Welabs, la prima startup lanciata da Digital Magics a Bari

Creare un ambiente più favorevole per la crescita delle startup digitali italiane. Questo lo scopo con cui all’inizio dell’anno erano state annunciate le due nuove sedi di Digital Magics a Bari e a Palermo.

E i risultati non hanno tardato ad arrivare. L’incubatore di Digital Magics, business incubator quotato sul mercato AIM Italia di Borsa Italiana, in collaborazione con Augmentum, società partner, ha acquisito una quota del 15% di Welabs e sta affiancando la startup innovativa con i propri servizi di incubazione per lo sviluppo strategico, tecnologico e commerciale.

Beecode, la piattaforma di marketing relazionale ideata da Welabs, è altamente scalabile e nei prossimi mesi potrà essere lanciata anche sui mercati esteri.

L’obiettivo di accelerare startup e sviluppare l’ecosistema dell’innovazione in Puglia e Basilicata inizia da questa seconda tappa, con il lancio di Welabs e del servizio Beecode.

Beecode, la piattaforma web e mobile che ha digitalizzato il passaparola

Welabs, la prima startup lanciata da Digital Magics a Bari

Beecode permette di promuovere rapidamente eventi, brand, prodotti, amplificando le attività commerciali svolte dalle aziende grazie al passaparola digitale. Attraverso la piattaforma è infatti possibile creare, gestire e analizzare campagne di marketing relazionale e proporre la vendita di prodotti online.

Beecode individua gli influencer, utenti coinvolti nella campagna promozionale che sono in grado di coinvolgere a loro volta il maggior numero di persone e che rappresentano una risorsa importante, sia per la campagna in corso che per le successive, con eventuali ingaggi diretti.

La vera novità è però l’analisi dei dati (prima, durante e dopo la campagna), a livello qualitativo e quantitativo e in base alla prossimità territoriale, che crea una mappa relazionale che evidenzia la diffusione e interazione degli utenti raggiunti, consentendone la profilazione.

Su Beecode è possibile lanciare una campagna integrando immagini o link  all’interno del messaggio promozionale, che potrà poi essere inviato via SMS, email, Messenger, Facebook o WhatsApp.

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Dal direttore marketing all’event manager, dal responsabile commerciale al rappresentante, chiunque crei la campagna potrà abilitare i suoi promoter e commerciali a inviare la comunicazione ai propri contatti aziendali e personali, che a loro volta potranno condividerlo.

Si attiva così una catena di passaparola virale e il creatore della campagna ha un report puntuale della propagazione del messaggio inviato (tempi, geolocalizzazione, utenti, adesioni, letture).

Inoltre, all’interno di Beecode si possono attivare anche iniziative speciali, come premi e attività di gamification, per incentivare tutti coloro che ricevono il messaggio a inviarlo ai loro contatti, amplificando ancora di più il potere virale della campagna.

Welabs, dai finanziamenti della Regione Puglia all’incubazione di Digital Magics

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Welabs, la startup innovativa che sviluppa Beecode, ha iniziato il suo percorso con la costituizione grazie al bando Principi Attivi della Regione Puglia.

Fondata da Ernesto Carracchia, CEO ed esperto in marketing, comunicazione e promozione di eventi, e Alessio Pareo, CTO e sviluppatore con dieci anni di esperienza in software house e agenzie di comunicazione, il team della startup è composto da altre figure professionali legate allo sviluppo di applicazioni web e mobile, grafica, web designer e video maker ed è giunta oggi al primo traguardo dell’importante incubazione da parte di Digital Magics.

“La Puglia è la terza regione del Sud Italia per innovazione dopo la Campania e la Sicilia”, ha affermato Gabriele Ronchini, fondatore e amministratore delegato di Digital Magics per il portfolio development.

“Con Digital Magics Bari vogliamo affiancare gli innovatori della Puglia e della Basilicata: da sei mesi stiamo incontrando con i nostri partner di Bari, Enzo Tucci e Vincenzo Notaristefano, moltissimi talenti e giovani creatori pugliesi e lucani. È un territorio davvero effervescente e dalle potenzialità enormi. Ci stiamo relazionando con tutte le istituzioni, le finanziarie delle due regioni e le imprese locali, che sono state per noi una scoperta in tutti i sensi e sono vere e proprie eccellenze del Made in Italy”.

Alkemy si espande nei Balcani con l’apertura di Alkemy Doo Belgrado

Continua la crescita di Alkemy, il primo digital enabler italiano che dopo il forte sviluppo in Italia – con un fatturato di 40 milioni e più di 300 persone tra le sedi di Milano, Roma, Torino e Cagliari a quattro anni dalla fondazione – inizia il suo processo di internazionalizzazione nell’area balcanica con l’apertura di Alkemy DOO a Belgrado.

 

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A dirigerla sarà Milan Perovic Partner e CEO di Alkemy DOO che oltre alla conoscenza del mercato balcanico vanta un’esperienza decennale in aziende multinazionali tra cui Deloitte, ING, Deutsche Telekom e Crnogorski Telekom dove ricopriva l’incarico di Ceo.

 

A supportarlo ci sarà Paolo Fontana VP International Development, in Alkemy da un anno e mezzo, che ha maturato il suo lungo percorso professionale in Bain & Company gestendo operazioni nei settori dell’it, delle telco, delle customer operations e del banking in Sud America, Sud Africa, Medio Oriente, Australia, USA e in Europa.

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“Questa apertura  – dichiara Milan Perovic – conferma la volontà di Alkemy di investire in modo concreto nella regione balcanica; in particolare il mercato serbo sembra essere oggi particolarmente vivace e ricettivo nei confronti del “mondo digitale”, che sempre di più viene considerato rilevante dalle aziende sia per esplorare nuovi modi di servire i propri clienti sia per supportare e difendere il core business tradizionale”.

