Kickstarter, social network e David Hasselhoff. Come ti trasformo in successo un film bislacco

Dice: “Ma ‘sto internet, aiuta davvero a realizzare i progetti, o serve solo a perdere tempo?”

Internet – per non dire “l’internet” – quando lo si sa usare, può essere uno strumento validissimo, una risorsa in più che ci viene in soccorso per cercare di centrare gli obiettivi professionali che ci siamo prefissati.

Il caso che vi sottoponiamo oggi può essere preso ad esempio di cosa si può fare con tanta inventiva e una buona connessione internet.

David Sandberg è un giovane videomaker con un sogno: girare un film, in pieno stile anni ’80, con una trama a dir poco improbabile e dal titolo Kung Fury.

La trama principale è questa: Kung Fury – interpretato dallo stesso Sandberg – è un il “Kung Fu Renegade Cop” che decide di viaggiare indietro nel tempo per sconfiggere un temibile maestro di arti marziali: Adolf Hitler, il Kung Führer.

Se la spina dorsale del film non vi sembra già abbastanza assurda, ci aggiungiamo che:

  1. Kung Fury è un mix di Rambo e il Ryan Gosling di Drive;
  2. ad aiutarlo nel viaggio del tempo c’è una sorta di nerd “genio del computer” che, pur utilizzando tecnologia avanzata come Atari e Commodore 64, finisce col mandarlo troppo indietro nel tempo;
  3. per fortuna di Kung Fury, la giovane vichinga (con mitra!) che lo accoglie in mezzo alle montagne, è in buoni rapporti con Thor e insieme proveranno a sconfiggere le SS.

E poi esplosioni, Arcade Videogame che sparano all’impazzata e, ciliegina sulla torta, dinosauri sellati e domati.

Si tenga conto, infine, che tutto è volutamente ironico e ammiccante, realizzato con i risparmi di una (giovane) vita con l’aiuto di amici e in modo totalmente artigianale (tutto in interni, con il green screen per ricreare ogni ambiente).

Ora, se David fosse andato a bussare alle porte di centinaia di produttori cinematografici, proponendo sceneggiatura e prime scene girate, chiedendo finanziamenti per trasformare un corto in un film, gli avrebbero riso tutti in faccia.

E come dare torto ai produttori?

Invece il buon David ha lanciato una campagna su Kickstarter.com sottoponendo al pubblico la sua folle idea, e in pochi giorni è raccolto a 200.000 dollari, cifra che gli permetterà di pubblicare gratuitamente la versione da 30 minuti del suo film (anteprima il 28 maggio su YouTube, accessibile a tutti).

Un simile risultato è stato possibile solo facendo leva sulle passioni degli utenti della rete, altrimenti il progetto di David non si sarebbe mai concretizzato.

Tanti si sarebbero accontentati del risultato, ma Mr. Sandberg ha deciso di agire ancora d’istinto e ha lasciato che la campagna proseguisse, perché per girare un film vero e proprio sono necessari ben più di 200.000 dollari!

E così Kung Fury è riuscito a raccoglierne 630.019!

Come in ogni campagna crowdfunding, si poteva contribuire a partire da 1 dollaro (e, testuali parole, “bullarsi in giro dicendo che si è finanziata questa figata di film!”), versarne 40 e ricevere una fantastica Kung Fury t-shirt, donarne 100 e ricevere una VHS del film (e via con il vintage!); per essere a tutti gli effetti produttore del film invece, bisognava tirarne fuori 1.000 e, per concludere, per recitare l’importantissimo ruolo dell’ex partner di Fury ed essere accreditato sul materiale ufficiale del film, ne occorrevano 10.000.

Ma le sorprese non sono finite!

Come tenere vivo l’interesse sul progetto, in attesa della pubblicazione su YouTube a fine maggio, non perdendo di vista il goal finale da un milione di dollari?

Il primo trailer ha raggiunto, in un anno, più di 9 milioni di visualizzazioni, ma non si può contare solo su quello.

E allora David tira fuori un asso dalla manica, chiedendo a un mito assoluto degli anni ’80 di essere testimonial del film partecipando al videoclip di True Survivor (parte della colonna sonora del film).

Ed ecco che David Hasselhoff, Mister Supercar, il Mitch di Baywatch, nonché primo artista a suonare nella Germania riunificata – scusate la divagazione, ma questa notizia mi lascia sempre sbalordito -, presta i suoi ricci e la sua voce suadente per la promozione del film.

Attirati dal grido “We need some action!”, curiosi e appassionati del mitico Hasselhoff hanno visualizzato il videoclip, che in meno di una settimana è arrivato a 5 milioni e 305 mila play.

Come sempre, avere un padrino famoso aiuta ad attirare l’attenzione su progetti non altrettanto noti e a diffonderli meglio.

Non si creda però che la produzione del film viva sugli allori: in occasione dell’anteprima del primo trailer ufficiale di Star Wars, hanno prontamente realizzato e pubblicato su Facebook e Twitter un Mash-up delle immagini del nuovo film di J. J. Abrams con la musica di True Survivor.

E il video, pubblicato il 19 aprile alle 22.25, ha raccolto subito oltre 2000 like e  777 condivisioni.

Abbiamo forti dubbi sul fatto che Kung Fury possa essere qualcosa di più di un semplice divertissement, ma di certo sta sfruttando nel migliore dei modi le possibilità offerte dalla rete e dai social network.

Creatività + coraggio + presenza sui social + sponsorizzazione di VIP + capacità di essere sul pezzo e sapersi rinnovare.

Diceva: “Ma ‘sto internet, aiuta davvero a realizzare i progetti?”

Oh, sì che lo fa!

Google AdWords: come progettare campagne pubblicitarie che convertono?

Come generare lead e contatti utili attraverso la pubblicità online, magari facendo leva sui principali motori di ricerca e sui blog più letti dagli utenti in target? E’ questa una delle questioni che si pone chiunque voglia promuovere la propria attività in rete. La parola magica è AdWords, programma di sponsorizzazione del colosso di Mountain View che tra l’altro veicola la pubblicità in base al sito visitato e verso un determinato segmento di pubblico.

Ma come progettare e gestire campagne pubblicitarie digitali di successo? A proposito, il sito tipsandtricks-hq.com fornisce alcuni utili consigli per la creazione di campagne mirate.

