The Changing Catalogue: il primo catalogo con copertina intercambiabile di IKEA

Ancora una volta IKEA, colosso svedese che ha rivoluzionato il modo di guardare all’acquisto dell’arredamento torna a stupire con The Changing Catalogue, un progetto di comunicazione ironico e divertente ideato dal Gruppo DDB Italia per il lancio del nuovo catalogo 2018.

Il brand che ha definitivamente consacrato il girovagare senza una metà tra i corridoi di cucine e salotti in esposizione con candele, sottopiatti e molti altri oggetti privi di una reale funzione nel carrello e che è riuscito a trasformare il proprio catalogo in un best sellers di fine estate non è certo nuovo a progetti di comunicazione smart, tra cui il recente Cospirazione o Ispirazione.

Atteso, sospirato e poi sfogliato alla ricerca di spunti, idee e suggestioni, il catalogo IKEA è diventato un vero e proprio must per tantissime persone. Un vero e proprio oggetto del desiderio che, nonostante abbia una grande diffusione, spesso viene preso in prestito e mai più restituito.

Proprio per questo la campagna The Champing Catalogue gli cambia volto per proteggerlo da vicini, familiari e colleghi con 10 improbabili ed assurde copertine che trasformano il tanto agognato catalogo in una rivista noiosa che nessuno ruberebbe mai.

The Changing Catalogue: il primo catalogo con copertina intercambiabile di Ikea

Tutte le dieci cover – da Cani da pastore a Io creo orsetti, passando per Super Karate, La gazzetta del fungaiolo, T come tagliaerba e il sempre attuale Lampioni – sono disponibili sul sito dell’azienda, in una apposita pagina dalla quale possono essere scaricati e utilizzati per proteggere la preziosa copia del catalogo.

Quale sceglierete per il vostro?

Google giudica gli annunci pubblicitari sui nostri siti web: cosa significa?

Editori, redattori, webzine e semplicemente proprietari di siti, che qualche mese fa hanno tremato alla notizia secondo cui Google starebbe lanciando una funzione di blocco delle pubblicità prevista all’interno di un aggiornamento di Chrome nel 2018, saranno forse lieti di sapere che adesso possono sapere se sul loro sito sono presenti pubblicità invasive che penalizzeranno il punteggio di qualità agli occhi di Big G.: Google giudica gli ads presenti sui nostri portali e ci dà una valutazione sulla cui base è altamente consigliato agire di conseguenza.

Google giudica gli ads: cosa significa?

Google giudica gli ads invadenti

Fino ad ora Google ha analizzato circa 100.000 siti, webzine e portali, concludendo che almeno 700 si questi hanno bisogno di misure correttive. Circa la metà sono siti dalla performance altamente negativa, la restante metà vede siti cui sono caldamente consigliate inversioni di rotta.

Circa il 96% dei problemi delle versioni per desktop e il 54% di quelle per mobile riguarda pop-up, ovvero quelle finestre che si aprono/spostano durante la navigazione, spesso facendo partire video e musica recando enorme fastidio all’utente.

Questo tipo di pubblicità è di grande impatto per la navigazione secondo Google, e come dargli torto?
Hai presente quando sei su un sito di informazione e stai leggendo una notizia o un contenuto che ti interessa, e improvvisamente in cima, o a metà articolo, ti si apre una finestra con un video che ti costringe a disattivare il volume del tuo dispositivo, perché magari sei in pubblico o con altre persone e non vuoi disturbare? Quelli, tra i tanti altri presenti, sono alcuni dei pop-up che secondo Google penalizzano la qualità dei siti, e che presto lo stesso Google penalizzerà fortemente.

Soggetti coinvolti e scenari futuri

Google giudica gli ads invadenti

Innanzitutto, dei centomila siti analizzati abbiamo un lungo elenco di siti fuori dal circuito “mainstream”: raccolte di video divertenti o gallerie di foto scandalistiche, quei classici blog o portali che puntano a fare molte visite, insomma. Ma tra i tanti penalizzati non mancano anche nomi molto importanti, primo tra tutti il famoso e rispettabile Forbes, così come il Los Angeles Times, The Jerusalem Post, The San Diego Union-Tribune, the U.K. Independent, il New York Daily News e CBS News.

Molto probabilmente non ti saranno nuovi questi nomi: infatti sono alcuni dei portali più visitati al mondo, e stiamo parlando soltanto di siti americani. Immagina quanti siti italiani, ad esempio, sarebbero investiti di un giudizio negativo com’è toccato in sorte a quelli citati poc’anzi. Google giudica gli ads invadenti e non sembra fare sconti a nessuno.

