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5 buone ragioni per utilizzare Facebook Messenger per il tuo business

Cosa c’entrano le aziende con le applicazioni di messaggistica e in che modo tali applicazioni potrebbero essere utili al tuo brand?

Le risposte sono moltissime: quel che è certo, è che presto implementare stategie dove le applicazioni di messaggistica recitino un ruolo fondamentale diventerà uno stato di necessità. Anche per questo Facebook ha lanciato Messenger, che con il suo miliardo e più di utenti ha certamente da offrire moltissime soluzioni.

Nonostante ciò, il supporto di Messenger alle aziende non è ancora decollato: molti brand non sono ancora sicuri del fatto che una piattaforma di comunicazione così intima e diretta, che investe il campo delle relazioni personali, possa davvero servire al proprio business.

Per questo, il product manager di Facebook Messenger, Kemal El Moujahid, ha recentemente pubblicato un post sul blog aziendale – ripreso anche su VentureBeat – per delineare alcuni tra i principali vantaggi dell’utilizzare Messenger come piattaforma di business.

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Il mondo intero è messaggistica

La prima osservazione di Moujahid riguarda il fatto che l’utilizzo della messaggistica è in aumento, sempre più persone spendono molto del proprio tempo all’interno di applicazioni di messaggistica.

“Secondo Flurry Analytics – ha sottolineato Moujahid –  il tempo speso sui social media e, in particolare, su app di messaggistica è aumentato di un incredibile 400% rispetto allo scorso anno. Le aziende stanno iniziando a capire che hanno bisogno di comunicare con gli utenti nei luoghi che essi frequentano e che la chat offre un’esperienza superiore: l’email viene considerata spam, l’SMS è molto limitato e le telefonate richiedono un’ attenzione assoluta e completa”.

Uno studio condotto da Pew Research nel 2015, inoltre, ha rilevato che la messaggistica è l’opzione di comunicazione dominante tra gli adolescenti. Una ragione della crescita di utilizzo di questo sistema di comunicazione potrebbe essere l’aumento di comunicazione pubblicitaria sui social media “classici”.

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Anche in virtù di questo, i brand devono essere presenti dove i clienti sono più attivi e anticipare le “grandi migrazioni”: una piattaforma di messaggistica come Messenger, in funzione di tale logica, rappresenta proprio il luogo adatto per approfittare di questo trend.

Il Messaging è molto di più di un semplice canale di comunicazione

Moujahid sostiene che Messenger stia diventando un’opzione sempre più avanzata. Funzionalità che rendono le esperienze attraverso le app di messaggistica molto più complete: interfacce complesse, possibilità di effettuare pagamenti e condivisione della propria posizione sono tutte azioni che Messenger permette.

Facebook in questo senso sta cercando di sottolineare come non solo tutto questo sia cool ma, soprattutto, quanto questi strumenti siano essenziali per gli utenti, e come possano migliorare la vita quotidiana.

Sistemi di messaggistica privi di attrito

“Per raggiungere il pubblico attraverso un’app mobile – ha detto Moujahid – è necessario costruire l’applicazione per più sistemi operativi e renderla disponibile sull’app store. Quindi, bisogna aiutare il pubblico a trovarla, a scaricarla e ad accedervi. Queste operazioni creano molto attrito”.

In altre parole, mettere un’app a disposizione degli utenti e far sì che essi la scelgano tra le tante altre disponibili è un’operazione davvero complessa.

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Un rapporto di Forrester Research del 2015 ha rilevato, infatti, che i consumatori spendono l’85% del loro tempo su applicazioni tramite smartphone ma solo cinque di esse, in media, vengono utilizzate regolarmente.

Naturalmente, si sta cercando di semplificare il processo, trascinando questo tipo di esperienza all’esterno e costruendo una sorta di “territorio franco” dove fruire di tali app. Facebook potrebbe cambiare le regole in qualsiasi momento, limitando gli sforzi degli utenti.

Convincere gli utenti ad utilizzare un’app può essere difficile, ma se si permette loro di vivere la stessa esperienza sulla piattaforma che sono abituati ad utilizzare senza obbligarli ad uscire, ecco che il tutto diviene molto più efficace.

Messenger e l’introduzione di nuovi sistemi di comprensione

Nel suo recente manifesto di 6.000 parole, il CEO di Facebook, Mark Zuckerberg, ha sottolineato come i sistemi di intelligenza artificiale messi a punto dal suo team siano in continuo miglioramento. Zuckerberg, in particolare, ha fatto riferimento alla capacità del loro sistema automatico di segnalare contenuti discutibili per la revisione.

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Come Google ha integrato la tecnologia di Google Assistant nella sua nuova applicazione di messaggistica, Allo, anche Facebook potrebbe introdurre all’interno di Messenger un nuovo sistema di comprensione per migliorare l’esperienza degli utenti.

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Potrebbe essere utile ed efficace, a tal proposito, inserire un assistente virtuale sempre presente all’interno dell’app di messaggistica, pronto a dare una mano all’utente, in qualunque momento.

Non solo Messaging: in che modo gli utenti utilizzano le app di messaggistica?

L’ultima osservazione di Moujahid riguarda il fatto che il cammino delle aziende verso il mondo della messaggistica è già in atto e sta dando vita ad una rapida evoluzione di questo tipo di marketing.

“Esperienze di messaggistica corrono sopra lo strato operativo mobile. E in luoghi come la Cina già il 40% degli utenti WeChat è in contatto con diverse aziende ogni giorno (fonte: Qi’eZhiku 2016). “

Non sorprende vedere WeChat menzionato qui: 570 milioni di persone ogni giorno, infatti, effettuano il login per WeChat – non solo per chattare con gli amici, ma anche per altre attività, come la prenotazione di taxi, il check-in per i voli, i giochi, l’acquisto di biglietti per il cinema, la gestione dei conti, la prenotazione di visite mediche e le donazioni ad enti di beneficenza.

