La piattaforma di eCommerce PrestaShop ha annunciato una nuova partnership con BlueSnap, società tecnologica di pagamenti online All-in-One per il B2B e il B2C in rapida crescita.
La partnership nasce con lo scopo di semplificare e rendere sicura la vendita online di prodotti in ogni parte del mondo, permettendo ai commercianti di aumentare il fatturato a fronte di una conseguente diminuzione dei costi. Il potente back office di PrestaShop permette di gestire in maniera efficiente i cataloghi, lo storico degli ordini, i clienti e le spedizioni, mentre BlueSnap offre agli utenti un processo di checkout semplice e sicuro per accettare pagamenti a livello globale.
La crescita globale dell’eCommerce
Le stime prevedono che, nel 2020, il giro di affari del commercio elettronico raggiunga 18 miliardi di dollari, in parte alimentato da una crescita del 30% delle transazioni transfrontaliere sugli eCommerce. I merchant che vogliono affermarsi su scala globale hanno bisogno di strumenti e soluzioni che li aiutino a stare al passo con questa crescita, senza l’uso di sistemi complessi, costosi e difficili da gestire.
“Ogni giorno lavoriamo con l’obiettivo di mettere a disposizione dei nostri merchant un sempre più ampio ed efficiente set di strumenti per affrontare in modo pratico, veloce e sicuro le sfide connesse all’internazionalizzazione e digitalizzazione del commercio online. In quest’ottica siamo particolarmente orgogliosi di annunciare la partnership con BlueSnap, che va a completare la nostra offerta permettendoci di fornire ai nostri utenti le migliori soluzioni sul mercato per semplificare la gestione del loro eShop, qualunque siano la dimensione e il settore della loro attività” commenta Luca Mastroianni, Head of International di PrestaShop.
Il modulo di pagamento gratuito di BlueSnap funziona con l’ultima versione di Prestashop 1.7, oltre che con la 1.6 e la 1.5. Utilizzando il modulo di pagamento BlueSnap i merchant PrestaShop hanno accesso alle seguenti funzionalità:
A corredo di questa partnership, BlueSnap ha lanciato Agency Referral Promotion, promozione rivolta ai partner di PrestaShop e attiva fino al 31 luglio 2020. BlueSnap offrirà alle agenzie partner di PrestaShop in Italia un bonus di presentazione di 250€ per ogni commerciante che, su loro raccomandazione, adotta la soluzione di pagamento BlueSnap sul suo eShop.
https://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2020/03/prestashop-e-bluesnap.jpg427840Company NewsCompany News2020-03-06 15:39:332020-03-09 11:51:32PrestaShop annuncia la partnership con BlueSnap per i pagamenti online
All’improvviso anche l’Italia si è scoperta più tecnologica e avvezza alle tecnologie di quanto pensasse. Ha fatto di necessità virtù. Le scuole sono chiuse, molti uffici anche. E le aziende che non hanno chiuso promuovono, obtorto collo, lo smart working. Tutta l’Italia è ferma. Non si tratta più di un terremoto o di un’allerta maltempo cricoscritta. Siamo di fronte a un’emergenza nazionale
Ma le domande che ci si pone sono molte. Quanti genitori, potendo davvero scegliere, lascerebbero il proprio bambino ore e ore davanti ad un computer e a un microfono per svolgere le lezioni a distanza? Non è forse meglio accompagnarlo in classe dove può incontrare e interagire con altri coetanei e con gli insegnanti?
Il fattore umano è ancora decisivo. Soprattutto per la crescita cognitiva e relazionale dei nostri ragazzi.
In questi giorni, però, alcune zone d’Italia non hanno avuto alternative alla sospensione delle lezioni. E gli istituti scolastici si sono tutti più o meno organizzati con l’istruzione digitale, dando la possibilità di seguire le lezioni regolarmente attraverso le piattaforme digitali come Skype o WeSchool.
La riflessone sulla formazione a distanza si è estesa alla scuola primaria e secondaria che non è, fortunatamente, immune al cambiamento.
Se per certi versi le nuove generazioni hanno una spiccata propensione ad integrare le esperienze fisiche all’utilizzo del digitale, per la formazione fin dalle più giovani età c’è ancora molta cautela nell’interferire con i tradizionali metodi educativi.
Il modello ibrido? Il migliore per il futuro prossimo
E così, la verità sta un po’ nel mezzo. L’apprendimento online ed il digitale non solo possono garantire l’istruzione in casi di necessità, ma anche migliorare l’esperienza scolastica dei nostri ragazzi in un modello di “blended learning”. Uno studio del Dipartimento della Pubblica Istruzione degli Stati Uniti individua nelle classi di apprendimento misto (blended) risultati statisticamente migliori rispetto ai loro omologhi basati sulla sola istruzione face-to-face.
Un recente rapporto del New Media Consortium ha rilevato che i corsi ibridi sono ormai la norma ed un trend crescete nelle scuole, nelle università e nei college di molte nazioni. A confermarlo anche da uno studio “Next generation Learning” finanziato dalla Fondazione Bill Gates che giunge alla conclusione che il “blended learning” (modello ibrido) produce risultati accademici superiori rispetto esclusivamente ai corsi frontali o esclusivamente online.
Flessibilità e autonomia si mescolano a interazioni e scambio di esperienza con altri studenti e tutor creando, così un equilibrio perfetto.
Restiamo umani parola dei padri dell’artificiale
Del resto lo sostiene anche Sebastian Thrun, ex professore di intelligenza artificiale presso la Stanford University e un pioniere dell’apprendimento a distanza. La sua azienda Udacity offre corsi online per aiutare gli studenti ad acquisire competenze in ambito delle nuove tecnologie esponenziali quali l’intelligenza artificiale, coding e nanotecnologie. Ma nonostante il valore riconosciuto a di tali corsi, lo stesso Thrun sottolinea che solo il 34% di coloro che iniziano i corsi arrivano in fondo. Un rate piuttosto elevato.
“L’apprendimento individuale è difficile – sostiene Thrun – Molte persone si imbattono in una sfida anche tecnica insormontabile che non riescono a superare. Senza il tipo di attenzione personale che proviene da forme più tradizionali di training, si demoralizzano e si arrendono”.
A fronte di queste constatazioni Thrun ha integrato i propri corsi con incontri ed esercitazioni di team building, creando un senso di comunità tra gli studenti. Anche la fase di gratificazione ha mantenuto un carattere umano e quando uno studente passa un test, riceve le congratulazioni e un ringraziamento da un essere umano “reale” via Skype.
Udacity non è sola. Alcune scuole e gli istituti di istruzione superiore stanno già integrando i metodi di insegnamento con tecnologie di prossima generazione come la realtà aumentata, l’AI e la realtà virtuale.
Esistono oggi alcune società come la statunitense Nearpod che vanta oltre sei milioni di studenti che hanno già frequentato lezioni basate sulla realtà virtuale, che includono gite virtuali in siti storici famosi come il Colosseo romano.
La società con sede a Copenaghen Labster, focalizzata sull’educazione universitaria e post universitaria, sta attualmente sviluppando una serie di prodotti VR con Google che consentiranno agli studenti di scienze di eseguire esperimenti virtuali. Un progetto include un gioco VR in cui uno studente di scienze forensi può indagare su una scena del crimine virtuale e analizzare le prove che trovano.
“La realtà virtuale è uno strumento accattivante, ma all’interno di un piano di lezioni di 35 minuti, potrebbe durare solo due o tre minuti. L’apprendimento è un’esperienza sociale. Non si tratta solo di imparare i contenuti, ma di imparare a trattare con gli altri. Gli insegnanti giocano un ruolo davvero influente”, ha spiegato Kovalskys, Amministratore delegato e co-fondatore di Nearpod.
