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Game of Thrones: e se i personaggi fossero dei creativi?

“When you play the Game of Thrones, you win or you die. In the Game of Agencies, you Go Big or Go Home!”

L’intro dell’esilarante progetto firmato dall’agenzia creativa Chimp&z Inc. parla chiaro: che si tratti del Trono di Spade o del brief creativo, una cosa è certa: fiumi di sangue gli scorreranno intorno!

La sesta stagione di Game of Thrones è da poco iniziata e, spoiler o non spoiler, ancora non sappiamo a cosa i nostri amati personaggi andranno incontro: ma come sarebbe la loro storia se ognuno di loro lavorasse o avesse a che fare con un’agenzia pubblicitaria?

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I creativi di Chimp&z Inc. si sono divertiti a immaginare gli audaci protagonisti di GOT alle prese con la dura vita d’agenzia e il risultato è una divertentissima parodia in cui i beniamini di Game of Thrones rivestono ognuno un preciso ruolo nel mondo della pubblicità.

Ps: che nessuno si senta offeso, qui si fa per scherzare! 😉

1. Cliente 1 – Ramsay

Se i personaggi di Game of Thrones lavorassero in un’agenzia pubblicitaria

Il tipico cliente che non sarà contento se non ti farà versare sangue, lacrime e sudore. Tu gli appartieni, e se vorrà tagliarti le…. bè, lo farà!

2. Cliente 2 – La Donna in Rosso

Se i personaggi di Game of Thrones lavorassero in un’agenzia pubblicitaria

La sua estrema pacatezza e apparente saggezza nasconde in realtà un animo di fuoco pronto a bruciare qualunque progetto le verrà proposto: tra la Donna in Rosso e Ramsay, non so chi preferirei avere come cliente!

3. HR – Jon Snow

Se i personaggi di Game of Thrones lavorassero in un’agenzia pubblicitaria

“You know nothing Jon Snow!”. Infatti al nostro Jon HR Snow non importa sapere cosa stia succedendo, lui vuole solo fare pace a ogni costo, cercare il compromesso e farsi amare da tutti. Quale sia la sua sorte, in agenzia come nella serie, ancora non ci è dato saperlo!

4. Stagista – Samwell Tarly

Se i personaggi di Game of Thrones lavorassero in un’agenzia pubblicitaria

Tenero, dolce Sam… goffo e alla ricerca del suo ruolo in agenzia, potrebbe anche distinguersi in un’impresa ardua (come uccidere un Estraneo) ma difficilmente qualcuno gliene darà atto… ma continua a provarci, Sam!

5. Direttore Creativo – Cersei Lannister

Se i personaggi di Game of Thrones lavorassero in un’agenzia pubblicitaria

Impavido e pieno di potere, difende la sua squadra/famiglia con tutte le sue forze ed esige rispetto anche a costo di incutere timore (o uccidere, ma pazienza) a chi lo circonda: vi ricorda qualcuno?

6. Copywriter – Tyrion Lannister

Se i personaggi di Game of Thrones lavorassero in un’agenzia pubblicitaria

Puoi amarli o odiarli ma una cosa è certa: non puoi ignorarli. Anche se bistrattati in famiglia, i copywriter rimarranno lì a rimbalzare le vostre frecciate e a commentare ironicamente ciò che sta succedendo sorseggiando del buon vino!

7. Strategist – Petyr Baelish

Se i personaggi di Game of Thrones lavorassero in un’agenzia pubblicitaria

Lavorare nell’ombra, tenere d’occhio ciò che accade fuori e dentro l’agenzia e trovare sempre un modo per spuntarla: con Baelish in agenzia ogni strategia andrebbe a buon fine (basta non chiedersi con quali mezzi ci sia giunto)!

8. Grafici – Gli Immacolati

Se i personaggi di Game of Thrones lavorassero in un’agenzia pubblicitaria

Guerrieri di talento, ognuno abile nella propria specialità, fedeli e temibili. Sono loro: i grafici!

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BE NINJA

Dieci casi di successo clamoroso sui social media

Utilizzare i social network non è sempre sinonimo di successo: se una campagna però riesce a contraddistinguersi per memorabilità ed efficacia, allora potete star certi che di successo ne porterà, eccome.

Per darvi un’idea di cosa intendiamo per campagna social di qualità, abbiamo raccolto alcuni dei casi più interessanti dell’ultimo periodo: tutti hanno saputo tirar fuori il meglio dai canali, sapendoli  usare in maniera totalmente unconventional e realizzando risultati incredibili grazie all’originalità delle idee messe in campo. Vediamoli insieme.

Cards Against Humanity: un regalo per il Black Friday

10 campagne di successo sui social

Durante il Black Friday del 2015, uno degli appuntamenti dell’anno più importanti fra quelli dedicati dello shopping, l’azienda di giochi per “persone orribili” Cards Against Humanity pubblica sul proprio sito un annuncio che suonava più o meno così: “Quest’anno offriamo ai nostri clienti l’esperienza definitiva del Black Friday: la possibilità di acquistare nulla da noi per 5$. Il negozio è offline e al suo posto troverete un semplice modulo di pagamento, dove potrebbe darci 5$”. La società non era nuova a scherzi e provocazioni per promuovere i propri prodotti (citiamo la vendita di escrementi veri per oltre 30.000 clienti lo scorso novembre): ma al di fuori di ogni aspettativa, vendere nulla in cambio di qualcosa ha funzionato. Non solo 12.000 persone hanno dato 5 dollari, ma l’iniziativa ha riscosso un grandissimo successo sui social.

L’ #EasyOrder di Domino

10 campagne di successo sui social

Domino rende sempre più facile ordinare a domicilio. Dal maggio 2015, infatti, l’azienda permette ai clienti di richiedere la consegna della propria pizza preferita twittando l’emoji di una pizza all’account @DominosTwitter, oppure utilizzando l’hashtag #EasyOrder.