Da qualche anno ormai editori, publisher e anche molti soggetti politici discutono se il monopolio di Google (contando anche il ruolo di Facebook, si parla in realtà di un duopolio) sia giusto e se non vada ridimensionato: sicuramente la questione è complessa, ma al momento nessun motore di ricerca sarebbe in grado di sostituire in volumi e assets in termini di ricerca e sviluppo Google, senza contare che questo tipo di attività che allarmano editori e publisher sono in realtà azioni volte a rendere i siti luoghi piacevoli da navigare, in barba alle smanie di ricchezza di chi piazzerebbe banner pubblicitari ovunque.

Google giudica gli ads invadenti e dice di farlo per noi utenti, ed in parte è sicuramente così. Ma moltissimi utenti sono anche persone che scrivono e vivono grazie agli introiti pubblicitari ricavati da quei fastidiosi pop-up. La questione, come vedi, è molto complessa.

Il fondatore di Neuranet Paul Vincent, una società che aiuta gli editori a soddisfare le specifiche tecniche per gli annunci veloci e non invasivi, ha dichiarato:

“Stiamo cercando di risolvere i problemi segnalati da Google, ma (è più difficile di quanto sembri, ndr) stiamo passando da un modello di business basato sul fornitore (a un modello basato sull’utente finale, ndr): Ci vuole tempo, soldi e risorse.”

Secondo Vincent, una conseguenza involontaria di un’azienda come Google, ovvero l’arbitro del web, è che i piccoli editori non possono far altro che lasciarsi guidare completamente dalle direttive di Google e mettersi nelle sue mani, nel timore di esser fortemente penalizzati altrimenti.

“Ha ottenuto troppo potere” ha detto di Google Paul Vincent “Quando rilascia queste novità, ha effetti enormi su tutto il nostro settore, e questi effetti possono essere devastanti” continua preoccupato.

E tu che ne pensi? Sei preoccupato per le sorti dei piccoli editori o sei dalla parte di Google?

Tim Armstrong, CEO Oath

Oath, erede di Yahoo, punta al mercato dell’online advertising

Yahoo ha recentemente comunicato via e-mail ai proprio iscritti di essere ufficialmente tra i brand che fanno capo a Oath, a sua volta parte del gruppo Verizon. Il colosso delle telecomunicazioni annovera oltre 50 brand internazionali, tra i quali AOL, Build Studios, Engadget, Flickr, HuffPost, Makers, Moviefone e TechCrunch, Tumblr.

Oath contro Google e Facebook

Oath vs Facebook & Google

Non sono poche le frecce nell’arco di Tim Armstrong, CEO della neo-nata Oath, che punta ad affermarsi nel mercato della pubblicità online, dominato da Google e Facebook.

Davide contro (ben due) Golia? No, o perlomeno non subito. In una recente intervista con Peter Kafka, Armstrong si è espresso esplicitamente su questo punto.

Facebook e Google sono atleti olimpici con le medaglie d’oro al collo. Noi abbiamo elaborato una strategia differenziata di modo da diventare loro partner, senza competere direttamente.”

L’intenzione è piuttosto quella di dare agli inserzionisti servizi alternativi, che i leader del settore ancora non forniscono. Non sono stati rivelati ulteriori dettagli sulla strategia che guiderà Oath nel mondo dell’online advertising, ma le differenze saranno marcate in termini di modello di distribuzione, misura e dati.

Il CEO dichiara comunque delle tempistiche: nuovi prodotti e servizi, diversi da quanto offerto oggi da Google e Facebook, vedranno la luce nel corso dei prossimi 12 mesi.

L’esperienza di Tim Armstrong

Tim Armstrong, CEO Oath

La prospettiva di Armstrong è evolutiva, basata sulle sue rilevanti cariche coperte all’interno di Google e sull’aver legato il suo nome ai cospicui incassi pubblicitari ottenuti dalla società sul finire dello scorso decennio.

All’epoca, il modello di business di Big G prevedeva di concedere in licenza il motore di ricerca ad altre società, ma fu scardinato proprio da Yahoo, che iniziò a fornire gratuitamente il medesimo servizio, liberalizzando il mercato.

Altro aspetto cruciale su cui il CEO ha maturato esperienza è quello relativo alla realizzazione degli annunci:

All’epoca ci fu molta tensione all’interno di Google, perché pubblicare annunci tra i risultati di ricerca può facilmente distrarre gli utenti. C’è voluto molto tempo per capire come farli correttamente. Il pensiero comune non era tanto ‘Oh, fantastico, abbiamo della pubblicità’. Era piuttosto “Oh mio Dio, dobbiamo mettere degli annunci sulle pagine.

A questo proposito, non è ancora stato toccato l’argomento privacy, un tasto piuttosto delicato vista la notevole mole di informazioni disponibile incrociando i database di Verizon e Yahoo. L’avvio dell’effettiva condivisione dei dati è previsto per i prossimi giorni.