Un modello ibrido per evolvere e garantire la continuità con l’istruzione digitale
Ma se Ecole42, istituto di formazione senza docenti con oltre 20 sedi nel mondo dove allievi tra i 18 e i 60 anni seguono lezioni secondo un programma governato da un algoritmo, è un caso di successo, dobbiamo essere coscienti che non tutti oggi sono pronti a questo cambiamento.
E allora in un sistema ibrido, ed in situazioni di crisi come questo che impongono l’interdizione ai luoghi fisici, spostarsi verso un livello superiore di digitalizzazione dell’istruzione ci porrebbe al sicuro, anche come Paese, dall’interruzione del “servizio” obbligandoci a munirci di un’infrastruttura. Oltre a favorire un interscambio disciplinare tra corsi e istituti scolastici.
E allora sfruttiamo la crisi e la contingenza per andare a fondo alle potenzialità che la tecnologia ci può offrire, creando la giusta sintesi, al fine di stimolare sempre di più i nostri ragazzi e rendere la scuola un luogo capace di guardare al futuro senza subirlo o rincorrerlo.
E se si potrà integrare la propria formazione accedendo a librerie di knowledge di altri istituti, recuperare una lezione persa accedendo ad un modulo di recupero on-line o partecipare ad una gita attraverso la realtà virtuale, siamo pur certi che nulla può valere di più di una pacca sulla spalla dopo aver preso un bel voto.
https://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2020/03/istruzione-digitale_ninjamarketing.jpg426639Luca EleuteriLuca Eleuteri2020-03-06 13:10:152020-03-09 21:41:04Tempi duri per i detrattori dell’istruzione digitale, con le scuole chiuse e l'Italia ferma
Il Super Tuesday per Mike Bloomberg si rivela una grande lezione di comunicazione e di business
“Mini Mike” concentra tutte le sue risorse spendendo mezzo miliardo di dollari in soli tre mesi
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Cosa faresti con mezzo miliardo di dollari di budget a disposizione? Il sogno proibito di ogni pubblicitario del mondo è probabilmente avere un cliente come Mike Bloomberg, il nono uomo più ricco del mondo, con un patrimonio stimato di oltre 55 miliardi di dollari; molto più di Donald Trump, i cui risparmi non raggiungono i quattro miliardi.
La storia va così: l’ex sindaco di New York, eletto con il Partito Repubblicano e poi passato ai Dem, ha un unico grande obiettivo in mente per il 2020: vincere le primarie democratiche e poi battere Donald Trump a novembre. Ci mette un po’ per decidere di scendere in campo, salta la tornate elettorali in Iowa, New Hampshire, Nevada e South Carolina (primo grande errore!) e decide di concentrare tutte le sue risorse sul Super Tuesday, la giornata in cui vanno al voto il maggior numero di stati e in cui – di fatto – diventa chiaro chi sarà il frontrunner del Partito e il possibile sfidante del presidente in carica.
Per realizzare il suo progetto Bloomberg mette in campo una macchina elettorale mai vista finora, con una massiccia programmazione di ads TV e social in tutti gli stati coinvolti. Il conto è salatissimo: mezzo miliardo di dollari in soli tre mesi.
Tuttavia, durante questo bombardamento di spot e annunci sponsorizzati, il vento per il vecchio Joe Biden inizia a girare nel verso giusto, e lo si capisce già con la vittoria nel South Carolina, che scatena una reazione a catena che porta l’ex vicepresidente di Obama a raccogliere l’endorsement di tre candidati alle primarie dem, dopo il loro ritiro: Pete Buttigieg, Amy Klobuchar e Beto O’Rourke.
Arriva finalmente il tanto agognato Super Martedì e “Mini Mike”, come nel frattempo lo ha ribattezzato il presidente Trump, è certo che la sua strategia avrà successo: un diluvio di spot avrebbe persuaso gli elettori a dargli la preferenza. Qualcosa però va storto: i dati che iniziano ad arrivare sono sconfortanti.
A notte fonda l’amaro esito: 500 milioni per vincere unicamente nelle American Samoa, un piccolo arcipelago del Pacifico la cui capitale, scherzo del destino, si chiama Pago Pago.
Torniamo all’inizio: fate finta di essere il famoso consulente (che ha nome e cognome e si chiama Tim O’Brien) a cui Bloomberg consegna 500 milioni di budget per il piano mezzi (una torta divisa fra tanti media, non ultimo Facebook); il magnate newyorchese ha in testa un’idea precisa di America e un’idea precisa di comunicazione da portare avanti.
Voi sapete che l’elettorato democratico ha altre preferenze, che le contingenze di queste elezioni sono molto particolari, che il vostro candidato non è così forte come pensa di essere, ma lo accontentate lo stesso.
Invece di usare il budget per messaggi che i democratici moderati avrebbero voluto sentire: annunci anti-Trump basati su dati fattuali, messaggi anti-Sanders e contro le derive estremiste o socialiste, il team della campagna elettorale di Bloomberg spende centinaia di milioni di dollari puntando su nicchie di voto inutili al fine del risultato finale.
Tutti gli errori, in due spot:
Errore 1: pensare che la propria visione del mondo e le proprie antipatie/simpatie personali possano trovare appeal nell’elettorato
Mike immagina un target elettorale liberal piuttosto naif, pronto a sposare la causa di un ex repubblicano diventato ultra-liberal che lotta per i temi sociali. Non solo immagina l’esistenza di questo target ma spende centinaia di milioni indirizzando ads verso un pubblico, di fatto, estremamente minoritario nel paese reale.
“Mini Mike” ha ignorato le ricerche di mercato o ha avuto consulenti che gli hanno mostrato soltanto quello che voleva vedere?
Lo spot andato in onda in occasione del Super Bowl ne è un esempio: la NFL ha un target medio di spettatori di circa 50 anni, per lo più conservatori. Le statistiche ci dicono invece che appena il 28% dei giovani va a votare, giovani che sarebbero invece più sensibili a certe tematiche liberal. Concentrare la visibilità su uno spot sul Gun Control risulta quindi piuttosto azzardato.
Errore 2: posizionarsi su una nicchia di mercato satura
Il magnate dei media che, grazie alle proprie risorse illimitate, lancia una vera e propria OPA sul Partito Democratico e diffonde messaggi sociali, non può essere credibile: la base democratica aveva già trovato in Bernie Sanders il paladino delle politiche socialiste e in Joe Biden l’uomo della continuità obamiana.
Commentiamo con Mirko Pallera, direttore di Ninja, i risultati del Super Martedì e la riflessione è proprio questa: «Fare sempre quello che dice il cliente non è un bene per lui ma nemmeno per il consulente. Il risultato che ne verrà fuori parlerà anche di chi ha dato la consulenza. Quindi meglio essere onesti intellettualmente e restare professionali. Il bene del cliente si fa a volte anche dicendogli di no».
La prossima volta che vi diranno che le elezioni le vincono i ricchi…
Rispondetegli che semplicemente non è vero. Alessandro Tapparini, opinionista ed esperto di politica americana ci confida: «In una campagna elettorale ovviamente i soldi contano eccome; ma anche in una campagna elettorale, come in molte altre cose, non conta solo quanti soldi si spendono. Conta moltissimo anche come li si spende. Un fiume di soldi speso male sfocia comunque nello scarico del water».
The biggest loser tonight, by far, is Mini Mike Bloomberg. His “political” consultants took him for a ride. $700 million washed down the drain, and he got nothing for it but the nickname Mini Mike, and the complete destruction of his reputation. Way to go Mike!
Questo Super Martedì passerà alla storia anche come una grande lezione di comunicazione e di business: sfatiamo il mito che in politica “bastano i soldi per vincere” e allo stesso tempo aggiorniamo i manuali di marketing politico con una case history che ha del surreale.