Il sistema di ordine Tweet-based è solo una delle iniziative digitali messe in atto da Domino per raggiungere i consumatori: tutte assolutamente di successo, considerando che oggi oltre il 50 per cento degli ordini di Domino provengono da canali digitali. Il successo degli sforzi sul mobile e sui social di Domino mostra come i marchi abbiano bisogno di “un modo completamente diverso di pensare percorso del cliente“, dice Lindsay Beltzer, direttore delle comunicazioni di marketing a Tenet Partners.

‘Pre-ordine alla cieca’ di Taco Bell

10 campagne di successo sui social

Nel mese di febbraio 2016, Taco Bell ha annunciato il suo primo “preorder alla cieca“: i fan potevano ordinare il prodotto misterioso online e ritirarlo in negozio, usando Snapchat.
Un’azione che ha visto il coinvolgimento dei canali, grazie a un strategia di marketing cross channel estremamente curata. Per supportare Snapchat, infatti, è stato messo il canale di Twitter a supporto: inoltre, l’azione dei due canali social è stata integrata con gli spot trasmessi durante il Super Bowl. Un bell’esempio di come generare entusiasmo ottimizzando gli sforzi su ogni canale.

Il video natalizio di Edeka su Youtube

In occasione del Natale 2015, la catena di supermercati tedesca Edeka ha pubblicato un video dai forti tratti emotivi. Lo spot #HeimKommen è stato l’annuncio di Natale più visto su YouTube, collezionando 47 milioni di visualizzazioni in una settimana. Due settimane dopo esser stato postato, il video aveva raggiunto 331.000 like, 20 milioni di visualizzazioni e 579.000 condivisioni su Facebook. Il successo della campagna dimostra ancora una volte come la proporzione Brand : Storie = Consumatori : Emozioni sia esatta!

Nivea annulla le distanze con “The second skin project”

Un altro video che ha caratterizzato il Natale 2015 è il “The second skin project”, a cura di Nivea Spagna. Usando gli occhiali per la realtà virtuale e un tessuto che simula la pelle umana, la distanza fra i protagonisti della clip veniva annullata, regalando allo spettatore una bella dose di emozioni. Utilizzando uno stile appropriato e un approccio non orientato alla vendita, il video ha ricevuto più di 150.000 visualizzazioni su YouTube e ha generato un social media buzz decisamente positivo per Nivea, dimostrando ancora una volta come puntare sui valori più alti della marca, avvicinandoli allo sguardo del consumatore e calandoli nella sua realtà, sia una scommessa vincente.

PricewaterhouseCoopers sposta il B2B su Snapchat

10 campagne di successo sui social

La società di revisione PricewaterhouseCoopers è da 82 anni sponsor degli Oscar. In occasione dell’edizione 2016, l’azienda ha scelto di puntare su Snapchat, creando una campagna per generare buzz internamente ed aumentare la visibilità sul proprio coinvolgimento negli Academy Awards. Nelle prime due settimane, la Snap Story di PwC Snap ha totalizzato 700 visualizzazioni, e nel giro di tre settimane, la campagna ha ricevuto 1.062 tweets correlati su Twitter e 406 menzioni su Instagram. Un’azione che ha garantito a PwC di aggiudicarsi un Shorty Awards: mica male, no?

Dollar Shave Club e i meme

10 campagne di successo sui social

La società di rasoi Dollar Shave Club ha usato il suo tipico umorismo per spingere la propria presenza sui social attraverso la campagna #RazorBurn. Prendendo in giro le aziende che sostengono la (troppa) durabilità dei propri prodotti,  DSC ha crato dei meme con l’immagine di un rasoio logoro e discalie come: “Il tuo rasoio è così vecchio che cena alle 4:30”. La campagna ha portato a un aumento del 24% delle menzioni sui social, il 6% in più di follower, e un aumento del 31% dell’engagement su Twitter.

La campagna Snapchat di Burberry

Ad aprile 2016 Burberry è diventato il primo marchio di lusso a lanciare una campagna nativa sul canale discover di Snapchat che, seguendo le regole, è durata solo 24 ore. L’iniziativa è stata pensata per il lancio del nuovo profumo Mr Burberry e ha visto coinvolto anche il regista Steve McQueen, che è stato protagonista di un breve video che ha raggiunto quasi 300.000 visualizzazioni su YouTube. Un’azione dove il format video ha confermato di essere indispensabile nella comunicazione di un brand che vuole emergere… E pazienza se il video è visibile solo 24 ore (anche perché poi c’è YouTube!).

Il lancio di Deadpool

10 campagne di successo sui social

La 20th Century Fox ha iniziato un anno prima dell’uscita a promuovere il film Deadpool sia online che offline, e con una copertura costante di tutti i canali social media. La cosa interessante è che i social media sono stati utilizzati per una dare personalità al protagonista e intercettare con leggerezza il pubblico di appassionati.

L’eccitazione è cresciuta al punto che un fan celebre come l’attore Ryan Reynolds è uscito allo scoperto con un endorsement che ha cancellato in un sol tweet il confine tra promozione e fandom.

I risultati sono stati molto incoraggianti: 55000 retweet, e 52.000 likes e un aumento dei followers importante: ben 450000 in più!

Vendere su Pinterest

10 campagne di successo sui social
La scorsa estate Krylon, una società produttrice di vernice spray, è diventato il primo marchio a utilizzare la funzione Buyable Pin, ossia i pin che permettono di acquistare direttamente su Pinterest. Durante uno dei più grandi mercatini al mondo – il 127 Corridor Sale – ha inviato degli esperti di fai da te per acquistare e trasformare oggetti di poco valore in meravigliose idee d’arredo. Una volta terminata il mercatino, Krylon ha messo in vendita su Pinterest quegli stessi prodotti generando un guadagno di 2.7 milioni di dollari, per non parlare del numero di follower su Pinterest che sono cresciuti del 4.400%. Una vera azione di marketing, che ha garantito coinvolgimento, online e offline.

