Facebook annuncia le nuove metriche per analizzare i video

Su Facebook continua a crescere il numero gli utenti: allo stesso tempo, anche gli inserzionisti si affollano sulla piattaforma per sfruttare questa massa critica di pubblico, che giorno dopo giorno diventa sempre più grande.

Questa settimana, il social network ha dichiarato che ad oggi si contano più di 5 milioni di inserzionisti attivi sulla piattaforma.

Per fare un confronto: Instagram ha raggiunto il suo primo milione di inserzionisti soltanto il ​​mese scorso, mentre il fratello maggiore residente in Menlo Park aveva già raggiunto quattro milioni di inserzionisti sei mesi fa.

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Analizzando nel dettaglio questi dati, Facebook ha anche notato che:

  • Il 75% degli inserzionisti ha sede fuori dagli Stati Uniti.
  • Quasi il 50% degli inserzionisti ha creato un annuncio su un telefono o un tablet.
  • L’utilizzo di annunci Facebook sta crescendo maggiormente tra le imprese in Thailandia, Argentina, Brasile, India e Messico.

Tali dati sottolineano come Facebook abbia ancora grandi possibilità di crescita, e lasciano pensare che la connessione all’interno dei mercati internazionali con nuove iniziative sia sempre più probabile. Un esempio sono la versione free di Facebook Workplace, oppure le nuove opzioni di pagamento in-stream di WhatsApp.

Non solo inserzioni, però: è la COO di Facebook Sheryl Sandberg a far notare che a fronte dei già citati 5 milioni di inserzionisti attivi, esistono più di 65 milioni di aziende che utilizzano le pagine Facebook: un altro modo di fare pubblicità, ovviamente.

I numeri non mentono mai, soprattutto se raffrontati alla crescita esponenziale di linguaggi che sempre più si stanno affermando all’interno della piattaforma social, e in generale sul web, come preponderanti. I video, in particolare, sono la nuova frontiera del contenuto online: sempre più gli utenti preferiscono guardare una clip a leggere aggiornamenti di stato chilometrici.

È per questo che Facebook ha scelto di apportare alcune migliorie alle metriche video, così da facilitare il lavoro di inserzionisti e advertiser nell’interpretare i risultati ottenuti dallo sharing dei propri contenuti. Le novità riguardano principalmente l’introduzione di strumenti di confronto dei dati e nuove opzioni di filtro per analizzare le performance ottenute.

Andiamo a scoprirle nel dettaglio.

Calcolo dei minuti di visualizzazione aggregati

In precedenza, Facebook aveva fornito solo dati sui minuti di visualizzazione rispetto ad un video individuale. Ora, con le nuove features, è possibile conoscere i minuti totali di visualizzazioni dei video sulla tua pagina.

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Questa nuova funzione permette di individuare con precisione l’efficacia delle prestazioni di ogni contenuto.

Per scoprire tali dati, è necessario controllare i singoli post: visualizzare i minuti aggregati potrebbe essere particolarmente utile per coloro che hanno reso i video l’elemento chiave della propria strategia su Facebook.

Visualizzazioni per video di durata 3″

Facebook semplifica anche l’interfaccia Page Insights per includere solo le aggregazioni per le visualizzazioni dei video che durano 3 secondi.

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Analisi più semplici in un intervallo di date

Facebook ha reso più facile confrontare le prestazioni di tutti i tuoi video entro un certo periodo di tempo.

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“Abbiamo constatato che quando si misura la performance aggregata di video su Facebook –
 hanno dichiarato i vertici del social network – molti editori sono più interessati a catturare le prestazioni di tutti i video nel periodo di tempo selezionato anziché visualizzare solo le metriche di un singolo video caricato in quel periodo di tempo. Stiamo aggiornando le metriche per permettere all’editore di valutare le prestazioni complessive di tutti i propri video in un determinato periodo di tempo”.

Metriche e benchmark per valutare i parametri storici

Facebook sta anche aggiungendo comparazioni di benchmark per aiutare gli editori a comprendere meglio le prestazioni storiche dei propri contenuti video.

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“I parametri di riferimento vengono calcolati in base al periodo di tempo selezionato. Ad esempio, quando un editore seleziona un periodo di 7 giorni per la misurazione, il Benchmark sarà costituito dai dati dei precedenti 7 giorni.”

In questo modo, gli editori, conoscendo le prestazioni dei propri contenuti, riescono a comprendere se sono sulla buona strada oppure no.

Classifica dei video più – o per più tempo – visualizzati

Infine, Facebook offre agli editori l’opportunità di classificare i propri video in base ai minuti visti o alle visualizzazioni.

Insomma, le nuove metriche non offrono nulla di esagerato in termini di funzionalità, ma sono sicuramente utili dato che forniscono più modi per ordinare e utilizzare i dati disponibili. Una freccia in più a disposizione di coloro che desiderano comprendere meglio le proprie performance rispetto alla propria strategia video, capitalizzando al massimo l’engagement del pubblico.

attivismo social boycott

L’Attivismo ai tempi dei Social: dalle strade a Twitter

Come sarebbe andata la #Resistenza sei ci fossero stati i social media? Saremmo comunque qui a taggare #25Aprile? Come avrebbero agito Danton, Marat e Robespierre se avessero avuto Twitter a disposizione durante la Rivoluzione Francese? O ancora Masaniello, avrebbe incluso una social media strategy all’interno della rivolta napoletana?

I social media oltre a cambiare il modo in cui ci relazioniamo tra esseri umani, hanno cambiato il modo in cui ci relazioniamo agli eventi storici, prendiamo parte alle proteste o a qualunque causa che vogliamo difendere.

Attivismo social

Grazie ai social media, siamo al corrente di avvenimenti in tempo reale, a volte siamo esposti a notizie non troppo accurate, ma generalmente possiamo seguire eventi in real time, supportare cause in cui crediamo anche a chilometri di distanza. Tutto grazie al potere degli hashtag, che se utilizzati nel modo giusto, sono lo strumento che permette di unirsi a conversazioni globali e di acquisire consapevolezza di eventi che stanno accadendo dall’altra parte del mondo.

Boycotts

I social media sono un’arma molto potente, tanto da non permetterne il libero utilizzo in alcune parti del mondo. In ogni caso, i social ci rendono consapevoli di tutto ciò che accade. Prendiamo ad esempio l’ultimo incidente contrassegnato come #BoycottUnited: grazie ai social media siamo potuti venire a conoscenza di quel gesto atroce commesso nei confronti di un passeggero a bordo di un volo United, e tutti hanno potuto supportare la causa del passeggero maltrattato. I social media danno voce a ingiustizie che passerebbero altrimenti inosservate.

Le conseguenze

Dopo che abbiamo twittato per un paio di settimane, cosa succede a #BoycottUnited #DeleteUber e #BoycottPepsi?

Dopo lo spiacevole incidente accaduto a bordo, centinaia di migliaia di utenti della Rete hanno deciso che non sarebbero mai più saliti su un volo United, o per lo meno cosi dovrebbe essere se coloro che hanno utilizzato l’hashtag #BoycottUnited restassero fedeli alle proprie parole. Effettivamente il valore delle azioni delle compagnia ha subìto una bella scossa, ma se pensate che ciò abbia portato danni irreparabili, beh, non proprio.