Insomma, tutti i professionisti della comunicazione dovrebbero imparare la lezione: «La prossima volta che vi verranno a dire che nella politica americana vince sempre quello che ha più soldi in tasca, ricordategli di quella volta che Mike Bloomberg spese mezzo miliardo per vincere alle Isole Samoa».
https://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2020/03/mike-bloomberg-comunicazione-politica.jpg537760David MazzerelliDavid Mazzerelli2020-03-06 12:00:412020-03-12 13:41:38Bloomberg: una campagna da mezzo miliardo di dollari per vincere alle Isole Samoa
La tecnologia ha sempre avuto un forte impatto sulla comunicazione e il potere di cambiare le aziende e il loro modo di fare marketing. Oggi digitale, machine learning e programmatic hanno cambiato il ruolo dei professionisti del marketing, richiedendo cambio di mindset e l’acquisizione di nuove skill, ma senza dimenticare la centralità delle persone, sia all’interno del team che come audience a cui rivolgersi.
Abbiamo rivolto alcune domande su come stia evolvendo il settore a Vincenzo Riili, dal 2016 CMO per Google Italia, membro del board italiano e del marketing leadership team di EMEA.
Precedentemente ha lavorato per 14 anni nel marketing internazionale di Unilever, ricoprendo differenti ruoli senior e maturando esperienze in diversi business e geografie in Europa, Asia, Africa e America.
Riconosciuto come un esperto di marketing digitale e tradizionale, Vincenzo ha guidato team complessi ottenendo successi internazionali e perfezionando le sue competenze in comunicazione, innovazione di prodotto, strategia e business e P&L management.
Il 13 e 14 maggio, all’interno della Vertical Technology powered by TIM durante N-Conference, Vincenzo Riili ci parlerà del ruolo del CMO nella MarTech era.
Marketing digitale, storia di un amore
La “corsa al digitale” ha forse fatto dimenticare a molti i canali tradizionali, o in Italia siamo ancora lontani da questo amore per il digital? Come si possono quindi conciliare queste due diverse anime del marketing?
«La contrapposizione tra marketing tradizionale e digitale è ormai superata.
Gli obiettivi del nostro lavoro sono e rimarranno sempre gli stessi, ovvero far conoscere prodotti e servizi a persone che possono esserne interessate e convincerli a provarli, creando in quella transazione un valore di marca fondamentale per consolidare le relazioni future (la famosa brand equity).
Il digital è un canale media che fino a poco fa non esisteva e che si aggiunge a quello tradizionale senza sostituirlo, ma complementandolo con nuove possibilità prima impensabili. Se da un lato l’utilizzo dei media tradizionali è consolidato da anni di esperienze, dall’altro il digitale è relativamente nuovo e soprattutto in continua e veloce evoluzione, da qui un approccio forse più dinamico.
Il livello di innamoramento del nostro paese del digital è forse iniziato dopo rispetto ad altri mercati, ma adesso siamo nel pieno della passione».
La centralità delle persone, con le loro differenze
Come Manager, hai gestito team complessi. Qual è la sfida più grande in questo senso e quale la dote più grande di un leader?
«Ho lavorato con team dislocati in diversi continenti, con culture e background diversi e spesso intergenerazionali. Considero la diversità una grande ricchezza perché ci aiuta a creare progetti dei quali essere orgogliosi, ma anche un’enorme sfida, che consiste nel creare un team coeso formato da individui così differenti.
Un manager che lavora in contesti come questo non può che contare su sola dote: l’autenticità, perché è ciò che gli permette di connettersi emozionalmente con tutti e creare fellowship autentica. Le competenze e l’esperienza sono importanti ma vengono dopo una vera connessione con le persone, la quale per definizione avviene solo su relazioni autentiche».
Diversità, inclusione e più in generale sostenibilità anche sociale delle imprese, sono fattori chiave per dialogare con il mercato oggi. Come viene attuato questo in Google?
«I consumatori non vogliono più essere semplicemente informati sui prodotti o servizi offerti, ma vogliono sapere da un’azienda qual è la sua posizione rispetto ai temi che interessano la collettività. Ciò impone tutti ad avere un ruolo attivo nel mondo, e credo che questo sia un bene.
Google è da sempre molto attenta nel cercare di avere un ruolo attivo nel progresso della società, ad esempio stiamo facendo in modo che ci sia un’adeguata diversità all’interno dei team, prestando particolare attenzione a questo tema anche quando scegliamo i partner con cui lavorare, e siamo in prima linea nella battaglia che vuole annunci pubblicitari più inclusivi.
Rispetto alla sostenibilità, negli anni abbiamo lavorato con impegno per ridurre l’impronta di carbonio delle nostre attività (siamo carbon neutral dal 2007 e 100% energie rinnovabili dal 2017), per costruire prodotti pensando alle persone e al pianeta, e per guidare un cambiamento su larga scala attraverso la nostra filiera».
Fare marketing oggi, nella MarTech era
Parlando, invece, di tecnologia, in che modo sta modificando il marketing e la comunicazione?
«La tecnologia ha dato al marketing possibilità una volta inimmaginabili e che rendono il lavoro del CMO molto più variegato. Penso, ad esempio, alla possibilità di poter conoscere il consumatore molto più in profondità grazie ai segnali che lascia nel mondo digitale, o alla possibilità di avere un più chiara attribuzione del ROI sulle diverse leve utilizzate.
Anche la comunicazione ha moltiplicato le sue possibilità rispetto ai classici 30’’ in tv o al cartellone pubblicitario. Il machine learning, in particolare, ha davvero cambiato le regole del gioco. In quanto CMO, trovo esaltante la possibilità di poter creare comunicazioni dinamiche e rilevanti per ogni consumatore rispetto a variabili come tempo e spazio, ad esempio».
Quali sono le opportunità del contesto attuale che un business dovrebbe saper cogliere, per costruire il proprio successo?
«Ci sono alcuni aspetti del marketing digitale che considero oramai marketing tradizionale. Presenza sul web, mobile optimisation, SEM, SEO e omnicanalità sono elementi che non possono mancare in ogni buona strategia marketing. La verità è che la tecnologia si muove così velocemente che c’è ancora molto da sperimentare e chi prima di altri saprà sfruttarne le potenzialità avrà un chiaro vantaggio competitivo.
In questo contesto, trovo fondamentale riuscire a mantenere alta la curva dell’apprendimento perché il ruolo del CMO cambia ogni giorno, e se questo può sembrare faticoso, allo stesso modo rende il nostro lavoro molto stimolante».
https://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2020/03/vincenzo-riili-google_n-conference.jpg512774Daria D'AcquistoDaria D'Acquisto2020-03-06 11:30:302020-03-09 21:39:36Il CMO di Google Italia ci spiega cosa significa fare marketing oggi (valorizzando le differenze nel team)
Con la chiusura totale di scuole e università fino alla metà del mese di marzo, molti istituti stanno cercando soluzioni alternative per permettere agli studenti di non perdere giorni di lezione oltre che di frequenza.
Una startup in particolare ha deciso di mettere a disposizione gratuitamente la piattaforma, anche partecipando alla call del Ministero dell’Istruzione per sostenere la didattica a distanza.
Già dalla scorsa settimana, Schoolr aveva aperto gratuitamente le lezioni “da uno a molti”- le Schoolr Classroom -, dove un tutor può svolgere lezioni con gruppi fino a 30 studenti, per permettere così alle scuole di non restare indietro con il normale svolgimento dell’attività didattica.
Come funzionano le lezioni online
Grazie alla piattaforma, lo studente può connettersi con il tutor, da qualsiasi dispositivo e senza scaricare nessun tipo di applicazione o programma, accedendo semplicemente via web, con un link: un elemento di fondamentale importanza perché permette l’accesso a tutti, senza discriminazione di prezzo o di dispositivo.
L’aula virtuale è dotata di un pacchetto di funzionalità di ultima generazione, che consente di ottenere un’eccezionale esperienza di insegnamento e apprendimento online. Lo studente e il tutor interagiscono attraverso webcam full HD/microfono possono condividere una lavagna virtuale per la scrittura a mano, una per la scrittura con tastiera (analogo a word) e una, fornita di un compilatore con tutti i linguaggi di programmazione, per le lezioni di informatica.
