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Un Social Media Planning efficace? Mai perdere di vista l’obiettivo di comunicazione

PostNM_Magnaghi

Nella comunicazione moderna i Social Media stanno assumendo un’importanza sempre più elevata nella formulazione di un piano integrato di comunicazione, così è importante saper scegliere lo strumento corretto attraverso cui far sentire la propria voce, individuare il target adatto, creare una campagna completa ed efficace, senza però mai dimenticare l’obiettivo di comunicazione prefissato.

Le regole per un perfetto Integrated Social Media Planning ce le illustra Marco Magnaghi, Chief Digital Officer di Maxus Italia, a GroupM company, intervistato speciale perché docente del Master in Social Media Marketing di Ninja Academy.

Gli ingredienti di una pianificazione efficace: target, contenuto e costi. Nella pianificazione sui social network che importanza hanno?

Sui Social Network così come in ogni altro contesto pubblicitario, gli elementi da tenere in considerazione sono sempre gli stessi: qual è il target a cui vogliamo rivolgerci? Quali obiettivi vogliamo raggiungere? Con quali contenuti e attraverso quali modalità possiamo colpire l’attenzione dei nostri interlocutori? Quanti soldi possiamo permetterci di spendere?

È una sequenza di molto buon senso ma molto spesso, ancora, sui social network si pianifica secondo un piano editoriale, o contenuti ritenuti attuali, e il successo dipende da logiche di engagement (quante interazioni ho ottenuto, quanti utenti ho raggiunto, quanti costi ho sostenuto) spesso trascurando il legame con l’obiettivo iniziale di comunicazione.

Ci troviamo di fronte un vasto panorama di strumenti paid, ci consigli come scegliere al meglio quello più adatto a noi?

La scelta degli strumenti, come anticipato prima, deve essere fatta in funzione degli obiettivi: se voglio farmi conoscere e raggiungere un’ampia audience dovrò usare strumenti di awareness e branding; se desidero ottenere risultati immediati in termini di conversioni (dal semplice accesso al sito alla raccolta di Lead fino ad arrivare alle vendite) potrò utilizzare strumenti di Direct Response.

Se il mio obiettivo è il coinvolgimento degli utenti potrò usare i “tradizionali” strumenti di Engagement.

Nel primo caso, soprattutto per i brand con elevati budget, Facebook propone sempre di più strumenti complementari alla TV e la stessa pianificazione ne replica le logiche: pensiamo alle modalità di acquisto “Reach&Frequency” (copertura del target e frequenza di contatto) o Target Rating Point che permettono di raggiungere milioni di persone controllando la frequenza di contatto (cosa che, con i post tradizionali, non si può impostare).

Sempre in tema di Awareness, mentre Reach&Frequency e TRP sono disponibili solo per grandi aziende e agenzie, le pianificazioni che ottimizzano i costi per click o costi per visualizzazione sono quelle più diffuse per tutti gli advertisers, grandi e piccoli, che possono pianificare una inserzione con pochi euro su Facebook, Twitter, YouTube, fino a spenderne migliaia.

In termini di Direct Reponse, ormai tutte le piattaforme prevedono l’utilizzo di pixel di tracciamento per valutare quanto il traffico generato dai social network si riversa sui siti aziendali e quanto gli utenti concludono le azioni ipotizzati dagli advertisers: accessi, download, iscrizioni, fino ad arrivare alle vendite.

Il panorama di strumenti è articolato, ma la scelta viene agevolata se gli obiettivi sono chiari. Prima di iniziare una pianificazione occorre riflettere attentamente sul perché delle attività che si desidera raggiungere.

Come avviene il passaggio da Reach a Conversion?

Non è detto che le due dimensioni debbano essere per forza messe in relazione: possiamo gestire campagne che ottimizzano la copertura, come visto in precedenza, oppure tendere immediatamente alla conversione e ottimizzando di conseguenza questo parametro.

Anche Facebook dichiara chiaramente questo approccio all’interno della piattaforma di gestione degli annunci: dimmi cosa vuoi e ottimizzerò il costo di conseguenza.

Per gli utenti più evoluti è possibile ragionare con logiche di remarketing, andando a ricontattare (remarketing positivo) o escludere (remarketing negativo) gli utenti che abbiamo già visto la pubblicità o compiuto un’azione. In questo modo si riescono a ottimizzare entrambi gli obiettivi di massimizzazione della reach e ottenimento dei risultati di conversione.

social media

Passiamo dalla teoria alla pratica: come si converte un planning preciso in una campagna efficace?

L’efficacia di una campagna dipende da quanto tempo desideriamo investire una volta che l’attiviamo.

In fase iniziale sarà utile avere molteplici annunci con diversi target e vedere che risultati ottengono una lanciati: il lavoro di test e ottimizzazione è fondamentale. Solamente quando saremo “live” capiremo se le scelte di target, contenuti e strumenti da noi ipotizzate sortiranno gli effetti desiderati. Campagna dopo campagna inizieremo ad avere i nostri “benchmark” e capiremo se stiamo andando meglio o peggio del previsto.

Quindi, in pratica, occorre definire diversi parametri ed essere pronti a modificarli per ottimizzare i costi, da un lato, e migliorare gli obiettivi che ci siamo prefissati, dall’altro.