Se la durata della vita di un tweet è di 18 minuti, quanto dura una protesta sui social media? E soprattutto cosa succede dopo l’esplosione di una guerra a colpi di hashtag?

Il fatto è che il #Boycott è oramai di moda, soprattutto in America. Durante le elezioni, andava di moda il #DeleteUber poiché la compagnia continuava ad operare dall’aeroporto JFK nonostante ci fosse in atto una protesta contro il “Muslim ban” di Trump, nonostante 200.000 utenti avevano rimosso l’app, la popolarità di Uber non era poi calata di molto in quel periodo; qualche settimana fa gli utenti di Twitter hanno boicottato la Pepsi per via dell’irrispettoso ads di Kendall Jenner. In questo caso, per esempio, si è ottenuto l’effetto opposto a quello di United: quando lo spot pubblicitario è diventato virale e i social media sono impazziti, il valore azionario della compagnia è salito, al contrario è sceso a picco quando Pepsi ha ritirato lo spot scusandosi con gli utenti.

LEGGI ANCHE: Perché Pepsi ha ritirato il suo ultimo spot con Kendall Jenner?

Cosa ne è conseguito al baccano di Twitter e dei protestanti? Che siamo consapevoli delle ingiustizie commesse sul volo United, che non a tutti è piaciuto lo spot della Pepsi, e che il valore azionario delle due aziende, come riscontrato da MarketWatch è risalito, tutto insomma è tornato alla normalità.

Nel dicembre del 2014, una campagna boicottava Amazon perché accusato di evasione delle tasse e per non rispettare i minimi salariali nei confronti dei propri lavoratori, chissà se qualcuno lo ricorda ancora. Oggi invece i “trumpiani” boicottano Amazon perché Bezos si è schierato contro il travel ban di Trump, quindi a favore dei musulmani.

Quando boicottiamo qualcosa sui social cosa stiamo cercando in realtà di ottenere? Un rallentamento delle vendite, una svalutazione dell’azienda? O stiamo in realtà davvero cercando difendere una causa più importante? Cosa ne resta di un #Boycott su Twitter? Niente.

Storicamente i boicottaggi avevano lo scopo di cambiare le politiche aziendali. Quando la lista delle compagnie da boicottare si allunga però (e spesso non si è nemmeno a conoscenza di tutti i marchi che sono parte di un’azienda) il messaggio politico che si sta cercando di supportare tende a scomparire sotto la montagna di hashtag.

In realtà quello che stiamo cercando di ottenere in molti casi è che la filosofia di un brand sia in linea con i nostri valori e questo ha fatto dell’attivismo social un elemento importante del social media marketing senza che neanche ce ne accorgessimo. Poi accade che i brand fanno un passo troppo lungo al fine di farsi portatori dei nostri valori, e ne risulta uno spot che quello della Pepsi.

Conclusioni

Fin quando ci sarà una destra ed una sinistra ci sarà sempre un motivo per boicottare qualcosa, ed è importante far sentire la propria voce anche sui social media, che nonostante vengano categorizzati spesso come uno strumento di polemica inutile, hanno sicuramente un peso importante (e sicuramente il CEO e gli impiegati di United ci penseranno più di una volta prima di “rimuovere” qualcuno dal suo posto).

Le conversazioni social d’altro canto, sono veloci, passeggere e vengono presto dimenticate, cosi come i problemi che vi vengono discussi. Da un lato sono assolutamente uno strumento per portare alla luce determinate tematiche ed un mezzo di partecipazione ed adesione ad una causa per coloro che sono impossibilitati a partecipare attivamente, dall’altro invece portano una certa passività davanti ai problemi ed a causa della velocità e la superficialità con i quali sono affrontati, a volte non consentono alle problematiche di uscire dal mondo social.

Chissà come avrebbero utilizzato il potere social Masaniello e Robespierre…

Estrarre l’emozione dal dato (e non solo)? Si può, grazie alle nuove soluzioni di Analytics

Abbiamo già parlato del SAS Forum Milan all’interno dell’articolo-intervista a Marco Icardi, (Regional Vice President, SAS): si tratta dell’evento organizzato da SAS Italy giunto ormai alla dodicesima edizione, che raccoglie annualmente tutti i principali stakeholder – clienti, partner, etc. – uniti dall’interesse verso i temi di frontiera in ambito advanced analytics, digital transformation e artificial intelligence. E vi avevo anche anticipato di non avere ancora finito con i contenuti esclusivi 😉

Detto, fatto. Durante la conferenza dell’11 aprile 2017 ho infatti avuto anche il piacere di seguire il panel di Federico Alberto Pozzi, Senior Solutions Specialist – IMM & Analytics SAS, dal titolo molto attraente: “Wearable e IoT: con gli analytics, i dati si trasformano in emozione”.

Analytics ed emozioni, possibile? Si tratta naturalmente di una dimostrazione, una provocazione di dove i modelli analitici possono arrivare… che ha avuto effetto! Il passo dall’intervista che è nata successivamente, è stato infatti molto breve 🙂 Buona lettura!

Come è nata l’idea di questo speech, e in generale della progettazione del modello che rende possibile l’emotion detection & recognition in tempo reale attraverso gli analytics?

L’idea è nata dalla volontà di portare a clienti e partner output tangibili e prototipali rispetto ai materiali più “classici” e tradizionali, al fine di rispondere alla domanda che chiunque si pone: come funzionano realmente le cose, al di là delle slide?

Abbiamo iniziato allora a lavorare su diversi prototipi, tra cui quello che ho mostrato oggi legato a un wearable device. Abbiamo così creato un’infrastruttura che raccoglie dati in streaming da un wearable, i quali vengono successivamente elaborati sia attraverso calcoli di tipo deterministico (media, applicazione di regole, etc.) che tramite l’applicazione di modelli analitici. Rispetto all’ “esercizio” proposto al SAS Forum Milan relativamente agli analytics delle emozioni, sono per esempio acquisiti dal modello dati come la temperatura della pelle (skin temperature) e il volume del flusso sanguigno (blood volume pulse): la soluzione SAS riceve 104 metriche al secondo su cui applica diverse azioni (pulizia del dato, filtro, etc.) e che vengono integrate in caso di necessità anche con altri fattori esogeni. È come se i dati stessi nascondessero già le emozioni, ma solo grazie a un modello capace di trovare i pattern nascosti è possibile riconoscerle.

Abbiamo poi sviluppato una dashboard user-friendly che mostra gli output in tempo reale, riconoscendo l’emozione positiva o negativa rispetto a ciò di cui il soggetto sta facendo esperienza.

Indipendentemente dall’esempio delle emozioni, come funziona il modello di fondo?

Esiste un’infrastruttura che raccoglie misure fisiologiche attraverso un dispositivo connesso, integrandole eventualmente con ulteriori fattori esterni. SAS raccoglie il dato, elabora informazioni sia deterministiche che analitiche e le mette a disposizione in un formato facilmente comprensibile al decision maker finale. Il valore aggiunto (e quindi l’accento) è sugli analytics: solo in tal modo è possibile fornire servizi personalizzati, dunque altamente rilevanti per coloro che ne fruiranno.