Leggi anche: ADworld Experience: arriva l’edizione 2015 dell’evento dedicato al mondo AdWords

Budget e segmentazione

La prima domanda che ci si pone è sempre la stessa: quanto dobbiamo investire? La risposta è altrettanto ovvia: dipende da quanto vogliamo ricavarci. La somma di denaro investita nella campagna AdWords è il fattore chiave per le aspettative di guadagno. In linea generale, una campagna al di sotto dei 100 dollari al giorno rischia di rivelarsi una perdita di tempo,  non ottenendo click sufficienti da fornire dati significativi.

Le campagne attraverso Adwords offrono risultati migliori quando segmentate geograficamente; ognuna con un proprio budget dedicato. Se stiamo promuovendo rami diversi della nostra attività è il caso di differenziare le campagne annunci per ciascuno store. Soprattutto, è importante separare la campagna ricerca (search) dalla campagna display, poiché ogni tipologia di marketing assume comportamenti differenti.

Google premia i contenuti rilevanti e dunque una buona pratica risiede nella creazione di AdGroup con soggetti strettamente tematici, proprio come se volessimo organizzare il nostro negozio fisico.

Così, per esempio, una campagna potrebbe essere “Scarpe” e gli AdGroup sarebbero “scarpe da uomo”, “scarpe da donna”, “scarpe per bambini” e così via. Occorre quindi valutare il costo di ogni AdGroup per ciascuna campagna. All’interno di ogni AdGroup è meglio avere almeno tre ads: uno usando la parola chiave dinamica di inserzione, un’altra utilizzando una domanda e un’altra ancora che contenga almeno una parola chiave dalla nostra lista di keyword e con una call to action irresistibile, che non sia “Chiama ora” o “Clicca qui”. Queste sono infatti troppo ovvie e ormai abusate; a Google “non piacciono”, penalizzando gli advertiser che le usano.

Retargeting dinamico

Nell’estate 2014, AdWords ha lanciato l’aggiornamento riguardante il Dynamic Remarketing. Ha rilasciato alcuni strumenti per personalizzare gli annunci, che consentono agli advertisers di aggiungere contenuti dinamici ai propri testi. Possono riguardare l’inventario, il prezzo o un evento specifico. Può rivelarsi una funzione molto importante se abbiamo migliaia di prodotti che cambiano costantemente.

Per sfruttarla al meglio, occorre fornire a Google un data feed aggiornato con tutte le informazioni riguardanti i prodotti e settare le bid basandosi sulle informazioni contenute all’interno di quel documento. Con le ads di ricerca dinamica, Google prende le informazioni di cui ha bisogno dal nostro sito e ci fornisce un targeting di pubblico sulla base di quelle informazioni. Sarebbe meglio cominciare con un AdGroup con target “Tutte le pagine web” e settare basse le bid. Un passaggio importante per evitare che gli annunci dinamici della rete di ricerca sottraggano traffico dalle campagne già esistenti.

Se abbiamo prodotti da vendere, dobbiamo inoltre dotarci di Campagne Shopping, meglio note come Product Listing Ads (PLA). Questi annunci possono rendere maggiormente performanti le ads di ricerca di testo poiché mostrano l’immagine del prodotto che un acquirente sta cercando, nel momento in cui è già pronto a comprarlo. Semplicemente, includiamo nel data feed un’immagine di alta qualità, così che il cliente sappia già cosa stia acquistando.

Parole chiave

Man mano che sviluppiamo le nostre parole chiave e le colleghiamo ai nostri AdGroup, ci rendiamo conto di quali termini generano click e convertono i visitatori in acquirenti. Attraverso i report delle keyword possiamo identificare le parole maggiormente performanti ed i termini correlati. Allo stesso modo, cancelliamo le keyword sotto performanti. Possiamo determinare quali parole chiave apportano traffico e quali invece sono irrilevanti e devono essere aggiunte alla lista delle keyword negative. Da quando Google ha eliminato i match type nel 2014, non c’è più bisogno di creare liste esaustive di plurali ed errori di ortografia.

Offerte vs annunci

Nella quantificazione del budget di spesa vanno considerati gli annunci e le offerte per le parole chiave.

Naturalmente vogliamo che gli annunci siano mostrati tra le prime tre posizioni disponibili. Le ads mostrate nel quarto spot o più in basso, sono un indice rivelatore: devono essere modificate o l’asta deve essere incrementata. È facilmente intuibile dando un’occhiata alla colonna delle bid suggerite nella prima pagina. Se i nostri annunci o keyword sono sotto performanti a causa del budget ristretto, Google lo mostrerà nella colonna di stato.

Possiamo gestire le offerte degli annunci così come con le keyword, ed è inoltre possibile modificare le bid per località e dispositivo. Possiamo aumentare le bid di una certa cifra e Google userà quell’offerta per l’asta: una pratica utile a vincere posizionamenti per la ricerca sui dispositivi mobili o per utenti vicino allo store per condurli all’acquisto. Allo stesso modo possiamo decrementare le bid, operazione utile man mano che la gente si avvicina al nostro store, cosi che gli annunci siano mostrati soltanto ad un pubblico rilevante, ad un certo raggio dalla nostra location.

Check finale

Il marketing è un test continuo. È meglio dare ad una campagna almeno tre mesi prima di definirla un fallimento. Non esiste una formula magica per una campagna di successo, il consiglio è quello di  crearne una con almeno tre AdGroup, tre annunci per ogni gruppo e sette-otto keyword per AdGroup. Consentirà di gestire la campagna e testare le componenti separate, per poter “correggere il tiro” in seguito.

Video Marketing: la strategia vincente all'epoca dei Social Media

Il 2015 è stato dichiarato l’anno del Video Marketing. Le strategie per il successo di un business sembrano ormai passare dalla creazione di video virali che possano aiutare le aziende a presentarsi ed a fare breccia nel cuore degli utenti. In pochi minuti, con un costo irrisorio, è possibile creare una campagna di video advertising e condividerla su larga scala grazie all’integrazione con le piattaforme Social.

I marketer possono indirizzare una video strategy verso il mercato che desiderano sfruttando le enormi potenzialità dei Social Network. Un esempio è fornito oggi dalla possibilità di “embeddare” un video da Facebook nel post del proprio blog, proprio come avviene su Youtube.