Sono disponibili anche strumenti come l’equation tool, che consente di scrivere tutte le equazioni con i simboli esatti e il photo tool, con cui scansionare in pochi secondi un foglio cartaceo per portarlo all’interno dell’aula virtuale. Lo studente può scaricare ogni lavagna per avere sempre a disposizione i propri appunti di lezione. Inoltre, tutte lezioni sono automaticamente registrate dal sistema, e ciò permette a ogni studente di rivedere la propria lezione su qualsiasi dispositivo, anche scaricandola per la fruizione offline.
Schoolr ha scelto di mettere a disposizione gratuitamente la propria piattaforma perché la nostra vision è proprio quella di rendere accessibile a tutti l’educazione e la formazione scolastica e universitaria: questa situazione di emergenza mette alla prova il nostro lavoro e i nostri valori.
spiega Cristiano Scarapucci, CEO di Schoolr.
https://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2020/03/scuole-chiuse-coronavirus-satrtup-lezioni-a-distanza.jpg6751458Company NewsCompany News2020-03-05 16:08:372020-03-09 21:41:25Scuole chiuse in tutta Italia: le lezioni a distanza si fanno grazie a una startup
La nostalgia è un sentimento potente, soprattutto in comunicazione
Da Nintendo a McDonald’s abbiamo selezionato alcuni tra i migliori commercial a tema
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Muovere sulla leva della nostalgianel marketing e nella comunicazione è l’equivalente del comfort food: affidabile, comoda e dal risultato assicurato.
In quest’epoca frenetica, dove ad ogni passo si affacciano mille pensieri sul futuro, abbiamo bisogno della nostalgia, abbiamo bisogno di tornare – almeno con il pensiero – a momenti che nel nostro contemporaneo immaginario iperconnesso, siano rassicuranti.
Poco importa se “quegli anni” li abbiamo vissuti realmente o no.
Ernesto Calindri per Cynar, nel 1966, avrebbe detto: “Contro il logorio della vita moderna” ma oggi, a supporto di questa tesi, c’è anche uno studio pubblicato sul Journal of Consumer Research.
Ebbene, pare che la nostalgia ci predisponga anche a spendere di più.
Preparate i fazzoletti allora, a voi alcuni brand che non se lo sono fatti ripetere due volte.
Gran parte dei commercial che stiamo per vedere si riferiscono a noi “Millennial”, ossia quell’immenso e indefinibile target che comprende le persone nate tra il 1981 e il 1996.
Ecco, a me questa clusterizzazione non è mai tornata molto, troppo ampia e generica. Se sei nato nell’81, quando SteveJobs ha tirato fuori l’iPhone dalla tasca avevi 27 anni, se sei nato nel ’96 ne avevi 12; difficile negare che ci siano delle differenze.
Ma nell’intro abbiamo parlato anche di “ricordare anni che in realtà non abbiamo vissuto”e possiamo dire che è proprio il caso di Nintendo.
Torniamo a noi, rampante over 30, ti ricordi quanto fosse figo il compagno di classe che per Natale ricevette la console?
Ovviamente andava condivisa con amici, compagni e soprattutto fratelli. Di questo parla “Two Brothers”, dell’evoluzione – non sempre facile – del rapporto tra i due, accomunati dal ricordo più bello: i pomeriggi insieme a raccogliere funghi e salvare principesse con Super Mario.
Gli anni passano, i dissidi si inaspriscono, ma quel legame (il loro e quello con la Nintendo) non svanisce: per fortuna la tech company nipponica è cresciuta con te e oggi tu e tuo fratello potete continuare a giocare con Nintendo Switch, anche se non condividete più lo stesso soggiorno.
2. Spotify, Never Ending
Una fortunata longevità simile era più improbabile della pettinatura di Limahl.
Eppure (complice forse il successo della seconda stagione di Stranger Things) “Never Ending Story”, continua ad essere riprodotta anche su Spotify, ogni giorno (Spotify è la solita Maestra di utilizzo creativo dei dati).
Per questo Wieden + Kennedy New York, nel 2016, è riuscita a rimettere Atreyu in sella a Falkor, il suo Fortunadrago.
La coppia appare proprio come l’avevamo lasciata nel 1984, volando tra le nuvole con la sua iconica soundtrack in sottofondo.
Non posso credere che la gente ascolti ancora questa canzone
esclama Atreyu/Noah Hathaway, mentre Falkor/Alan Oppenheimer esplode in una delle sue tipiche risate…tutto mentre si allontanano e l’orizzonte si tinge di quella grana spessa che ci ha accompagnato per tutti gli anni ’80.
3. Target, Share the Force
Sarà che a me, quando parte la fanfara di Star Wars, una lacrimuccia scende comunque ma guardando questo commercial non puoi rimanere inerme davanti alla Forza.
E così, per spingere Star Wars: il risveglio della forza, la narrazione si snoda in un’epopea che ha segnato più generazioni. Facendo parlare loro, i piccoli-grandi Leia, Han, Chewbacca, in un montaggio che tra foto e filmati originali condivide una Forza che scorre potente dal 1977.
4. Adobe, The Joy of Sketching with Adobe Photoshop
Bob Ross – popolare guru della pittura – ha dominato con “The Joy of Painting” la Tv degli anni ’80.
Il suo stile pacato e cordiale di divulgazione è stato ripreso da Adobe e Lekker Media per la sua campagna multi soggetto “The Joy of Sketching”, dove con una serie di video tutorial hanno promosso Adobe Photoshop Sketch per iPad Pro.
L’autenticità, oltre alla nostalgia, è stato il forte concept della campagna.
5. Apple, Cookie Monster Siri Commercial
Apple non è nuova all’utilizzo di personaggi famosi e storici nei suoi commercial; qualche anno fa è stata la volta di far tornare alla ribalta Cookie Monster, il simpatico Muppetcookie-addicted che questa volta si fa aiutare da Siri a preparare i suoi biscotti preferiti.
È facile ridere quando stai leggendo questo post da Google Chrome, questo perché probabilmente non ti ricordi di Internet Explorer. Il Browser di Microsoft è andato in pensionamento anticipato da qualche anno ma, grazie anche al supporto dell’agenzia creativa Colum Five Media, “Child of the 90s” si è aggiudicata il riconoscimento della viralità e un Webbie Award.
Potresti non ricordarti di noi,
ma ci siamo conosciuti negli anni ’90”
Inizia così il narratore, mentre lo spot ci mette davanti a pezzi storici come i marsupi, il Tamagotchi e i tagli di capelli a scodella.
Adesso guardalo e prova a non dire “ce l’avevo anche io”.
Nel 1973, Billie Jean King ha giocato il match più importante di sempre: “The battle of the Sexes”, la prima partita di tennis che vedeva scontrarsi donna e uomo.
Quel giorno, battendo Bobby Riggs, B.J.King non ha solo vinto una partita di Tennis, ha vinto contro un uomo che aveva dichiarato che anche a 55 anni avrebbe potuto battere una donna, stravolgendo tutti gli stereotipi di genere dentro e fuori dal campo.
E ha fato tutto questo con un paio di Adidas blu.
Per celebrare il 45°anniversario della sua storica vittoria, Adidas non ha solo lanciato una classica linea celebrativa, non sarebbe stato nello stile di B.J.King: lei cambia le cose.
Quindi – in occasione degli U.S. Open, Adidas ha allestito uno stand che permetteva di dipingere di blu qualsiasi modello di scarpe (anche di altri brand) e i commercial a supporto dell’iniziativa mostrano la nostra eroina compiere questo atto sovversivo, munita di bomboletta e racchetta.
