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Le differenze tra Snapchat e Instagram (e alcuni consigli non richiesti al fantasmino giallo)

Se lavori nel digitale di certo non ti sarà nuova la notizia dello scontro, che ormai si protrae da tempo tra Snapchat e Instagram. Uno scontro fatto di alti e bassi, ma dove in realtà è la piattaforma di Zuckerberg ad aver registrato sin ora numerose vittorie.

La superiorità di Instagram è suggerita dai numeri. Sono tantissimi i grandi brand internazionali ad utilizzare le Stories per le proprie campagne, circa il 22% delle storie pubblicate quotidianamente. Un numero ben lontano da ciò che accadde su Snapchat, dove la percentuale è significativamente più bassa (circa il 5% delle stories pubblicate).

La differenza sostanziale da Instagram

Facebook

C’è una differenza notevole che lascia immaginare numerosi svantaggi per il fantasmino giallo. Forse il più evidente risiede nella natura comunicativa di Snapchat. Difatti la società si è definita una camera company. A confermare questa peculiarità della piattaforma il rilascio nei mesi scorsi degli Spectacles.

Le telecamere ed i diversi usi che oggi è possibile farne, hanno notevolmente cambiato la nostra vita. L’utilizzo dei droni, delle action cam, dei satelliti e delle fotocamere sempre più presentati degli smartphone hanno trasformato silenziosamente e quasi senza accorgercene l’intera società in una ‘camera community’. Se così è possibile definirla.

Il team di sviluppo di Snapchat ha ben compreso questa tendenza circoscrivendola all’interno di uno spazio ‘comune’, da qui l’idea di Snap. Una piattaforma senza cronologia dove le (tele)camere sono le protagoniste di ogni storia pubblicata. Delle differenze che allontano notevolmente Snapchat da Instagram e che rendono notevolmente più difficoltoso la vittoria dello scontro accennato in apertura.

In realtà Snapchat non è di certo la prima piattaforma ad aver scoperto l’importanza di dover condurre online dei “pezzi di vita reale”. La prima fu WeChat. Quest’app oltre ad esser famosa in quasi tutto il pianeta, è riuscita a penetrare significatamente nel tessuto sociale cinese dove WeChat viene utilizzata per innumerevoli commissioni. Prenotare un appuntamento medico, pagare le bollette, chiacchierare con amici e conoscenti.

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Un vero e proprio coltellino svizzero digitale davvero irresistibile. È altamente probabile che anche il fantasmino giallo voglia muoversi in questa direzione.

Questa settimana è stato rilasciato un aggiornamento della piattaforma  che ha introdotto diversi nuovi collegamenti con la realtà offline. Prenotare, acquistare e scoprire rimanendo in Snapchat. Una grande novità per la piattaforma, ma non così nuova per il mondo digitale dove anche Facebook (mediante Messenger), solo qualche tempo fa, ha intrapreso la stessa direzione.

In cosa è davvero debole Snapchat

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Ma non perdiamo altro tempo ed analizziamo subito le 3 più grandi carenze di Snapchat.  Mancanze che se risolte strategicamente potrebbero mutare il rapporto che sin ora ha spostato l’ago della bilancia verso la piattaforma di Zuckerberg.

1) Accrescere la raccolta dei dati

Una delle più grandi mancanze di Snapchat è certamente la possibilità di utilizzare i dati degli utenti per poter progettare campagne promozionali altamente targhettizzate. Una carenza che è molto sentita dagli inserzionisti tanto da utilizzare e preferire Instagram, dove i dati sono in constante accrescimento e provenienti dal social più diffuso sul pianeta: Facebook.

Ma com’è possibile incrementare la raccolta dei dati dei propri utenti? La soluzione più semplice è la partnership con terze parti. Saranno i dati, una volta acquisiti a migliore l’advertising nella piattaforma, migliorando i risultati diretti ed incoraggiando (di conseguenza) gli investitori a promuovere sulla piattaforma.

Diffondere i risultati ottenuti e mostrare case history specifiche per ogni settore di riferimento, potrebbe rappresentare il secondo step. Aumentando indirettamente la consapevolezza dell’efficacia delle Ads su Snap e migliorando le conversioni dei propri inserzionisti.

2) Facilitare l’engagement e la brand awareness

In netta controtendenza con ciò che accade in altre piattaforme, entrare in contatto con nuovi utenti oltre a quelli suggeriti, è quasi impossibile. Una grave mancanza che sin ora ha frenato la possibilità di diffondere brands e news tra i profumi iscritti.

Snapchat dovrebbe semplificare l’user experience dei propri utenti. Dovrebbe permettere ai propri utenti di scegliere chi seguire e semplificare la ricerca di influencer, celebrità o chiunque altro si abbia voglia di seguire.

In fondo l’uomo è un animale social e allora perchè isolarlo?

3) Creare una community desiderabile

Ma cosa significa? Snapchat è stato pensato per semplificare la comunicazione tra i propri contatti, tra i propri amici. I team di sviluppo della piattaforma si è impegnata molto sul raggiungimento dell’obiettivo, creando un social network di facile utilizzo sin dai primi istanti. Sorvolando purtroppo su una caratteristica che ha penalizzato (e non poco) l’intera piattaforma. Cioè l’edificazione di una vera community unica e desiderabile da influencers, brand ed utenti.

Facilitare e fornire nuovi strumenti (come ad esempio i link nelle Stories) di analisi e promozioni a chi sui social ci lavora, sarebbe certamente una valida opportunità per accrescere l’appeal di Snapchat e aumentaree il numero di influencers e brand attivi sulla piattaforma. Non sarà semplice: le variabili e varianti si susseguono ad un ritmo vertiginoso e lo scontro si fa sempre più tecnico, più raffinato ed ovviamente spietato. Chi l’avrà vinta?

Come non farsi abbagliare dalle vanity metrics del tuo blog

La raccolta e l’analisi delle “metriche” è una fase fondamentale delle attività di un blogger. Visite, sessioni, iscritti e interazioni, però, da sole non bastano a decretare la salute del tuo blog. Ancor di più se dal tuo blog vuoi ottenere quattrini, monetizzando la tua attività di ricerca, selezione e stesura dei contenuti. Anzi, senza la giusta contestualizzazione rischiano di essere fini a se stesse, se non addirittura fuorvianti: insomma, potrebbero essere vanity metrics, numeri all’apparenza confortanti ma ben poco indicativi del tuo business. Ecco alcuni consigli per non farsi abbindolare da cifre altrimenti poco utili.

Fatti una domanda…

Metti un attimo da parte Google Analytics. Lo riprenderai tra cinque minuti. Prima chiediti cosa davvero vuoi ottenere dalla tua attività di blogger. Prenditi il tempo che ti occorre per rispondere, fosse anche un intero weekend. Solo dopo, apri Googel Analytics – o qualsiasi altro strumento usi – e vedrai i numeri in modo diverso, riuscendo a dar loro il giusto peso nella tua strategia di lungo termine.

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..e datti una risposta!

