Perché Facebook sui video fa un passo indietro e sceglie il pre-roll

Sono sempre non richiesti. Nella migliore delle ipotesi vengono ignorati dagli utenti. E nella peggiore vengono ricoperti di parole non proprio felici da parte di chi vuole soltanto godersi il suo video senza dover stare a guardare prima i 20-30 secondi (spesso anche più) di pubblicità che sono ormai una costante dei contenuti postati su Youtube. Questi particolari strumenti di marketing si chiamano tecnicamente pre-roll e presto potrebbero arrivare anche su Facebook Watch, la piattaforma per show originali che fino a questo momento aveva preferito delle interruzioni pubblicitarie nel mezzo dei video.

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Il flop dei pre-roll

Cosa ha spinto la piattaforma social di Zuckerberg a cambiare la sua strategia e ad assimilarsi a quella di YouTube? Per capirlo dobbiamo fare un passo indietro e analizzare i dati sull’effettivo successo dei pre-roll. Che poi tanto successo non è: secondo una ricerca di IPG Media Lab condotta su 11mila cittadini americani e riportata a febbraio da CNBC, il 65 per cento di chi in rete si imbatte in un video pubblicitario sceglie di saltarlo non appena ne ha la possibilità. Nella maggior parte dei casi si tratta di un comportamento radicato, un’abitudine che è difficile abbandonare.

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Nel grafico la percentuale di utenti che tende a saltare i video pre-roll con relativo tempo di azione. Fonte: Turbo Charging Your Skippable Pre-Roll Campaign (IPG Mediabrands’ Media Lab)

Fare pubblicità più efficaci

Con questi dati in mano coloro che si occupano di marketing e di pubblicità devono quindi chiedersi se c’è un modo per alzare la percentuale di chi arriva alla fine del video pubblicitario e che quindi potrebbe diventare un cliente del brand pubblicizzato. Ci sono dei consigli che è possibile dare a chi si concentra sull’ideazione di campagne promozionali. La prima cosa da fare è trovare una storia che sia appassionante e che, soprattutto, contenga il nome del brand nei primi cinque secondi dello spot. Quella infatti è la soglia di attenzione dell’utente medio. La percentuale di persone che saltano i video pre-roll potrebbe scendere anche individuando un bacino di persone che con ogni probabilità apprezzerà la pubblicità di un certo prodotto.

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Facebook e la profilazione dell’utente

Per riuscire a raggiungere i due obiettivi appena esposti è necessario fare una profilazione efficace degli utenti. In questo campo, chi meglio di Facebook è in grado di raccogliere, in maniera spesso non voluta dai suoi iscritti, dati sulle preferenze, sulle abitudini, sulle tendenze? E ancora sulle amicizie, sui luoghi visitati, sulla formazione, sulla posizione lavorativa? La domanda è retorica. E la risposta indica la motivazione principale per la quale il social network più famoso del mondo ha deciso di virare in una direzione contraria a quella che era stata esposta dal suo creatore in precedenza. Mark Zuckerberg si era detto contrario all’utilizzo dei pre-roll sulla sua piattaforma semplicemente perché non li riteneva necessari per il tipo di uso che una persona su Facebook fa del suo news feed. I fatti, però, lo stanno contraddicendo o forse l’hanno convinto che agire in senso opposto sarebbe stato più vantaggioso.

Le emozioni contano

Il contenuto emozionale del video è un’altra delle caratteristiche ritenute vincenti nella riuscita di una pubblicità perché riesce a catturare l’attenzione dell’utente. Infine, se tutto dovesse mancare, tanto vale sfruttare la tendenza a premere sul pulsante “salta annuncio”. In altre parole, può servire mettere accanto a quella funzione il nome del brand pubblicizzato in modo che, anche non volendo, le persone possano leggerlo.

Chi c’è dall’altra parte

La scelta di Facebook potrebbe rispondere, come riporta AdAge, anche a un tentativo di superare lo scopo di fidelizzare l’utente su un solo contenuto e sollecitare invece le visite ripetute, di persone che si fermano su Facebook Watch per meno tempo, ma che ci tornano più spesso. Questa tipologia di utenti è più portata a tollerare i pre-roll. La capacità di capire chi c’è dall’altra parte dello schermo potrebbe portare poi a un ulteriore sviluppo della strategia di Facebook: le persone che tendono a rimanere su uno stesso contenuto per molto tempo potrebbero vedere solo mid-roll. Quelle invece che preferiscono saltare da un video a un altro si troveranno i pre-roll molto più spesso.

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Google Maps: nuova modalità di navigazione per le moto

Google Maps lancia la nuova navigazione dedicata a tutti i mezzi a due ruote, offrendo così un miglior supporto a tutti i motociclisti e scooteristi in cerca della retta via!