LEGGI ANCHE: Video Native Advertising? Come i brand lo usano per Facebook e Twitter

Che le immagini video siano diventate il motore di un cambiamento epocale ce lo ricorda anche Periscope, l’applicazione che consente di fare live streaming da smartphone. Impegnarsi nella produzione di video interessanti e coinvolgenti diventa una parte fondamentale della strategia di un’azienda.

Conoscere e studiare i vantaggi che una video strategy può apportare al vostro business deve essere il primo passo da compiere.
Il cervello umano elabora le immagini con una velocità esponenzialmente maggiore rispetto all’elaborazione di un testo. Per di più, statisticamente le immagini percepite nei video possiedono maggiori chance di rimanere impresse nelle mente.

Ma quali sono i principali vantaggi del Video Marketing?

 

Condivisione e Viralità

I sostenitori dell’importanza del video marketing sono convinti che abbia un peso considerevole in merito a Brand Awareness, Lead Generation ed Online Engagement. Secondo quanto spiegato da Fabio Piccigallo su Facebook si visualizzano 3 miliardi di video ogni giorno. E’ per questo che il Social di Mark Zuckerberg ha iniziato da tempo a rendere i video un asset importante della propria piattaforma di distribuzione dei contenuti.

LEGGI ANCHE: Tutto quello che c’è da sapere sul SEO dei video

I video possono essere caratterizzati da differenti tipologie di contenuto:  nuovi prodotti, notizie sulla storia del brand, informazioni in versione FAQ, proposte commerciali e promozioni innovative. In ogni caso, ciò che maggiormente deve guidare le azioni di progettazione e studio di ogni marketer è pensare a quanto questo video possa essere condiviso e possa diventare virale.

 

La curiosità va stimolata entro i primi 5 secondi pena lo stop del video o il click sul famigerato link “salta annuncio” (se siamo su Youtube). È indispensabile quindi piacere allo spettatore sin da subito, facendogli venire voglia di scoprire cosa accadrà nel minuto successivo, attraverso una situazione o un particolare che lo catturi senza appello.

(Fonte: Daniele Buscioni su Html.it)

 

Interattività e Sperimentazione

Tutti hanno uno smartphone. Tutti possono girare un video breve e pubblicarlo in pochi minuti sui principali Social Network. Mentre un tempo la progettazione di uno spot pubblicitario richiedeva enormi investimenti tra produzione, editing e distribuzione dei contenuti, oggi le piattaforme Sociali hanno reso le nuove tecnologie accessibili a tutti.

Le idee creative possono essere testate e sperimentate con una maggiore visibilità: video di pochi secondi possono essere subito coinvolgenti ed investire un’ampia fetta di clienti. Inoltre, la facilità con la quale è possibile condividere i contenuti video su Facebook, Twitter o sugli altri Profili Social dà l’opportunità alle aziende di interagire direttamente ed in tempo reale con i clienti ottenendo subito dei feedback più o meno positivi.

LEGGI ANCHE: Video Marketing: com’è cambiato dagli anni ’40 ad oggi [INFOGRAFICA]

 

Misurazione degli impatti e costi contenuti

Pianificare una campagna di video marketing  significa ottenere molto di più che semplici visualizzazioni, ma la costruzione di un rapporto duraturo tra marca e cliente. Gli spettatori diventando attivi possono realmente fare la differenza e guidare traffico verso il sito dell’azienda potenziando l’effetto delle campagne pubblicitarie.

Come? Cogliendo le opportunità, progettando una strategia mirata che tenga conto di ogni dettaglio, dall’ottimizzazione SEO al design grafico, dalla stesura di uno script avvincente al montaggio delle immagini. I video nel mondo del Social Media Marketing hanno acquisito un ruolo sempre più importante. A tal proposito, vi invitiamo a dare un’occhiata alle osservazioni tecniche di Paolo Zanzottera, CEO di Shinystat, piattaforma di analisi dell’audience digitale.

 

LEGGI ANCHE: 10+ suggerimenti per realizzare un video virale

 

Startup di successo: 7 grandi aziende nate in un garage

A pensarci bene molte delle più grandi intuizioni sono nate in un garage. Negli anni Settanta in diversi garage degli Stati Uniti fa la sua apparizione musicale il Garage Rock/Punk, che deve il suo nome proprio al fatto che i gruppi utilizzavano il garage come sala prove. Un luogo per certi versi “magico”, divenuto negli anni il simbolo della moderna imprenditoria, donandoci le più famose e brillanti aziende del mondo.

L’elenco che vi propongo può essere certamente d’esempio per tutte le startup che stanno cercando stimoli utili al proseguimento dei loro progetti. Quindi se pensate di avere grandi idee, ripetetevi in mente queste parole: “se ce l’hanno fatta loro, possiamo farcela anche noi”.

Ecco 7 grandi aziende nate in un garage e diventate colossi del business.

Amazon.com, dal garage alla quotazione in borsa

All’interno del suo garage a Bellevue – Washington, Jeff Bazos fonda nel 1994 Amazon.com. La piattaforma era stata pensata come semplice libreria online; la prima vendita avviene nel 1995 e due anni dopo la società viene quotata in borsa. Oggi, com’è noto, è il più grande rivenditore online del mondo.

La filosofia di Apple, quella delle aziende nate in un garage

Steve Jobs è riuscito a creare un vero e proprio mito attorno al luogo che ha dato vita alla Apple Computer. Tra le aziende nate in un garage, quello a Cupertino – California, non è stato soltanto il luogo di nascita dell’azienda, ma anche e soprattutto, una filosofia aziendale: dal nulla possono nascere grandi idee. Per dovere di cronaca, la Apple Computer nasce nel 1976 dalla mente di Steve Jobs e Steve Wozniak e oggi è tra le società tecnologiche più ricche del mondo.

Disney e l’animazione nata nel garage di zio Robert

È il 1926 quando Walt Disney e il fratello Roy decidono di dedicarsi al mondo dell’animazione. Nascono così, nel garage di zio Robert, i Disney Brothers Studio in California. Nel 1926 i Disney Brothers Studio cambiano nome in Walt Disney Studio, per poi diventare Walt Disney Productions nel 1928. Oggi è l’industria dei sogni più famosa del mondo.