Qual è allora il tuo obiettivo primario? Sottoscrizioni alle tue newsletter? Un pubblico, magari di nicchia, ma estremamente fedele che torna sempre sulle tue pagine? Portare i tuoi visitatori ai tuoi eventi o workshop? Usa i dati come indicatori del raggiungimento del tuo traguardo principale. E magari potresti scoprire che attrai molti utenti ma ben pochi di questi arrivano in fondo al tuo articolo dove hai posizionato quella CTA per le iscrizioni alla tua newsletter.

Intraprendi azioni migliorative

Forse è giunta l’ora di spostarla, quella CTA. O di migliorare la tua sezione “About Us”. O di dare qualcosa in cambio a chi si iscrive alla tua newsletter, come incentivo per i nuovi arrivati. Insomma, ciò che davvero conta è dare un valore “operativo” ai dati che raccogli, senza fermarti – magari con un pizzico di compiacimento – a vederli lì immobili in una schermata riassuntiva. Proprio per questo, è necessaria una fase di interpretazione delle statistiche e  magari anche un po’ di sperimentazione empirica per testare la bontà delle azioni migliorative da effettuare.

Via marketoonist.com

Via marketoonist.com

Gli utenti sono persone, non numeri

Ricordati sempre che visite e visitatori unici non sono solo cifre sulla dashboard di Google Analytics, ma persone. Devi quindi “tradurre” quei numeri in comportamenti per riuscire a trarre poi gli insegnamenti più utili. Un metodo sempre valido consiste nel segmentare la tua utenza, incrociando dati diversi e creando così degli “utenti-tipo” accomunati tra loro da un comportamento simile. Un’altra strada potrebbe, invece, portarti a separare gli utenti a seconda del device (desktop o mobile) da loro usato o, invece, dalla fonte da cui provengono. Vale insomma quanto detto prima: se non è utile dal punto di vista  operativo, anche la più dettagliata delle segmentazioni diventa un puro esercizio fine a se stesso.

Tenendo sempre in mente i tuoi obiettivi, invece, sarà più facile per te capire come influenzare i comportamenti prima individuati o, invece, come sfruttarli a tuo vantaggio. Tornando all’esempio di cui sopra: se gli utenti che arrivano al termine dei tuoi articoli sono pochi puoi accorciare i tuoi testi, utilizzare video o immagini riassuntive o spostare le tue Call To Action in una posizione superiore e più evidente. Prova una o più azioni e vedi le risposte dei tuoi lettori!

Torna a misurare

Questa attività di “misurazione consapevole” deve diventare una tua abitudine, insinuarsi nelle tue routine da blogger tanto quanto la stesura di un articolo o la condivisione dei tuoi scritti. Ogni possibile azione correttiva va testata, misurata e valutata, magari, in comparazione ad altre analoghe. Il tuo blog, proprio come i tuoi utenti, deve essere una creatura viva, in continuo mutamento, per essere sempre pronto ai bisogni di vecchi e nuovi lettori che vorrai attrarre. E proprio come per i grandi campioni dell’atletica, la misurazione dei risultati e il miglioramento costante devono diventare le basi per il tuo successo.

Manjoo è il social network dedicato alla buona cucina e non poteva che nascere in Italia

Pizza e mandolino, sicuramente i due stereotipi più conosciuti per definire il Bel Paese, ma una cosa è certa: la cucina Made in Italy è tra le più gustose al mondo e da tanti invidiata.

Così non poteva che nascere in Italia il social network dedicato alla buona cucina, un canale dedicato sia ai cuochi provetti che ai palati fini che, grazie a Manjoo, possono condividere ricette o cucinare piatti prelibati.

Abbiamo rivolto alcune domande ad Alessandro Piemontese, Marketing Specialist & Co-founder di Manjoo, che ci presenta l’idea ed il funzionamento di questa idea tutta dall’acquolina in bocca!

Per cominciare, cos’è e come funziona Manjoo?

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Manjoo è il Food Social Network che sa cosa ti piace mangiare e che ti permette di creare, condividere, cercare e stampare ricette di cucina.

Per chi desidera creare una ricetta, basta accedere all’editor, inserire gli ingredienti, raccontare come realizzarla e caricare le foto. A tutto il resto ci pensa Manjoo. Come? Disegnando il vestito grafico. È come avere uno stilista incluso. Determinando i valori nutrizionali, i regimi dietetici e le intolleranze alimentari. È come avere un nutrizionista accanto. Proponendo i suggerimenti di preparazione e cottura. È come avere un aiuto cuoco al proprio servizio.

Con Manjoo esprimere la propria passione per il cibo con parole e immagini è facile e coinvolgente.

Una volta creata la ricetta, condividerla è naturale come scriverla. In un attimo l’utente pubblica la sua ricetta sia su Manjoo sia sui suoi canali social con un layout impeccabile e uno stile unico.

Per alimentare l’amicizia e le conversazioni, Manjoo mostrerà la ricetta dell’utente nei social feeds dei suoi followers e la consiglierà a nuove persone in base ai loro gusti e alle loro preferenze alimentari.

Con Manjoo connettersi e parlare con qualcuno che come te ama l’avocado, detesta la senape ed è vegetariano non è mai stato così semplice.

Ma non solo. In qualsiasi momento, tutti gli utenti che accedono a Manjoo potranno cercare e trovare in pochi secondi quella ricetta utilizzando il suo motore di ricerca semantico. Basta digitare la propria richiesta e personalizzare i filtri di ricerca alimentare per ottenere risposte pertinenti e rilevanti da esplorare facilmente. È come un Google con gli steroidi, ma costruito appositamente per facilitare la vita dei gastronauti. Con Manjoo trovare esattamente quello che desideriamo magiare è più veloce che mai.

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Infine, in pochi minuti, ogni utente può trasformare la propria storia a tavola in un meraviglioso libro di ricette stampato su carta pregiata. In soli tre semplici passi l’utente sceglie il titolo della copertina, aggiunge le sue ricette preferite e acquista una o più copie. Allo stile, alla stampa professionale e alla consegna ci pensa Manjoo, con tutta la potenza del suo elaboratore grafico, la bravura dei suoi tipografi e la velocità dei suoi corrieri.

Con Manjoo toccare le proprie creazioni gastronomiche è emozionante quanto raccontarle e condividerle.

Ci racconti da chi è composto il team e da quale idea è nata Manjoo?

Il team di Manjoo è composto da me, Alessandro Piemontese – Marketing Specialist & Co-founder, Antonio Lupo – CEO & Cofounder, Nicoletta Dirodi – Product Designer, Francesco De Lorenzi – Full Stack Developer, Fabrizio Giornetti – Marketing Specialist & Co-founder, Monica Lupo – Legal Advisor & Co-founder e Sandra De Luca – Food Scientist.