Per esempio, il modello può capire anche il movimento di una persona che cade per terra, etc.

Quali sono i potenziali ambiti di applicazione di un’innovazione di questo tipo?

In primis, nel retail: una persona vede una borsa, le piace e le arriva subito un’offerta legata a un prodotto correlato. La dinamica è simile alla seguente: un utente entra in uno store, i suoi dati sono raccolti grazie al wearable (o a qualsiasi altro device capace di registrare eventi e mandare misure) e analizzati attraverso SAS integrando anche eventuali fonte esterne; l’emozione verso lo specifico prodotto viene infine letta e riconosciuta ed è proposta un’offerta ad hoc. Al di là dell’aspetto commerciale, tali dinamiche permettono anche di fare revisione del prodotto (potrei per esempio accorgermi che una borsa esposta in vetrina ha un colore particolare che suscita nel 93% delle donne una emozione negativa) o riposizionamento dello stesso prodotto (cerco di capire quali sono i prodotti che suscitano più emozioni positive, spostandoli in vetrina).

Un altro ambito di applicazione interessante è quello dell’education: soluzioni di questo tipo permettono infatti di comprendere e agire sulla curva di apprendimento degli individui.

Ancora, l’ambito banking potrebbe trarne benefici concreti: se una persona che sta prelevando è vittima di una rapina e il device riconosce un alto indice di stress, esso potrebbe attivare sistemi di controllo puntuali (telecamera del POS, etc.).

Pensiamo inoltre all’integrazione con la realtà aumentata: un presentatore o uno speaker parla e nel frattempo vede sopra le teste delle persone presenti una grafica virtuale che mostra le emozioni positive o negative suscitate in loro dall’intervento, magari integrate anche con una media globale dell’intera platea. Stessa logica può valere nel contesto delle sfilate di moda, sempre al fine di rilevare le emozioni in modalità unsolicited. Un risultato ben differente dalle classiche survey!

Ma è forse il settore della salute quello più virtuoso e in cui tale modello è immediatamente applicabile, perché capace di risolvere bisogni importanti delle persone: esistono già soluzioni che si basano sulle emozioni per generare qualche conseguenza positiva come la pet teraphy o la music teraphy. Ci sono sistemi – per esempio, basati su immagini – che riconoscono emozioni sulla base delle espressioni facciali, ma per malattie come la sclerosi multipla sarebbe possibile solo l’utilizzo degli analytics proposti dalla nostra soluzione.

Quali sono le caratteristiche peculiari e distintive di questa soluzione?

  • È possibile calcolare espressioni matematichecomplesse in tempo reale.
  • È possibile eseguire running query, ovvero ripetere e aggiornare l’intero processo ogni volta che un nuovo dato viene generato, anche ogni milli-secondo.
  • È possibile eseguire operazioni come filtri, etc. nonché visionare flussi in maniera grafica grazie a una UI composta da blocchi, ognuno dei quali svolge un’operazione sul dato (pulizia, filtro, etc.).
  • È una soluzione multi-thread e scalabile.

Grazie Federico per l’intervista, in bocca al lupo per gli sviluppi del modello!

Ninja, avreste creduto in questo enorme potere e potenziale degli analytics? Io, sinceramente, no 🙂 alla prossima, appuntamento al prossimo #SASForumMilan!

3 consigli per migliorare il social engagement dei tuoi eventi

Organizzare un evento oggi, significa non potersi sottrarre dalla valutazione del social engagement e dall’utilizzo strategico dei social media. Per questo, chi organizza eventi sa benissimo che ogni dettaglio curato nel migliore dei modi garantisce un buon passaparola tra i partecipanti, offrendo all’evento stesso la possibilità di crescere nelle edizioni successive.

Se ti occupi di organizzazione di eventi saprai altrettanto bene che diversi fattori, dalla qualità degli speaker alla scelta degli sponsor, sono fondamentali per avere un ritorno positivo in termini di awareness.

3 consigli per aumentare il social engagement durante gli eventi

Social engagement, la chiave del successo di ogni evento

Proprio i social media sono ormai da annoverare tra i fattori cruciali per la buona riuscita di un evento, perché permettono a chi organizza di guadagnare un bacino enorme di utenti che parlano e condividono gli hashtag che sono oggi diventati l’etichetta virtuale per una piena ed efficace riconoscibilità in Rete.

Ma come riuscire a coinvolgere in maniera efficace i partecipanti? Come aumentare, in pratica, il social engagement durante i grandi eventi? Le strategie sono diverse e oggi ve ne suggeriamo alcune molto utili nella vostra pianificazione social.

consigli per il social engagement degli eventi

1. Crea un Social Wall

Quella del Social Wall è una strategia preziosa, in grado di rendere tutti i partecipanti protagonisti dell’evento.

La possibilità di essere rappresentati su un grande schermo durante le pause o in un’area dedicata, offre uno stimolo molto potente per utilizzare gli hashtag ufficiali con la condivisione di una foto o video.

Si tratta di un’esperienza diretta molto partecipativa, che garantisce a chi organizza eventi un grande ritorno in termini di soddisfazione, divertimento da parte dei presenti e social engagement.

Un Social Wall moderato con una Call To Action (CTA) efficace rappresenta uno strumento a zero rischi ad altissimo livello di coinvolgimento.

consigli per il social engagement degli eventi

2. Lancia un Social Contest

Alla realizzazione di un Social Wall può essere abbinato il lancio di un contest che sfrutti piattaforme come Instagram e Facebook per premiare i partecipanti più attivi (detti Top Contributors) o quelli che riescono a contraddistinguersi per la foto o i video più orginali.

Un social contest ti consente di sfruttare la doppia natura dei social network:

  1. da un lato la misurabilità delle interazioni, se vuoi offrire un premio in base alla quantità di partecipazione (numero di post)
  2. dall’altro la creatività alla base del meccanismo di condivisione dei contenuti, se vuoi invece premiare in base alla qualità dei contenuti (like e condivisioni)

In generale, il meccanismo di ricompensa attira i partecipanti e li spinge ad interagire con i canali social dell’evento all’interno di regole del gioco stabilite a priori dagli organizzatori.

consigli per il social engagement degli eventi

3. Coinvolgi Speaker e Influencer

Una volta iniziato, un evento ben organizzato può vivere di vita propria, alimentato dai suoi stessi protagonisti: gli Speaker.

È molto importante selezionare i relatori giusti, quelli che vengono riconosciuti come esperti nei diversi settori e che riescono ad attirare l’attenzione della platea.

Come generare engagement sui social media dalla loro presenza sul palco? Una strategia efficace è mostrare in una classifica real-time quali sono gli speaker che generano il maggior numero di menzioni e commenti da utenti e partecipanti, offrendo la possibilità di votare il proprio speaker preferito con un tweet o commento su Facebook. E, perché no, istituire un riconoscimento o un premio al relatore più votato e commentato sui social durante l’evento.

La classifica dei Top Speaker, ad esempio, può essere trasmessa su grandi schermi o landing page attraverso infografiche real-time come quelle fornite da Datalytics.

