Lead Facebook

Facebook down (per mezz’ora)

Notizia aggiornata in tempo reale

Dalle 16.35 circa ora italiana Facebook non risulta accessibile, né lato desktop né mobile. Rallentamenti sono registrati in tutto il mondo dal sito downdetector.

Stando alle prime segnalazioni (e a quanto da noi appurato), intorno alle 16.50 la piattaforma risulta raggiungibile dall’app per smartphone. Ancora giù da browser desktop.

Mezz’ora di down

Dalle 17.05 circa la piattaforma ha ripreso a funzionare pienamente anche lato desktop.

Il down si è protratto in tutto per circa 30 minuti. Stando ai rilevamenti e dai tweet raccolti su Twitter sotto l’hashtag #Facebookdown, la problematica è stata riscontrata principalmente nel territorio europeo.

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LEGGI ANCHE: Facebook e Instagram down. Cosa è successo

Su Facebook arriva il tasto “i” per segnalare le bufale. Cosa devi sapere

“Siamo sotto attacco!” Quante volte oggi sei incappato in una fake news (o quasi) scorrendo la home di Facebook?!

Facciamo una brevissima premessa: il termine “attacco” può sembrare eccessivo, eppure sai qual è la frequenza con cui ci si imbatte in rete in una “bufala”? Nel 2016 oltre il 30% degli internauti negli Stati Uniti leggeva una notizia falsa più di una volta al giorno, semplicemente navigando tra le bacheche di Facebook e Twitter.

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Fonte: Statista

Termini quali “fake news”, “bufale” e “post-verità” sono balzati agli onori della cronaca con le elezioni presidenziali statunitensi del 2016, dove venne creato un livello di confusione tale, che spinse l’allora presidente Obama a definire quella situazione come una “nube polverosa di nonsense”.

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Fonte: Statista

E secondo un sondaggio della fine del 2016, il 17% degli intervistati ha affermato che i social network dovrebbero essere più responsabili e vigili, per assicurare che gli utenti non siano continuamente esposti a fake news di ogni genere.

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Fonte: Statista

Il fenomeno delle fake news è uno degli argomenti che sono stati più discussi e combattuti nel 2017. Il preoccupante aumento di siti web e piattaforme che pubblicano deliberatamente truffe e informazioni fuorvianti in rete, ha conseguentemente reso gli utenti del web più prudenti nella fruizione delle informazioni online.

LEGGI ANCHE: Facebook e la guerra alle fake news: facciamo il punto della situazione

Oggi, oltre un quarto dei social users americani afferma di fidarsi raramente delle notizie che leggono sui social media; così il gigante di Menlo Park ha deciso di rinforzare la sua strategia per combattere le fake news. Infatti, se vedi un piccolo pulsante “i” su Facebook, fai parte anche tu di un test che il padre di tutti i social network sta conducendo come parte della sua battaglia contro le cosiddette “bufale”.

Cos’è il pulsante “i” introdotto da Facebook?

Facebook cerca da tempo di far sì che gli articoli condivisi sulla sua piattaforma forniscano informazioni accurate. Per questo motivo ha introdotto (al momento sotto forma di esperimento per testarne l’efficacia) un nuovo pulsante sugli articoli che gli utenti vedono nel NewsFeed.

LEGGI ANCHE: News Feed Facebook: come vedere i contenuti che ci interessano davvero

Questo contribuirebbe a rendere gli individui più consapevoli e a prendere decisioni più informate e coscienti sulle notizie che leggono e condividono, e probabilmente in ultima analisi, si spera che questa nuova funzione possa fornire ai lettori ulteriori informazioni sulla fonte.

Se sei stato selezionato da Facebook per partecipare al test, potrai vedere questo piccolo pulsante nell’angolo in alto a destra sopra il titolo di un articolo. Toccando l’icona “i”, potrai trovare informazioni aggiuntive relative all’editore, consentendoti di seguire la sua pagina, articoli di tendenza o news relative all’argomento che stai leggendo, con inoltre tutta una serie di informazioni su come la notizia viene condivisa su Facebook.

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Fonte: TechCrunch

Così Facebook diventa sempre più media company

Il Product Manager di Facebook Sara Su ha confidato a TechCrunch che «le persone hanno detto che vogliono maggiori informazioni su ciò che stanno leggendo. Vogliono strumenti migliori per aiutarli a capire se un articolo è di un editore di cui si fidano e che valuti la credibilità della storia».

E la risposta del Social Network non si è fatta attendere; il pulsante “i” (test ancora nelle fasi iniziali) è l’ultimo strumento del Facebook Journalism Project, il nuovo programma che intensifica i legami tra Facebook e il mondo dell’editoria e che ha combattuto la diffusione delle fake news per molti mesi, soprattutto durante il periodo delle elezioni.

La miglior arma contro le fake news? Consapevolezza

Come recitava un famoso slogan di un altrettanto celebre prodotto per l’igiene dentale, “prevenire è meglio che curare”. Per questo motivo, la prima arma che potremmo probabilmente impiegare nella guerra contro le bufale è una presa di coscienza collettiva, che ci porti ad un ulteriore approfondimento delle fonti che leggiamo sui social media.

Riusciremo mai a sviluppare degli strumenti atti ad eliminare definitivamente la piaga delle fake news in rete? Potremo in un futuro non troppo lontano sviluppare un “anticorpo”, una sorta di antivirus che sia in grado di difendere l’internauta dalle notizie false?

LEGGI ANCHE: Possiamo veramente difenderci dalle fake news?

Ai posteri l’ardua sentenza! Per il momento, alla prossima panzana che incontrerai in Rete, dai prima uno sguardo nell’angolo in alto a destra della notizia, se non trovi l’iconcina della “i”, scendi in trincea e unisciti alla lotta contro chi, con la disinformazione, vuole renderti complice; informati come solo un vero ninja sa fare!

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Perché la realtà aumentata non è (soltanto) un gioco

Qual è la prima app che vi viene in mente quando pensate alla Realtà Aumentata? Sicuramente, si tratta di un’app legata al mondo del gaming. Questo perché fino ad oggi, nelle applicazioni ludiche i risvolti della realtà aumentata sono più evidenti e facilmente riproducibili.

Nell’ultimo periodo, si sta parlando tantissimo di realtà aumentata: questo, in parte è dovuto al nuovo aggiornamento software che Apple ha lanciato qualche settimana fa, dove al suo interno ha inserito ARkit un sistema che favorisce lo sviluppo di app che coinvolgono AR.