È stata da poco presentata infatti la nuova integrazione alla celebre app cartografica e di navigazione di Google che dedica un nuovo algoritmo di calcolo a chi ama spostarsi su due ruote, offrendo strade alternative per migliorare e velocizzare gli spostamenti. Il rollup ufficiale non poteva che essere presentato in India, che rappresenta il primo mercato mondiale delle due ruote con una proporzione di 7 a 1.

Durante l’evento di presentazione a Dheli, Marta WelshGoogle Maps’ strategic partner development manager, ha spiegato che la nuova modalità a due ruote consiglierà percorsi alternativi che preferiranno strade e vicoli consentiti esclusivamente a biciclette e veicoli a motore a due ruote.

Come funziona il navigatore per le due ruote

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All’interno della classica schermata di navigazione di Google Maps sarà presente una nuova icona a due ruote che vi permetterà ricevere indicazioni mirate per lo spostamento su due ruote, spesso più breve e veloce, utilizzando dove è possibile tratti stradali  vietati ai normali veicoli a 4 ruote.

Districarvi nella giungla urbana con un mezzo a dure ruote (sempre nel rispetto delle norme stradali) è molto differente rispetto ad un veicolo tradizionale e questo aspetto viene preso in consideraizone anche dall’algoritmo nel calcolo del vostro itinerario perfetto.

India capitale delle due ruote

 

Il CEO di Google Sundar Pichai ha dichiarato che l’India è una delle nazioni più importanti per l’azienda e per lo sviluppo di servizi come Google Maps. Lo scorso anno infatti l’uso dei servizi di indicazione stradale è cresciuto del 100%.

Per ora le novità dedicate alle due ruote rimangono un’esclusiva nazionale Indiana per un periodo di tempo ancora da definire prima di estendere questa nuova feauture a livello globale sui tutti i client Android e iOS.

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Facebook chiederà un selfie per confermare la nostra identità

Anche se l’utilizzo del selfie nella fotografia era in voga già dai tempi delle macchine analogiche, possiamo azzardare che, probabilmente, le potenzialità virali siano concise con il momento in cui Bradley Cooper scattò, nell’ormai celebre edizione della notte degli Oscar del 2014, una foto che fece il giro del web.

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Possiamo altresì avanzare l’ipotesi che nel 2017 (quasi 2018), ci siano ancora poche persone che non sappiano il significato del termine “selfie”, un inglesismo che esprime l’azione di scattare una foto con l’obiettivo puntato verso sé stessi o verso uno specchio, e condividerlo poi sui social network.

Negli Stati Uniti ad esempio, una statistica dimostra che il 70% degli adulti (ovvero coloro che non sono nativi digitali) intervistati ha dichiarato di conoscere molto bene il significato del termine “selfie”, mentre solo l’1% afferma di essere poco familiare con questa “nuova” moda dilagata con gli smartphone.

Perché captcha non piace più a molti

“Ma cosa c’entrano i selfie con i captcha test?”, vi chiederete voi. Ebbene, c’entrano e come! Già nell’aprile 2016, in un articolo comparso su pandasecurity.com, venne spiegato da un trio di ricercatori della Columbia University (New York) quanto fosse facile raggirare i temibili form illeggibili da riempire per completare un’iscrizione online.

Benché anche oggi i captcha rendano più complicato per gli aggressori l’utilizzo di bot programmati per raccogliere indirizzi email, in modo automatico e massiccio, per campagne di spam, essi non sono infallibili e possono essere ormai automatizzati.

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Perciò qualcuno al quartier generale di Facebook si deve essere posto una domanda: “Come si possono rendere questi captcha bot-proof?”. La risposta ovviamente, la state leggendo in questo articolo.

Sembra infatti che il gigante di Menlo Park stia testando un nuovo modo per determinare se un utente sia davvero umano: e, indovinate un po’, il modo per confermare la propria identità è scattarsi un selfie. Martedì 29 novembre è stato proprio il Social Network a confermare che sta provando un test di identità basato sulla verifica di una foto.

O questo è perlomeno quanto è trapelato su Twitter dagli screenshot del test.

Questo nuovo strumento chiede di caricare una foto che “mostri chiaramente il tuo volto”. Il prompt dice anche che, dopo aver utilizzato l’immagine, questa verrà eliminata dai server.

Da Facebook si sono affrettati a sottolineare come la funzione sia destinata a smascherare attività sospette (quali siano però non è stato specificato) e che in futuro potrebbe essere utilizzata in diversi step per far si che la piattaforma possa verificare l’identità degli utenti, compresa la creazione di un account o di una promozione.

Il software impiegato dal social analizzerebbe automaticamente la foto e, in un tweet che è stato successivamente cancellato, sarebbe stato suggerito di impedire agli utenti il log-in fino a quando il software stesso non avesse verificato l’immagine.