Appare fondamentale affiancare a una buona creatività una ottima gestione della campagna, corretto inserimento dei pixel di tracciamento, lettura degli analytics delle pagine sui siti (quando abbiamo obiettivi di Direct Response): la pianificazione sui social network sta diventando sempre più trasversale ai mezzi ed è necessaria una gestione che sia anch’essa trasversale al mezzo.

Uno sguardo al futuro: come immagini il socia media advertising tra qualche anno? Quali sono le tendenze verso cui stiamo andando?

Nel mondo social è già difficile descrivere cosa succederà tra qualche mese… praticamente impossibile immaginare uno scenario a lungo termine. Stiamo assistendo al consolidamento di Facebook che, con i suoi quasi 1,5 miliardi di utenti, continua a essere il punto di riferimento nell’ambito social, sia per lo svago dello persone che per le opportunità di contatto delle aziende.

La crescita di altri social newtork con profili sempre più circoscritti è un dato di fatto (per es: Pinterest per un pubblico più femminile, Snapchat per un’audience più giovane).

Nel lungo termine quello che possiamo immaginare è che il trend di automazione degli acquisti pubblicitari attraverso piattaforme automatiche, il cosiddetto Programmatic Buying, riguarderà sempre di più anche i social network: gli spazi pubblicitari di tutti i social network, con audience più o meno ampie, non potranno prescindere dal transitare all’interno dei grandi bacini di spazi pubblicitari (adexchange).  Gli advertiser potranno così definire e gestire in modo centralizzato e sempre più ottimizzato campagne trasversali ai social media, al web o mobile legati alla display, incrementando le opportunità di targetizzazione e, quindi, il ritorno economico.

Un’intervista, un’introduzione a quello che sembra un panorama in continua evoluzione come quello della strategia Social Media Planning integrata.

Per approfondire il tema non perderti il Master in Social Media Marketing powered by Ninja Academy.

LEGGI LE ALTRE INTERVISTE AI SUPEREROI DEL MASTER NINJA ACADEMY:

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Le icone della cultura pop trasformati in copertine di libri per bambini

Game of Thrones

Game of Thrones

L’artista americano Joey Spiotto ha trasformato i personaggi delle serie tv del momento e dei film più amati dal grande pubblico in copertine di libri per bambini, rendendo immediatamente comprensibile la caratteristica o il dettaglio che li rende speciali.

Da Game of Thrones a Breaking Bad, passando per Harry Potter, Resident Evil, Orange is the New Black, Kill Bill, Venerdì 13 ed il Pianeta delle Scimmie, ma anche personaggi famosi come Lady Gaga. Non importa se si tratta di film dell’orrore o di serie tv dall’ambientazione gotica o di personaggi che amano dare scandalo con outfit clamorosi, il tratto di Joey fa emergere la vera essenza di ogni protagonista con dolci illustrazioni adatte anche ai più piccoli.

 

Breaking Bad

Breaking Bad

 

Harry Potter

Harry Potter

 

Hunger Games

Hunger Games

 

Batman - Joker

Batman – Joker

 

Gods of War

Gods of War

 

Godzilla

Godzilla

 

Lady Gaga

Lady Gaga

 

Venerdì 13

Venerdì 13

 

Orange is the new black

Orange is the new black

 

Assassin Creed

Assassin Creed

 

Edward mani di forbice

Edward mani di forbice

 

Kill Bill

Kill Bill

david bowie

Addio a David Bowie, ecco i suoi video più amati

La notizia ha già fatto il giro del mondo e di tutte le bacheche social: David Bowie ci ha lasciati, all’età di 69 anni, dopo una carriera di quasi 50, che ne ha fatto uno degli artisti più apprezzati e amati al mondo.

Proprio come fu qualche mese fa, quando si diffuse la notizia della morte dell’amico e collega Lou Reed, le conversazioni dell’universo digitale si sono catalizzate tutte attorno alla commemorazione del grande Duca Bianco.

Chi ama la musica, chi ama l’arte, i coinvolgenti lavori di un animo nobile come quello di Bowie, stamani ha probabilmente condiviso un ricordo, un video, una canzone sul proprio profilo Facebook o Twitter. La nota dolce di un evento tanto amaro sta forse in questa condivisione collettiva delle emozioni, che restituisce la dimensione della grandezza di questo artista e dell’importanza della sua musica nella vita dei suoi fan.

Noi vogliamo commemorare David Bowie nel modo che ci è più consono, attraverso cioè i suoi video più belli, amati e significativi.

Life on Mars

https://www.youtube.com/watch?v=v–IqqusnNQ

I’m afraid of Americans

Be my wife

Blue Jean

Heroes

https://www.youtube.com/watch?v=Tgcc5V9Hu3g

Space Oddity

Love is lost

Ashes to ashes

The Stars (are out tonight)

Lazarus

Ferrari in pole position: il bilancio delle IPO 2015 e i nomi del 2016

Borsa Italiana in tricolore? Ci siamo, si parte con il Rosso Ferrari.

L’inizio dell’anno è sempre tempo di bilanci, ma mai come in Borsa elaborare numeri è tanto importante. Già il 2015 è stato l’anno di quotazione di Poste Italiane, OVS e Banzai su tutte, eccellenze italiane che hanno aperto la loro offerta pubblica iniziale.

Il 2016, secondo indiscrezioni tutte da verificare, sarà l’anno di Eataly e Ferrovie dello Stato, mentre una azienda leader si è già guadagnata il podio: Ferrari.

Insomma, i nomi interessanti sembrano non mancare ed è solo l’inizio.