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Facebook, proprio questa settimana, ha annunciato una nuova partnership di pagamenti tramite app con la società di trasferimento fondi internazionali, TransferWise.

“La società Rogers Wireless  – ha concluso Moujahid – ha visto un aumento della customer satisfaction del 65% dopo l’integrazione in Messenger. L’esecuzione del servizio clienti sulla piattaforma di messaggistica permette di comunicare con il cliente in un ambiente familiare e ricco di spunti, preservando il contesto”.

In conclusione, è possibile sostenere che, se usata bene, la messaggistica è, indubbiamente, in grado di migliorare l’esperienza di ognuno. Non si tratta di come si possa vendere di più via Messenger, ma di come si possa usare questa piattaforma per fornire una migliore e più snella user experience in un luogo già familiare agli utenti.

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Insomma, i punti chiave delineati da Moujahid sono validi per comprendere quanto sia conveniente per un’azienda utilizzare Messenger per il proprio business. Un’applicazione in crescita continua e un aumento delle percentuali di utilizzo della stessa rappresentano indicatori importanti per decidere di includere all’interno della propria social media strategy un’esperienza su un’app di messaggistica.

Festa della Donna: ecco la statua apparsa in nottata a Wall Street

Qualcuno l’ha definita “branded art”, un pezzo d’arte curato da un marchio e dalla sua agenzia – McCann New York. Potremmo definirla un’operazione di guerrilla marketing: durante la notte tra martedì 7 e mercoledì 8 è infatti apparsa a Wall Street una statua che rappresenta una ragazza che affronta e guarda impavida il simbolo della finanza mondiale, il famoso Toro di Wall Street (in inglese Charging Bull).

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Ma chi c’è dietro questa campagna?

L’agenzia che ne ha curato la realizzazione è McCann New York per il cliente State Street Global Advisors, società che fornisce servizi di investment management e ha oltre 2.300 miliardi di dollari di assets gestiti. La scultura è stata realizzata da Kristen Visbal e fotografata da Federica Valabrega e simboleggia il potere delle donne in posizione di leadership.

Parte di una campagna della State Street Global Advisors, la statua desidera rafforzare il messaggio che le aziende che hanno donne in posizione di leadership (C-level) ottengono migliori performance anche al livello finanziario.

Non si tratta di vera e propria guerrilla in quanto McCann ha ottenuto i permessi per posizionare la statua in quel punto per almeno una settimana, sperando di poter allungare la sua permanenza.

UPDATE 27 marzo

Un portavoce del sindaco De Blasio ha annunciato a New York della decisione di tenere la statua lì fino a febbraio 2018. Ecco una citazione del Sindaco:

In her short time here, the Fearless Girl has fueled powerful conversations about women in leadership and inspired so many. Now, she’ll be asserting herself and affirming her strength even after her temporary permit expires — a fitting path for a girl who refuses to quit.

Cosa che invece non successe per il Toro che fu piazzato in quel luogo senza alcun permesso dall’artista Arturo Di Modica nel 1989. È diventato il simbolo della forza e del potere degli Americani a seguito del crollo della borsa di Wall Street di lunedì 19 ottobre 1987. I residenti lo amarono e la città decise di mantenerlo lì.

 

CREDITS
Client: State Street Global Advisors
Agency: McCann NY
Eric Silver: North American Chief Creative Officer
Tom Murphy: Co-Chief Creative Officer
Sean Bryan: Co-Chief Creative Officer
Lizzie Wilson: Sr. Art Director
Tali Gumbiner: Sr. Copywriter
Nathy Aviram: Chief Production Officer
Christine Lane: Exec Integrated Producer
Deb Archambault: Senior Integrated Producer
Doug Harrison: Junior Producer
Eric Johnson: Executive Music Producer
Dan Gross: Music Producer
Nathan Troester: Senior Editor
Kevin Kim: Strategy Director
Peter Bracegirdle: Executive Account Director
Molly Vossler: Account Supervisor
Steven Marchione: Senior Project Manager
Brett Berman: Content Creator
Eric Perini: Content Creator

Artist
Kristen Visbal: Visbal Sculpture, Inc.

Production Company
Brian Roberts: Owner, Traction Creative
Stuart Weissman: Owner, SWP

Photography
Federica Valabrega: Photographer
Jack Shanahan: DP
Jeff Clanet: AC
Kris Chu: Retoucher

Music
COPILOT Music + Sound

politica digitale

Digital Marketing: la sfida dei brand ai top trend 2017

La sfera del digital marketing sta per diventare la più complessa di sempre e i brand stanno “abbracciando” diversi paradigmi e si stanno dotando di una serie di strumenti per affrontare lo scenario in mutamento.

Il 2017 ha molti cambiamenti in cantiere pronti a far leva sulle generazioni iper-connesse e a percorrere la linea sottile che divide l’interazione umana dall’automation.

Dall’Intelligenza Artificiale all’Ephemeral Marketing, passando per Realtà Aumentata e Virtuale: questi sono i digital trend che stanno via via prendendo forma e che avranno un forte impatto sul marketing e sulla comunicazione.

Il trionfo dell’Intelligenza Artificiale

Secondo una ricerca della Weber Shandwick, il 68% dei CMO ha dichiarato che le loro aziende sono già in fase di pianificazione AI o ne stanno già utilizzando la tecnologia.

Mentre il 2016 puntava verso l’importanza dell’Intelligenza Artificiale, il 2017 richiederà proprio l’uso della stessa. Dal dire, al fare!

