Re-StartuPmi: ecco come l’eCommerce fa ripartire le pmi tradizionali

Immagine di Giovanni Scozzafava per Scriptamanagement.com

Abbiamo conosciuto il caso di Caffè Carbonelli con le prime discussioni sul tema eCommerce.
Questa case history infatti è nota proprio per via delle sue numerose iniziative eCommerce e si rende interessante perché sperimenta un modello classico di microimpresa a conduzione familiare rivisitato da una comunicazione molto attiva al centro delle attività di produzione e vendita del suo prodotto e che, insieme, esprimono una nuova idea di management delle piccole e medie imprese italiane.

Ma le politiche –e la filosofia- di questa impresa fanno capo a idee precise sulla cultura aziendale in senso più ampio e, mentre siamo andati a scoprire come si prepara al lancio di un nuovo prodotto, le abbiamo approfondite insieme a Luca Carbonelli.

Trend, limiti & opportunità dell’eCommerce e il consumatore multicanale

Il 2012 ha dimostrato il trend in crescita dell’eCommerce anche in Italia. Da cosa credi dipenda questa conferma?

“Le aziende cominciano finalmente a pensare all’eCommerce come un’importante risorsa per la propria evoluzione, tante volte necessaria per la propria sopravvivenza. Stanno cominciando ad investirci sempre più tempo e budget, rendendosi conto, in termini di fatturato, che questo nuovo canale commerciale può essere molto più proficuo rispetto a quelli tradizionali, in cui hanno investito sin ora con risultati deludenti”.

Negli ultimi mesi abbiamo visto stringere da Caffè Carbonelli alcune partnership importanti, come per esempio quella con Blomming, che si propone come una piattaforma di social commerce. Quanto si sta evolvendo l’eCommerce in questo senso?

“Conosco Alberto D’Ottavi (co-founder e cmo di Blomming, ndr) da qualche anno, ci siamo incontrati proprio ad un evento dedicato all’eCommerce e ho cominciato ad usare Blomming quando era ancora in fase beta. Credo siamo stati tra i primi a sfruttare le sue funzionalità nella Fanpage di Caffè Carbonelli.
Dall’inizio di dicembre abbiamo anche creato con Blomming La Vetrina dei nostri prodotti nel nostro blog, Il Salotto del Caffè, da cui è possibile effettuare acquisti diretti ma non essere invasi dalla pubblicità.

Non penso a Blomming come una piattaforma di social commerce, ma semplicemente come un utile strumento per favorire l’ eCommerce. Sono tra quelli che non crede al social commerce, all’ M-commerce, all’ F-commerce e compagnia bella, perché li considero tutti effetti consequenziali del saper fare eCommerce.

Saper portare avanti la propria attività tramite l’eCommerce vuol dire essere presenti con i propri prodotti nei più importanti marketplace, nelle piattaforme social, nel mobile, ecc. generado conversazioni intorno al proprio brand e al proprio prodotto.

Se questi dialoghi danno come risultato dei feedback positivi sull’azienda e sul prodotto, allora si generano acquisti online, scaturiti dalla fiducia che l’utente prova verso la marca. Se poi questo lo si vuole definire social commerce io non ho nulla in contrario. Sta di fatto che qualsiasi forma di mercato non può prescindere da un contesto sociale“.

Dal corporate blog alla community attiva a vantaggio della “consumer aware collaboration”

Hai appena accennato a Il Salotto del Caffè: di cosa si tratta esattamente e qual è la sua mission? Quale impatto ha l’attività de Il Salotto sull’eCommerce di Caffè Carbonelli?

“Il Salotto del Caffè si discosta totalmente dal solito corporate blog fatto di monologhi unilaterali. Troppo spesso ci imbattiamo in blog che non sono altro che raccoglitori di news relative al brand o al prodotto. Noi abbiamo voluto stravolgere questa convenzione.

Nei nostri interventi parliamo tanto di ascolto della rete, abbiamo quindi provato non solo ad ascoltarla furtivamente per intercettare le conversazioni in atto, e poi usarle a vantaggio delle nostre promozioni. Noi trasformiamo l’ascolto in un dialogo, un confronto, un invito rivolto a tutti coloro che sul web entrano in relazione con Caffè Carbonelli a “sedere” nel nostro salotto, a dire la propria sugli argomenti più disparati, in totale comodità, cercando di riuscire a far immaginare l’atmosfera di un vero caffè letterario.

