Quella sera in cui Netflix ha provato a farci vivere come in Black Mirror, a Milano

Netflix continua a sbalordire con le sue riuscitissime campagne di branded entertainment. Per lanciare la quarta stagione di Black Mirror, lo scorso weekend ha catapultato i fan nell’universo distopico e alienante della serie tv aprendo per due giorni a Milano il Black Future Social Club, un locale arrivato dal (prossimo?) futuro “dove si ordina #instafood e il menù è tutto un #foodporn, l’atmosfera è #fashion e i clienti sono veri #Igers”. Al Black Future Social Club, la social reputation e l’influenza sono gli unici valori che contano davvero, come nel controverso episodio “Nosedive” che ha aperto la terza stagione. Conditio sine qua non per accedere all’esclusiva location: possedere almeno mille follower sul proprio account Instagram.

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Il Club è stato lanciato su Facebook attraverso un evento dedicato e una serie di video teaser, assurdi tutorial che argomentavano i passaggi indispensabili per scattare foto ad alto potenziale di engagement, con l’obiettivo di ottenere l’agognata quota di mille seguaci ed entrare nell’olimpo (?) degli “influencer”. Qualche improbabile dritta per shot indimenticabili da almeno 500 like: dare personalità a un anonimo yogurt bianco tinteggiandolo con tempera azzurra e spolverandolo di scaglie di cera, per trasformarlo in una super bowl. Oppure, per le vere #gymlover, quale modo migliore per rendere più sexy i propri selfie in palestra se non spruzzandosi addosso acqua che simuli sudore. WTF.

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https://www.facebook.com/netflixitalia/videos/1729960467049251/

LEGGI ANCHE: Vi spoileriamo un po’ di cose sul futuro di Netflix (e perché costerà di più)

Piccolo diario di bordo di una serata dal futuro

Se già tutto questo vi sembra uscito direttamente dall’universo social-addicted di Nosedive, aspettate di sentire il resto.

Sabato sera sono arrivata con grandi aspettative al Base Milano (location dell’evento) incuriosita dall’hype in rete e vi ho trovato una lunga coda di aspiranti ospiti in attesa di entrare. “Hai abbastanza follower?”, “Forse non mi fanno entrare, ne ho solo 345!”. Discorsi reali ascoltati intorno a me.

Grazie ai miei 1.189 seguaci possedevo il minimo sindacale per accedere. Cosa vi ho trovato? Un’ambientazione da film di fantascienza, musica classica come sottofondo mentre una voce femminile asettica ripeteva in loop frasi come “Benvenuti al Black Future Social Club, l’unico locale dove tu mangi e il conto lo pagano i tuoi follower” oppure “Non importa se il piatto non ti piace, l’importante è che piaccia ai tuoi follower”. Tutto-molto-inquietante.

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Un’hostess mi ha accompagnato al tavolo, un solerte cameriere mi ha servito un piatto gourmet e un cocktail. Prima di mangiare, mi è stato chiesto di scattare una foto del mio piatto e condividerla sul mio account Instagram usando l’hashtag dell’evento #BFSC. Anche i commensali intorno a me erano intenti nell’attività di social sharing.

Se la mia foto non avesse raggiunto almeno 50 like, la fredda e gentile voce di cui sopra mi avrebbe pubblicamente annunciato per nickname, invitandomi ad uscire per lasciare il posto a un altro partecipante: “Non hai raggiunto abbastanza like, sei pregata di lasciare il club, grazie”. Nell’universo di Black Mirror, sarebbe stata una gogna pubblica. La mia foto ha però raggiunto un numero discreto di cuoricini e la voce mi ha gratificato per questo “risultato”: il cameriere mi avrebbe presto portato un altro drink. Cheers.  

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E chi non era sufficientemente “qualificato” per aspirare a un posto a tavola? Avrebbe potuto tentare di incrementare il proprio numero di seguaci, mettendosi alla prova in una serie di attività allestite immediatamente fuori l’ingresso. Fino a che punto sarebbe arrivato il pubblico pur di guadagnare seguito?

Dal “distributore automatico di follower”, che veniva azionato condividendo una Ig Stories in cui l’ospite doveva ammettere di essere un “morto di fama”, fino alla teca trasparente in cui si entrava per esibirsi e convincere i passanti a dare il proprio like.

Ciliegina sulla torta (parte della scenografia) il mendicante @Mike_4_Likes che elemosinava follower fuori l’ingresso.

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L’agenzia creativa che ha pensato e prodotto l’evento per Netflix è DUDE, evento che va ad aggiungersi a una lunga serie di iniziative pensate in occasione dei lanci delle nuove serie a firma Netflix (l’apertura di Los Pollos Hermanos per Better Call Saul o l’invasione del Sottosopra per Stranger Things, giusto per nominarne qualcuna).

Netflix ancora una volta ha declinato con successo una strategia che unisce la gestione dei social a una forte attenzione nel modo in cui lo show viene portato nel mondo reale. Nel caso di Black Mirror, la scelta vincente è sicuramente stata quella di puntare sull’accendere una riflessione rilevante sul presente in cui viviamo e su quanto un futuro “alla Black Mirror” sia una minaccia più reale di quanto sembri.

Incrociamo le dita e buon futuro a tutti.