Lo sviluppo in futuro sarà talmente elevato che si prevede che il numero di dispositivi con realtà aumentata potrebbe avere un incremento fino a 3 miliardi entro il 2021.

Vivere con la realtà aumentata

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Come si accennava inizialmente i risvolti dell’utilizzo di questi sistemi non sono tutti legati all’intrattenimento, (non esistono solo i filtri di Snapchat o Instagram): applicazioni che utilizzano la realtà aumentata ne esistono di diverso tipo, ce ne sono molte legate alla produttività e quindi utilizzabili nella vita di tutti i giorni. Avrai sicuramente sentito parlare dell’ultima app in realtà aumentata di IKEA che vi aiuta ad arredare casa: non è l’unica app di questo genere, ne esistono molte altre che possono rivelarsi così utili da sostituire strumenti del mestiere come metro e compasso!

LEGGI ANCHE: IKEA Place: l’app di realtà aumentata che ti fa vedere come starebbero i mobili in casa

È il caso ad esempio di Measure Kit, un’applicazione che sfrutta AR per poter misurare qualsiasi cosa utilizzando la fotocamera dell’iPhone o iPad. Funziona in questo modo: si punta la fotocamera sull’oggetto prescelto e si sposta il telefono nello spazio considerato e si vedrà il risultato sullo schermo.

L’applicazione inoltre permette di misurare una traiettoria, l’altezza di una persona, la lunghezza di un percorso e l’ampiezza di un angolo; infine diventa una livella, per capire se un oggetto è perfettamente in linea con gli altri.

Quest’app diventa, quindi, utilissima anche per gli addetti ai lavori come architetti e progettisti, in quanto potranno svolgere in modo più pratico e veloce alcune operazioni complesse e delicate senza l’utilizzo di strumenti dedicati.

Gli esempi di app di AR che rendono più facili i compiti quotidiani non finiscono qui: ad esempio Graphmented è l’app che permette di creare dei grafici utilizzando la realtà aumentata. In pratica trasforma la tua scrivania in una workstation di fogli di calcolo.

E se invece stai arredando casa o progettando di fare modifiche ad una camera, prova Room Scan che è in grado di misurare il perimetro e le aree delle stanze.

Scenari

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Siamo solo all’inizio, nel giro di pochissimo tempo ci saranno moltissime app che coinvolgeranno l’AR in tutti i settori. Qualche primo sviluppo ad esempio lo si sta avendo nella ristorazione, dove dal menù è possibile vedere come sarà il piatto che si sta per ordinare. Anche a livello brand, in un panorama economico globale sempre più competitivo, ci sono numerosi vantaggi, attraverso la Realtà Aumentata si creano esperienze molto più efficaci per l’utente, rafforzandone l’immagine del brand.

Gli strumenti più classici di lavoro verranno sostituiti dalla realtà aumentata, ridisegnando il modo di lavorare, in particolare in settori come quello manifatturiero, dell’edilizia e del design. Come avrete capito dagli esempi che vi abbiamo riportato sopra, per architetti e progettisti è naturale approcciare queste nuove tecnologie, in favore dell’abbandono dei classici strumenti: tramite l’utilizzo della realtà aumentata, i loro compiti possono essere svolti più velocemente, riuscendo a contestualizzare in modo più veritiero il loro progetto. In pochissimi tap, si riescono a realizzare più scenari da presentare al cliente risparmiando ore di lavoro ed essere così più competitivi sul mercato.

Skills

Un altro aspetto molto importante dell’introduzione della realtà aumentata nel processo di lavoro è quello che riguarda le competenze professionali: questa tecnologia non sarà una panacea per il divario di competenze in sé, ma avrà sicuramente un ruolo nella capacità di ridurre le barriere di ingresso in diverse posizioni lavorative.

Tutto questo sarà infine a beneficio del cliente finale che riuscirà a vedere soddisfatte in modo immediato e semplice la realizzazione delle sue richieste. Secondo voi quali saranno gli altri possibili risvolti in ambito lavorativo della realtà aumentata?

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Frontiers Health, un appuntamento per scoprire il nuovo panorama dell’Healthcare

Sanità e assistenza sanitaria hanno compiuto enormi passi in avanti nel corso degli ultimi anni, grazie a innovazione e nuova tecnologie, ma il percorso verso un sistema di healthcare davvero innovativo a livello globale è ancora in divenire.

Nuovi farmaci, nuove cure e nuove procedure sono solo la punta dell’iceberg di un complesso di innovazioni nella sanità che hanno come punto centrale del proprio sviluppo il paziente, cioè le persone.

L’evoluzione dell’Healthcare è sempre più disruptive e si rivela come una vera rivoluzione se guardata sotto i suoi diversi profili e dal punto di vista delle differenti sfide che oggi pone.

Durante il Frontiers Health, il 16 e 17 novembre a Berlino, speaker ed esperti di fama internazionale si confronteranno su digital disruption e tecnologie nel settore sanitario, in un evento unico dedicato ad apprendimento, scambio e ispirazione sul tema dell’Healthcare.

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Perché partecipare a Frontiers Health

Frontiers Health è l’edizione delle Conferenze Frontiers dedicata al settore sanitario e come tutte le conferenze Frontiers l’esperienza sarà il centro di questo appuntamento, con laboratori pratici, sessioni immersive e discussioni su temi che stimolino il dialogo e l’apertura a nuove sfide.

Sarà anche un’occasione per conoscere nuove startup dell’Health, e per ascoltare direttamente dagli investitori chiave quali siano le loro strategie di finanziamento. Si parlerà del panorama normativo del settore, in un incontro davvero unico per tematiche così specifiche che difficilmente vengono affrontate altrove.

Come in ogni evento Frontiers, ci sarà occasione per un networking di altissimo livello durante le pause tra un panel e un workshop, per entrare in contatto con esperti del settore e con gli altri partecipanti.

Roberto AscioneCEO di Healthware International, aprirà i lavori e sarà seguito da nomi come Eugene BorukhovichGlobal Head, Digital Health Incubation & Innovation di Bayer, Kristin MilburnStrategic Partnerships Head, Digital Acceleration Lab di Novartis e Valerio NanniniSenior Vice President Head of Strategies and Performance di Nestlé, solo per citarne alcuni.

