PrestaShop, il Meetup per scoprire le ultime novità ecommerce

PrestaShop, il Meetup

PrestaShop si prepara ad accogliere la community italiana di vendor per condividere le ultime novità di PrestaShop Cloud, Addons Program e Ambassador Program, il 20 aprile a Milano.

Dal 2007 Prestashop mette gratuitamente a disposizione della propria community una piattaforma di ecommerce, il cui codice sorgente, pubblico, è accessibile a tutti, in maniera da consentire a programmatori indipendenti di apportarvi modifiche in maniera totalmente open source.

Conosci Prestashop e comincia subito a vendere

Con una community di più di 800.000 sviluppatori, web designer, commercianti e agenzie in tutto il mondo, PrestaShop ha conquistato il People’s Choice CMS Award 2014 per la Migliore Soluzione di ecommerce per PMI. Con più di 230.000 negozi online, PrestaShop è un modo semplice per costruire il proprio ecommerce, con template sviluppati in modalità responsive per consentire la perfetta visualizzazione anche su dispositivi mobili come smartphone e tablet, cominciando subito a vendere.

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Entrare in contatto con i potenziali clienti sul web, offrendo un sito perfettamente adattabile ad ogni tipo di business, grazie agli oltre 2000 template disponibili, per i vendor significa allargare il proprio mercato, con la possibilità di costruire anche soluzioni altamente competitive, grazie alla consulenza di agenzie partner, selezionate attraverso un attento processo di certificazione.

PrestaShop, il Meetup

L’occasione giusta per i web designer e per tutta la community

Il Meetup di PrestaShop è l’occasione giusta anche per i web designer, per conoscere la piattaforma e il network di professionisti che ne fa parte e cominciare a creare template HD, mettendoli a disposizione di migliaia di utenti grazie a PrestaShop Addons.

Il 20 aprile sarà anche l’occasione per la community italiana per conoscere Bruno Lévêque, Founder & CEO della società con sede in Francia e negli Stati Uniti, finanziata da XAnge Private Equity, Seventure Partners e Serena Capital.

All’età di 8 anni Bruno ha scritto le sue prime righe di codice e, poco più che ventenne, nel 2007 ha fondato PrestaShop con in mente una mission chiara: offrire a tutti la possibilità di aprire un negozio online in maniera gratuita e in pochi minuti.

PrestaShop, il Meetup

Le ultime novità e il networking di Prestashop

Durante il MeetUp tutti gli utenti della community avranno la possibilità di scoprire le ultime novità e i nuovi moduli, dialogare con il team di sviluppo di PrestaShop, fare networking con gli altri membri della community: sviluppatori, web designers, agenzie, imprenditori e startupper.

Partecipare al Meetup di PrestaShop è semplice. Basta iscriversi a questo link, per fare networking e godersi gli interventi di Bruno Lévêque e Luca Mastroianni, Country Manager Italy, per concludere, sempre parlando di ecommerce, con l’aperitivo offerto da PrestaShop.

L’appuntamento è presso l’Art Hotel Navigli a Milano, dalle 18.30 alle 22.00.

Cosa aspetti? Corri a iscriverti al Meetup di PrestaShop!

Guardare Games of Thrones con Periscope. E l'abbonamento TV?

Come tutti oramai sanno, il 12 aprile è andata in onda la prima puntata della quinta stagione di GOT, Games of Thrones.

La première sul canale via cavo HBO, ha fatto segnalare numeri record: 8 milioni di spettatori, 1.16 milioni in più rispetto all’apertura della stagione precedente (che si traducono con il 21% in più di share).

Un numero enorme, considerato il leak dei primi 4 episodi, avvenuto poche ore prima della messa in onda dell’episodio The Wars to Come e diffusosi a macchia d’olio in rete (come riporta Torrentfreak.com più di 193.000 persone hanno condiviso una copia delle puntate piratate la sera stessa del furto e all’incirca 1.5 milioni di utenti hanno scaricato i 4 episodi nelle prime 24 ore).

Da record anche il picco di commenti, citazioni e hashtag relativi alla serie tv!

Come si può leggere su Adweek.com, la società di statistiche Synthesio ha spulciato tra i milioni di tweet inerenti allo show e ha incoronato il personaggio di Jon Snow come il più chiacchierato (con il 21,6%).

Ecco la top ten dei più commentati:

  1. Jon Snow (21.6%)
  2. Tyrion Lannister (18.2%)
  3. Daenerys Targaryen (16.3%)
  4. Cersei Lannister (15.1%)
  5. Jaime Lannister (10.1%)
  6. Brienne of Tarth (5.7%)
  7. Arya Stark (4.9%)
  8. Sensa Stark (4.2%)
  9. Jorah Mormont (2.8%)
  10. Theon Greyjoy (1.0%)

Altre statistiche riportate da Synthesio segnalano come gli Stati Uniti siano lo stato che ha twittato di più (con il 21,7%) – e questo è un dato ampiamente prevedibile anche da chi non fa ricerche di lavoro – , New York la città più attiva (con  l’1,5%) e che il 58% del pubblico di GOT sia di sesso maschile.

Ma gli 8 milioni di abbonati HBO non sono stati i soli a godersi l’apertura di stagione di questa serie dei record.

Secondo Mumbrella.com infatti, una dozzina di persone hanno realizzato una diretta live dell’episodio con Periscope, l’app del momento, nota per registrare e condividere eventi in tempo reale.

Di questo ottimo servizio di divulgazione – seppur in bassa qualità – si sono avvantaggiati soprattutto tutti coloro che non hanno un abbonamento HBO negli States e gli appassionati della saga fantasy dell’Australia, che non hanno un contratto con Foxtel.

Come ha reagito Twitter, proprietaria di Periscope, a questa iniziativa?

Con un cartellino giallo all’indirizzo degli indisciplinati: ha minacciato di sospendere gli account di chi ha indossato le vesti del Robin Hood dell’etere e ha fatto sapere che, alla prossima occasione, saranno espulsi.

E come ha reagito HBO nei confronti di Twitter? In nessun modo.