Ti sono piaciute queste idee? Dicci cosa ne pensi sulla nostra pagina Facebook.

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Fidelizzare i follower su Instagram: tre storie di successo

Alcuni tra i motivi che spingono un’azienda a fare marketing online sono: la costruzione di un’identità forte e coerente, la creazione di una community attiva e l’aumento delle vendite. Molto utilizzati, per questi scopi, sono i social network. Primi fra tutti Facebook e Twitter che, già da anni, sono parte integrante delle strategie di marketing aziendale.

Quello che è interessante notare, però, è che oltre a questi “affermati colossi”, è da un po’ di tempo che le imprese si sono rese conto dell’enorme potenziale di cui gode la comunicazione visiva e quindi di Instagram.

LEGGI ANCHE: 4 tool per sfruttare al massimo il potenziale di Instagram

La piattaforma di foto sharing, che oggi vanta più di 400 milioni di utenti attivi nel mondo, rappresenta un canale che, se ben utilizzato, può permettere alle imprese dei ritorni non indifferenti. Capiamo meglio come attraverso l’esempio di tre aziende che hanno fatto di Instagram lo strumento di marketing primario.

Frank Body, il personaggio dell’azienda skin care più amato dalle donne

Fare marketing con Instagram

Frank Body è un’azienda australiana che realizza prodotti per la cura della pelle. Nota per i suoi scrub a base di caffè, l’azienda è un ottimo esempio di come si possano ottenere enormi benefici investendo tempo e ingegno nell’uso di Instagram. Come spiega il cofondatore Erika Geraerts: “l’uso del social network ha permesso di connetterci con i nostri clienti in modo diretto e senza dover sostenere i costi elevati di una pubblicità tradizionale. In tre anni la pagina ha ottenuto ben 683 mila follower e questo è stato fondamentale per le vendite”. Dal suo lancio, infatti, la società australiana è riuscita a vendere 1,5 milioni di prodotti in 149 paesi del mondo.

Ti starai sicuramente chiedendo: “come ha fatto una startup di prodotti di bellezza (apparentemente uguale a milioni di altre) a raggiungere questi risultati?
Basta visitare la sua pagina Instagram per trovare una risposta.

Partiamo da Frank, la voce dell’azienda, un personaggio inventato per comunicare con il pubblico. È divertente, ha senso dell’umorismo, ama i doppi sensi e l’essere sincero. Tra una spiegazione e l’altra del prodotto, non si fa mai mancare una battuta in grado di coinvolgere e fidelizzare i suoi clienti.

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Frank ci insegna come un’azienda, per utilizzare in modo profittevole Instagram, dovrebbe avere ben chiare le qualità che la contraddistinguono e cercare una strada per “incanalare” queste qualità, nel miglior modo possibile, attraverso la comunicazione online.

Ouai, l’haircare delle celebrities

fare marketing con Instagram

Ouai è un brand che realizza prodotti per la cura dei capelli (integratori, shampoo, balsamo e molti altri ancora). Nato dalla mente della famosa haistylist Jen Atkin, ancor prima che i prodotti arrivassero nei negozi per la vendita, la Atkin stava già utilizzando Instagram come strumento per il lancio della sua attività.
Grazie anche alla conoscenza di attori famosi e alla realizzazione di un blog personale, Mane Addicts, che già contava 1,3 milioni di lettori, ad oggi la pagina Instagram di Ouai conta 69,9 mila follower.

Qual è stato il segreto del successo?

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La sua strategia di marketing è stata parlare anche delle esperienze personali dell’hairstylist, raccontando i suoi viaggi e la vita di tutti i giorni. Gli scatti del lavoro sul set hanno sicuramente contribuito ad aumentare la curiosità degli utenti verso la pagina.
Se a ciò aggiungiamo un’accurata spiegazione dei prodotti e del miglior modo attraverso cui utilizzarli – per “creare una comunità dove le donne possano trovare soluzioni ai loro problemi di capelli e sentirsi ispirate”, come ci dice la fondatrice Jane – allora possiamo dire che “ha proprio fatto tombola”!

Onepiece, l’abbigliamento perfetto in qualsiasi occasione

fare marketing con Instagram

Onepiece è un’azienda di abbigliamento norvegese, fondata 9 anni fa e nota per la produzione di tute per ragazzi e adulti. Lo sbarco dell’azienda sulla piattaforma di foto sharing ne ha aumentato la notorietà e permesso la diffusione oltre i confini nazionali. Oggi, infatti, la pagina Instagram è seguita da 190 mila follower e il brand è noto in molti paesi del mondo, compresi gli Stati Uniti.

L’idea su cui si fonda la comunicazione online è la volontà di rifiutare la moda, spesso scomoda, per celebrare la cultura “scansafatiche” o, se preferite, “del dolce far niente”. Basta, infatti, sfogliare gli scatti su Instagram per trovare chi mangia popcorn sdraiato a letto mentre guarda un film al computer, chi si gode una tazza di tè caldo il tutto “condito” da una grande quantità di celebrities che, in un momento di relax, indossando i capi di abbigliamento Onepiece.

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Come afferma Casper Vasbotten, direttore marketing digitale, i fattori chiave che hanno determinato la costruzione dell’identità di marca sono stati “l’uso di una narrazione chiara e di un’immagine coerente”. A ciò si aggiunge la collaborazione di blogger e influencer internazionali che hanno offerto il loro contributo raccontando le “storie” di tutti i giorni nelle quali Onepiece è presente.

L’azienda norvegese è, dunque, un esempio di come attraverso la collaborazione di influecer noti al grande pubblico sia possibile creare una storia di marca sensata e ben fatta, in grado di coinvolgere clienti sempre nuovi in giro per il mondo.