>> Scopri il programma completo e gli ospiti del Frontiers Health 2017

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Come partecipare

Il mondo dell’healthcare è in fase di trasformazione e sarà sempre più interessato dalle tecnologie digitali, sotto diversi aspetti: rapporto con i pazienti, soluzioni di diagnostica, trattamenti, assistenza sanitaria. Frontiers Health è stato pensato per fornire una piattaforma di esperienze in cui chi ogni giorno si confronta con i temi legati alla sanità possa confrontarsi e trovare idee per nuove soluzioni.

Informazione, apprendimento, dialogo e ispirazione sono l’obiettivo per soddisfare oggi le esigenze di imprese, imprenditori, Venture Capital e startup, con approfondimenti su argomenti chiave di livello avanzato.

Registrati con il codice sconto FH17NM o cliccando a questo link: avrai un 15% di sconto sul prezzo del biglietto e l’accesso ad una due giorni di innovazioni all’avanguardia e future tendenze per iniziare a modellare oggi il mondo dell’healthcare di domani.

Cosa c’entra la psicologia con i social (e come influenza l’engagement)

Dell’importanza e dell’impatto dei social media sulla strategia globale di marketing di qualsiasi azienda si è discusso moltissimo. Oggi, chiunque sarebbe d’accordo sul fatto che l’esser presente sui social rappresenta un grande beneficio per ogni brand e impresa.

Eppure c’è qualcosa di ancora più importante: soddisfare i clienti comprendendo il loro modo di pensare è la vera strategia vincente.

Qual è il target dei tuoi clienti? Cosa vogliono? Cosa puoi fare per influenzarne il processo decisionale? 

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Parliamo di engagement e della psicologia che si nasconde dietro i comportamenti degli utenti che riusciamo ad accaparrarci tramite i social media, puntando al coinvolgimento e all’impegno appassionato di essi nei confronti del nostro brand.

Avrai notato che, per ogni post pubblicato, il livello di engagement degli utenti tende a variare. Tutto questo dipende da diversi fattori. Dunque, cos’è che genera l’engagement e cosa lo distrugge?  Cosa scatta nella mente degli utenti che rispondono attivamente ai tuoi aggiornamenti o che decidono di non seguirti più? 

Le regole del social media engagement

Nel suo libro “Influence: The Psicology of Persuasion”, Robert Cialdini identifica sette fattori chiave di persuasione.

Armi di influenza: punta sulla tua storia personale

Come ha detto Simon Sinek nel suo famoso “TED Talk on leadership” è necessario cominciare dal perché. Dai al tuo pubblico un chiaro motivo per impegnarsi e, con ogni probabilità, lo farà.

Non tormentare i tuoi clienti con le solite richieste d’azione o le innumerevoli domande che molto spesso hanno un effetto negativo sul tasso d’impegno del pubblico.

Qual è l’unica cosa che ti differenzia davvero dai tuoi concorrenti? La tua storia. Parti da quella: condividila con gli altri, spiega perché fai quello che fai e perché sei così appassionato.

Reciprocità: costruisci relazioni

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“Io seguo te, tu segui me” questa è una strategia molto utilizzata dai brand sui social. Ad esempio, su Instagram molte aziende controllano gli hashtag legati al proprio brand e poi seguono i profili delle persone che le seguono.

Si tratta di tracciare dei profili basandosi sulla probabilità che le persone che utilizzano tali hashtag siano interessate alle offerte del brand.

Impegno e coerenza: marketing dei contenuti

Tendenzialmente, tutti noi odiamo essere in debito e non mantenere le promesse. Questo fenomeno è osservabile tramite i social media. Sì, perché se non pubblichi aggiornamenti coerenti i tuoi seguaci potrebbero dimenticarsi di te o decidere di non seguirti più. Quindi: impegnati, mantieni le tue promesse e sii coerente, sempre. 

La prova sociale: reputazione e credibilità

I social danno vita ad un interessante effetto palla di neve sui tuoi aggiornamenti. Più persone apprezzano e condividono i tuoi post e più i tuoi contenuti arriveranno ad un maggior numero di utenti.

Anche Cialdini spiega che le persone, normalmente, sono influenzate da ciò che fanno gli altri e l’ambiente social non è affatto diverso.

Si fa riferimento, infatti, alla cosiddetta leadership di pensiero. Le persone che riescono a costruire una reputazione positiva e un’immagine credibile agli occhi degli altri utenti hanno maggiori possibilità di acquisire seguaci che ascoltano e condividono le loro idee.

Personal branding e storytelling

I clienti s’impegnano di più con i brand che hanno identità ben distinte, che non rappresentano solo società senza volto ma singoli esseri umani che respirano.

Il miglior modo per essere percepiti come umani è – come già detto prima – raccontare la propria storia.

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Quindi: personalizza la tua identità e poi impegnati nella narrazione della tua storia personale.

Autorità: la leadership di pensiero

Si è già parlato della leadership di pensiero, tralasciando tuttavia alcuni fenomeni collaterali.

Il leader di pensiero viene anche percepito come un’autorità e, in quanto tale, egli possiede una credibilità maggiore degli altri utenti dei social. Se sei un leader ti verrà chiesto di offrire il tuo punto di vista, la tua opinione, di rispondere alle domande degli altri utenti e, ovviamente, non avrai problemi a stabilire e facilitare una conversazione tra te e il tuo pubblico.

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Scarsità

Un buon modo di influenzare gli utenti e creare engagement è quello di lanciare offerte limitate sulla tua pagina.

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Le persone che sanno di avere un tempo limitato faranno più domande, parteciperanno ai tuo contest e, magari, acquisteranno anche i tuoi prodotti. Il segreto è dare un senso di scarsità per creare un’urgenza.

Tattiche di coinvolgimento che funzionano sui social media

Se i sette fattori chiave di persuasione illustrati da Cialdini permettono di dar vita ad un’ottima strategia social per creare engagement, esistono altre piccolissime e semplici mosse da tener presente per risultare vincenti online.

Aggiornamenti che innescano una risposta emotiva

Pubblica contenuti che emozionano il tuo pubblico. Un marchio automobilistico che punta sugli annunci pubblicitari per la sensibilizzazione alla guida sicura può essere un buon esempio. Gli utenti si sentiranno sufficientemente toccati da tali post da commentarli e condividersi? Probabilmente sì.