LEGGI ANCHE: Startup, è il momento di assumere un Project Manager

Il business mondiale nato in un garage di Google

Larry Page e Sergey Brin, allora studenti dell’Università di Stanford, fondano l’azienda il 4 settembre 1998, all’interno del garage di Susan Wojcicki, convinti che le pagine citate con un maggior numero di link siano le più importanti e meritevoli. Decidono di approfondire la teoria durante i loro studi e pongono le basi per il motore di ricerca più utilizzato in Occidente. Oggi a distanza di molti anni, il Google si è trasformato in un vero colosso del business mondiale.

Harley Davidson, da bicicletta a mito del motociclismo

Nel 1901 William S. Harley studia progetti per creare un piccolo motore per alimentare una bicicletta. Nel corso dei successivi due anni Harley ed il suo amico d’infanzia, Arthur Davidson, costruiscono un prototipo di bicicletta motorizzata dentro un garage di assi di legno, nel Wisconsin. Solo nel 1903 fondano ufficialmente la Harley-Davidson, il più grande marchio motociclistico del mondo.

Aziende nate in un garage e Silicon Valley: Hewlett-Packard

Nel 1939, Bill Hewlett e Dave Packard, due ingegneri elettronici, fondano l’HP nel garage di Dave Packard. Il loro primo prodotto un oscillatore audio ed uno dei primi clienti proprio Walt Disney. Il Garage di HP a Palo Alto è conosciuto come il luogo di nascita della Silicon Valley e HP è oggi una delle più grandi aziende del mondo.

Mattel e la casa delle bambole

È il 1945 quando in un garage nel sud della California, Elliot Handler e Harold “Matt” Matson fondano la Mattel. Inizialmente una delle più grandi aziende nate in un garage produce cornici per fotografie e, solo marginalmente, accessori per case di bambole. Quest’ultima attività diviene sempre più redditizia della prima, finché la produzione di giocattoli è riconosciuta come core business della società. Diversi anni dopo in seguito ad una visita in Europa, Ruth Handler progetta la bambola Barbie. Oggi Mattel è la più grande azienda di giocattoli del mondo.

Cosa è e come funziona il Real-Time Bidding

Il Real-Time Bidding è una delle attività in ascesa nel mondo del digital advertising, eppure se ne parla ancora poco. Siccome stiamo parlando di uno strumento importante per i marketer, proviamo a capirne di più grazie alla guida for dummies proposta da The Marketer.

Cosa è e come funziona il Real-Time Bidding?

In sostanza, il RTB è una vendita all’asta di spazi pubblicitari online. Tramite un software sofisticato, il DSP (demand-side platform), in grado di connettersi a migliaia di siti web, l’advertiser sceglie target, budget e crea la sua campagna sul web. Il publisher vende le impression e mette a disposizione il suo spazio pubblicitario. A questo punto l’advertiser fa la sua puntata usando l’Ad exchange, un software che valuta le offerte degli advertiser e decreta i “vincitori”.

The Ad exchange fornisce un profilo anonimo della audience, oltre a informazioni sulla categoria dei siti web. Assicura Helen Miall, marketing manager di Turn Inc:

“Il DSP usa algoritmi predittivi complessi per decidere quali annunci potrebbero dare un maggior ROI per ogni campagna.”

Il RTB dà una serie di vantaggi agli advertiser:

  • Permette di comprare impression basate sulle preferenze del target;
  • Dà la possibilità di individuare con più chiarezza rispetto ad altri metodi chi vedrà l’advertisement;
  • Consente di intervenire e correggere la campagna mentre è in corso, senza attendere report finali per cambiare qualcosa;
  • Aiuta a trovare nuovi clienti e inviare messaggi ai “vecchi” clienti con proposte di cross-sell e up-sell.

Dice ancora la Miall:

“Per gli advertiser, conoscere i profili di chi vedrà gli annunci significa poter prendere una decisione consapevole: puntare su una certa impression oppure destinare il budget a spazi e profili più adatti al proprio business.” 

Real-Time Bidding, una risorsa per piccole e grandi imprese

Sempre secondo la Miall, il RTB è utile sia alle grandi che alle piccole imprese:

“I brand possono decidere il budget da stanziare e le strategie, accedere a report immediati sulle performance e, se necessario, adeguare tattiche e scelta dei canali”.

Come precisa Andy Cocker, co-founder di Infectious Media:

“il software è molto sofisticato e usa algoritmi che elaborano la massima quantità di dati possibile in tempo reale. Senza operare su larga scala non si dà ai sistemi la possibilità di ottimizzare le funzioni.”

Sembra tutto perfetto: ma c’è qualche trappola nascosta?

Sebbene il RTB sia uno strumento affidabile e redditizio, molti brand sono preoccupati dalla possibilità che i propri annunci non abbiano abbastanza visibilità. Secondo Miall e Cocker, è importante affidarsi a partner affidabili e armonizzare il RTB con la strategia complessiva di digital marketing.

Abbiamo visto in breve cosa è il Real-Time Bidding e perché può essere utile ai marketer. Ora attendiamo i vostri commenti: cosa ne pensate? Credete sia una strategia efficace?

La selfie-mania diventa una GIF animata con l'app Kong

Che cosa è Kong e da dove nasce? Kong è una nuova app e nasce dalla già ormai nota app di social networking Path che decide di creare e sperimentare nuove idee su un vasto range di prodotti. Il lancio dell’app Kong ne è infatti la prima premessa. Ma facciamo un piccolo salto indietro, precisamente al 2010 quando Path era stato lanciato come il social network alternativo a Facebook. Era un social network che limitava il numero contatti ed era il primo disponibile per mobile.

LEGGI ANCHE: Cambia il modo di comunicare con il tuo team con l’app Slack

Fu Dave Morin, ex impiegato Apple e Facebook, a fondare Path. Adesso Path ha pensato di utilizzare i selfie per lanciare la sua nuova app, che permetterà di trasformare quei semplici scatti in GIF. L’app, lanciata lo scorso 14 aprile per iOS, Android e anche in versione Apple watch, è stata ideata per creare un nuovo tipo di interazione sociale, condividendo brevi GIF dei selfie degli utenti in loop.

Come funziona Kong

Detta così sembrerebbe solo un’app che come tante altre enfatizza l’utilizzo degli – adesso amatissimi – selfie, ma è molto di più, è infatti una piattaforma di messaggistica di gruppo, una macchina di meme, e soprattutto rappresenta un nuovo modo di intendere la costruzione e l’interazione con i social feed.