Parliamo anche di qualche numero: Adidas ha dichiarato che la campagna ha portato non solo ad un incremento delle vendite stimato intorno al +20%, ma che – a campagna ormai terminata – i modelli in edizione limitata sono rivenduti ad un massimo di 1000$ su Ebay.
8. Tesco, Christmass 2013
Se ti fermi un attimo a pensare, non c’è proprio nulla di più nostalgico di vecchi filmini amatoriali che ritraggono le feste natalizie trascorse in famiglia.
È questo l’insight seguito da Wieden + Kennedy, London per Tesco, che ci racconta il crescere (e l’invecchiare) di una normale famiglia, alle prese con i piccoli grandi drammi che si consumano abitualmente quando le famiglie si riuniscono. Un Natale che non è perfetto, perché è vero.
In questo caso McDonald’s doveva comunicare la rimozione di antibiotici e conservanti artificiali dai loro polli.
Per questo l’esigenza comunicativa non era “semplicemente” spingere un prodotto ma informare i consumatori, anche quelli meno attenti.
Leo Burnett USA ha quindi deciso di mettere in scena non tanto l’evoluzione del prodotto ma la sua valenza cross generazionale, che abbraccia genitori e figli, e tutte le emozioni che possono essere condivise, compresa quella di mangiare insieme dei McNuggets.
Tra i vari capolavori che vengono annualmente presentati al Super Bowl, menzione d’onore per l’edizione 2019 va all’ente del turismo australiana che – nell’anno in cui fare remake dei blockbuster anni ’80 pare fosse d’obbligo – ha scelto di allontanarsi dalla classica narrazione, dalle foto patinate e dalla messa in scena dei paesaggi da sogno del territorio.
La pubblicità si trasforma in trailer proprio per un remake, l’eroe che parla con i coccodrilli Mr. Croccodile Dundee l’ipotetico terzo capitolo della saga. Così gli spettatori si sono trovati davanti a Chris Hemsworth e Jason Sudeikis, che concordano sul fatto che la migliore vacanza che abbiano fatto sia proprio quella che li ha portati in Australia.
Come usare la Nostalgia?
Nessuna formula magica, solo una declinazione di quello che abitualmente fai per trovare un insight.
Cerca di indagare negli interessi del tuo pubblico, quello che li motiva, come sono cresciuti e quali siano i loro interessi più profondi. Fai le tue ricerche e sviluppa una buyer personas cresciuta in una generazione specifica, ed estrapola cos’ha caratterizzato la stessa.
Adesso scusate scappo, inizia Bim Bum Bam.
https://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2020/02/ad_34523474_ea0721ff0e8217bb_web.jpg4801024Roberta LeoneRoberta Leone2020-03-05 12:52:572020-03-12 13:41:49Nostalgia nel Marketing: 10 campagne che ti ricorderanno perché è una tattica fondamentale
I prossimi anni vedranno grandi cambiamenti nei Social Media
E’ importante che fin da ora si cerchi di capire come questi potranno impattare le strategie di Marketing
Molto probilmente assisteremo a modelli nuovi di monetizzazione e utilizzo
Negli ultimi dieci anni, la parola social media è stata spesso associata a parole come innovazione o modernità. Lentamente ma con costanza, le aziende hanno scelto di entrare in questo mondo in maniera sempre più massiccia, dando seguito al crescente numero di utenti che hanno scelto di crearsi un account e cominciare ad abitare la “socia-sfera” in maniera sempre più invasiva.
Con lo sviluppo del settore e la diversificazione delle piattaforme, il fenomeno ha visto un eccezionale percorso di crescita, tanto da diventare centrale nei piani marketing. Il decennio appena cominciato (se vogliamo considerare il 2020 l’inizio) potrebbe essere però diverso da quello appena trascorso, e non è detto che tutto ciò che abbiamo visto negli ultimi anni potrebbe rapidamente perdere senso.
Vediamo il perché.
Una frammentazione evidente (forse anche prevedibile)
Il primo aspetto su cui cominciare a ragionare è comprendere fino in fondo cosa consideriamo oggi social media. Nell’accezione comune, infatti, tendiamo a riferirci con questo termine ai social network, che sono solo parte dell’insieme dei media digitali votati alla socialità.
Il primo grande cambio di scenario si è determinato sugli spazio 2.0: un po’ come avvenuto al blog, passato dall’essere diario personale a strumenti di comunicazione connotato a livello editoriale e verticale su una specifica tematica, così i social network in particolare hanno cominciato a specializzarsi. Da quelli sorti con una logica da portale, come Facebook, si è passati al gestire la propria presenza social digital su spazi altamente connotati dal punto di vista formale e strutturale.
Un passaggio, direbbe il sociologo McLuhan, da freddo a caldo, dove la polarizzazione non è sensoriale ma funzionale: dai social in cui potevi fare tutto, a social dove puoi fare poche cose, ma benissimo.
Il secondo aspetto riguarda le potenzialità esperienziali: i social media stanno evolvendo la propria natura secondo nuove logiche e abitudini. Se inizialmente erano strutturati secondo quella che possiamo definire la logica della scatola vuota (cioè la necessità per funzionare che gli utenti riempiano di contenuti la piattaforma), oggi cominciano a sorgere social media complessi, caratterizzati da componenti concettuali estremamente specifiche: forse l’esempio più fulgidi di questa nuova “specie” è Fortnite, un ibrido fra gioco e media in grado di coinvolgere nel mondo oltre 250 milioni di individui (Fonte: Statista): di questi, circa il 62% è compreso fra i 18 e 24 anni.
Vale la pena fare un focus proprio sul mondo dei videogame, che stanno diventando sempre più piattaforme sociali. È diventato uso comune giocare online con altri videogiocatori, trasformando una sessione di gioco in un momento sociale vero e proprio: un fenomeno di massa se consideriamo i dati presi dall’annuale report di We Are Social/Hootsuite. I gamers totali in tutto il mondo si aggirano attorno ai 3,5 miliardi. Di questi il 69% (della totalità degli utenti internet) utilizza smartphone per giocare, e il 25% utilizza console dedicate: considerando il crescente numero di giochi “sociali”, un’evidenza da non tralasciare.
Al di là di questi numeri, la parcellizzazione degli habitat digitali ha portato con sé anche una frammentazione del pubblico: se prendiamo a riferimento il 2010 come anno, esistevano già verticali e spazi dedicati completamente a una funzione (ricordate Anobii?): il trend di crescita sui social network di massa però non aveva raggiunto ancora il suo hype, e non c’era una diffusione così capillare di strumenti che facilitassero l’accesso al web. Il culmine sarà raggiunto grazie alla riduzione totale del digital divide, dovuta principalmente alla diffusione capillare dei device mobili.
In particolare, con la crescita del traffico mobile e la diffusione sempre più capillare degli smartphone, è necessario aggiungere un nuovo parametro utile all’analisi.
Nel 2016, un’indagine StatCounter conferma che il traffico mobile ha superato quello da desktop (51,3% da smartphone e tablet, PC e dei computer portatili limitati al 48,7%): è l’inizio non solo di un nuovo modo di usare il web, ma anche di interagire attraverso esso.
Lo smartphone infatti si porta dietro delle possibilità che sono notevoli, dal punto di vista della socialità: la crescita spaventosa di Whatsapp e in generale delle app di messaggistica, le soluzioni di content creation multimediale che permettono di produrre istantaneamente contenuti autoriali quali audio e video sempre più raffinati oggetto di una condivisione più massiva, una diffusione e conseguente coinvolgimento di fasce della popolazione diverse (in primis, quelle più giovani).
Nasce da qui la necessità di avere ambienti e canali in grado di veicolare il bisogno di socializzare, ormai fattore igienico nel nostro modo di usare il web, mettendo a sistema le nuove abitudini di consumo e utilizzo del digitale.