“Sono certo  – continua Paolo Fontana – che la nuova realtà ci consentirà di incrementare la nostra presenza nel Sud-Est Europa, dove attualmente siamo già impegnati nel supportare clienti sloveni, serbi e montenegrini. Facendo leva su qualificate risorse locali, ma anche attraverso lo scambio di competenze con gli altri uffici italiani, Alkemy DOO ha ora l’obiettivo primario di crescere velocemente e diventare uno dei player di riferimento nel panorama del digitale nell’area balcanica“.

L’apertura di Alkemy DOO – conclude Duccio Vitali, CEO di Alkemy – è solo il primo passo del nostro processo di internazionalizzazione: puntiamo ad avere nei prossimi 18 mesi oltre il 20% del nostro fatturato all’estero.

Tra i primi clienti che vedono impegnata la sede balcanica di Alkemy, Telekom Slovenije per la quale si sta lavorando al processo di digital transformation, Fashion Company e Aroma Marketing con progetti di sviluppo dell’ecommerce e omnichannel implementation.

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Samsung aggiorna S Health per un’esperienza sempre più “social”

Tempo di rimettersi in forma dopo tutte le volte che quest’estate non sei stato in grado di dire “no” di fronte a un buon gelato e di dire “sì” al tuo amico che ti invitava a fare una corsa.

Per l’occasione, anche Samsung sta cercando di mandarti un segnale con l’update della sua app pensata per il benessere e la salute del corpo. S Health nasce come un’app che ti aiuta a costruire uno stile di vita equilibrato registrando diverse informazioni come i dettagli relativi al consumo di cibo, ha un contapassi integrato, registra la frequenza cardiaca, la pressione arteriosa, i livelli di glicemia.

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Insomma rappresenta tutto quello di cui hai bisogno per monitorare la tua attività quotidiana e mantenere uno stile di vita sano. Attualmente conta più di 180 milioni di utenti.

A quello che l’app già permetteva di fare si è aggiunta qualche funzione in più che rende l’esperienza probabilmente più divertente e social: paragonare i livelli raggiunti con i propri amici e, nella sezione Q&A, rivolgere i propri dubbi in termini di benessere agli esperti (funzione momentaneamente disponibile solo in Korea del Sud).

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La grande novità è l’inserimento di tre tabs che vanno a sostituire l’unica precedente: Me, Together, e Discover. Facile intuire che lo spazio riservato a se stessi mostra ciò che riguarda l’utente privatamente; la dashboard Together fa visualizzare i risultati ottenuti che i nostri amici hanno condiviso su Facebook dando inoltre la possibilità di lanciare delle sfide. Al suo interno ci sono due aree: Challenges and Leaderboards che incoraggiano gli utenti a mettersi alla prova con gli altri per raggiungere gli obiettivi prefissati e, perché no, aumentare l’allenamento per battere il livello dei propri amici. La possibilità di condivisione dei risultati su Facebook fa dell’attività intrapresa qualcosa di diverso del semplice allenamento, diventa piuttosto un gioco, un momento di svago e divertimento.

L’area Discover invece è focalizzata sui contenuti editoriali che possono interessare l’utente, dunque sempre legati al mondo del benessere, al sano stile di vita per essere sempre informati sugli ultimi aggiornamenti, sulle scoperte nel campo del wellness e nuove tecnologie a supporto.

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Dell’update di S Health ciò che interessa molto, anche se non subito disponibile, è la funzione Ask The Experts, grazie alla quale Samsung afferma che gli utenti potranno fare domande, ricevere risposte e utili consigli dai migliori esperti locali nel campo contattandoli in ogni momento.

Stai pensando di “convertirti” a uno stile di vita migliore? S Health v.5.0 è compatibile con gli smartphone dotati di Android OS 4.4 e superiori.

Sei archetipi di innamorati sui social network

Sentire le farfalle nello stomaco, non riuscire a dormire e a mangiare, accorgersi che il battito del cuore è impazzito: essere innamorati è un’esperienza che di certo non passa inosservata.

Nessuno ci prepara a questo mix esplosivo di emozioni e, a volte, non si riesce a gestirlo. Anzi, spesso ne si viene travolti.  

Con l’avvento dei social network, anche certe dinamiche di gestione dei sentimenti sono mutate, o per meglio dire: si sono amplificate.  
C’è chi è troppo possessivo e indaga i profili social del compagno alla ricerca di informazioni, c’è chi non riesce a far a meno di scrivere ciò che prova per il suo partner; c’è chi, invece, solo e non ricambiato, condivide il proprio dolore con post struggenti.

Noi di Ninja Marketing abbiamo individuato 6 archetipi di innamorati che invadono i nostri feed attività, sei tipi di persone che forse, almeno una volta nella vita, siamo stati anche noi.

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Il partner più innamorato dei social network

Scrive sempre alla propria metà, ovunque e nei momenti più improbabili della giornata. Whatsapp, Telegram e WeChat non riescono più a tener conto delle notifiche.  Fin qui, però, tutto bene. In fin dei conti, finché il contatto avviene in privato non disturba nessuno, se non il destinatario.
Purtroppo però questa irrefrenabile voglia di dimostrare il grande amore sfocia in plateali manifestazioni pubbliche sui social network.

Facebook, Twitter e Instagram notificano infinite frasi sdolcinate, hashtag stucchevoli e improbabili – probabilmente usati solo dall’innamorato ispirato – e foto della coppia, foto di baci, foto di abbracci, foto di ogni tipo.

Un incubo.

Secondo voci di corridoio in attesa di conferma, Zuckerberg avrebbe affermato che presto renderà disponibile una nuova feature che permetterà di segnalare questi post ad alto tasso glicemico, oppure di cliccare su una nuova reaction: “vomito”.

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L’innamorato abbandonato

Questo particolare esemplare è stato abbandonato dalla persona che ama.  Come tutti al suo posto, non era preparato a un trauma del genere e il dolore che prova è devastante.

In questa situazione non riesce a gestire lo scompiglio emotivo. Così, in preda allo sconforto, sente il bisogno di condividere ciò che sente.  