Questi sono solo tre dei numerosi casi di aziende nelle quali l’uso di Instagram ha contribuito notevolmente a determinarne il successo. Anche se in questa sede non si aspira ad un’analisi esaustiva dello strumento, può risultare comunque utile ricordare qualche nuovo esempio da cui imparare e prendere spunto.

alzheimer

Ogni appuntamento è il primo per chi combatte l’Alzheimer

In collaborazione con l’agenzia DLV BBDO Milan, l’Associazione Alzheimer Portugal ha diffuso pochi giorni fa un’intensa campagna digitale di sensibilizzazione pubblica su una malattia tanto conosciuta quanto ancora poco compresa. “First Date“, lo spot attorno al quale ruota la campagna, racconta proprio gli effetti devastanti che l’Alzheimer comporta, per chi ne soffre e per coloro che supportano e circondano il malato.

In soli 60 secondi, “First Date” catapulta lo spettatore dentro il dramma personale ed emotivo di chi, in prima persona o indirettamente, si trova a dover combattere con l’Alzheimer.

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Il video mette in scena quello che inizialmente sembra a tutti gli effetti un primo appuntamento tra una giovane donna e un uomo di mezza età, al quale lei racconta episodi della sua infanzia e particolari della vita quotidiana. Conversazioni da primo incontro, appunto, tra due persone che a malapena si conoscono. Salvo poi capire che siamo dinnanzi ad una situazione completamente differente.

La scelta di rappresentare il rapporto padre figlia è particolarmente calzante in questo contesto. La percezione dello spettatore viene repentinamente capovolta rispetto alla situazione iniziale, quando scopriamo che la ragazza, scalza (come faremmo solo in compagnia di qualcuno con cui siamo intimi e a nostro agio), chiama l’uomo “papà”.

Il capovolgimento narrativo interpreta efficacemente la sensazione di smarrimento comune a chi vive sulla propria pelle gli effetti devastanti della malattia. A rimarcare questo concetto anche sul piano visivo contribuisce anche la fotografia del video, dai toni scuri e opacizzati.

La campagna di sensibilizzazione e raccolta fondi vive in questi giorni sul canale YouTube dell’Associazione, sul sito istituzionale e sulla pagina Facebook.

Credit:

Creative Agency: BBDO Milan
Executive Creative Directors: Stefania Siani, Federico Pepe
Client Creative Directors: Pas Frezza, Luca Iannucci
Director: Alessio Fava
Dop: Alessandro Dominici
Producers: Andrea Vavassori, Martina Kirkham
Production: Riot
Tatiana Nunes – Alzheimer Portugal
Director assistant: Carlo Febbraro
Set design: Amos Caparrotta
Stylist: Rosanna Bevilacqua
Styling: Luisa Beccaria, La prealpina, Almacen
Actors: Giancarlo Previati – Sophie Spreadbury
Location: Anticamera Location
Post production: Riot
Editing: Massimo Magnetti
Sound design & re-recording mixer: Matteo Milani
Color grading and online: Andrea Vavassori
Music: Massimo Giordani, Antonella Zappietro – Edizioni Curci
“Have You Ever Seen The Rain” performed by Bettes
Written by John Cameron Fogerty
© by Jondora Music – Courtesy of Concord Music Group Inc.
Edizioni per l’Italia STAR srl – Milano
℗ KING Music & Publishing

social media listening per aziende

Sai che il Social Media Listening è un prezioso alleato per la tua azienda?

Come disse Aaron Swartz, cofondatore di Reddit, attivista e programmatore, oggi tutti hanno voce grazie al web 2.0 e ai social media in primis: tutti possono esprimere le proprie idee su prodotti e servizi, raccontare la propria esperienza d’acquisto e avere un ruolo nel successo o meno di un’azienda.

Diventa quindi fondamentale ascoltare quelle voci per capire come strutturare le proprie strategie.

Ogni azienda necessita di essere online se vuole farsi conoscere, ma questo è solo il primo step: ha bisogno soprattutto di intercettare il proprio pubblico, di ascoltare e farsi ascoltare in quei luoghi virtuali in cui spendiamo tempo e denaro (ricordi? I mercati sono conversazioni).

social media listening per aziende

Secondo i dati raccolti dall’agenzia Nielsen, il 74% degli utenti si affida per le proprie scelte d’acquisto ai commenti di parenti e amici sui social media; il 36% dei consumatori online si fida della pubblicità sui social network (in crescente aumento), dato questo da mettere in relazione al fatto che la fiducia negli spot televisivi risulta in calo.

L’importanza dell’ascolto della rete per la tua azienda

Un recente paper di Symosos si focalizza proprio sull’importanza che il tracciamento del cosiddetto “social buzz”, ovvero il “ronzio” delle conversazioni online, riveste nella costruzione del tuo brand:

Scarica qui la guida: “Come tracciare efficacemente il tuo social media buzz”

Copertina Social Media Buzz

Noi abbiamo cercato di riflettere su come il Social Listening sia un’attività utile per tutte le funzioni aziendali, dal Marketing alla Supply Chain.

Le conversazioni sui social e in rete producono enormi quantità di dati non strutturati: diventa fondamentale saperli raccogliere e gestire, al fine di ottenere informazioni utili per creare le giuste strategie di comunicazione e di content curation. Ma non è solo il reparto marketing a essere coinvolto in questo processo.

Oggi infatti i tool di monitoraggio e ascolto dei social network, come quelli offerti da Sysomos, vengono utilizzati trasversalmente per supportare diverse funzioni aziendali. È possibile ad esempio utilizzare le tecniche di ascolto per monitorare i propri competitor, per sviluppare nuovi insight di business o per fare innovazione di prodotto.

Di seguito vediamo insieme quali sono le applicazioni operative del social media listening all’interno delle diverse funzioni aziendali:

CRM e Ricerca & Sviluppo

Ti sei mai chiesto come poter migliorare il rapporto con i tuoi clienti e la qualità del tuo prodotto e servizio? Intercettare quando parlano dei tuoi prodotti e del tuo brand sui social network permette una gestione puntuale delle problematiche e allo stesso tempo previene eventuali reclami e crisi aziendali. Inoltre potrai apportare strategie di miglioramento del tuo prodotto o servizio anche una volta immesso sul mercato: in tempo reale avrai la possibilità di valutare ad esempio l’effetto dell’introduzione di una nuova funzione della tua app direttamente tramite i dati raccolti sui social.