Early adopter di questi nuovi modi di intendere la propria presenza online sono, nuovamente, i giovani, che cominciano a rifuggire i modelli d’esperienza troppo totalizzante (esempio: Facebook), in favore di nuove forme più snelle, agili e polarizzate su format e linguaggi particolari (non è una novità che il video la faccia da padrone).
Ancora una volta a confermare l’intuizione è il report di We Are Social/Hootsuite, che presenta due statistiche interessanti:Facebook, pur rimanendo saldamente in testa alla classifica dei social più utilizzati, registra un aumento nel numero di nuovi iscritti, con un 8% anno su anno: un dato positivo, anche se dobbiamo considerare come il tasso di crescita sia più contratto rispetto agli anni passati. In questo senso, la parte del leone è recitata da TikTok, che non è una novità, è il vero fenomeno dell’ultimo anno in ambito social network, con una crescita ormai a tre zeri (+ 290% su base annuale secondo SecondTower).
Incrociando i dati con le app più utilizzate, balza agli occhi la leadership del gruppo di Mark Zuckerberg sia garantita non tanto da Facebook, quanto dalle piattaforme di messaggistica. Questo primo segnale evidenzia come alla base della scelta di integrare le strutture tecnologiche che sostengono le tre app Whatsapp, Instagram e Messenger ci sia una visione di lungo periodo: i tre network infatti, nella visione del fondatore di Facebook, saranno la base funzionale su cui edificare il futuro dell’intero gruppo (e mettere in sicurezza i conti).
I nuovi utenti digitali, facenti parte della Generazione Z, sono infatti quelli meno attratti da Facebook, e la crescente pressione di TikTok -al sesto posto della graduatoria- evidenzia quanto sarà necessario mantenere un valore competitivo altrimenti disperso. Da notare anche il confronto con le app “per gamer”: Tencent, l’azienda che detiene WeChat e QQ, è presente anche nella seconda classifica con Pugb Mobile e Game For Peace. I player globali dei social hanno già cominciato a guardare al gioco come spazio verso cui generare valore: a questo aspetto colleghiamo la seconda parte della nostra analisi.
Cambi di prospettiva sui KPI
In una survey condotta da Hootsuite volta a determinare i Social Media Trend del 2020, emerge un dato interessante: il 44% dei senior marketer ha indicato le “conversione degli utenti in clienti” come obiettivo principale dei social subito dopo la brand awareness.
Non è un cambio così scontato. Sta crescendo infatti la domanda di KPI in grado di render ancor più evanescenti le cosiddette Vanity metrics, su cui si è costruito gran parte del consenso attorno ai canali social. TikTok, in questo, mostra un valore essenziale: non è un social che si fonda sui like, quanto sulle visualizzazioni. Gli utenti sono consapevoli di dover esser visti, più che “likati”: si creano ad esempio contenuti da vedere fino in fondo, sfruttando escamotage narrativi quali il cliffhanger, allo scopo di tener incollati fino al fondo gli utenti: questo perché si è consapevoli che sarà la piattaforma a premiare i content creator più di valore.
Cambiano le modalità d’utilizzo, cambiano le aspettative: al centro, in comune, c’è il comportamento dell’utente e la fascinazione del contenuto.
I social media quindi cambiano forma. Devono contribuire a vendere, diventando uno spazio relazionale con scopi precisi e ben inseriti all’interno del sentiero esperienziale dell’utente/consumatore: secondo una ricerca del Center for Marketing Research – UMass Dartmouth dal titolo “Increases in Use of Instagram and Paid Social But Not Social Planning: Social Media Among the 2019 Inc. 500“, si possono evidenziare come siano cambiati i parametri d’impiego dei social e, in generale, le aspettative.
Nel grafico, diventa interessante notare come il tasso di crescita d’impiego per le aziende, in percentuale, si sia abbassato solo per Twitter mentre sia in proporzione molto basso per Facebook.
L’elemento relazionale diventa sempre più essenziale nel considerare l’utilità del canale: la capacità quindi di essere decisivi nel processo di acquisizione del contatto e di vendita sposta il focus rispetto all’obiettivo di essere memorabili.
Le aziende quindi stanno spostandosi sempre di più verso un cambio di mentalità che coinvolge direttamente le piattaforme. Là dove l’utente è più propenso a rispondere a una call to action, attivandosi direttamente, allora diventa più interessante presidiare.
Interessante anche un’analisi di TalkWalker uscita recentemente che sottolinea come i social vengano letti come spazi dove attivare azioni di influencer marketing con l’obiettivo di lavorare sulle PR.
Quindi, cosa dobbiamo aspettarci?
Tutto ciò che abbiamo visto sopra, affiancato alle tendenze registrate negli ultimi mesi (esigenza di avere spazi digital sempre più controllati dal punto di vista della privacy, necessità di avere una marca realmente coinvolta anche dal punto di vista valoriale, nuove generazioni di consumatori radicalmente diversi rispetto ai predecessori) ci mostra come il futuro dei social media appaia sempre più diversificato.
Le attuali modellizzazioni non sembrano attuabili per sempre: la richiesta partita dal basso di social media più dedicati e specializzati, dove sia meno invasiva la presenza delle aziende e allo stesso tempo dove si possano vivere esperienze altamente qualificate (in questo, Fortnite insegna) o dove esprimersi al massimo della propria creatività (TikTok) stanno mano a mano riducendo il vantaggio delle piattaforme “storiche”, le quali si poggiano su un più prosaico modello total free sostenuto dalla pubblicità.
Allo stesso modo, le aziende stanno rivolgendo la propria attenzione a quei mondi dove gli utenti siano nitidamente più predisposti a relazionarsi, sviluppando funnel in cui spicchino la valorizzazione del contenuto e l’azionabilità garantita dal contatto con l’utente.
Ciò significa che sarà svolta sempre più un’azione di pianificazione profilata sui canali “generalisti”, mentre lo sforzo di produrre contenuti altamente significativi e in grado di battere il tasso di content glut sarà dedicato a quei mondi dove linguaggi e format diventano distintivi. Non è detto che, sul lunghissimo periodo, vedremo un travaso di risorse dal primo approccio al secondo.
È possibile che questo, alla lunga, porti anche una diversificazione delle figure che sostengono oggi il business attorno ai social media: sempre meno agenzie ritengono profittevole le attività di community management e di social media editing su Facebook, Twitter o instagram, preferendo spostarsi sulla pianificazione, in linea con la vocazione a trasformarsi in paid media degli stessi, mentre si tende ad affidare la gestione del contatto diretto con l’utente a chatbot e strumenti automatizzati. Il futuro delle attività di gestione ordinaria pare quindi affidato a professionalità sempre più poliedriche e libere da vincoli contrattuali: un aspetto da non sottovalutare nell’organizzazione del proprio team di lavoro e l’allestimento della squadra di fornitori.
L’eventualità che i social media spariscano è remota. La possibilità che si trasformino non è in forse, ma sicura.
Quello che è necessario aver presente è che questa trasformazione avverrà più in fretta di quanto ci aspettiamo, e le aziende che vorranno sviluppare esperienze di marca memorabili dovranno necessariamente cambiare il proprio mindset rispetto a quanto capitato fino ad oggi.
Parole come contenuti, reach organica, algoritmo o community avranno ancora un senso ma saranno impiegate diversamente, con criteri radicalmente diversi rispetto a quanto capitato fino ad oggi: anche l’impiego delle stesse si riposizionerà secondo una logica meno ingessata e più fluida, in cui la palla sarà sempre più in possesso dell’utente, che da semplice fruitore di spazi d’incontro diventerà attore protagonista della relazione.
Se nel 2010 si apriva un decennio promettente e affascinante, il 2020 si apre con tante domande e qualche prospettiva: la certezza è che, come dieci anni fa, tutti saremo chiamati a cambiare il nostro modo di ragionare.