Ferrari sul podio delle quotazioni 2016

IPO-Ferrari

4 gennaio 2016, l’anno è appena iniziato, ma la campanella delle quotazioni IPO alla Borsa Italiana si fa sentire, Ferrari, storico marchio del cavallino, si quota per la prima volta in Italia.

L’avventura inizia alle 9 e le contrattazioni non si fanno attendere, mentre il premier italiano annuncia “una straordinaria occasione per gli investitori”.

Il passo italiano del cavallino segue lo sbarco americano dell’azienda dell’ottobre 2015 e anche lo scenario milanese si presenta con Piazza Affari in rosso Ferrari, bandiere alte su Palazzo Mezzanotte ed esposizione dei nuovi modelli all’ingresso.

Ferrari sembra voglia festeggiare la sua quotazione IPO  a Piazza Affari come il ritorno a casa di un marchio di eccellenza: quale Italiano non associa alla Ferrari un vero simbolo del Made in Italy?

I primi nomi IPO 2016: Eataly e Ferrovie dello Stato

IPO 2016-1

Ferrari sembra essere solo il primo nome delle IPO 2016: Eataly e Ferrovie dello Stato dovrebbero essere le prossime.

Eatalyeccellenza del food italiano, aveva già annunciato tramite il numero uno della società di investimento Tip, Giovanni Tamburi, la sua volontà di quotarsi a Piazza Affari tra il 2016 e il 2017. E la notizia non era nuova, dato che già il fondatore Oscar Farinetti aveva dichiarato la sua voglia di Borsa Italiana nel marzo 2015. Si parla quindi di doppia conferma e non ci resta che aspettare il suono della campanella.

Ferrovie dello Stato, in viaggio verso IPO 2016, potrebbe avere qualche difficoltà nella quotazione principalmente perché la scelta più importante da prendere è su cosa quotare: la linea dell’alta velocità con i treni Freccia Rossa, o la rete tradizionale con i suoi mezzi, senza contare il dubbio sull’infrastruttura?

Il percorso verso la quotazione sembra essere ancora lungo e l’attesa potrebbe riservare altri colpi di scena.

LEGGI ANCHE: H-Farm si quota in borsa, parla Riccardo Donadon [INTERVISTA]

Wall of Fame IPO 2015: Poste Italiane, OVS e Banzai

IPO 2015

Momento di bilanci per IPO 2015 con il podio composto da Poste Italiane, OVS e Banzai, tre realtà del Made in Italy che guardano al 2016 come un anno di svolta o di crescita nel mondo di Piazza affari.

Poste Italiane, azienda di servizi postali, assicurativi e finanziari, si è quotata nell’ottobre 2015 con uno dei lanci più seguiti dal mondo finanziario. La società italiana, infatti, ha aperto la strada alle quotazioni IPO anche delle grandi big italiane con il coinvolgimento di diversi fondi di investimento nonché di banche d’affari.

I primi mesi di quotazioni si chiudono con il segno più.

OVS, brand italiano dell’abbigliamento casual, si è lanciata in Piazza Affari nel marzo 2015 e, a quasi un anno di distanza, ha registrato un guadagno di più del 50% del suo valore. Ma l’ascesa non sembra arrestarsi con le proiezioni trimestrali che segnano un ulteriore incremento della performance di vendita.

Il risultato? Avere tutti gli occhi addosso.

Banzai, società leader nella produzione media ed eCommerce, ha partecipato alla chiamata di IPO nel marzo 2015. Il suo percorso in Piazza Affari non ha mai preso davvero quota, ma un piccolo segnale di ripresa si è registrato nell’ultimo trimestre. Nulla è perduto!

L’anno nuovo è cominciato, IPO 2016 aperte, Piazza Affari pronta. E l’inizio sembra già promettere bene.

Da grande voglio fare il freelance: vantaggi per lavoratori e aziende

Mentre lo stereotipo dell’uomo di un tempo che “da grande voglio fare il posto fisso” impazza nelle sale cinematografiche di tutta Italia con record di incassi, il mondo del lavoro si muove nella direzione opposta.

I giorni della settimana lavorativa di 40 ore sono finiti da un pezzo, fatta eccezione per alcuni lavori in via d’estinzione; al loro posto crescono e si espandono i lavori da freelance, gli spazi di co-working e i gruppi di lavoro che si coordinano con i nuovi e potenti strumenti del web.

Lavorare come freelance è divenuta la norma. Lavoro con partita Iva e collaborazioni sono i termini più usati dalle nuove generazioni di lavoratori.

Secondo un recente articolo di Techcrunch la maggior parte delle startup europee e non, sta iniziando a utilizzare i freelancer per le mansioni più disparate.

I motivi sono da ricercare in alta preparazione accademica e lavorativa e in uno scontato interesse nei confronti della carriera, in altri termini: lavori per te stesso o per obiettivi per cui sei obbligato ad essere produttivo!

I numeri dimostrano che la generazione dei freelance è in piena espansione, soprattutto negli Stati Uniti.

Il lavoro da freelance, numeri alla mano

Da grande voglio fare il freelance: i vantaggi per i lavoratori e le aziende

Recenti ricerche affermano che ci sono più di 53 milioni di liberi professionisti negli States, dato che ci permette di asserire con estrema facilità che i freelance stanno rapidamente divenendo una delle più grandi forze lavoro della postmodernità occidentale.

