I 7 tipi di designer che puoi incontrare in agenzia

I 7 tipi di designer che puoi incontrare in agenzia

Il mondo è bello perché è vario, certo, ma diciamoci la verità: per quanto possano esistere infiniti tipi di personalità in tutto il mondo, sempre più spesso possiamo ricondurre i tratti salienti del carattere di una persona all’interno di un numero limitato di categorie. Questo vale per parenti, amici, conoscenti e anche per loro: i designer.

L’agenzia creativa, infatti, altro non è che un microcosmo al cui interno si replicano, in piccolo, le stesse dinamiche che governano il resto del mondo. Perciò anche i creativi, nonostante l’appellativo stesso lasci intendere che l’unicità sia il loro tratto distintivo, possono essere ricondotti a un numero ristretto di tipologie.

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Sette, per l’esattezza, almeno secondo l’illustratrice Caisa Nilaseca che per Design Taxi si è divertita a stereotipare giusto un po’ i designer per regalarci un divertente ritratto del tipo di creativo che possiamo incontrare all’interno di un’agenzia. E voi, vi riconoscete in qualcuno di questi identikit? 🙂

1. L’appassionato

I 7 tipi di designer che puoi incontrare in agenzia

Instancabile e propositivo: il designer appassionato ama il suo lavoro così tanto da non considerarlo tale. Ecco perché per lui lavorare non è (quasi) mai un peso. Forse è preso così bene che potrebbe decidere di fare anche la tua parte di lavoro al posto tuo. Fossi in te, almeno ci proverei!

2. L’entusiasta

I 7 tipi di designer che puoi incontrare in agenzia

È una fonte costante d’ispirazione e per questo motivo non vede l’ora di intraprendere una nuova sfida e mettersi alla prova. Come l’appassionato, ama il suo lavoro e trasmette lo stesso entusiasmo a chi lo circonda (o almeno, si spera!).

3. Lo zen

I 7 tipi di designer che puoi incontrare in agenzia

Lui ha probabilmente capito tutto dalla vita. Sa che impazzire dietro le scadenze e i capricci dei clienti non porterà a nulla, perciò è facile trovarlo rilassato e in pace interiore mentre i suoi colleghi più ansiosi stanno già respirando dentro i loro sacchetti di carta per non lasciarsi prendere dal panico!

4. Il tecnologico

I 7 tipi di designer che puoi incontrare in agenzia

Mentre tu stai collezionando risparmi da secoli per poterti permettere un pc che non esploda appena apri Illustrator e Photoshop contemporaneamente, lui ha già cambiato tre computer, comprato e rivenduto cinque smartphone e collezionato più smartwatch di quanti ne esistano attualmente sul mercato. Non puoi competere con lui, ma in compenso potrai schiavizzarlo per formattare (di nuovo!) il tuo pc. Forse.

5. Lo stravagante

I 7 tipi di designer che puoi incontrare in agenzia

C’è chi prende un po’ troppo alla lettera l’appellativo “creativo” e decide che anche il proprio atteggiamento e abbigliamento debbano riflettere il turbinio di idee che gli anima la mente. Così decide di vestirsi in modi a dir poco eccentrici o conia linguaggi futuristici per esprimersi con chi lo circonda. A volte sono un po’ troppo stravaganti per i tuoi gusti, ma la verità è che il mondo ha bisogno di un pizzico di pazzia ogni tanto!

6. L’accontentaclienti

I 7 tipi di designer che puoi incontrare in agenzia

Per ovvi motivi è una specie in via d’estinzione ma non vuol dire che non ne esista ancora qualcuno: l’accontentaclienti ha deciso di votare la propria vita al cliente e non importa quanto grande sarà il logo richiesto o quanto retroattiva sarà la deadline stabilita. Lui viaggerà nel tempo se sarà necessario, ma non sarà appagato finché il cliente non lo sarà (quindi mai, probabilmente).