Quello che non è ancora chiaro sono le misure che verrebbero adottate per impedire che il nuovo strumento captcha possa essere utilizzato in modo improprio, mentre pare che il software sia già in grado di assicurare che l’immagine sia unica e non una foto casuale presa da Google.

La privacy al tempo dei selfie

Diversi utenti hanno naturalmente espresso preoccupazione e perplessità per l’invio di un selfie in rete. Lo strumento “selfie-captcha” è attualmente solo in fase di sperimentazione e non è chiaro se il processo di verifica verrà effettivamente implementato a livello globale o se subirà prima delle modifiche .

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Mentre l’invio di un selfie potrebbe mettere a disagio alcuni utenti (ma dai?), Facebook sta lavorando sodo dopo che una ricerca condotta di recente ha dimostrato che durante le elezioni presidenziali statunitensi del 2016, molti “utenti” che pubblicarono e postarono informazioni, news e quant’altro fossero in realtà fake account di bot russi.

In risposta a questa ricerca, la politica pubblicitaria rivista e aggiornata chiederà agli utenti che acquisteranno annunci politici di verificare la loro identità e posizione. Questo strumento potrebbe potenzialmente essere utilizzato nel caso in cui, un utente con sede negli Stati Uniti, si connettesse improvvisamente da un altro paese.

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Mentre alcuni vedono la perdita della privacy come un male necessario, altri utenti la considerano come un abuso che si sta cercando di minimizzare attraverso approcci diversi.

In conclusione sarebbe opportuno fare una riflessione (che potrebbe in realtà suonare come una provocazione): in un mondo in cui il 50% della popolazione globale ha accesso a Internet (un aumento del 35% rispetto ai dati registrati nel 2013) e in cui essere collegati al più grande database di condivisione di informazioni (e materiale video-fotografico) nel mondo spesso e volentieri ha un prezzo, ha ancora senso indignarsi, o dubitare sulle intenzioni di un canale di comunicazione (qual che sia) che cerca di contrastare probabili violazioni?

Lo stipendio? potrebbe dipendere anche dalla tua personalità

Secondo una nuova ricerca pubblicata su Psychological Science, rivista dell’Association for Psychological Science, un dipendente la cui personalità si avvicina maggiormente ai tratti considerati ideali per svolgere il suo lavoro è propenso a ottenere una remunerazione maggiore di un collega le cui caratteristiche sono meno allineate.

Il panel

La ricerca ha avuto luogo in Germania, su un campione di 8.458 persone che rispecchiano la media dei dati socioeconomici tedeschi in merito occupazione e reddito annuale. Per questo il panel è composto per il 68% da uomini e per il 32% da donne, impiegati a tempo pieno, con un’età media di 43.7 anni.

I risultati di questa correlazione tra personalità e professionalità sono significativi, come sottolineato dal ricercatore capo Jaap J.A. Denissen, dell’Università di Tilburg. “I nostri risultati mostrano che osservare la combinazione di tratti di personalità e richieste di lavoro sia la chiave per identificare fattori importanti, come il reddito. Questo dato fa compiere una svolta alle ricerche che partono dai tratti della personalità di un individuo per prevedere gli esiti della sua vita personale e professionale. I nostri risultati indicano che è più complesso: bisogna tener conto che dell’ambiente in cui quella persona esprime il suo potenziale”.

Personalità e mondo lavorativo

Il metodo

I risultati di ricerche precedenti hanno indicato che alcuni tratti della personalità sono generalmente benefici in relazione a determinati ambienti di lavoro. Essere molto coscienzioso, osserva Denissen, è associato ad essere laborioso, ben organizzato e rispettoso delle regole: qualità tipicamente apprezzate nei dipendenti.

I ricercatori hanno sviluppato una nuova strategia per confrontare le sinergie tra una determinata persona e uno specifico lavoro, utilizzando i tratti di personalità tratti dalla teoria dei Big Five di McCrae e Costa per quantificare i tratti che ogni lavoro richiede.

Ogni soggetto del campione ha completato una breve versione del Questionario dei Big Five in tedesco, valutando il grado in cui 15 affermazioni relative alla personalità risultavano aderenti al proprio caso (es. “Mi vedo come qualcuno che ha un’immaginazione attiva”).

La personalità

I risultati sono stati elaborati da due psicologi con una vasta esperienza in questioni occupazionali che non erano però a conoscenza delle ipotesi dei ricercatori: hanno identificato i tratti della personalità di ciascun soggetto e i tratti di personalità ideali per ogni lavoro (es. Essere contabile richiede livelli minimi di estroversione, all’opposto di attori e registi), valutando in che misura hanno contribuito alla formazione dei redditi personali.

