e League of Legends (Free to Play) che sono anche più semplici ed accessibili.

Il genere MOBA ha battuto la concorrenza. Secondo te, questo a cosa è dovuto?

Semplicemente, spesso alla gente piace vedere animali/persone venire alle mani. È così da tempi immemori, dall’antica Roma ad oggi. E non c’è niente di male in ciò, i videogiochi ci hanno permesso di portarlo a un livello che non fa del male a nessuno, è divertente da guardare ed estremamente competitivo.
In questo caso è anche più raffinato, vista la complessità dei campioni, dei loro kit e degli obiettivi di squadra.

Una generica mappa di un MOBA (fonte: Wikipedia)

Lavorare giocando potrebbe essere il sogno di molti. Ma si guadagna realmente?

Dipende da come si vuole guadagnare, se attraverso gli eSports, quindi essere un giocatore professionista che viene pagato per competere ad altissimo livello, oppure se come Youtuber/Intrattenitore.
Si può guadagnare moltissimo, dipendentemente dalla propria capacità.
Giocatori americani e koreani vengono pagati fino a mezzo milione di Euro all’anno per giocare in un team, considerata la loro bravura.
E questo esclude sponsor e quant’altro.

Cosa consiglieresti a chi volesse intraprendere la strada del gaming professionale?

È un mondo difficile: richiede un impegno costante, tantissimo tempo e anche un pizzico di capacità personale innata.
Certo, chiunque può arrivare a quei livelli se sa davvero migliorarsi, ha il cervello e lavora costantemente. Ma queste cose, le si ha un po’ nel sangue, come per ogni altro sport competitivo.

Per concludere, come pensi si evolverà il panorama degli eSports? Scomparirà nel giro di qualche anno, o continuerà ad aver seguito come i suoi cugini – gli sport tradizionali – ?

Sparire? Non penso che possa scomparire dalla mappa un business da diversi miliardi di dollari all’anno.
Crescerà anzi smisuratamente, al punto che ci sono MOLTE compagnie che vogliono provare a creare un sistema di scommesse come per gli sport tradizionali, e quelli porteranno ancora più soldi all’interno di questo mondo.
Speriamo soltanto che rimanga più “pulito” di altre realtà: penso alla FIFA, e al recente scandalo.

Con quest’ultima domanda, il nostro incontro con Lapo è concluso. Grazie per la chiacchierata e auguri di un good game nel Field of Justice. Tu, invece, sei attratto dal mondo del professional gaming o sei un casual player?

10 cose che abbiamo imparato al PrestaShop Day [EVENTO]

PrestaShop

La settimana scorsa siamo stati al PrestaShop Day, l’evento organizzato a Parigi da PrestaShop e dedicato al mondo eCommerce. In quest’occasione abbiamo avuto la possibilità di ascoltare interessanti case study da Airbnb, Pinterest, BazarChic, Twenga, OVH e importanti annunci da Bruno Lévêque, founder di PrestaShop.

LEGGI ANCHE: Bruno Lévêque su passato, presente e futuro di PrestaShop [INTERVISTA]

Ecco 10 cose che abbiamo imparato e che ci hanno colpito particolarmente

eCommerce

Ogni cliente è una persona unica

Ecco perché ogni esperienza di prodotto deve essere unica e personalizzata.

Ispira e ricompensa la tua community

Perché in questo modo sarà una community fedele e partecipativa.

La relazione con il cliente è un vero lavoro, una vocazione

Non sottovalutarla.

 

Puoi partite anche con poco, ma con molto impegno e sacrificio il tuo shop online può diventare un successo globale

Con determinazione, il team e i tool giusti anche il tuo piccolo e-shop può diventare un’azienda internazionale.

Non pensare subito al marketing

Investi sulla supply chain, sul mobile e sulla fotografia: è fondamentale!

Impara dagli altri

Non si tratta di copiare, ma di essere ispirati a fare solo il meglio.

Non avere paura del fallimento

Non tutto può andare per il verso giusto fin dall’inizio, sii preparato a fallire a ad imparare dai tuoi errori,

SEO rocks

Un bel portale eCommerce non serve a molto se non lavori al posizionamento!

eCommerce SEO

PrestaShop ha stanziato 1.000.000 $ per gli sviluppatori

Perché bisogna sempre accontentare le esigenze degli utilizzatori del prodotto e chi può farlo meglio dei developer che ogni giorno lavorano per rendere PrestaShop sempre migliore?

WeCommerce is better eCommerce

Il nuovo claim di PrestaShop che accompagna la nuova mascotte: Preston. Un pulcinella di mare molto legato alla comunità in cui vive, proprio come gli utilizzatori di PrestaShop.

WeCommerce is better eCommerce from PrestaShop on Vimeo.

Ecco qualche numero dell’evento

Prestashop Day