7. Il minimalista

I 7 tipi di designer che puoi incontrare in agenzia

“Less is more” è il suo stile di vita, il suo credo e probabilmente anche il tatuaggio in helvetica che sbuca timido dalla camicia di Muji inamidata. È il mantra che si ripete quando il cliente chiede di aggiungere qualcos’altro nel visual perché “È bello ma è un po’ vuoto, mi mette tristezza”. Il minimalista è l’accontentaclienti sono lo yin e lo yang: in agenzia si prevedono scintille!

Save The Children e Publicis ancora insieme

In Italia più di un milione di minori vive in condizioni di povertà assoluta. Sono bambine e bambini, ragazzi e ragazze, nati e cresciuti in contesti di privazione economica e materiale, che sono vittime di un’altra dimensione della povertà, quella “educativa”.

Save the Children in occasione della Campagna Illuminiamo il Futuro 2016, lancerà il nuovo spot a firma Publicis Italia: Dress Up.

Save The Children e Publicis ancora insieme

 

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L’idea creativa dello spot della Campagna Illuminiamo il futuro 2016, che mette al centro l’importanza di offrire opportunità educative ai proprio figli per dare loro gli strumenti per realizzarsi pienamente. Perché più cose sperimentiamo da piccoli, più siamo in grado di scegliere chi vogliamo essere da grandi e per tale ragione si vogliono invitare i genitori a crescere i propri figli con molte e varie attività culturali. Infatti la ballerina di oggi, potrebbe diventare l’astronauta di domani.

La campagna sarà on air dal 9 al 15 maggio sulle reti Rai grazie al Segretariato Sociale che ha offerto spazi per la sensibilizzazione e l’informazione sul tema della povertà educativa. Tra i media partner oltre a Rai vi sono Boing (canale 40 del DTT), RTL e Vita.

CREDITS:
Agenzia : Publicis Italia
DCE: Cristiana Boccassini e Bruno Bertelli
Art director: Simone Di Laus, Giovanni Greco
Copywriter: Beatrice Mari, Enrico Pasquino
Head of Planning: Bela Ziemann
Account: Maria Elena Gaglianese
Producer: Alice Crovato
Cdp: Alba Produzioni
Regia: Riccardo Paoletti
DoP: Claudio Cofrancesco
Scenografia e costumi: Roberto Conforti
Musica: Fabio Gargiulo @BKM Productions
Post produzione: Xlr8
Editor: Fabrizio Squeo

Mondadori acquisisce Banzai e diventa primo editore digitale italiano

Mondadori acquisisce Banzai Media Holding e diventa primo editore digitale italiano

Dopo la chiusura dell’acquisizione di RCS Libri, oggi Mondadori mette a segno un altro strategico accordo, inglobando Banzai Media Holding, divisione vertical content del Gruppo Banzai.

Che il Gruppo di Segrate puntasse a diventare un colosso dell’editoria anche sul web era chiaro sin dal 2014, anno di un’altra indicativa acquisizione, quella di aNobii, piattaforma mondiale di social reading.

L’operazione, annunciata da Banzai, porta Mondadori a diventare il primo editore digitale italiano: questo il dato che più di quotazioni e valori stimati modificherà l’editoria digitale italiana, spostando gli equilibri del mercato.

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Mondadori Banzai MH: i termini dell’accordo

Mondadori acquisisce Banzai e diventa primo editore digitale italiano

Secondo la nota diffusa da Mondadori, Banzai Media Holding avrebbe un valore di 45 milioni di euro e il corrispettivo dell’acquisizione è pari a 24,6 milioni di euro.

L’accordo prevede per Banzai Spa, che dopo la cessione di Banzai Media si concentra sull’eCommerce, la disponibilità di spazi pubblicitari, per un periodo di tre anni, con un beneficio stimato di circa 7 milioni.

Dall’accordo resta fuori il segmento news, ma vi rientrano i settori women, food, health & wellness, con siti di particolare rilevanza nel mercato italiano come PianetaDonna, Giallo Zafferano, Studenti.it e Mypersonaltrainer.

Affiancando agli oltre 8,9 milioni di utenti unici già attivi l’audience acquisita da Banzai, […] Mondadori raggiungerà la leadership nei verticali women, food, health & wellness, aree strategiche che consentono di integrare e ampliare l’offerta multicanale dei brand già in portafoglio.