Ne parliamo tra amici, col profumo di caffè nell’aria”. Questo è il claim che apre la home page del nostro blog. E la stessa attenzione che poniamo nella produzione del nostro caffè, la usiamo per la produzione dei suoi contenuti.
La mission è bidirezionale: far sentire il cliente al centro della nostra attività aziendale e, allo stesso tempo, provare ad entrare noi stessi, come azienda, nella vita del cliente come punto di riferimento dei suoi momenti passati davanti a un caffè.

Un esempio del dialogo costruttivo e del rapporto di fiducia che vogliamo instaurare con i lettori/clienti è il Salottino del Consumatore dove, nella sottocategoria che prende il nome dall’ hashtag #SvegliaCliente, invogliare il consumatore alla cultura dei prodotti. A non essere solo l’attore passivo del mercato, ma ad entrare in relazione con le imprese e costringerle ad una politica di trasparenza aziendale“.

Una proposta di startup delle imprese tradizionali

Oltre ad esser stato sponsor tecnico de La Battaglia delle Idee a Napoli, in quell’occasione sei stato anche uno dei relatori, con il tema “Restart pmi“: cosa significa questa espressione? Da quali considerazioni è nata?

“La Battaglia delle Idee è stato un bell’evento dedicato alle startup. Ho voluto parteciparvi come sponsor e come relatore perchè è di primaria importanza che eventi del genere comincino ad essere organizzati anche nella nostra città, Napoli. Per me startup continua ad essere la “fase di avviamento di un’impresa”. Da qui il mio intervento “Re-Startupmi”, con cui ho provato a trasmettere il messaggio che sarebbe importante ricominciare a parlare di impresa.

Si sta facendo passare lo startupper come un mestiere. Come un’ambizione. Questo messaggio è pericoloso. Dobbiamo essere consapevoli di cosa vuol dire fare davvero impresa. Allora i ragazzi andrebbero spronati a diventare intraprenditori: soggetti in grado di riuscire a fare impresa grazie alle proprie risorse e non solo grazie all’intervento di un business angel.”.

Sei menzionato come l’ultimo, ovvero il più giovane, nella timeline degli imprenditori del libro Mad in Italy! perché proprio in questo progetto ormai da anni sei coinvolto in varie attività. E della nuova campagna, Italia Caput Mundi, ne sei l’aprifila, quindi raccontaci…

“Il progetto Mad in Italy! è quanto di più utile al nostro paese in questo momento. Essere stato inserito nel libro che lo racconta per me è un onore. In Italia abbiamo settecentomila pmi che hanno bisogno non solo di sopravvivere ma di evolvere, di espandersi. Parlando di queste e delle loro storie, possiamo far capire agli italiani che il marchio made in Italy è il vero valore aggiunto di questo paese. Che investire in Italia, per gli imprenditori, e nei prodotti italiani, per i consumatori, non può far che bene a tutta la nostra economia”.

Puoi anticiparci se esiste qualche nuovo progetto in cantiere o quali saranno le prossime mosse dell’impresa?

“Il nostro prossimo passo “digitale” sarà l’internazionalizzazione dei nostri siti, in modo da riuscire, direttamente dal nostro eShop, a far fronte alle già tante richieste che ci arrivano da tutta Europa.

Inoltre io personalmente, a partire dalla mia esperienza diretta, mi sto impegnando a creare un portale dedicato alle piccolissime imprese, per riuscire a dare il giusto risalto alle tante microimprese, spesso aziende a conduzione familiare come la mia, che necessitano solo dell’avviamento alla digitalizzazione e far quindi conoscere al mondo i propri prodotti.

Infine, l’immediato futuro ci vede impegnati nella produzione e commercializzazione della nostra nuova macchina per espresso in cialde ese C.e.p.(Carbonelli espresso pod), grazie alla quale siamo riusciti a creare il binomio caffè-macchina per il caffè, per offrire ai nostri clienti la migliore erogazione per un espresso in cialde ese, grazie ad un particolare brevetto.
Si tratta della stessa macchina che avevamo mostrato in anteprima nell’ultimo spot”.

Light Emitting Dudes: spettacolo LED a Bangkok [VIDEO]

Light Emitting Dudes – LED Freerunning from Frank Sauer on Vimeo.

Li abbiamo visti affrontare peripezie di ogni tipo, adrenaliniche sfide e insoliti percorsi in ogni parte del mondo. Sono gli spettacolari freerunners. Definire la loro specialità ancora oggi è compito abbastanza arduo visto che la loro non è una semplice disciplina sportiva, non è una passione come tante, è un’arte a tutti gli effetti, un vero e proprio stile di vita!