Più di un terzo di tutti i lavoratori americani hanno partecipato o partecipano ad attività di lavoro autonomo; rispetto all’anno precedente ci sono circa 700.000 nuovi liberi professionisti in più.

Diversa la situazione italiana. Non esiste, ad oggi, un Jobs Act per la categoria, anche se qualcosa all’orizzonte inizia a muoversi. Nuovi regimi fiscali, la possibilità di accedere a bandi pubblici e fondi europei e un pacchetto di tutele previsto dallo Statuto del lavoro autonomo. Il 2016 dovrebbe, e si spera, essere l’anno della svolta. L’obiettivo è quello di semplificare la vita alle partite Iva e ai liberi professionisti, ma per questo bisognerà ancora aspettare.

LEGGI ANCHE: Fare marketing nelle PMI: lascia perdere il Marketing che hai studiato all’Università – Parte I

La crescita del lavoro da freelance deve il suo successo ai tanti progressi fatti nella tecnologia che permettono il lavoro a distanza, la possibilità di gestire al meglio i propri orari di lavoro e, soprattutto, la facilità con cui si possono promuovere attraverso gli strumenti pubblicitari messi a disposizione dal web.

A breve queste peculiarità potrebbe obbligare gli imprenditori a non avere opzioni di scelta nella ricerca dei talenti.

Freelance: i vantaggi per le aziende

Da grande voglio fare il freelance: i vantaggi per i lavoratori e le aziende

I liberi professionisti sono una risorsa importantissima per le aziende perché offrono una vasta gamma di benefici che la maggior parte dei dipendenti non possono offrire. Per cominciare hanno una certa familiarità con tutto ciò che riguarda il sistema impresa: contabilità, fatturazione, branding, marketing e coinvolgimento del pubblico sui social media.

I freelance, a differenza di molti lavoratori dipendenti, hanno molta più esperienza riguardo al pagamento di tasse, l’invio di fatture, la costruzione e il mantenimento di un marchio.

Un ulteriore vantaggio, per nulla trascurabile, è che gran parte dei freelance sono esperti nei loro rispettivi campi; hanno anni di esperienza, un portafoglio clienti e possono utilizzare le proprie esperienze pregresse per ripetere il successo di un lavoro andato a buon fine.

Che si tratti di un copywriter, un graphic designer, un addetto al servizio clienti o un social media strategist, i freelance sono professionisti esperti in grado di tuffarsi a capofitto su tutti i tipi di progetto.

Vantaggi anche sul fronte costi. Utilizzare un freelance può essere una soluzione più conveniente rispetto all’assunzione di un dipendente a tempo pieno. La convenienza non è solo economica ma anche di tempo: non bisogna formarli, accettano tipologie di lavoro diverse tra loro, non hanno costi diretti in termini di tasse o piani di pensionamento per l’azienda.

Myo, il braccialetto capace di muovere il mondo

Ricordi la sequenza iniziale di Minority Report, in cui Tom Cruise utilizzava i computer della Pre-Crime attraverso i movimenti di mani e braccia? Ora puoi finalmente farlo anche tu grazie a Myo, il Gesture Control Armband di Thalmic Lab. Noi di Ninja Marketing ve lo avevamo già annunciato in un articolo del 2013, anno della sua prima uscita sul mercato. Ora Myo ha un nuovo look, è più potente e ha un Marketplace online dedicato. Lo ho provato per voi nella sezione Tech di Ninja Marketing, ed ecco il risultato.

Leggi anche: MYO: la fascia da braccio tecnologica per gestire i device!

Myo_unpack_official

Unpackaging

Il dispositivo viene fornito in un elegante box/teca insieme ad un piccolo ricevitore bluetooth, un cavo usb e 10 sizing clips, utili a regolare la misura del braccialetto. Un bigliettino rimanda al sito myo.com/start dove è possibile scaricare il software di gestione e configurazione.

Myo si indossa come un normale braccialetto, ma va tenuto poco più sotto del gomito, sulla parte più grande dell’avambraccio. Può essere indossato sotto i vestiti ma non sopra, perché il funzionamento è basato sul rilevamento dell’attività muscolare attraverso i sensori miografici (da cui prende il nome Myo), che appoggiano sulla pelle.

muscoli

Giroscopio e sensori dell’attività muscolare

I gesti preconfigurati sono 5: double tap, fist, spread fingers, wave left and wave right, da combinare con il movimento e la torsione dell’avambraccio, ma il dispositivo è completamente personalizzabile a secondo dei propri gusti ed esigenze.

Il software di gestione “Myo Connect” è richiamabile in ogni momento attraverso un menù a tendina che compare sulla parte alta del desktop compiendo una sequenza precisa di movimenti. Nel menù trovi i link per l’accesso rapido ai programmi per i quali il mio dispositivo è stato già configurato (altri se ne potranno aggiungere), e soprattutto i pulsanti per attivare il controllo del mouse e della tastiera virtuale.

Gestures

 

Possibili applicazioni e Marketplace

L’utilizzo del mouse risulta, ad un primo approccio, un po’ difficoltoso: la sensibilità è regolabile ma a volte la dimensione del cursore e dei punti cliccabili rende ardua l’impresa, soprattutto perché è difficile tenere il braccio fermo durante il movimento legato al click (fist). Ma il mouse è soltanto uno dei numerosi utilizzi possibili. Myo è stato infatti progettato principalmente per essere utilizzato in 3 modalità: Present, Connect, Play. Per farlo, basta connettersi al Myo Market, un app store online dallo scorso 3 Novembre (prima era ancora in fase Beta), dedicato esclusivamente al dispositivo e sul quale sono presenti numerose applicazioni che permettono di ottimizzarne l’utilizzo con programmi e dispositivi vari. Le app sono disponibili per più piattaforme: Windows, iOS, iPhone/iPad, Android e Linux.