Profilazione dell’audience in target specifici, competenze tecnologiche di Banzai Media Holding e maggiori opportunità di monetizzazione, gli obiettivi principali di questa operazione che, da un lato permetterà al gruppo Mondadori di accelerare la propria evoluzione in ambito digitale, dall’altro modificherà gli equilibri del mercato digitale dell’editoria.

Le intese con Banzai prevedono anche la possibilità di individuare tra gli store di Mondadori Retail alcuni punti per allargare la rete Pick&Pay del Gruppo Banzai.

orti urbani business

Orti Urbani, il nuovo modello di business della terra

Terre incolte dal basso rendimento delle attività agricole e con valori di vendita quasi dimezzati con la crisi economica. Era questo lo scenario di tanti terreni agricoli, soprattutto quelli più piccoli in prossimità dei centri urbani.

Alcuni di questi hanno però ripreso improvvisamente a vivere, a fiorire, ed a generare inaspettatamente profitti grazie agli orti urbani. La vera novità, in questo ciclo della terra, è che la rinascita sia avvenuta per mano di una bizzarra ed eterogenea pletora di commessi, avvocati, manovali, disoccupati, artigiani improvvisamente richiamati dalla terra e da sentimenti bucolici.

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Il concetto di orto urbano

orti urbani business

Gli orti urbani sono la perfetta espressione del ritorno alla terra, dettato da ideali (o mode) green anticipate dall’ondata bio, che hanno rivalutato e reso, per la prima volta forse nella storia, accattivante l’agricolo, il fatto in casa, il chilometro zero.

Ma cosa si intende esattamente per orto urbano? Si tratta di terreni agricoli spezzettati in piccoli appezzamenti indipendenti di 80-100 mq, all’interno o in prossimità di centri urbani, ognuno fornito di punti acqua e luce, un mini impianto di irrigazione, un casotto per gli attrezzi, oltre a compostiere e zone comuni. Ogni lotto è un orto a sé, preso in consegna da un affittuario per la coltivazione delle proprie derrate.

La corsa alla terra

orti urbani business

Cosa spinge così tante persone a dedicare tempo e sudore alla terra? Necessità economiche di risparmiare sugli acquisti alimentari, desiderio di mangiare cibi sani di provenienza certa, ricerca di una propria dimensione primitiva e ritmi più lenti.

E tutte queste motivazioni, probabilmente, spiegano anche la forte eterogeneità dei fruitori.

Orti urbani: il modello economico

orti urbani business

Il modello economico di un orto urbano è in grado di autosostenersi? Sì, a patto di rispettare alcune basilari regole.

Il costo del terreno deve essere proporzionato all’uso, meglio se di proprietà, oppure preso in affitto a canoni agricoli. Infatti spesso trovandosi in zone urbane le richieste possono discostarsi dalla medie agricole per la favorevole ubicazione. Quest’ultima però è importante per il successo dell’orto: le cure devono essere giornaliere e gli utilizzatori non possono compiere lunghi tragitti. Terzo, i costi di gestione devono essere limitati, l’acqua in particolare può risultare un salasso insostenibile in assenza di pozzi, fiumi o altre fonti “gratuite” da cui servirsi. Importantissimo anche il compostaggio in loco, sia per ridurre le quantità di rifiuto conferite al servizio pubblico (ed i relativi costi), sia per produrre compost rivendibile agli stessi coltivatori.

È inoltre necessaria una scala minima di almeno mezzo ettaro di terreno (5.000 mq) per creare una massa critica tale da rendere significativo il reddito, anche considerando che almeno 1.000 mq dovranno essere dedicati a spazi comuni e parcheggio.

Rispettando queste condizioni, si può stimare che un orto urbano possa viaggiare con una marginalità del 30-40%, anche considerando i costi di ammortamento macchinari ed affitto terreno.

Ecco che quei grappoli di pomodori iniziano a mostrare sfumature dorate.

Come avere successo su Twitter: 7 regole da seguire per costruire un profilo efficace

Non ha bisogno di presentazioni un social che conta 300 milioni di utenti attivi: ancora oggi Twitter si conferma uno tra i principali social network al pari di Facebook ed Instagram. Per questo motivo, una buona strategia su Twitter può consentire al proprio brand e alla propria azienda di crescere, sia in termini social che economici.