Instagif_la_fotocamera_stampa_GIF_DIY

Instagif, la fotocamera stampa GIF DIY

Boomerang ce l’ha insegnato: non tutti i ricordi più divertenti stanno in un solo scatto.

Nell’epoca in cui ogni momento di vita è candidato a diventare una story accontentarsi di una foto sembra quasi paradossale. E infatti ecco spuntare all’orizzonte Instagif, la fotocamera che stampa GIF.

https://youtu.be/T71S8kZhzWw

La fotocamera, che contiene un Raspberry Pi connesso a uno schermo PiTFT, cattura il video e lo registra su un piccolo schermo LCD. Ecco come ci si ritrova con una GIF tra le mani, ideale per tutti quelli che si sentono orfani delle istantanee dalla cornice bianca, ma che sono già diventati story addicted.

Il design strizza l’occhio alla Polaroid SX-70 e di certo si allontana dall’ingombro minimo a cui ci hanno abituato gli smartphone, ma siamo certi che qualcuno sarà già innamorato di Instagif.
L’idea, sviluppata, disegnata a mano e stampata in 3D da Abhishek Singh, è stata presentata su Reddit dove i commentatori si sono subito scatenati con domande tecniche e appunti ironici.

Instagif, la fotocamera DIY per maker nostalgici

Non sarà difficile immaginare quanti genitori moderni staranno già sognando di immortalare con Instagif i primi passi del loro piccolo per riguardarli all’infinito.

Questo genere di dispositivi nati come upgrade di icone vintage puntano al cuore di chi apprezza lo sviluppo tecnologico e ne sfrutta le potenzialità, ma conserva un nostalgico amore per tutto ciò che gli permette di dare forma a un ricordo di un momento speciale – una dinamica familiare a chi colleziona migliaia di opere digitali nel suo e-book reader ultraleggero di ultima generazione, ma custodisce gelosamente la copia del suo libro preferito dalle pagine ingiallite e spiegazzate.

Quale sarà il futuro di Instagif? Non c’è bisogno di aspettare che il progetto convinca qualche gigante della tecnologia. La fotocamera stampa GIF, infatti, è un progetto DIY, quindi vi basterà seguire le istruzioni condivise da Singh su GitHub per realizzare la vostra.

Facebook Ads per eCommerce

Come aumentare le performance di un eCommerce con gli strumenti di Facebook Ads

L’eCommerce è un fenomeno inarrestabile e come evidenziato dai dati presentati qualche mese fa da Netcomm, il consorzio del commercio elettronico italiano, nel 2017 le vendite online dovrebbero aumentare del 20%, superando i 23 miliardi di euro di valore.

In Italia oggi si contano circa 21 milioni di acquirenti online, di cui 16 milioni (+25% nell’ultimo anno) risultano essere clienti abituali di uno o più marchi online con una media di non meno di 3 acquisti a trimestre e uno scontrino medio di circa 100 euro (fonte: Il Sole 24 ore).

LEGGI ANCHE: Fra social media e retail: nuovi equilibri fra online e offline

Tuttavia dopo aver progettato il design del sito, aver studiato i dettagli funzionali, la gestione della logistica e delle spedizioni, come possiamo trasformare un sito eCommerce in una macchina da vendite?

Uno degli strumenti promozionali che aiutano le aziende ad incrementare le vendite sono sicuramente le Facebook Ads, che ci permettono di acquisire non solo traffico altamente  qualificato, ma di integrare una serie di attività mirate come l’acquisizione di nuovi lead, tracciare comportamenti come l’abbandono del carrello o la visualizzazione di un particolare prodotto presente nello store.

Facebook è il miglior strumento per promuovere un eCommerce?

Difficile poterlo affermare, ma sono molteplici i motivi per considerarlo come uno dei migliori strumenti in grado di migliorare le performance di un sito eCommerce, poiché garantisce:

  • Precisione nella definizione del target di riferimento
  • Facilità di configurazione e tracciabilità dei comportamenti di navigazione
  • Ottimizzazione delle campagne
  • Tracciabilità dei risultati raggiunti

Ma quali sono gli strumenti e i trucchetti per aumentare le vendite su un eCommerce?

Creare le Custom Audience

Per vendere un prodotto o un servizio dobbiamo sapere con precisione a chi lo stiamo proponendo. Quanto più precisa sarà l’individuazione del target, tanto più alta sarà la possibilità di vendere online.

Definire il pubblico target attraverso l’individuazione di interessi o comportamenti (le cosiddette Core Audience) è funzionale, ma tuttavia non rappresenta la soluzione di targetizzazione più precisa presente su Facebook Ads.