L’idea di Manjoo è nata dal nostro amore per l’arte, quella culinaria, e dalla nostra intolleranza alla frutta, quella a guscio. Quattro anni fa, questo amore e questa intolleranza si sono trasformati in due desideri: poter raccontare e condividere creazioni gastronomiche con la stessa facilità con la quale scattiamo e postiamo una foto su Instagram. Riuscire a trovare cosa mangiare in base alle nostre singole esigenze alimentari con la stessa velocità con la quale troviamo il film più adatto a noi su Netflix.

Possiamo paragonare Manjoo ad un social network per gli amanti del cibo?

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Assolutamente sì.

Su Manjoo non sei solo, perché realizzi e condividi le tue creazioni con persone provenienti da tutto il web. Ciò significa che gli autori e i lettori si collegano tra loro e invece di vivere su un’isola da qualche parte della rete fanno parte di un insieme dinamico, in cui ciascuno rende più bravo l’altro.

Nel cuore di Manjoo c’è l’idea che le persone creino e mangino cose migliori quando sono insieme.

LEGGI ANCHE: Re-immaginare il futuro del cibo: dal #foodporn al #foodlove

La piattaforma si basa sulle ricette dei cuochi-utenti, perché gli appassionati dovrebbero scegliere di pubblicare qui le loro ricette?

Perché Manjoo è una piattaforma libera e aperta dove chiunque può esprimere la propria passione e la propria creatività gastronomica.

Il nostro editor rende la pubblicazione di una ricetta semplice e divertente, assicurando che il risultato finale sia perfetto. Scrivi una volta e condividi ovunque.

Poi alcune ricette, più di altre, raccolgono migliaia di lettori non perché siano state scritte da persone famose ma perché su Manjoo non è importante chi sei, ma quello che sai creare.

Km 0, ricette di stagione, ma anche filtri di ricerca per calorie e valori nutrizionali. Come funziona il vostro algoritmo e quali sono i parametri preferiti dagli utenti?

Con Manjoo abbiamo voluto fare l’impossibile: racchiudere la conoscenza alimentare nella piattaforma più intelligente e semplice di sempre. Il suo Genoma Alimentare è una tecnologia proprietaria che analizza ed elabora il più dettagliato insieme di informazioni disponibili su ingredienti, prodotti e ricette aggiungendo automaticamente nuovi livelli di conoscenza ai dati alimentari.

È il frutto del lavoro di squadra, durato più di 3 anni, di nutrizionisti, chef ed esperti programmatori uniti dal desiderio comune di aiutare le persone a compiere scelte informate su ciò che mangiano rispettando i loro gusti e le loro esigenze di salute.

Il Genoma Alimentare insieme ad una combinazione di algoritmi di raccomandazione fa sì che le ricette su Manjoo vengono consigliate agli utenti in base ai loro interessi e bisogni. E quando il desiderio della scoperta prevale, c’è la ricerca libera supportata dai filtri alimentari.

Quelli più apprezzati? I modelli dietetici (vegetariano e vegano), le intolleranze e le allergie (glutine e latte) e i valori nutrizionali (calorie e grassi).

Cosa sono le ricette sponsorizzate?

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Manjoo offre alle aziende del settore food & beverage una piattaforma di Native Advertising e Influencer Marketing per comunicare e promuoversi in maniera innovativa ed efficace.

Attraverso la piattaforma le aziende possono creare, lanciare e gestire campagne con nuovi formati pubblicitari altamente coinvolgenti. Diversamente dalla pubblicità display standard che pregiudica l’esperienza d’uso dell’utente, i formati nativi offerti dalla piattaforma sono perfettamente integrati nell’aspetto grafico dell’interfaccia di Manjoo. Inoltre, i suoi algoritmi permettono un targeting avanzato basato sugli ingredienti, le diete, le intolleranze e tanto altro ancora.

Questa tecnologia permette ai clienti di Manjoo, come Granoro, di personalizzare i contenuti e i prodotti sponsorizzati in base ai termini di ricerca e alle preferenze alimentari dei singoli utenti.

Quali “ricette” avete in mente per il futuro della vostra startup?

L’obiettivo di lungo termine è quello di realizzare la più avanzata piattaforma personalizzata di social networking dedicata al gusto capace di aiutare le persone ad esprimere, condividere e gestire al meglio la propria passione per il cibo, dal momento della sua ricerca a quello del suo consumo.

La rivincita di Nutella e patatine: hanno meno calorie di cibi che crediamo migliori

Sembra assurdo che proprio una fitness blogger ti insegni che puoi mangiare caramelle o un gelato al cioccolato, rimanendo comunque in forma.

Dubbi? Provate voi stessi a seguire il profilo Instagram The FFF  per continuare ad allenarvi ma iniziare a sorridere concedendoti degli snack gustosi e talvolta con meno calorie di quelli salutari. Ormai su Instagram, così come altrove, siamo soliti vedere immagini ritoccate e perfezione in ogni scatto. La rivoluzione di Lucy Mountain è mostrarsi senza ritocchi ed è probabilmente una condizione che si sta rendendo necessaria, così come sta accadendo in Francia.

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Vi riportiamo qualche esempio.

Nutella batte la sua stessa versione biologica

Sì, eccoti una buona scusa per non privartene. 15 grammi di felicità: ha meno proteine e grassi ma più zuccheri e carboidrati. L’avevi già rimossa dalla lista della spesa?

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La classica “manciata di mandorle” come spuntino sano per riequilibrare i cali di energia non ti è mai andata giù e ti sei sempre opposto a questa merenda? Puoi sostituirla con delle caramelle e continuare a non sentirti in colpa.
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Gin tonic batte vino

Aperitivo con gli amici? Vorresti un gin tonic ma hai sempre pensato fosse meglio un bicchiere di vino? Rassicura il tuo fegato: 150 ml del tuo drink preferito hanno meno calorie di un bicchiere di vino bianco.

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Patatine fritte battono chips di carote

La tua ragazza è andata al supermercato biologico che ha da poco aperto nel quartiere e ti ha propinato delle chips di carote/barbabietola cotte al forno per sostituire le tue amate chips di patate che ti ungono tanto le dita? Falle vedere questa foto: le calorie si riferiscono a 40 grammi di peso

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Inside Lucy

Lucy Mountain ha due account Instagram: The FFF  dove ci sono prevalentemente esempi e comparazioni di calorie contenuti nei cibi sani e non e The Fashion Fitness Foodie dove ci mostra anche il suo fisico e un po’ di outfit sportivi.

Il suo motto è “tutto con moderazione” e 149.000 persone stanno già seguendo i suoi consigli di vita equilibrata e senza troppe rinunce. Piace il ritorno alla “normalità” dopo troppi “tea” sponsorizzati da fitness blogger e donne famose che inneggiano al miracolo del dimagrimento.

Healthcare Marketing, strategie digitali per il settore medico e farmaceutico

IBM potrebbe avere presto dal Governo italiano (gratis) tutti i nostri dati sanitari

IBM Watson Health è un sistema di intelligenza artificiale, o meglio, un sistema cognitivo. Impara e sa rispondere alle domande poste in linguaggio naturale. Mentre vi preoccupate di blindare il vostro profilo Facebook per estromettere i social impiccioni, curate le impostazioni delle vostre app per lasciare minime tracce della vostra vita a disposizione dei divoratori di dati, state attenti ai like dati, l’IBM ha siglato un accordo per impossessarsi in un colpo solo dei dati sanitari di tutti i cittadini italiani e darli in pasto a questo sistema.