Spesso accade, però, di rimanere ancorati nel limbo delle scarse interazioni e dei pochi follower: i suoi 140 caratteri sono una sfida anche per il più affermato Social Media Manager.

Twitter: 5 consigli per un rapporto efficace con i tuoi clienti

Per sfruttare al pieno il potenziale di un’efficace profilo Twitter, occorre seguire poche, semplici regole: queste.

Basta parlare di sé

Smettere di concentrarsi esclusivamente sui propri contenuti per non sembrare troppo autoreferenziale: il pubblico si annoia e non si crea interesse. Più opportuno è, invece, condividere altri contenuti che ruotano attorno all’argomento principale del profilo. Non solo si crea interazione con gli utenti, ma si costituisce una rete social con altri profili simili.

Stop al retweeting selvaggio

Anche in questo caso, tale azione può essere confusa come esclusiva auto-promozione: abusare della pratica del retweeting, ovvero condividere tutto ciò che altri hanno detto circa la tua azienda può risultare noioso.

Rispondere a tutti coloro che hanno inviato un tweet su di te, non accontenta i tuoi reali follower di Twitter: questi tweet non stanno facendo nulla per aiutarli. Invece che retwittare sulla persona, è meglio concentrarsi quindi sulla condivisione del contenuto rilevante.

Abbasso le risposte automatiche

La risposta predefinita? Da eliminare. Uguale per tutti, tanto da risultare falsa.

Invece di utilizzare questa tattica, occorre rispondere personalmente a chi ti scrive e utilizzare questo inizio come un’opportunità per conoscere chi c’è dietro al profilo. Occorre impegnarsi in una conversazione e scoprire qual è il motivo reale per cui gli utenti ti hanno scritto o iniziato a seguire, in modo da poter indirizzare i tweet futuri ai loro interessi specifici.

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Il tuo account Twitter non è un talk show e non deve essere un luogo di notizie negative

È importante mantenere le proprie opinioni sulla politica e/o sugli altri argomenti sensibili sui propri account personali e non divulgarli su quelli della tua azienda. Bisogna utilizzare questo canale per gli argomenti che riguardano il pubblico e non far veicolare il tuo parere personale.

Inoltre, il profilo aziendale non è un luogo dove postare notizie negative: mantenere un atteggiamento positivo tende ad attrarre e coinvolgere più seguaci. Quindi #SuConLaVita!

Non pubblicare tweet consecutivi

Pubblicare tre tweet in quindici minuti? Non ha senso. Per aiutarti a distanziare i tweet per tutta la giornata, nel caso di lavori urgenti o impossibilità di accedere al pc, puoi usare TweetDeck per pianificare i tweet da inviare in tempi diversi.

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Non nascondere nulla: sii trasparente

Con (letteralmente) milioni di falsi account Twitter, molti utenti sono ormai diffidenti per chi si cela dietro un profilo. Una sola regola: non nascondere tutti i tuoi seguaci e le tue informazioni; questo può solo generare sospetto.

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Non essere scortese con gli altri su Twitter: non aiuta la tua brand reputation

Molti pensano che il mantello dell’anonimato che offrono i social media permetta loro di essere scortese o di dire ad altri qualcosa che, molto probabilmente, non oserebbero fare di  persona. Pensi di essere tra questi? Cambia tattica. Ora.

Il tuo brand non ha bisogno di essere associato a maleducazione, malizia o ad un comportamento poco professionale. Un vecchio adagio dice: “Se non è possibile pensare a qualcosa di bello da dire, allora non dire niente“. È questa la regola assoluta di Twitter.

Insomma, meglio tacere che cinguettare inutilmente.

La guida completa alla creazione del perfetto store eCommerce

Uno studio Compass sulle performance degli eCommerce nel 2015 ha evidenziato come il tasso medio di conversione sia dell’1,4%.

Un dato fondamentale per i marketer che devono domandarsi se categorie, pagine prodotto e checkout dell’eCommerce siano realmente user-friendly, oppure se cambiamenti strutturali e di design possano contribuire all’aumento del tasso di conversione. Soprattutto se le statistiche benchmark sono al di sotto della media.