Gli investimenti di quest’anno stanno per triplicare e sarà la stessa tecnologia AI a guidare le decisioni di apertura al business.

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Tre “rami specifici” dell’Intelligenza Artificiale saranno da tenere in considerazione:

  • Chatbot: pronti a diventare pratica comune quest’anno,  saranno decisivi nell’assistere i touchpoint dei brand nella comunicazione automatica uno-a-uno sulle piattaforme social. Le compagnie dovranno quindi prepararsi per le conversazioni uomo-macchina.
  • Creatività: i brand continueranno a percorrere nuove forme di creatività nelle loro campagne, arricchite da elementi AI. Basta dare uno sguardo a case study come ING “The Next Rembrandt” o Chevrolet “Positivity Pump” per trarre ispirazione e capire come trarre vantaggio dall’AI in contesti creativi.
  • Customer insights: con l’identificazione del 2017 come l’inizio della “True Insights Revolution“, le compagnie potranno sbloccare l’accesso a potenti customer insights. Con lo sviluppo di tecnologie cognitive computerizzate, i brand saranno inondati di big data da analizzare in ottica strategica insights-driven.

I brand e l’Ephemeral Marketing

I brand stanno lanciando customer experience di durata temporanea e i marketer stanno avanzando velocemente per sfruttare al meglio la cosiddetta FOMO (fear of missing out) attraverso campagne di impatto che incoraggino la partecipazione tempestiva del pubblico.

Il “timore di sentirsi esclusi” è strettamente collegato all’adozione in massa di piattaforme social dalla condivisione fugace come Snapchat o Instagram, che di recente ha aperto ai contenuti video live. Secondo alcuni studi, tre giovani su quattro sono vittime della FOMO, a quanto pare strettamente collegata alla partecipazione sui social media.

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Dal fronte Instagram Live, il designer Tim Coppens ha utilizzato lo strumento 24 su 24 per mostrare la sua nuova collezione di abbigliamento durante Pitti Uomo, tenutosi a Gennaio.

Grazie ai nuovi lanci e alla FOMO sui social, i consumatori più giovani (soprattutto la generazione Z) potranno essere globalmente coinvolti in contenuti live a tempo limitato.

I brand non devono aver timore a produrre contenuti con una data di scadenza, se il messaggio è di qualità i consumatori continueranno a parlarne.

Realtà Aumentata vs Realtà Virtuale

Il 2016 è stato l’anno della corsa agli armamenti per le tecnologie immersive, in particolar modo per la realtà aumentata e virtuale.

Mentre la VR sembrava condurre con un alto potenziale per il consumo di massa, l’introduzione e la natura virale di Pokemon Go ha consentito alla Realtà Aumentata di emergere come il trend più forte ed accessibile.

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Sebbene si sia cercato di rendere la Realtà Virtuale fortemente commerciale con l’introduzione di headset a buon mercato da parte di molte compagnie, la sua natura restrittiva la rende ancora poco appetibile agli occhi delle compagnie e dei consumatori.

Secondo Horizon Media, solo il 25% dei consumatori sarebbe disposto a spendere più di $250 in dispositivi VR e la notorietà tra i consumatori è stimata al 33%.

La maggior parte delle esperienze VR trovano spazio nell’industria dei videogiochi e gli headset sono pensati per essere utilizzati solo da una persona alla volta, caratteristica che rende l’esperienza solitaria.

Questo è un  problema, in quanto i consumatori non vogliono soltanto condividere la loro esperienza con la loro community online, ma anche nella vita reale.

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L’adozione estesa è più plausibile per la Realtà Aumentata, grazie alla sua natura inclusiva. A differenza della VR, è facile per il pubblico avere un’esperienza digitale nel mondo reale con i loro amici senza meccanismi restrittivi.

Ci si aspetta di assistere ad un incremento di attivazioni AR al di fuori delle mura domestiche, i packaging AR alimentati da app come Blippar ed elementi mutuati dal mondo dei videogiochi (come il prototipo di Lumus lanciato al CES).

I brand saranno pronti a cogliere la sfida e le opportunità rappresentate da tutti questi digital trend di rottura?

Santa Clarita Diet e la campagna multi-screen a Times Square

Quando parliamo di campagne multi-screen di solito facciamo riferimento al digital advertising e alla possibilità che una campagna pubblicitaria sia pianificata ed erogata in maniera simultanea su diversi device.

Questa volta però vi parliamo di una creatività comparsa su tradizionali billboard – forse i più famosi del mondo – gli schermi di Times Square a New York. L’inserzionista è ormai il più famoso innovatore in pubblicità, Netflix, e la serie è l’assurda “Santa Clarita Diet”, con Drew Barrymore e Timothy Olyphant, di cui vi abbiamo parlato per la campagna splatter in giro per il mondo.

In questa nuova azione Sheila, interpretata da Drew Barrymore, si muove letteralmente tra i diversi annunci video trasmessi (ovviamente fake) per “attaccare” i personaggi protagonisti. Non vi diremo più nulla sennò poi dite che facciamo spoiler. A voi il video della campagna, firma l’agenzia Doner, Los Angeles, USA.

Santa Clarita Diet Thrill Board from LOGAN on Vimeo.

festa della donna 2017 gli spot più belli

Festa della donna: i 10 spot più belli di sempre

Negli ultimi anni abbiamo assistito ad una vera rivoluzione della figura della donna nella pubblicità, con messaggi che spaziano dall’accettazione della propria estetica a tematiche più “scomode”, come la disuguaglianza tra i sessi, la violenza sulle donne, la pubertà.