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Se il futuro è davvero wireless lo capiremo quest’anno

Il 2018 sarà (finalmente) l’anno della scomparsa dei cavi? Realmente i cavi usciranno dalla nostra quotidianità?  In realtà il cambiamento è già iniziato diversi anni fa: basti pensare alla diffusione delle reti WiFi, che quasi immediatamente hanno reso obsoleti gli attacchi alla rete mediante fili e connettori. Tutti i presupposti sembrano suggerire che nel 2018 si possa compiere un ulteriore passo in avanti, un passo che inevitabilmente cambierà le nostre abitudini e che quasi con certezza ridimensionerà ulteriormente l’utilizzo dei cavi.

Qi, la chiave di un cambiamento ormai alle porte

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La scomparsa dei cavi coinvolge tutti i device che quotidianamente utilizziamo in primis il nostro smartphone, e la ricarica wirless è certamente uno più grandi cambiamenti di questi ultimi mesi. Una tecnologia già ampiamente diffusa nel settore tech, afflitta però da una grande frammentazione, un impedimento che ne limitava la diffusione e lo sviluppo.

La soluzione arriva solo all’inizio del 2017, quando produttori hanno superato questo limite con la realizzazione di un nuovo ed unico sistema di ricarica, il Qi, che ad oggi rappresenta lo standard per la ricarica wireless.

A supportare la diffusione di questo nuovo standard qualitativo sono le grandi case tecnologiche come Samsung (dove il Qi è stato già implementato su dispositivi come S8 e Note8) e Apple (con l’apertura alla ricarica wireless dei nuovi iphone). Si tratta di un grande slancio che nel 2018 comporterà una grande diffusione da un lato delle basette per la ricarica WiFi e dall’altro la scomparsa del classico cavetto d’alimentazione.

Ad offrire un ulteriore slancio sul mercato di queste nuove tecnologie ci penseranno le grandi industrie come Ikea che ha già implementato il Qi su lampade e scrivanie e Starbucks, con l’introduzione della ricarica wireless nei propri punti di ricarica. Ultime, ma non per importanza, le grandi case automobilistiche (come BMW, Toyota, Ford,ecc.), che propongono l’integrazione del Qi nei nuovissimi modelli in uscita in questi mesi.

Il futuro della ricarica wireless

La ricarica wireless come oggi la conosciamo non è esattamente “senza fili”: c’è sempre un cavo che alimenta il dispositivo per la ricarica.

Aziende come Energous stanno lavorando per rendere questo limite sempre più labile: Energous ha sviluppato una tecnologia in grado di trasmettere la ricarica completamente senza fili, grazie alle onde radio. Il nome di questa tecnologia è WattUp e permetterà di caricare qualunque dispositivo nell’arco di 15 mq, impostando persino la priorità del caricamento.

Insomma un grande passo avanti che ci condurrà all’eliminazione totale dei cavi per quanto riguarda l’alimentazione di tutti i dispositivi mobili.

Innovazione senza fili quasi ovunque

Ma i cambiamenti non finiscono qui. La scomparsa dei cavi coinvolgerà anche altri strumenti di uso comune come gli auricolari, che in questi ultimi mesi hanno registrato un’evoluzione tecnologica sin ora inedita.

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Supportati dalle grandi case di produzione come Apple, che strategicamente ha eliminato il jack audio da 3,5 mm dai propri dispositivi, gli auricolari bluetooth in breve tempo sono stati trasformati in piccoli dispositivi intelligenti. Utilizzabili persino stand alone ed ormai ben lontani dall’idea di ‘cuffie senza fili’ alla quale siamo abituati a pensare.

Anche nel mondo dei laptop, seppur con maggiore lentezza, si è registrata un’evoluzione significativa. La ricarica wireless è giunta sin qui, ma a causa dei costi fuori mercato delle stazioni di ricarica i progetti procedono a rilento.

Un’ultima grande innovazione del 2018 che comporterà ad un significativo taglio nell’utilizzo dei cavi sarà e che vale la pena accennare prima di concludere questo mio nuovo articolo, è certamente la diffusione del 5G, una rete nettamente più veloce rispetto alle reti LTE ed alla banda larga.

Si parla infatti di una velocità di trasmissione di circa 1 Gigabit al secondo, una rapidità impensabile sino a qualche anno fa e che con molta probabilità si configurerà come la nuova banda larga senza fili.

Dieci regole per lavorare bene sui social per un ristorante

Le regole del marketing nella ristorazione oggi sono cambiate. Dimenticate semplici cartelloni pubblicitari o annunci su stampa e radio locali: i social media sono ormai diventati una priorità per lo sviluppo del business di molti ristoratori diventando uno dei principali strumenti di marketing.

I clienti prima di scegliere un ristorante leggono attentamente le recensioni, fanno ricerche geolocalizzate su Instagram, vengono costantemente influenzate delle inserzioni pubblicitarie sui social e dalle offerte proposte: il ristorante deve proporre e vendere una vera e propria esperienza e non un semplice prodotto o servizio. Non si tratta solo di utilizzare immagini succulente ed attraenti, ma rivolgersi ad un pubblico specifico ed instaurare una relazione con lui.

Ecco allora alcuni tips per implementare la strategia di social media marketing dedicati a chi lavora in questo (magico) mondo, e rendere così sempre più “appetitosa” la propria comunicazione.

Non vendere. Racconta

Le pagine social di un ristorante non sono una semplice vetrina dove cercare di vendere dei prodotti. Un ristorante ha bisogno di essere raccontato e non semplicemente pubblicizzato. Cosa interessa di più ai clienti? Quello che viene servito a tavola! Essere unici nel raccontarlo può fare la differenza.

È vero sui social si mangia soprattutto con gli occhi, ma a volte le parole aiutano a stimolare l’attenzione e l’appetito.