Myo Market Connect

Myo Market: Connected Things

La sezione relativa i connected things presenta molte applicazioni interessanti: con il Myo si possono controllare Droni, Smartwatch, GoPro, Google Glass, ma anche robots, televisori e smartphones. Basta scaricare l’app e configurare il proprio dispositivo. C’è addirittura un’applicazione che permette di inviare informazioni a una scheda Arduino

Myo Market Connect MyoDuino

Myo Market: Presentations

La sezione relativa ai tool per le presentazioni contiene ancora poche proposte, ma non mancano i programmi più famosi: Prezi, PowerPoint, KeyNote, Google Slides, Acrobat Reader. Nel video sotto, ecco un esempio con il file di prova fornito sulla pagina ufficiale.

Myo Market: Games & Multimedia

Le due sezioni relative ai giochi e alle applicazioni multimediali sono le più consistenti. Una menzione speciale va fatta per l’utilizzo del Myo in campo musicale. La possibilità di comandare virtualmente strumenti musicali e consolle sembra davvero appetibile per tutti gli appassionati. Per loro esiste, ad esempio, un’app dedicata che permette di collegare l’Armband a Garage Band, o a Leviathan, il famoso software di produzione musicale.

Per approfondire l’argomento rimando a questo articolo e al video sottostante.

Per quanto riguarda il gaming, una delle applicazioni più interessanti è quella che ti permette di giocare a titoli come Counter Strike, dove si può simulare con il braccio l’utilizzo delle armi per un’esperienza davvero immersiva, soprattutto se si utilizza in concomitanza con dispositivi quali gli Oculus Rift o simili. Molte delle app richiedono che l’utente possieda già il gioco o il software al quale si vuole associare il Myo, ma non mancano i freeware scaricabili.

Qui sotto provo Aircraft Maniac.

La sezione relativa al Multimedia propone invece tutta una serie di soluzioni per trasformare in un remote personalizzato il proprio Myo, connettendolo ad applicazioni come Youtube, Spotify, iTunes, Netflix, Vlc, etc… Tra le varie pagine del Market, si può trovare anche una Diagnostic Page online, che permette di visualizzare dati e grafici in tempo reale mentre si indossa il Myo, per controllarne l’efficenza.

Developer Tools & Myo Mapper

La parte più interessante è però quella che riguarda la possibilità di interagire con il dispositivo da developer. Una sezione apposita è presente infatti sull’homepage, dedicata a chi vuole cimentarsi con la programmazione di nuove funzionalità per il Myo, o semplicemente per sviluppare nuove App da caricare sul Marketplace. Il sito contiene un blog, una sezione per guide e documenti e una per il download. Basta scaricare l’SDK e si può cominciare. Ma esiste una soluzione anche per i meno esperti che permette di personalizzare in maniera approfondita il proprio dispositivo e configurarlo per l’utilizzo di qualsiasi programma: si chiama Myo Mapper.

Myo Market Mapper

Con questo utilissimo programma potrai associare un gesto ad un comando e creare profili ad hoc per ogni programma o applicazione vorrai. Si possono registrare azioni nuove, diverse dalle cinque di default, o azioni combinate tra gesto e movimento. Il prezzo per una chiave di licenza è di 14.95$, in offerta a 7.95$ in questo periodo, ma si possono ottenere 10 giorni di prova gratuiti registrandosi sul sito. Quello che segue è uno dei video ufficiali prodotti da Thalmic Lab, in cui si può vedere come il livello di personalizzazione e le possibilità di utilizzo siano altissimi.

Il mio parere

Dalla mia personale esperienza con il Myo, ne ricavo l’impressione di avere a che fare con un dispositivo potente e performante che necessita, però, di un certo ‘allenamento’ prima di riuscire ad utilizzarlo al meglio, soprattutto con le funzioni relative al puntamento e lo scrolling. Una menzione speciale va fatta alla batteria, che permette un utilizzo continuato di 14 ore e fino a una settimana in stand-by.

Posso affermare che gli utilizzi più interessanti del dispositivo sono (al momento) riservati agli utenti più esperti, grazie all’alto livello di personalizzazione che i tool e la piattaforma di sviluppo e programmazione permettono di raggiungere. Per loro, il costo del Myo (199$ al momento in cui sto scrivendo), è un prezzo che potrebbe davvero valere la pena affrontare. Per l’utente ‘medio’, invece, che non vuole spingersi oltre la configurazione di base, resta comunque un buon dispositivo, ma forse i gesti preconfigurati sono troppo pochi per garantire un’esperienza soddisfacente in termini di good value for money.

Sono però convinto che, grazie all’apertura del Marketplace e al lavoro dei sempre più numerosi developers, la tecnologia del Myo arriverà presto ad ottenere risultati importanti, nei campi più svariati.