La meccanica è molto semplice: una volta eseguito il login, gli utenti non devono far altro che schiacciare un pulsante in basso sullo schermo per registrare una breve clip, un selfie animato appunto. Tante altre funzioni per completare l’operazione possono essere considerate l’aggiunta di testo o emoji per esempio, l’aggiunta di filtri e la condivisione di tutto questo all’interno di vari canali creati dalla community, tutto ciò prima di cliccare sul bottone di registrazione della vostra GIF però.

Una volta catturata, l’immagine verrà condivisa con gli altri membri di Kong, ma potrà anche essere salvata come una GIF o come un video, da inviare anche come un SMS o una email, o caricare su uno dei social network Facebook, Twitter, Instagram.

L’importanza della community

Oltre ad essere l’app di creazione delle GIF, Kong spera di diventare una sorta di community virale. La community è importante per rendere l’app divertente e per far sì che la navigazione sul nuovo social network non sia una sorta di vagabondaggio alla ricerca di uno straccio di follower.

Infatti l’app, una volta registrati, consiglierà agli utenti altri utenti da seguire in base ad una lista filtrata di contatti, includendo amici che utilizzano già l’app, e persino persone che potreste conoscere ma che non si trovano tra i vostri contatti, un concetto molto in uso all’interno delle community virali. Le immagini create verranno visualizzate all’interno di una home feed, e potranno essere condivise in diversi canali di contenuti.

I canali possono variare dai più stravaganti ai più ordinari e possono addirittura essere creati per essere raggruppati in specifiche aree e tematiche di conversazione.

Una delle chiavi di differenziazione di Kong è quella per cui si può avere solo un’immagine attiva in ogni dato canale, tutto questo per evitare il fastidio presente negli altri social network, in cui spesso si vengono a creare situazioni di sovra-condivisione dei contenuti di un singolo utente, e soprattutto in caso di selfie, il team di Path ha ben pensato che nessuno vorrebbe vedersi invadere la propria home feed con immagini di un solo contatto.

Design, cosa c’è dietro?

Kong rispetto a Path si presenta molto più luminoso e appariscente, ricco di colori diversi. A detta del co-fondatore dell’app Dustin Mireau, Kong è stato studiato per far sì che ogni utente possa visualizzare una diversa palette di colori durante l’utilizzo dell’app. Per capire meglio il funzionamento e l’aspetto dell’app, potrebbe essere utile analizzare in primis Path.

Il lancio di Kong arriva esattamente quando Path sta attraversando lo stadio del rinnovamento, reinventandosi. Il co-fondatore e CEO Dave Morin annuncia per primo i piani di introduzione di nuovi prodotti, con il lancio della sua Path Talk app. Kong infatti non è la prima nuova app a cui stanno lavorando e neppure l’ultima, ma è sicuramente il primo nuovo e reale concetto, che ha entusiasmato il team tanto da essere sviluppato completamente e da essere lanciato anche in stadio di prototipo.

L’idea della nuova app viene al team nel momento in cui si cerca di trovare un nuovo modo di incitare l’interazione tra gli utenti e l’azione di scattarsi selfie. Dave Morin racconta che appena la scorsa estate, durante un brainstorming di idee con il team di lavoro, era venuta fuori l’interessante idea della creazione di un’app interamente dedicata alle facce degli utenti.

Il team inizia a lavorare perciò allo spunto creativo a luglio e per settembre riesce ad avere un prototipo da lanciare. Tutto inizia solo da una griglia di appena 6 facce sullo schermo. Nelle prime ripetizioni le immagini non sono neppure GIF, ma soltanto noiosi e statici selfie. Per la prima volta, il team di Path decide di tirar fuori un prodotto in versione beta e di continuare a lavorarci, migliorandolo attraverso i feedback degli utenti.

Il team ha rilasciato le prime versioni dell’app Kong ad un piccolo numero di utenti e nel corso dei mesi successivi ha fatto sì che la comunità creata, collaborasse con loro nella creazione delle migliori e funzionali caratteristiche. Lo sviluppo dell’app è iniziato con l’aggiunta di movimenti ed abilitando gli utenti nella creazione di GIF, ma presto il concetto si è espanso alla creazione di canali pubblici e privati attraverso i quali condividere le immagini.

Il primo canale di condivisione è stato appunto uno dei canali creati per la stessa app Path, un modo per i dipendenti di testare l’effettivo utilizzo dell’app, ma presto abbandonato a causa dell’aumento del numero degli utenti per arrivare alla creazione di molteplici canali con tematiche e attività diverse.

Uno dei punti che il team di Path si propone di mantenere nel corso delle versioni che verranno testate è il fatto che l’app rimanga gratuita. Una volta raggiunto lo step della monetizzazione, la compagnia si guarderà intorno alla ricerca di partner con marchi per creare canali di collegamento al relativo prodotto, afferma Morin. Per adesso quindi godetevi la versione free finché dura.

Messaggi diretti: Twitter inverte la rotta

Twitter inverte la rotta: via libera alle conversazioni private

Tra tutti i social network più popolari chi è quello che permette meno interazione privata? Probabilmente Twitter. O, almeno, lo era. La piattaforma cinguettante ha infatti deciso di cambiare la sua rotta rendendo possibile l’interazione attraverso i messaggi diretti anche tra non-follower. Questo permetterà a molti utenti di far diventare, finalmente, le loro conversazioni private senza necessariamente seguirsi a vicenda, fatto utile anche ai molti brand che usano Twitter come servizio di customer service e che non si vedranno costretti a seguire tutte le persone che necessitano di assistenza né a rendere pubblici gli aiuti agli utenti.

Per chi sta già urlando alla mancata privacy, state tranquilli: la modifica di ricevere messaggi diretti da chiunque può essere attivata o disabilitata dalle impostazioni dell’account, per decidere in serenità se rendersi accessibili a tutti o solo ai follower.

Twitter inverte la rotta: via libera alle conversazioni private2

Sarà più delicato – invece – l’argomento “spam”, sul quale però speriamo che Twitter concentri le sue forze e ascolti le segnalazioni dei twitteri.