A marzo del 2016, l’allora premier Matteo Renzi, secondo quanto hanno raccontato principali quotidiani italiani, ha ottenuto dalla azienda americana l’impegno a grandi investimenti finalizzati a creare un grande centro di ricerca europeo, da far sorgere a Milano. Non un centro di ricerca qualsiasi, ma uno destinato ad ospitare Watson Health.

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IBM Watson è quel simpatico sistema di intelligenza artificiale che nel 2011, rispondendo alle domande del quiz televisivo americano Jeopardy, ha stracciato tutti i concorrenti umani.

Da allora ne ha fatta di strada ed ha sviluppato altre nuove abilità: vendite, generazioni di ricette, raffinati suggerimenti musicale, persino influencer.

LEGGI ANCHE: IBM Watson, se l’intelligenza artificiale diventa Influencer per un brand

Il nuovo colonialismo

Secondo il giornalista investigativo e futurologo americano J.M. Porup, le IA e il Machine Learning sono nuove forme di sfruttamento coloniale.

Tra le sue 95 tesi per un mondo immateriale, nelle quali esplora la scomparsa dei confini tra vita reale e cibernetica, spiccano queste:

  • la sorveglianza di massa possiede i nostri sé digitali;
  • possedere qualcuno è una moderna forma di schiavitù;
  • possedere i dati di una nazione è un modo di schiavizzarla.

Tesi da complottisti, apparentemente. Se non fosse che, oltre a quella di Porup sono molte le voci che evidenziano certi rischi e cercano di limitarne i danni possibili. Tra questi anche il Parlamento europeo, con le sue mozioni tese a limitare lo strapotere di giganti come Google e Facebook.

Walter Vannini, nel suo podcast DataKnightmare, in cui esplora (secondo le sue stesse parole) il lato oscuro della società dei dati ha dedicato alcune puntate a Porup e a questo accordo con IBM.

Cosa prevede l’accordo IBM Watson Health

Il primo a poter prendere visione dei documenti relativi a questo accordo (memorandum d’intesa è il suo nome ufficiale) è stato il giornalista Gianni Barbacetto, che riporta questo passo cruciale nel suo blog e sul sito del Fatto Quotidiano:

“Come presupposto per realizzare il Programma ed effettuare l’investimento, Ibm (incluse le società controllanti, controllate, affiliate o collegate, ove necessario) si aspetta di poter avere accesso – in modalità da definire – al trattamento dei dati sanitari dei circa 61 milioni di cittadini italiani (intesi come dati sanitari storici, presenti e futuri) in forma anonima e identificata, per specifici ambiti progettuali, ivi incluso il diritto all’utilizzo secondario dei predetti dati sanitari per finalità ulteriori rispetto ai progetti.

A titolo esemplificativo ma non esaustivo, si ritiene cruciale avere accesso a dati dei pazienti, ai dati farmacologici, ai dati del registro dei tumori, ai dati genomici, dati delle cure, dati regionali o Agenas, dati Aifa sui farmaci, sugli studi clinici attivi, dati di iscrizione e demografici, diagnosi mediche storiche, rimborsi e costi di utilizzo, condizioni e procedure mediche, prescrizioni ambulatoriali, trattamenti farmacologici con relativi costi, visite di pronto soccorso, schede di dimissioni ospedaliere (sdo), informazioni sugli appuntamenti, orari e presenze, e altri dati sanitari”.

Avete capito bene. Tutti i nostri dati, ogni cosa che riguardi la nostra salute sarà data in pasto ai server di IBM Watson Health perché possa apprendere e dedurre, coi suoi algoritmi, nuove cose. E cosa se ne farà?

Secondo l’accordo, potrà usarli per ogni cosa desiderino, compresa la cessione a terzi, come compagnie di assicurazione o aziende farmaceutiche.

E tutto senza dover rendere conto ne al governo ne ai suoi cittadini.

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LEGGI ANCHE: Dal Data Dollar al braccialetto spione e persino Tinder. Neanche immagini quanti dati produci (e quanto valgono)

Di chi sono i dati sanitari raccolti da Watson?

Sempre secondo quanto denuncia Barbacetto, il documento confidenziale infatti recita: “IBM manterrà la proprietà intellettuale pre esistente dell’intera piattaforma cognitive (IBM Watson) e delle nuove soluzioni Watson e degli strumenti che risultino sviluppati. […] Inoltre manterrà la proprietà dei risultati della ricerca ma ne darà licenza d’uso alle altre eventuali parti progettuali”.

La prima regione a dover cedere i dati è la regione Lombardia. Non solo darà gratis i dati dei suoi cittadini, ma dovrà anche contribuire al nuovo centro di ricerca con 30 milioni di euro.

Cosa dice il Garante della privacy

La Regione vuole vederci chiaro e interpella il garante della privacy. Il garante naturalmente richiede alla Lombardia tutti i perché e soprattutto per come abbia intenzione di procedere. Cioè in che modo ha intenzione di fornire i dati rispettando i vincoli di

  • liceità (che i trattamenti siano leciti);
  • necessità (che i dati forniti siano necessari);
  • proporzionalità (che i dati non siano in eccesso rispetto alle necessità);
  • finalità (che i dati vengano effettivamente usati per le finalità dichiarate).

Non sappiamo come sia continuato il dialogo tra Regione e Garante, ma sappiamo come abbia risposto a Vannini, che lo ha interpellato direttamente con queste domande:

  • se qualche dato sanitario di cittadini italiani sia stato già fornito a IBM;
  • a quali condizioni specifiche di tutela della privacy (certamente non quelle definite nell’accordo sottoscritto da Renzi) il Garante potrà avallare la trasmissione di dati sanitari di cittadini italiani a IBM Watson;
  • se il Garante abbia richiesto una ridotta e più precisa definizione dello scopo per cui questi dati vengono utilizzati.

E il Garante risponde velocemente e così: “In base alle prime informazioni ricevute dalla Regione Lombardia su richiesta dell’Autorità il progetto è ancora in una fase preliminare e allo stato non risulterebbero trasferiti i dati dei cittadini lombardi, oltretutto in assenza di un parere da parte del Garante. Parere che la Regione ha dichiarato di voler acquisire in via preventiva prima di dar corso al progetto”.

“In assenza di un progetto dettagliato da parte della Regione Lombardia, il Garante non può dunque esprimere alcuna valutazione sulla liceità del trattamento che sarà effettuato. Ad oggi, non sono neanche chiari i ruoli della Regione e della stessa IBM rispetto al trattamento dei dati sanitari della popolazione della Lombardia, né su quali basi giuridiche IBM avrebbe accesso a questi dati”. Inoltre, “il Garante vigilerà sulla vicenda per contemperare libertà della ricerca scientifica e tutela dei diritti dei pazienti“. “Dalle informazioni preliminari acquisite risulta che l’Accordo sia un atto di intenti molto generale che necessita per il suo sviluppo di successive specificazioni operative“.