NuBlue ha di recente lanciato un’infografica che illustra l’anatomia del perfetto eCommerce store, per cogliere gli elementi chiave in grado di incrementare significativamente le entrate e trasformare i visitatori in clienti.

Spoiler: l’eCommerce store ideale deve combinare funzionalità, fruibilità, design, fiducia e sicurezza.

Come perfezionare allora le categorie, le pagine prodotto e il checkout?

Ecco i consigli NuBlue, step by step.

Leggi anche10 lezioni gratuite da PrestaShop per lanciare il tuo eCommerce

La perfetta pagina categoria

Serve a condurre i visitatori verso il ciclo d’acquisto, attraverso sottocategorie e pagine prodotto. Secondo alcuni studi, i consumatori investono l’80% del tempo nel cercare informazioni nella parte superiore della pagina, e il 69% del tempo è utilizzato per le informazioni presenti nella parte sinistra della pagina.

  1. Customer Service Bar

Posta sotto la barra di navigazione principale, rinforza i punti chiave di customer service (consegna, supporto ecc) dell’eCommerce, costruisce fiducia e credibilità.

  1. Category Title

Un titolo chiaro nell’angolo superiore sinistro conferma al consumantore di essere nella categoria giusta.

  1. Feature Banner

Un’immagine semplice ma di alta qualità che rappresenti la categoria aiuta a costruire un legame emozionale con la gamma di prodotti offerti.

  1. Left Hand Navigation

L’albero della navigazione delle principali categorie e sottocategorie offre una navigazione semplice ed efficace in uno spazio limitato.

  1. Subcategory Section

I box delle sottocategorie aiutano la navigazione verso le pagine prodotto e consentono un’agevole categorizzazione visiva.

  1. Featured Products

L’introduzione ad un piccolo numero di prodotti best seller della categoria è di aiuto ai consumatori che preferiscono acquistare prodotti già comprati da altri clienti.

  1. Copy

Una breve introduzione alla categoria aiuta il SEO dello store eCommerce e fornisce ulteriori conferme ai consumatori.

La perfetta pagina prodotto

Serve a focalizzare l’attenzione su uno specifico prodotto e incoraggiare la decisione d’acquisto. La pagina prodotto deve portare i visitatori a chiedersi Cosa c’è, per me?. Qui, un brand deve comunicare i messaggi giusti nella giusta forma al fine di rispondere alla domanda del potenziale cliente.

Sezione uno

a) Parte superiore sinistra – Conferma prodotto ed esperienza

  1. Bread Crumbs

Riportare il sentiero di navigazione è necessario per consentire di tornare indietro nelle categorie e sottocategorie dello store eCommerce.

  1. Product Title

Il punto migliore in cui collocare titoli chiari e di grandi dimensioni è nella parte superiore della pagina prodotto, proprio sopra l’immagine principale. Alcuni studi dimostrano infatti come gli occhi dei consuamtori si muovano da sinistra a destra e dall’alto verso il basso.

  1. Main Product Images

Immagini di grandi dimensioni e di alta qualità con alcuni scatti complementari fanno da vetrina al prodotto, per una navigazione di tipo esperienziale.

  1. Social Share Buttons

I pulsanti social vanno posti accanto ai prodotti, il 20% dei consumatori condivide infatti la propria esperienza d’acquisto con gli amici per affinità verso il brand o il prodotto.

b) Sezione due

Parte superiore destra – Dettagli essenziali del prodotto e area acquisto

  1. Product pricing

Prezzi, saldi e sconti accompagnati dalla percentuale potenziano la motivazione all’acquisto.

  1. SKU

Il codice SKU del prodotto posto in cima aiuta i consumatori nel processo di ricerca e acquisto.

  1. Short Product Description

Una descrizione sintetica deve rispondere alla domanda “Cosa c’è per me?”, in quanto aiuta il processo decisionale e la selezione a colpo d’occhio.

  1. Customer Reviews

La valutazione a stelle deve essere accompagnata da un link per leggere la recensione prodotto completa: è dimostrato che il 61% dei visitatori legge le review e che il 63% è maggiormente motivato all’acquisto dopo averne letta una.