Raccontiamo ciò che si trova nel piatto o come viene preparato, e ogni follower non vedrà l’ora di prenotare un tavolo.

Focus e caratteristiche dei tuoi piatti

I piatti sono a basso contenuto calorico, gluten free o adatti per vegetariani o vegani? Bisogna dirlo – o per meglio dire, raccontarlo – e dargli così visibilità. Sempre più consumatori sono sensibili ed attenti a ciò che mangiano: per questo è importante evidenziare alcune caratteristiche dei piatti e sottolineare quali siano le qualità/caratteristiche di ogni ricetta.

Esaltare quindi l’offerta di menù che rispettino chi è affetto da allergie, oppure evidenziare i piatti vegetariani o vegani presenti sulla carta, o anche sottolineare l’utilizzo di materie prime biologiche o locali, stagionalità e freschezza dei prodotti, sono tutti punti di forza che aiuteranno senz’altro a parlare (e far parlare) della propria attività.

Rendere semplice l’ordinazione dell’asporto e la prenotazione dei tavoli

Altrettanto importante è rendere visibili informazioni come numero di telefono, email o i link a servizi di consegna utilizzati dal ristorante, semplificando così a ogni avventore la possibilità di ordinare i piatti o anche solo richiedere informazioni.

Ristoranti e social media

Fra l’altro, Facebook offre un’interessante opportunità per incentivare le prenotazione direttamente dal canale social: il pulsante “Prenota ora”, che rimandi al sito del ristorante o verso l’app impiegata per l’attività. Perché non approfittarne?

Proporre l’esperienza

Comunicare il proprio ristorante significa proporre in primis un’esperienza. La possibilità di provare qualcosa di nuovo, o sperimentare un servizio unico, può conquistare i clienti e convincerli.

Un esempio può essere quello di Roadhouse, che mette il proprio personale a disposizione dei clienti che hanno bambini piccoli, in modo che gli avventori si possano godere il pranzo mentre i loro figli giocano in tutta sicurezza.

Condividi offerte o proposte speciali (ma fai attenzione a come le proponi!)

Occasioni speciali, festività o un menù disponibile solo per un periodo limitato di tempo sono ottime occasioni per attirare dei nuovi clienti. L’importante è menzionare tutte le informazioni non lasciando nulla al caso: se le prenotazioni sono gradite o che sarà possibile gustare quel piatto solo per alcuni giorni, meglio dirlo prima!

 

Incoraggiare i clienti a condividere contenuti

Incentivare gli user generated content  (per sfruttare così il trend del food porn) è una delle strade “maestre” per i ristoranti: far diventare i clienti brand ambassador è il primo passo per contare su un passaparola positivo.

Incoraggiamo la produzione di contenuti degli utenti segnalando anche all’interno del locale gli hashtag ufficiali e incentivando la condivisione, magari proponendo piccoli contest a premi, con in palio assaggi speciali o buoni sconto. Ogni media guadagnato è un canale in più nel nostro arsenale!

Mostriamo cosa succede dietro le quinte

Tutti sono curiosi di carpire ciò che avviene in cucina, di come viene preparato un piatto e chi si nasconde nella “stanza dei bottoni” ristorante: per questo, crare immagini o video dello chef che raccontino come ha deciso di realizzare un piatto, o mostrare i produttori locali da cui si rifornisce il nostro ristorante, può risultare essere un’arma in più al servizio della  comunicazione di un’attività di ristorazione. In questo modo non solo si fornirà un contenuto interessante ai clienti, ma si darà anche la possibilità di rendere il tutto più trasparente.

Utilizzare l’adv online

In occasione di eventi particolari o in periodi dell’anno in cui il nostro ristorante ha meno clienti, utilizziamo le potenzialità di Facebook e Instagram Ads per raggiungere il pubblico: profilare l’audience permetterà di ottimizzare gli investimenti, puntando su segmenti di mercato precisi e lavorando su target più definiti, e magari rendere produttivi quei momenti storicamente poco “caldi”.

Inserisci il tuo menù su Facebook

 Anche se questa non è la funzione ideale per tutti quei ristoranti che modificano il loro menù con cadenza settimanale, rendere visibile il proprio menù nella fan page di Facebook è un’ottima opportunità: d’altronde, l’appetito vien… leggendo, no?

Ristoranti e social media

Visivo è meglio

Sembra una banalità, ma immagini e video sono indispensabili per rafforzare il proprio messaggio. Ecco qualche esempio di video e inserzione veramente efficace.

Cafè Rio

Il ristorante messicano Cafè Rio ha recentemente lanciato una campagna che, attraverso un breve video, pubblicizza l’apertura del loro nuovo ristorante, proponendo una promozione speciale.

L’Opera Italian Restaurant

Anche in questo caso il video è il protagonista principale. L’Opera Italian Restaurant è un ristorante italiano a Bangkok.

Wendy’s

Infine, c’è molto da imparare dalle inserzioni realizzate dai fast food: molti delle best practices che ritroviamo in questo mondo, possono essere applicate anche all’attività di ristoranti più convenzionali. Una di queste è Wendy’s, catena statunitense, che colpisce sempre per l’utilizzo di immagini spettacolari.

Certo, non è semplice arrivare a questi livelli: ma con una buona dose di creatività e un pizzico di attenzione, il risultato è garantito.

Che ne dite, amici ristoratori? Siete pronti a lavorare sui social media? Ditecelo su Facebook, Twitter e LinkedIn!