Female customer support emloyee talking online in office

Branding, Marketing & Sales

Tutte le aziende al giorno d’oggi dovrebbero sviluppare le proprie campagne di marketing sfruttando il patrimonio informativo disponibile online: analizzando le conversazioni è possibile conoscere meglio il proprio mercato e le caratteristiche dei segmenti di clienti a cui ci si vuole rivolgere.

L’analisi dei temi principali tratti dagli utenti, delle community interessate al proprio settore e degli influencer più adatti a promuovere i propri prodotti o servizi risulta essenziale, soprattutto in una fase iniziale. Una volta lanciata la campagna, quindi, sarà possibile misurarne il ROI e l’engagement ottenuto. analizzando il volume e il sentiment delle conversazioni. Anche il reparto Vendite deve tener conto di questa rivoluzione: la possibilità di fare social selling e di intercettare nuovi lead, entrando opportunamente nelle loro conversazioni, va sapientemente affiancata alla propria strategia di content marketing.

Risorse Umane

Esistono numerosi servizi che permettono di reclutare personale online e sui social media ma per i reclutatori può sembrare un labirinto in cui è difficile orientarsi, in particolare se si è alla ricerca di profili molto specializzati. I tool più avanzati come quelli messi a disposizione da Sysomos, permettono ad esempio di intercettare i profili altamente qualificati direttamente su Twitter, monitorando gli argomenti di cui parlano ed entrando in contatto con loro direttamente sui social network.

Strategia e Direzione aziendale

I tool di social intelligence vanno ben oltre il monitoraggio del brand: consentono di ottenere insight profondi sui nuovi trend del proprio settore, anticipando spesso ciò che sarà la domanda di mercato in futuro. Consentono poi di lavorare di benchmarking analizzando i concorrenti e ciò che viene percepito all’esterno della nostra azienda.

Supply Chain Management

I dati raccolti sui social media consentono di migliorare costantemente la gestione della supply chain, permettendo di capire quando e dove (dal punto di vista geografico o per canali di vendita) aumenta la domanda di una certa tipologia di prodotti per pianificare meglio le scorte.

persona al computer portatile

Il social media listening si rivela dunque necessario per conoscere la propria brand reputation, ma anche per ottenere un’indagine di mercato puntuale sui propri competitor e sui propri clienti. Per ascoltare la rete in modo efficace servono però gli strumenti adatti, che siano in grado di scandagliare il maggior numero di fonti dal web e dai social network e che analizzino testi e immagini attraverso algoritmi avanzati.

Sysomos, leader al mondo nell’ascolto e nell’analisi dei social media, offre un portafoglio di servizi potenti che aiutano le imprese a misurare e valutare il proprio successo sui social nei canali proprietari, spontanei e a pagamento, a sfruttare il potere delle proprie community e a trovare conversazioni e argomenti di importanza strategica per il loro business. In particolare, Sysomos MAP è l’unico motore di ricerca su social network, blog e forum che permette di compiere infinite ricerche andando indietro nel tempo, mentre Sysomos Heartbeat traccia in tempo reale chi sta parlando del proprio brand, avvisando tempestivamente in caso di crisi.

Grazie alla piattaforma di analisi dei dati più avanzata del settore, Sysomos serve agenzie leader al mondo e più dell’80% dei brand globali, permettendo alle aziende di mettere in campo azioni efficaci attraverso la comprensione dei dati in tempo reale.

Come costruire una cultura aziendale per un team di successo

Come costruire una cultura aziendale per un team di successo

L’epoca professionale nella quale i lavoratori di oggi si trovano a vivere è caratterizzata da una sempre crescente complessità, velocità e necessità di approccio multidisciplinare. Per questo, creare una cultura aziendale che contempli sia una visione generalista che una specialistica è prioritario per la costruzione di team di successo, in grado di finalizzare progetti, produrre crescita e risolvere imprevisti e problemi.

Il lavoro di squadra, oggi più che mai, riveste un aspetto non trascurabile della mission aziendale e ogni team dovrebbe prevedere componenti che provengano da esperienze e formazioni differenti e complementari tra loro.

La varietà di prospettive attraverso cui guardare e affrontare uno stesso progetto aziendale o uno stesso problema permette una profondità di analisi e una diversità di visione e di problem solving indispensabili per affrontare la complessità del mondo digitale. Ma i team così composti, con un approccio multidisciplinare, hanno bisogno di essere guidati da un pensiero manageriale che favorisca la meritocrazia e costituisca network orizzontali, laddove prima c’erano rigide gerarchie basate su esperienza e anzianità.

La gestione di team così diversificati al proprio interno, insomma, richiede una cura e un rigore maggiori rispetto ai gruppi di lavoro tradizionali, con una attenzione più rilevante sulle possibilità di apporto produttivo di ciascun membro, quantificabili in valore.

Lavorando in questo modo, nonostante l’investimento in termini di tempo sia certamente maggiore rispetto al passato, anche i risultati saranno più gratificanti, per il team e per l’azienda.

Cultura aziendale significa dialogo nel rispetto dei ruoli

Come costruire una cultura aziendale per un team di successo

Tutti devono essere in grado e devono essere messi nelle condizioni di poter contribuire con un apporto propositivo, sostenendo le incombenze del proprio specifico ruolo, ma anche confrontandosi con gli altri, perché un solo anello debole può rompere l’intera catena. L’essenza di una cultura aziendale vincente sta proprio in questo: la soddisfazione delle esigenze di tutti i membri del team, la capacità di risolvere eventuali incomprensioni o risentimenti, la possibilità di alleviare le tensioni attraverso il dialogo sono essenziali.

Ricercare tempi e occasioni adatti a favorire questo confronto è un buon punto di partenza, anche al di fuori delle mura aziendali e in contesti più informali.