Come infatti Twitter ci ha tenuto subito a segnalare, “la compagnia rispetta la proprietà intellettuale e si aspetta che anche gli utenti lo facciano”.

Si legge poi, sulle pagine di Mashable.com, che Twitter ci tiene a precisare che tutti i contenuti pubblicati sull’app sono di sola responsabilità degli utenti, che Twitter non è responsabile di ciò che viene mostrato, né che è immaginabile un continuo e repentino controllo di tutto ciò che viene messo on line.

Insomma, chi ha davvero avuto un danno, HBO, non può prendersela con nessuno.

Si dirà che il “pur che se ne parli” sia comunque un’ottima pubblicità allo show e che il record d’ascolti avrà comunque addolcito la pillola a quelli di HBO.

Ma il punto non è questo e toccherà sedersi a tavolino e capire che direzione prendere con Periscope.

I confini tra ciò che è ammissibile e ciò che non lo è, sono già chiari, ma si riuscirà a farli rispettare?

Siamo a un concerto e, anziché fare un video per conservare un ricordo personale, decidiamo di fare un video e lo condividiamo con Periscope.

Dobbiamo aspettarci di essere bloccati da qualche steward nel mondo reale e poi espulsi da Periscope? E il cantante in quel momento sul palco, potrà rivalersi in qualche modo con noi, perché abbiamo diffuso gratuitamente parte di un evento a pagamento?

Se il rischio di essere puniti crescerà, Periscope sarà destinato a mostrarci solo scene di vita privata – spesso molto noiose – oppure scene rubate alla vita privata dei VIP, scivolando così a un livello pornografico, più vicino al mondo dei paparazzi.

Che fare, dunque?

Molto probabilmente, si continuerà a camminare sul sottile filo tra legale e illegale, in attesa che una gigantesca causa tra tycoon a livello mondiale, ridefiniscano le regole del gioco.

Sia chiaro che qui non si vuole né legalizzare l’illecito, né proibire la diffusione di un nuovo strumento tecnologico, ma solo capire come porci nei confronti di questo nuovo e importante strumento di condivisione.

Nokia e Alcatel-Lucent: dalla telefonia mobile al trono delle Tlc

Nokia ci riprova: dopo aver ceduto totalmente Windows Phone a Microsoft, l’azienda finlandese smentisce chi la credeva ormai fuori dal mercato del mobile con un accordo da 15,6 miliardi di euro ( 16,6 miliardi di dollari) con l’azienda francese Alcatel-Lucent, divenendo un unico colosso.

L’accordo prevede che la casa finlandese rilasci sul mercato nuove azioni riservate agli acquirenti Alcatel-Lucent affinché questi possano raggiungere la quota del 33,5 % di quella che sarà una nuova società, la Nokia Corporations. Il nuovo gruppo avrà sede in Finlandia e CEO e presidente quello attuale di Nokia, mentre il vicepresidente proverrà da Alcatel-Lucent.

Il CEO di Alcatel-Lucent Michel Combes, il CEO Nokia Rajeev Suri e il presidente Francese Francois Hollande

Il CEO di Alcatel-Lucent Michel Combes, il CEO Nokia Rajeev Suri e il presidente Francese Francois Hollande (fonte @Neurope)

Se pensate che Alcatel sia solo una casa produttrice di telefoni low cost, vi sbagliate di grosso! Pensate che persino il presidente Hollande si è mobilitato per incontrare i vertici di Nokia e valutare con loro i termini di una trattativa che è divenuta subito politica: infatti lo stato francese è azionista dell’azienda e non poteva restare in disparte nella questione.

L’acquisizione di Alcatel-Lucent per Nokia vuol dire in realtà che il colosso finlandese si è appena accaparrato il leader mondiale nella trasmissione ottica su fibra! E mica solo quello: con Alcatel-Lucent, Nokia acquisisce anche i famosi Laboratori Bell che, se non lo sapeste, sono i laboratori da cui sono uscite invenzioni come il laser, il transistor, il film sonoro e sono anche i laboratori che hanno “prodotto” ben 7 premi Nobel!

Sulle novità in merito a Nokia, si è espresso positivamente David J. Cord, autore del libro “The Decline and Fall of Nokia”:  secondo Cord, l’acquisisizione per Nokia “sarebbe un buon modo per restare nel settore ed essere meglio percepita”.

Nokia: da segheria a regina delle Telecomunicazioni

Ma andiamo indietro: lo sapevate che Nokia nasce come segheria nel 1865? Già, era una di quelle segherie che sfruttava il fiume Nokianvirta per lavorare. Da allora nell’ordine Nokia ha prodotto tutto: dagli stivali di gomma alla carta igienica ai televisori fino a trasformarsi nel più grande produttore di cellulari al mondo con un valore di mercato che, al suo apice , ha raggiunto 320 miliardi di dollari.

Si potrebbe quasi dire che Nokia sia il simbolo stesso della trasformazione della Finlandia che nei secoli è passata dall’essere un Paese con un’economia fortemente legata al territorio fino ad oggi in cui la tecnologia è ormai il fulcro di tutto.

Nokia è così importante per la cultura e l’identità finlandese, che per il Paese è stato difficile assisterne il declino, superata dai rivali americani (Apple), coreani (Samsung Electronics Co.) e persino dai nuovi arrivati come Huawei.

Ancora più duro è stato cedere il gruppo di punta della sua telefonia mobile a Microsoft Corp. sotto l’allora CEO Stephen Elop nel 2013 dopo un tentativo di ripresa che voleva rimetterla in gioco contro i più grandi del mercato.

Gli anni bui di Nokia hanno pesato fortemente sulla produzione economica della Finlandia, che rimane al di sotto del livello del 2008. Nel 2000, Nokia ha rappresentato circa il 4%del prodotto interno lordo della Finlandia. Nel 2013 era invece pari a solo lo 0,2%, secondo l’economista finlandese Jyrki Ali-Yrkko.

Ora Nokia ci riprova di nuovo, mettendosi nelle condizioni di divenire l’indiscussa regina delle telecomunicazioni a livello globale. Il CEO Rajeev Suri ora sembra destinato a guidare la vecchia signora di ben 15 anni verso la sua prossima reincarnazione.