In alcuni casi, i risultati sono stati più significativi, soprattutto per quanto riguarda estroversione, disponibilità e apertura verso nuove esperienze. Per questi tre tratti, una maggiore congruenza tra la personalità di un dipendente e le esigenze di un lavoro hanno portato a quello che ricercatori hanno identificato come “bonus di adattamento”, determinando un reddito più elevato.

È importante sottolineare che i dati hanno anche rivelato che è possibile anche avere un eccesso qualitativo: i dipendenti che presentano valori troppo elevati di questi tre tratti in realtà guadagnano meno di colleghi che presentavano livelli inferiori ma ottimali.

C’è di più: il modello ha mostrato che, in alcuni casi, il fatto di essere carenti di una determinata qualità era preferibile ad averne un eccesso.

Relazione tra personalità e stipendio

Il futuro

I ricercatori osservano che saranno necessari ulteriori studi per capire come le singole esperienze lavorative, la soddisfazione sul lavoro e le prestazioni lavorative possano influenzare l’associazione tra la personalità e il reddito della personalità del lavoro individuale.

I risultati del presente studio suggeriscono che il raggiungimento della giusta misura richiede un approccio più sfumato per valutare sia i tratti individuali sia i tratti legati al lavoro. Denissen sottolinea che “dal punto di vista pratico, le aziende dovrebbero essere interessate a questi risultati perché implicano che è davvero importante investire in una solida valutazione della personalità. Dal punto di vista dei dipendenti, invece, i nostri risultati suggeriscono che chi riesce a trovare un posto di lavoro adatto alla propria personalità può guadagnare di più”.

Dettagli e risultati della ricerca possono essere consultati attraverso il link in calce.

Tutti i possibili usi della realtà aumentata nel turismo

È passato ormai più di un anno dall’uscita che ha portato la realtà aumentata alla ribalta e che ha fatto capire a tutti noi quante possibilità straordinarie un simile strumento mettesse a disposizione: il rilascio dell’app di Pokémon Go. È passato ormai più di un anno, e nonostante le premesse sopra, Pokémon Go è anche l’unico boom del genere che c’è stato.

In realtà dire che non ci sono più stati grandi successi di applicazione della realtà aumentata dopo Pokemon Go è fuorviante: sebbene non ci siano stati altri fenomeni virali di simile portata, molte industrie hanno colto l’occasione per “svecchiarsi” e provare a sfruttare il potenziale della realtà aumentata per offrire servizi innovativi.

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I limiti della realtà aumentata sono tanti, a partire dalla durata della batteria dei nostri amati smartphone, che sembra essere sempre più breve quanto più innovativi diventano. Ma basta solo l’idea giusta per riuscire ad entrare nelle tasche di migliaia di persone con la realtà aumentata, perché non ci sono barriere all’ingresso (come ad esempio l’acquisto del visore quando si parla di VR): tutti abbiamo almeno uno smartphone

Per questo uno dei settori in cui l’aspettativa nei confronti della realtà aumentata è più alta è quello turistico, e sebbene sembri a prima vista che il grande boom qui non sia ancora arrivato, in verità il numero di applicazioni là fuori che sfrutta questa tecnologia per rendere più piacevole il viaggio o la sua preparazione è altissimo, e in continuo aumento. E le possibilità sembrano davvero infinite…

Siamo già circondati da realtà aumentata nel turismo

Sì, anche se non ce ne accorgiamo, è così. A partire da Pokémon Go stesso: che impatto ha avuto quel gioco sull’industria turistica? Quanta visibilità e traffico ha portato a certi bar o zone delle città che si trovavano vicino a un Pokestop? Tanto da rendere necessario l’intervento delle forze dell’ordine in più di un’occasione, quando la location era casualmente un posto inadatto ad ospitare folle di persone. Insomma, il primo impatto “di massa” della realtà virtuale, in realtà, non è stato solo videoludico – è stato turistico, da un certo punto di vista.

Il primo problema però sorge proprio qui: in Pokémon Go la realtà aumentata sfruttava le località reali ai fini del gioco, rendendo la realtà virtuale il fine ultimo delle azioni dei giocatori. La vera rivoluzione in ambito turistico si avrà invece quando qualcuno riuscirà a fare il contrario, ovvero sfruttare la realtà aumentata per spingere le persone a esplorare una località in maniera turistica, e quando questo qualcuno avrà lo stesso successo di Pokémon Go. Ma questa è un’altra storia.

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Un esempio di questa tipologia di utilizzo della realtà aumentata ai fini del turismo consapevole è quello che viene sempre più spesso realizzato da musei e simili, soprattutto quelli più innovativi. Grazie ad un’applicazione ad hoc i visitatori possono interagire con determinate postazioni all’interno del museo, in modo da ottenere un’interazione virtuale che si sovrapponga al mondo reale. Così per esempio le ossa dei dinosauri prendono vita, garantendo un’esperienza molto più completa, o gli animali dello zoo escono dalle gabbie e si fanno i selfie insieme ai visitatori.