Domande rilevanti per il tuo pubblico di destinazione

Puoi lanciare un sondaggio, chiedere l’opinione del tuo pubblico su un problema specifico o trasformare quest’ultimo in un contest o in un regalo per i tuoi seguaci.

Senso dell’umorismo

Puoi pubblicare immagini divertenti, meme o articoli umoristici per far sorridere i tuoi seguaci. Tuttavia, devi tener ben presente che esagerare con i contenuti umoristici non è conveniente se vuoi essere preso seriamente nel mondo del business.

Un punto di vista contrario

Non aver paura di presentare un parere su un tema caldo che sia contrario a quello della maggioranza (ovviamente se lo ritieni giusto).

Commenti negativi e opinioni dissenzienti fanno ancora parte del coinvolgimento.

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Storytelling convincente

Racconta una storia attraverso i tuoi aggiornamenti.

Su Facebook questo è molto semplice, non essendoci limiti di caratteri. Puoi raccontare una storia al meglio arrivando al cuore dei tuoi utenti e permettendo loro di comprendere esattamente ciò che vuoi comunicare.

Su Twitter la soluzione è quella di pubblicare una narrazione attraverso una serie di tweet, tutti collegati tra loro.

In entrambi i casi, assicurati che ciò stai raccontando sia interessante.

Contenuti aggiornati e aggiornamenti

Puoi estrarre contenuti – sempre inerenti al tuo settore – da fonti credibili e pubblicarli sulla tua pagina. Allo stesso tempo, puoi fornire al tuo pubblico aggiornamenti sugli eventi della tua azienda.

Una presenza coerente

Sii presente per i tuoi clienti. In che modo? Rispondendo sempre a messaggi e commenti, prestando attenzione ad ogni utente e rendendo le tue risposte coerenti con la mission dell’azienda e con la tua storia personale.

Un sano mix di argomenti e formati

Non aver paura di mescolare i tuoi contenuti. Pubblica post su vari argomenti e serviti di formati e tecniche di narrazione diverse per farlo, dagli aggiornamenti di testo al marketing visivo.

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Se vuoi che le persone intraprendano un’azione specifica sulla tua pagina, indica loro cosa fare esattamente. Cerca di essere diretto senza risultare troppo schietto o disperato.

Ovviamente, prima di invitare il tuo pubblico a fare qualcosa forniscigli contenuti di riferimento adeguati.

Le gaffe che distruggono il social media engagement

Nonostante le linee guide appena illustrate, talvolta, attraverso i social media, è possibile “toppare” alla grande. Quando? Ecco alcuni esempi.

Pubblicare contenuti su piattaforme sbagliate

Oltre i semplici aspetti tecnici, è necessaria una conoscenza delle piattaforme social su cui pubblicare i propri aggiornamenti per assicurare ai tuoi aggiornamenti un pubblico davvero interessato.

Un esempio? Avrai meno probabilità di generare engagement se pubblichi un articolo di business su Facebook perché la maggior parte del mercato professionale è su LinkedIn.

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Condividere senza aggiungere un tocco personale

Se pubblichi un link semplicemente condividendolo, senza comunicare la tua opinione in merito, allora sarà meglio non pubblicarlo affatto. Il tuo pubblico continua a seguirti solo se conosce i tuoi punti di vista.

Fare troppe domande

Di solito domandare vuol dire coinvolgere il tuo pubblico e renderlo partecipe delle attività della tua azienda. Ma se esageri otterrai l’effetto opposto: gli utenti non riusciranno a starti dietro e si annoieranno per i troppi quesiti.

Inserire invettive personali, pareri non richiesti e informazioni private

Un vecchio proverbio dice che “i panni sporchi si lavano in famiglia”. Ecco, non lasciare trasparire troppo. Narra la tua storia sì, ma stai attento a raccontare solo ciò che serve e, soprattutto, ciò che può interessare il tuo pubblico.

Insomma, c’è una linea sottile tra il successo e il fallimento. Ognuno di questi consigli per migliorare la tua strategia social possiede un aspetto opposto e contrario che potrebbe distruggere il tuo brand.

Ciò che devi provare a fare per aumentare l’engagement del tuo pubblico è dosare i tuoi comportamenti: poni domande, ma non troppe, sii divertente ma non esagerare, non aver paura di esprimere opinioni diverse dalla massa ma evita informazioni inutili e non richieste!

Proverai ad usufruire di questi consigli? Faccelo sapere!

La lezione del fallimento di una startup (e di Shark Tank)

Abbiamo detto ieri della vicenda Andrea Visconti. Sinba, la sua startup, è fallita e lui anziché nasconderlo (consuetidine consolidata, soprattutto nel nostro Paese) lo ha dichiarato apertamente. Per farlo, però, da gran comunicatore quale il giovane piemontese è, non ha scritto una nota stampa, illustrando, tecnicamente e non solo, le vere ragioni del fallimento: ha realizzato un video, con una fiaba che dice di aver scritto per spiegare ai suoi bimbi in parole semplici che il suo sogno era finito ma che non si arrenderà.

LEGGI ANCHE: Cari bimbi, ecco perché l’azienda di papà ha fallito

Una storia, questa, che ha fatto e sta facendo discutere, soprattutto sui social. E per chi fa questo nostro mestiere, che è più divulgazione che informazione, poiché tratta e cerca di spiegare temi (per ora) “di nicchia”, non è mai bello scrivere del fallimento di un’azienda di due ragazzi che insieme non fanno 60 anni.

“Colpa degli investitori”. Non solo

Eppure le startup sono esse stesse, per loro natura, imprese ad alto tasso di fallimento. Tant’è che i cosiddetti venture capital si chiamano così perché sono investimenti con prospettive di reddito e rischio molto elevati: se l’investimento va bene e hai puntato la tua fiche su un business che funziona ne avrai un ritorno enorme, se va male – cioè la più alta probabilità – puoi dire addio ai tuoi soldi.

Non è questa la sede per fare il processo ai venture italiani e capire se sono loro la vera causa dell’affossamento dell’ecosistema, alla luce del crollo di investimenti in startup registrati quest’anno rispetto il 2016. Chi conosce queste dinamiche sa che le colpe non sono addebitabili solo a chi mette o non mette i soldi in innovazione. Faremo un ragionamento a parte.