Per i francesi, che sostengono la fusione dall’altro lato, l’accordo segna la fine di una società, Alcatel-Lucent, che aveva rappresentato l’abilità ingegneristica della nazione e la sua lunga storia di innovazione. La cessione da parte di Nokia, che è ancora oggetto di azionisti e che attende l’approvazione regolamentare, sarebbe l’ultimo capitolo nella storia del colosso industriale francese che conta nella sua storia molti traguardi.

Creato con la fusione del 2006 di Alcatel SA con sede e  Lucent Technologies, che avevano entrambi radici nel settore delle telecomunicazioni fin dal tardo 19 ° secolo, l’azienda ha accumulato miliardi di euro di perdite, indebolito dalla concorrenza asiatica, specie nel settore mobile.

Questa fusione porterà un’inversione radicale di tendenza, che oggi rispetto al passato vuol dire un cambiamento che può andare dalla bancarotta al successo in pochi secondi: vedremo come il mercato accoglierà la nuova Nokia Corporations.

 

Tre cose da sapere prima di scegliere un ERP

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L’innovazione dei processi di business chiede da decenni alle imprese di adottare politiche manageriali capaci di supportare il cambiamento tenendo in considerazione molte variabili come l’aumento dei costi, la standardizzazione dei processi produttivi, la razionalizzazione delle attività amministrative o la decentralizzazione degli ambienti lavorativi. Se negli anni Settanta il mercato diventava sempre più dinamico e complesso e solo qualche anno più tardi si faceva già strada un profondo senso di crisi della gestione organizzativa che si aggrappava ai miracoli di manager strapagati, è con il debutto della New Economy negli anni Novanta che si faceva strada anche l’idea di un pensiero snello, il Lean Thinking, che vede nell’innovazione un principio di svolta del pensiero manageriale. Ma l’innovazione non era destinata ad arrivare fuori dalla porta delle aziende.

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Ma mai come prima degli ultimi vent’anni infatti le imprese si erano dovute confrontare con un’evoluzione scientifico-tecnologica tanto importante come quella che stiamo vivendo con la nostra generazione, al punto da internizzare completamente tutte quelle conoscenze, quelle pratiche e quelle abilità specifiche che fino a ieri erano del manager esterno.
Più l’impresa costruisce una propria cultura, diventa consapevole di se stessa e delle risorse che può utilizzare per migliorare il proprio business, più ha probabilità di sopravvivere nel lungo periodo.
Solo per fare qualche esempio, non esiste più, al giorno d’oggi, un’impresa che non sappia organizzare da sola la gestione del proprio business utilizzando sofisticati programmi digitali, né che sappia scegliere da sola quali siano gli strumenti più adatti per essere competitiva nel settore, così come farsi protagonista di un’innovazione dal suo interno. Innovazione si sposa insomma con Autonomia, ed è all’interno di questo quadro che oggi iniziamo a parlare di nuovi sistemi gestionali per le imprese.

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Soprattutto negli ultimi anni le aziende hanno adottato strumenti informatici di gestione della produzione, di analisi della contabilità e del controllo di magazzino, che consente di semplificare la complessità nel suo insieme.
Allo stesso modo, chiunque oggi si candidi per una posizione in azienda avrà bisogno di conoscere almeno in linea di massima che cos’è un software gestionale, e se le aziende per le quali si intende lavorare sono piccole realtà tecnologiche e innovative, sarà ancora più importante contemplare l’idea di un gestionale cloud gratis o saper individuare, tra tutti, quali siano i sistemi ERP (cioè di Enterprise Resource Planning) utili per l’impresa.

Tre cose da sapere prima di scegliere un ERP

Come scegliere un erp

Alcune caratteristiche di un ERP possono sembrare comuni ad altri, in che modo possiamo orientarci verso una scelta consapevole prima di adottare un sistema gestionale?
Elatos, gestionale open source, multicanale e integrabile con Google Apps che si presenta come una piattaforma web ERP e CRM dedicata alle PMI che intendono gestire il fabbisogno logistico della propria struttura attraverso uno strumento semplice da utilizzare e personalizzabile in tutte le sue opzioni, suggerisce tre elementi di cui tener conto prima di scegliere un software gestionale.

1. Flessibilità

Molti gestionali impongono logiche organizzative predefinite, mentre un buon ERP come asseconda esigenze e desideri specifici dell’utente, consigliando ed offrendo una consulenza con l’obiettivo di migliorare i processi aziendali, ottimizzare i costi e motivare i collaboratori e la rete vendita. In questo senso, secondo Elatos non esiste la frase “non si può fare, non é previsto”.

Elatos si presenta come un software gestionale gratis da scaricare e offre in un unico sistema programmi di contabilità e di fatturazione, gestione immobiliare, negozio, hotel o magazzino, controllo di gestione, tutto fee e in cloud.
Sono seicento i moduli e i plugin che Elatos mette a disposizione delle imprese utenti, e riguarda clienti, fornitori, magazzino, fatturazione, pagamenti, incassi e dipendenti oltre agli strumenti di reportistica, calendari ed emailing e la possibilità di integrare questo sistema con tutti gli strumenti business di Google che già si utilizzano o si scelga di utilizzare.

2. Fiducia nel fornitore

Scegliere un gestionale ERP é molto complesso, soprattutto se si sono ricevute delusioni in precedenza: da un lato, c’è l’offerta italiana dei “low coast” basata sui cosiddetti “pacchettizzati”, ovvero software standard difficilmente personalizzabili in base alle proprie esigenze. Dall’altro lato, invece, ci sono altri famosi ERP internazionali, sebbene a costi molto elevati. Riuscire a fidarsi del proprio fornitore, perciò, diventa una questione che va oltre l’esigenza strettamente economica ed è importante valutare i servizi che ci offre a quei determinati costi.

Per fare un esempio, possiamo vedere le applicazioni di Elatos per l’ecommerce.

Elatos per l'eCommerce

Un particolare riguardo è dato infatti alle attività eCommerce in grande aumento proprio negli ultimi anni, che hanno bisogno più di tutte le altre imprese di gestionali capaci di tenere testa alla continua innovazione tecnologica che investe il commercio elettronico: per loro il gestionale è completo di funzionalità relative a distinta base, analisi cicli di lavoro, procedure di riordino merce a fornitori, supply chain e automazione rapporto con fornitori.