In questo nuova avventura, tre dei più bravi e sorprendenti artisti freerunners, Jason Paul da Francoforte, Shaun Wood, da Sydney e Anan Anwar da Bangkok, si sono riuniti per dare vita ad una nuova sfida molto, molto particolare. Tuta nera (modello Ninja :D) e coperti dalla testa ai piedi da strisce a luci LED, hanno dato vita ad evoluzioni straordinarie.

Il risultato è un video unico e spettacolare, una bella vittoria sia per i ragazzi che per il regista tedesco Frank Sauer volato in Thailandia per l’occasione imperdibile.
Esperienza unica anche per la stilista e costumista Christina Zahra che ha messo in gioco la sua esperienza riuscendo a realizzare, con pochi accessori, un costume stile Tron LED ad un budget molto contenuto.

Obiettivo raggiunto…per ora! E già impazza la curiosità per la prossima sfida di questi ‘ragazzi terribili’ 🙂

Fiducia -e sfiducia- nel decreto Sviluppo che diventa legge

Abbiamo seguito tutta la preparazione del decreto Sviluppo sin dallo studio del Rapporto “Restart Italia” che voleva mettere in pratica le analisi e le proposte sul rilancio dell’economia italiana fatte da una task force di esperti del settore.
Abbiamo poi commentato tutto l’iter previsto dal decreto Crescita insieme ad Alessandro Fusacchia, che ha coordinato questi lavori per il ministro Passera.

Ed eccoci finalmente qui, alla conversione del decreto. Infatti grande attenzione -e tensione- c’è stata ieri intorno al voto del decreto Sviluppo, che alla fine ha ottenuto la fiducia con 261 voti favorevoli, 55 contrari e 131 astenuti.

I commenti e le critiche: è stato compiuto un importante passaggio culturale

Su Twitter l’hashtag #firmateildecreto è stato il grande trend topic del giorno che ha accompagnato la diretta streaming della discussione alla Camera.

In generale, dall’agenda digitale alle start-up innovative, le discussioni sulla distribuzione dei 500 milioni di euro del decreto Sviluppo sono passate per gli sconti sui prodotti agricoli fino all’acquisto dei biglietti del bus.

Tra le principali misure previste ci sono la proroga quinquennale delle concessioni sugli stabilimenti balneari, il credito di imposta per le infrastrutture e una modifica della riforma del lavoro.

Per quanto riguarda invece i 120 milioni per la creazione di startup innovative, si tratta di aspettare i bandi in uscita da gennaio 2013, sapendo sin da ora che la maggior parte degli sforzi saranno rivolti non direttamente alle iniziative d’impresa, ma a coloro i quali lavorano per unire mercato e ricerca, come gli incubatori scientifici, di cui anche ci siamo occupati largamente.

Mancano per esempio previsioni specifiche per l’eCommerce e per la diffusione dell’informazione attraverso le nuove tecnologie (tema caro all’offerta della televisione pubblica).

Fra moltissime critiche, fa notare Luca De Biase che sicuramente questa legge poteva fare meglio, ma già così com’è va a favore dello sviluppo del Paese, perché si tratta di

un passaggio culturale di valore storico perché per la prima volta il sistema normativo prende in considerazione il valore delle nuove aziende innovative per la crescita, l’occupazione e l’innovazione del sistema produttivo italiano.

(…) E se il cammino si fa un passo alla volta c’è da sperare che si arrivi a migliorare la normativa in futuro.

Le questioni che restano aperte: senza opportunità di lavoro reale non c’è sviluppo economico

Una nota per ponderare il lavoro fin qui condotto va ancora aggiunta e riguarda proprio le misure specifiche previste per le imprese e le iniziative d’impresa. Un’indagine di Ernst&Young, infatti descrive molto grave la disoccupazione italiana attuale e prescrive un’unica ricetta per il rilancio economico del nostro Paese, ovvero l’accesso ai finanziamenti.

Il cuore del problema lavorativo e imprenditoriale sta nel dato importante (il doppio rispetto all’anno precedente) per cui i giovani chiedono sempre più prestiti personali pur di accedere alla liquidità e avviare quindi le loro imprese, proprio perché nella maggior parte dei casi i bandi appositamente dedicati sono molto blindati, escludendo di fatto la possibilità estesa di avviare di un’attività. Al contempo le banche non sono messe in condizioni di prestare fiducia ad un giovane italiano senza referenze, tanto da non avere altra alternativa concreta che indebitarsi personalmente e chiedere alla famiglia di tenere parte a questo gioco.