“Il Garante farà rispettare le norme in materia di protezione dei dati personali sulla salute e il livello di garanzia fissato a suo tempo nelle proprie autorizzazioni generali (in particolare quelle sul trattamento dei dati sanitari e sulla ricerca scientifica)”. In pratica e in poche parole, tutto è ancora fermo, ma il Garante farà il garante, e non è poco. IBM invece, interpellata anch’essa, dice di non avere informazioni da dare in merito alla questione.

Giace intanto in Parlamento anche  una interrogazione parlamentare  dell’onorevole Pierpaolo Vargiu, presentata il 19 maggio scorso, ma alle sue domande non è stata data ancora alcuna risposta.

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LEGGI ANCHE: Così stiamo regalando tutti i nostri dati (che valgono più dei soldi) per un like

Quanto valgono i nostri dati sanitari

Certo, non si può pagare al supermercato con un like, ma questa mole di dati ha un valore notevole sul mercato del deep web, dove i dati sanitari di una persona possono essere acquistati per circa 10-15 dollari.
I dati ceduti gratuitamente in base a questo accordo avrebbero quindi un controvalore di quasi 915 milioni di dollari, oltre 700 milioni di euro, se preferite.

A termini di legge i dati sanitari, quando si tratta di ricerca medica, biomedica, epidemiologica e quant’altro, possono essere usati SENZA il previo consenso dell’interessato quando la ricerca è prevista da una espressa disposizione di legge. Ma non c’è niente nella legge che dica che tutti i dati sanitari di tutta la popolazione senza eccezioni possano essere dati in uso a una entità commerciale senza che ci sia alcuna specifica finalità in questo ultilizzo.

I dati verrano anonimizzati, così dicono. Ma anche su questo aspetto c’è poco da stare tranquilli.

Proprio sistemi di Intelligenza artificiale come IBM Watson Health possono, con poca fatica, renderli di nuovo personali.

Il Rosatellum, una delle più astute operazioni di marketing con dentro una legge elettorale

Ok signori, abbiamo un nuovo trending topic che diventa esso stesso l’emblema di una delle più astute operazioni di marketing dell’ultimo decennio: Rosatellum.
Certamente ora che il testo richiama al cognome del proponente risulta più gradevole dei suoi predecessori: Italicum, legge mai usata, sembrava il nome di un mercantile e, soprattutto, non dimentichiamoci che il nonno di entrambe era il ben più noto Porcellum.

Ebbene, è la quinta riforma elettorale in 25 anni. In media, abbiamo cambiato regole del gioco una volta ogni 5 anni. Probabilmente è record del mondo. Se non fosse, purtroppo – e la storia politica italiana insegna – che queste leggi non hanno sempre migliorato la nostra democrazia rappresentativa.

Infatti, ancora una volta anche alle prossime elezioni come avviene oramai da oltre 10 anni, non potremo scegliere il candidato (o i candidati) cui dare il nostro voto. Con buona pace della Corte Costituzionale.

Come voteremo

Quando la prossima primavera andremo a votare ci troveremo di fronte una scheda con dei simboli e dei nomi prestampati: dovremo mettere soltanto una X. Il primo nome, quello del cosiddetto collegio uninominale con metodo maggioritario, sarà espressione di un partito o di una coalizione di partiti. Ne dovremo eleggere 231 (il 36% dei deputati). E i loro nominativi saranno scelti dalle segreterie dei partiti.

Sempre sulla stessa scheda, e abbinata al candidato uninominale, ci sarà una seconda lista di 2 o 4 nomi. Sono i candidati designati che vanno al voto con sistema proporzionale. Ovvero, più voti prenderanno i loro partiti e più aumenta la possibilità, dal primo al quarto candidato in ordine di lista, di essere eletti. Anche qui, inutile dirlo, i nominativi saranno scelti dalle segreterie di partito. E a loro è riservato oltre il 60% dei seggi.

Ritenta, sarai più fortunato

E se in quel collegio il partito va male, i candidati restano tagliati fuori dai giochi? No, perché questa legge elettorale, attraverso il meccanismo delle cosiddette “candidature multiple“, consente loro non solo di candidarsi comunque anche nei collegi uninominali ma anche in altri collegi proporzionali più forti in giro per l’Italia, aumentando, anzi, quintuplicando le loro chances di ingresso in Parlamento. Un po’ A/B test, un po’ come provare ad aprire la stessa identica bottega in Lombardia, Calabria, Lazio, Sicilia e Veneto. E vedere come va.

Stesso ragionamento, con quote minori (come minori sono i seggi da assegnare) per il Senato. Che è vivo e lotta insieme a noi, e insieme al Cnel.

@aldopecora

LEGO House

In Danimarca apre LEGO House (inutile dirlo, è a forma di mattoncini colorati)

Lo studio di architettura BIG dell’architetto danese Bjarke Ingels ha finalmente aperto le porte del nuovo visitor center realizzato per LEGO: un insieme di blocchi sovrapposti, che vanno a creare un insieme armonico con i colorati e suggestivi cortili sui terrazzi. Un paio di scale “pixelate” consentono ai visitatori di salire sull’esterno dell’edificio per raggiungere i cortili, posizionati in cima ai 21 blocchi, i quali sono assemblati in modo da sembrare degli enormi mattoncini di LEGO. La LEGO house è sicuramente una costruzione iconica, in grado di rappresentare perfettamente l’azienda del mattoncino.

Com’è fatta LEGO House

Cominciata nel 2014, la costruzione si estende per 12 mila metri quadrati e si trova a Billund, in Danimarca, dove è situato anche il celebre parco divertimenti Legoland, che attrae visitatori da tutto il mondo. L’ideatore del progetto, Ingels, ha dichiarato che “la LEGO House è la manifestazione evidente delle infinite possibilità del mattoncino LEGO. Grazie alla creatività sistematica a cui porta questo gioco, i bambini di tutte le età sono spinti a creare i loro mondi personali e ad abitarli, inventandosi le loro storie personali. Ecco ciò che vogliono creare sia l’architettura che il gioco del LEGO: consentire alle persone di immaginare nuovi mondi che sono più emozionanti ed espressivi dello status quo, e di realizzarli mediante le proprie abilità, per farli diventare realtà. Questo è quello che fanno tutti i giorni i bambini con i mattoncini colorati – e quello è ciò che abbiamo fatto noi oggi con i blocchi della LEGO House, portando Billund un passo più vicino a diventare la Capitale dei Bambini”.

BIG e LEGO hanno trasformato il classico mattoncino in scala reale, formando grandi spazi d’esibizione e aperture pubbliche che rappresentano perfettamente la cultura e i valori al cuore delle esperienze LEGO.