La vera storia della startup fallita, senza giri di parole

Nel merito della fallimento di Sinba, però, è bene fare un breve ragionamento sui fatti. Anche perché le informazioni fornite dal Ceo sono parziali e in alcuni casi inesatte. Visconti e Bava non hanno “vinto” 250 mila euro al programma tv Mediaset Shark Tank.

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Visconti, così come altri giovani italiani ha un’idea di business e decide di fondare una startup. La differenza tra una startup e una qualsiasi azienda sta nel modello di business, principalmente: di botteghe di frutta e verdura ne esistono e ne saranno sempre esistite, io ho da mangiare, tu vuoi mangiare, ti vendo quel che ti devo vendere, tu paghi e finisce lì.

Quando di mezzo c’è la tecnologia, in un mondo che diventa sempre più digitalizzato e interconnesso, la tua idea di business può funzionare nel piccolo paesino di provincia come in America. La (velocissima) scalabilità: è questa la differenza tra una startup e ogni altro tipo di azienda.

Chiaro che quando si tratta di tecnologia c’è bisogno di soldi per fare la prototipazione del prodotto, per provarlo, vedere dove funziona e dove no, eccetera.

Visconti, quindi, nel 2013 (già prima del programma tv) aveva iniziato il suo giro delle sette chiese (leggi competizioni per startup, programmi di accelerazione, eccetera) per raccontare la sua idea di business.
Poi, quando su Italia1 inizia a scorrere in sovraimpressione il serpentone “hai un’idea ma non sai come realizzarla” eccetera, chiama quel numero di telefono, fa un provino (sì, un provino) e viene ammesso all’edizione italiana di Shark Tank, un format statunitense che poco ha di nuovo rispetto storiche trasmissioni Rai come “I Cervelloni” (lo ricordate?), solo che qui oltre l’inventore e la sua idea, il suo brevetto, come formula vincente del talent vuole, c’è una squadra di “giudici” veri, cioé imprenditori e investitori che, dietro compenso ovviamente, devono decidere se investire o meno nelle idee di business e startup che partecipano al programma.

Quelli tra palco e realtà

Cosa importante: i capitali che quei quattro signori (o meglio, tre signori e una signora) investiranno al termine del programma sono i loro quattrini, non quelli di Shark Tank. Shark Tank è lo show, la recita, il gioco delle parti. L’economia reale – specie in Italia – è proprio altra cosa rispetto la stretta di mano: ci sono accordi, avvocati, notai, commercialisti, burocrazia, fondi di investimento, la Consob, eccetera.

Visconti, come tutti gli altri, quindi, non ha “vinto” un bel niente: ha chiuso un accordo di fronte alle telecamere, ma sia lui sia l’investitore, Gianluca Dettori, oggi a capo di Barcamper Ventures (società veicolo degli investimenti di Primomiglio Sgr di cui lo stesso è tra i fondatori e presidente), prima di andare in onda avranno molto probabilmente firmato annesso alla liberatoria un regolare contratto col quale dichiaravano che tutto quanto avveniva durante lo show non produceva effetti e che tali effetti si sarebbero realizzati se e solo se, successivamente, tra i due si fosse trovato un accordo vero. Ed è normalissimo che fosse così.

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Il niet di Dettori e il primo errore di Visconti

Accordo che poi, dopo circa un anno di scartoffie passate da un ufficio all’altro non è arrivato. Così come non sono poi stati realmente chiusi accordi con diversi altri partecipanti al programma. Ed è facile pensare che in questo lasso di tempo – e qui l’errore di inesperienza del founder – Visconti si sarà “adagiato” sul fatto che avrebbe sicuramente – secondo lui – avuto i quattrini dell’investimento (puoi mai pensare che uno come Dettori mi dice davanti a milioni di telespettatori che mi darà 250 mila euro per la mia idea e poi non me li dà? E invece così è stato).

Il giovane non ne aveva cercati altri e per un anno è rimasto sostanzialmente fermo senza far nulla (tant’é che per non gravare sui bilanci della società da buon padre di famiglia si è anche trovato un lavoro da dipendente), il venture non ha voluto più investire, probabilmente non convinto realmente dall’investimento, e così è partita la corsa contro il tempo per portare qualche denaro a casa, non tanto per pagarti lo stipendio quanto per riuscire almeno a perfezionare il prototipo.

Piccola cusiorità: Sinba avrebbe dovuto essere un totem dei pagamenti associato a un’app che consente di fare la spesa al supermercato senza fare la fila alle casse. Un po’ «un telepass dei pagamenti», come lo ha definito lo stesso ideatore, un po’ il modello che – guarda un po’ – giusto due anni dopo sarà alla base dei nuovi supermercati Amazon senza casse né cassieri.

Che fine ha fatto Shark Bites

Un attimo, però. Primomiglio eccetera non c’entrano nulla con Shark Tank. Parallelamente alle trattative tra Visconti e Dettori, gli investitori-giudici di Shark Tank hanno promosso e costituito un fondo da 5 milioni, Shark Bites. Anche nel nome, quindi, il chiaro richiamo al programma tv.

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Abbiamo googlato e siamo arrivati al loro sito internet. Accedendo vi è una landing page. Non abbiamo trovato alcun numero di telefono o riferimenti chiari alla governance (se non le foto e i nomi di Fabio Cannavale e Loris Lanzellotti). Scorrendo la pagina saltano all’occhio molti loghi di imprese che avevamo visto chiudere accordi di fronte alle telecamere, e poi tante altre realtà. Nello specifico – dicono – oltre 40 società investite e oltre 40 soci investitori (mica solo i quattro squali dello show). Ah, a proposito, non si chiama neanche più Shark Bites ma “Boost Heroes”.

Quello che è successo lontano dai riflettori

Nella storia di Visconti, dopo il niet di Dettori, c’è stato l’ingresso della startup nel programma di accelerazione di H-Farm (quello che a un certo punto nella fiaba il founder chiama “Re Riccardo”).

Un’operazione da circa 100 mila euro di investimento per l’8% della società. Secondo Riccardo Donadon e i suoi Sinba valeva comunque più di un milione. E questo è un dato, per quel che vale.

Il problema vero di queste operazioni, però, è che generalmente l’investitore-acceleratore riconosce la metà dell’investimento in cash e la metà in servizi (formazione, server, scrivanie, avvocati, commercialisti, eccetera). Con poco più poco meno di 50 mila euro e un prodotto la cui prototipazione hardware non era certo una passeggiata, cosa avrebbero potuto fare due giovani, che già – dicono – avevano rinunciato a pagarsi anche gli stipendi?