Festa della donna 2017, un messaggio oltre la pubblicità

Un’evoluzione del contenuto pubblicitario che ben si inserisce nel trend delle campagne per brand “socialmente responsabili”, che sta generando qualche polemica tra pubblicitari, sociologi ed opinionisti, pronti a scagliarsi chi a favore, chi contro il #femvertising

Non c’è dubbio che queste campagne siano state sviluppate dai brand per obiettivi commerciali, ma molte portano un messaggio potente che vale la pena condividere!

Abbiamo selezionato i dieci spot per la Festa della Donna che negli ultimi anni sono riusciti a incarnare al meglio lo spirito di questa giornata e a lanciare un messaggio positivo per tutte.

LEGGI ANCHE: Facebook, Disneyland Paris e Cirque du Soleil: i migliori annunci stampa della settimana

1. Ariel, #ShareTheLoad

Un padre che scrive una lettera alla propria figlia scusandosi per conto di ogni padre che ha dato il cattivo esempio non occupandosi delle faccende domestiche.

Adatto sia alle donne, che si sentiranno gratificate e riconosciute per i tanti impegni e il celeberrimo multi-tasking, sia agli uomini con elevato senso critico.

2. Barbie, Imagine the Possibilities

Il divertente copy invita le piccole protagoniste ad usare la propria fantasia per trovare la propria strada e diventare “tutto ciò che vorranno essere” da grandi: che sia essere una professoressa, un veterinario, o ancora -perché no – intraprendere una professione tipicamente maschile come il coach di football.

LEGGI ANCHE: Lo spot di Barbie abbatte gli stereotipi di genere: i papà giocano con le bambole

3. The Clinton Foundation, We are not there yet

La Clinton Foundation ha sviluppato questo spot per la Festa della Donna del 2015 riassume bene alcuni dati sulla disuguaglianza di genere:

“…Una ragazza su 4 nel mondo si sposa prima di aver compiuto 18 anni”

O ancora

“ negli Stati Uniti in media una donna guadagna in media 78 centesimi per ogni dollaro guadagnato da un uomo”

Tema quest’ultimo che scandalizza particolarmente le celebrità presenti nello spot, tra cui Sienna Miller e Cameron Diaz.

4. Always, #Likeagirl

Una campagna di un paio di anni fa, che ha ottenuto un successo estremo sui social. L’idea creativa ruota intorno al significato di “Like a girl” (dalle nostre parti lo tradurremmo in “come una femmina”), espressione spesso utilizzata in modo dispregiativo.

Ma chi l’ha detto che “come una femmina” debba essere per forza un insulto?

5. Verizon, Inspire Her Mind

Seguiamo la vita della giovane e vivace protagonista, dai suoi primi passi fino all’adolescenza, e le frasi dei genitori per dissuaderla dall’avvicinarsi alla scienza.

La pubblicità gioca sul doppio significato di pretty in Inglese (che significa sia “bello/carino” che “abbastanza/piuttosto”) e si conclude con la frase:

“Isn’t it time we told her she is pretty brilliant too?”

6. Pantene, Labels Against Women

Quante volte ci siamo ritrovate, magari al bar a discutere di come se certe azioni fossero state intraprese dagli uomini sarebbero stati osannati, mentre quando vengono compiute dalle donne vengono etichettate in modo completamente diverso?

La pubblicità di Pantene gioca proprio su questa dualità e invita le donne a non farsi limitare dalle etichette e “Be strong and shine”.

https://www.youtube.com/watch?v=-K2kfgW7708

7. Dove, Real Beauty Sketches

Forse lo spot più storico e noto di questa selezione, parte della campagna Real Beauty, che si ripropone di usare la bellezza come un’arma di sicurezza in se stesse e non fonte di ansia.

L’idea di questo specifico copy è dimostrare che noi donne “siamo più belle di quanto crediamo”. Per farlo Dove ha reclutato uno specialista in identikit per creare ritratti sulla base della descrizione che le protagoniste gli davano di se stesse per poi metterli a confronto con quelli creati sulla base delle descrizioni che degli sconosciuti hanno dato di loro.

Se ancora non avete visto questo video preparate i fazzoletti!

8. Microsoft, #MakeWhatsNext

L’International Women’s Day 2016 ha avuto come tema principale la parità tra i sessi. In questa occasione Microsoft ha deciso di contribuire al dibattito mostrando il contributo che le donne hanno dato allo sviluppo scientifico e tecnologico della nostra società.

In questo video Microsoft ha chiesto a bambine e ragazze di diverse età di menzionare inventori/inventrici famose (il termine “inventors” in inglese è di genere neutro): tanti i nomi al maschile, da Da Vinci a Tesla, ma quando invece si parla nello specifico di inventrici, quali sono i nomi che vengono in mente?

Lo spot ci ricorda alcune delle migliori invenzioni in rosa, per celebrarne il ruolo nel progresso della società e stimolare le nuove generazioni di bambine a dedicarsi a carriere nella scienza.

9. Pantene, Not Sorry

Vi siete mai accorte che noi donne chiediamo sempre “scusa”?

Pantene ci propone una serie di scene in cui potremmo essere più assertive e risolute, al motto di “Sorry, notsorry”.

https://www.youtube.com/watch?v=p73-30lE-XE

10. Under Armour,  I will what I want

Questo spot del brand di abbigliamento e accessori sportivi Under Armour ci invita a credere in noi stesse e nelle nostre capacità, anche quando tutto sembra dirci il contrario, e lo fa attraverso la storia di Misty Copeland, che contro ogni aspettativa (razziale e fisica) è riuscita a diventare prima ballerina dell’American Ballet Theatre.