Commentava aspro il Wall Street Journal pochi mesi fa, a proposito del decreto in elaborazione, che in Italia il mercato resta ancora troppo ingessato:

«Immagina di essere un ambizioso imprenditore italiano che cerca di avviare un nuovo business. Poiché tutte le protezioni e le assicurazioni introdotte sottraggono il 47,6% dalla media delle paghe italiane, secondo l’Ocse, ma anche che tu, al posto dell’imprenditore, sei consapevole di ciò e allora si può spiegare la tentazione di restare piccoli e tenere quanto possibile del tuo business fuori dai bilanci. E questo mercato grigio e nero misura per più di un quarto dell’economia italiana.

Con un po’ di fortuna comunque puoi scoprire una scappatoia che ti consente di assumere un po’ più di persone senza incorrere in troppi costi, a condizione che tutti i nuovi assunti siano disabili, provenienti dalla Sardegna, con gli occhi blu e tra i 46 e 53 anni».

In che modo perciò, quando ci apriamo a completare l’importante passo compiuto dalla manovra del governo Monti per l’economia italiana, pensiamo di puntare su tanti altri giovani imprenditori che non stiano pensando di avviare un progetto digitale?

Noi siamo fiduciosi. Aspettiamo quindi altrettante importanti novità in merito.

Drawbridge e i pionieri del mobile retargeting

L’industria pubblicitaria è alle prese con una vera e propria rincorsa alle nuove tecniche di mobile retargeting.

Il potere del settore mobile, esasperato dalla velocità con cui si sono diffusi i device connessi alla rete, ha creato un distacco considerevole tra le nuove abitudini degli utenti e le tecniche di mobile marketing.

Se qualche tempo fa i consumatori si sono spostati in massa dai computer desktop ai dispositivi mobili, oggi mixano continuamente le interazioni con la rete e alternano momenti di “home-computing” a momenti di “computing-on-the-go”, lasciando dietro di sè percorsi di navigazione che possono essere coerenti in termini di obiettivi o contenuti ma si frammentano per tipo e provenienza di accesso al web.

Questo fenomeno crea una difficoltà non trascurabile: a chi devo vendere? A chi devo comunicare?

Mobile retargeting

Per rispondere efficacemente a queste domande sappiamo che è indispensabile comporre un target di riferimento ovvero individuare, conoscere e valorizzare un’identità.

Sappiamo anche che non bastano più i tradizionali cluster socio-demografici o le indagini di mercato e nemmeno la consapevolezza delle tecnologie più diffuse.

Oggi è necessario creare engagement e per farlo bisogna sapere esattamente quando, dove e perchè, oltre a chi e cosa.

La regola delle 5 W non è più solo materia per giornalisti. Le ribattezziamo “5 WWW”?

In termini pratici, è sempre più difficile progettare la user experience che intendiamo far vivere agli utenti, ormai sono loro stessi a creare ed imporre la propria.

Diventa necessario imparare a seguirli (oltre che ascoltarli), nelle loro preferenze e nel modo in cui le manifestano.

E’ da qui che nasce una nuova sfida: imparare a individuare il ciclo di vita di ogni esperienza di navigazione.

Per fare cosa?

Profili di navigazione

Immaginiamo una call to action che:

  • si attiva oggi
  • sul device di una persona
  • in prossimità di un negozio
  • di cui ieri sera ha visitato il sito web su tablet
  • di cui poco fa ha ricevuto la newsletter sul pc in ufficio.

Ne abbiamo già parlato azzardando il concetto di Serendipity Mobile Marketing e sappiamo che per costruire esperienze di questo tipo è necessario tanto calarsi nell’analisi dei Big Data quanto comprendere come le abitudini siano prima di tutto momenti di vita.

Esistono pionieri in questo senso?

Drawbridge

Abbiamo trovato in rete una start-up che ha fatto del retargeting la propria mission.

Si tratta di Drawbridge che con il claim “Bridging audiences across devices” promette di riunificare gli audience frammentati sui diversi device.

Una start-up fatta di ex dipendenti Google e Yahoo, capace di raccogliere 6,5 milioni di dollari tra Perkins Caufield & Byers and Sequoia Capital (due big della Silicon Valley), prima fra tutti la Co-Founder Kamakshi Sivaramakrishnan che presenta la sua creatura promuovendo un servizio che utilizza metodi statistici e informazioni anonime per tracciare gli spostamenti da un device all’altro; non fa nomi, ma conferma di essere già al lavoro con alcune delle firme più importanti di gaming e travelling online.