Allo stesso tempo non dimenticare di identificare quali sono gli Influencer che stanno interagendo – anche da remoto – con l’hashtag dell’evento. Il loro coinvolgimento diretto aiuta la diffusione in termini di portata, impression e quindi di social engagement.

Sei pronto a organizzare il prossimo evento? Facci sapere come è andata!

user experience omnichannel

Come ottimizzare i contenuti per una User Experience Omnichannel

Le persone interagiscono con i brand in una quantità molto ampia di touchpoint e la customer journey è diventata oggi molto più complessa e omnichannel.

Tenere conto di punti di forza e debolezza di ciascun device è fondamentale se si vuole migliorare l’esperienza utente. Perché uno user felice ha maggiori probabilità di convertire!

Eccoti quindi poche semplici regole per ottimizzare i tuoi contenuti su ciascun dispositivo.

user experience omnichannel

L’eterna lotta tra coerenza e ottimizzazione

Una delle parole più ricorrenti quando si tratta di brand experience è consistency, o costanza.
Questa caratteristica è centrale per la user experience omnichannel: i diversi canali devono possedere una base coerente in termini di contenuti e look & feel per riuscire ad essere facilmente ricondotti al nostro marchio e creare un’esperienza che risulti nell’insieme completa e coesa.

Se avere caratteristiche comuni di fondo è importantissimo, è altrettanto vero che ottimizzare i contenuti per ciascun dispositivo permette di offrire un’esperienza utente più fluida e piacevole.

Che fare allora? Parola d’ordine: right content in the right context

Pro e contro di ciascun canale

Nielsen Norman Group, società statunitense di consulenza sulle tematiche di UI e UX, in questo articolo riassume le principali caratteristiche dei device più comunemente utilizzati per navigare online.

Ognuno di questi dispositivi ha caratteristiche particolari e ricordarle ti aiuterà a dare priorità al contenuto più adatto per ciascuno. Tailor content to context!

Ottimizzare il contenuto a seconda del contesto

Ora che conosci le peculiarità di questi dispositivi vediamo insieme alcuni esempi di contenuti da privilegiare su ciascuno di loro.

Quali contenuti enfatizzare su desktop e laptop

Desktop e laptop vengono utilizzati soprattutto in ufficio, a scuola e nel nostro ufficio domestico, in ambienti e modalità spesso strutturate, con un livello di concentrazione e disponibilità di tempo elevato, poche distrazioni e -presumibilmente – buona connessione a internet e approvvigionamento energetico, per questo  risultano ottimi per per completare task lunghe e complesse.

Sono quindi i canali ideali per:

  • Materiale da compilare: un grande vantaggio rispetto ai device touch è quello di avere mouse e tastiera, i computer sono quindi i mezzi perfetti per tutto ciò che richiede di digitare testi lunghi
  • Materiale da archiviare: sì è vero, molte persone utilizzano comunemente archivi cloud per salvare le informazioni… ma non tutte! Se il nostro pubblico è formato da persone un po’ meno “tech savvy” del lettore medio di Ninja Marketing, probabilmente apprezzerà la possibilità di archiviare documenti in modo ordinato e metodico.  Chiari riferimenti  a documenti tecnici e whitepaper saranno quindi da privilegiare su questi device rispetto a Laptop e Smartphone
  • Contenuti lunghi che possono essere “scansionati” velocemente: secondo Norman Nielsen Group le persone all’inizio della consumer journey utilizzano spesso il desktop: via libera quindi a contenuti ricchi e approfonditi, anche testuali, che su uno schermo di grandi dimensioni possono essere facilmente letti in modo intuitivo alla ricerca di elementi rilevanti da approfondire.

Esempi di contenuto da enfatizzare: product review, ricerche, documenti tecnici, webinars, white papers, test, form, application forms.

Sul Tablet

Benché abbastanza comodi da utilizzare in mobilità, il regno dei tablet è senza dubbio la casa, dove vengono fruiti in modalità destrutturate e rilassate (es: divano, letto). Il loro schermo mediamente grande, la connessione internet spesso illimitata e stabile e la quantità di tempo disponibile quando si è a casa rendono questo device perfetto per il consumo media.

Sfruttali per porre l’accento su:

  • Visual: La maggior parte delle persone utilizza il tablet in modalità touch, la buona risoluzione dgli schermi permette inoltre di vedere bene le immagini: il tablet è il luogo per eccellenza dove poter apprezzare grafiche ed immagini
  • Video long-form: lo schermo grande, la potenza del processore e traffico dati, e -spesso- la maggior disponibilità di tempo rendono questi mezzi particolarmente adatti per fruire di contenuti video lunghi. Ottima notizia per tutorial e demo di prodotto
  • Testi discorsivi: il tablet viene spesso utilizzato come alternative agli ebook reader, lo user medio quindi sarà abituato ed aperto a utilizzarlo quando deve leggere contenuti lunghi. Ricordati però che in queste occasioni spesso il tablet viene utilizzato in mobilità o durante momenti di relax, i testi quindi in questo caso non devono richiedere troppa concentrazione (no a tecnicismi e informazioni difficili)

Esempi di contenuto da enfatizzare: fotografie, infografiche, video long form, ebook, audiobook

Contenuti da privilegiare tablet

Sullo Smartphone

Gli smartphone sono un concentrato di tecnologia che può essere utilizzato in mobilità e nei contesti più svariati: dalla riunione in ufficio alla sala d’attesa del dottore passando per il supermercato e il concerto rock.

Privilegia:

  • Informazioni estemporanee: il GPS permette di fornire contenuto in funzione della location di ogni persona. Utilizza sconti, promozioni e informazioni che invoglino i consumatori a venire a visitare un Vostro punto vendita (in questo caso prediligete l’SMS, come suggerito dall’Osservatorio B2C del Politecnico di Milano)
  • Informazioni stratificate: gli smartphone hanno dimensioni ridotte e su questi device è più probabile che la navigazione venga interrotta, quindi assicuratevi che i contenuti che veicolerete via smartphone siano compatti, facilmente navigabili e “stratificati”: condensate prima le informazioni più importanti e delegate le informazioni ancillari a visite successive

Esempi di contenuto da enfatizzare: informazioni geo-localizzate, contenuti “Snackeable” e divertenti, altamente condivisibili come memes, gifs, quiz, games, concorsi che prevedano materiale ser generated, link ai canali social media, contenuti brevi e virali.

LEGGI ANCHE: Marketing di prossimità: ritorno al futuro per i negozi

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La risposta di IKEA alla borsa blu di Balenciaga

La scorsa settimana il brand di alta moda Balenciaga ha lanciato una borsa che appare chiaramente come una copia della famosa bag blu FRAKTA da 0,60 centesimi di IKEA, vendendola però a 2.145 dollari.

Il web ovviamente ha riso del paradosso e la notizia ha fatto il giro dei social, con molti giornalisti ed esperti che hanno iniziato ad interrogarsi su cosa sia davvero quella che chiamiamo “moda”.

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La risposta di IKEA alla borsa blu di Balenciaga

Ieri, però, il gigante dell’arredamento non ha potuto resistere e ha risposto alla copia di Balenciaga, affermando che solo la sua borsa è quella originale. Come? Naturalmente utilizzando la potenza della Rete e pubblicando una serie di post, chiaramente indirizzati alla casa di moda.