Il tema dell’International Women’s Day 2017 è Be bold for change, in attesa di scoprire come i brand interpreteranno questa idea, vi facciamo i nostri migliori auguri per la Festa della Donna e vi invitiamo a condividere con noi gli esempi di donne che con il loro coraggio hanno contribuito e contribuiscono, anche nel loro piccolo, a cambiare il mondo.

Happy International Women’s day!

eCommerce Management: strategie e piattaforme per vendere online

eCommerce Management: strategie e piattaforme per vendere online

L’eCommerce Manager assumerà, sempre di più nel corso di quest’anno, un ruolo centrale nella vendita.

Dopo aver parlato a lungo dell’evoluzione e della crescita di questo settore, dell’importanza del mobile, dei social e della user experience nel customer journey, tutti gli studenti Ninja non si faranno più trovare impreparati.

Grazie alle lezioni di Daniele Vietri e Giovanni Cappellotto, durante il Corso Online in eCommerce Management targato Ninja Academy abbiamo scoperto cosa fa effettivamente un eCommerce Manager, in che modo è possibile sviluppare una strategia di business digitale in collaborazione con Marketing Manager e Responsabili di prodotto, come identificare i mercati target per permettere al marketing di sviluppare campagne che attirino più visitatori ed aumentino il giro d’affari proveniente dal web.

Ma andiamo con ordine, ecco tutto quello che abbiamo imparato durante il Corso.

eCommerce Management: strategie e piattaforme per vendere online

1. Focalizza sull’esperienza utente

Per trasformare ogni clic in una conversione è necessario tenere bene a mente la focalizzazione sull’esperienza utente. Rendere semplice l’interfaccia, accompagnare l’utente all’acquisto, semplificare i pagamenti, raggiungere l’utente giusto al momento giusto, sono azioni fondamentali a cui prestare attenzione.

2. Bilancia posizionamento del brand ed obiettivi di vendita

Non basta che un marchio sia ben posizionato per vendere e non è sufficiente aver individuato il target giusto, è necessario misurare sempre quali possano essere gli obiettivi di vendita realizzabili sulla base dei dati a nostra disposizione. Delineare con precisione quali sono i prodotti da offrire online, i prezzi e le politiche di vendita sarà il punto di partenza per migliorare il nostro giro d’affari online.

eCommerce Management: strategie e piattaforme per vendere online

3. Acquisisci nuovi utenti, convertili in clienti fedeli

Far raggiungere il nostro sito eCommerce, iniziare a guadagnare con i primi acquisti degli utenti, è solo l’inizio del nostro lavoro come eCommerce Manager. Per assicurare che l’attività online cresca è necessario convertire gli utenti in clienti fedeli, attraverso tecniche e comunicazioni ad hoc.

4. Coordina il team e controlla i flussi di contatto e customer care

Il team è tutto, anche nel caso di un eCommerce. Una gestione corretta dei processi e dei flussi di lavoro consentirà di rendere più rapida la vendita e più efficace l’assistenza al cliente: trasformare un dubbio in un acquisto è la chiave verso la conquista di un cliente fedele.

5. Scegli la piattaforma di vendita corretta e gestisci i contenuti

Ogni settore e ogni progetto di vendita online richiede piattaforme, strumenti e contenuti adatti. Programma, gestisci, pianifica. Anche questo contribuirà ad ottenere un processo di vendita più semplice e veloce, e ci permetterà di aumentare le vendite.

eCommerce Management: strategie e piattaforme per vendere online

6. Gestisci i contatti con i fornitori e sviluppa programmi di affiliazione

Come massimizzare i profitti e migliorare la propria offerta? Semplice, attraverso contatti gestiti correttamente con i fornitori e lo sviluppo di programmi di affiliazione, che ci consentiranno di vendere attraverso canali differenti e ampliare la nostra offerta.

7. Implementa la sicurezza in fase di acquisto

Per il cliente è fondamentale sentirsi sicuro prima del fatidico clic sul “Paga ora”. Conoscere le diverse opzioni e migliorare le procedure di sicurezza nell’acquisto, grazie a tool e servizi digitali, ci consentirà di aumentare rapidamente le vendite, comunicando in modo corretto con i potenziali clienti.

eCommerce Management: strategie e piattaforme per vendere online

eCommerce Management, ecco cosa sappiamo fare adesso

Grazie al Corso Ninja, adesso sappiamo:

  • scegliere la migliore piattaforma di vendita per la nostra azienda
  • equilibrare aspetti gestionali e funzioni aziendali in un progetto di eCommerce di successo
  • garantire una user experience coerente e multicanale
  • acquisire nuovi clienti con le tecniche di Digital Marketing applicate all’eCommerce
  • progettare una strategia mobile che aumenti le conseversioni
  • comprendere gli aspetti legislativi nel costruire relazioni sostenibili con gli acquirenti online

L’esperienza Ninja Academy

Il corso di Ninja Academy non è stato solo un momento didattico, ma ai momenti di apprendimento si sono alternati quelli di confronto tra gli studenti e con i docenti.

ecommercemanagementLa passione per le nuove abilità e competenze ci ha accompagnati perfino di notte!

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Anche dovendo affrontare la prova finale

Corsoecommerce

…non potevano mancare i ringraziamenti per la bella esperienza.

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E adesso?