Localizzato al centro di Billund, l’edificio è stato concepito come uno spazio urbano, più che come un luogo turistico. I 21 blocchi che lo compongono, infatti, sono posizionati in modo tale da sembrare edifici indipendenti, e incorniciano una piazza di 2000 metri quadrati al centro della costruzione, illuminata grazie alle fessure e agli spazi lasciati liberi. La “LEGO Square” diventa così una “caverna urbana” accessibile a chiunque, dando anche la possibilità di accorciare la strada attraverso l’edificio ai cittadini di Billund. I suoi locali, i caffè e i ristoranti, poi, le conferiscono molta energia: possiede le carte per diventare a tutti gli effetti uno dei centri nevralgici della città.

Dentro (e fuori) LEGO House

I luminosi e colorati terrazzi non sono visibili dalla piazza che circonda l’edificio, da cui si possono vedere solo le mattonelle bianche che “vestono” la struttura. I locali della LEGO House, a eccezione della piazza centrale, sono riservati ai visitatori, che vengono subito accolti nell’atrio da un albero costruito con gli iconici mattoncini in plastica, circondato da una scala che porta ai differenti piani. Questi ultimi ospitano modelli giganti di dinosauri, città intere e catene montuose fatte interamente da LEGO.

I colori dei tetti/terrazzi e delle gallerie riprendono i colori primari della LEGO, dando la possibilità a ogni visitatore di fare un vero e proprio viaggio tra lo spettro dei colori. I primi due piani, infatti, sono divisi in quattro zone secondo colori differenti, e ospitano rispettivamente diverse attività, in modo da rappresentare diversi ambiti d’apprendimento: rosso per l’ambito creativo, blu per il cognitivo, verde per quello sociale, giallo per l’ambito emozionale. In questo modo, i visitatori possono godere di un’esperienza interattiva e curiosa, in grado di stimolare la loro immaginazione.

L’ultimo piano ospita la Masterpiece Gallery, illuminata da otto oblò che imitano la forma dei “bottoni” di collegamento che si trovano sulla parte superiore dei mattoncini LEGO. Questa stanza è stata costruita per esibire le migliori strutture create dai fan di LEGO. Dal suo tetto, gli ospiti possono godere di un panorama a 360° della città, dove l’azienda è stata fondata nel 1932, oltre che vedere gli altri tetti colorati. Ad alcuni di questi si può accedere grazie alle scale “pixelate”, che fungono anche da gradini su cui sedersi in caso di esibizioni pubbliche nella piazza sottostante. Il piano inferiore, invece, ospita una galleria dedicata alla storia del brand LEGO, che propone una full immersion nell’archivio dell’azienda, nominata The Vault, dove i bambini e i fan più adulti possono dare un’occhiata alle prime edizioni dei celebri kit LEGO.

Un esempio iconico uscito dalle menti che compongono uno studio di architettura sicuramente innovativo e moderno. L’architetto danese dell’omonimo studio BIG, che attualmente opera anche a New York, si è riproposto di tornare a casa, per occuparsi di alcuni progetti qui in Europa. Presto, probabilmente, sentiremo di nuovo parlare di lui. Nel frattempo, la LEGO House merita sicuramente una visita; in alternativa, c’è il modellino in scala, proposto da LEGO in concomitanza con l’inagurazione del suo nuovo visitor center.

Week In Social: post in 3D, A/B test sulle pagine Facebook e WhatsApp per aziende

Prima regola di un vero Ninja: resta ogni giorno al passo con i molteplici aggiornamenti sul fantastico mondo dei Social Media.

Secondo regola di un vero Ninja: se ti sei perso qualcosa non ti preoccupare, mettiti comodo e leggi la nostra rubrica #WeekInSocial!

Ecco tutte le novità che abbiamo raccolto questa settimana.

Facebook

Facciamo subito un salto nel futuro grazie a Facebook, che durante la sua conferenza “Oculus Connect 4” ha mostrato come sarà possibile interagire sulla piattaforma con post in 3D, creati dagli sviluppatori in Oculus Medium o Facebook Spaces.
Sì, avete capito bene, oggetti 3D pubblicati su Facebook: saranno visibili su mobile e desktop anche dagli utenti che non posseggono visori VR e saranno del tutto interattivi.

Facebook durante l'evento OCULUS4 presenta i 3D Post.Oggetti interattivi creati in VR e compatibili in News Feed.

Pubblicato da JuliusDesign su Giovedì 12 ottobre 2017

Un altro test di Facebook intercettato questa settimana, invece, riguarda il MarketPlace: nello specifico un nuovo strumento che consente agli utenti di cercare gli oggetti sulla piattaforma tramite il riconoscimento di un’immagine.
Una feature che ricorda molto un aggiornamento recente di Pinterest, ovvero l’opzione di ricerca “Lens” che consente agli utenti di scattare una foto a un qualsiasi oggetto e di ottenere un elenco di Pin correlati.

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In merito a questo aggiornamento, Luca La Mesa – docente del nostro Social Media LIVE Program – pensa che sia

“Una vera e propria “killer feature”. Una funzionalità simile è già presente su Pinterest e ad altre realtà che ho incontrato in questi giorni in America. In particolare una startup di NY ha sviluppato la stessa tecnologia per Instagram. La prima fase dei Social è la ricerca di attenzione ma la seconda, ancora più importante, è la capacità di accompagnare velocemente l’utente all’acquisto del prodotto da lui visionato. L’evoluzione del riconoscimento delle immagini aggiunta alla possibilità a breve di comprare anche solo con la voce rende FB il terreno che continuerà nel 2018 a guadagnare qualità rispetto a molti altri Social.”

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Concludiamo gli aggiornamenti settimanali di Facebook con una nuova funzionalità relativa ai contenuti sponsorizzati: le “Creatività Dinamiche”, ovvero la possibilità di automatizzare gli A/B Test di diverse varianti di annunci direttamente da Power Editor.

Vi consigliamo un video per capirne il funzionamento nel dettaglio:

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Twitter

La piattaforma cinguettante continua imperterrita a introdurre nuove features per gli utenti, sperando di riuscire a scongiurare la crisi nera che sembra stia continuando ad avanzare.

LEGGI ANCHE: Raddoppiare i caratteri e tutti gli altri errori di Twitter, spiegati senza giri di parole

Dopo controverso il passaggio da 140 a 280 caratteri, Twitter sta lavorando su una funzione “segnalibro” che permetta di salvare i tweet più belli o più interessanti che l’utente incontra nel feed, per poterli leggere in un secondo momento, annunciata direttamente dal profilo personale di Keith Coleman.

“Una funzione necessaria dato l’ormai irreversibile trend che vede un sempre maggior numero di contenuti disponibili e un’attenzione altalenante da parte degli utenti. Molte altre piattaforme hanno già implementato simili funzioni e in futuro mi aspetto anche una semplice ed evoluta capacità di ricercare contenuti all’interno di quelli salvati. Altra caratteristica molto richiesta è la possibilità di visionare offline i contenuti salvati in modo da occupare al meglio i tempi morti ad esempio su aerei o metropolitane.” Luca La Mesa

Ma non è l’unica novità spoilerata questa settimana: gli utenti Twitter riceveranno presto una nuova notifica denominata “Happening Now”, visualizzata sul home feed dell’utente, relativa esclusivamente agli eventi live. Ovviamente anche questa feature sarà basata sugli interessi espressi da ogni singolo utente, come già avviene per gli argomenti personalizzati nella Search.