Drawbridge funziona grazie ai dati di tipo cookie generati via mobile, desktop oppure app, collezionati e sottoposti ad un algoritmo in grado di stimare la probabilità con cui diversi set di dati siano riconducibili ad una stessa persona.

Ogni triangolazione chiusa con una determinata soglia di certezza si trasforma in un profilo univoco.

Tablet a casa, PC in ufficio, smartphone per strada; ricordate?

La home del sito web mostra un contatore di profili in crescita, ben oltre i duecentocinquanta milioni.

Profili che possono essere acquistati da player che si occupano di commercio elettonico (e non solo) o aiutare gli sviluppatori di app a selezionare un target idoneo di utilizzatori.

E la privacy?

Sebbene esistano già alcune riserve che vanno oltre il semplice non raccogliere nominativi e email, quelli di Drawbridge promettono un rispetto ossequioso, affermando che i cookie contengono informazioni anonime (browser client, siti visitati) e che il metodo di tracking non si basa su tecnologie invasive che tracciano direttamente l’attività degli utenti (geolocalizzazione).

Date un’occhiata al video di presentazione e per i più tecnici ecco un whitepaper di approfondimento.

Opportunità di mercato?

A quanto pare, sì.

Drawbridge è uno dei pionieri di un vuoto più o meno grande rintracciabile anche nelle statistiche: nel solo 2011 in USA solo l’1% della spesa pubblicitaria è avvenuta su mobile, a fronte di abitudini di navigazione su device che occupano il 10% del totale (slide 19 della presentazione).

Mobile Retargeting è l’energy drink per la rincorsa dell’industria pubblicitaria ai nuovi consumatori?

H&M lancia un programma per la raccolta di abiti usati

Eco-Sustainable-Style-Fashion.

Fil rouge tra queste magiche paroline è l’azienda svedese H&M che ha deciso di dar vita ad un programma per tutelare l’ambiente attraverso la raccolta di abiti usati.

L’ambiziosa iniziativa, che verrà lanciata il prossimo Febbraio grazie alla collaborazione con I:Collect, che si occuperà delle operazioni di smistamento e riciclo dei materiali, ci permetterà di lasciare in tutti gli store (presenti in 48 mercati del mondo) i nostri abiti usati di qualsiasi marca e in qualsiasi condizione, ricevendo in cambio dei buoni da utilizzare presso H&M.

Gli abiti usati in buone condizioni verranno riciclati per nuove produzioni tessili mentre quelli in cattive condizioni saranno destinati alla produzione di nuova energia.

Si stima infatti, che ogni anno finiscano nelle discariche di tutto il mondo, tonnellate di prodotti tessili, e che ben il 95% di questi scarti potrebbero essere riutilizzati o riciclati. I numeri aumentano se si considera la diffusione dell’abbigliamento a basso costo che ha ridotto notevolmente il ciclo di vita di un prodotto.

“Il nostro impegno in ambito eco-sostenibile si attua sia sul piano sociale sia su quello ambientale; vogliamo contribuire alla tutela dell’ambiente ed è per questo che offriamo questa nuova possibilità ” ha dichiarato Karl-Johan Persson, CEO di H&M.

 

La grande catena del fast-fashion non è nuova ad operazioni eco-sostenibili, ma nessuna delle azioni precedenti è paragonabile (per portata) a quella che avrà inizio a febbraio 2013.

L’azienda infatti, ha dato vita per la scorsa Primavera/Estate 2012 alla “Conscious Collection” realizzata in tessuti esclusivamente ecosostenibili (cotone, lana, canapa e poliestere organici e riciclati). “Consapevole” perché non solo si occupa dell’ambiente circostante, ma anche delle condizioni di lavoro dei addetti a tutta la filiera produttiva.

Per tale occasione H&M ha pubblicato un report annuale in cui elargiva vere e proprie lezioni di sostenibilità. E proprio nel Sustainability Report del 2011 ha dichiarato che entro il 2020 il 100% del cotone impiegato da H&M proverrà da fonti “più sostenibili”, nello specifico: cotone organico, riciclato e Better Cotton.

L’azienda per celebrare l’ Earth Day, ha realizzato inoltre, un video per promuovere un capo esclusivo e prodotto con cotone ecosostenibile in collaborazione con Ann-Sofie Johansson, a capo del design e Helena Helmersson che si occupa della sostenibilità aziendale.