Scopri il Master Online in eCommerce Management [60 ORE Online] di Ninja Academy! 🙂
Seguendo questo percorso, riuscirai a:

  • Progettare e scrivere una eCommerce Strategy a 360 gradi
  • Adottare un approccio omnicanale alle vendite online
  • Mappare il mercato di riferimento ed analizzare in maniera approfondita il target
  • Scegliere le piattaforme di vendita più adatte ed orientarti tra i possibili marketplace
  • Comprendere gli step operativi per i processi di internazionalizzazione di un eCommerce
  • Conoscere gli adempimenti normativi fondamentali per vendere online
  • Impostare processi di gestione legati alla logistica ed al magazzino
  • Strutturare attività e piani di marketing per promuovere il tuo negozio online
  • Focalizzarti sui giusti canali di acquisizione clienti e costruire un Customer Care efficiente

Per qualsiasi informazione, puoi scrivere a info@ninjacademy.it oppure telefonare 02/400.42.554

Be Ninja!

Le reactions di Facebook compiono un anno

Quello appena passato è stato un mese di compleanni importanti per Facebook: il primo, il 9 Febbraio, quello del tasto Mi Piace che ha spento ben 8 candeline, il secondo è quello delle reactions che lo scorso 24 Febbraio hanno compiuto il loro primo anno di vita.

Un anniversario speciale per Facebook che annunciò l’innovazione presentandola come “the new Like button with more ways to express yourself” senza però riuscire a soddisfare i molti utenti ancora in attesa dell’agognato tasto Non Mi Piace.

Reactions: un anno dopo

Quanto e quali reactions abbiamo utilizzato? Tirando le somme, a dominare qualsiasi tipo di statistica c’è solo il tasto Mi Piace. La mano col pollice in su ha cambiato grafica svariate volte ma è sempre in testa con una media di utilizzo al minuto di 4 milioni.

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Un numero enorme che le nuove rections non riescono a eguagliare calcolando che dal loro lancio sono state utilizzate (solo) 300 miliardi di volte nella loro versione classica e nelle edizioni limitate in occasione di Halloween, per il Mother’s Day e per l’anniversario di Star Trek.

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Ma nonostante il loro basso tasso di utilizzo, per Facebook le reactions rappresentano comunque un potente indicatore d’interesse. In altre parole, un semplice Mi Piace suggerisce a Facebook che siamo interessati a un certo contenuto di cui (probabilmente) vorremmo vedere di più, ma l’utilizzo di qualsiasi altra reaction, anche negativa, invia un segnale ancora più forte.

Facebook fa notare che attualmente tutte le reazioni sono ponderate allo stesso modo e che gli algoritmi usati per le news in evidenza non danno preferenza a nessuna delle cinque faccine, ma per incentivare l’uso del nuovo strumento concede a queste un margine d’importanza molto più consistente rispetto al semplice Like.

Questione di contenuti

Le performance delle reactions variano e di molto, in base ai contenuti: a dimostrarlo è uno studio di Quintly che evidenzia come i contenuti video riescano a generare molte più reactions di foto o semplici aggiornamenti di stato.

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Per non parlare dei sondaggi live (di cui Facebook sta cercando di limitare l’uso) che hanno spopolato negli ultimi mesi generando massive quantità di engagement facendoci rispondere a qualsiasi tipo di domanda: dalle preferenze per le elezioni presidenziali americane al miglior film di Natale di sempre.

What's The Best Holiday Movie?

Gepostet von BuzzFeed am Mittwoch, 14. Dezember 2016

 

Dopo il quanto è interessante anche notare il dove le reaction hanno spopolato. Sondaggi su scala internazionale mostrano una top 10 con una maggioranza schiacciante di Paesi del Sud America: Messico, Cile e Suriname sul podio, a seguire la Grecia come unica nazione europea e gli Stati Uniti all’ottava posizione.

L’amore trionfa

Nonostante le continue richieste di un tasto Dislike da parte degli utenti di Facebook non è la faccina triste né tantomeno quella arrabbiata a spopolare tra le reactions, ma il cuore.

In fin dei conti questo simbolo non è già di per sé semiologicamente sinonimo di Mi Piace? A rigor di logica sì visto che su altre piattaforme come Instagram e in seguito Twitter (che ha deciso di inserirlo a scapito della stella), rappresenta l’unica maniera per esprimere un giudizio positivo su un post.

Da un anno dunque, l’amore trionfa anche su Facebook e con margini più che evidenti: al netto dell’uso del tasto Mi Piace, vincitore indiscusso ormai insito nelle nostre abitudini social è il tasto Love con un utilizzo che supera il 50%. Seguono in ordine il tasto Angry, Sad, Wow e infine Haha con il 9,5%.

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Fino al giorno del lancio di reactions era praticamente impossibile esprimere una reazione negativa a un post. Ora lo è, ma la percentuale di utenti che utilizzano il tasto Angry è molto bassa nonostante le nostre timeline contengano anche cattive notizie.

Quindi riassumendo: gli utenti Facebook volevano esprimere disappunto e avrebbero voluto farlo con il tasto Non Mi Piace. Zuckerberg regala una reaction per la rabbia e una per la tristezza e quindi la possibilità di manifestare non una ma ben due emozioni negative. Ciononostante gli utenti non le prediligono e preferiscono interagire con contenuti divertenti o che semplicemente lascino spazio emozioni positive.

Forse questi dati confermano come Facebook sia percepito in primis come una piattaforma d’intrattenimento su cui (giustamente) condividere momenti divertenti che generino reazioni piacevoli. O forse non è un caso che le due reactions siano le ultime per ordine e quindi meno pratiche da selezionare?

Vuoi commentare l’articolo? Prima devi dimostrare di averlo letto rispondendo ad un quiz

La Norvegese NRK ha forse trovato l’uovo di colombo per far sì che i commenti sul magazine online NRKBeta (che esamina le tendenze nei media, della tecnologia e del giornalismo) siano rilevanti, non siano spam e, soprattutto, non attirino troll: per commentare prima devi aver dimostrato di aver letto l’articolo. Un semplice quiz con tre facili domande e superabile in appena 15 secondi è lo strumento ideato allo scopo.

nrkbeta

Altri siti dell’emittente norvegese non sono aperti ai commenti, ma in questo dedicato ad argomenti tecnologici è sempre stato possibile commentare senza che ci fossero problemi: la comunità di lettori abituali ha sempre dibattuto dei vari argomenti, mantenendo un tono civile e costruttivo.