Alcuni elementi della tradizionale gerarchia andrebbero mantenuti all’interno della struttura organizzativa della squadra, ad esempio per quanto riguarda responsabilità e autorità, ma con un approccio che consenta ai dipendenti di capire in che modo vengono valutati, remunerati e possano ottenere opportunità di crescita. La parità all’interno del team si ottiene fornendo a tutti gli strumenti per comprendere il proprio ruolo all’interno della squadra stessa, ma anche proponendosi obiettivi comuni semplici e chiari e creando progetti che facciano sentire ogni membro parte di un tutto.

Ciascun ingranaggio deve lavorare nel proprio ruolo al meglio per far girare con puntualità le lancette dell’orologio aziendale.

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La collaborazione viene prima di ogni titolo

Come costruire una cultura aziendale per un team di successo

Non importa che tu sia il Direttore Creativo e la proposta geniale arrivi dal neoassunto Strategist, a tutti è affidato un compito comune: collaborare per raggiungere l’obiettivo. Questo significa, naturalmente, assegnare compiti chiari per massimizzare questo sforzo comune. In questo tipo di team anche le figure manageriali saranno in grado di lavorare al meglio, ispirando la propria squadra e mantenendo il quadro d’insieme.

Il confronto costante con ogni membro del team sarà infatti essenziale per poter ricostruire, da una prospettiva generalista appunto, il singolo lavoro specialistico svolto da ciascuno. Le figure più anziane insomma, non dovrebbero avere un semplice ruolo di controllo e supervisione, ma di vero e proprio collante tra i singoli componenti.

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Costruire un team con l’empatia

Come costruire una cultura aziendale per un team di successo

Quando si lavora in una squadra in cui i ruoli sono paritari, non si può trascurare l’empatia. Se ad esempio si sa che uno dei colleghi è più introverso e ha bisogno di qualche prova in più prima di una presentazione importante, è bene tenere in considerazione questo aspetto anche nella pianificazione dei tempi. Non si tratta di una perdita di tempo o di una debolezza per il team. Rafforzando il valore dell’empatia nel gruppo, infatti, si potranno raggiungere risultati qualitativamente migliori e la squadra potrà davvero sentirsi tale.

Certo, non bisogna a tutti i costi considerare i bisogni di ogni dipendente se questi non sono connessi al progetto aziendale. La responsabilità di gruppo nasce anche dal senso di responsabilità del singolo e una buona squadra sa che l’azione vincente si costruisce insieme. Conoscere punti di forza e di debolezza di ogni membro del team aiuta la condivisione oltre che l’empatia. Parole chiave in questo senso devono essere onestà, trasparenza e rispetto.

Se i membri del team non condividono ciò che per loro funziona all’interno del gruppo, o iniziano a provare risentimento per le esigenze di un collega, distruggeranno ogni possibilità di lavorare in modo collaborativo.

I manager, infine, non dovrebbero avere paura di premiare ed elogiare apertamente i dipendenti più talentuosi. Una volta spiegate le motivazioni, anche agli altri membri del team sarà più chiara la strada da seguire per migliorare, sempre sottolineando l’importanza del gruppo anche nei risultati individuali.

Come si diventa leader nel settore della sanità online

DocPlanner  è la più grande piattaforma globale dedicata alla sanità privata ed è al suo sesto mese di attività in Italia. Attiva in 25 paesi tra Europa, Sudamerica e Asia conta 7 milioni di visitatori unici al mese, 1,5 milioni di dottori profilati e oltre 175.000 visite prenotate al mese.

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Il successo della piattaforma è dovuto da un insieme di fattori, ma i numero non mentono: l’eHealth dal 2010 al 2015 è cresciuto nel mondo dal 12 al 16% e anche in Italia sempre più ricerche on-line riguardano l’healthcare (al secondo posto dopo, ovviamente, le ricerche legate alla sessualità). L’85% degli utenti utilizza internet per avere informazioni legate alla salute, il 28% ha partecipato a discussioni su forum/blog e chat e il 17% si è rivolto a un esperto on-line. Il tutto preferibilmente svolto da mobile (nel 2015 37 milioni di smartphone con un tempo medio giornaliero trascorso on-line da mobile di 75 minuti, raddoppiato negli ultimi 2 anni).

In questo panorama trovare un’offerta di servizi che faciliti la gestione della prenotazione delle visite mediche era diventata una necessità e Doc.Planner ha saputo cogliere il momento giusto per soddisfarla. Ma abbiamo intervistato Luca Puccioni, CEO di DocPlanner.it, per avere qualche informazione in più sul caso italiano.

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La nuova versione dell’App DocPlanner è da poco disponibile: che cosa offre?

L’App (disponibile per iOS e Android) ha una doppia versione: una per i pazienti, che possono prenotare la visita on-line e una per i dottori, che permette loro di gestire la propria agenda e inserire gli appuntamenti.  Per il paziente semplifica tutte le fasi della ricerca online, ovvero trovare dottori legati alle specializzazioni richieste, leggere le recensioni e prenotare una visita avendo poi dei reminder.  La versione per i dottori è collegata al gestionale e, tramite un’agenda integrata che va al telefonino, il dottore può tenere sotto controllo tutti gli appuntamenti, chiamare i pazienti direttamente, cancellare visite, visionare i dettagli dei pazienti.

In soli 6 mesi di attività oltre 750 dottori si sono iscritti, c’è però un sistema per monitorare che al di là dell’iscrizione mantengano l’impegno di aggiornare il loro profilo?

L’account manager segue ogni dottore con training su come compilare il profilo per dare le informazioni che gli utenti cercano.  Si tratta di un lavoro quasi quotidiano per aiutarli a ottimizzare il gestionale, seguirli nel cambio da un’agenda cartacea a quella elettronica e migliorare la loro indicizzazione su Google. L’obiettivo finale è poter prenotare le visite direttamente, non ricevere richieste di prenotazione.