Le Custom Audience, invece, permettono di concentrare gli sforzi promozionali solo su quei pubblici che sono già un passo più avanti nel processo di conversione e che quindi sono già entrati in contatto con il brand ad esempio attraverso l’iscrizione alla mailing list, la semplice visita al web site o l’interazione con la fan page facebook.

Facebook Ads per l'eCommerce

Le opportunità per creare Custom Audience sono quattro:

  • Utilizzare un file di clienti
  • Intercettare gli utenti che hanno visitato il nostro sito
  • Creare una lista di persone che hanno interagito con la nostra app
  • Rilevare gli utenti che hanno interagito con la nostra pagina Facebook o Instagram

Le opzioni e le combinazioni per creare Custom Audience sono veramente tantissime e il loro utilizzo permette di entrare in contatto con l’utente giusto, utilizzando il messaggio pubblicitario più efficace. In questo modo potremmo ridurre il tasso di abbandono del carrello del nostro eCommerce, aumentare le conversioni e la frequenza d’acquisto.

LEGGI ANCHE: Come definire un pubblico personalizzato per le vostre Facebook Ads

Utilizzare le Dynamic Ads

A differenza del remarketing statico, che è possibile attuare attraverso le custom audience, il remarketing dinamico offre all’utente inserzioni mirate in base a determinate azioni svolte dagli utenti all’interno del nostro eCommerce.

L’introduzione delle Dynamic Ads è particolarmente consigliata per quei siti di vendite on line che hanno dei carrelli prodotto molto ampi, per i quali risulta più complesso fare remarketing in modo mirato.

Requisiti fondamentali per poter creare le Dynamic Ads sono l’inserimento del pixel di conversione e la configurazione del catalogo prodotti di Facebook. Il pixel di conversione deve contenere al suo interno la possibilità di tracciare differenti eventi come la visualizzazione di una pagina, la visualizzazione di un contenuto, la ricerca, l’aggiunta al carrello, l’aggiunta alla lista dei desideri, l’acquisto, l’acquisizione di contatti o l’iscrizione effettuata.

Per fare ciò, è necessario che il pixel sia ben configurato e che al suo interno siano specificati valori come il nome del contenuto, la categoria del prodotto, il tipo di prodotto, il valore del prodotto venduto. Tutto ciò permetterà di configurare delle Custom Audience sul lifetime value e conoscere più approfonditamente il ritorno sull’investimento pubblicitario delle singole  campagne.

Altro requisito fondamentale è la configurazione di un catalogo prodotti su Facebook, che permetta di associare ad un determinato tipo di evento (view content, page view, etc.) un certo prodotto. In base alla piattaforma utilizzata per la costruzione dell’eCommerce, vi sono diversi strumenti o plugin che possono aiutarci nella creazione di un catalogo prodotti. Si tratta di un file RSS aggiornato in maniera automatica, che comunica costantemente a Facebook i prodotti disponibili nel nostro sito. In questo modo le Facebook Ads presenteranno agli utenti gli stessi prodotti o dei prodotti correlati, che hanno già visualizzato o inserito in una lista dei desideri all’interno dell’eCommerce.

Facebook Ads per eCommerce

Altro aspetto da non sottovalutare delle inserzioni dinamiche è che permettono di mostrare solo i prodotti realmente presenti nel nostro magazzino e con i prezzi aggiornati. In questo modo quando un utente effettuerà un acquisto, le inserzioni per quel determinato prodotto verranno automaticamente disattivate, evitando di mostrare prodotti precedentemente acquistati.

Chatbot di Vendita

Una delle soluzioni più preziose per il vostro eCommerce potrebbe essere quella di avere un servizio clienti attivo 24 ore su 24, capace sia di rispondere a domande e richieste, che di guidare conversioni e vendite attraverso l’inserimento di CTA.

 

Facebook Ads per eCommerce

Questo strumento da alle aziende l’opportunità di creare una nuova esperienza per l’utente, che si concentra sul singolo individuo, riportando in auge il dialogo tra rivenditore e acquirente anche nello shopping online.

Oltre a fornirci dati importantissimi per conoscere meglio i nostri utenti, le conversazioni attraverso un chatbot adeguatamente progettato e configurato potrebbero aiutare gli utenti a prendere decisioni durante l’acquisto, inviare codici sconto e offerrte, rispondere a domande riguardanti i prodotti non presenti nel catalogo informando i clienti quando sono nuovamente disponibili o inviare le notifiche dello stato delle spedizioni.

Il marketing online sta diventando sempre più personalizzato e intuitivo e i chatbot permettono di capitalizzare al meglio le vendite online, senza apparire agli occhi degli utenti come uno strumento di vendita aggressivo. Tuttavia per poter predisporre chatbot complessi e performanti, sempre meglio affidarsi ad bravo sviluppatore.