Quello che cerca, però, non è conforto o comprensione. Tutt’altro.  A invadere Facebook sono frasi piene di astio, commenti contro le coppie innamorate, minacce verso l’ex invadono Facebook. Il feed Twitter dell’Innamorato Abbandonato potrebbe far impallidire il più cattivo degli hater. Instagram, invece, diventa un covo di amarezza con il suo susseguirsi di immagini in scala di grigi e frasi che raccontano il profondo dolore.

Avvertenze: non provare mai a scrivere che sai cosa si prova in quella situazione, perché nessuno, oltre lui, può capire cosa sta passando.

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Il timido

Il timido è colui che vorrebbe tenere per sé i propri sentimenti, ma ahimè per i suoi contatti, non ci riesce proprio.

Dichiarazioni allusive, immagini allusive, citazioni allusive, richieste di consigli allusivi: qualsiasi cosa condivida il Timido non sarà mai esplicito. Le frasi si susseguono poetiche e i riferimenti, per evitare di essere riconoscibili, diventano sempre più confusi e contorti.
A volte anche la lingua italiana si ritrova da sola e sperduta, incapace di aiutare questo personaggio nella scrittura dei suoi stati.

Insomma, il Timido vorrebbe dichiararsi, ma non ci riesce.

A volte però si prende si coraggio e riesce a mettere like in un post dell’amato.
Poi purtroppo però ricomincia a pubblicare: “Come hai fatto a non capire cosa provo per te, ti ho addirittura messo un like!”.

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L’appassionato di musica

L’appassionato di musica, che sia innamorato ricambiato o sofferente, condivide nei suoi canali social canzoni italiane anni ‘90, brani demodè o decisamente poco conosciuti, che però rispecchiano perfettamente il suo stato d’animo.

Questo tipo umano passa giornate intere alla ricerca del pezzo perfetto e una volta trovato non perde tempo: lo carica e lo declina su tutti i suoi canali social. A volte addirittura su LinkedIn.

Ogni scelta è un universo comunicativo complesso, l’unico modo per capire cosa vuole realmente dire è leggere e interpretare la frase della canzone scritta come testo del post. Ci dispiace per i suoi follower, ma nemmeno un esperto di ermeneutica sarebbe capace di interpretare totalmente tale complessità.

Povero appassionato di musica, nonostante tu creda che il diretto interessato coglierà al volo la tua dichiarazione “esplicita”, purtroppo non è così.

Il taggatore compulsivo

Lasciato nel peggiori dei modi, vuole dimostrare a tutti i suoi amici, ma soprattutto alla persona che gli ha spezzato il cuore, che sta bene. Anzi, benissimo.
Così pubblica foto, si tagga ovunque – anche dove non c’è -, scatta selfie degni di un fotografo professionista, pur di apparire al meglio, felice e con accanto tantissime probabili nuove fiamme.
Questo atteggiamento esagerato deriva dalla falsa convinzione che caricando quel genere di immagini le persone crederanno che lui sta bene e che sicuramente chi l’ha lasciato si è pentito della scelta e tornerà immediatamente da lui.
No, non è mai così.
Alla fine, vedendo che questa tattica non sortisce alcun effetto, piange di notte, quando nessuno può vederlo e scattargli una foto, mentre la persona che ama sicuramente non prova il minimo interesse e si sta divertendo davvero. A differenza sua.

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Il geloso (o è uno stalker?)

Che sia stato lasciato o che stia ancora con il partner, ma anche se semplicemente gli piace qualcuno, il Geloso è ovunque. E osserva.
Osserva gli amici della persona per cui prova sentimenti, mette like ponderati e tattici come il migliore degli strateghi militari, ma soprattutto ha la capacità di trovare l’unica foto compromettente del partner.
Il risultato? Un pubblico e sgradevolissimo commento. 

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Potremmo continuare all’infinito, ma quello che è certo è che chiunque di noi ci è passato e, se non lo ha ancora fatto, ci passerà: tocca a tutti, almeno una volta nella vita.

Se anche a te è capitato di incarnare un archetipo di innamorato sui social media oppure conosci qualcuno che fa parte della categoria, lascia un commento sulla nostra pagina Facebook e descrivi il suo profilo.

Ufficialmente aperta la call for entry agli Eurobest Creative Awards

Eurobest, il più importante festival della creatività europea, annuncia l’apertura delle entries per l’ambito Awards. Le iscrizioni possono essere inviate entro il 29 Settembre 2016, nelle seguenti categorie: Creative Effectiveness, Design, Direct, Film, Film Craft, Healthcare, Innovation, Integrated, Interactive, Media, Mobile, Outdoor, PR, Print & Publishing, Print & Outdoor Craft, Promo & Activation e Radio.

Le nuove categorie – Digital Craft, Creative Data e Music (sezione della categoria Entertainment) – sono state aggiunte per celebrare l’importanza della creatività in questi nuovi settori e per rispecchiare l’evoluzione del panorama della branded communication.

Tuttavia, Eurobest non è solo un momento di premi e riconoscimenti, ma un vero e proprio incontro creativo per imparare, collaborare e migliorarsi.

Le campagne creative iscritte agli Eurobest awards saranno giudicate da un esperto gruppo di professionisti del settore, che si riuniranno per premiare il meglio della comunicazione creativa in Europa. Abbiamo pensato a 10 suggerimenti per aiutare i partecipanti – esperti e non –  nella creazione e presentazione dei loro progetti.

Fiorenza Plinio, Head of Awards Development di Eurobest

Ecco i suggerimenti di Fiorenza Plinio per creare case di successo:

Annunciati anche i 13 Presidenti che avranno il compito di guidare le giurie nella scelta dei lavori migliori.