Care startup, non cercate soldi ma clienti!

Hanno fatto la cosa più giusta e più ovvia, dichiarare fallimento. E a Visconti e Bava va riconosciuto l’onore delle armi, in un ecosistema debole anche perché drogato dallo storytelling (e quante sono le startup che promettevano rivoluzioni e di cui oggi si sono perse le tracce!). E siamo certi che sapranno ripartire presto per una nuova avventura e più forti di prima.

Ma i founders di Sinba – e non solo loro – hanno commesso in questa loro esperienza anche un altro, enorme, errore: pensare che fare startup in Italia voglia dire raccogliere investimenti, come in Silicon Valley. Questo è il Paese dove le startup di successo saranno quelle che fattureranno e i cui founder, ogni santa mattina, penseranno a come e dove trovare clienti e non investitori.

@aldopecora

Pornhub userà l’intelligenza artificiale per riconoscere le facce (no, non la tua!)

Pornhub (per chi non lo conoscesse) è un portale di videosharing pornografico fondato nel 2007 da Malcolm Flannigan in cui l’utente è agevolato nella ricerca dei suoi piaceri attraverso tag, categorie e sottocategorie. Dopo i primi due anni di vita è diventato il sito del settore più popolare al mondo.

Pornhub

Che c’azzecca l’intelligenza artificiale con Pornhub

Dove c’è business c’è tecnologia e innovazione e non stupisce che l’intelligenza artificiale trovi applicazione nel settore pornografico: Pornhub sta usando una machine learning con riconoscimento facciale per catalogare i 5 milioni di video hot presenti sulla sua piattaforma.

pornhub

Pornhub ha adottato un software di riconoscimento facciale, in grado di distinguere tra oltre 10mila protagonisti dei video e taggarli correttamente con categorie come “biondo” o “pubblico” o “all’aperto” (fino ad oggi i tag venivano inseriti esclusivamente da chi carica i video). Con 80 milioni di accessi quotidiani alla piattaforma, gli utenti saranno agevolati nelle ricerche e nel corso del prossimo anno l’intelligenza artificiale sarà utilizzata anche per identificare altre caratteristiche dei filmati (e ora ci aspettiamo commenti pieni di ipotesi..)

In un’intervista Corey Price, vicepresidente di Pornhub, ha dichiarato al Venture Beat che l’azienda utilizza l’AI per accellerare alcuni processi obsoleti, e che più facile sarà l’accesso ai contenuti desiderati, maggiore sarà la soddisfazione dell’utente.

Ci vorrà del tempo

Tuttavia la velocità della versione beta della machine learning non è ancora una Ferrari: finora ha scansionato circa 50.000 video in un mese e di questo passo ci vorranno anni per catalogare il contenuto del sito.

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E la privacy? L’implementazione della tecnologia di riconoscimento facciale ha preoccupanti implicazioni per la privacy: spesso chi carica i video vuole rimanere anonimo e pare che Pornhub tenderà a categorizzare solo i volti più noti già memorizzati nel database e che hanno già acconsentito all’utilizzo. In più gli attori porno solitamente non utilizzano i loro nomi reali.

Tuttavia, bisognerà monitorare lo sviluppo e la tendenza dei tag e certamente l’utilizzo dell’AI aiuterà nella gestione della mole di video e dell’accesso degli utenti in continua crescita.

Co-Stories: un nuovo approccio al branded content

Ogni giorno siamo alle prese con i contenuti: che tu sia dipendente di un’azienda, freelance o in agenzia sai quanto è diventato fondamentale creare storie epiche e indimenticabili per la tua audience.

Per farlo occorre mettersi nei panni di un vero Editor in Chief e guardare all’universo narrativo con un approccio totalmente nuovo.

Oggi vi presentiamo in anteprima un estratto dell’ebook di Marco Diotallevi, Ceo e direttore creativo dell’agenzia Plural,“Co-Stories. Un nuovo approccio al branded content” disponibile e prenotabile gratuitamente fino al 1° novembre.

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Introduzione: la campagna di Heinz

Quest’anno Heinz, il ketchup per eccellenza, ha prodotto una campagna di advertising memorabile. Proviamo a immaginare quale fosse il brief, ovvero le iniziali esigenze di comunicazione.

Il brand, solitamente percepito nell’area “junk food”, voleva ricordare a tutti di essere il ketchup della tradizione dei fast food americani: il gusto storico del vero hamburgher.

Cosa fa? Lancia una campagna proposta da un’agenzia pubblicitaria inesistente, quella di “Mad Men”, la serie tv da ascolti record sul mondo della pubblicità anni ’60.

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Nella quarta puntata della sesta stagione, Don Draper, il protagonista principale, presenta a dei dirigenti di Heinz una campagna stampa con un pacchetto di patatine fritte e uno slogan (o meglio headline) che recita “Pass The Heinz”.

Heinz ne fa una campagna vera. E i principali magazine di pubblicità nel mondo recitano: “50 Years Later, Heinz Approves Don Draper’s ‘Pass the Heinz’ Ads and Is Actually Running Them.”

LEGGI ANCHE 50 anni dopo il pitch di Don Draper, Heinz approva e pianifica la campagna

Ne hanno parlato davvero tutti. Forse per la prima volta una fiction ha avuto così grandi conseguenze nella realtà. 

È stato un contenuto epico che ha tratto forza dall’unione dei due universi.

Questo progetto è stato premiato dai più prestigiosi festival di pubblicità e oggi rappresenta l’ispirazione più alta nel mondo del branded content.

Non c’è pianificazione media o influencer che avrebbe potuto fare di più.

Le aziende più illuminate, quando devono raggiungere nuovo pubblico, non ragionano (solo) in termini di acquisizione media. Quello che cercano sono universi narrativi diversi da loro, con i quali co-creare un contenuto che possa essere epico per varie comunità. 

Quelli di Heinz hanno usato un altro universo narrativo come se fosse un influencer. 

E così, in questo cambiamento di prospettiva, la categoria influencer può essere molto più grande: non solo personaggi pubblici, ma anche prodotti editoriali come film/libri o altre aziende. 