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NVIDIA e Volkswagen creeranno insieme un mini-van intelligente

Il CES (Consumer Electronic Show, la celebre manifestazione internazionale sull’elettronica) si è concluso, e ha portato numerose innovazioni in campo tecnologico. Una di queste riguarda una partnership d’eccezione, tra NVIDIA e Volkswagen.

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tutte le foto © volkswagen

Tutto nasce da Xavier, il chip di intelligenza artificiale creato per veicoli automatici, annunciato nel 2016. La compagnia tedesca utilizzerà questa tecnologia per far sì che il mini-bus elettrico I.D. Buzz annunciato precedentemente nel corso del 2017, che mette insieme le linee del celebre minivan Volkswagen vintage e il design futuristico delle automobili automatiche, diventi realtà.

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La compagnia tedesca aveva prennunciato, infatti, che il mini-bus in grado di coadiuvare passato e futuro dell’azienda di Wolfsburg avrebbe potuto anche guidare autonomamente. Tutte le tecnologie di cui si servirà il veicolo, poi, conviveranno con una propulsione elettrica in grado di garantire molti chilometri di autonomia. Inutile dire, poi, che il design è molto accattivante: “numerose lettere e email da parte di clienti dicevano “per favore, costruite questa macchina“”, aveva dichiarato il CEO di Volkswagen, Herbert Diess. Volkswagen ha annunciato che userà la piattaforma di NVIDIA in una selezione di prossimi veicoli in fase di progettazione, che include anche il mini-bus elettrico I.D. Buzz. Questa tecnologia, chiamata “drive IX“, verrà utilizzata per creare applicazioni in grado di simulare dei “co-piloti intelligenti”, oltre ad alcune comodità e sistemi di assistenza basati su speciali sensori posti sia all’interno che all’esterno dei veicoli. Grazie a sofisticati algoritmi, poi, le automobili saranno capaci di imparare a valutare ogni situazione e analizzare i comportamenti degli altri sulle strade.

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La vera notizia, però, è che Volkswagen riporterà in vita l’iconico mini-bus, riarrangiato in forma di veicolo elettrico corredato di intelligenza artificiale per l’abitacolo e la guida autonoma. Oltre a tutto questo, avranno ruoli importanti anche software di realtà aumentata, che lavorano con le stesse piattaforme NVIDIA. Lo scopo di Volkswagen per l’I.D. Buzz è quello di iniziare la produzione nel 2022, utilizzando tecnologie di riconoscimento facciale e controllo dei movimenti. Questo porterà il veicolo a riconoscere immediatamente chi è al volante, così da modificare la seduta, le impostazioni dell’aria condizionata, le stazioni radio e le canzoni preferite, le impostazioni del sistema audio, i suoni esterni, la configurazione del sistema di navigazione, il tipo di illuminazione interna, le informazioni di contatto, tutto in base a quale persona si trova al posto-guida. Tramite smartphone, poi, I.D. Buzz sarà capace di riconoscere chi sta entrando sull’automobile, oltre a permettere diverse funzioni di infotainment.

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Il design interno del veicolo, poi, è assolutamente incentrato sulle persone, è come se invitasse a salire sull’auto. “Gli interni diventeranno come una stanza di famiglia, o comunque un luogo semovente dove ci si potrà sentire a casa”, ha dichiarato Tomasz Bachorski, a capo del settore di interior design di Volkswagen. I classici interni dello storico minivan, quindi, saranno sostituiti da un abitacolo comprendente un volante sensibile al tocco, un display dotato del già precedentemente citato software di RA, e una console centrale denominata “I.D. box” (che includerà anche un tablet utilizzabile al di fuori del veicolo).

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Volkswagen è sicuramente una realtà affermata nel campo delle autovetture, ma con I.D. Buzz farà sicuramente un salto in avanti, coadiuvando perfettamente tradizioni e identità, proprie del suo passato, con l’innovazione tecnologica in grado di aprire le porte al futuro.

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Instagram, la piattaforma lanciata nel 2010, è il social media che ha avuto la maggiore crescita negli ultimi anni, raggiungendo oltre 700 milioni di utenti attivi al mese.

Il doppio degli utenti a livello mondiale rispetto a Twitter ed il triplo di Whatsapp e Messenger. Senza menzionare il fatto che oggi 7 hashtag su 10 sono brandizzati.

Per tutti questi motivi, il suo utilizzo è diventato sempre più centrale nelle strategie e nei piani editoriali di ogni Social Media Marketer.

Ma sei sicuro di saper sfruttare al massimo le potenzialità di Instagram per la gestione dei tuoi clienti o per la promozione della tua azienda? Acquisire il “potere di Instagram” per il social media marketing significa essere in grado di costruire piani editoriali e post sponsorizzati su questo social in modo mirato.

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Knowledge for Change!
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Facebook: consigli per individuare l’audience che converta davvero

Facebook, con il suo sistema di advertising, offre uno strumento di profilazione del pubblico davvero potentissimo. Pensate a tutte le informazioni che il nostro amico Mark Zuckerberg e i suoi compari riescono a raccogliere tutti i giorni grazie ai dati che gli forniamo: costituiscono un’enorme miniera d’oro per capire i comportamenti dei consumatori e le loro preferenze.

Le Facebook Ads sono veramente efficaci proprio per questo: ci danno la possibilità di raggiungere persone potenzialmente interessate a quello che abbiamo da dire. Non puntiamo alla massa, ma ad una nicchia di potenziali clienti.