Eco, it’s fashion!

Buzzoole: la piattaforma di social advertising

Dopo essere arrivato tra i finalisti alla Battaglia delle Idee, ha da pochi giorni lanciato la versione Alpha del suo servizio.

Sto parlando di Buzzoole, la piattaforma di social advertising basata sul monitoraggio e sul coinvolgimento degli influencer della rete.
Per conoscere meglio l’idea abbiamo intervistato Fabrizio Perrone, co-founder di Buzzole.

1) Com’è nata Buzzoole?

Ho iniziato la mia esperienza come startupper, dopo la laurea in Economia ed un anno di consulenza strategica nel 2008, fondando con un collega la mia prima agenzia, ed occupandoci di campagne di social media advertising.

Da questa esperienza ho tratto due riflessioni importanti: l’assenza di un tool qualitativo che consentisse alle imprese l’identificazione di influencer del proprio settore all’interno dei social media e l’assenza di un servizio di buzz e digital PR che permettesse anche alle piccole e medie imprese di poter sperimentare gli effetti del word of mouth, senz’altro il mezzo pubblicitario più potente che esiste.

2) Cos’è Buzzoole?

Buzzoole è un marketplace che aiuta gli utenti a ricevere offerte e condizioni speciali dai brand preferiti e le imprese a trasformarli in brand ambassador.

Gli influencer infatti, grazie ai tool della piattaforma, ottimizzano l’engagement con il proprio network ed accrescono la loro influenza nelle aree in cui sono esperti e vengono contattati da imprese che li ricompensano con offerte uniche (sconti, inviti esclusivi, test di prodotto).

Crediamo fermamente che l’influenza diventerà sempre più un metodo di pagamento alternativo e che le persone vorranno sempre più vedere riconosciuta la propria per accedere ad offerte e condizioni speciali per il loro status “social”.

Già nel 2010 c’erano dei club a New York e dei Casinò a Las Vegas con aree privè riservate ad influencer della rete.

3) Da chi è composto il vostro team?

Il team è composto da me che mi occupo dell’area business e marketing, Gennaro Varriale CTO già noto ai più per un suo precedente social network (pingram.me), Luca Camillo che coadiuva Gennaro nello sviluppo e Luca Pignataro che è il nostro Art director.

4) Dove vi vedete tra un anno?

Credo in questo progetto perchè sono convinto che il buzz, il passaparola, sia lo strumento pubblicitario più forte sul web, e non esiste una piattaforma come Buzzoole che dia la possibilità alle imprese (dalle startup ai Top brand) di assumere influencer targhetizzati in maniera automatizzata.

Siamo molto diversi dalle altre aziende che si occupano di buzz e di influenza digitale. Rispetto a Klout, noi abbiamo una mission diversa: comprendere l’influenza più che misurare la popolarità con un mero numero ed aiutare le persone ad ottimizzare la propria esperienza social.

Inoltre il nostro modello si business replica il modello Google AdWords nell’ambito del buzz marketing. Cioè i brand pagheranno per ciascun post generato sui social media.

Per questo il nostro obiettivo è che Buzzoole diventi uno strumento utilizzato quotidianamente alla stregua di Google Adwords, anche se per questo ci vorrà sicuramente più di un anno.

eCommerce: le cause e i costi di un sito dalle scarse prestazioni

Una pagina web più veloce può significare un maggiore ritorno economico per un’impresa? Forse! Le prove concrete ce le fornisco piattaforme di successo come Ebay e Magento. Realmente, però, quanto influiscono le scarse prestazioni di un sito in termini di tempi di caricamento e velocità di risposta? Ce lo dice una ricerca condotta da Forrester Research (“Slow websites are costing online retailers 1.73 bilion each year in lost conversions“) e sintetizzata nell’infografica realizzata da SmartBear, “The cost of poor web performance”.

Tempo fa, le scarse prestazioni di un sito non avrebbero influito più di tanto sulla sua navigabilità o sulla sua efficienza perché il dial-up era ai minimi storici. Tutti gli utenti (quelli che potevano!) erano dotati di un modem 56k e l’attesa davanti allo schermo era la regola. Da qualche anno, con l’introduzione della banda larga, gli utenti si aspettano tempi di caricamento molto più rapidi e risposte immediate da parte dei siti, sopratutto quelli di e-commerce. Su questo influisce ulteriormente l’utilizzo del mobile (tablet e smartphone) per accedere allo shopping online.