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Ma le applicazioni sono molteplici e spaziano per tutta la filiera turistica e lungo tutto il percorso esperienziale del turista, con modalità che vanno dall’uso comune già oggi alla pura fantascienza (per ora).

Dalla prenotazione dell’hotel, che ci può portare in tour virtuali delle strutture e dei luoghi che vogliamo visitare, alla visita alla città, che può diventare un’esperienza completamente diversa con uno smartphone e le app giuste.

Ad esempio, passeggiando per le moderne vie delle città d’arte Europee, si potrebbe sollevare lo smartphone per vedere improvvisamente i grattacieli trasformarsi in antichi palazzi, sovrapposti alla realtà nello schermo del telefono. Anche in mezzo alla natura, con l’applicazione giusta, la realtà aumentata potrebbe rivelarsi molto utile (se non fondamentale): lo schermo del telefono potrebbe mostrarci in tempo reale un tag sopra le cime innevate che ci circondano, facendoci sapere nome e altitudine delle principali formazioni rocciose e non solo. Interessante nel migliore dei casi, a dir poco salva-vita in possibili circostanze estreme e impreviste. O ancora, in mezzo al traffico di una città sconosciuta, il telefono potrebbe guidarci verso la destinazione facendo apparire direttamente frecce e simboli utili proprio sulla fotografia in tempo reale della strada di fronte a noi.

Per non parlare della magia straordinaria di un menù di un ristorante in cinese che, davanti ai nostri occhi, si trasforma in (non proprio perfetto ma comprensibile) italiano sullo schermo del nostro telefono grazie a Google Translate! Insomma, ce n’è per tutti. Persino il meteo può diventare molto più divertente, con l’AR.

E l’esperienza reale, allora?

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E se arrivassimo ad un punto in cui potessimo letteralmente viaggiare in terre lontane soltanto indossando un visore per la VR, vorremmo ancora viaggiare veramente?

Per rispondere, basta fare un’altra domanda: avete mai provato quei classici giochi in realtà virtuale che fanno provare l’esperienza di una montagna russa? Per quanto fatto bene, graficamente accattivante, integrato con tecnologie di movimento, ecc…, questa esperienza vi ha forse fatto sentire talmente soddisfatti da non voler più andare su una montagna russa reale? Ovviamente no.

La gita con gli amici, la giornata all’aperto, gli hotdog per pranzo che rischiano di essere vomitati al primo giro della morte, sono tutte esperienze reali che il mondo virtuale non può (e non potrà, almeno per un altro po’) offrire. Piuttosto, dopo averlo provato dal divano di casa con la realtà virtuale, vorreste subito andare a scoprire l’originale in prima persona.

Ecco, questo è il rapporto che l’industria turistica potrebbe avere con la realtà virtuale e aumentata. Le due, anzi, dovrebbero lavorare a stretto contatto: la realtà virtuale è il perfetto strumento di marketing, la pubblicità più accattivante che esista; la realtà aumentata, dall’altra parte, è lo strumento per rendere l’esperienza in sé ancora più straordinaria. Una combo fantastica, no?

Tanto che persino il mondo del lavoro potrebbe provare a prendere spunto dai tanto discussi nomadi digitali per introdurre il viaggio con la realtà virtuale in ufficio. Con quali probabilità di successo non è dato saperlo, ma staremo a vedere.

Politicizzare un brand: istruzioni per l’uso

Ascoltare, capire, definire un tone of voice adeguato. Preparare una guideline ad uso esclusivo dei community manager, dare un volto, colori, attitudini nella stesura di una brand identity: i marchi devono essere sempre più umani, nel volto, nel linguaggio, nell’immagine, nei sentimenti.

E per quanto riguardi le questioni sociali? La politica?

brand politicizzati, sì o no?

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Se un brand è umano, come tale dovrà reagire anche agli stimoli esterni che, in questi ultimi due anni come mai prima d’ora, vertono costantemente sulla politica.

Costruire una identità di brand solida, esclusiva e inclusiva, nella quale i consumatori si riconoscano in maniera empatica, che li faccia scegliere la marca ogni giorno, tutti i giorni; valori che vengano trasmessi dall’impronta digitale della marca, espressi attraverso i suoi prodotti, i suoi servizi e le comunicazioni con il pubblico. Arriverà anche il momento in cui i consumatori si aspetteranno che questi valori così passionalmente esposti vengano poi effettivamente difesi, anche se la cosa potrebbe andare a toccare il profitto.

La giusta dimensione della fedeltà

Dovresti politicizzare il tuo brand?

Non ho nessuna risposta definitiva da importi, ma posso darti uno spunto di riflessione. Iniziamo dissipando un mito comune: la fedeltà alla marca (Brand Loyalty) è importante, fondamentale, per sostenere la domanda attuale, ma in nessun modo favorirà la crescita del brand.