Ma come fare a catturare questa nicchia sensibile al nostro messaggio?
Ve lo spieghiamo con 3 semplici consigli, e non vi stupite se alla fine della lettura vi troverete a chiedervi: “Perché non l’ho fatto prima?”.

Raggiungere un pubblico che converte davvero su Facebook2

Individuate la vostre buyer personas

Innanzitutto, cosa si intende per buyer personas e perché è importante delinearle per il proprio business?

In poche parole, sono le rappresentazioni generalizzate di clienti ideali per la propria azienda. Immaginatevi chi comprerebbe il vostro prodotto e iniziate a descriverne le caratteristiche, a livello caratteriale, comportamentale, di interessi ed abitudini.

La delineazione del proprio target di riferimento è un punto imprescindibile all’interno di qualsiasi strategia di marketing. Alcune aziende avranno già fatto questo lavoro. Se invece, ancora non l’avete fatto, è ora di mettersi alla prova ed iniziare a capire bene quali sono le identità che volete raggiungere.

Può aiutarvi partire da un template da compilare.

Raggiungere un pubblico che converte davvero su Facebook

Una volta definite le vostre buyer personas, potrete andare a costruire le vostre Ads mirate a seconda dei contenuti e dei messaggi che saranno più interessanti per la nicchia delineata. Le persone che vedranno annunci in linea coi proprio desideri saranno più portate all’azione.

Sfruttate il pubblico che è già entrato in contatto con voi

Facebook vi da molte possibilità per creare pubblici personalizzati che raggruppano utenti che per ragioni o modi diversi sono già entrati in contatto con il vostro brand.

Ad esempio, se avete un file clienti potete creare un pubblico basato sulle corrispondenze coi dati in vostro possesso e quelli di Facebook. Inoltre, potete raggruppare chi ha già interagito con la vostra pagina o chi ha installato la vostra app (se l’avete).

Un consiglio prezioso è anche di generare il pixel di Facebook e installarlo nelle pagine del vostro sito web, in modo da tracciare gli utenti che navigano e svolgono delle azioni specifiche.

Convertirà sicuramente di più un pubblico di utenti che vi ha già visto, magari si è iscritto alla vostra newsletter e ha visitato il vostro sito web, rispetto ad un pubblico che vi vede per la prima volta tramite un’inserzione a pagamento.

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Una volta che avete trovato un pubblico che converte in modo per voi soddisfacente, potrete crearne un altro simile, il cosiddetto Lookalike audience. Le persone che fanno parte di questo gruppo presentano caratteristiche simili ai clienti che già contano per voi e possono dare risultati straordinari. Provare per credere!

Ad ogni obiettivo il giusto pubblico

L’ultimo consiglio è quello di andare ad associare ad ogni obiettivo che scegliete per la campagna di inserzioni la tipologia di pubblico più adatta.

Se il vostro obiettivo è quello di ottenere delle azioni dagli utenti, sarà molto più opportuno usare pubblici personalizzati. Come vi dicevamo poco prima, infatti, chi già vi conosce infatti convertirà più facilmente.

Se invece partite con una campagna per creare awareness, potete delineare le vostre nicchie lavorando su un pubblico che non sa chi siete.

In ogni caso, il consiglio generale è pensare una strategia, tutte le volte che partite nell’attivazione di una campagna di inserzioni: fare tanti test potrà aiutarvi nel definirla, senza “bruciare” troppo budget inutilmente.
Ora non vi resta che provare e trovare il vostro pubblico che converte davvero, e magari raccontarci le vostre esperienze su Facebook, Twitter e LinkedIn!

3 data skills fondamentali per il tuo futuro da Social Media Manager

I Big Data e le data skills, sono trend topic molto discussi dalle aziende, che hanno già da tempo ben chiaro come i dati rappresentino l’elemento chiave attraverso cui costruire un proprio vantaggio competitivo. D’altra parte i software per l’acquisizione dei dati sono sempre più sofisticati e permettono uno sviluppo di contenuti personalizzati e in linea con la crescente esigenza di miglioramento della customer experience.

I contenuti, che un tempo erano principalmente affidati agli editori, oggi sono parte di una strategia aziendale che si approccia al cliente con “un valore” di autorità e reputazione.

LEGGI ANCHE: I Big Data rappresentano il futuro prossimo del Content Marketing e della Customer Experience?

Cosa c’entra tutto questo con il Social Media Marketing?

Tutto! Sono finiti infatti i giorni d’oro in cui si poteva dare sui social media libera espressione di creatività senza indugi e poi magari un’occhiata agli insight per ripostare il contenuto più ingaggiante o riproporlo in forme diverse! Oggi siamo letteralmente sommersi dai Big Data: gli algoritmi nei News Feed sono diventati più avari e le aziende sono maggiormente focalizzate sul ROI. Ciò che si richiede al Social Media Manager sono data skills, non solo per dare evidenza del risultato ottenuto, ma anche come punto di partenza per analisi, interpretazione e rielaborazione dei dati.

Data skill: segmentare

Un recente studio di Richard J. Vaughan all’Università di St.Francis ha dimostrato che il 39% dei Job posting, nelle principali città del Marketing statunitensi (Los Angeles, New York, Atlanta, Chicago, Dallas, San Francisco), richiede la magica formula“Big Data Analytics Skills”. Interessante anche come il termine Big Data abbia addirittura superato il semplice Data (35%) nelle richieste di lavoro.

Inoltre un report molto accurato di McKinsey (con annesse definizioni sui Big Data) gà nel 2011 aveva previsto che negli Stati Uniti nel 2018 ci sarebbe stata una carenza di risorse con “Deep Analytical Skills” tra le 140.000 e le 190.000 unità.