Twitter-i-140-caratteri-restano

Twitter: non dire ancora addio ai 140 caratteri

Questa volta Jack Dorsey sembrava averla fatta grossa: ampliare il limite dei caratteri di un tweet da 140 a 10.000 avrebbe sicuramente stravolto la ragion d’essere di Twitter. Eppure, leggendo con attenzione la notizia riportata in anteprima dal blog Re/Code, il progetto “Beyond 140” sembra puntare a nuove, interessanti, possibilità anziché sconvolgere così radicalmente l’identità di Twitter. E a confermarlo ci sono non solo le stesse fonti da cui la notizia è stata ripresa e poi diffusa in Italia, ma anche alcune considerazioni che potrebbero arricchire il dibattito.
Vediamole insieme.

 

Un fraintendimento alla fonte

“Twitter sta attualmente testando una versione del prodotto in cui i tweet appaiono allo stesso modo in cui lo fanno ora, visualizzando solo 140 caratteri, con una sorta di invito all’azione in cui si segnala che c’è ancora più contenuto che non si vede. Cliccando i tweet si espanderanno per rivelare più contenuto”.  Leggendo le parole esatte con cui Re/Code ha riportato l’indiscrezione ci accorgiamo che con “Beyond 140” Twitter non sta lavorando a tweet espansi ma testi espandibili. Dunque, il newsfeed avrà sempre lo stesso aspetto, con in più la possibilità di accedere a un’esperienza nativa sempre più completa. Mantenere la nostra attenzione all’interno della piattaforma è anche la scelta strategica di Facebook che con la sezione shopping e gli instant article sta integrando due tra le attività più importanti in rete. Così Twitter sta intercettando un bisogno già espresso dagli utenti o almeno è quello che ha dichiarato Jack Dorsey in quella che al momento è l’unica risposta ufficiale sul tema.

Se Twitter è un motore di ricerca, i tweet sono titoli

L’operazione però  solleva qualche dubbio sulla soluzione grafica da adottare in modo da avere una news feed con più contenuti ma senza perdere in scorrevolezza.

Il rischio altrimenti è di indebolire l’usabilità di una delle risorse più preziose offerta da questa piattaforma: un motore di ricerca interno completo, multimediale ed efficace rispetto ai nostri intenti. Quando cerchi qualcosa vai su Google, quando vuoi avere informazioni immediate o partecipare a conversazioni globali vai su Twitter, e questo perché  grazie al limite dei 140 caratteri ogni tweet è un titolo per un link o una vera testimonianza che guida in maniera efficace la nostra ricerca.

Vogliamo davvero pensare che un’azienda a corto di utenti metta a rischio il suo vero punto di forza rispetto ai suoi concorrenti?

Una conversazione senza pause è solo un monologo

Ampliare il numero di caratteri scatena nella nostra mente un facile parallelismo con la nostra esperienza come utenti di Facebook, ma proviamo a pensare cosa significherebbe per le aziende che hanno fatto di Twitter il canale del loro servizio clienti, ma anche solo lo usano per monitorare le menzioni del brand e il sentiment. Per instaurare una conversazione è necessario mettere un limite: una pausa quando parliamo, il numero dei caratteri quando twittiamo. Twitter sa bene di essere un piccolo paradiso delle conversazioni altrimenti non avrebbe lanciato i conversational ads, un nuovo formato pubblicitario irrealizzabile senza la volontà di mantenere i 140 caratteri ancora per molto tempo. La struttura di queste inserzioni infatti prevedono una parte di messaggio confezionato dal brand – l’hashtag, il contenuto creativo, la call to action – e una parte personalizzabile dall’utente, per un contributo progettato entro un certo limite.

 

Vedremo se queste considerazioni potranno smentire o meno l’ipotesi circolata in questi giorni. Certo è quei 140 caratteri non sembrano più un limite così odioso leggendo quanti tweet rivendicano il diritto alla sintesi. Siamo di fronte alla testimonianza di un’esigenza comunicativa che prima di Twitter si esprimeva attraverso gli sms? Forse l’unica modifica utile potrebbe essere quella di non diminuire il numero dei caratteri disponibili quando si allega un contenuto.  Anche tu pensi che i 140 siano intoccabili o ti piacerebbe scrivere tweet più lunghi?

Come avere un’identità su Instagram e conquistare follower?

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Instagram è tra i Social Media maggiormente in crescita, non più utilizzato solo come mero appagamento della propria vanità ma come strumento per fare branding e storytelling.

Abbiamo fatto una chiacchierata con Orazio Spoto, docente del Master in Social Media Marketing di Ninja Academy, che ci anticipa alcuni argomenti che verranno approfonditi durante il suo modulo dedicato ad Instagram.

1. Un’azienda apre un profilo su Instagram. Quali sono le prime cose da fare per avere un’identità e conquistare follower?

Prima ancora di creare il profilo deve avere un preciso piano editoriale in mente e possibilmente una “scorta” di contenuti da usare.

Poi è importante lavorare sulla biografia inserendo un link al proprio sito. Questo è possibile dal momento in cui si completa il proprio profilo con alcune informazioni.

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2. La scelta degli hashtag è fondamentale per raggiungere gli Instagramers. Qual è secondo te il numero perfetto?

Non esistono regole certe. Tuttavia l’associazione igersitalia di cui sono cofondatore ha provato a darle con il progetto #taggaresponsabile. La nostra proposta è: 5 hashtag, ció non toglie di aggiungerne altri in un secondo tempo.

Più il tuo account è influente, meno avrai bisogno di hashtag. Questa regola vale per tutti. Nessuno escluso.

3. Esistono moltissime community e profili che fungono da aggregatori di contenuti: che tipo di strategia adottare per poter ritagliarci un posticino e conquistare altri Instagramers?