L’annuncio, realizzato dall’agenzia svedese ACNE, mostra come distinguere il design originale del sacchetto di IKEA dal falso di Balenciaga.

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Queste le indicazioni da seguire, proprio come se si trattasse di un capo di alta moda, da distinguere da quelli contraffatti:

  1. Scuotila, se il rumore è un fruscio, allora la tua borsa è vera
  2. La vera bag è multifunzione: può trasportare attrezzatura da hockey, mattoni e persino acqua
  3. Resistenza: la vera FRAKTA può essere risciacquata semplicemente con un tubo da giardino quando si sporca
  4. Il prezzo: la borsa vera costa solo 0,99 centesimo di dollaro

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Il direttore creativo di ACNE, Johan Holgrem, ha dichiarato: “Volevo agire velocemente, quindi abbiamo contattato il nostro cliente il giorno dopo e gli abbiamo proposto una creatività pronta entro due ore“.

La risposta infatti, arriva immediatamente dopo il lancio della borsa di Balenciaga sul mercato e il fotografo di moda dell’agenzia pubblicitaria, Anders Kylberg, ha effettuato un vero e proprio shooting in studio della borsa di IKEA, per poter meglio rivaleggiare con le foto del “falso” di Balenciaga.

Uno splendido esempio di real time marketing, che ci aspettiamo di vedere presto premiato nelle diverse competizioni tra agenzie a livello internazionale.

LEGGI ANCHE: È arrivato il Frappuccino Unicorno da Starbucks, e non è uno scherzo

I vincitori degli Shorty Awards 2017

Anche il mondo dei social ha i suoi oscar: gli Shorty Awards che da nove anni celebrano il meglio dei social media premiando influencer, brand e organizzazioni che hanno lasciato un segno sulle più influenti piattaforme.

La cerimonia avvenuta lo scorso 23 Aprile a New York ha visto protagonisti oltre un centinaio di partecipanti distribuiti tra le 17 macro categorie e numerose sottocategorie. L’organizzazione è semplice e ben strutturata: i vincitori vengono scelti attraverso una combinazione di voti del pubblico e punteggi assegnati dalla Real Time Academy.

I partecipanti degli Shorty Awards sono divisi in due aree: quella degli influencer e dei Brand & Organizations: la prima interamente gestita con il voto del pubblico e il giudizio finale della Real Time Academy, mentre la seconda segue un iter classico di candidatura online da parte degli aspiranti partecipanti.

I vincitori sono tanti, per questo abbiamo deciso di mostrarvi alcuni tra i migliori.

Content of the Year

Per la sezione Content of the Year curata da Watchable sono numerosi i vincitori che meriterebbero di essere commentati, primo fra tutti l’Emoji dell’anno: il dito medio?, direttamente dall’ultimo aggiornamento della tastiera più internazionale di tutte, ha trionfato di certo non per la sua cripticità.

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Per la sottocategoria Instagram of the Year vince la foto Same But Different comparsa circa un anno fa e raffigurante un caleidoscopico ritratto di ragazze allo specchio.

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Nonostante non abbia fatto incetta di like come Selena Gomez o come le curve di Kim Kardashian, la fotografa Tiziana Vergari ha saputo conquistare pubblico e giuria con una foto originale e senza dubbio accattivante.

Winner by Campaign

Tra i vincitori della sezione By Campaign degli Shorty Awards che raccoglie le migliori campagne online viste sui social media, c’è un nome importante: HBO. Il canale d’intrattenimento statunitense trionfa nella sottocategoria Integrated Campaign grazie a Westworld, uno dei suoi migliori show dell’anno passato.

Sulla scia delle vincenti campagne di Netflix in grado di attirare lo spettatore al prodotto già prima del rilascio e generare buzz, HBO ha lanciato Discoverwestworld.com un portale di viaggi consumer-facing per introdurre i fan al tema centrale della serie TV ancor prima della premiere.

Tutto è avvenuto grazie a una partnership creativa tra Google e HBO che hanno introdotto un chatbot impersonificato da Aaden, un’AI in grado di guidare user selezionati (secondo stime di guadagno) in un tour di Westworld, ossia verso un’esperienza virtuale. Aaden era in grado di rispondere a più di mille domande introducendo indizi e tease sul plot della serie TV ispirata all’omonimo film del 1973.

Winner by Use of Platform

Per la categoria By Use of Platform – Instagram, Adidas trionfa con la campagna Project Harden che vede protagonista un nuovo paio di sneakers firmate dalla star del basket James Harden.

Un appunto non trascurabile: al lancio della campagna le scarpe non erano ancora pronte, ma Adidas è riuscita in un lancio da tre punti creando contenuti ad alto engagement per stuzzicare la curiosità degli user senza mai mostrare il prodotto.

Il progetto è stato sviluppato attraverso un’originale strategia che presentasse, esclusivamente su Instagram, la storia del cestista in 12 capitoli. Il risultato: 26 mila follower in tre mesi dal rilascio della campagna.

Winner by Content and Media

Ricordate la notizia di qualche tempo fa di un cliente Ikea incappato in un incidente sgradevole con uno sgabello? Protagonisti del fatto i “gioielli di famiglia” di un quarantacinquenne norvegese incastrati in uno dei fori del sedile e i dettagli dell’accaduto scritti, dallo stesso sventurato, sulla pagina Facebook di Ikea Norvegia.

Heisann! Kjerringa dro mæ på ræk i hele søkksvære butikken dokkers, som va omtrent like stor som kjæften til naboen da…

Gepostet von Claus Jørstad am Mittwoch, 31. August 2016

 

L’ironia chiama e l’ufficio Marketing di Ikea Germania risponde con una geniale campagna di manuali-meme per ironizzare su questo accaduto come su altri temi virali riportandoli nella realtà 2d in bianco e nero delle istruzioni di montaggio.

Eier auf dem Hocker? Nur mit Unterstützung. IKEA Norge #manleitung

Gepostet von IKEA am Freitag, 9. September 2016

 

Oltre al premio Best Meme della sezione Content & Media degli Shorty Awards, la vera vittoria di Ikea sta nei numeri ottenuti: +38% di fan nell’arco di pochi giorni dalla campagna e un tasso di engagement dei post successivi sempre superiore a 1.

Best Instagram Video

Ad aggiudicarsi il premio per il migliore video su Instagram un brand tutto nostrano: Nutella. Il barattolo di cioccolata più pop è andato oltre il generico food content aggiungendo un tocco di creatività che attirasse l’attenzione dei giovani come delle mamme.

Si tratta di una serie di personaggi “da colazione”, ognuno con i suoi tratti distintivi e storie dalle sfumature positive per rendere la colazione un momento di divertimento, anche quando è tempo di tornare a scuola.

Inoltre la campagna ha visto la partecipazione di influencer (mamme blogger) creatrici esse stesse di alcuni dei personaggi  che hanno contribuito sulle loro pagine e blog alla diffusione dei video. I risultati del lavoro sono stati più che soddisfacenti: 4 milioni di engagement e quasi 50 milioni di impressions tra Pinteres, Instagram e Facebook.