LEGGI ANCHE: Le competenze del Social Media Manager

Scopriamo, quindi, in dettaglio le 3 data skills richieste al Social Media Manager per “rimanere in carreggiata”.

1. Utilizzo dei Big Data per segmentare l’audience e personalizzare il contenuto

Saper segmentare la propria audience attraverso i Big Data in modo dinamico e secondo i criteri definiti dal business (es. età, posizione geografica), aumenterà il coinvolgimento dell’utente e di conseguenza una sua possibile azione e conversione. I clienti oggi già si aspettano un contenuto mirato al loro contesto, esigenze e messaggi one-to-one forniti al momento giusto e nel luogo più appropriato.

data skill: target audience

Da dove iniziare? Karin Timpone, Global Marketing Officer della catena di Hotel Marriott nel video The Journey to Truly Personalized Marketing, parla di esempi reali di segmentazione efficace utilizzata sui social media per guidare obiettivi di business, di raccolta dati e monitoraggio in tempo reale sui social media.

Particolare attenzione viene rivolta alla segmentazione comportamentale e agli annunci dinamici di Facebook.

2. Utilizzo dei Big Data per identificare i micro-momenti

Saper intercettare i micro-momenti in cui il customer mostra segnali di interesse di acquisto è fondamentale per aumentare i profitti.

Nei metodi tradizionali si utilizza il lead scoring, ossia vengono monitorati i percorsi di navigazione, le email aperte e lette, i form compilati e ogni contatto avvenuto con il possibile cliente, al quale viene assegnato un punteggio di interesse che si aggiorna con successivi comportamenti. Il lead scoring è relativo alle interazioni più recenti con un lead, ma attraverso un utilizzo accurato dei dati si possono catturare in anticipo i segnali di interesse dell’utente e indirizzare i messaggi in modo efficace e tempestivo.

LEGGI ANCHE: Raggiungi i tuoi clienti nel momento giusto, ottimizzando la tua campagna di Mobile Marketing

I segnali di interesse di acquisto possono essere catturati ad esempio da query nei motori di ricerca, interazioni con app, engagement sui social media.

Le campagne social con una migliore performance, ad esempio, sono quelle che riescono a combinare il messaggio alla fase corretta del customer journey. In questa direzione, usare il Pixel di Facebook aiuterà a costruire il funnel di vendita.

Data Skill: social media

Oppure un potenziale customer ha visitato più volte la pagina relativa al prezzo negli ultimi mesi, ma non ha ancora convertito? Offri uno sconto a breve termine. Fruisce dei tuoi video “how-to” ma non vuole far parte della newsletter? Offri una forma premium gratuita.

Tutto ciò è possibile solo sapendo interpretare i segnali d’interesse di acquisto.

3. Saper creare una strategia data-driven

data skill: strategy

Sapere come implementare una strategia basata sui dati ti aiuterà a distinguerti tra i Social Media Manager. Buttarsi senza paracadute nell’era dei Big Data potrebbe rivelarsi infatti davvero mortale. Non c’è da meravigliarsi che il 51% dei marketing influencer dichiara che baserà più decisioni sui dati e considera il marketing guidato dai dati fondamentale per raggiungere gli obiettivi.

Usare i Big Data ti permetterà di rispondere al cosa, dove, quando e come impostare i canali digitali. Ovviamente sempre per massimizzare l’interazione con l’audience, guidare customer experience e progettare crescenti funnel multicanale.

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Nyden, il brand “affordable luxury” di H&M per Millennial

H&M debutta nel regno del “lusso accessibile” con Nyden: un nuovo marchio di abbigliamento creato per i Millennial che sarà lanciato nei primi mesi del 2018.

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La direzione creativa è affidata a Oscar Olsson, già capo dell’Innovation Lab dell’azienda svedese, che mescola sociologia, ricerche di mercato e filosofia al fine di analizzare il futuro della moda e comprendere come le persone faranno acquisti nei prossimi anni.

Nyden non è fast fashion

Il nome combina le parole svedesi “ny”, che significa “nuovo” e “den” che vuol dire “il”, lasciando intendere che la linea sarà indirizzata alla generazione dei Millennial. A differenza di altri marchi, Nyden cercherà di differenziarsi dal mainstream trascurando il calendario tradizionale delle fashion week, ricorrendo all’aiuto dei cosiddetti “leader delle tribù” o influencer selezionati per co-creare le varie capsule. Per la collezione maschile inaugurale, infatti, il tatuatore Doctor Woo lavorerà insieme all’attrice svedese Noomi Rapace.

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Il pubblico di Nyden è molto giovane ed esperto. Si tratta di un target composto da Millennial o “Netocrats” come li ha chiamati il direttore creativo Olsson in un’intervista a The Cut: “Il Netocrat è molto sensibile alla credibilità, all’autenticità e alla personalità”. Per questa ragione, Nyden soddisfa i bisogni dei Netocrat: il marchio diventa un personaggio ‘amorfo’ capace di appagare desideri e capricci di varie personalità invitandoli a far parte del processo di creazione.

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Come possiamo notare dall’account Instagram, il logo del marchio è una sbarra obliqua bianca (/Nyden). L’etichetta non vuole essere l’ennesima espressione del fast fashion: non seguirà le tendenze e le stagioni della moda e a livello commerciale si collocherà nella fascia di prezzo “lusso accessibile”.