WhatsApp

Marketers di tutto il mondo, buone nuove in arrivo: sembra infatti che Whatsapp stia finalmente testando la versione Business dell’applicazione. L’app stand alone presenta una B nel logo al posto della cornetta del telefono e sarà completamente dedicata alle attività commerciali da parte di brand ed esercizi commerciali, che potranno accedere agli analytics degli invii e personalizzare il proprio account inserendo informazioni di contatto, categoria merceologica, foto e altro ancora.

Whatsapp Business prevede un abbonamento a pagamento per le grandi aziende che sceglieranno un utilizzo Enterprise, mentre sarà totalmente gratuito per la piccole e medie imprese e per i liberi professionisti.

Riuscirà l’applicazione a vedere definitivamente la luce entro la fine dell’anno?

“All’interno del Social Media Live Program abbia analizzato il caso di KLM, prima compagnia aerea al mondo ad utilizzare WhatsApp Business, e gli scenari che si aprono sono sicuramente molto interessanti. Attendiamo fiduciosi…” Luca La Mesa

LEGGI ANCHE: WhatsApp a pagamento, ma solo per le aziende

Snapchat

Martedì il fantasmino giallo ha lanciato una nuova funzionalità denominata “Context Cards”, che consente gli utenti di accedere a informazioni più dettagliate su un luogo taggato in una foto o un video condivisi sulla piattaforma.

Per esempio, se un utente si registra in un determinato ristorante, chi visualizza lo snap può cliccare sul tag e scoprire l’indirizzo, leggere le recensioni e addirittura prenotare un tavolo: questo perché al momento Snapchat sta collaborando con altre applicazioni – quali OpenTable, Foursquare e TripAdvisor – per fornire informazioni sempre più dettagliate presenti nelle Context Cards. Per ora questa nuova feature è attiva solo per le persone che utilizzano il fantasmino negli Stati Uniti, nel Regno Unito, in Canada, in Australia e in Nuova Zelanda.

“Snapchat ha ricominciato ad alzare la frequenza di rilascio di nuove funzionalità e questa è importante per un semplice motivo. I Social hanno bisogno di far ottenere conversioni ai brand e di posizionarsi nella mente dei consumatori come le realtà che li possono aiutare a risolvere un problema, come ad esempio prenotare un ristorante o capire la direzione per raggiungerlo. Un servizio molto gradito che vedremo come verrà recepito dalla community e se riusciranno a rimanere fedeli appena altre piattaforme implementeranno la stessa caratteristica.” Luca La Mesa

Anche per questa settimana è tutto: buon weekend amici Ninja!

Piano Industry 4.0 Italia

Spesi i primi 1,6 miliardi per l’Industria 4.0, ma cos’è cambiato davvero?

Una spesa di 1,6 – 1,7 miliardi di euro nel 2016, per una crescita del 27%. Sono questi i dati dell’innovazione e dell’Industria 4.0 in Italia, dopo l’introduzione del piano “Imprese 4.0”. I dati sono stati diffusi nei giorni scorsi dall’Osservatorio Industry 4.0 del Politecnico di Milano, e farebbero ben sperare anche per la digital transformation delle aziende italiane, nonostante note dolenti restino la formazione delle imprese e il bisogno di incentivare il cloud computing, essenziale per una vera crescita digitale.

Cos’è il Piano Imprese 4.0 e cosa ha cambiato

Atteso a lungo lo scorso anno, il Piano Italia 4.0 prevedeva 13 miliardi su innovazione e fabbricazione digitale, con detrazioni del 30% e detassazione del capital gain per chi investiva in startup e PMI innovative.

Anche la nuova Legge di Stabilità contiene alcune misure per l’industria 4.0, ma i dati, che per ora sembrerebbero positivi, vanno confermati anche guardando all’effettivo impiego degli investimenti: «Da capire quanto di questa spesa, incentivata dal piano, stia andando davvero in innovazione e quanta sia servita a una mera sostituzione di apparati», sottolinea Giovanni Miragliotta, responsabile dell’Osservatorio del Politecnico.

Se da un lato il ministero dello Sviluppo Economico ha rilevato, infatti, una crescita della spesa in macchinari e apparati, grazie agli incentivi fiscali previsti dal piano, per un totale di 80 miliardi di euro, il Politecnico di Milano si è limitato a valutare la vera spesa in innovazione, raggiungendo la stima di 1,6-1,7 miliardi.

È quest’ultima quella che offre la chiave di lettura più interessante, per comprendere se davvero l’Italia sarà in grado di rimettersi al passo con le altre grandi d’Europa nei prossimi anni, riconquistando quella competitività industriale smarrita da tempo, grazie all’innovazione tecnologica.

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Piano Industry 4.0 Italia

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Come stanno andando davvero le cose quando diciamo Innovazione

Questi i dati, appena rilasciati, sugli investimenti relativi al 2016 che hanno puntato soprattutto su Internet of Things, come sensori e chip connessi alla rete (1 miliardo di euro), sulle tecnologie analytics per l’analisi dei dati industriali ( 330 milioni di euro) e solo in ultimo su cloud, con una spesa di 150 milioni di euro, automazione avanzata (120 milioni di euro) e tecnologie per l’interfaccia uomo-macchina (20 milioni di euro).

Stando alle cifre, insomma, la tanto temuta sostituzione delle macchine alle persone nell’industria sembra ancora piuttosto lontana.

A questo va aggiunto, inoltre, che le startup, punto focale della politica sull’innovazione in Italia, registrano ancora risultati deludenti, con una mortalità altissima (il 55,2% chiude entro i primi 5 anni di vita), non producendo i risultati sperati neanche in termini di fatturato, dato che solo il 42% di quelle che superano i 3 anni di vita riesce ad essere in utile (cioè dopo il tempo sufficiente a raggiungere il break even point) e molte aziende innovative rimangono piccole soprattutto per questioni di budget e di investimento, secondo i dati della Cgia di Mestre, ma anche dello stesso Mise.

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Piano Industry 4.0 Italia

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Burocrazia lenta, reti così così e venture assenti

Ancora troppe tasse e una burocrazia che rallenta gli investimenti, derivanti in molti casi da un impegno finanziario personale dei founder, più che da raccolta di capitali. Ma anche una scarsa preparazione al business e alla tipologia di crescita che ci si dovrebbe aspettare da una startup: rapida e scalabile.

In un contesto che rischia di lasciare molti feriti lungo la strada verso l’innovazione, dato che le exit, operazioni fondamentali per ripagare gli investimenti dei Venture Capital e degli investitori informali, e attrarne di nuovi per generare nuova crescita, restano ancora troppo poche.