Meglio ancora è gestito l’eCommerce integrato al processo di vendita online-offline delle aziende commerciali, con strumenti specifici per la gestione dei punti vendita con controllo in real-time, lo scarico con barcode, vendite ingrosso e dettaglio, management dei gruppi di franchising e le soluzioni B2B e B2C grazie alle quali sia agenti che clienti possono inserire ordini online direttamente nel sistema.

3. Successo

Le soluzioni proposte da Elatos sono adatte sia per aziende manifatturiere, che per aziende commerciali, che per le attività di consulenza tecnico-commerciale in maniera completamente multicanale e personalizzabile.
Il successo di un ERP si misura quindi attraverso i canoni di utilizzo e i costi di implementazione: il 98% dei clienti di Elatos si ritiene soddisfatto del servizio dichiarando che alla sua adozione è legato anche un aumento del fatturato del 25%.

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Tirando le somme, un ERP di nuova generazione deve saper fare autocritica e tener testa sia alle esigenze personali degli utenti, sia alla continua evoluzione tecnologica che spinge le aziende ad innovarsi internamente e costantemente. L’intelligence imprenditoriale comprende infatti sempre più sistemi gestionali cloud all’interno di un ambiente che permetta di lavorare in modo più efficiente e chiede, perciò, risposte a costi proporzionati. È a queste condizioni che l’impresa può continuare a (r)innovarsi.

9 strumenti per Google Analytics che ogni marketer deve conoscere

La gente di solito usa le statistiche come un ubriaco i lampioni: più per sostegno che per illuminazione.                                                                                                                                     Mark Twain

Quando si tratta di comunicazione ci preoccupiamo di non trascurare alcun aspetto della nostra strategia: planning, contenuti, promozione. A volte, però, impegnati a concentrarci sulla fase operativa e creativa tralasciamo un’attività senza la quale tutte le altre vengono enormemente penalizzate: il monitoraggio.

Ogni buona strategia nasce da un’analisi puntigliosa, che ci permetta di determinare i nostri punti di forza e, quando necessario, aggiustare il tiro. Oggi ci concentriamo su 9 strumenti e attività che possono migliorare l’uso che facciamo di Google Analytics. Per ottimizzare le informazioni sulle performance del nostro sito è possibile integrare le metriche fornite da Google con altri strumenti disponibili sul web. Perché, ricordiamolo, per ottenere un buon risultato non possiamo fermarci a quantificare il numero degli utenti. Dobbiamo sapere chi sono, come sono giunti da noi e, soprattutto, come fruiscono i nostri contenuti. 

Quello di Google è il servizio di web analytics più usato al mondo. Sapere quali dati cercare e come leggerli ci renderà un po’ meno simili agli ubriachi che descriveva Mark Twain.

LEGGI ANCHE: Performance Marketing: i trend da cavalcare secondo Gianpaolo Lorusso [INTERVISTA]

#1 Aggiungere Google Analytics a WordPress

Se dovete gestire un sito supportato da WordPress, potrebbe tornarvi utile il plug-in Google Analytics by Yoast. Questo strumento permette di configurare caratteristiche avanzate rispetto ad altri plug-in: tracciare click in uscita, download e link che reindirizzano a siti esterni oppure ignorare il traffico derivante dagli amministratori o altri utenti specifici.

#2 Integrare diverse piattaforme di web analytics

Se siete il genere di persona che ha bisogno di tenere tutto sotto controllo, Segment è il tool che fa per voi. Segment combina le informazioni fornite da Google Analytics con quelle di altri strumenti online: i dati di più di 100 servizi di pubblicità, analisi e statistiche, marketing, vendite, sviluppo, supporto ai clienti e testing tutti integrati nella stessa piattaforma.

#3 Ordinare visivamente le informazioni di Google Analytics

Grazie a Cyfe possiamo analizzare le informazioni provenienti da siti diversi per cercare di individuare i trend in comune. Grazie a pannelli personalizzabili è possibile esaminare:

  • utenti, visualizzazioni, sessioni;
  • conversione, bounce rate, localizzazione degli utenti;
  • traffico dai motori di ricerca e dai social network;
  • dati real-time.

#4 Monitorare il traffico generato dall’email marketing

Può essere difficile quantificare il ritorno creato da una campagna di email marketing. Per questo conviene sfruttare delle funzionalità di MailChimp, GetResponse, Constant Contact e Vertical Response che permettono di tracciare il traffico generato dai link delle tue email.

#5 Esaminare la relazione tra engagement sui social e il sito

Se nella pianificazione e la gestione dei canali social usate Hootsuite, Buffer o Oktopost troverete un enorme vantaggio associandoli a Google Analytics. Questi strumenti vi forniranno importanti panoramiche delle interazioni tra le attività sui social network ed i traffico del vostro sito.

LEGGI ANCHE: Social Media Analytics: gli strumenti gratuiti per capire quanto si è efficaci

#6 Valutare l’impatto degli update di Google

Avete mai pensato che anche gli aggiornamenti di Google possono influenzare le vostre performance? Grazie a Google Penalty Checker di Fruition potrete analizzare a fondo questo tipo di interdipendenza.

#7 Analizzare le keyword

Authority Labs fornisce un servizio di monitoraggio del ranking sui motori di ricerca e delle parole chiave. Combinando questo sistema a Google Analytics è possibile determinare quali sono le keyword che indirizzano il maggior numero di visitatori al sito. Questi dati ci possono aiutare ad ottimizzare le landing page e i contenuti in base alle parole chiave individuate.

#8 Ottenere insight con lo split testing

Anche i tool di split testing come OptimizelyVisual Website Optimizer possono essere integrati con Google Analytics. In questo modo potremo stilare report esaustivi che descrivano come diverse campagne hanno rendimenti diversi a seconda del segmento di target che si va a colpire.