Nello specifico, i risultati mostrano che la metà degli utenti consumer si aspetta che la soglia percepita dei tempi di caricamento del sito che stanno consultando resti entro i 3 secondi. Un tempo minore rispetto al 2006, quando venivano tollerati fino a 4 secondi di attesa.

Gli utenti, infatti, non vogliono tempi di attesa troppo lunghi, né tempi morti: questo aumenterebbe il tasso di abbandono del sito, con tre conseguenze:

  • cattiva user experience (sito poco navigabile e di difficile consultazione data la lenta performance) e conseguente diminuzione di traffico e ridotto tasso di conversione user-consumer;
  • percezione negativa della brand image che andrebbe a danneggiare anche i canali offline che l’impresa gestisce;
  • alto tasso di abbandono del processo di vendita poiché gli utenti, non avendo la possibilità di confrontare gli articoli e ricercare ciò che gli interessa, non solo abbandoneranno il sito, ma non ritorneranno (e saranno comunque diffidenti ad accedere anche ad altri e-commerce).

Ma cosa influisce realmente sui tempi di caricamento di una pagina web?

  • negli ultimi anni il “peso” delle pagine web è più che triplicato;
  • aumentano i tempi di risposta dei server che fornisce i servizi web.

Come ridurre allora i tempi di caricamento di un sito? Non esiste una risposta unica. Molti lo “sfoltiscono”, ovvero riducono il peso della pagina per risolvere il problema della lentezza di prestazioni. Così facendo però, si rischia di eliminare un contenuto che invece risultava fondamentale per la navigazione da parte dell’utente. Molti problemi derivano dall’esterno del sito e non dal suo interno: più gli utenti sono lontani dal server che lo ospita, più i tempi di risposta rallentano. Altro fattore non controllabile sono i picchi di traffico (esempio, durante una campagna promozionale) che possono verificarsi, facendo salire fino a 20-30 secondi i tempi di caricamento!

Le conseguenze reali che chi gestisce un e-commerce si trova dunque ad affrontare?

  • meno visite al sito per singolo utente
  • abbassamento del numero di click e bassa user satisfaction
  • tempi di attesa e caricamento più lunghi per l’utente che fa “click” su un contenuto
  • meno ricerche al giorno
  • ranking più basso all’interno dei motori di ricerca
  • frequenza di rimbalzo ridotta (numero di visitatori che lasciano rapidamente la prima pagina visitata e passano al resto del sito)
  • meno pagine visitate dallo stesso utente

Pianificare e garantire un’esperienza di navigazione veloce ed immediata non è dunque semplice, ma se si seguono i giusti criteri di progettazione e manutenzione del sito è possibile riuscirci attraverso alcune azioni. Gli utenti vogliono una user experience composta da contenuti dinamici, personalizzati e semplici da gestire. Per garantire una buona performance è dunque importante:

  • dotarsi di tecnologie di accelerazione;
  • applicare un’ottimizzazione dei collegamenti, riducendo al minimo il trasferimento dei dati. Viaggi più corti garantiscono tempi minori!

E voi, non siete impazienti di ridurre i vostri tempi di accesso e guadagnare di più con il vostro e-commerce?

Facebook per Android si aggiorna: arriva l'app nativa! [BREAKING NEWS]

Ottima notizia per gli utenti di Facebook con un telefono Android: da poche ora infatti l’app del social network più conosciuto al mondo si è aggiornata. Tuttavia non è stato un semplice lifting quello fatto dalla società di Menlo Park ma un vero è proprio restyling. L’app di Facebook per Android è stata infatti completamente ricostruita passando da una struttura in HTML5 ad a un codice completamente nativo, divenendo dunque veloce e rapida come la sua gemella per dispositivi iOS (sui quali questo passaggio era già stato fatto tempo fa).

Cosa è cambiato?

La società ha ricostruito da zero l’app per contribuire a migliorare l’esperienza degli utenti con una maggiore velocità e migliori prestazioni. Ora tutti i servizi di Facebook saranno uguali in tutte le principali piattaforme.

Questo aggiornamento ha permesso a Facebook di ottimizzare l’esperienza mobile per l’utente, consentendogli un caricamento più veloce dei post che compaiono sulla propria home. Da un nostro primo approccio, infatti, è evidente come ora si possa commentare in maniera più rapida e anche il caricamento delle foto è stato ottimizzato per essere molto più veloce, quasi istantaneo.