Fintech in Italia

FinTech in Italia: come la tecnologia sta cambiando il Banking

Come sta cambiando il mondo del banking grazie alla digital transformation? In che modo l’innovazione sta impattando sul settore? Quali sono le novità del fintech che coinvolgono gli utenti?

Negli ultimi anni il mondo bancario è stato sottoposto a un enorme cambiamento, anche grazie all’avanzamento delle nuove tecnologie. A partire dai pagamenti fino alle possibilità assicurative, il banking si è trasformato in modo quasi naturale sotto i nsotri occhi.

Per ripercorrere alcune delle tappe di questo cambiamento digitale e scoprire cosa ci riserva il futuro, in occasione del Ninja Camp di Scilla abbiamo rivolto alcune domande a Stefano Azzalin, responsabile di SellaLab, che ci ha spiegato come al centro di tutto, oggi, ci sia l’utente, cioè tutti noi.

Sellalab Fintech

In che modo l’internet of things sta cambiando il mondo dei pagamenti?

L’internet of things sta modificando il mondo dei pagamenti attraverso la chiave della semplificazione. L’aspetto più bello, per chi lavora in questo settore, è vedere come l’innovazione portata dalle tecnologie che si basano sul soluzioni IoT vadano completamente a migliorare l’esperienza utente, in modo del tutto trasparente.

Potenzialmente non c’è limite, e ha l’opportunità di cambiare davvero le nostre vite e il nostro lavoro.

Possiamo andare dalle più banali, seppur interessanti, interazioni tra gli ATM e i nostri smartphone per un’esperienza più immediata nonché più sicura, alla gestione assicurativa delle nostre auto se siamo disposti a concedere alle assicurazioni accesso ai dati (posizione, velocità, comportamento, manutenzione, etc…) del nostro veicolo o, pensiamo anche, all’assicurazione casa per chi utilizza servizi come Airbnb.

Ma un altro dei mondi che sta venendo impattato dall’IoT è il mondo del retail: pensate a quanto tempo buttiamo via ogni giorno nel fare la coda alla cassa del bar, del supermercato, di un negozio… non sarebbe bello poter uscire semplicemente dal negozio con i prodotti che vogliamo o che abbiamo consumato e vederci automaticamente addebitare la carta di credito? Bene. Tutto questo è reale e possibile, sebbene soluzioni simili non siano ancora diffuse su larga scala, esistono già.

E siamo solo all’inizio, è un lavoro continuo volto a rendere sempre più automatico e invisibile l’azione stessa del pagamento.

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Tra gli Advisor di SellaLab anche David Orban. Presto avremo tutti un chip sottopelle per i nostri pagamenti o l’innovazione va in un’altra direzione?

Sì, è vero, David si è fatto impiantare un chip sottopelle, nel quale custodisce la chiave del suo portafogli bitcoin e, com’è naturale che sia, altri dati che per lui sono di estrema importanza.

Non crediamo però che avremo necessariamente tutti chip sottopelle e, sebbene l’evoluzione della robotica e dell’intelligenza artificiale aprano strade affascinanti, al contempo la tecnologia dei pagamenti corre veloce ed è quindi difficile immaginare un futuro così esponenziale.

Come dicevamo prima l’innovazione in questo settore guarda completamente all’utente finale: chiedere a milioni di utenti di installarsi un chip sottopelle è un attimo invasivo. Semplificare invece la vita agli utenti che desiderano acquistare un bene o un servizio è la direzione verso cui tutti stiamo guardiamo. È avvenuto negli anni ’50 con la nascita delle carte di credito che hanno permesso a tutti di non dover necessariamente avere contati con sé, è avvenuto nuovamente con il telepass, con i pagamenti on line, con i wallet, con i pagamenti mobile… I pagamenti, o meglio ancora le transazioni di pagamento, saranno un qualcosa di sempre più “invisibile” e automatico: sia lato persona fisica sia lato azienda.

La gestione del pagamento, dalla coda alla cassa al pagamento tra aziende, ha un costo: tempo e risorse. La sfida è portare questo tempo a zero così da poterlo restituire alle persone e liberare le risorse perché possano dedicarsi a qualcosa di più utile.

Ed è qui che le nuove tecnologie come l’intelligenza artificiale vengono in nostro aiuto. Quindi in un futuro non troppo lontano è presumibile che non dovremo più avere il pensiero di dover preoccuparci di pagare, perché un qualche sistema l’avrà già fatto al posto nostro.

David Orban

David Orban

A che punto sono le startup del FinTech in Italia? Ci sono già realtà interessanti e pronte per i mercati internazionali?

In Italia il panorama fintech è decisamente in fermento, numericamente ancora piccolo, con pochi grandi nomi e investimenti ancora contenuti. Secondo i dati del Registro delle Imprese, abbiamo circa 6880 startup innovative di cui circa 150 sono identificabili come appartenenti al settore fintech.

Oggi le banche devono necessariamente guardare con interesse a questo mercato perché è sotto gli occhi di tutti che giorno dopo giorno le startup competono sempre di più con le banche andando ad occupare diversi settori: dal credito, ai pagamenti, ai prestiti.

Ciò può o intimorire o, da un altro punto di vista, può entusiasmare perché tutto ciò porta un’enorme evoluzione nel settore e apre, al contempo, enormi opportunità di collaborazione tra giovani e promettenti startup fintech e il settore bancario. Se a questo aggiungiamo le novità introdotte dalla PSD2 che vedono le banche come soggetti abilitanti di terze parti (ovvero le startup fintech) è impossibile non vedere che positivamente questo cambiamento.

Quindi oggi, sì, ci sono startup fintech italiane particolarmente interessanti che stanno scalando a livello internazionale che hanno aggredito settori quali gli investimenti o i pagamenti, ma ciò che ci auguriamo è di venderne nascere sempre di più.

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Oltre a una possibilità di accelerazione con SellaLab, Banca Sella offre anche tanti servizi per il banking, il credito e i pagamenti e incassi digitali. Anche in questo settore la personalizzazione in relazione al cliente è diventata essenziale?

Sì, storicamente il Gruppo Banca Sella ha sempre messo il cliente al centro, molto prima che il concetto di User Center Design venisse anche solo immaginato.

Ogni giorno pensiamo e costruiamo i servizi pensando alle necessità degli utenti: è stato così quando abbiamo introdotto in Italia l’eCommerce o il trading on line, e poi abbiamo migliorato le nostre tecnologie ascoltando i feedback dei clienti.

Oggi parlare di personalizzazione significa parlare da una parte di relazione e dall’altra di tecnologia. Non a caso ad esempio abbiamo lanciato sul mercato l’offerta Up2Start che unisce questi due aspetti: si tratta di una sorta di “cassetta degli attrezzi” per le startup completa di tutto l’occorrente necessario per sviluppare la propria idea. Dal conto corrente, quindi, ai sistemi di pagamento più evoluti, dall’accesso ai finanziamenti dedicati ad, appunto, la consulenza fornita da  esperti del settore.