#9 Associare i dati di vendita e-commerce

Last, but not least, uno uso particolarmente interessante che si può fare di Google Analytics è proprio quello in relazione all’e-commerce. Piattaforme come Shopify, Magento e Bigcommerce si avvalgono di questo servizio per ottenere maggiori informazioni sui profitti, suoi prodotti che generano più traffico e le pagine che portano gli utenti all’acquisto.

Conclusioni

Quelli che abbiamo visto oggi sono solo alcuni degli strumenti che un marketer deve saper padroneggiare per essere in grado di svolgere un’analisi dettagliata. Ognuno di questi tool può essere utilizzato a diversi livelli, sia nella versione base dai meno esperti che in quella premium dai professionisti. L’importante, però, è usarli, conoscerli sempre meglio affinché ci forniscano l’illuminazione, come diceva Mark Twain.

Startup, è il momento di assumere un Project Manager

Un nuovo imprenditore che si appresta a creare un progetto di startup si trova spesso di fronte a grossi problemi. Primo tra questi è quello di riuscire a coordinare le molteplici sfaccettature di una nuova impresa, a partire dai tempi di produzione, passando all’implementazione delle campagne di marketing e la gestione di operazioni di back-end, il tutto con un budget limitato. Il solo imprenditore avrà difficoltà a gestire e coordinare tutti questi meccanismi.

Il project management è quindi una parte cruciale del business di oggi, anche se chiaramente assumere un project manager ha un costo non indifferente per un’azienda. La maggior parte delle aziende non possono permettersi di sborsare uno stipendio annuo medio-alto per un professionista esperto. Eppure, è importante riconoscere quando è il momento di passare la palla agli esperti.

In quale caso assumere un project manager può essere indispensabile nella riuscita di un progetto?

Rispettare le scadenze

Nonostante le migliori intenzioni, gli imprenditori si trovano spesso in difficoltà sul fronte scadenze. Spesso sembra che il tempo preventivato non basti a terminare gli obiettivi, di medio termine, preposti. Questo aspetto va certamente a danno della credibilità dell’azienda, che rischia di non ottemperare alle richieste di investitori e collaboratori eventuali, che giustamente si chiederanno se hanno fatto bene a investire su di voi.

 

 

Uno strumento software come InLoox consente di automatizzare il processo e di stare a passo con le scadenze. Il software consente infatti di gestire un progetto migliorandone sia la qualità che la velocità di interazione con clienti e investitori. Inoltre le funzioni di presentazione e le notifiche relative al progresso del lavoro facilitano la gestione del rischio, aiutandoci a risparmiare tempo nella pianificazione, nella programmazione e nella gestione di risorse e a completare i progetti con successo.

Squadre in disaccordo

Ci vogliono più persone per portare un prodotto sul mercato, non appena i team interni crescono, tendono a diramarsi in gruppi separati e il compito di gestirli si fa sempre più arduo.

In questo caso il project manager può avere un ruolo fondamentale. Tra i tanti e complementari ruoli, quello di leader è estremamente importante per far si che i gruppi si coordino al fine di assicurarsi che il progetto riesca.

Altro importante ruolo, in relazione ai vari gruppi presenti in azienda, è quello della gestione della crisi. Il leader avrà il compito di facilitare la comunicazione interna e risolvere le controversie tra i vari team. Il solo imprenditore avrà difficoltà a assicurarsi la coesione tra le unità, per questo motivo è necessario l’intervento di un project manager.

 

Perdita finanziaria

Certo è che il costo per un project manager professionista annuo pesa sul bilancio di un’azienda, ma pensiamo per un attimo a che cosa implica la sua assenza in azienda.

Senza il suo apporto è molto probabile che si ritardino ad esempio le scadenze, questo fa si che il nostro prodotto non sarà là fuori – sul mercato – nei tempi opportuni, dove i potenziali clienti possono acquistarlo e utilizzarlo, generando una perdita finanziaria di una certa valenza; per non parlare dei danni enormi alla reputazione.

Un project manager è dunque un investimento molto utile.

Tuttavia reclutare un project manager full-timer con esperienza può essere difficoltoso soprattutto se si tratta di una startup.

Si potrebbe in alternativa pensare di impiegare un project manager all’inizio della sua carriera, quando i salari sono notevolmente inferiori. E ancora le startup potrebbero anche prendere in considerazione l’outsourcing di gestione del progetto, attraverso un professionista off-site in grado di fornire linee temporali e di facilitare la comunicazione, senza dover pagare uno stipendio a tempo pieno con i benefici annessi.

Startup food sharing economy: le parole chiave per le idee italiane del 2015

Sarà per via dell‘EXPO dedicato al tema di “Nutrire il Pianeta”, sarà per il Seed&Chips, l’evento dedicato a cibo e tecnologia che si è di recente tenuto a Milano, o forse perchè per noi italiani il cibo è un chiodo fisso ? Sta di fatto che mai come ultimamente si parla di startup food sharing economy ed ovviamente le neo aziende nostrane la fanno da padrone.

LEGGI ANCHE: Vanno a ruba le startup food italiane

Seed&Chips Milano

Il Seeds&Chips si è tenuto a Milano dal 26 al 29 marzo 2015, definito come il primo salone internazionale dedicato all’innovazione digitale nella filiera agroalimentare ed enogastronomica. Ha dato voce ed un palcoscenico ad aziende e startup digitali che stanno innovando nel food attraverso le più svariate tecnologie.
Una area espositiva ed un palinsesto di conferenze per presentare, raccontare e discutere sui temi, sui modelli e sulle innovazioni che stanno cambiando il modo in cui il cibo è prodotto, trasformato, distribuito, consumato e raccontato.
I partecipanti all’evento hanno anche avuto l’occasione di visionare una mostra fotografica del National Geographic a cura di Marco Cattaneo.

Startup food sharing economy: il trend del momento

Cibo da sempre è sinonimo di condivisione, è nella cultura dell’uomo, ed oggi, nel 2015 utilizziamo il termine anglofono sharing economy per identificare il trend dell’economia basata sulla condivisione. Airbnb e Blablacar sono gli esempi più lampanti, il top of mind della sharing economy ci fa pensare al mondo dell’ospitalità e dei trasporti. E alla tavola chi ci pensa ? Ci pensano le startup food sharing economy.