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Con 15.000 recensioni dei pazienti e 13.000  visite prenotate, qual è il prossimo obiettivo?

Vogliamo incrementare il numero di dottori, ma la visibilità è condizione necessaria ma non sufficiente: serve reputazione. Il nostro sistema li aiuta a costruire la reputazione inviando un sms al paziente che ha ricevuto la visita chiedendo recensione. Il nostro obiettivo entro fine dell’anno è raggiungere 50.000 visite prenotate e altrettante recensioni.

Quale sistema è previsto per garantire l’affidabilità alle recensioni?

Data l’importanza dello strumento, su cui ormai basiamo molte delle nostre scelte e tenendo conto che siamo in ambito medico, non è  possibile lasciare una recensione sulle competenze, ma sul servizio ricevuto. È possibile lasciare una recensione solo se si è verificati tramite account Facebook o se è stata effettuata una visita.

Spieghiamo inoltre ai dottori che credibilità su internet non vuol dire ottenere il 100% di feedback positivo. Del resto questi commenti potrebbero essere lasciarle ovunque in rete, ma così vengono raccolti sulla nostra piattaforma, dove c’è un moderatore che verifica il rispetto dei termini. 

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A cosa si deve il successo internazionale di Doc.Planner rispetto ai suoi competitor? E il successo Italiano?

A livello globale quello che ha fatto il successo del servizio sono stati un team molto bravo sul piano marketing, che ha  canalizzato al meglio le ricerche di mercato sulla sanità e il fatto che il nostro gestionale è molto semplice e intuibile per il dottore. Ma la carta vincente è stata il  focus sull’esperienza del paziente: se si trova bene sul nostro portale, ci torna e se abbiamo i pazienti i dottori sono contenti.

Questo sistema funziona dove la sanità pubblica ha qualche problema e dove ci sono tanti dottori. La chiave del successo italiano è che ai dottori piace che ci sia un portale dedicato a loro e non mischiato con altri tipi di offerte. Poi capiscono che è necessario stare su internet e loro per la prima volta possono avere un servizio dedicato che copre tutti i passaggi che fa un paziente da quando inizia a cercare un dottore.

Quanto è importante la parte di comunicazione social nella promozione di Doc.Planner?

Gli italiani sono molto attivi sui social e la pagina Facebook è un segmento che sta funzionando molto bene. Di recente abbiamo aperto anche Twitter. I pazienti possono leggere contenuti creati direttamente dai dottori tramite il gestionale e abbiamo anche lanciato lanciato sezioni di QeA che si sono rivelate molto utili, in particolare per quei temi su cui c’è ancora pudore nel parlarne in pubblico, come la depressione.

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Attualmente il servizio è interamente dedicato alla sanità privata. È possibile/interessante immaginare l’integrazione di questo sistema con la sanità pubblica?

È assolutamente possibile pensare di lavorare con la sanità  pubblica e sarebbe molto interessante. Certo la cosa andrebbe coordinata con gli ospedali per cui lavorando con decision maker, ma nulla è impossibile.

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Il fondatore di Doc.Planner Mariusz Gralewski, considerato il  Mark Zuckerberg europeo, ha intenzione di portare l’azienda a essere leader mondiale nel settore. Wait and see.

Lead generation: analisi delle performance dei Facebook Lead Ads

Dopo la fase di roll-out e di testing dei Facebook Lead Ads siamo in grado di dare i numeri: quelli relativi alle performance s’intende! I risultati positivi raggiunti fino ad ora ci stanno facendo apprezzare il nuovo strumento di lead generation, che va ad arricchire la già vasta offerta pubblicitaria messa a disposizione da Facebook.

Vi abbiamo parlato recentemente delle performance dei Facebook Canvas, oggi ci soffermiamo invece sui Facebook Lead Ads, strumenti che offrono nuove opportunità di business e di profilazione per le piccole e medie imprese.

La strategia di Facebook è chiara: da un lato vuole offrire e proporsi alle persone come una piattaforma “completa,” in grado di occupare in modo soddisfacente il prezioso tempo che ciascuno di noi dedica alla navigazione e al social networking (accorpando quante più funzionalità possibili per disincentivare il redirect a pagine esterne al social), dall’altro lato offrire ai marketer prodotti di advertising performanti che possano garantire risultati con strumenti nativi e integrati alla perfezione nel contesto social.

Facebook, con i Lead Ads, ha integrato nella propria offerta commerciale uno strumento tipico dell’email marketing: la creazione di un database. Le aziende, con questo strumento, riescono ad ottenere facilmente contatti di potenziali clienti, in maniera più diretta e immediata. Si evita in questo modo di chiedere all’utente ulteriori sforzi per la compilazione dei campi di inserimento dati, che sono in automatico riempiti con le informazioni trasmesse a Facebook da ciascuno di noi al momento dell’iscrizione, e di navigare su altri siti web, con tempi di caricamento che potrebbero disincentivare l’utente a completare la procedura di registrazione.Lead Generation

Dietro la classica fase di acquisizione dati si cela sempre il rischio che l’utente possa abbandonare la procedura prima di ultimarla. Più è alto lo sforzo cognitivo, più numerosi sono i campi del form, maggiori saranno le probabilità che in molti non terminino la compilazione.

 

I Lead Ads consentono di acquisire lead e fare profilazione con un solo click: il database dei contatti si popola automaticamente in fase di conversione della campagna, ad ogni nuova registrazione.

L’annuncio sponsorizzato include un bottone di conversione Iscriviti che si trasforma al click in una richiesta di conferma di invio dati. L’utente troverà il form pre-compilato con i dati già presenti (e trasmessi) a Facebook: nome, cognome ed email. Gli advertiser, invece, potranno richiedere ulteriori dati come: indirizzo, codice fiscale, telefono, città, stato, azienda, occupazione, situazione sentimentale.

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Ciò che colpisce di un simile strumento è l’immediatezza: non esiste altra modalità raccolta lead così rapida. Non è solo la modalità di acquisizione dei dati ad essere rivoluzionata ma l’intero processo di lead generation.