Il team di Twitter afferma – infine – che questa è solo la prima di tante altre modifiche che il social ha in cantiere circa la sfera privata della piattaforma, dopo ovviamente la possibilità di inviare messaggi privati di gruppo, modifiche che segneranno probabilmente un vero e proprio cambio di strategia da parte del social network che ha sempre fatto della condivisione di tweet pubblici il suo punto di forza.

Tutta la verità sui Google Glass

Roberto Ascione è un imprenditore e opinion leader internazionale nella digital health. Ha un’esperienza ventennale in marketing e comunicazione, trasformazione dei processi di business e innovazione applicati alla salute. Attualmente è Presidente di Razorfish Healthware parte di Publicis Groupe. Continua la sua serie di guest post su tecnologia, salute e innovazione.

Sin dal loro annuncio, i Google Glass sono stati oggetto di discussione: molti hanno parlato di un progetto destinato alla condanna sin dall’inizio e l’annuncio stesso è stato vissuto come un colpo di grazia. Ebbene, possiamo considerare fuorviante gran parte di quello che è stato riportato. Separiamo i fatti dalla speculazione e valutiamo alcuni punti nel percorso dei Glass.

I Glass non sono più parte di Google: VERO.

Google credeva che il Progetto Glass fosse pronto per essere promosso in Google, il gruppo R&D che lavora sui prodotti futuristici come le automobili in grado di “guidarsi da sole”. Oggi il progetto è diventato una business unit a pieno titolo all’interno di Google e quindi può beneficiare di budget più consistenti, un numero maggiore di risorse e soprattutto ha la possibilità di attingere al pool di talenti presenti nell’azienda. Una buona notizia che ci porta a sperare bene per il futuro dei Google Glass.

Il programma Glass Explorer è terminato per l’assenza di consumatori disposti a provarli: FALSO.

La conclusione del programma Glass Explorer non ha avuto nulla a che vedere con l’adozione del prodotto da parte dei consumatori. La sua fine segna esclusivamente il passaggio a una fase di crescita dei Glass e rappresenta un prerequisito per ogni futura release del nuovo hardware. In altri termini, Google può ora mettere in pratica quanto appreso durante questa fase per migliorare i prossimi dispositivi Glass.

Le persone con ruoli chiave e di alto profilo impegnate nello sviluppo dei Google Glass hanno lasciato l’azienda: VERO.

Alcuni impiegati di Google impegnati nel Progetto Glass, e tra questi lo sviluppatore principale Babak Parviz, il capo del reparto di ingegneria elettrica Adrian Wong e il direttore delle relazioni con gli sviluppatori  Ossama Alami, hanno recentemente lasciato l’azienda. Google, però, ha dimostrato il suo interesse e impegno verso il prodotto assegnando la guida della business unit Glass al suo talento nel campo dell’hardware, Tony Fadell (che tra l’altro ha già ottenuto diversi successi ragguardevoli con l’iPod e il Nest).

Il consorzio Glass Collective è stato dissolto: VERO.

Il Glass Collective è un consorzio creato da Google Ventures e dai due venture capitalists della Silicon Valley, Andreessen Horowitz e Kleiner Perkins. Il fatto che si sia disciolto il consorzio è la prova della maturità del mercato dei Google Glass; il consorzio infatti veniva visto come una trovata di marketing da parte di Google per portare interesse imprenditoriale attorno ai Glass.

Gli sviluppatore delle Glass App stanno abbandonando i loro progetti: FALSO.

9 su 16 degli sviluppatori di Glass app hanno dichiarato di aver smesso di lavorare o di aver abbandonato i loro progetti a causa dell’assenza di consumatori o di limitazioni del dispositivo. Altri hanno trasferito le loro competenze dallo sviluppo dei progetti per i consumatori allo sviluppo del business. Ciò nonostante, resta ancora un numero significativo di sviluppatori all’interno del progetto Glass e sono circa 100 le app disponibili sul sito ufficiale, tra cui Facebook (report by Reuters).

I partner ufficiali di Glass stanno perdendo la loro fiducia nel progetto: FALSO.

Sebbene ci siano state delle battute di arresto nelle attività PR (in particolare quando Twitter ha stoppato il suo supporto al Glass app), rimane ancora una roccaforte di partner risoluti. E nonostante Luxottica (il più grande produttore di occhiali al mondo e partner di Glass) abbia dichiarato di trovare il dispositivo “imbarazzante”, la partnership con il più grande produttore di occhiali al mondo dimostra che Google riconosce l’importanza di realizzare progetti consumer-friendly (e accessibili economicamente) in modo da rendere i Glass molto più interessanti per un mercato più ampio.

Quindi, da un lato c’è ancora incertezza sui Glass come dispositivi per un pubblico di massa, dall’altro ci sono aziende e industrie che hanno iniziato a usare questo prodotto come parte del loro business quotidiano.

Se guardiamo al Glass for Work program lanciato nel mese di aprile 2014 con lo scopo di aiutare le aziende a sfruttare l’uso innovativo e potente della tecnologia Glass, ci rendiamo conto che oggi ci sono 10 partner ufficiali. A seguire qualche esempio di utilizzo attuale dei Google Glass:

CrowdOptic usa i Glass come computer portatili per i chirurghi. Ad oggi vengono usati in 19 ospedali degli Stati Uniti e si prevede un’estensione di utilizzo per il prossimo anno a 100 ospedali.

Pristine ha inserito i Glass in un centinaio di cliniche, ERs, ICUs e scuole mediche presenti negli Stati Uniti, e ha investito nell’ottimizzazione dei Glass al punto tale che ora stanno lanciando tramite i Glass il live video streaming HIPAA-compliant. 

L’adozione dei Glass nei contesti aziendali e in particolare nel settore healthcare può continuare. È facile capire il motivo per cui sono molte le opportunità date dai Glass nella medical education (un esempio interessante viene proprio dall’Italia: in Humanitas sono stati sperimentati per la prima volta in Italia in ambito ospedaliero i Google Glass per la formazione dei medici in sala operatoria), nella chirurgia (c’è un video interessante che mostra l’uso dei Glass per la sicurezza chirurgica alla Stanford University), nell’accesso ai dati EHR. Qualunque sia il risultato finale, il programma Glass ha già contribuito a rimettere in discussione lo status quo nel settore sanitario e a stimolare le persone nell’immaginare e sperimentare nuove realtà.