Ma per alcuni argomenti particolarmente sensibili che attirano lettori non abituali e potenziali troll, ecco la nuova introduzione, che sta facendo tanto discutere (e non solo in Norvegia).

Secondo le dichiarazioni di Marius Arnesen, editor di NRKbeta,

“Forzare gli utenti a dedicare un momento in più a pensare al commento che desiderano postare, permette loro di riflettere anche sul tono dello stesso”

La notizia che ha fatto considerare di predisporre questo sistema è quella di un nuovo sistema di sorveglianza digitale che le autorità norvegesi vorrebbero mettere in funzione ed è possibile leggerla qui.

Certo, è in norvegese, ma google traduttore potrà aiutarvi se siete interessati a capirne il senso, ed eventualmente a tentare il test.

Tradotto in italiano (sempre da Google) si presenta come in figura.

il quiz della norvegese NRK

 

 

Per alcuni è un sistema che limita la libertà di fruizione di Internet, per altri è un sistema per alimentare un dibattito di tenore più elevato: chi commenta ha letto e la discussione può partire da lì.

Il quiz è generato dagli autori di ogni post, ma per renderlo più efficace potrebbe non essere più così in futuro. Infatti, nonostante sia stato appena messo in funzione, circolano già alcuni script che possono aiutare ad aggirarlo.

I responsabili del sito norvegese comunque pensano che ne valga la pena: script o non script, il tempo impiegato a superare il quiz può essere sufficiente a calmare gli animi o scoraggiare i meno pazienti e aggressivi tra i commentatori potenziali.

Combattere i commenti tossici

Non è questo l’unico sistema possibile per affrontare i commenti tossici: Alphabet, l’azienda madre di Google, sperimenta tecniche di intelligenza artificiale con Perspective, lo strumento per identificarli nei siti del New York Times, l’Economist, The Guardian e Wikipedia. Altri siti come il Times o il Washington Post collaborano per creare strumenti open source.

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Probabilmente è troppo presto per capire se l’approccio migliore sia quello della NRK, quello della startup Civil che affida alla comunità di lettori il giudizio sui commenti pubblicati da altri (e sui propri, prima di farlo) o quelli già citati.

Ma se volete provare nel vostro sito l’approccio norvegese, troverete su GitHub il codice necessario per creare il vostro sistema “commenta dopo il quiz”.

Noi ci fidiamo e vi chiediamo di commentare sulla nostra pagina Facebook e nel nostro gruppo LinkedIn.: che ve ne pare? Funzionerà?

Trigger, la nuova app di Twitter pro beneficenza

Natale è lontano, ma è tempo di diventare più buoni. Arriva così Trigger, una nuova piattaforma che converte la rabbia delle persone in buone azioni.

Se ve lo state chiedendo, no, non è una truffa e non è una trovata di incalliti sostenitori della religione. Molto di più: consente semplicemente di reagire in maniera positiva ad un momento di stizza o di rabbia.
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L’idea di base è molto semplice: il creatore Isaac Alfton ha riscontrato, in primis nel suo approccio con i social, una sorta di liberazione nell’abbandonarsi in commenti ostili, offensivi e pseudo tali nei vari momenti di debolezza.

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Fare della beneficenza non è roba da duri
, almeno così si pensa. E per tutti coloro i quali pensano che le ONG siano fatte di “raggi di sole e unicorni”, parafrasando Alfton, e non ci si possa quindi rispecchiare in tal mondo, ecco la soluzione adatta.

Un progetto iniziato un po’ di tempo fa, ma partorito in occasione dell’acceso clima politico creatosi in America durante le scorse elezioni. Insomma, in guerra, in amore ed in politica tutto è concesso: anche donare con un tweet!

Ma come funziona?

Per utilizzare Trigger è sufficiente rispondere ad un tweet, invece che con con paroloni, semplicemente con un importo economico, taggando la ONG a cui si vuole donare e aggiungendo l’hashtag #TriggerGive. Ma se questo rappresenta troppo ‘bene’ per voi, potete comunque allegare un messaggio.

Quindi, ricapitoliamo:

  1. Ti connetti
  2. Ti arrabbi
  3. Tagghi chi devi taggare, aggiungi l’importo e #TriggerGive
  4. Ti senti meglio

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Ovviamente, prima di donare, è necessario creare un account sulla piattaforma a cui allegare una carta o un codice bancario. Peccato che questo account però, mensilmente, scali una piccolissima percentuale per sostenere i servizi che la piattaforma offre. Anche PayPal, per garantire il servizio sicuro, aggiunge una percentuale sulla donazione pari al 2.9%.

Se vi state ancora chiedendo su che criterio dovreste poi scegliere la no-profit, anche qui Isaac ha pensato proprio a tutto: Trigger verifica quelle che davvero sono senza scopo di lucro e le passa in rassegna sulla piattaforma. Poi, ogni utente può scegliere a chi donare.

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Sì, si può dire: non è del tutto una novità. Ci sono altre piattaforme simili che offrono servizi paralleli. È il caso di tinyGive o GoodWorld. In fondo, ci sono tante e tante brave persone al mondo, non solo chi sbotta e borbotta sui social. E se c’è chi lo fa, non è detto che non sia poi una brava persona. Insomma, trasformare la rabbia in bene sociale si può. Cominciamo?