E questo servizio è altamente personalizzabile, secondo le esigenze di ciascuno, perché si può scegliere tra un offerta iniziale che possiamo definire “di base”, che comprende anche la consulenza, fino a servizi più evoluti compreso un percorso di accelerazione in SellaLab, che per le startup vuol dire avere accesso alla rete di contatti di Banca Sella nel mondo startup; questo significa metterli in contatto con incubatori, università e centri di ricerca, con altri imprenditori interessati al tema dell’innovazione, ma anche con potenziali investitori.

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Corporate Program, Open District, tanti progetti dedicati a giovani e attori del settore che vogliano portare cambiamento. Quali sono i valori fondamentali per fare innovazione nell’ambito bancario e finanziario?

Crediamo che i valori imprescindibili siano sempre il rispetto dei valori etici nonché quelli del rispetto delle regole e di una sana e prudente gestione. Crediamo che l’innovazione debba sempre tutelare e salvaguardare gli interessi dei clienti, solo il valore prodotto da questa innovazione va a vantaggio di tutti possiamo parlare di reale innovazione.

Oggi, a questi valori imprescindibili, dobbiamo necessariamente aggiungere elementi quali l’apertura, l’interoperabilità e la sostenibilità: sono questi valori che emergono chiaramente anche solo guardando come il mercato mondiale sta evolvendo. Pensiamo ad esempio ai big di internet, a come sono stati capaci di innovare producendo valore per il mondo intero (dalla ricerca, agli acquisti on line, ai trasporti, etc…).

Il mercato oggi ci richiede di essere aperti sia tecnologicamente che al confronto, di costruire con il mercato stesso, di contribuire alla crescita.

Sicuramente, nell’immaginario comune il settore bancario è un qualcosa di chiuso nel senso più ampio del termine, eppure in questi ultimi tempi è forse uno di quei settori che più incarna il reale senso di apertura. E noi siamo felici di poter contribuire a questa evoluzione e a supportare quelle imprese che vogliono innovare questo settore: questo è il senso con cui sono nati progetti quali il Fintech District, le API di Banking Gateway, prodotti come Up2Start o il nostro stesso acceleratore fintech SellaLab.

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Come creare call to action efficaci per ogni obiettivo di marketing

La call to action o, letteralmente, “chiamata all’azione”, è uno strumento di marketing tramite cui ci si propone di spingere il proprio visitatore a compiere una determinata azione. Molto spesso si tratta di connettori: si inserisce una CTA all’interno di un particolare formato (un video, in fondo a un articolo, in un banner, …), che possa già di per sé rappresentare un contenuto di interesse per le persone che vogliamo raggiungere, e lo si connette a un sito web (o a una landing page) che offre, a sua volta, un contenuto ancor più di valore rispetto a quanto detto in precedenza.

Perché inserire le call to action è necessario

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Le call to action sono il trait d’union virtuale tra marketer e potenziali clienti, l’invito a scoprirne di più, a fidelizzarsi al nostro sito per poterne trarre dei vantaggi esclusivi. 

Nessun cliente, tuttavia, vuole essere trattato come un semplice acquirente: ognuno è alla ricerca di un servizio su misura sulla base dei propri bisogni e desideri. Inoltre, oggi abbiamo sviluppato una certa sensibilità verso i messaggi pubblicitari: difficilmente cliccheremo su banner che ci promettono di perdere 10 kg in una settimana, poiché hanno la stessa credibilità delle réclame di telemarketing sugli effetti miracolosi di pedane vibranti e panche per gli addominali. 

Oggi, l’utente in Rete cerca la verità – o comunque privilegia promesse pubblicitarie che reputa plausibili – per questo è necessario fare qualche sforzo in più rispetto al passato per redarre messaggi pubblicitari accattivanti, creativi, cuciti su misura sul nostro target: le CTA personalizzate (che si discostano, quindi, dal classico “Scopri di più”) convertono il 42% in più rispetto a quelle impersonali.

Inoltre, è interessante sapere che l’uso della prima persona nella CTA aumenta del 90% la possibilità di click: “Inizio il mio free trial di 30 giorni” ha molto più impatto sull’utente rispetto al classico “Inizia il tuo free trial di 30 giorni”, poiché incrementa l’inconscia percezione che quel click rappresenti un beneficio reale per se stessi.

Inoltre, lasciamo parlare i numeri:

  • più del 90% dei visitatori del tuo sito, che leggono la tua headline, leggeranno anche la tua CTA;
  • aggiungere una CTA alla tua pagina Facebook può incrementare il click rate del 285%;
  • le email contenenti una singola call to action incrementano del 371% la possibilità di click e del 1617% le vendite;
  • una CTA correlata a un video ottiene il 380% di click in più rispetto a una CTA inserita in una semplice sidebar;
  • le CTA contenute al termine di un video informativo, volto a illustrare il servizio che state offrendo all’utente, incrementa le conversioni del 144%.

Come creare una call to action davvero efficace

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In primo luogo, la chiamata all’azione dev’essere chiara, immediata e visivamente d’impatto. Deve descrivere chiaramente l’azione che vuole far compiere all’utente, talvolta inserendo qualche dettaglio in più sui benefici correlati a tale azione, per incrementare la possibilità di click: es. “Scarica l’ebook gratuito su come creare una CTA efficace in 10 mosse”.

In secondo luogo, lo dice già il nome, la call-to-action deve essere orientata all’azione in modo esplicito: “scarica”, “registrati” palesa quali azioni vogliamo che il nostro target compia sulla pagina di destinazione. Alcuni verbi risultano più efficaci di altri per il nostro audience, pertanto è consigliabile fare vari test, cambiare verbi e monitorare la reazione degli utenti. La stessa cosa vale per il colore, alcuni di questi catturano maggiormente l’attenzione di una certa fetta di pubblico rispetto ad altri – in linea generica, pare che i colori prediletti siano l’arancione e il rosso, che pare possano aumentare il tasso di conversione rispettivamente del 32,5% e del 21%.

Tuttavia, ciò che conta è che la CTA sia visibile, che risalti e abbia, quindi, un colore in contrasto con i colori del sito in cui viene collocate. Dev’essere posizionata nella parte più visibile della pagina, in modo che ogni utente possa facilmente intercettarla senza scrollare. 

Ogni CTA dev’essere allineata alle informazioni contenute nella pagina di destinazione, poiché sono entrambi strumenti di conversione che risultano efficaci dal momento in cui riescono a lavorare continuativamente e in sinergia. 

Infine, è consigliabile contestualizzare la CTA a ogni ciclo di vendita, e quindi averne a disposizione 3 – una per ogni fase del ciclo: la prima dev’essere orientata a un potenziale cliente, non ancora acquisito, al quale sarà strategico offrire un periodo di trial dei propri servizi o comunque una risorsa gratuita al fine di convincerlo a passare alla fase successiva del ciclo di vendita, ovvero quella del “durante”. In questa fase, rientra il cliente che usufruisce periodicamente del nostro servizio, ma non per questo perde d’interesse agli occhi del venditore /proprietario del sito, il quale sceglierà in quel caso CTA adatte, es. “Usufruisci di una consulenza gratuita per sfruttare al meglio lo strumento”, servizio che offre Facebook per gli inserzionisti di Business Manager. Infine, è utile preparare anche CTA confezionate per chi ha scelto di non essere più cliente, solitamente al fine di attuare azioni mirate di recall per riacquisirlo.