Ecco qualche nome:  Jaime Mandelbaum (Europe Chief Creative Officer di Y&R, Presidente della categoria Outdoor & Radio);  Iain Jacob, (Chief Executive Officer EMEA, Publicis Media sarà il presidente della categoria Media); KarimBartoletti I(Partner/Executive Producer Indiana Production, Presidente della categoria Film Craft); Bruno Bertelli (Global Chief Creative Officer of Publicis Worldwide, Presidente della categoria Film, Print & Publishing e Print & Outdoor Craft); Caterina Tonini (Vice Presidente di Havas PR, Presidente della categoria PR).

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Eurobest, organizzato dai Lions Festival, si terrà in Italia per la prima volta nel 2016, e sarà ospitato dalla capitale, Roma. Il Festival, che si terrà dal 30 novembre al 2 dicembre, offrirà workshop interattivi, momenti di discussione, seminari ed eventi di networking, oltre alla cerimonia di premiazione.

Le iscrizioni possono essere inoltrate tramite il sito www.eurobest.com. La call for entry rimarrà aperta fino al 29 di settembre 2016 sul sito di eurobest.

Per saperne di più visita il sito! 

Apple e realtà virtuale, in arrivo i Glass?

Che la realtà virtuale rappresenti una la nuova frontiera per le aziende di tecnologia non è certo una novità. Le potenzialità legate ad essa sono pressoché infinite e sono probabilmente una delle migliori opportunità di rendere web e digital sempre più immersivi e, perché no, utili. Una sfida che non a caso vede impiegati tutti i più rilevanti player internazionali: se Google sembra aver per il momento accantonato i suoi glass, Facebook punta fortissimo sui suoi Oculus rift. Non solo, anche HTC con i suoi Valve e Sony con un sistema VR per la Playstation paiono più che interessati ad entrare nel mercato.

Un solo nome sembra mancare all’appello: Apple. Fino ad oggi al di là di qualche indiscrezione non confermata, da Cupertino non arrivava alcuna notizia in merito a progetti legati alla realtà virtuale. Fino ad oggi.

Apple glass

Apple, un nuovo brevetto all’insegna della realtà virtuale

È di pochi giorni fa il deposito da parte del brand americano di un brevetto che potrebbe ben presto cambiare le carte in tavola. Head-Mounted Display Apparatus For Retaining A Portable Electronic Device With Display, ecco il progetto registrato, un progetto che pare senza ombra di dubbio un chiaro intento di creare supporti VR per i propri prodotti.

Il nuovo dispositivo è molto vicino per design e funzionalità agli altri sistemi fin qui visti. Avrà la forma di un paio di occhiali con cuffie incorporate e un connettore che permetterà di collegarlo facilmente con i dispositivi Apple. Per quanto riguarda le funzionalità dovrebbe essere in grado di riprodurre lo schermo dello smartphone collegato, facendo visualizzare all’utente immagini, pagine web, video direttamente sulle lenti.

Questi glass paiono molto vicini ai Samsung Gear VR, differenziandosi dagli altri dispositivi in commercio proprio per l’utilizzo di connettori fisici che dovrebbero migliorare notevolmente l’esperienza dell’utente. Un punto fondamentale, tanto che sembra proprio essere l’elemento che Apple desidera maggiormente proteggere attraverso il brevetto.

Apple glass

Apple glass: resta qualche dubbio

Pare presto per cantare vittoria. I fan della mela morsicata potrebbero dover aspettare ancora molto prima di dotarsi di questa interessante innovazione. È prassi consolida per i big tecnologici brevettare qualsiasi idea di una certa rilevanza, anche se magari non vedrà mai la luce. Un modo per proteggersi e “segnare il territorio”, evitando di favorire i propri competitors.

I reparti di ricerca e sviluppo di aziende come Apple danno vita continuamente a intuizioni spesso geniali. Una rapidità di sviluppo favorita dagli ingenti investimenti promossi, ma che spesso non trova egual celerità nei lunghi tempi burocratici necessari a brevettarle. Magari non entreranno mai nel mercato, forse diventeranno parte di progetti diversi, addirittura potrebbero uscire dopo anni, ma depositarle è un atto dovuto in dell’investimento fatto.

Detto ciò è innegabile che questa news dimostri innegabilmente l’interesse di Apple verso la realtà virtuale e i suoi sforzi nel integrarla nei propri futuri progetti. Un fatto che dà concretezza ad alcune dichiarazioni pubbliche del CEO Tim Cook in cui definiva “fantastica” la VR e le sue opportunità.

Solo il tempo potrà dirci se il progetto Apple diventerà realtà o se naufragherà come accaduto ai Google Glass. Sta di fatto che presto o tardi dovremo fare i conti quotidianamente con la realtà virtuale. Sei pronto?

ritorno a scuola con facebook

Facebook a scuola: un social network per aiutare a imparare

Tra pochi giorni riapriranno le scuole di ogni grado, e 326.000 aule degli oltre 33.000 plessi scolastici si riempiranno di studenti, che secondo una indagine OCSE sono al 23esimo posto per competenze digitali di base in Europa.

L’Italia però balza al primo posto per la necessità di formazione dei docenti: secondo un’indagine  dell’OCSE (TALIS 2013) il 36% ha dichiarato di non essere preparato per la didattica digitale.

Il contesto ambientale non è certo di aiuto: il 70% delle aule è sì connessa in rete, ma generalmente la connessione non è adatta a supportare le attività didattiche necessarie.

Il Piano Nazionale Scuola Digitale si propone di migliorare questa situazione, a cominciare dalla connettività, senza dimenticare la formazione del personale, e la revisione di norme e regolamenti.

Si incoraggia l’uso dei dispositivi personali (smartphone e tablet), una strategia denominata con l’acronimo BYOD (Bring Your Own Device, porta il tuo dispositivo), cercando un compromesso tra la loro utilità didattica e gli aspetti negativi (privacy, disturbo delle lezioni) che avevano portato a limitare il loro utilizzo in molte scuole.

Facebook come può rafforzare l’apprendimento?