È importante che noti come porsi l’obiettivo di connotare politicamente il tuo brand possa invece farti mancare il bersaglio principale: la crescita. Sostenere una posizione politica, che si declini anche nell’appoggiare determinati movimenti sociali, sicuramente aumenterà la fedeltà dei tuoi consumatori al brand, non i loro acquisti.

Per guidare la crescita, la brand loyalty deve essere funzionale alle vendite, cosa che non è nella maggior parte delle categorie merceologiche.

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Prendiamo in considerazione una categoria di acquisti che siamo obbligati a fare con una determinata costanza: ammettiamo che un cliente compri sempre lo stesso brand di pneumatici, cambiandoli regolarmente una volta l’anno. Questa è fedeltà, non crescita. Ammettiamo invece che, lo stesso cliente, cambi l’intero treno di gomme più volte l’anno, o che acquisti sempre due o tre pneumatici in più. Oltre a non essere un comportamento regolare, non è né prevedibile né affidabile tanto da svilupparci sopra un modello di business.

Un esempio più digital: quante volte l’anno un brand si affida ad un’agenzia per il restyling del proprio sito o per un rebranding?

Questo è il primo motivo per cui non ricorrere alla politicizzazione del tuo brand: non devi farlo se il tuo primo obiettivo è, invece, quello di crescere.

2017, annus horribilis per essere agnostici

Le elezioni americane dello scorso anno non sono state solo una lezione di social media management, hanno anche tracciato un solco: o sei dentro o sei fuori.

Quasi nessuno tra brand, intellettuali, “establishment”, Hollywood è rimasto in silenzio. Tutti hanno detto la loro, tutti si sono schierati chi con e chi – gran parte – contro il nuovo presidente USA.

Ed è stato questo il caso in cui mantenere un profilo neutro in merito si è rivelato un contro.

Lyft e Uber: prendere posizione si è rivelato discriminante

Brand e politica: istruzioni all'uso.

Quando lo scorso 27 gennaio il presidente Trump ha firmato il cosiddetto “Muslim Ban”, con il quale bloccava l’ingresso negli Stati Uniti alle persone provenienti da sette Paesi a maggioranza islamica, Lyft si è da subito schierata contro l’emendamento. Il servizio di ride-sharing ha reagito inoltre promettendo 1 milione di dollari all’American Civil Liberties Union.

Uber, al contrario, non solo si è astenuta dal contrastare la scelta del neo presidente, ma inizialmente ha anche deciso di eliminare il sovrapprezzo dalle sue corse il 28 gennaio, in risposta allo sciopero promosso dalla New York Taxi Workers Alliance per mostrare solidarietà a tutti coloro che venivano colpiti dall’ordine restrittivo.

Tardiva la risposta dell’Amministratore Travis Kalanick che ha rilanciato promettendo ben 3 milioni di dollari da destinare alla difesa legale da tutti i cittadini colpiti dal decreto: in rete si era ormai diffuso l’hashtag #DeleteUber, diventato subito trend topic.

In questo modo Lyft ha costruito fiducia e rafforzato il suo rapporto con i clienti, mentre Uber ha causato una disconnessione – anche se temporanea – dovuta all’ipocrisia riconosciuta in un brand che dichiara: «Uber è una comunità. Siamo qui per sostenerci l’un l’altro».

Cosa succede in Italia quando una casa non c’è per tutti

Brand e politica: istruzioni all'uso.

Anche in Italia abbiamo avuto la nostra serie di trend topic dovuti alla reazione dei consumatori a fronte di particolari dichiarazioni.

Qualche anno fa non poco scalpore suscitarono le dichiarazioni di Guido Barilla. In un’intervista radiofonica, l’erede dell’impero portato avanti dal pay off “Dove c’è Barilla c’è casa”, dichiarò che mai si sarebbero viste famiglie omogenitoriali negli spot dell’azienda di famiglia, in quanto loro credevano nelle famiglie tradizionali.

Inutile dire come la rete si mosse all’unisono con #BoicottaBarilla come hashtag ufficiale e tanti brand, tra concorrenti diretti e non, si dichiararono ufficialmente contrari alle dichiarazioni del delfino parmense.

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Politica sì o politica no per un brand?

Se proprio non si può evitare di entrare nella bagarre politica, insomma, bisogna assicurarsi di non disattendere mai i valori di marca dichiarati, dimostrati o trasmessi. Se stai considerando di politicizzare il tuo brand ricordati che le questioni definite politiche sono anche (soprattutto) le questioni legate all’immigrazione, all’equalità, al contesto che si vive.

Questi temi hanno sicuramente un aspetto politico, ma sono quelli sopra citati gli ambiti su cui il tuo brand dovrebbe prendere posizione, non lo schieramento al quale si avvicinano o meno.