Capostipite italiano del movimento è sicuramente Gian Luca Ranno, che avevo intervistato tra i 30 co-founder italiani, per chiedere anche a lui un consiglio per i giovani futuri imprenditori. La sua Gnammo unisce le parole chiave startup food sharing economy grazie alla cucina, in modo democratico, consentendo a tutti di diventare chef e guadagnare dalla propria passione. La massima espressione della condivisione, perchè è social, definita infatti social eating.

Abbiamo scoperto due nuove idee durante Seed&Chips, che abbracciano a pieno il senso di startup food sharing economy, appena nate ma determinate ad innovare, a favorire la condivisione del cibo, una a monte e una a valle. Si tratta infatti di bjull, per la sharing economy dei piccoli coltivatori e di MamaU, il takeaway di piatti pronti cucinati da cuochi amatoriali. Due idee 100% italiane che faranno sicuramente invidia a Rocket Internet, e alle sue HelloFresh e FoodPanda che per quanto siano già famose non hanno la passione che contraddistingue questi giovani innovatori del 2015.

bjull: più orti per tutti

Bjull è il primo marketplace che mette in contatto piccoli agricoltori con tutti coloro che desiderano portare in tavola qualcosa di unico e con una storia da raccontare. Segnalare la propria attività su bjull, registrando il proprio orto è semplice e gratuito, permettendo di accorciare la filiera mettendo in contatto diretto produttori e consumatori, non solo per acquistare la loro produzione ma soprattutto per condividerne la passione.

Attualmente in fase beta, il team di bjull ha già partecipato a diversi eventi oltre al Seed&Chips e tavoli EXPO, si appresta a partecipare il 9 maggio, ad una tavola rotonda per la provincia di Imperia in Liguria, città natale di Sally.  Bjull verrà proposta come risorsa per le campagne per far conoscere i prodotti locali e dare la possibilità a chi fa un weekend fuori porta di provare un prodotto veramente locale, oltre ad avere in programma un tour estivo. A fianco della biondissima Sally Semeria, che si occupa delle pubbliche relazioni, Francesco Grandazzi (art director per Hagakure) segue gli aspetti più tecnici e grafici del progetto.

MamaU: la cucina di casa dove vuoi tu

MamaU mette in contatto MamEater e MaMaker, facendo incontrare chi cerca pasti cucinati in casa e vuole ritrovare i sapori tradizionali e della cura casalinga anche nei pasti fuori casa, con chi invece ha la passione per la cucina e vorrebbe trasformala in un’attività remunerativa, condividendo la propria passione per i fornelli.

Basta cibi precotti del supermercato, tramezzini delle macchinette automatiche, che a sto punto meglio digiunare, ma solo pasti cucinati con amore e dedizione dai selezionatissimi MaMaker di MamaU.

Il tutto ovviamente tramite un’apposita piattaforma web che facilita il match tra chi vuole mangiare e chi vuole cucinare.

Quattro giovani imprenditori ambiziosi, Michela Franco, Carlotta Gottardelli, Raffaele Bisogno e Andrea Giovanni Mainini, con background completamente diversi, ma uniti dall’ambizione e dalla passione per l’innovazione.

Cosa hanno in comune queste due startup ?

Oltre ad essere due startup food sharing economy, queste due realtà hanno un’altra cosa in comune, i founders infatti hanno ricevuto consigli e formazione da Augusto Coppola, durante l’edizione milanese di Innlab2014.

Se da un lato Sally di bjull, dopo l’esperienza in Airbnb aveva già le idee chiare sul suo progetto, i founders di Mamau invece avevano chiara in testa la voglia di mettersi in gioco, si sono conosciuti durante il programma ed è nata Mamau.

Il modulo Business model e Business planning del corso online in startup management per imprese innovative della Ninja Academy sarà tenuto proprio da Augusto Coppola, direttore del programma di accelerazione di LUISSENLABS, è uno degli ideatori di InnovAction Lab, di cui è presidente.

Nike: ecco cosa pensano le donne che fanno sport [VIDEO]

nike donna

Pochi giorni fa Nike ha pubblicato su YouTube “Better For It – Inner Thoughts“, video istituzionale che lancia ufficialmente la campagna globale #betterforit. Una campagna tutta al femminile, in cui le donne sono protagoniste e destinatarie, e a cui Nike “dà voce” raccontando quelli che sono plausibilmente i timori e indugi di tutte noi nell’approcciarci ad un qualunque sport.

Nike con la campagna #betterforit sembra aver deciso di rivolgersi in maniera massiva e strutturata alle donne, mettendo in campo una comunicazione che non risponda solo ai bisogni estetici, più attenti all’universo del fashion, ma anche a valori più profondi e umani.

E tutto questo attraverso uno spot che pare abbandonare i toni eroici che hanno in gran parte contribuito a costruire la brand equity di Nike: in “Inner Thoughts” lo schema eroe-che-conquista-l’oggetto-magico si trasforma in qualcosa di più personale, vissuto, a tratti comico e assolutamente autoironico.

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L’approccio psicologico ma dai toni soft fa la differenza in questo spot: tutte le protagoniste, da chi prova lo yoga per la prima volta a chi si confronta con una mezza maratona, vengono raccontate attraverso i loro pensieri: e così la prima si trova a pensare che le sue compagne di corso, apparentemente così comprensive come vuole la filosofia dietro all’antica pratica orientale, siano in realtà persone di cui non fidarsi; mentre la runner pensa come giustificare il suo abbandono della gara agli altri ancor prima che a sé stessa.

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I commenti al video sono nella stragrande maggioranza dei casi positivi: a giudicare da questi, sembra proprio che Nike abbia colto nel segno con questa rappresentazione del modo in cui le donne vivono lo sport e il fitness. Non a caso a dirigere è Matthew Frost, videomaker che dei dialoghi (e spesso monologhi interiori) ironici e sarcastici ha fatto la sua firma (ricordate gli spot di Viva Vena con Lizzie Caplan, il corto Aspirational con Kirsten Dunst o il corto per Vogue con Kate Winslet?).