Spesso considerato il non-luogo per bighellonare, in realtà il social network può offrire molti spunti e strumenti utili a supporto delle attività scolastiche.

Vediamo quali sarebbero alcuni vantaggi immediati:

  • è gratuito
  • è conosciuto e diffuso
  • è disponibile su ogni piattaforma
  • ci si può collegare ovunque e sempre
  • si può collaborare
  • si può creare la pagina pubblica della classe o scuola (invece che il blog)

Facebook può essere utilizzato dai docenti di ogni livello e grado con due approcci diversi.

Facebook come risorsa: sono molti i gruppi in cui infatti i docenti possono interagire e collaborare con altri docenti per svolgere al meglio il loro lavoro di istruzione. Facebook è, in questa modalità, solo una risorsa da cui possono attingere informazioni, ispirazione, idee. Facebook però non fa parte del processo di formazione dei loro allievi.

Facebook come strumento: il social network è parte del processo di formazione. Tutte le parti (docenti, allievi, genitori) possono interagire, comunicare e collaborare utilizzando proprio Facebook per rendere più efficace l’attività di formazione, per coordinarla o monitorarla.

Vediamo in dettaglio le due possibili modalità di utilizzo di Facebook a scuola (o per la scuola!)

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Facebook come fonte di informazioni e risorse 

Facebook può essere utilizzato dagli insegnanti semi-passivamente, attraverso la partecipazione ai gruppi dedicati proprio a loro e alla didattica. Ne esistono molti, data la facilità nel crearli. Oltre 500 però superano il migliaio di iscritti. Ne segnaliamo alcuni, con un breve riassunto della descrizione che ognuno di essi si attribuisce.

ProfessioneInsegnante.it: Oltre 61mila iscritti per un gruppo che si dichiara apolitico e asindacale, dove gli insegnanti sono liberi di scambiarsi opinioni, informazioni e confrontarsi sulla scuola.

Roba da insegnanti: Con oltre 25mila iscritti, il gruppo si rivolge a persone interessate al mondo dell’educazione, quindi la platea è più vasta dei soli insegnanti.

Non è un gruppo strettamente tecnico, un insegnante non è solo libri, quaderni, lezioni, leggi e decreti, la sua vera arte e tecnica è la vita, ugualmente per chi si interessa di scuola a vario titolo.

Insegnanti 2.0: 22mila gli iscritti che desiderano provare insieme a definire un’idea di scuola che punti al miglioramento dell’apprendimento rispondendo ai nuovi bisogni degli studenti attuali, giovani generazioni digitali.

Innovazione e pratica nella didattica integrata con le nuove tecnologie.

Insegnanti: quasi 20mila gli iscritti aI gruppo, che si occupa di confronto sulla didattica, di scambio di informazioni giuridico-amministrative e di informazione su opportunità e risorse gratuite per l’aggiornamento professionale. È luogo di ascolto e condivisione professionale.

Didattica inclusiva: 19mila gli iscritti al gruppo che tratta tutto ciò che riguarda la formazione, la didattica, l’educazione e le difficoltà di apprendimento.

Insegnanti Italiani Uniti: 17mila gli iscritti a Insegnanti Italiani Uniti, che nasce dal desiderio di creare un gruppo di categoria per tenersi informati ed aggiornati sul mondo “caotico” dell’intero sistema scolastico. Aggiornamento in merito alle proposte, decreti che il governo emana, proposte ed iniziative dei docenti che partecipano al gruppo, condivisione dei progetti di istituto, suggerimenti didattici delle singole discipline.

Sostengo il Sostegno!: un gruppo con 17mila partecipanti, aperto a tutti coloro (docenti di ogni ordine e grado, di ruolo e non, genitori, insegnanti, nonni, educatori, docenti di sostegno, docenti curricolari, operatori professionali, etc.) che desiderano condividere storie, strategie, soluzioni possibili, esperienze sulla disabilità. Si propone di affrontare temi vari al fine di condividere risorse, esperienze, parlare di didattica o di qualsiasi altro argomento che riguardi il mondo della scuola.

Animatori Digitali: 9mila iscritti alla piazza virtuale rivolta ai nuovi Animatori Digitali della Scuola Italiana per condividere notizie, esperienze e strategie. Gli animatori digitali sono una nuova figura, istituita dal Piano Nazionale Scuola Digitale: docenti di ruolo che hanno il compito di seguire il processo di digitalizzazione della Scuola di appartenenza.

L’elenco non è esaustivo: questi sono i gruppi più numerosi. Altri si possono trovare facilmente sfruttando la barra di ricerca di Facebook stesso, inserendo le parole chiave “insegnante” o “didattica” ed altre attinenti.

Molto interessante il gruppo dedicato al concetto di classe capovolta.

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Facebook come strumento didattico

Facebook può essere usato come strumento didattico, e in maniera molto efficace e sicura, nonostante la fama di luogo per oziare o pericoloso.

Un argomento questo che meriterebbe un post tutto suo.

La verità su cui riflettere è che Facebook è diffusissimo, facile da usare e ben noto nei suoi meccanismi più semplici: tutti gli utenti sanno come pubblicare uno status, una foto, un video.

Certamente è importante trasmettere anche l’importanza di un uso consapevole e responsabile. Anzi, l’utilizzo di Facebook come strumento didattico può essere occasione per diffondere maggiormente nozioni di cultura e galateo digitali.

Come strumento didattico Facebook ha funzionalità che permettono di creare comunità di lavoro e studio i cui membri possono collaborare, comunicare, condividere informazioni senza alcuno sforzo aggiuntivo. Tutti, o quasi, sanno come usarlo.

Le comunità di lavoro e studio possono mimare e ricalcare quelle esistenti (una classe e il suo docente, il consiglio degli studenti) oppure farne sorgere di nuove, in alcuni casi impensabili senza questo strumento. Pensiamo per esempio alla possibilità di creare gruppi di lavoro e studio composti da studenti di scuole diverse, in nazioni diverse!