La nuova barra delle notizie consente ora di vedere le nuove notizie senza dover necessariamente aggiornare, grazie a una barra notifica che comparirà in cima alla nostra home con all’interno una cifra che indica il numero appunto delle notizie non ancora visualizzate.

Dal punto di vista grafico non sono stati fatti grossi stravolgimenti ad eccezione della finestra delle notifiche che ora si espande a tutto schermo.

Non vi resta dunque che scaricare la “nuova” app di Facebook dal Google Playstore e farci sapere cosa ne pensate!

Zeitgeist 2012, da Google un anno di immagini e ricerche [VIDEO]

Qualche giorno fa Google ha reso pubblico il suo “Zeitgeist 2012“, il resoconto annuale delle parole più cercate dagli utenti durante l’anno. Ad accompagnarlo, ancora un emozionante video che ripercorre per immagini i lunghi mesi che ci stiamo lasciando alle spalle.

Tra le keyword di questo 2012 ci sono molti avvenimenti storici, come le Olimpiadi di Londra, momenti politici di portata mondiale come le presidenziali USA, scoperte scientifiche rivoluzionarie come quella del Bosone di Higgs, e fenomeni tragici come l’uragano Sandy.

Un pò sopra a tutti, la gloriosa impresa di Felix Baumgartner al quale Google assegna apertura e chiusura di questi quasi 3 minuti di indimenticabili momenti, che Mountain View dedica ai “curiosi”: coloro che si muovono continuamente in cerca di un modo per cambiare il mondo e che vediamo nel video, così come tutti coloro che stanno dietro, al monitor, e che fanno delle rete la loro bussola e il loro strumento di libertà intellettuale.

Che altro dire? Search on!

Google Maps torna sui dispositivi Apple [BREAKING NEWS]

L’anno volge al termine ed è il periodo ideale per i rendiconti. Uno degli avvenimenti Apple più controversi del 2012 riguarda la faccenda delle maps app. Dopo aver riscritto da zero l’app Mappe, a Settembre Apple ha deciso di negare la diffusione di Google Maps tramite iTunes, con il risultato che l’app per la navigazione satellitare più popolare fu bannata dai dispositivi della mela. I problemi non si sono fatti attendere.

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Ma il dramma non era solo per le autostrade “rally”, i ponti “abbattuti” o i fast food “monumentali”. Si sono verificati anche errori stradali che hanno messo in pericolo la salute degli automobilisti.

Esemplare è stato il caso australiano: Apple Maps segnalava in modo errato la città di Mildura, conducendo i guidatori in un luogo deserto ed assolato. Samsung di recente ci ha anche fatto un’operazione di ambush marketing.

Dopo una serie numerosa di gaffe, che è costata il posto a molti manager di Apple, Google Maps ritorna su Apple in una veste totalmente riprogettata:  adesso GMaps per Apple permette tutto ciò che era possibile per Android, come informazioni sui mezzi pubblici ed indicazioni vocali e passo per passo. Come dichiara Daniel Graf sul blog ufficiale di Google, infatti:

“Al cuore di questa applicazione c’è il nostro impegno costante nella costruzione della world map, che include informazioni dettagliate su più di ottanta milioni di aziende e luoghi d’interesse. Visualizza in anteprima i luoghi che vuoi raggiungere con street view e guarda gli interni del palazzi con Business Photos per decidere di prenotare un tavolo o vedere se è meglio andare al bar. Per raggiungere i tuoi luoghi, avrai a disposizione la guida vocale, la navigazione passo per passo, le condizioni del traffico in tempo reale per evitare le code. E se deciderai di usare i mezzi pubblici, ricerca informazioni su più di un milione di fermate!

Il mondo intorno a noi è in costante cambiamento e, grazie ai vostri feedback, abbiamo fatto decine di migliaia di aggiornamenti per rendere google Maps più accurato e user-friendly. C’è una simpatica feature nell’app: se vedete che c’è qualcosa che non va, scuotete semplicemente il telefono e mandateci il vostro feedback”.

Questo conferma la linea di Google: Don’t be evil, nemmeno con i più acerrimi nemici.

Se avete intenzione di passare nuovamente (o per la prima volta) alle mappe di Big G, cliccate sull’icona dell’App per scaricarla direttamente di iTunes 🙂 e mi raccomando: se Godzilla ha fatto danni anche qui, fatecelo sapere! L’app è scaricabile solo sulle piattaforme iOs 5.1 o successive, ed a breve uiscirà una versione dedicata per iPad.