Testare call to action diverse

Solitamente negli annunci di Facebook, la call to action “Acquista ora” è una delle più utilizzate. Tuttavia testare diverse CTA potrebbe migliorare le conversioni. Teniamo sempre in considerazione il punto del funnel  in cui si trovano gli utenti a cui ci rivolgiamo.

Se ad esempio la nostra campagna si rivolge ad un pubblico nuovo, che ancora non ha acquistato dal nostro eCommerce, proviamo ad inserire call to action meno aggressive come “scopri di più”. Testare le diverse CTA nelle nostre campagne su Facebook Ads, permette di capire quali sono le più performanti e per quale tipologia di pubblico.

Facebook Ads Collection

Collection è un nuovo formato pubblicitario di Facebook, esclusivamente mobile. È una raccolta che può contenere fini a 50 prodotti differenti che possono essere sia inseriti in maniera manuale nel momento in cui stiamo pianificando una nuova campagna, oppure attingere direttamente al catalogo prodotti configurato in precedenza su business manager.

Facebook Ads per eCommerce

Gli utenti visualizzeranno un’anteprima e quattro box con alcuni dei prodotti in evidenza. Cliccando sull’anteprima si aprirà un pop up all’interno di Facebook, che mostrerà l’intera Collection. Ogni prodotto rimanda alla relativa scheda prodotto sul sito eCommerce.

Questo nuovo formato è particolarmente indicato per tutti gli eCommerce dove il visual la fa da padrone, ad esempio come il mondo della moda e può diventare uno strumento ideale per mostrare una nuova collezione relativa ad una stagione dell’anno.

Un’ottima arma per aumentare l’interesse e attirare l’attenzione di nuovi potenziali clienti.

Quali sono gli strumenti di Facebook Ads che avete gia utilizzato e quali vantaggi hanno portato al vostro eCommerce? Ditecelo sulla nostra pagina Facebook, nel nostro gruppo LinkedIn e su Twitter!

Il Folletto di Game Of Thrones protagonista della nuova campagna di Cisco

Un mondo iperconnesso ma sicuro nell’ultima campagna di Cisco

In contemporanea con il Season Final di Game of Thrones, Cisco ha lanciato la sua nuova campagna, The Network. Intuitive. Explained, firmata da Ogilvy & Mather e che vede come protagonista lui, Peter Dinklage, “Il Folletto” della saga fantasy più famosa di tutti i tempi.

LEGGI ANCHE: Tutte le volte che Game of Thrones è stato usato in pubblicità

Il colosso californiano dell’IT, cavalcando l’hype legato alla serie tv, ha rilasciato questo nuovo video per parlare delle sue nuove soluzioni di networking intent-based già annunciate prima dell’estate.

Se il piccolo Lannister “beve e conosce cose” (That’s what i do. I drink and i know things), nei tre minuti di spot Dinklage attraversa la moderna Londra, affrontando grandi temi che nulla hanno a che fare con il gioco del trono o con i draghi.

Chi meglio di lui poteva interpretare una adv scritta dai maestri dello storytelling di Ogilvy?

Peter Dinklage, il Tyrion Lannister di Game of Thrones per CISCO

Dinklage descrive un mondo oscuro, pericoloso. Cammina da solo in una metropoli deserta, attraversa un tunnel buio mentre ci spiega come è solo il nostro intuito ad insegnarci la differenza tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. Ma che comunque Cisco si sta preoccupando di tenerci al sicuro.

La nuova offerta di Cisco infatti aiuta i clienti a velocizzare le varie operazioni digitali grazie ad un networking intent-based in grado di “imparare dall’esperienza” prevedendo delle nuove sfide. Come, teoricamente, proteggere contro futuri attacchi informatici attingendo ai recenti avvenimenti.

Karen Walker, Chief Marketing Officer di Cisco, in un blog post ha dichiarato:

“Per aiutare le aziende a capire cosa rende possibile il network di Cisco dovevamo comunicarlo in modo semplice e relazionale. Per farlo abbiamo lavorato insieme a Ogilvy, la nostra nuova agenzia, per sviluppare l’idea del video. Peter Dinklage è il testimonial perfetto, sia per la sua fama mondiale che per il suo modo di comunicare audace, intelligente e accattivante. Mentre cammina per le strade di Londra pendi dalle sue labbra mentre descrive quanto semplice – ma monumentale – sia il nuovo network.”

Peter Dinklage aka Tyrion Lannister, nuovo volto di Cisco

Joe Sciarrotta, co-chief creative officer Ogilvy U.S.A., aggiunge: “Non c’è un modo migliore di raccontare la nuova era di networking Cisco che con un attore sagace come Dinklage.”