Chi tarderà a fare questo switch, rischia di perdere il treno del cambiamento (e a pagarne le conseguenze).
https://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2020/02/graph-1.png561814Francesco GavatortaFrancesco Gavatorta2020-03-04 17:24:572021-06-07 12:12:22Che futuro ci aspetta sui social media?
Questo articolo è stato scritto da Joshua Spanier, VP of Media Lab at Google.
Alcuni luoghi comuni e miti del Digital Marketing vengono ripetuti così frequentemente e da così tante persone, che alla fine si tende a dare per scontato che siano veri. Come accade nella cultura popolare, è sempre stato così e sempre lo sarà.
C’è modo però, a volte, di fermarsi a riflettere più da vicino su questi miti e quello che emerge permette spesso di spostare l’asticella delle proprie strategie di marketing ad un livello successivo.
Ecco quindi tre miti di Digital Marketing che dovremmo sfatare quest’anno.
Mito del Digital Marketing n. 1: il video è lento e costoso da produrre
Gli esperti di marketing comprendono che dovrebbero adattare e ottimizzare gli asset creativi alle caratteristiche specifiche della piattaforma in cui i video verranno usati.
Il mito del settore è che produrre video in questo modo è costoso e richiede molto tempo. Bisogna assumere un regista e un grande team che devono girare in qualche posto glamour, portando con sé le loro costose attrezzature. Prima di passare alla post-produzione, ci vorranno molti mesi e molti soldi. L’opera finale, per quanto bella possa essere, dovrà essere trasmessa ovunque – con un formato adatto a tutti i canali – senza tempo o risorse per eventuali adattamenti o personalizzazioni.
In realtà, produrre un video non deve essere così. È possibile invece produrre video digitali in modo più veloce, economico ed efficace.
Ad esempio, per il lancio diGoogle Home Hub, abbiamo preso un video di base e lo abbiamo lanciato attraverso uno strumento chiamato Directors Mix che consente di creare video personalizzati su vasta scala. Abbiamo realizzato alla fine 80 versioni dell’annuncio, ognuna su misura per un contesto diverso.
Mito del Digital Marketing n. 2: più dati hai, meglio è
Nel marketing digitale, raccogliamo tutti i tipi di dati per capire se le nostre strategie creative e multimediali funzioneranno. Possiamo vedere quanto tempo qualcuno ha trascorso a guardare un video, fino a che punto qualcuno ha fatto scorrere la pagina verso il basso o quanti visitatori lasciano il nostro sito web. E l’elenco potrebbe continuare ancora.
Ma davvero solo perché puoi misurare qualcosa, significa che dovresti farlo? Ci siamo resi conto che, anche quando si tratta di dati, “less is more”.
Quando abbiamo verificato le analisi condivise con la nostra leadership dai team di GoogleMarketing, abbiamo scoperto che, insieme, stavamo segnalando 70 diverse metriche a livello globale. Come ci aspettavamo che i nostri CMO e VP prendessero decisioni coerenti, confrontando una campagna o strategia con un’altra, quando i nostri team non parlavano la stessa lingua?
Abbiamo ridotto tutti quei dati a sole sei metriche rilevanti. Perché questo numero? Perché eseguiamo due tipi di campagne: brand e performance. In tutte queste campagne, ci preoccupiamo di tre cose: se catturiamo l’attenzione delle persone, come si comportano in risposta e quale sia il risultato.
Quindi ora, piuttosto che annegare nelle metriche, ne abbiamo solo una per ciascuno dei risultati che siamo interessati a misurare.
Mito del Digital Marketing n. 3: gli umani vengono sostituiti dalle macchine
“Come inserzionisti nell’era del machine learning e dell’AI, è facile pensare a noi stessi in un confronto epico con le macchine”, ha scritto Ben Jones in un articolo di Think with Google dell’anno scorso.
Questa paura che le macchine ci sostituiscano è normale e non si limita certamente al settore del marketing. Ma la paura è infondata. Invece, come abbiamo scoperto attraverso i nostri esperimenti lo scorso anno, si tratta di capire quali compiti le macchine svolgono meglio di noi e di lasciarle operare, lasciando così gli esseri umani liberi di fare ciò che davvero sanno fare in modo unico: intuire, ispirare e essere creativi.
Ecco un esempio. Questa è l’equazione per il calcolo del customer lifetime value (CLV) – un modo per identificare chi sono i clienti più preziosi, qualcosa che tutti gli esperti di marketing devono conoscere.
Per chi non è un matematico, ci vorrebbe letteralmente una vita per capire cosa significhi. Ma anche le persone più analitiche impiegherebbero un po’ di tempo a risolvere questo problema manualmente, motivo per cui in genere si calcola il CLV solo ogni sei mesi.
Per svolgere questa operazione in modo decisamente più rapido ci siamo rivolti al machine learning e abbiamo utilizzato uno strumento chiamato TensorFlow. Siamo passati dall’avere accesso a un CLV ogni sei mesi, ad avere 2.000 predicted customer value (pLV) al giorno. Questo ci ha permesso di ottimizzare e aggiornare regolarmente la nostra strategia di offerta di annunci.
Le macchine possono anche permetterci di risparmiare tempo nell’area della creatività pubblicitaria. Ad esempio, siamo stati in grado di utilizzare una smart creative technology per ottimizzare la visualizzazione e la ricerca degli annunci in tempo reale in base al modo in cui le persone rispondono a questi.
Il formato ha notevolmente sovra-performato rispetto ai legacy static display e ai search ads che utilizzavamo da più di un decennio.
I computer sono ben progettati per queste decisioni altamente manuali. Quindi lasciamo che facciano questo lavoro, lasciandoci la possibilità di concentrarci sulle cose che le macchine non possono fare.
https://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2020/03/miti-di-digital-marketing.jpg666890Think with GoogleThink with Google2020-03-04 16:09:192020-03-04 21:48:343 miti di Digital Marketing che dovremmo sfatare nel 2020
Mancano poco più di cinque mesi all’accensione della fiamma olimpica e all’inizio di Tokyo 2020, ma già i brand sponsor si stanno preparando per quella che sarà la prima vera l’olimpiade digital dell’era moderna.
Prima di parlare di Tokyo 2020 è necessario menzionare anche di Rio 2016, dove si parlò per la prima volta di Olimpiadi digitali: basti pensare che 102 milioni di browser in tutto il mondo effettuò l’accesso alla piattaforma online di BBC per seguire i giochi olimpici, circa il 75% degli spettatori, contro il 42% di persone che seguirono le Olimpiadi di Londra da device mobile.
Il dato è interessante e ha permesso ai brand di poter analizzare il fenomeno ed essere pronti e reattivi quattro anni più tardi, in uno dei paesi più digital del mondo, attraverso digital advertising sempre più personalizzate, experience online sempre più one-to-one.
Pericolo Coronavirus
Nonostante il Covid-19, i preparativi per le Olimpiadi di Tokyo 2020 continuano come previsto. Le contromisure contro le malattie infettive costituiscono una parte importante dei piani di Tokyo 2020 per ospitare dei Giochi Olimpici sicuri e protetti – è detto nella nota del Cio – Tokyo 2020 continuerà a collaborare con tutte le organizzazioni pertinenti che monitorano attentamente l’incidenza di malattie infettive e rivedrà le contromisure che potrebbero essere necessarie con tutte le organizzazioni pertinenti.
Queste le dichiarazioni del Comitato Olimpico Internazionale sui Giochi in Giappone, anche se non escludono la cancellazione delle Olimpiadi di Tokyo.
Entro la fine di maggio valuteranno, se la situazione peggiorerà o meno, il da farsi a riguardo. La dimostrazione di come il Coronavirus stia danneggiando non solo l’economia ma anche il mondo dello sport, coinvolgendo i paesi globalmente.
La ministra per le Olimpiadi, Seiko Hashimoto, ha confermato che il contratto prevede che i Giochi si svolgano entro il 2020 e quindi una delle interpretazioni è che potrebbe essere consentito uno slittamento della data di inizio. I Giochi sono in programma dal 24 luglio al 9 agosto, ma le autorità nipponiche fanno sapere che faranno di tutto per rispettare i programmi.