Lavoro e produttività: le 8 domande che devi porti

Essere sempre concentrati sul lavoro non è facile: durante il giorno possono esserci dei momenti in cui il livello di attenzione cala al minimo storico e la creatività scende a picco.

Ci sono persone che riescono ad organizzare la loro attività professionale in modo semplice ed ordinato. Persone che, per combattere le distrazioni, si focalizzano ogni giorno sui propri obiettivi e lavorano sodo per raggiungerli.

La differenza tra l’essere “occupati” e l’essere “produttivi” sul posto di lavoro risiede proprio nella capacità di ottimizzare il proprio tempo per ottenere i migliori risultati.

Ti sei mai chiesto se sei produttivo sul lavoro o semplicemente “occupato”? Per rispondere a questa domanda e massimizzare il tuo successo sul lavoro dovresti porti otto quesiti. Vediamoli insieme.

Young female student working at home.She sitting in her working room and typing something on laptop.

1 – “Lavoro fissandomi un obiettivo?”

La prima domanda che devi porti (la più importante) riguarda proprio i tuoi obiettivi. Il lavoro senza uno scopo vero e proprio è solo fatica.

Le persone produttive sanno sempre quello che fanno e lavorano per raggiungere una meta. Per favorire questo processo, le persone produttive fissano obiettivi a breve e a lungo termine e determinano, step dopo step, la soluzione migliore per perseguirli.

Non pensare che l’essere preciso ed organizzato ti renda schiavo della routine. Al contrario, la pianificazione ti aiuterà ad eliminare tutti gli ostacoli che incontrerai sul tuo cammino e a mettere da parte tutte le distrazioni.

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2 – “Creo un sistema a supporto dei miei obiettivi?”

Per far sì che i tuoi obiettivi ti conducano ai risultati sperati, hai bisogno di collocarli nella giusta cornice. Se sei un imprenditore, il tuo desiderio più grande sarà quello di costruire un business che funzioni. Ciò comporterà la messa a punto di un sistema costituito da processi di vendita, marketing, realizzazione, gestione delle risorse.

Le persone produttive si impegnano nella costruzione di un sistema che li aiuti a dare la giusta direzione ai loro progetti e a raccogliere i primi frutti anche nel breve periodo.

3 – “Credo in me stesso?”

Lavorare sodo è difficile. Non raggiungere i risultati sperati nei tempi che ti sei prefissato può portarti a perdere l’ottimismo e a non credere nelle tue capacità. Beh, non c’è nulla di più sbagliato.

Le persone “occupate” sono predisposte alla rinuncia, ma le persone produttive no.

Non bisogna mai mettersi in dubbio per un insuccesso. Quello può capitare. L’importante è che tieni a mente che l’unico modo per realizzare i tuoi progetti non è semplicemente provarci, ma continuare a provarci per riuscirci. Credendoci e credendo nelle tue potenzialità. If you dream it, you can do it.

4 – “Credo di avere il controllo della mia vita?”

Molte persone credono che i successi o gli insuccessi con cui si scontrano nella loro vita dipendano da fattori esterni, come la fortuna.

La fortuna può sicuramente fare la sua parte, ma le persone produttive non se ne preoccupano, perché hanno il pieno controllo della propria vita.

Non si può controllare la fortuna ma, sicuramente, si può avere il controllo delle proprie azioni. Se desideri che qualcosa, impegnati per far sì che quel qualcosa accada, senza preoccuparti di condizionamenti esterni. Ricorda che dipende solo da te.

5 – “Riesco a cogliere le opportunità al volo?”

Le persone produttive hanno un’ampia visione del mondo e sanno cogliere al volo le nuove opportunità.

Se avvisti un modello che funziona e che porta innovazione al tuo sistema, fallo tuo ed inglobalo. Non avere paura di provare cose nuove, di sperimentare e di metterti in gioco. Non percepire il cambiamento come tuo nemico: potrebbe essere il tuo miglior alleato.

6 – “Posso usare i miei obiettivi per prendere decisioni?”

La capacità di prendere decisioni è fondamentale per raggiungere i tuoi obiettivi. Usa i tuoi obiettivi come una guida, perché ti aiuteranno ad essere più determinato e a fare le scelte migliori per te. “Sarà questo ad aiutarmi a raggiungere il mio obiettivo? Se no, non lo farò”.

L’indecisione nasce dalla mancanza di uno scopo. Se ti senti in balìa dei tuoi dubbi, fermati e fai un passo indietro. Quando sai di voler qualcosa veramente, la maggior parte delle decisioni dovrebbero essere quasi automatiche.

7 – “Sono multitasking?”

Secondo alcuni studi, essere multitasking non rende affatto più produttivi. Al contrario, fare più cose contemporaneamente agisce negativamente sulla qualità del lavoro, rendendolo inefficiente.

Puoi essere d’accordo o meno, ma le persone produttive si concentrano su una cosa alla volta, la portano a termine e poi si concentrano su altro. E lo fanno in maniera impeccabile.

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8 – “Posso chiedere aiuto subito?”

Le persone produttive sanno chiedere aiuto se non riescono ad ottenere qualcosa. Chiedere aiuto non è un segno di debolezza, anzi: dare fiducia ad un’altra persona significa apprezzare la sua esperienza, le sue competenze, il suo intuito.

Il rispetto reciproco è alla base di ogni rapporto e il modo migliore per costruirlo è quello di essere il primo a mostrarlo.

Ascolta i consigli degli altri e circondati di persone ottimiste capaci di creare un clima di rispetto e fiducia. Anche se non riuscirai a raggiungere i tuoi obiettivi, la tua vita sarà sicuramente più ricca.