Anche le tempistiche di lancio dello spot non sono affatto casuali. “The Network. Intuitive. Explained” è stata lanciata come digital campaign sulle diverse piattaforme social poco prima della messa in onda del Season Finale della serie targata HBO: in questo modo sui social, il buzz generato dalle speculazioni sul futuro di Tyrion Lannister viene affiancato alle novità in casa Cisco.

E se ancora per molto non sapremo chi si siederà sul più alto scranno di Westeros, nel mondo reale Cisco vuole farci sapere che continuerà a lavorare per mantenere le reti aziendali sicure.

Chef Ruffi

Italiani, social network e cibo: la sindrome dello Chef Ruffi

Quello tra italiani e Social Network è un rapporto assai complesso, e questo lo sappiamo. Assistiamo ogni giorno a scontri d’opinione, flame, liti furiose, guerre tribali e battaglie epiche tra chi vuole far valere la sua idea rispetto a quella “degli avversari sugli argomenti più disparati.
Ma c’è sempre e solo una cosa che mette d’accordo tutti, da Aosta a Lampedusa: la cucina di mammà.

Uagliù no

Gepostet von the JackaL am Mittwoch, 26. Oktober 2016

E quindi ecco che parte l’indagine sociale che ha per base questo quesito:

Ma lasciatevi rinfrescare la memoria: ricordate le web-crociate del popolo italico contro i francesi, rei non solo di averci in passato “rubato la Gioconda”, ma anche di aver storpiato un piatto storico della nostra tradizione culinaria, la carbonara, trascinando anche la Barilla nel polverone “colpevole” di comparire nel video incriminato con un suo prodotto.

Oppure la più recente ondata di polemiche  contro i video di Tasty (una costola di Buzzfeed, ndr.) che ogni tanto propone piatti a base di pasta “Italian Style” agli americani, ma che tutto sommato considerati gli ingredienti improbabili usati,  l’Italia l’hanno vista solo per cartolina, tipo:

Insomma, una vera e propria lotta quotidiana a difesa dell’orgoglio culinario italico. Ma all’improvviso ecco che compare l’eroe anonimo di cui non abbiamo bisogno ma non aspettavamo e ci meritiamo: Chef Ruffi.
Italiano, Chef all’estero, video che lo inquadrano mentre cucina: niente di tutto strano voi direte, ecco finalmente che qualcuno gliele canta e gliele suona a dovere ai perfidi inventori della Alfredo’s Sauce. E invece no, ecco che il cortocircuito totale è servito, lo Chef italiano emigrato all’estero che cucina – evidentemente malissimo –  le sue personali versioni di piatti italiani, tramandate dal suo maestro Chef cinese.

Gepostet von Chef Ruffi am Mittwoch, 9. August 2017

Cucina e fornelli in condizioni igieniche da battaglia di Caporetto, carbonara con pasta precotta, cannoli con Philadelphia, arancine di riso senza riso, pizza con pollo ed ananas: sono solo alcune delle delicatezze culinarie che il mitico Chef ci ha finora proposto sulla sua fanpage di Facebook che in un solo mese conta già più di 20k di followers, numero che supera di molto alcune pagine di chef di alta cucina, tutte rigorosamente cucinate in meno di 5 minuti e con l’ingrediente segreto che non può mancare mai, nemica giurata di ogni masterchef nostrano : la panna da cucina AKA “La Versatile”.

Semplicemente la PIZZA ! E adesso?#itsChefRuffitime #RuffisacucinaretuttoSeguimi su Instagram chefruffi_official#vivogliobenePer altre video ricette: https://m.youtube.com/c/chefruffi

Gepostet von Chef Ruffi am Samstag, 2. September 2017

Il risultato? All’inizio l’ondata delle decine di migliaia di utenti scandalizzati e traumatizzati dalla barbarie e dallo scempio delle tradizioni culinarie hanno fatto schizzare vertiginosamente (e come potete notare anche da voi) i counter delle visite, dei dislike e dei commenti sotto i contenuti pubblicati dall’ottimo Chef Ruffi, che nel contempo è diventata una vera e propria web star con tanto di intervista rilasciata alla prestigiosa rivista del settore Gambero Rosso, e che nel contraltare gode anche di tantissimi suoi affezionati followers – organizzati con un vero e proprio fanclub ufficiale – pronti ad ammirare e apprezzare l’arte che si cela in ogni sua nuova ricetta rilasciata, della quale ricordiamo, non s’è mai lamentato nessuno.

http://https://www.facebook.com/chefruffi/videos/134203043856124/

Cosa si cela dietro questo progetto, un genio del male, un troll o semplicemente uno spaccato di vita reale? Non lo sappiamo e forse è meglio così, ma quello che è certo è che seppur con qualche “spiacevole” esagerazione,  è riuscito -iperbolcamente- in quello che provano a fare in tanti, da anni: mettere d’accordo la maggior parte degli italiani.
E poi ammettiamolo, almeno una volta nella vita, siamo stati tutti un po’ Chef Ruffi dietro i fornelli di casa nostra.