Cosa ne pensate di questo spot? Vi piace questo approccio di Nike verso il pubblico femminile?

Le 8 foto da NON usare mai sul tuo profilo LinkedIn

Quando si parla di foto del profilo su LinkedIn non si scherza. Se caricate un’immagine che non vi rappresenta o che non mostra il vostro volto, LinkedIn si riserva il diritto di cancellarla. Fate lo stesso errore per tre volte e strike, non avrete mai più la possibilità di impostarne una. Un errore – anzi, tre – che non gioverà alle vostre relazioni sulla piattaforma.

Il social network professionale da più di 300 milioni di iscritti è stato creato per essere usato in maniera – appunto – professionale. Vi aiuta a mettervi in contatto con colleghi del passato e del presente, con manager alla ricerca di un nuovo candidato, potenziali clienti e investitori, e altri contatti utili al vostro business. È per questo che il vostro profilo deve dare il benvenuto con uno scatto adeguato, che accolga un pubblico il più ampio possibile.

A questo fine oggi vi indicheremo gli 8 tipi di foto che non dovete usare su LinkedIn:

1 – Il selfie allo specchio

Questo dovrebbe valere per tutti i social, ma ancor di più su una piattaforma professionale. A nessuno interessa conoscere il pattern delle piastrelle del vostro bagno. Darete una cattiva impressione anche se siete nel vostro abito migliore. E anche fuori dal bagno e lontani dagli specchi, abbasso i selfie; sono scatti storti, troppo vicini e insomma… c’è un braccio che si protende verso l’obiettivo!

2 – 50 sfumature di Brannan

Evitate di ricoprire la vostra foto con un agglomerato di filtri. Penserete di migliorare la situazione, ma non farete altro che peggiorarla sul piano professionale. Scegliete uno scatto e lasciatelo pulito.

D’altronde non vorrete che la vostra candidatura passi in secondo piano per via di quella pelle gialla che vi mette la fiaschetta nel taschino della giacca.

3 – Sono così serio che odio la vita

Le foto segnaletiche lasciamole alle carceri americane. Non pubblicate una foto in cui sembrate la persona più seria o arrabbiata del mondo. Sul vostro profilo – come in ufficio – sfoggiate un sorriso amichevole, che inviti gli altri a relazionarsi con voi e che trasmetta fiducia ad un potenziale datore di lavoro.

4 – La sfocatura degna della quinta vodka

Non utilizzate una fotografia fuori fuoco per una rappresentazione professionale di voi stessi. Se proprio pensate che quello che avete scelto sia l’unico scatto degno del vostro profilo LinkedIn provate a salvarla con lo strumento Nitidezza di Photoshop; altrimenti, se si vedono troppi pixel o avete le sembianze di un Picasso, cercate di scattarne un’altra.

5 – Dalla testa ai piedi

Lasciamo la figura intera alle riprese cinematografiche. La vostra foto profilo deve rappresentare prima di tutto il vostro viso; non è importante dal punto di vista professionale se avete i bicipiti di The Rock. Il vostro busto è sufficiente.

E se proprio decidete di includere tutto il corpo, non usate uno scatto in cui state facendo qualcos’altro. Le foto di voi in spiaggia o dell’allenamento in cui cercavate di ottenere i bicipiti di cui sopra – mentre invece avevate le sembianze di Sheldon Cooper – usatele su Tinder.

6 – Non è un paese per gattini

Non importa quanto amiate gli animali, tenete i vostri cuccioli fuori dal vostro profilo LinkedIn. State cercando di vendere la vostra esperienza e, nonostante i gattini siano una potente arma di vendita, dovrete cercare di resistere alla tentazione e far sì che l’unica fonte di meraviglia siano le vostre capacità.

7 – Il taglio degno delle forbicine dell’Albero Azzurro

Prendete una foto, e tagliatela correttamente. Non tirate via una parte del vostro mento, un orecchio o – peggio ancora – una persona con cui eravate abbracciati. C’era qualcuno appoggiato appoggiato alla vostra faccia e ora c’è un lembo di pelle che arriva fino al bordo. Scegliete una foto in cui ci siete solo voi, mettete il vostro viso in centro, e non tagliate null’altro; nemmeno quel ciuffo alto 8 cm di cui vi sarete pentiti tra due anni.

8 – La sagoma di LinkedIn

Questo è per dirvi che dovete caricare una foto  profilo. Non lasciate la silhouette predefinita dal social, darete l’impressione di avere poca fiducia in voi stessi. Inoltre è provato: i profili senza immagini ricevono meno interazioni (ben 7 volte di meno).

Conclusioni

Gli ultimi consigli riguardano ciò che indossate e l’ambientazione. Scegliete una foto in cui non indossate abiti troppo informali, ma nemmeno troppo formali. Prendete in considerazione il settore nel quale cercate una posizione e indossate ciò che mettereste in una classica giornata di lavoro. Per quanto riguarda lo sfondo, scegliete qualcosa di neutrale. Come vi abbiamo indicato sopra, la spiaggia non è il contesto ideale per descrivervi professionalmente.

E voi, avete qualche consiglio per noi? Fatecelo sapere nei commenti!

10 consigli per diventare un Digital Marketing Manager esemplare

Innovatore nonché alchimista del digital marketing, capace di trasformare situazioni e occasioni in opportunità di crescita attraverso l’interazione e le conversazioni con gli utenti. Tanti fattori in gioco, tanti strumenti rumorosi e soprattutto, un grande pubblico.

Interpretare le sfumature dei nuovi paradigmi del web per interpretarne l’interazione, studiando strategie utili a combinare le azioni più utili per singolo canale.

Alla continua ricerca di risposte che possano costruire una giusta interazione tra il post di Facebook e la strategia di Twitter o Instagram. Quale deve essere la priorità delle e-mail marketing? Come può il contenuto aiutare a costruire l’ ottimizzazione dei motori di ricerca?

Le domande sono molte e complesse e per cercare le risposte più valide è necessario dare uno sguardo più da vicino, per capire le competenze necessarie a padroneggiare e comprendere la dimensione del marketing digitale.