Come chiamare questo approccio? Co-Marketing? Sponsorizzazioni? Influencer Marketing? Stories Placement? Product Placement? Noi le abbiamo chiamate Co-Stories.

Scenario

Ogni giorno c’è una battaglia invisibile. Tutti lottano per la nostra attenzione. Soprattutto nello Smartphone.

A dettare le regole, due grandi algoritmi. Quello del social network e quello del nostro intelletto: la memoria selettiva. 

La soluzione? L’influencer. Economico ed ingaggiante, l’influencer permette di raggiungere un numero presumibilmente certo di persone, i suoi seguaci.

Solitamente si tratta di professionisti, molto attivi sul web, che godono della fiducia del loro pubblico su un determinato argomento. 

Il problema? Spesso le relazioni tra aziende e influencer non danno i risultati sperati. All’inizio sembra tutto rose e fiori, ma poi le prime vorrebbero vedere subito i risultati e i secondi che la relazione duri il meno possibile. Manca a volte una storia che dia forza alla partnership e che dia il giusto valore ad ambedue.

In questo contesto, da qualche anno c’è una tendenza che ribalta il problema e che forse può cambiare l’approccio a tutto il branded content. (continua…)

> > > Prenota gratuitamente l’ebook completo su CO-STORIES.COM

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Tra i 2 litiganti Facebook gode: il futuro dei soldi non passa solo da fintech e banche

Le tech companies ci hanno dato la possibilità di condividere ricordi con amici lontani, di mantenere relazioni digitali in ambito lavorativo e di acquistare e ricevere a casa qualsiasi oggetto noi volessimo. Ma adesso, hanno deciso di cambiare per sempre la nostra idea di banca.

Pagare e vendere, la banca secondo Facebook 

Dopo aver ottenuto in Irlanda la licenza per l’emissione di moneta elettronica e servizi di pagamenti, Facebook starebbe acquistando start up fintech specializzate in trasferimento di denaro.

Il social più famoso al mondo potrebbe esportare nel vecchio continente il sistema di pagamento tra utenti (peer-to-peer) di Facebook Messenger già attivo negli Stati Uniti. Tanto che è comparsa sia su mobile che su desktop l’icona del Marketplace, lanciato per permettere agli utenti di vendere o acquistare qualsiasi tipo di prodotto.

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Il tutto è semplice, basterà associare al proprio profilo una carta di credito, cliccare l’icona pagamenti e selezionare il profilo o profili a cui inviare il denaro. Il servizio è appoggiato ad ora da Mastercard e Visa.

Sia ben chiaro che il colosso ad oggi non può operare come banca vera e propria, con depositi online e altro, perché non dispone dell’autorizzazione apposita. Questi però, sono i primi passi per diventare un punto di riferimento a livello internazionale nell’ambito bancario.

In Cina si paga con WeChat

Con più di 889 milioni di utenti iscritti, WeChat, l’app di messaggistica più famosa del paese lancia WeChat Pay.

Un servizio di portafoglio elettronico che darà la possibilità agli utenti di inviare o ricevere denaro tra loro o effettuare pagamenti a rivenditori offline.

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Naturalmente sarà possibile scansionare i vari QR code presenti nei prodotti di nostro interesse ed acquistarli senza ricorrere al pin di identificazione per il pagamento.

Amazon fa anche i prestiti

Per ora, Jeff Bezos (patron di Amazon), non vuole sbilanciarsi troppo.

Lanciando sul mercato una carta di credito in partnership con Jp Morgan, permetterà agli utenti “Prime” di usufruire di agevolazioni varie, più uno sconto del 5% sugli acquisti effettuati tramite piattaforma.

LEGGI ANCHELa banca mobile-first, che vive unicamente nello smartphone

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Un po’ di numeri

Secondo una ricerca di Accenture, circa un terzo di 33 mila soggetti intervistati sarebbe interessato ad usufruire del sistema bancario offerto da Facebook, Google o Amazon, raggiungendo in Italia percentuali pari al 42% e il 51% tra i più giovani.

Per ora le big non sembrano premere sull’acceleratore, ma stanno piuttosto decidendo di strutturarsi come intermediari. Argomento che non piace ai colossi della finanza che devono appoggiarsi a servizi come Amazon Web Services (AWS) per l’archiviazione di dati, rinunciando ad un totale controllo su di essi e a un innalzamento dei costi di gestione.

Scenari

Certo, le scalabilità sono diverse, in quanto le “fanbase” di Facebook, Amazon e WeChat, si aggirano nell’ordine di miliardi di utenti. Però, se individuata una certa nicchia richiedente un determinato prodotto, anche le piccole (ma dinamiche) start up potranno dire la loro in ambito fintech, andando a rendere ancora più complesso il già frastagliato panorama del banking di domani.

Visual storytelling, 8 dritte (e i tools) per migliorare subito il tuo content marketing

Ormai non è un segreto per nessuno, la comunicazione da qualche anno si è fatta sempre più visiva, un trend imponente, se pensiamo che:

Secondo il CMO council  il 93% dei senior marketers ritiene la fotografia un elemento molto importante – se non fondamentale – all’interno delle proprie attività di marketing, e la maggior parte di loro ritiene che il peso degli asset visivi sia destinato ad aumentare in futuro.

Qualche mese fa ti abbiamo raccontato i trend visuali del 2017, ma data l’importanza di questi temi vediamo insieme alcuni dei must-have più rilevanti per sfruttare al meglio i  contenuti visivi nel tuo piano di content marketing.

1. Mai più senza

Secondo un recente articolo del Content Marketing Institute, le immagini fanno miracoli per l’engagement il dwell time migliora sensibilmente.

Alla luce delle statistiche presentate nell’articolo è evidente come vale la pena ribadire ancora una volta l’importanza di utilizzare i visual costantemente e in modo accorto: gli elementi visivi hanno la capacità di attirare e mantenere l’attenzione in modo decisivo, una caratteristica essenziale per tutte le comunicazioni e pubblicità di successo.

Importanza elementi visuali in futuro - Fonte: CMO Council

2. Varietà si, ma con moderazione

Sperimentare i contenuti (inclusi quelli visivi), fa parte del DNA del content marketer, ed è un bene: essere aperti a nuove soluzioni ti permetterà di selezionare contenuti freschi, ingaggianti e a capire cosa funziona meglio per il tuo pubblico. Ma è altrettanto vero che i brand più forti hanno immagini facilmente riconoscibili in modo intuitivo, ed in questo la consistency creativa ricopre un ruolo fondamentale.