Politicizzare un brand non significa esprimere una posizione su ogni tematica che domina i media in un dato momento: concentrati sul soddisfare le aspettative di chi crede in te. Mantieni le tue promesse elettorali, non quelle di altri.

Cosa puoi fare con Creator, la nuova app di Facebook per gli influencer

Creator è l’app lanciata da Facebook per fornire agli influencer la possibilità di editare o “craftare” i propri video live come se fossero dei veri e propri programmi TV. Tra gli strumenti più utili, ad esempio, la possibilità di poter inserire queste “puntate” anche una sigla: l’influencer-creator, infatti, può scegliere di far visualizzare una creatività animata prima e dopo il Live, personalizzando così il suo contenuto.

Ecco come funziona Creator, la nuova Facebook App dedicata agli influencer.

Facebook Creator, istruzioni per l’uso 

Creator è dispobilile per il download solo da dispositivi iOS, per quelli Android non è ancora disponibile. Una volta scaricata e aperta l’app vi sarà chiesto di selezionare l’identità con cui volete associare l’app, potrebbe essere il vostro profilo personale o la vostra pagina certificata. Se siete un brand o un’organizzazione vi sarà impossibile usarla, in quanto l’app è disponibile solo per i profili o le pagine individuali.

Ecco come funziona Creator, la nuova Facebook App dedicata agli influencer.

Se avete problemi ad accedere con una delle vostre pagine provate a modificare la sezione informazioni della pagina da “Business” a “Video Creator – Podcast”.

Ecco come funziona Creator, la nuova Facebook App dedicata agli influencer_2

Una volta selezionato il profilo con cui accedere fate tap su “Esplora Facebook Creator” per aprire il tool di editing dove potrete iniziare a divertirvi a caricare cornici, sigla di apertura, sigla di chiusura, etc.

Molto pratico è il collegamento con Canva dove potrete creare il vostro template in modo molto semplice grazie al Facebook Live Creator Kit.

Ecco qui un esempio di video live da parte di “Manly Pinterst Tips”.

Gli insight e le metriche per misurare l’engagement

Molto bella è anche la funzione Insights con la quale potrete dilettarvi a valutare la vostra performance tra molti grafici colorati di blu, numeri e tendenze. Cosa si può visualizzare esattamente?

  • Quante persone hanno seguito il live;
  • Quanto tempo le persone sono rimaste in sala prima di svignarsela in silenzio;
  • Scoprire il sentiment che il contenuto ha generato (positivo o negativo);
  • Engagement Rate;
  • Vedere i video migliori e scoprire perché sono stati così popolari;
  • Visualizzare dati demografici come età, sesso, e luogo delle persone che hanno visualizzato il live.

Per approfondire leggi l’articolo di Social Media Examiner.

Ecco come funziona Creator, la nuova Facebook App dedicata agli influencer_5

Come un broadcast tv

In conclusione, gli influencer hanno a disposizione un asset da Broadcasting televisivo con tanto di sound designer e art direction automatizzata. Questa mossa posiziona Facebook sempre più verso la dimensione di piattaforma pubblicitaria, ponendosi in linea con lo slogan “People first”.

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I dieci comandamenti per non perdere tempo su Facebook

Ottenere risultati attraverso la propria presenza sui canali social, non è né immediato, né tanto meno facile. Se gestisci una pagina Facebook per il tuo brand, ma ancora non vedi coinvolgimento da parte degli utenti, stai leggendo l’articolo giusto. Il nostro decalogo ti aiuterà a non perdere tempo con banali errori, partendo dall’impostazione corretta delle basi.

I dieci comandamenti per non perdere tempo su Facebook

Non postare troppi contenuti promozionali

L’abbiamo già ripetuto molte volte, ma è utile tenerlo sempre a mente: l’algoritmo di Facebook premia contenuti di valore e non ama messaggi troppo commerciali.

Soffermati di più sulla qualità dei post, cerca di rispondere alle esigenze e agli interessi dei tuoi potenziali clienti. Le persone che popolano la piattaforma sono in cerca di intrattenimento e della risoluzione ai propri problemi; non vogliono essere bombardate da messaggi di brand troppo autoreferenziali. Vogliono invece scoprire nuove storie ed essere coinvolte da contenuti interessanti.

Questo richiederà più tempo, ma sarai premiato da post con un tasso di coinvolgimento più alto!

Non ripostare automaticamente contenuti su Facebook provenienti da altri social

Non collegare i vari social media in modo che, ad esempio, se posti su Instagram, automaticamente vedi il post sulla pagina Facebook. Purtroppo questa tecnica è possibile, ma è altamente penalizzante. I vari canali social parlano linguaggi diversi: per questo motivo i contenuti devono essere rielaborati e distribuiti in modo differente sulle varie piattaforme.