La velocità delle innovazioni è la prima grande sfida e sicuramente fa’ da capofila Facebook che metaforicamente rappresenta un bersaglio in continuo movimento. Quanto budget occorre su Facebook? Le opzioni per le pubblicità di Facebook  sono in continuo movimento e solo studiando a fondo gli ecosistemi dei social network è possibile sopravvivere.

Il mobile marketing richiede un ripensamento rispetto all’ uso che gli attori del mercato fanno dei loro smartphone per interagire con i brand. Pubblicità mobile e tattiche di global engagement devono essere incluse nella strategia.

Come da buona abitudine, e perché abbiamo sempre tanto da raccontarvi; vi presentiamo un elenco con le 10 skills che un digital marketing manager non può permettersi di lasciare a casa.

Analisi 1. I dati

Il termine “Big Data” non è una definizione ma un metodo di analisi dei dati non solo quantitativo (perché noterete che non è difficile dedurre un numero elevato di dati) bensì anche qualitativo (ovvero di quello che si “fa” con i dati).

Questo è il lavoro dell’ analyst. Lo scienziato analitico che sta invadendo il marketing, con l’accesso a strumenti tecnologici e piattaforme. Un professionista dei numeri (l’analista di dati), che per la veloce evoluzione delle professioni specializzate è oggi una competenza rara e difficile da trovare. Ma questo è ciò che il nuovo paradigma di marketing richiede.

Un esempio della necessità e della potenza di una buona analisi dei dati proviene dalla compagnia aerea Qantas con il suo programma fedeltà:

  • 10 milioni di iscritti
  • 1,3 miliardi dollari di fatturato
  • 800 milioni di dollari ogni anno premi

Analizzando bene i dati, il valore di queste informazioni è in grado di aumentare la redditività in modo significativo ( circa $ 300 milioni all’anno)

2. Paid social media advertising

Si prevede che entro il 2016 saranno investiti 25 miliardi dollari in social advertising e che nel 2016, Facebook guadagnerà la maggior parte di quei “numerini” lì.
Ma nonostante il cinismo, la pubblicità su Facebook, se fatta bene, può essere molto efficace. Quindi, quali sono gli argomenti e le competenze necessarie per iniziare a far presa su Facebook?

Come utilizzare lo strumento di analisi di Facebook “Facebook Insights”
Utilizzare correttamente il “Power Editor”
Guarda ai tuoi contenuti sempre con gli occhi del pubblico
Lavora su un pubblico personalizzato
Sperimenta e testa immagini creative

Facebook è solo la punta di un iceberg

LEGGI ANCHE: Email Marketing: 5 errori da evitare

3. L’email marketing

Era cosa semplice in passato ma ora si tratta di lavorare su nicchie di mercato, analisi rimbalzo, tassi di apertura e conversioni. Il suo potere come strumento di marketing è spesso sottovalutato.

Un recente rapporto pubblicato dal New York Times, ha rivelato che, nonostante esso abbia più di 6 milioni di email nel loro database non hanno una piattaforma adeguata di email marketing. La mailing list veniva selezionata manualmente.
Potrete fidelizzare clienti e sostenitori grazie ai sistemi di e-mail marketing, migliorando prestazioni e risultati di vendita

4. Search engine marketing

L’equazione qui si divide in due parti;

    1. Ottimizzare i tuoi contenuti, il tuo sito web e i blog per la ricerca dei contenuti da te trattati
    2. Pay per click utilizzando AdWords di Google. Il Paid search engine marketing meglio noto come “SEM”. 

Costruire autorità guadagnando posizioni sui motori di ricerca richiede tempo e non è una soluzione rapida. Ma non è da trascurare e guiderà traffico nel corso del tempo. Ci vorranno anni di creazione di contenuti con tattiche costantemente ottimizzate.

5. Sviluppare abilità con strumenti tecnologici e piattaforme

Per avere una visione olistica e controllare quelle dinamiche che in una gestione manuale perderemmo; è necessario avvalersi di strumenti gratuiti a supporto del lavoro, segnate:
Social media marketing

  • HootSuite
  • Tweetdeck
  • Canva
  • Buffer
  • Facebook Insights
  • Twitter analytics
  • Statistiche di Google

Le piattaforme di email marketing

      • Posta Chimp
      • Aweber
      • iContact

6. Social Media Marketing

Il Social media marketing è tante parti in movimento tra loro.
E’ complesso ed è necessario comprendere i vari strumenti di marketing disponibili sui social media per sfruttare al meglio i vostri sforzi. Una serie di giuste strategie possono garantire il raggiungimento degli obiettivi, massimizzando gli sforzi

7. Content marketing

Il mantra è: “Content is King”
Il contenuto è la base di tutto. Hai bisogno di immagini, blog, infografiche e buoni testi. i benefici del Content marketing permettono una migliore SEO strategy, lead e vendite.

8. Il mobile marketing

L’esplosione del mobile e l’ascesa degli smartphone ha colto impreparati molti marketers. Sono molti i brand che non hanno un sito responsive e non hanno applicazioni che agevolano l’interazioni tra utenti e azienda.

9. Il marketing virale

Realizzare un contenuto virale, conoscendo le regole e le procedure adatte a raggiungere l’obiettivo è certamente desiderabile, ma non così facile da applicare. Alternare ad azioni strategicamente pianificate, contenuti video dalle ambizioni virali è consigliabile.

10. Visual marketing

La maggior parte dei marketers sanno che è possibile ottenere un maggiore coinvolgimento e condivisione se si utilizzano immagini. Secondo una serie di studi gli utenti si impegnano a valutare un contenuto fruito in immagini fino al 100% in più rispetto al solo testo.
Ma questo non è solo una tattica che funziona su Facebook; su Twitter l’uso di immagini è molto efficace, facendo un piccolo test sono emersi i seguenti risultati;

Impressioni: l’aumento percentuale è del 197%.
Engagement: un incredibile aumento del 581%
Tasso Engagement: aumento percentuale del “tasso di engagement” del 111%.

L’elenco è lungo e intenso, quindi per non smarrire la retta via del perfetto Digital Marketing Manager, salvate questo link tra i preferiti e la via della redenzione per il risultato è garantita.