Infine, un ultimo strumento essenziale, anch’esso incluso come fattore primario per la crescita innovativa del Paese, resta sospeso a dati poco soddisfacenti: l’Italia, secondo il Rapporto sullo stato di Internet, resta fanalino di coda della classifica mondiale, con una velocità media da 8,2 a 8,7 Mbps. Dietro di noi in Europa solo Croazia, Grecia e Cipro. Solo il 78% delle connessioni, infatti, sono sopra i 4 Mbps, solo il 23% superano i 10 Mbps e solo il 10% delle connessioni va oltre i 15 Mbps, rispetto alla media di oltre il 30% relativo ai Paesi Emea coinvolti nello studio. Anche la connettività mobile non va meglio: la velocità media ha raggiunto a fine 2016 gli 11,2 Mbps, pari a meno della metà dei 26,8 Mbps del Regno Unito, il Paese con l’indice più elevato su scala mondiale.

La nuova Legge di Stabilità

Intanto, nella nuova Legge di Stabilità la conferma degli incentivi per chi investe in startup e Pmi Innovative, e iniziative a sostegno dello sviluppo software, secondo quanto anticipato dal parlamentare Lorenzo Basso. Dovrebbe esserci, inoltre, un credito d’imposta per la formazione in azienda.

Saranno misure sufficienti per far crescere l’ecosistema dell’innovazione o restano ancora troppe criticità per poter liquidare la questione con una semplice conferma delle misure già previste?

“Pull a Pig”, l’ultima moda dei cretini. E altri esempi di bullismo digitale sulle donne

Partiamo da un presupposto: non siamo di fronte all’ennesimo articolo femminista, quello dei diritti da rivendicare, dei doveri da riconoscere, delle critiche in libertà. Si parla di donne, in particolare di donne e di social: un connubio magico che può essere sviscerato in una miriade di contenuti interessanti e controversi.

Probabilmente nulla di innovativo, solo un modo per fermarsi a riflettere su ciò che accade. 

Siamo bombardati da tanti, troppi contenuti: lo diciamo sempre, il web permette a tutti di pubblicare, di dire la propria in libertà.

credits: depositphotos #125285826

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Il caso della giovane Noa Jansma

Un’altra cosa è certa: il web toglie e il web dà. Usato con cautela e serietà può dare tanto. Banalmente (o forse no), chi non ha mai trovato la propria anima gemella, un’amica carissima, uno zio lontano grazie ai social o chi non ha risposto ad un’offerta di lavoro trovata in giro qua e là? Sì, diciamolo: il web dà. Ma, come detto prima, toglie.
La toglie, a volte, la dignità per esempio.

A tal proposito, in questi giorni si sta parlando molto di Noa Jansma, una ragazza olandese che ha creato su Instagram un profilo-denuncia contro i “fischiatori”, ovvero contro  coloro i quali -per strada- si cimentano in battute sgradevoli e giù di lì. Molestatori, sì, possiamo chiamarli anche così.

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Questo il suo primo post sul canale: da quel 29 agosto 2017, per un mese, sul profilo dearcatcallers (cari fischiatori), Noa ha pubblicato selfie con tutti quelli che esprimevano commenti poco carini nei suoi confronti. Ma poi, “poco carini” in che senso?

Ed è proprio qui che la discussione si è accesa, liberando altri commenti ed esplorando le coscienze dei più.

Ma come? I complimenti non sono ben accetti? La questione è un’altra: è quell’atteggiamento che va troppo oltre. Quello che Noa ha voluto sottolineare con questi selfie è che tale concetto (nb. quello dell’invadenza, seppur per ingenua carineria) ora più che mai diviene relativo. E Noa, questa giovane donna che ha fatto buon uso di Instagram, ha vinto. Ha vinto sì, il suo messaggio è arrivato. Non a tutti come auspicato, ma comunque ha colpito chi doveva colpire.

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Qualcosa in più l’ha detta Noa Jansma, nell’intervista rilasciata a Redpers.nl: «C’è una linea sottile tra un’osservazione sessista e un complimento».

L’ultima moda dei cretini: il “Pull a Pig”

E qui, si apre una riflessione secondaria legata ad un’altra notizia che, in questi giorni, ha travolto nuovamente il web.  Grazie ad esso si è infatti diffusa la storia del “Pull a Pig“, lo “scherzo” che coinvolge ragazze, sicuramente non tra le più carine, e ragazzi, sicuramente non tra i più intelligenti. Uscire e far credere alla ragazza meno attraente del gruppo di essere corteggiata: è questo, in poche parole, il gioco goliardico che va di moda ora. I commenti e le opinioni non sono mancati, sebbene sia fin troppo semplice farlo dinanzi a queste realtà che, di certo, sfuggono di mano a chi non sa che vuol dire fare i conti con il proprio aspetto fisico e la propria insicurezza.

Perché poi, l’altra parte della medaglia non manca mai: via con gli insulti, gratuiti, sul web di chi non vuol capire.

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I numeri del bullismo digitale

Dai casi citati, verificatosi all’estero, l‘Italia non è poi così lontana. Lo vediamo di giorno in giorno, le leggiamo anche noi le chiacchiere che giudicano, che feriscono, che vanno oltre. Come se i social fossero uno scudo forte da proteggere dalle malizie e dalle cattiverie. A rimetterci, tutt’al più, l’universo femminile. A dimostrazione di ciò, il lavoro della Commissione sull’intolleranza, la xenofobia, il razzismo e i fenomeni di odio, istituita nel maggio 2016 ed intitolata, nel luglio successivo, a Jo Cox, deputata presso la Camera dei Comuni del Regno Unito uccisa il 16 giugno 2016.

Riportiamo qui uno screenshot della relazione che riteniamo interessante e che, di certo, non commenteremo, limitandoci a riportare una notizia che di per sé esprime già tanto:

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La piramide dell’odio in Italia, Commissione “Jo Cox”su fenomeni di odio, intolleranza, xenofobia e razzismo – Relazione Finale

Come si evince, “le donne sono di gran lunga le maggiori destinatarie del discorso d’odio on line. A livello europeo, una donna su dieci dai 15 anni in su è stata oggetto di cyberviolenza. In generale le donne corrono più rischi di aggressioni e molestie virtuali su tutti i social media.

L’indagine VOX svolta in Italia sulle comunicazioni via Twitter ha rilevato che le donne sono oggetto del 63% di tutti i tweet negativi rilevati nel periodo agosto 2015-febbraio 2016“.

Siamo “abituati” all’odio online. E non va bene

Probabilmente, tutto questo lo sapevamo già, e non ci disturba poi più di tanto. Banalizzando e generalizzando, siamo abituati ai commenti fastidiosi per strada, sui social, agli attacchi fisici o online, agli scherzi che attecchiscono fra le nostre fragilità e poche volte ci fermiamo a riflettere su quel “buon uso” che si potrebbe fare dei social.

Da Noa a queste ultime parole, “probabilmente nulla di innovativo, solo un modo per fermarsi a riflettere su ciò che accade”.