La cosa migliore è avviare progetti con una forte connotazione territoriale.

Le community sono sempre organizzate su base locale. Più l’attività è locale e collegata alla valorizzazione del territorio, più sarà facile e naturale collaborare con le community.

4. Pubblicità su Instagram: si o no? Come utilizzare tale strumento di advertising in modo corretto?

Pubblicità si. Senza dubbio. È uno strumento che funziona a patto che soddisfi due criteri:

Il primo è quello della segmentazione. L’inserzionista deve avere le idee chiare. Da questo punto di vista Instagram sta lavorando molto bene perfezionando sempre di più i criteri e l’efficienza nella segmentazione.

Il secondo è quello della creatività. La pubblicità su Instagram deve potersi amalgamare allo stream delle foto degli utenti o deve spiccare per bellezza e tematicità. Se non è bella, se non è coinvolgente e se non ha uno stile instagram, l’inserzione sarà un buco nell’acqua.

{ Scribble loop } • “A drawing is simply a line going for a walk.” No matter where it starts or ends, just relax and have fun.

Una foto pubblicata da Benedetto Demaio (@benedettodemaio) in data:

5. Ci consigli qualche profilo Instagram da prendere come buon esempio e tenere sott’occhio come fonte d’ispirazione?

Beh, ci sono diverse forme di ispirazione. Eccovi qualche esempio:

@sejkko per le sue case minimal impossibili

@ejota_seventyeight per la sua simmetria impeccabile

@alpha2graphic per la capacità di inserire soggetti inanimati nelle foto

@extremedepth per la sua tematicità (io poi adoro le prospettive)

Fra gli italiani citerei @benedettodemaio, disegnatore e fotografo.

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Lacoste si rifà il look con la street art

di Silvia Scardapane

Anche la storica marca d’abbigliamento francese Lacoste ha scelto la Street Art. Per la stagione Autunno-Inverno 2015, infatti, Lacoste Live ha rilasciato una capsule collection di prêt-à-porter basata completamente sul concetto di eleganza urbana, pensata in esclusiva con John Andrew Perello in arte JonOne, street artist di origine americana e parigino d’adozione, tra i più richiesti nel panorama europeo, come conferma la recente collaborazione con il luxury brand di cosmesi Guerlain.

Lacoste_si_rifà_il_look_con_la_street_art

I segni lesti e furiosi che caratterizzano la produzione dell’artista sposano la nota eleganza dei capi sportivi Lacoste Live e, allo stesso tempo, rimandano alla giovinezza di JonOne, rifacendosi a quegli stessi segni che lo street artist realizzava durante gli anni Ottanta in metropolitana. La necessità di comunicare la forza e l’energia della strada viene restituita così dalle medesime sensazioni di un tempo, richiamando la potenza e la velocità dei treni, come avviene sulle grandi tele dell’artista.

Sulla collaborazione con Lacoste Live, JonOne ha dichiarato a Le Magazine:

“Ho sempre sognato di lavorare con Lacoste Live, poiché lo considero un marchio che collega tradizione e modernità. Sin da bambino, quando ancora abitavo a New York, indossavo capi Lacoste, e allora indossare una polo Lacoste significava che la vita non ti andava poi così male. Lacoste Live rappresenta il passaggio allo stile moderno e contemporaneo, ed amo molto l’energia che infonde, è qualcosa in cui mi immedesimo.”/blockquote>

Il look da strada dell’iconico coccodrillo verde è stato ufficialmente presentato con un evento tenutosi alla galleria La Rotonde nel 19° arrondissement di Parigi, dove tra moda, musica e performance artistiche, lo street artist ha svelato l’intera collezione, rendendo così noto anche il ritratto di René Lacoste, patron del marchio fondato nel 1933, che ha realizzato, senza tradire il suo stile, su una T-shirt basic, proprio come fatto in passato con Abbè Pierre e Marianne Delacroix.

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JonOne non è il primo street artist ad aver collaborato con Lacoste Live: nel 2013 la maison di moda aveva puntato sull’arte di Honet aka HNT, street artist e illustratore francese, dimostrando una vivace precocità nella produzione dedicata al mondo della Street Art.

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Streetness non poteva non cogliere la sintonia che Lacoste Live cerca con la strada e che trova collaborando con street artist francesi o che in Francia lavorano, rafforzando, allo stesso tempo, storia, tradizione e il rapporto con il proprio target giovanile.

CES 2016: 4 trend tecnologici che caratterizzeranno l’anno appena iniziato

Come ogni Gennaio che si rispetti, anche quest’anno ha avuto luogo l’International Consumer Electronics Show (International CES), la fiera dell’elettronica e dell’innovazione che si tiene a Las Vegas e dove tutto può succedere. E anche questa volta, i partecipanti non sono rimasti delusi!

Tra le tantissime soluzioni presentate da altrettante aziende di rilevanza globale, ho pensato di raggrupparne alcune per industry (baby, automotive, fashion, food), che credo caratterizzeranno (avrei voluto dire rivoluzioneranno, ma il termine è forse troppo forte!) il 2016 appena iniziato sia lato tecnologico che di business. Buona lettura!