Non c’è dubbio alcuno che restano ancora diversi ostacoli – limitazioni di natura tecnica o problemi di privacy – nell’adozione dei Glass. Ma una cosa è certa: i Google Glass e i dispositivi simili non sono morti. Hanno solo bisogno di trovare la loro strada all’interno di un ecosistema di interfacce che cresce sempre più, plasmandosi in base ai feedback degli utenti (il che è sempre una buona cosa).

Attenzione ai Glass 2.0.

La nuova campagna Hyundai: può un'auto consegnare un messaggio nello spazio?

“A message to Space”: è questa l’incredibile campagna di Hyundai Motor Company; una comunicazione che conquista, il 18 gennaio 2015, il Guinness World Record per l’immagine più grande mai creata dagli pneumatici.

L’obiettivo è stato quello di creare un messaggio, talmente, grande da essere letto e fotografato direttamente dallo spazio. Il risultato? Ovviamente, sorprendente!

L’idea creativa si basa sulla storia di Stephanie, una bambina di 13 anni di Houston (Texas). Il padre è astronauta e spesso fuori per missioni spaziali che lo costringono a stare molti mesi lontano da casa. Come fare, quindi, ad accorciare le distanze? Ci ha pensato Hyundai, che ha creato un messaggio enorme, per essere letto da più di 300 km di distanza.


LEGGI ANCHE: Gillette e Avengers: l’eroe tra rasoi e superpoteri

Per dar vita a tutto questo sono state utilizzate 11 autovetture della gamma di punta Genesis di Hyundai; veicoli eccellenti e stabili che hanno permesso di vincere questa sfida.

Affinché il messaggio della giovane Stephanie potesse essere letto chiaramente, gli esperti hanno dovuto individuare posizioni strategiche ottime, sia dal punto di vista geografico che meteorologico. Il luogo migliore è risultato essere Delemar Dry Lake in Nevada.

La campagna mette in luce la filosofia della casa automobilistica: “prendersi cura dei clienti attraverso l’interazione emotiva”

Se pensi, quindi, di scrivere un messaggio d’amore, abbandona striscioni e bigliettini di carta, sii originale . Prendi esempio da Hyundai e trasforma “storie normali” in qualcosa di straordinario.

Con IKEA la Street Art è di Casa

ikea street art

di Giuseppe Arnesano

Dopo le eleganti passerelle dell’alta moda, Streetness affronta questa settimana un nuovissimo progetto che coniuga la Street Art all’arredamento delle nostre abitazioni. Stiamo parlando di IKEA Art Event 2015. Il noto Gruppo IKEA, uno dei più grandi market leader nel settore della vendita di mobili e componenti di arredo per interni, ha deciso di lavorare su quella delicatissima frontiera creativa che unisce il design e l’arte.

Nella nuovissima collezione di aprile 2015, IKEA celebra la Street Art ed invita 12 street artist, differenti per nazionalità, stile, tecniche e forme espressive alla creazione di un personalissimo project work. Gli esclusivi lavori, realizzati tutti nel formato poster da 70×100 cm, sono eseguiti da: Elle, Carolina Falkholt, Nuria Mora, Korali e Supakitch, Sobekcis, Hua Tunan, Erosie, T. Freak, Nervercrew, Eko Nugroho, John Crash Matos e M. City.

Con IKEA la Street Art è di Casa

Prima di conoscere i protagonisti con maggiore attenzione, entriamo nel vivo di IKEA Art Event 2015. Per Henrik Most, responsabile di IKEA Svezia, “la street art deve stare nelle nostre case”, ed è in quest’ottica che si evolve il concept dell’azienda di Leida, partendo dalla già nota suggestione che la Street Art sia la “forma d’arte più democratica che esista”.

Anche se non tutti gli artisti citati possono essere definiti Street Artist in senso stretto, ecco che il tema del nuovo evento creativo di IKEA, dove i poster personalizzati sono delle piccole opere uniche da acquistare a soli € 9,95, sdogana sempre di più economicamente e stilisticamente la Street Art nei confronti del grande pubblico. Proprio come recita lo spot ufficiale dell’iniziativa: “Bring the Street Art at home“.

Un’operazione, questa, che ricorda alla lontana alcune dinamiche della Pop Art americana; come disse Claes Oldenburg: “Io sono per l’arte delle pompe di benzina bianche e rosse e delle insegne luminose a intermittenza, per i biscotti… Sono per l’arte Kool, l’arte 7-UP, l’arte Pepsi… l’arte 39 centesimi e l’arte 9.99 dollari“. Visti i tempi e il grande successo della Street Art, vuol dire forse che stiamo per entrare anche nell’arte di IKEA?

Nel complesso le opere dei 12 Street Artist sono variegate, colorate e fantasiose, e ogni artista, lavorando con differenti tecniche di stampa ed effetti, spaziando dal 3D, al lucido, alle lacche e alla fluorescenza, ha proposto un inedito ed interessante lavoro.

Elle, giovane statunitense che attualmente vive a Berlino, è conosciuta nell’ambiente per tags, muri illegali e diversità delle tecniche e dei media usati, tra estintori, rulli, aerosol, pennarelli, acrilici e serigrafie. Dopo aver realizzato opere lungo la superstrada Brooklyn Queen Express, fa altre incursioni a Berlino e a New York. Nel 2014 realizza una mostra con la grande fotografa Martha Cooper.

Con IKEA la Street Art è di Casa

Carolina Falkholt è un’artista svedese che ha sviluppato differenti pratiche artistiche, prima nel segno del graffitismo e successivamente sulle grandi superfici murarie. La sua espressione artistica, che si caratterizza per l’uso combinato di pittura, spray e disegno, contiene riferimenti d’ambito sociale e femminista. L’artista si esprime anche attraverso le parole, le arti performative, la musica e i video.

Con IKEA la Street Art è di Casa

L’artista spagnola Nuria Mora nutre un particolare interesse per lo spazio urbano. Attraverso la percezione dello spazio e della città, cerca di mettere in relazione il suo pubblico, gli spettatori e le diverse comunità di un luogo. L’artista utilizza installazioni, tele, video, murales o acquerelli, in base al tipo strumento che in quel momento riesce ed essere più comunicativo.