WhatsApp

WhatsApp a pagamento, ma solo per le aziende

WhatsApp sarà a pagamento! No, non è la solita bufala che ogni settimana leggiamo sui nostri profili social o nei gruppi WhatsApp con i nostri amici più creduloni. Questa volta è vero, Facebook ha finalmente deciso di monetizzare la sua acquisizione più importante degli ultimi anni (22 miliardi di dollari spesi nel 2014), ma non preoccupatevi, sarà a pagamento solo per il business.

Sono sempre di più, infatti, le aziende che utilizzano WhatsApp come strumento di customer care, per garantire una linea diretta e risposte immediate ai propri consumatori. Per questo motivo, Facebook ha deciso di investire e mettere a disposizione delle aziende più mezzi per offrire un servizio al cliente completo, ovviamente a pagamento: queste funzionalità, come si legge sul blog ufficiale, al momento sono in fase di testing con alcune aziende in Brasile, Europa, India e Indonesia.

whatsappbusiness

Verrà rilasciata anche un’app standalone, una sorta di spin-off di WhatsApp dedicato al business, per le piccole e medie imprese con importanti funzionalità utili per il servizio clienti, a costi che saranno probabilmente più contenuti rispetto alla media del mercato attuale.

Con questo approccio Facebook ha scelto di intraprendere due forme di monetizzazione diverse per le sue app più importanti di instant messaging: su Messenger l’utilizzo business è gratuito, ma vengono inseriti annunci commerciali, a scapito a volte della user experience; su Whatsapp, che ha fatto della politica “no ads” il suo cavallo da battaglia, è stato scelto di percorrere la via che abbiamo illustrato ora. 

Non si conoscono ancora gli strumenti precisi a disposizione delle aziende, né il costo della app che si presume sia in abbonamento, ma questa novità “così come ha facilitato le comunicazione personali, semplificherà il mondo della Customer Care, creando valore per i clienti e per le aziende che utilizzeranno il servizio”, come ha dichiarato  Matthew Idema, Chief Operating Officer di WhatsApp, a Business Insider.

Quello che risulta evidente è che Mark Zuckerberg ha deciso di espandere ulteriormente il suo mercato e di offrire una nuova opportunità interessante per le aziende.

Dipendenza da Social: sei un iGen anche tu?

Facci indovinare: soffri di dipendenza da social.

E sai come lo sappiamo? Non lo sappiamo, ma lo immaginiamo e con buona probabilità abbiamo ragione.

Social victim

Ti è certamente capitato, almeno una volta nella vita, di entrare su Facebook dal tuo smartphone mentre lo avevi già aperto davanti agli occhi, sullo schermo del pc. Si tratta di un fenomeno piuttosto comune e denota quanto sia diventato abitudinario il gesto di entrare a curiosare nei social quando si ha un attimo di tempo.

LEGGI ANCHE: 15 motivi per i quali la dipendenza da smartphone è pericolosa

Lo facciamo al volante, in bagno, qualcuno persino mentre si fa la doccia. Lo facciamo a letto, per strada, sui mezzi pubblici e nelle sale d’attesa o in coda alla posta o in banca. Ovunque, quando ne abbiamo la possibilità (e talvolta anche quando in teoria non l’avremmo) tiriamo fuori il cellulare e clicchiamo sulle icone dei nostri social network preferiti.

dipendenza_da_social_sei_un_igen_anche_tu_1

Siamo “social addicted”. Siamo dipendenti da qualcosa che ci dà piacere e tormento al tempo stesso. Scrollare la home di Facebook o quella di Instagram, non sempre è per ingannare il tempo: a volte è per solitudine, altre per ficcanasare nelle vite altrui, altre ancora per invidia. Questo non fa bene e ci porta ad allontanarci sempre di più dal contatto umano.

LEGGI ANCHE: Dipendenza da internet, 8 sintomi per riconoscerla

Perché ci piace tanto?

Secondo l’imprenditore Ben Angel, il nostro continuo bisogno di prendere in mano il telefono è la conseguenza della “ricompensa” ottenuta nel farlo. Ogni interazione positiva che le persone hanno con un nostro post o una nostra condivisione, ci fa sentire appagati. Questa piacevole sensazione diventa un ghiotto pasto per il nostro cervello e lui la ricerca sempre più spesso.

dipendenza_da_social_sei_un_igen_anche_tu_2

Questa tecnologia ci distrugge?