Collaborazione

Facebook permette di creare tre tipi di gruppi:

  • segreti: nessuno, tranne i membri, ne conosce l’esistenza. Solo chi ne fa parte può leggere ciò che vi viene pubblicato.
  • chiusi: Il nome del gruppo è pubblico e anche la sua descrizione. Solo chi ne fa parte può leggere ciò che vi viene pubblicato.
  • pubblici: ogni aspetto del gruppo è pubblico.

L’iscrizione al gruppo è sempre necessaria per poter pubblicare e commentare.

Tutti i gruppi hanno funzioni per favorire la collaborazione tra membri.

Si possono naturalmente creare post come nella propria bacheca, commentare quelli pubblicati da altri. I gruppi permettono di creare un particolare tipo di post, il sondaggio. Con questo tipo di post è possibile porre domande ai membri del gruppo, presentando diverse opzioni tra cui scegliere per rispondere. Facebook terrà automaticamente il conto del numero di risposte per ciascuna opzione.

Si può anche disporre di un area in cui caricare file dal proprio computer o cartella Dropbox, creare eventi dedicati ai membri del gruppo o avviare una chat di gruppo.

Sfruttando i gruppi e le loro diverse caratteristiche di privacy è così possibile creare gruppi che permettano di collaborare tra:

  • studenti
  • insegnanti
  • studenti e insegnanti
  • genitori
  • genitori e insegnanti

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Condivisione

All’interno di un gruppo è possibile pubblicare testi, foto, video e file.

I post pubblicati possono essere commentati e ottenere una delle sei diverse reaction (la più nota è il mi piace).

Gli studenti, per esempio, possono pubblicare e condividere idee, pensieri, il risultato del loro lavoro coi compagni, che possono commentare, giudicare, contribuire.

Gli insegnanti possono monitorare il lavoro dei loro studenti, incoraggiando se necessario, correggendo se opportuno, dando sempre un feedback che favorisca l’apprendimento.

Relazioni

Un gruppo Facebook può favorire e rendere più fluide le relazioni tra allievi, ma soprattutto tra essi e l’insegnante. Facebook segnala eventi e compleanni, per esempio, fornendo una occasione per inviare un messaggio di auguri.

Può rafforzare la relazione tra genitori e scuola, dando visibilità al lavoro svolto dagli insegnanti e dai figli insieme.

Un gruppo Facebook può anche aiutare a mantenere la comunicazione e collaborazione con studenti che siano geograficamente distanti o dispersi: lo studente assente per malattia, o all’estero per uno scambio resterebbe sempre aggiornati sulle attività della classe.

Precauzioni e considerazioni finali

Per partecipare ad un gruppo Facebook è naturalmente necessario essere iscritti a Facebook ed avere quindi un profilo personale.

Facebook ha come regola che solo chi ha già 13 anni può iscriversi ed è poco raccomandabile tentare di aggirarla. La violazione dei termini di servizio può avere come conseguenza la sospensione o chiusura del profilo e il lavoro svolto verrebbe irrimediabilmente perso.

I genitori di un allievo o l’allievo stesso potrebbero rifiutare l’iscrizione stessa a Facebook. Un ostacolo del tutto insormontabile.

L’Insegnante può decidere di usare il proprio profilo personale per partecipare ai gruppi “di lavoro”.

Deve essere consapevole però che gli allievi e genitori potrebbero visitarlo e curiosare.

Diventa molto importante un uso sapiente e preciso delle impostazioni della privacy del proprio profilo. Allievi e genitori potrebbero vedere foto o altre informazioni che si desidera mantenere private. O condividere sì, ma solo con gli amici.

L’insegnante deve decidere se mantenere una netta separazione tra vita privata e professionale e stabilire il confine con le impostazioni della privacy.

In alternative potrebbe creare un profilo diverso, da dedicare ad un uso esclusivamente professionale. Una soluzione di più semplice attuazione e gestione, che però violerebbe i termini di servizio Facebook: ogni persona deve creare un profilo con il proprio vero nome e cognome. Un secondo profilo avrebbe, per forza quindi, un nome falso. Il rischio, di nuovo, è la chiusura del profilo incriminato.

Digital Analytics e Conversioni: l’importanza di calcolare il ROI delle tue campagne online

Un viaggio nell’universo sconfinato di Google Analytics e di Google Adwords, due strumenti fondamentali per chi opera nel marketing digitale. Gianpaolo Lorusso, docente del Master Online in Digital Marketing di Ninja Academy, ci fornisce le dritte utili a capire come ottenere e calcolare il ritorno sull’investimento effettuato per le nostre attività online.

Abbiamo fatto due chiacchiere in sua compagnia, valutando le opportunità offerte dalle novità introdotte in casa Big G per la Rete Display e introducendo le prime interessanti riflessioni sull’approccio analitico che ogni professionista digitale dovrebbe imparare ad utilizzare.

Digital gianpaolo lorusso

Facebook Ads vs Google AdWords: sappiamo che hai una preferenza. Ma per l’aumento delle conversioni sono due delle piattaforme più efficaci?

In realtà la diffusione dello standard aperto del Real Time Bidding ha moltiplicato le piattaforme in grado di procurare visibilità mirata alle conversioni (in USA ormai più del 30% dei budget promozionali online sono investiti in RTB).

AdWords di fatto ha perso il monopolio che aveva, almeno sulla rete display (siti esterni a Google affiliati al network di AdSense), anche grazie alla crescente efficacia commerciale dei Facebook Ads.

In sostanza sulla display adesso gli attori sono tanti, bisogna vedere solo quali usano l’algoritmo più intelligente per intercettare gli utenti giusti. Tuttavia, se esiste un numero sufficiente di ricerche online mirate specificamente al mio prodotto, è ancora difficile che ci sia qualche strumento più efficace di AdWords o di una buona SEO.

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Per ottenere una valida ottimizzazione della campagna Adwords è sempre necessario stanziare grandi budget? Quando ci si trova di fronte a clienti piccoli e con un investimento esiguo, cosa consigli di fare?