Un buon modo per ovviare a questa impasse è quello di produrre uno style-book per tutte le comunicazioni, in modo tale che ogni visual asset – dal singolo post sui social, alla campagna stampa – abbia lo stesso look and feel e possa creare un’esperienza familiare e facilmente riconducibile al tuo brand.

3. Non dimenticare la Brand Purpose

Avere una visual identity chiara, ordinata e consistent è condizione essenziale ma non sufficiente per garantire una esperienza di brand piena, come dire, la forma non fa il contenuto.

Per sviluppare un piano di content marketing orientato alla costruzione di marca, è importante avere una visione di insieme delle diverse attività che porrai in essere, asset visivi compresi.

Ma raggiungere la coesione estetica è solo una parte del lavoro, per costruire il contenuto valoriale del brand è importante che tutti i touchpoint e le singole esperienze siano coerenti con i suoi valori universali, o per dirla con le parole di Federico Capeci, il brand purpose.

Il brand purpose è lo scopo del brand, la sua ragion d’essere, il motivo della sua esistenza per il consumatore, il ruolo che si dà per il cliente. È questo il DNA del brand del Post Millennial Marketing, che si esplicita – anche in via indiziale- attraverso le singole attività di marketing o con momenti di comunicazione specifici, volti a riaffermare la propria leadership su quel fronte.

È importante riconnettere tutti i momenti di comunicazione, tutti i touchpoint usati, tutte le attività di marketing in un quadro più alto, per dare coerenza al brand, capitalizzare i suoi valori, guadagnare loyalty e guardare al lungo periodo.

Federico Capeci – Post Millennial Marketing. Franco Angeli 2017

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Visual storytelling e brand purpose

Fonte: The Branding Journal

4. Video, Video e ancora Video!

Secondo un report di Cisco entro il 2019 il video peserà l’80% del traffico internet .

Che si tratti di video live, realtà immersiva a 360 gradi, o cartoni animati una cosa è certa: i contenuti video sono una occasione da non perdere se vuoi farti notare online!
Se anche tu fai parte della schiera di timidi che hanno bisogno di un po’ di tempo per “metterci la faccia” in prima persona, potresti cominciare creando un video da un post del tuo blog.

Sei più smaliziato? Allora perché non testare dei video live? Le principali piattaforme social e di video sharing prevedono ormai tutte questa feature.

Un paio di ragioni per sfruttarla:

  • Avere una potente arma per l’engagement (nessuno si vuole perdere dei contenuti esclusivi, no?)
  • Per l’opportunità di interagire in diretta con la tua audience

Come puoi vedere sono tutti aspetti che supportano una relazione più familiare con i tuoi fan, e si sa, al quando la relazione con i consumatori si fa più stretta la share of wallet tende a migliorare 😉

Con l’aumentare della diffusione dei video online c’è da aspettarsi che diventerà sempre più difficile catturare l’attenzione delle persone semplicemente “essendoci”, e i contenuti dovranno diventare sempre più distintivi, ingaggianti e meritevoli, ma essendo il fenomeno ancora relativamente poco diffuso, è un’ottima opportunità per cominciare a misurarsi su questo aspetto.

LEGGI ANCHE: Tre ragioni per cui dovresti fare live-streaming

5. Pubblica le tue migliori foto in tempo reale

Avere contenuti in tempo reale è il new normal, e le persone si aspettano la stessa immediatezza dai brand.

In un tempo in cui tutti abbiamo con noi perennemente uno smartphone, devi fare uscire le tue foto più velocemente di chiunque altro. La foto ufficiale del tuo brand ha l’opportunità di dominare una trending conversation, se è la foto migliore ed è condivisa velocemente. 

Kristin Twiford – The Content Marketing Institute

Se a volte una fotografia con iPhone può bastare, cerca comunque di di essere presente nei momenti chiave del tuo brand con professionisti preparati, veloci e con un punto di vista privilegiato rispetto agli altri spettatori, in modo che il prodotto visuale ufficiale del brand sia di qualità superiore a scatti “rubati” dai tuoi fan.

Real time visual storytelling

6. Sfrutta il magico potere delle infografiche

Ecco alcune sue raccomandazioni:

  • Usare dati recenti. Risorse datate potrebbero sembrare un espediente per ingannare l’audience;
  • Usare dati precisi. Controllare che le cifre siano quelle esatte, e che queste ultime provengano da fonti affidabili;
  • Quando possibile, trovare e utilizzare dati originali. Online è presente un’infinita mole di contenuti, può essere facile collegarsi a una risorsa diversa dall’originale.
  • Costruire l’infografica in un ottica di storytelling
  • Non dimenticare che anche l’occhio vuole la sua parte

Ti ho convinto? Allora datti subito da fare dando un’occhiata ad alcuni tool come Info.gramPiktochart, Canva, Venngage, Pikmonkey e Ceros.

LEGGI ANCHE: Un tool (con oltre 150 layout) per fare infografiche. Gratis

Infografiche e visual storytelling

7. Lavora con gli influencer

Se sei un assiduo lettore di Ninja Marketing ormai saprai benissimo che l’influencer marketing è un fenomeno che non può più essere ignorato (se invece hai bisogno di una rinfrescata sul tema ti consiglio questo articolo).

Ricordati di scegliere gli influencer non solo sulla base dell’ampiezza del loro pubblico ma anche del fit con il tuo brand e del loro impegno nel portare avanti la tua causa, e collabora con loro per creare esperienze uniche e moltiplicare le occasioni di visibilità per le iniziative che porterete avanti insieme.

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Fonte: Campagne social, influencer e community – The Nielsen Company 2017

8. Una GIF vale più di mille parole

Le GIFs sono un ottimo modo per condividere contenuti leggeri e ingaggianti, dall’alto potenziale virale, che potresti introdurre sui tuoi social. Puoi scegliere alcune GIFs già pronte, oppure creare la tua versione personalizzata.

LEGGI ANCHE: 8 step da seguire per creare la tua strategia di Content Marketing

Buon Lavoro!

La teoria è nulla se non viene applicata. Inizia subito ad integrare questi aspetti all’interno del tuo piano di Content Marketing e facci sapere come va lasciando un commento o scrivendo sulle pagine social ufficiali di Ninja Marketing!