Koralie e Supakitch sono due street artist francesi affascinati dalla cultura nipponica. Le loro opere sono infatti abitate da geishe, draghi e altri elementi che appartengono a questo universo. Il loro lavoro ha inizio con un disegno ad alta precisione eseguito con marker. Poi, dal disegno dettagliato, con l’aggiunta di tinte, colori, rulli e spatole, si passa ai muri di grandi dimensioni. Un altro personaggio che cattura l’attenzione e la curiosità di Koralie e Supakitch è senza dubbio Hayao Miyazaki.

Con IKEA la Street Art è di Casa

Nikola e Ivan Gajic, alias Sobekcis, sono due gemelli serbi che apprendono le prime tecniche della grafica a Vienna. Nel periodo dei primi tag i due fratelli hanno lavorato separatamente, per poi unirsi successivamente in un unico stile a quattro mani. Dai muri di Belgrado, dove cominciano a lavorare su un lettering dai colori squillanti, le loro opere invadono altre grandi superfici. Il più delle volte Nikola e Ivan eseguono direttamente l’opera sul muro, dando ampio respiro alla loro immaginazione.

Con IKEA la Street Art è di Casa

Hua Tunan è un pittore cinese dallo stile colorato e vibrante. Le sue figure, che spaziano tre le tecniche classiche della pittura cinese e il dripping di Jackson Pollock, sono realizzate con bombolette spray e pennelli. In altre occasioni Tunan non trascura nemmeno l’uso delle mani per applicare la vernice sulle superfici urbane. Animali vari e totem simbolici appaiono regolarmente nei suoi dipinti, mentre i ritratti di alcuni personaggi della cultura cinese , come Glodfish e Koi, sono eseguiti quali simboli di fortuna, ricchezza e prosperità.

Con IKEA la Street Art è di Casa

Nato a Rossendaal (Paesi Bassi), Erosie è designer e illustratore. Il suo lavoro si contraddistingue per i tags, per lo stile illustrativo e per la realizzazione del cerchio perfetto. Le figure di Jeroen Erosie si sviluppano in diversi modi artistici, così da realizzare una connessione tra i differenti mondi del proprio immaginario.

Con IKEA la Street Art è di Casa

Hamilton Yokota, alias T. Freak, è un giovane Street artist brasiliano, che realizza i suoi lavori su superfici alternative come scatole, porte di garage, tavoli di bar e oggetti trovati per caso. Durante la sua formazione ha lavorato come illustratore con Mauricio de Souza, famoso fumettista brasiliano. Alcune delle illustrazioni di Yokota sono state protagoniste delle campagne pubblicitarie di Adidas, Ecko e Nike. Quello di T. Frekè uno stile pieno di riferimenti orientali e occidentali, visto che nel suo patrimonio genetico e formativo sono presenti sia l’eredità giapponese sia l’educazione brasiliana.

Nevercrew è il nome di una coppia di artisti svizzeri. Christian Rebecchi e Pablo Togni, nati rispettivamente a Lugano e Bellinzona (Svizzera), hanno iniziato a lavorare insieme nel 1996. Il duo realizza graffiti, illustrazioni e lavori di grafica. Nel corso del tempo, accanto a queste specifiche propensioni artistiche, hanno accostato la passione per la costruzione e la comunicazione. I Nevercrew riescono ad utilizzare varie tecniche, spaziando dal dipinto murale alla bomboletta e al pennello, dal dipinto su tela, alla scultura, al design e alla grafica, muovendosi quindi tra il 2D ed il 3D con la realizzazione di forme reali o immaginarie.

Con IKEA la Street Art è di Casa

Eko Nugroho è uno dei più noti giovani artisti contemporanei indonesiani. La sua formazione avviene nel periodo di crisi sociale dell’Indonesia che in seguito ha portato il Paese verso la democrazia. I suoi lavori sono caratterizzati da un mix di cultura tradizionale e globale; in particolare l’arista esegue opere realizzate in stile batik (antica tecnica locale di decorazione della stoffa) o con la tecnica del ricamo. Nugroho è attratto dall’arte contemporanea, dalla Street Art e dai fumetti. Oltre ai disegni e alla pittura, realizza anche murales, sculture, animazioni e arazzi.

I primi lavori di John Matos, alias John Crah Matos, sono sui vagoni dei treni di New York City. Nel 1980 avviene il passaggio dall’illegale alle gallerie ed entra nel circuito della Graffiti Art curando, presso Fashion MODA, “Graffiti Art Success for America“. CRASH, che attualmente lavora nel segno dei graffiti e della Street Art, ho esposto in numerose gallerie, collezioni e musei di tutto il mondo. Dallo stile iconico e underground nel quale crea un misto tra lettering e suggestioni figurative molto dinamiche, CRASH ha collaborato con molte aziende tra cui Absolut Vodka, Fender, Sobella Hadbags, Live e, più recentemente, anche con Tumi e Morphik.

Con IKEA la Street Art è di Casa

M. City, grafico e street artist polacco, ha studiato all’Accademia di Belle Arti di Danzica. Nei suoi lavori M. City racconta con storie visionarie lo skyline della città vista dalle fabbriche, dai comignoli fumanti, dai ponti, dalle gallerie, dai tetti e dai cantieri navali. Il suo stile, legato soprattutto alla pratica dello stencil, guarda alla realizzazione ed alla ripetizione di moduli dove gli oggetti industriali e le infrastrutture scandiscono il flusso delle sue narrazioni. I suoi murales sono realizzati nella maggiori città e nazioni del mondo come: Slovenia, Germania, Polonia, Brasile, Spagna, Thailandia, Inghilterra, Belgio, Francia, Australia, Serbia, Turchia, Indonesia, Finlandia, U.S.A., Tunisia e altre ancora.

Con IKEA la Street Art è di Casa

Con IKEA Art Event 2015 l’azienda svedese ha creato quindi una grande squadra di Street artist internazionali ed è riuscita a realizzare un progetto creativo dove la coerenza con questo mondo, una certa qualità tecnica, la professionalità degli interpreti e le strategie di marketing sembrano poter rendere un mix vincente. IKEA Art Event 2015 avrebbe reso felice Andy Warhol, e lo sta facendo in modo accattivante e fortemente comunicativo. Nell’attesa che anche in Italia si possa “portare a casa” la Street Art, secondo il pieno coinvolgimento delle rilevanti firme artistiche coinvolte, intanto seguite l’espandersi mondiale di questa nuova produzione, da paese a paese, da città a città, da strada a strada, fin dentro le case di migliaia di persone.