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Nyden segue il lancio di un’altra etichetta importante di H&M, Arket, inaugurata la scorsa estate, che offre articoli basic per il guardaroba e la casa. Un brand minimal e funzionale, che punta tutto sui materiali, con prodotti che hanno un prezzo leggermente superiore a quelli di H&M.

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Nyden, ispirandosi alla generazione digitale, venderà solo all’interno di speciali pop-up store e sull’e-commerce dedicato, in coerenza con l’etichetta “affordable luxury”.

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Se pensi che Black Mirror sia il futuro ti sbagli, è il presente

Qualunque appassionato di Black Mirror avrà ormai finito di gustarsi la nuova stagione, e avrà terminato ogni puntata con quella sensazione del tutto peculiare che solo questa serie sa lasciare: un misto di angoscia e consapevolezza, di repulsione e attrazione verso queste tecnologie così lontane, eppure che sembrano così vicine, di cui quel sadico di Charlie Brooker ci mostra il lato più oscuro.

Ebbene, dispiace deluderti, ma se ti sei consolato al pensiero che, in fondo, è pur sempre una serie di fantascienza, basata su tecnologie ancora molto lontane dal coinvolgervi, ti sei sbagliato di grosso.

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Perché il futuro è già qui

Sicuramente non vi sarà sfuggito il sottile senso di angoscia che episodi come il quarto della nuova stagione, Hang the Deejay, dove le relazioni di coppia sono interamente decise da un’intelligenza artificiale, trasmettono: chi non si è chiesto dove finiremo con il proliferare di siti e app di incontri? Ci vuole solo un po’ di fantasia, perché la tecnologia non solo è già disponibile, ma è anche pervasiva nelle nostre vite.

Sono più che altro le conseguenze sulle nostre scelte di vita che quelle tecnologie ci portano ad affrontare, come nel caso del protagonista dell’episodio Zitto E Balla: se il nostro computer venisse hackerato e dei malintenzionati riuscissero a registrare, tramite la videocamera, qualche azione molto imbarazzante, fin dove saremmo disposti a spingerci per impedirgli di diffonderla?  È questa la sottile domanda che un episodio del genere ci metteva davanti: “visto che capita di continuo, dato che potrebbero starti guardando in questo preciso momento…tu cosa faresti?.

Alla ricerca del limite

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O ancora, nella nostra ricerca continua di superare il limite? È quello che accade al protagonista di Giochi Pericolosi, che non fa altro che farsi impiantare quello che sarebbe un visore di Realtà Aumentata nel cervello, per provare un videogioco davvero…realistico. Le biotecnologie diventano ogni giorno più avanzate, e per i neuroscienziati è già possibile creare un’interfaccia cervello-macchina che incorpori la Realtà Virtuale. Per ora si parla di ambito medico, ma se fosse disponibile un videogioco basato su questo concetto, lo proveresti?

La questione che si pone è sempre la stessa: dov’è il limite? È davvero un miglioramento delle nostre vite, o è solo l’ingresso di un enorme circolo vizioso, in cui a maggiore controllo equivale maggiore probabilità di errore?

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È quello che si saranno chiesti tutti i genitori che hanno visto la quarta stagione di Black Mirror, guardando l’episodio Arkangel: l’idea di un sistema di monitoraggio dei figli che si impianti sotto pelle e che permetta ai genitori di vedere in tempo reale ciò che vede il bambino, è sì inquietante, ma anche interessantissima.

Chi non vorrebbe avere un tale livello di sicurezza per i propri pargoli? Ma a questo punto, quanti genitori sarebbero in grado di rispettare il limite? Non sono neanche certa che i genitori che hanno deciso, nel mondo reale, di affidarsi ad AngelSense, non si siano posti la stessa domanda, visto che questo dispositivo per “bambini speciali” permette addirittura di avere accesso alla registrazione audio in tempo reale di ciò che il figlio sente.

Valutazioni online e vita reale

Oppure si tratta di esplorare cosa accadrebbe se le tecnologie che utilizziamo quotidianamente come individui diventassero la base delle nostre azioni sociali. È quello che ci mostra un episodio come Caduta Libera, in cui l’intera esistenza dei protagonisti è dettata dal loro punteggio di popolarità sui social network: tutto dipende da un numero di stelline, come quelle dei ristoranti su TripAdvisor.

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La tecnologia c’è già tutta, non trovate? “Certo, ma dipende dalle scelte che si fanno a livello di società. Noi siamo ben lontani da raggiungere un punto del genere“, potreste rispondermi. Ma ne siete sicuri? In fondo, gli influencer non hanno oggi forse tutti i vantaggi che un “4.8” potrebbe avere?

Se poi volete un esempio davvero inquietante, provate a pensare agli autisti di Uber: la loro foto, il loro nome e il loro punteggio appare sul nostro smartphone nel momento stesso in cui prenotiamo, e non è raro essere pregati di lasciare il massimo di stelle, perché da questo dipende la loro capacità di lavorare stessa.

Mancano solo le lenti a contatto che ci permettano di vedere il punteggio in tempo reale (ma non sentitevi così al sicuro qui, continuate a leggere). Se volete provarne l’ebbrezza sul vostro schermo, intanto, potete farlo su questo sito (con tanto di inquietante musichetta… brrrr!).

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“Questo non succederà mai”

Alcuni episodi, ammettiamolo, ci intrattengono molto ma rimangono abbastanza distanti dalla nostra coscienza, perché ci sembrano totalmente fantascientifici. È il caso di episodi come Gli Uomini e Il Fuoco, dove ad un soldato viene impiantato un chip, che sostituisce le immagini reali delle sue vittime con immagini di mostri dal volto tumefatto, come se si trattasse di un sofisticato filtro di Snapchat in tempo reale.