Consiglio di partire con campagne nella rete di ricerca AdWords estremamente mirate (fatte, cioè, con parole chiave molto specifiche). A meno che non ci si trovi di fronte a casi molto particolari, di solito, questo permette di avere buoni risultati anche con budget medio-piccoli.

Naturalmente, però, in questo modo i tempi di ottimizzazione di una campagna si allungano molto. In altre parole, se spendo anche solo qualche decina di euro al giorno riuscirò a capire cosa funziona e cosa no molto prima rispetto a chi spende solo pochi euro al giorno (per cui ci potrebbero volere anche vari mesi per raggiungere la redditività).

Gli expanded text ads (ETA) di Google sono diventati una realtà. Anche le campagne Adwords sono sempre più orientate al mobile?

Già da tempo ormai Google spinge sul mobile, perché le persone lo usano (e lo useranno sempre di più) anche per fare acquisti on line. Sempre più spesso poi gli utenti usano diversi dispositivi prima di arrivare a acquistare qualcosa o contattare il gestore di un sito per farlo.

Gli Expanded Text Ads sono solo una delle tessere di un mosaico più vasto che comprende anche, ad esempio,  le conversioni “cross-device” (da poco nuovo standard AdWords). In sostanza, se un utente è loggato in Google mentre naviga (e gli utenti Android lo sono di default) il sistema ora è in grado di riconoscerti (in maniera anonima, si intende) anche quando navighi su un sito e poi fai l’azione di conversione con dispositivi diversi. E questo, personalmente, penso abbia un impatto ancora maggiore degli ETA.

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Per tracciare tutte le conversioni possibili su sito, dalla richiesta di preventivo ai clic su e-mail, quali sono gli standard operativi da cui non si può prescindere ed il legame con Google Analytics?

La parola d’ordine è: tracciare tutto il tracciabile. In assenza di vendite on line, le compilazioni di form di contatto, il download di file e anche la durata o la profondità molto più alta della media delle sessioni possono essere determinanti.

Potrebbe sembrare che in questo modo ci si prenda in giro da soli, creando conversioni “artificiali”, che in realtà non portano nessun introito diretto. Però, se non si fa così non si riuscirà mai a valutare la qualità degli utenti che una certa fonte di traffico ci sta portando sul sito. E quindi, di conseguenza, si continuerà sempre a navigare (e investire) alla cieca in attesa del colpo di c… fortuna 😉

Campagne Display Responsive: quanto ti fidi della bontà dell’autogenerazione di annunci pubblicitari? Migliorerà realmente il lavoro degli inserzionisti?

Alla grandissima. Dato per assodato che non è la “bellezza” del banner a creare alti tassi di clic e conversioni (cosa che è nota a chiunque abbia fatto un po’ di campagne di advertising online), quali possono essere gli svantaggi di un banner auto-generato?

Che non si carichi bene su qualche dispositivo? Perché i banner fatti da grafici che garanzie danno in questo senso?

Non c’è storia. Il banner giusto per una campagna AdWords è un banner su cui la gente clicca e che non fa promesse che il sito di atterraggio non può mantenere. Poi che sia stato fatto da un grafico o da un computer in maniera automatica a chi fa campagne la cosa interessa molto poco. Ma mi rendo conto che se facessi il grafico forse la penserei diversamente 😉

Il nostro incontro con Gianpaolo si conclude qui ma è solo il primo con tutti i docenti del Master in Digital Marketing, ricorda che l’early booking, che ti consente di acquistare l’intero percorso formativo a 999 euro invece che 1299 e 1199 invece di 1599 nel caso in cui volessi partecipare anche alle nostre Factory di Roma o Milano, scade il 28 settembre!

Il performance marketing rivoluzionerà la remunerazione delle agenzie?

Il CEO dell’agenzia creativa DDB, Wendy Clarks, ha raggiunto un nuovo accordo con il suo cliente McDonalds, destinato a cambiare la gestione delle fee delle agenzie creative.

Una nuova idea? Un nuovo pay off? No, semplicemente il lavoro verrà remunerato in base alle performance ottenute dal brand. Ciò che ad una prima lettura potrebbe sembrare una velata giustificazione ad un improvviso taglio dei costi, è invece un’azione destinata a modificare sensibilmente il mondo del marketing e delle agenzie creative.

Il performance marketing rivoluzionerà il modo in cui verranno remunerate le agenzie?

Il mondo sta cambiando e in un mercato in cui non si richiedono solo ispirazioni ma anche risultati numerici che giustifichino un investimento, la strategia attuata da McDonald’s sembrerebbe essere la strada da seguire; in primo luogo le agenzie dovranno avere un background analitico sempre più solido (oltre che quello creativo), in secondo luogo si lavorerà sempre più su un singolo progetto e meno con relazioni a lungo termine.

Ecco tre ragioni per cui la strategia pay-for-perfomance da McDonald’s può essere efficace per il tuo brand.

Misurabilità

Il performance marketing rivoluzionerà il modo in cui verranno remunerate le agenzie?

Hai ragione, non sempre l’analisi può essere affiancata alla creatività, ma i numeri sono l’unico linguaggio universale che ti permetterà di valutare la tua agenzia.

I dati possono essere utilizzati in diverse fasi del brief e possono essere compresi a vari livelli:

  • Fase di definizione della strategia: nel momento in cui incontrerai la tua agenzia, oltre al brief creativo potrai fornire una visione dei risultati che ti aspetti. In questo modo avranno la possibilità di elaborare proposte sulla base anche di performance da raggiungere.
  • Fase di implementazione: in questo caso potrai chiedere un report durante la fase di campagna e, a seconda dei risultati, aggiustare il tiro o cambiare la strategia con un piano più efficace.
  • Fase finale: la misurazione delle performance ti aiuterà a capire l’efficacia del progetto e la remunerazione adeguata per il lavoro svolto.