Posizioni strategiche in cui inserire le call to action

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Una CTA, per essere davvero funzionale, dev’essere rilevante e ben posizionata. Ovviamente, per stabilire quale sia l’area più strategica in cui andare a inserire la call to action bisogna ragionare sui propri obiettivi di comunicazione. Gli obiettivi per i quali avremo bisogno di ricorrere a delle CTA sono molteplici, ad esempio la lead generation. Raccogliere contatti utili (prospect) ai quali veicolare il nostro messaggio pubblicitario rappresenta per la maggior parte delle aziende un grosso valore. In questo caso, la CTA ha il principale obiettivo di convertire i visitatori del sito /blog /profilo social in leads, pertanto è consigliabile inserirlo sottoforma di pulsante nelle aree del sito che generano maggiore traffico, oppure sottoforma di anchor text (link) alla fine del post o in fondo all’articolo.

Tuttavia, tra le posizioni esaminate, quella che risulta in assoluto più performante è il Welcome Gate: una call to action a schermo pieno che appare prima che l’utente possa effettivamente accedere o vedere ogni tipo di contenuto. Questo escamotage risulta il più funzionale di tutti per attrarre l’attenzione dell’utente e mostrare un’offerta tragettizzata, al fine di costruire una mailing list di valore. Ad esempio, se un utente accede a un sito di prenotazione di viaggi, come Booking o Expedia, sarà più plausibilmente interessato a iscriversi alla newsletter del sito, per ricevere periodicamente delle offerte esclusive, personalizzate sulla base dei propri gusti e delle proprie abitudini di consumo, rispetto a un utente che entra in contatto con un semplice banner, durante la navigazione su un altro tipo di piattaforma. 

Un’altra posizione strategica in cui piazzare le proprie CTA è il feature box: un box dedicato all’iscrizione alla newsletter di un determinato sito, posizionato subito sotto alla header. Il suo intento è quello di trasformare i visitatori in contatti. Per contro, le performance (in termini di click) delle CTA presenti nelle semplici sidebar, nel testo di un post, in pop-up, slide e barre varie oscillano tra lo 0.5% e il 5%.

Insomma, la CTA è uno strumento potente tramite il quale intercettare il proprio target, tuttavia nel marketing non esistono delle leggi universali poiché quello che funziona bene su una persona potrebbe non performare altrettanto bene su qualcun’altro. Pertanto la parola d’ordine rimane sempre: sperimentazione. Se una cosa funziona in un modo non significa che in altro modo non potrebbe funzionare meglio.

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Manuel Ritz e Matteo Achilli: è vero Influencer Marketing?

Matteo Achilli ambassador per una campagna di Influencer Marketing?

Ebbene sì, grazie alla scelta del noto brand di moda Manuel Ritz. Una campagna di un anno fa riproposta con l’uscita del film The Startup, inserendola nell’attuale #manuelritzclan. Una volontà di visibilità molto chiara: gran parte dei contenuti social delle ultime settimane di Manuel Ritz vedono protagonista Matteo Achilli.

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La campagna #manuelritzclan

Un progetto, #manuelritzclan, focalizzato totalmente sulla collaborazione con influencer. Questi diventano infatti rappresentanti della filosofia e della mission del brand. Un legame tanto forte da far nascere una vera e propria crew di ambassador.

Andrea Iannone, Filippo Magnini, Fabio Basile: ecco alcune delle figure coinvolte da Manuel Ritz. Una campagna che lavora molto a livello d’immagine, sulla creazione di contenuti brandizzati dagli influencer.

L’analisi del ruolo di Ambassador di Matteo Achilli

La visibilità degli ultimi mesi di Matteo Achilli è uno degli elementi che più possono convincere un’azienda, con l’awareness e l’ampia audience a cui poter parlare e mostrare i propri prodotti.  Una visibilità che è però strettamente legata ai media classici (TV e stampa) e non a quelli dove la campagna dovrebbe vivere (digitale).

Analizzando i contenuti che vedono coinvolto Matteo Achilli da inizio 2017 ad oggi con Crimson Hexagon ed il supporto di The Fool è facile capire come il volume su web e social sia molto inferiore a quanto ci si aspetti o almeno all’eco ottenuto su giornali e televisioni.

Sono appena 1.053 i contenuti trovati, 998 dei quali nell’ultimo mese. Dati interessanti a livello quantitativo, ma non certamente sorprendenti (si pensi a quelli di Fedez nella campagna con Perugina).

manuel ritz matteo achilli volume

Il problema Reputation

Quando si collabora con gli influencer si mette nelle loro mani l’immagine del brand. Proprio per questo è importante valutare attentamente la reputazione della figura che si vuole coinvolgere, dato che i suoi scheletri nell’armadio rischieranno di portare danni al brand se emergessero. Ed è proprio qui che la scelta di Matteo Achilli fa nascere più di un dubbio.

Se è vero che l’uscita del film e il grande clamore generato su Egomnia hanno portato visibilità, lo è altrettanto che tutto ciò ha portato la risposta negativa di gran parte del mondo digital/startup italiano. Il netto incremento di contenuti su Achilli dell’ultimo mese è strettamente legato ad un sentiment altamente negativo.

manuel ritz matteo achilli sentiment

Il 47% di negative “racconta” molto bene l’appeal generato dal fenomeno Achilli, qualcosa che non è certo utile al brand e che non può essere giustificato con la sola, seppur grande, visibilità. La natura puramente d’immagine della campagna è infatti il limite che pone ancora più peso al sentiment: in questo tipo di attività “il volto” e la reputazione sono infatti tutto.

L’impatto di Matteo Achilli sulla campagna #manuelritzclan

La reputation è certamente negativa, ma come ha impattato (se lo ha fatto) sulla campagna #manuelritzclan? Basta continuare l’analisi per capire quanto Manuel Ritz e la campagna siano un aspetto praticamente inesistente nell’universo Matteo Achilli (altra nota a dir poco negativa). Nei contenuti web  e social sul topic Matteo Achilli non c’è praticamente traccia del brand.

manuel ritz matteo achilli topic wheel

Non va certo meglio con i risultati dei post social. Se analizziamo i contenuti Instagram dei canali di Manuel Ritz o di Achilli troviamo una media inferiore a 100 interazioni per post. Poco per una campagna che dovrebbe essere di grande impatto.

Conclusioni

Dati alla mano la scelta di Achilli pare più il tentativo di cavalcare l’onda del successo dell’uscita del film The Startup più che una vera campagna di ambassadoring. Attenta al “purché se ne parli” più che ha creare reali vantaggi a lungo termine per il brand. Un’attività più vicina all’advertising puro che non alla doverosa partnership che deve esistere quando si collabora con un influencer.

La reputation altamente negativa porta poi più rischi che vantaggi, anche perché appena si calmerà la polemica sul film verrà meno l’esposizione di Achilli e con essa forse l’unica nota positiva della partnership. Una partnership più condizionata dal mondo e dai canali offline che non da quelli digitali, ma che vive proprio nella contraddizione di dover vivere e creare performance in quest’ultimo.