La macchina organizzativa, insomma, per il momento va avanti e con questa anche le innovazioni in termini pubblicitari che i brand pensano di applicare all’evento sportivo più atteso dell’anno.
Tecnologie avanzate vs. sponsorship tradizionali
La possibilità per tutti i brand di accedere a contenuti, sistemi e partner sempre più avanzati permetterà una riduzione dei costi dovuti a meccanismi ormai superati.
La targetizzazione sarà uno dei fattori di successo più importanti da non sottovalutare; tutti gli spettatori dei giochi olimpici sono anche potenziali consumatori e il portare loro contenuti personalizzati, garantirà il successo della propria campagna.
Pensiamo ad un evento come le Olimpiadi in cui spettatori di tutto il mondo hanno il bisogno di essere collegati da ogni angolo del pianeta, in un’era in cui tutti noi abbiamo diversi device. L’opportunità è enorme sia per broadcaster sia per advertiser ma bisogna fare attenzione a diversi aspetti.
Il primo è la diversificazioni di contenuti: non tutti sono interessati a seguire tutte le gare tutte le ore del giorno, ma, nell’era dell’immediatezza è necessario adattare ciò che si propone.
Saranno utili video emozionali su mobile, facilmente condivisibili e con una connessione last minute per le finali, contenuti di maggiore durata e con una digital experience più attenta a diversificare l’esperienza per device come desktop e tablet.
Di conseguenza anche i brand dovranno adattare le loro inserzioni con nuovi formati, innovativi e non invasivi, con l’obiettivo di portare il proprio messaggio e promuoversi, senza interrompere l’esperienza olimpica.
Gli strumenti per Tokyo 2020
Per Tokyo 2020 i provider hanno pensato a diverse soluzioni custom per brand e utenti. Partiamo dalla più semplice: lo streaming. Le competizioni andranno avanti ogni giorno ad ogni orario, considerando i relativi fusi.
Ciò darà la possibilità ai marketer di adattare le proprie inserzioni non solo per demografica (età e provenienza geografica) ma anche di essere più specifici lato contenuti.
Il secondo strumento più utilizzato saranno le digital Out of Home: grazie alle nuove tecniche di digital advertising verranno tracciate, oltre ai passaggi in quella determinata area, anche orari, news e località. Una medaglia inaspettata sarà dunque condivisa immediatamente per non far perdere nemmeno un aggiornamento ai propri utenti.
https://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2020/02/TOKYO_2020_POSTERS_1000.jpg7071000HarukaHaruka2020-03-04 14:50:192020-03-04 21:48:47Quelle di Tokyo 2020 potrebbero essere le prime vere Olimpiadi digitali (se ci saranno)
Si chiamano rigenerati, ricondizionati o refurbished. Sono i prodotti hi-tech come smartphone, tablet, computer che tornano a nuova vita per essere rivenduti dopo essere stati ispezionati e riparati, entrando in quella che è comunemente chiamata economia circolare.
Il vantaggio in termini economici per i consumatori è che normalmente questi device vengono venduti con uno sconto sul prezzo originale che può andare dal 30% al 60%. Ma è anche l’ambiente a trarne beneficio, dato che si tratta di prodotti che non finiscono nel processo di smaltimento e dunque in discarica, ma rientrano sul mercato attraverso nuovi canali.
I prodotti ricondizionati e l’economia circolare per salvare il pianeta
Allungare la vita del prodotto permette di avere importanti ripercussioni a livello ambientale. I dispositivi che entrano in questo flusso dell’economia circolare, infatti, consentono di diminuire le emissioni di CO2 e l’utilizzo di energia necessari a produrli, oltre che i rifiuti prodotti.
Ogni anno l’economia mondiale consuma circa 93 miliardi di tonnellate di materie prime, di queste solo il 9% sono riutilizzate. Così come il 62% delle emissioni di gas serra avviene durante il processo di estrazione e lavorazione delle materie prime.
Secondo uno studio del 2018 effettuato dall’università californiana McMaster, gli smartphone contribuiscono alle emissioni in maniera determinante, infatti queste nel giro di 10 anni passeranno dai 17 milioni di tonnellate di CO2 a 125 milioni nel 2020. Si parla quindi di un incremento del 730%. Preoccupante però è sapere che tra l’85% e il 95% di queste emissioni derivano dalla produzione dei dispositivi stessi, e non dal loro utilizzo.
Mentre a prima vista un mercato del ricondizionato in crescita può sembrare una minaccia per produttori come Apple, in realtà anche i brand di elettronica hanno molto da guadagnare dalla crescita dell’economia circolare.
La crescita del mercato refurb
Tim Cook stesso aveva dichiarato nel 2014: “Il mercato secondario è molto importante e stiamo realizzando programmi ad hoc per farlo crescere, in modo da intercettare anche clienti che non potremmo colpire in altro modo”. E in effetti nel 2016 Apple ha lanciato un programma di vendita di iPhone rinnovati a livello globale.
Anche Amazon ha recentemente aperto una sezione eCommerce dedicata ai dispositivi (oltre che ad altri prodotti) ricondizionati: Amazon Warehouse. Si tratta spesso di dispositivi con piccoli difetti, come graffi, o ammaccature, rivenduti come usato, appunto.
Un altro dato importante per il mercato è quello relativo alla fidelizzazione: dopo il primo acquisto, circa l’80% degli utenti ne farebbe un secondo, orientandosi anche verso prodotti diversi, oppure consiglia il ricondizionato ad un amico.
Secondo i dati riportati da TrenDevice, leader del settore dal 2013, ad oggi sono oltre 50.000 i dispositivi ricondizionati dall’azienda: un traguardo importante, soprattutto in ottica di risparmio delle materie prime nel mondo e di conseguenza di diminuzione delle emissioni di gas serra.
Anche i governi e le istituzioni oggi riconoscono il valore del mercato dei dispositivi ricondizionati e varie sono le iniziative legislative con le quali si favorisce l’economia circolare, a partire, ad esempio, dal Pacchetto UE per l’Economia Circolare, in cui, all’obiettivo generale di riduzione dei rifiuti e aumento del riciclo, si affianca la “simbiosi industriale”, fenomeno che dovrebbe trasformare gli scarti di un’azienda nelle materie prime di un’altra.
Lo studio del mercato Europeo relativo a dati raccolti nel 2018, inoltre, permette di considerare ancora un ampio margine di crescita per la vendita di ricondizionati, rispetto allo sviluppo del mercato globale.
La crescita consistente del mercato informatico del ricondizionamento dal 2014 ha verificato un incremento CARG del 30,7%, passando da 3,1 miliardi di euro (2015) a 6,9 miliardi di euro (2017).
Anche negli Stati Uniti, 26 stati su 50 hanno imposto l’obbligo di acquisto di prodotti ricondizionati a scuole pubbliche e istituzioni governative.
A livello mondiale, oltre a Europa e USA, anche l’Asia rappresenta uno dei mercati in cui i prodotti ICT rufurb si stanno sviluppando più velocemente.
Il report Worldwide Used Smartphone Forecast, 2016–2020 rilasciato da IDC analizza l’andamento del settore con particolare riferimento agli smartphone. Nel prossimo futuro il mercato degli smartphone usati passerà da 81,3 milioni di dispositivi veicolati nel 2015 a 222,6 milioni nel 2020, pari a un tasso di crescita composto annuo del 22,3%.
Un trend da tenere d’occhio e al quale presto saremo sempre più abituati.
https://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2019/05/app-smartphone-1.jpg616881Daria D'AcquistoDaria D'Acquisto2020-03-04 12:00:512020-03-04 21:47:17Economia circolare: il mercato dei dispositivi ricondizionati è in espansione
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