LEGGI ANCHE: il Performance Marketing? Fondamentale in ogni business

Fee adeguato alle performance ottenute

Il performance marketing rivoluzionerà il modo in cui verranno remunerate le agenzie?

In ogni fase di brief è sempre difficile comprendere se il budget pianificato per una campagna è sotto stimato o eccessivo. Rimane sempre molto complesso valutare un progetto creativo; attraverso il metodo pay-for-performance diventerà invece più facile costruire un business plan adeguato.

Questo non vuol dire che stai tagliando risorse al tuo progetto; le stai invece allocando in modo migliore, permettendo anche alla tua agenzia creativa di capire meglio le tue esigenze e pianificare in modo ottimale tempi, costi, risorse.

Risultati nel breve e nel lungo periodo

Il performance marketing rivoluzionerà il modo in cui verranno remunerate le agenzie?

L’obiezione che potrebbe essere fatta è che il metodo pay-for-performance obbligherebbe le agenzie a lavorare solo su proposte con risultati visibili nel breve periodo, per giustificare la loro fee.

In realtà attraverso questa tipologia di remunerazione, vanno decisi diversi livelli di risultati, che ti aiuteranno a capire in che direzione sta andando il tuo brand e qual è l’obiettivo finale da raggiungere.

Al momento di definizione del brief, la tua abilità starà nel dividere tra risultati da conseguire nel breve e nel lungo periodo: ad esempio, una campagna sarà valutata nell’arco di un mese, e di conseguenza l’agenzia dovrà lavorare per ottenere dei risultati di conversion e vendite.

Se invece la tua strategia è quella di costruire una solida brand identity, ci vorrà più tempo e dovrai valutare non solo dei dati di vendita ma anche il livello di engagement e awareness dei tuoi consumatori.

“Siamo positivi sul fatto che la valutazione del nostro potenziale sarà correlata all’impatto che andremo a creare” Wendy Clark.

The Burning Man, come i brand accendono i Burners

The Burning Man, come i brand accendono i Burners

The Burning Man, una città che compare e scompare nel deserto del Nevada, un festival di arte e musica ma anche di sesso e droghe, di ideologie e lusso.

Non si gira in auto (se non autorizzati), non si possono scattare fotografie, niente campo per cellulari e smartphone: ci si raduna nel clima ostile di un deserto bollente per costruire Black Rock City, effimera cittadina di anarchia regolamentata e si vive in maniera autosufficiente attraverso il baratto. In teoria.

Quanti? Il limite è fissato a 70 mila biglietti. Non è facile procurarsi gli ingressi al costo di 390 dollari l’uno, perché le richieste sono sempre in aumento.

Visionari? Anarchici? Amanti della musica e dell’edonismo?

Al Burning Man partecipa chiunque, impossibile inquadrare un target specifico: l’evento celebra il solstizio d’estate e culmina con l’incendio di una figura umana spaventosamente alta, un richiamo e uno stimolo fortissimi che coinvolgono persone di tutti i paesi del mondo e di ogni estrazione sociale.

The Burning Man, come i brand accendono i Burners

D’altra parte, il costo alto del biglietto non lo qualifica esattamente come un festival popolare e il notevole aumento di veicoli e camper sofisticatissimi nei quartieri del lusso in Black Rock City mostrano una tendenza evidente: il Burning Man non è mai stato un festival di hippy dedicato alla pace e all’amore libero.

Ti ho incuriosito? Se vuoi approfondire trovi qui il decalogo che contiene i principi del Burning Man scritto dal co-founder Larry Harvey.

The Burning Man: “non consumatori” per una settimana

I bruciatori del Burning Man vivono una intera settimana nella utopistica città nata in poche ore nel deserto, vivendo un’esperienza di condivisione e sperimentando un modo diverso di approcciarsi al prossimo.

Ma nelle restanti 51 settimane dell’anno, questi fanatici settimanali dell’anarchia sono consumatori, punto e basta.

In una città ideale, non duratura, in un’atmosfera magica di empatia e psichedelia, in una società in cui non esiste lo scambio commerciale e il pagamento in denaro,  come possono i brand raggiungere questo bacino?

Come si accende un Burner?

The Burning Man, come i brand accendono i Burners

The Burning Man, come si accende un Burner?

I partecipanti a questo mondo ideale e fugace devono sottostare ad alcune regole, talvolta rigide, soprattutto in relazione ai richiami al mondo esterno e al sistema che lo regola: ognuno è tenuto a coprire loghi e marchi da abbigliamento e altro.

In altre parole, significa escludere la pubblicità dall’esperienza.

Identificare il profilo del “Burner medio” è impresa ardua, ma proviamoci ugualmente.

I partecipanti del Burning Man, secondo i check di Foursquare, hanno maggiore probabilità di visitare una delle caffetterie della catena Blue Bottle Coffee: ben dodici volte in più rispetto alla media!

Il Burner anarchico entrerà con facilità in un multisala Alamo Drafthouse Cinema per guardare un film (ben nove volte in più) e sei volte più spesso della media mangerà al  salutista Sweetgreen.

Molto alte anche le probabilità che questo ideale consumatore/burner visiti gli spazi di co-working di WeWork.

The Burning Man, come i brand accendono i Burners

Fuoco e ambiente

L’impatto sociale è notevole e anche i più attenti alle tematiche legate alle questioni ecologiche trovano soddisfazione nell’ampio piano di pulizia previsto alla fine di ogni evento: la filosofia dei Burners, ben evidenziata nei principi del decalogo con le parole di Larry Harvey punta decisamente in direzione green.

Senza lasciare traccia

La nostra comunità rispetta l’ambiente. Ci impegniamo a cancellare qualsiasi traccia fisica delle nostre attività, ovunque ci troviamo. Dopo aver pulito noi stessi dobbiamo ripulire l’ambiente e, se possibile, lasciarlo in migliori condizioni di quando lo abbiamo trovato.