Leggi anche: Ces 2016, ecco le novità mobile

Baby: l’innovazione al servizio dei più piccoli

Non sto parlando di un cambiamento banale, tutt’altro. Benché già da alcuni anni si possono trovare sul mercato device e soluzioni tech dedicate ai più piccoli, da sempre esiste una percezione diffusa della necessaria dicotomia tra bambini e tecnologia. Ovvero, molte volte si preferisce regalare ai propri figli (o a quelli di amici/conoscenti) giochi ‘analogici’, e device come lo smartphone – che per questa fascia di età è ancora cellulare – rimangono spesso un tabù.

Al contrario, player da sempre sono posizionati come sinonimo di mondo dell’infanzia stanno lavorando intensamente per unire il paradigma high-tech con il tema della crescita dei più piccoli. Un esempio? Nella sezione Tech abbiamo parlato spesso degli sforzi di Disney, come nell’articolo ‘Magic Band, il bracciale Disney che rende l’Internet of Things pura magia’, o ancora nel pezzo ‘Disney e Open Bionics: arrivano le protesi per bambini dedicate a Star Wars, Iron Man e Frozen’.

E anche il CES 2016 non è stato da meno, proponendo innovazioni che vanno esattamente in questa direzione. Il caso della connessione del wearable smart toy Moff Band con l’app per iPad di Pac-Man via Bluetooth è esemplare, per tracciare e misurare i movimenti fisici delle braccia dei più piccoli in modo divertente e stimolante.

Automotive: smart is more

Da alcuni anni, sembra che il CES faccia rima con Car. Sempre più spesso, infatti, l’evento internazionale di Las Vegas diventa vetrina per mostrare cosa aspettarsi dal mondo automotive nell’immediato futuro. E così, nel tempo, si è assistito a un trend interessante: da un concetto di macchina gigante, inquinante e ingombrante molto in voga fino ad alcuni anni fa (il famoso SUV), la nuova corsa è ora verso lo smart, il green, il connesso.

Si sono succeduti così diversi reportage internazionali sulle innovazioni automotive ammirate al CES 2016, come quello del Los Angeles Times ‘Carmakers show off tech innovations at CES’. L’obiettivo delle aziende più lungimiranti è quello di passare da una vision incentrata sull’auto, a un’altra focalizzata sull’innovazione tecnologica in senso lato. Cito le parole di Nick Sampson, Senior VP R&D in Faraday:

“Dobbiamo anticipare il futuro e agire in modo proattivo con velocità, decisione e volontà di essere più una technology company che un’automotive company.”

D’altra parte, nell’attuale mondo uberizzato un’altra soluzione vincente diventa quella di passare da possessori a provider, da aziende a piattaforme. Siete ancora scettici sull’uberizzazione in atto? Leggete il nostro articolo ‘Sharing economy e disruptive technologies: verso il futuro uberizzato delle istituzioni bancarie’ e vi ricrederete.

Tutte queste ragioni hanno fatto partire il fuggi fuggi dalle capitali tradizionali dell’industria automobilistica (come Detroit), verso le strade che trasudano innovazione e pensiero laterale della Silicon Valley. Tutto il settore è avvertito, dunque, e tra pochi giorni anche noi Tech Ninja ne approfitteremo per fare un riassunto delle innovazioni di rottura 2015 in ambito automotive di cui sentiremo parlare tutto l’anno. Stay tuned 😉

Fashion: il wearable e lo smart diventano vere leve competitive

Da sempre il mondo della moda e del luxury viaggia – e fattura – sui temi dell’eleganza senza tempo, dell’esclusività, dell’evergreen. Rimane da chiedersi quanto queste dimensioni siano ancora capaci di trasformarsi in leve di vantaggio competitivo per aziende e brand, ovvero se la tecnologia possa giocare un ruolo importante e nuovo nella corsa alla differenziazione.

A giudicare da alcune proposte viste al CES 2016, mi sembra di potere propendere verso il secondo scenario. Sto parlando di prodotti come Belty, una cintura smart (ma dalla linea elegante) che diventa il principale alleato di fitness di chi la indossa, o delle scarpe intelligenti che si allacciano da sole e si controllano con lo smartphone. Non è un caso che da diversi anni, parallelamente al CES si tenga il Fashionware Show, dedicato specificamente al mondo glitterato.

E non è finita qui! La fashion icon 94enne Iris Apfel ha debuttato con i suoi luxury wearable. Braccaletti co-progettati con WiseWear di cui sentiremo parlare, che esplodono in modo fashionable il tema degli smart bracelets. Da non perdere il recente report di Mashable sui prodotti.

Da geek a chic, da look&feel a functionality dunque, per seguire un consumatore che non si accontenta più solo dell’eleganza, ma che desidera anche una vita metropolitana più semplice.

Food: l’high tech entra a tutti gli effetti in cucina

Cucinare, una delle attività preferite da noi italiani. Lo dimostra un po’ tutto, dai numerosi ristoranti che troviamo in strada ai programmi in TV che si moltiplicano senza sosta. E allora, cosa c’è di meglio che ottimizzare i processi culinari, magari grazie all’aiuto delle tecnologie IoT? Al CES sono state presentate alcune soluzioni interessanti a questo proposito. In primis il Samsung Smart Fridge, un frigorifero capace di eliminare il problema dei cibi avariati e i disagi provocati dalla dimenticanza della lista della spesa a casa – magari proprio appiccicata al frigorifero stesso. High five!

E anche i più pigri possono consolarsi: stiamo entrando a tutti gli effetti nell’era del 3D food printing… non vedo l’ora di stampare il brodino, nei giorni invernali di febbre 😉