Finiresti col vedere su Facebook una bellissima immagine proveniente da Instagram, seguita da un trenino di hashtag che non hanno alcun senso.  Perderesti l’efficacia di un copy pensato appositamente per la pagina e avresti un post di scarsa qualità.

Non cedere a polemiche inutili nei commenti

Sulla quantità di utenti attivi che popolano la piattaforma, è possibile che prima o poi riceverai commenti da parte di qualche persona scontrosa, polemica, insoddisfatta.
Se capiti in una situazione di questo genere, non iniziare la guerra del botta e risposta nei commenti pubblici, ma cerca sempre di portare le discussioni fuori dalla visibilità di possibili clienti, utilizzando la messaggistica privata. Qualsiasi commento negativo lede la reputazione online. Ricordati che quando rispondi su una pagina Facebook, stai rappresentando il brand in questione e parlando per lui!

I dieci comandamenti per non perdere tempo su Facebook

Non mettere ‘like’ a caso

Come con il profilo personale, anche con la pagina puoi mettere like, lasciare commenti e interagire. Fallo con altre pagine che possono essere coerenti con la tua. Agisci sempre con oculatezza, leggendo i post, lasciando like su commenti pertinenti e contenuti inerenti al brand. Le pagine con cui avrai interagito, compariranno nella barra di destra della tua stessa pagina ed è opportuno dare visibilità a relazioni professionali che portino beneficio.

Non dimenticare di usare gli automatismi utili

Ci sono molti modi per attivare degli automatismi in Facebook, ti faranno risparmiare tempo e renderanno la tua gestione più efficiente. Ad esempio, all’interno della messaggistica puoi impostare risposte automatiche in modo da fornire all’utente che ti contatta delle prime informazioni di base. Non sottovalutare queste funzionalità e fanne buon uso!

Non omettere i test per le tue Ads

Prima di partire con una campagna di Facebook Ads, testa i vari fattori che possono incidere sulla sua performance: il visual grafico, il copy di riferimento, il pubblico, la call to action inserita. Utilizza una piccola parte del tuo budget per testare diverse variabili e capire la formula per la tua inserzione perfetta!

i dieci comandamenti per non perdere tempo su facebook

Non impiegare troppo tempo nel creare aggiornamenti Facebook

Se non hai subito la giusta ispirazione per creare un contenuto, non arrovellarti senza essere produttivo. Piuttosto cambia via, cerca nuovi spunti, oppure chiedi un’opinione ad un collega. Non c’è niente di male nel curare un contenuto e metterci del tempo nel crearlo, se hai le idee chiare. Se invece brancoli nel buio, allora prova a resettare tutto e ripartire da capo con delle ricerche per raccogliere materiale utile da rielaborare.

Non postare video con link esterni

I video che vengono caricati direttamente su Facebook godono di un’interazione nettamente migliore. Se continui a condividere video presi da YouTube o da altri link esterni, stai solo perdendo tempo perché non otterrai buoni risultati.

Inoltre in Facebook la funzione ‘auto play’ fa sì che i video partano immediatamente e aumentino ancora di più le possibilità di essere visti dalla propria target audience.

Non dimenticare di spulciare tutte le impostazioni della pagina e completare tutte le informazioni

È importante che il set up della pagina sia realizzato in modo professionale. Questo vuol dire: prestare attenzione alla categoria con cui è stata registrata la propria pagina e se possibile verificarla per avere dei vantaggi in termini di visibilità; controllare che le impostazioni siano settate nel modo più vicino alle proprie esigenze; completare tutte le informazioni con descrizioni esaurienti; attivare tab utili.

Non sottovalutare l’importanza della copertina e dell’immagine profilo

La parte visuale, data dalla copertina e dall’immagine profilo, è fondamentale e deve essere usata in modo strategico. Componi la copertina nel modo giusto, tenendo in considerazione che da mobile sarà visibile solo la parte centrale, dove quindi dovrai concentrare il messaggio o la grafica principale.
L’immagine profilo è quella che viene visualizzata tutte le volte che la pagina agisce, deve quindi essere leggibile, chiara ed intuitiva per rimandare al  brand o prodotto. Dietro all’immagine profilo e a quella di copertina, non dimenticarti di aggiungere le descrizioni che saranno complementari alla parte visuale. Inserisci anche delle call to action chiare per invogliare i tuoi utenti a compiere un’azione.

Non ti resta che assimilare questi 10 comandamenti ed impararli a memoria per ottimizzare la tua presenza su Facebook!

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I segreti dietro un piano editoriale digitale di successo? Prima di tutto la capacità di trasformare obiettivi di business in contenuti rilevanti e il saper progettare questi ultimi mantenendo come obiettivo l’engagement della propria audience.

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Le testimonianze degli studenti

Ma leggiamo direttamente cosa hanno da dirci Bruno, Martina e Marco!

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