Fantascienza pura, no? Non credo. Basta pensare che esiste già un impianto in grado di legarsi alla retina per amplificare la vista di persone con problemi visivi.

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Anche Torna Da Me, in cui la protagonista, pur di non perdere il suo compagno morto, continua a parlare con lui grazie ad un software che ne clona i comportamenti, sembra lontanissimo da noi. Ma non lo è, e ce lo dimostra l’ingegnere russo Eugenia Kuyda: non ha fatto altro che creare un chatbot che acquisisse le sue conoscenze dalle attività online di un amico che era decedutoRoman Mazurenko, utilizzandole come database. Et voilà! Da questo riuscito esperimento è nata un’applicazione per iOS e Android, che permette a chiunque di chattare e fare amicizia con un’intelligenza artificiale.

La tecnologia è uno specchio nero

Insomma, la tecnologia protagonista di Black Mirror è già disponibile ampiamente nelle nostre vite. Forse è proprio questo il segreto del successo di questa serie: ci mostra appunto, uno specchio nero: possiamo guardarci dentro e vedere esattamente lo stato attuale delle cose, se solo lasciassimo la nostra parte più oscura prendere possesso delle tecnologie disponibili.

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Sarà per questo che la puntata a mio parere più riuscita è Odio Universale: l’aspetto più controverso dell’episodio non è la possibilità di creare droni piccoli quanto un’ape, cosa a cui siamo effettivamente molto vicini. O che questi possano essere hackerati, che è semplicemente una conseguenza logica. L’aspetto davvero terrificante è la cattiveria umana, che la tecnologia e i social network ci permettono di esprimere liberamente.

Così, sembra terribilmente realistico che con un hashtag come #DeathTo si possa scatenare il putiferio in rete, e le peggiori pulsioni umane possano scatenarsi. La tecnologia più pericolosa di tutte è l’uomo.

La tazza dei nerd è tra le 25 migliori invenzioni dell’anno secondo il Time

Lo studio di design americano Amminution  ha progettato una  tazza a temperatura controllata per Ember Ceramic: scegli la temperatura esatta in cui desideri che la tua bevanda rimanga per ore e così sarà!

Forse molti pigri aspettavano da anni una tazza smart e la startup Ember con sede a Los Angeles nasce proprio con l’intento di progettare prodotti a temperatura controllata.

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Due anni fa Ember ha lanciato il suo primo prodotto: una tazza da viaggio a temperatura controllata che consente di riscaldare le bevande alla giusta temperatura. La tazza da viaggio ha avuto successo: è stata venduta a Starbucks, è stata protagonista del talk-show statunitense The Ellen DeGeneres Show ed è sulla buona strada per guadagnare – dicono gli ideatori – entrate ad otto cifre quest’anno.

Tra le 25 migliori invenzioni del 2017 il Time ha premiato questa tazza.

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La nuova tazza intelligente si collega al telefono tramite Bluetooth ad una App e consente di impostare la temperatura ideale (fino a 145 gradi) e mantenerla.

Come funziona

A vederla sembra una tazza comune, ma alla base contiene una tecnologia complessa che la rende unica: ci sono quattro sensori che gestiscono le informazioni sulla temperatura  all’interno di un microprocessore nella base della tazza, che indica all’elemento riscaldante di accenderlo o di spegnerlo. Per ricaricare la tazza, ovviamente, basta riporla sul sottobicchiere conduttivo incluso.

Dopo due ore di inattività, la tazza entra automaticamente in modalità di sospensione come misura di sicurezza, ma se continui a muoverla, manterrà la bevanda calda.
La tazza in ceramica sarà venduta al dettaglio per  circa 79 dollari ed è disponibile esclusivamente su Starbucks e sul sito Web di Ember.

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Clay Alexander, CEO di Ember, vede il suo potenziale per essere utilizzato in ambienti aziendali, ogni giorno a casa o in qualsiasi circostanza in cui si possa adoperare una tazza normale.

L’idea per il futuro è quella di realizzare piatti a temperatura controllata e al momento stanno sviluppando un biberon con le stesse caratteristiche.

Reinventare cose che esistono già

La chiave del successo è aumentare gli archetipi di prodotto esistenti e aggiungere loro la tecnologia senza che la tecnologia annulli l’ esperienza originale. Infatti la tazza a temperatura controllata è stata studiata in modo tale che il bordo della tazza (quindi l’appoggio delle labbra) fosse esattamente come una normale tazza di ceramica: stesso peso, dimensione e rumore di quando la si appoggia su un tavolo.

Ember e Ammunition credono che l’estrema attenzione a questi piccoli dettagli porterà ad un acquisto maggiore e a ciò che le aziende stanno cercando di fare: migliorare le attività quotidiane attraverso la tecnologia. Così, mentre alcune tazze intelligenti sono arrivate sul mercato promettendo di monitorare la salute e tracciare le calorie consumate e dirti cosa stai bevendo, Ember non ha intenzione di aggiungere extra.

“Vediamo molte aziende che cercano di introdurre la tecnologia nei prodotti di tutti i giorni per essere dirompenti”, afferma Matt Rolandson, partner di Ammunition. “Da parte nostra, abbiamo una regola sulla quale siamo testardi. Quando si tratta di aggiungere tecnologia alla vita di tutti i giorni, non vogliamo fare cose che renderanno le cose difficili o più frustranti”.