In passato era necessario creare annunci sponsorizzati con link a pagine esterne, costruire landing page accattivanti, sia in termini di copy sia di visual, per assicurarsi che gli utenti fossero incentivati a leggerne il contenuto per poi compilare il form ed effettuare conversioni. Ora con i Facebook Leads Ads il processo è semplificato.

Si conferma quindi il trend, già sperimentato con altri prodotti di Facebook, di offrire contenuti pubblicitari senza che nessuno sia costretto ad essere reindirizzato su landing page esterne al social network; un aspetto particolarmente apprezzato da chi naviga da mobile e non deve attendere caricamenti interminabili di una pagina web.

La fruizione da smartphone nel 2015 è cresciuta del 7% rispetto al 2014, toccando quota 18,5 milioni di persone (secondo l’ultimo rapporto di Audiweb), questo trend è destinato a non fermarsi e piattaforme come Facebook, cercano di creare nuovi modelli pubblicitari poco invasivi ed allo stesso tempo più immediati.

Convertire gli utenti e acquisirne i dati direttamente dal news feed di Facebook, senza lunghi form di compilazione o landing page, magari non del tutto mobile friendly, è un vantaggio significativo, come lo è avere a disposizione una lista di contatti email.

Disporre dell’indirizzo di posta elettronica di un utente potenzialmente interessato ad un servizio o prodotto, è il primo step verso la costruzione di una relazione diretta con il brand o l’azienda, per rafforzare la brand awareness e la fidelizzazione.

L’elenco dei lead acquisiti mediante i Facebook Lead Ads, con le relative informazioni viene mostrato negli Insight della pagina che pubblica l’Ads, nel tab “libreria moduli”. Da qui è possibile scaricare un comodo file .csv con tutti i dati.

Performance Lead Ads

Le performance dei Facebook Lead Ads

Rispetto alla media delle campagne di lead generation, abbiamo rilevato come i Facebook Lead Ads abbiano un conversion rate superiore del 1.000%. È importante però evidenziare in modo chiaro e puntuale il valore che si riceve in cambio della trasmissione dei dati: il vantaggio che l’utente ha nell’iscriversi ad un database. Una call-to-action ed una grafica accattivante potranno inoltre incentivare la conversione.
La compilazione automatica incentiverà anche l’utente più pigro ad iscriversi ed inviare i propri dati.

I costi per acquisizione contatti con i Facebook Lead Ads sono inferiori di circa il 70%:  la semplicità, l’immediatezza e la rapidità di compilazione del modulo di iscrizione alle newsletter riducono parallelamente tempo di conversione e costi.

Un’azienda che presenti il form d’iscrizione alle newsletter sul proprio sito, per esempio, limita la lead generation a chi naviga sul sito stesso e già conosce il brand o i servizi offerti ed ha lo scopo di fidelizzare i clienti. I Facebook Lead Ads permettono alle aziende di entrare in contatto diretto sia coi propri clienti (a chi già segue il brand attraverso la fan page) sia con coloro i quali ancora non lo sono ma che decidono di instaurare un canale di comunicazione con il brand attraverso le email.

È evidente come Facebook, nella sua nuova offerta commerciale e pubblicitaria, stia cercando di ridurre la distanza tra utente e azienda chiedendo, in maniera semplice e diretta, a quest’ultimo di fornire un contatto personale da custodire e di cui fare buon uso, pena la cancellazione dal database.

Native advertising: entro il 2020 varrà 53 miliardi di dollari

Se ti occupi di comunicazione online, probabilmente, negli ultimi anni hai visto le metriche delle tue campagne peggiorare inesorabilmente. Click-through e conversioni più basse, a fronte di una competizione per l’attenzione degli utenti sempre più agguerrita. Ma hai mai provato ad utilizzare il native advertising?

Che cos’è il native advertising

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Semplifichiamo: è un tipo di comunicazione che si adatta al contesto in cui è inserita, in modo da essere percepita dall’utente come parte del contenuto stesso.
A nessuno piace essere interrotto nella fruizione di un contenuto da un pop-up che nulla ha a che fare con il contenuto che sta fruendo (video, news o post che sia). Qualcuno potrebbe invece essere interessato a una comunicazione correlata al contenuto, che possibilmente approfondisca e arricchisca l’esperienza dell’utente sul contenuto stesso.

LEGGI ANCHE Il native advertising sostituirà completamente i banner?

Il futuro del native

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Secondo un recente studio di IHS tecnology, il native advertising non è solo una moda passaggera, ma è decisamente qui per restare. Anzi, è qui per rivestire un ruolo sempre più importante nel panorama della comunicazione online, anche grazie alla crescita del mercato mobile.

Secondo lo studio, entro il 2020 il 75,9% della spesa totale in digital advertising sarà dedicata al mobile. All’interno del mondo mobile, poi, il native advertising conterà per il 63,2% della spesa in display, per un totale di 53 miliardi di dollari. Una cifra spaventosa che merita attenzione e che deve il suo successo a più fattori.

Le ragioni del successo

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Prima di tutto, immancabilmente, le performance. L’interazione degli utenti con il native è dal 20% al 60% maggiore rispetto ai banner tradizionale. Perchè quindi investire in strumenti meno performanti?
Non meno importante l’esperienza utente notevolmente migliorata, priva di banner che (soprattutto da mobile) rendono applicazioni e pagine di utilizzo complicatato, uccidendo il retention rate e i tempi spesi sugli strumenti stessi.

Da ultimo, si comincia a parlare oggi di automazione di questo strumento. Un fattore molto più da “dietro le quinte”, ma che può risultare fondamentale per abbattere i costi e aumentare l’efficacia dello strumento.

Insomma, il futuro del native advertising non è mai stato così roseo. Sei pronto a cogliere l’opportunità? Comincia oggi a informarti, a sperimentare ed a studiare da vero Ninja. C’è un mercato da 53 miliardi di dollari che ti aspetta!