Spiegazioni

Tutto quello che chi ti vende lo smartphone fighetto non ti dirà mai

L'obsolescenza programmata, ovvero il male del secolo è alla base dei modelli di business che hanno fatto grandi (e ricchi, e potenti) i colossi tecnologici

Tu compreresti il nuovo iPhone X? Forse qualcuno ti ha già posto la domanda e ti sei limitato ad alzare le spalle e a rispondere che dell’ultimo smartphone modaiolo ti interessa poco o nulla.

Ma se puoi restare indifferente alle battaglie pro-contro sull’ultimo melafonino, puoi comunque rispondere a un’altra domanda: tu, se non hai la tecnologia più recente, puoi essere felice? Ecco, forse ora sei in imbarazzo.

Non tutti cediamo alle ultime novità del mercato ma questo spesso perché il costo delle new entry è molto elevato, specialmente quando si parla di personal tech. Altrettanto spesso scegliamo comunque l’equivalente sul mercato che abbia caratteristiche tecniche simili al top di gamma ma con un costo più accessibile: possiamo cioè rinunciare al brand, all’oggetto feticcio del momento, al logo in bella vista, ma non sappiamo rinunciare all’ultima novità tecnologica.

La tecnologia è come la moda

La rivoluzione mobile ha accelerato i tempi dell’innovazione tecnologica: la convergenza digitale ha contribuito poi all’esigenza crescente di stare al passo con i cambiamenti, per non sentirsi tagliati fuori dalle tendenze e dimenticati come consumatori. Oggi si acquista un nuovo modello di smartphone per poter avere l’ultimo aggiornamento di un sistema operativo e si abbandona un modello vecchio di due o tre anni ancora funzionante perché gli accessori non sono più facili da reperire in quanto la loro tecnologia è già obsoleta.

Eppure la delusione è spesso dietro l’angolo: l’innovazione promessa offre sollievo solo per un piccolo periodo di tempo, perché già nel giro di un anno una nuova tecnologia può prender piede e scavalcare quella precedente. Stiamo parlando di obsolescenza pianificata e il settore tecnologico, specie quello dei device per uso personale, è il campo fertile per questo modello di business.

La supercazzola della batteria

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Il passaggio dalla batteria removibile a quella integrata è stato un cambiamento drastico nel settore dell’elettronica di consumo: abituati spesso a superare i problemi di un modello di device vecchio con il cambio della batteria (ricordi i tempi del buon vecchio Nokia 3310?), i maggiori player del mercato ci hanno presto educati all’idea che se la batteria non è più performante, meglio sostituire il dispositivo.

Come ci hanno convinto che una batteria integrata è meglio di quella removibile? Intanto con la scusa più appetitosa: se vuoi un design più compatto, più leggero, più sottile, più audace, la batteria è la prima cosa da sacrificare. Aggiungiamo poi il fatto che la batteria integrata permette di avere un device resistente all’acqua e molte altre feature, dalle fotocamere più performanti agli schermi ultracurvi.

Mentre i nuovi smartphone diventano sempre più complessi e gestiscono un numero di operazioni sempre più elevate a discapito dell’energia, i caricabatteria sono diventati più performanti. E anche su questo aspetto abbiamo modificato le nostre abitudini: ricordi il momento del passaggio di Apple al cavo USB Lightning che ha mandato definitivamente in pensione i vecchi modelli di iPhone, iPod e iPad? In quanti hanno criticato l’azienda per essere approdata in ritardo a una tecnologia già adottata dai maggiori competitor?

La carica veloce esisteva già

Batteria, cavi di alimentazione e l’ultima tanto discussa “ricarica rapida”: tutte tecnologie che erano possibile fin da subito ma che sono state svelate pian piano e mai completamente. Un esempio: già nel 2013 alcuni dispositivi mobile avevano tra le loro caratteristiche la Quick Charge che altro non è che un brevetto della Qualcomm  progettato per i nuovi processori Snapdragon che permette di forzare l’alimentazione ad una tensione più elevata rispetto a quella con cui normalmente  viene ricaricata la batteria. In questo modo i tempi di ricarica diminuiscono al punto che per ottenere un 50 % di autonomia bastano circa 15 minuti.

Il primo sistema di ricarica rapida non era così efficiente come lo sarà invece già nel 2014 con la release 2.0; la 3.0 è invece già in alcuni dispositivi top di gamma, come si può leggere in questa lista ufficiale.

Ebbene, con quale caratteristica “innovativa” qualche settimana fa sono stati presentati i nuovi iPhone X, iPhone 8 e iPhone 8 Plus? La ricarica rapida! Attenzione però qui alle parole: non si tratta di Quick Charge di Qualcomm, bensì del fatto che i nuovi melafonini possono supportare la ricarica rapida grazie ad appositi alimentatori e adattatori Lightning-USB-C. Insomma, nuovamente nessuna innovazione, solo un nuovo modo per distoglierci l’attenzione mentre la batteria va giù dopo qualche foto, due telefonate e un video su YouTube.

Presto potrebbero piangere anche i grandi

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Ricapitolando: sempre più smartphone, tablet, cavi, cuffie, batterie e via discorrendo finiscono nell’immondizia, mentre i consumatori acquistano sempre più dispositivi e accessori e in tempi più brevi li cambiano. Non è difficile dedurre quanto queste scelte siano poco ecologiche.

Inoltre in un settore dove i consumatori sono portati a cambiare velocemente il proprio dispositivo, le aziende coinvolte vanno incontro a un elevato rischio di mercato, all’aumento dei costi, al problema della merce invenduta e alla necessità di modificare velocemente strategia se non addirittura modello di produzione.

Non pagheremo per avere ma per usare

Cosa potrebbe risolvere intanto il problema legato all’obsolescenza degli strumenti elettronici? Green Alliance ha analizzato a proposito sei modelli di economia circolare (pdf) del settore dell’elettronica di consumo e ha indicato come sia importante che le aziende prendano in considerazione nuovi modelli di leasing e noleggio dove il consumatore accede alla tecnologia pagando un pacchetto che includa dispositivo e servizi in bundle. In questo modello alle aziende è richiesto di mantenere uno standard adeguato, di realizzare dispositivi in grado di durare nel tempo così da poter essere successivamente riutilizzati da altri consumatori.

Il concetto di proprietà in sostanza deve cambiare e in parte è quello a cui già il cloud e il mondo della app ci stanno abituando da tempo: forse non risolverà il problema della durata della batteria, ma quanto meno ci renderà consumatori più responsabili e coscienti.