Un interessante articolo di Jean M. Twenge, docente di psicologia all’Università di San Diego, ha affrontato la tematica da un punto di vista più allarmante, quello della distruzione di un’intera generazione.

Lo studio di Twenge parte infatti dall’analisi dei comportamenti della iGen, la generazione dei nati tra il 1996 e il 2012. I ragazzi della iGen non hanno mai conosciuto il mondo senza smartphone e la maggior parte di loro ne possiede uno dagli 11 anni d’età. Si tratta di giovani che passano più tempo in solitudine col telefono in mano, che in compagnia.

dipendenza_da_social_sei_un_igen_anche_tu_3

In seguito ad alcune interviste coi diretti interessati, Twenge ha constatato come i ragazzi preferiscano sentire gli amici comodamente da casa piuttosto che uscire con loro. Inoltre, in base ai dati raccolti, pare che la ricerca dell’indipendenza da parte dei giovani abbia perso importanza.
Una delle conseguenze principali è, per esempio, il ritardo con cui viene conseguita la patente di guida, uno dei simboli di libertà per eccellenza della cultura popolare americana.

LEGGI ANCHE: Dipendenza da smartphone: la vita è Not Available on the App Store!

C’è un iGen in ognuno di noi

Ammettiamolo, non serve far parte della iGen per riconoscere di avere un rapporto vagamente morboso con i nostri dispositivi tecnologici, soprattutto con lo smartphone. Sempre più spesso, sui social, il confine tra solitudine e vanità tende ad assottigliarsi.

Dobbiamo preoccuparcene? La serie Netflix Black Mirror la dice lunga a riguardo.

Microchip sottopelle per i dipendenti di un’azienda americana

Non è la prima volta in assoluto che un’azienda chiede ai propri dipendenti di permettere l’inserimento di un microchip sottopelle invece di timbrare il solito cartellino per controllare gli ingressi e le uscite dal proprio luogo di lavoro.

Era già successo nel 2015 in Svezia, con l’azienda Epicenter: il chip Rfid (radio frequency identification) serviva da badge e per comunicare con i dispositivi in ufficio aprendo porte, azionando stampanti, accendendo computer etc.; ciò nonostante, è la prima volta che i microchip vengono impiantati nel corpo di un dipendente americano.

L’azienda, che sta sperimentando questo programma all’interno della sua sede, infatti, è la Three Square Market del Wisconsin, che sembra aver ricevuto l’adesione entusiastica di ben 50 degli 80 dipendenti dell’azienda desiderosi di sottoporsi alla sperimentazione. La scelta di farsi inserire sottopelle il microchip è, chiaramente, volontaria; ci si può rifiutare e in questo caso, non ci sarebbero ripercussioni sulla carriera; l’intervento per l’impianto dei microchip è praticamente indolore ed è effettuato mediante l’uso di un’iniezione che con un micro ago inserisce tra il pollice e l’indice il piccolo microchip.

LEGGI ANCHE: La profezia degli uomini-macchina

Microchip sottocutanei, il programma e le varie implicazioni

microchip

Il programma di impianto dei microchip è stato realizzato in collaborazione con BioHax, che ha fornito microchip da 300 dollari l’uno abilitati anche per il “near-field communications” (Nfc) per poter essere usati così come una carta di credito senza contatto e per permettere l’utilizzo dei distributori di bibite e snack e l’apertura e la chiusura delle porte dell’edificio.

“I microchip sono il futuro nel campo dei pagamenti, e noi vogliamo essere parte di questo fenomeno”, spiega Todd Westby, il CEO di Three Square Market che inoltre assicura che non c’è nessun rischio per la privacy dal momento che il “chip non ha il gps integrato”. Il microchip in ogni caso può essere estratto in pochi secondi nel caso in cui i dipendenti ci ripensassero.

Nonostante gli scenari che configurano comunque implicazioni etiche riguardo alla possibilità di controllo e identificazione delle persone senza il loro esplicito consenso, secondo il Wall Street Journal, nel mondo oggi ci sarebbero tra le 30mila e le 50mila individui a cui è stato inserito un piccolo microchip sottopelle con applicazioni in vari ambiti: dal riconoscimento di alcune funzioni della propria casa come l’apertura della porta ai pagamenti, anche se il settore dove si prevede un exploit dei microchip è la sanità dove potrebbero essere particolarmente utili per ottenere le informazioni necessarie sui pazienti in caso di interventi chirurgici di emergenza o in condizioni particolarmente difficili.

LEGGI ANCHE: Un microchip per evitare gli sprechi alimentari