  1. Delivery Information

Una breve informazione sulla spedizione che indichi per esempio “Consegna grauita per ordini superiori  a 50€” aiuta a ridurre l’abbandono carrelli, riservando i costi di spedizione ad un’altra sezione.

  1. Product Variables

Menù a tendina per la selezione di taglie, colori e altre variabili di prodotto, meglio raggrupparle per non creare confusione.

  1. Product Availability

Un semplice messaggio di disponibilità come “Prodotto in magazzino pronto per la spedizione” rende più sicuri per procedere con il processo d’acquisto.

  1. Add To Cart Button

Pulsanti cliccabili “Aggiungi al carrello” di grandi dimensioni e con colore a contrasto guidano l’occhio verso la principale azione desiderata.

Sezione tre

Parte inferiore – Informazioni dettagliate di prodotto

  1. Product Information

Decrizioni dei prodotti, review, policy di reso, informazioni di consegna e tabella taglie offrono ai consumatori informazioni dettagliate per l’acquisto.

  1. Cross & Up-Sells

Proporre prodotti correlati sotto l’area principale di acquisto può favorire l’acquisto del prodotto principale o incrementare il valore dell’ordine.

Il checkout perfetto

Il 68% dei visitatori eCommerce abbandona il carrello, ecco perché occorre che dettagli su pagamenti e spedizione siano chiari e semplici.

  1. Registration, Login and Guest Checkout

Offrire ai visitatori la possibilità di effettuare il login  o la registrazione come nuovi clienti, ma anche  il checkout come ospiti non registrati, poiché non tutti desiderano creare un account.

  1. Cart Review

Consentire di rivedere il carrello ed effettuare modifiche dell’ultimo minuto, che si tratti di quantità o di rimozione prodotti.

  1. Product Thumbnail

Includere una miniatura di ogni prodotto nel carrello offre una più facile visualizzazione dell’ordine che si sta effettuando.

  1. Order Summary

Un riepilogo dell’ordine con subtotale, tasse, consegna e prezzi totali evita costi a sorpresa e l’abbandono del carrello.

  1. Proceed To Checkout Button

Un pulsante “Procedi con l’acquisto” di grandi dimensioni come call to action incoraggia all’acquisto.

  1. Delivery Options

Offrire molteplici opzioni di consegna ponendo di default la più economica rafforza l’idea di avere ampia scelta.

  1. Simple Address Fields

Mantenere concisi i campi dedicati all’indirizzo affinché il checkout sia semplice e veloce.

  1. Payment Options & Logos

Offrire più di un’opzione per il pagamento, mostrare i loghi dei metodi accettati e dei provider delle carte di credito aumenta la fiducia e incrementa la conversione.

  1. Security Cues

Utilizzare certificati SSL fornisce chiari segnali di sicurezza, incrementando la fiducia nei visitatori e incoraggiando le vendite. Il 53% dei consumatori riconosce nel simbolo del lucchetto un elemento di sicurezza. Solo il 3% dei conumatori fornirebbe i dettagli della propria carta di credito a siti che non hanno il lucchetto.

  1. Complete Order Button

Un puslante “Completa l’ordine” di grandi dimensioni riduce l’abbandono dei carrelli, rendendo ben visibile lo step finale del processo d’acquisto.

  1. Order Number

Mostrare chiaramente il numero d’ordine all’inizio della pagina è un’ulteriore conferma e rassicura il cliente che l’ordine è stato ricevuto.

  1. Contact Details

Mostrare le opzioni di contatto nel caso in cui il consumatore abbia ancora delle domande aiuta a risolvere qualsiasi problema o errore nell’ordine.

  1. Guest Sign Up

Offrire l’opportunità di creare un account a chi si è registrato come ospite.

Adesso non hai più scampo…

Per aprire e/o ottimizzare il tuo eCommerce! 😉 #BeNinja

Social media e depressione: un legame che esiste?

Sarà capitato a tutti, almeno una volta, di stare comodamente seduti sul divano in una giornata uggiosa e fredda, con le coperte e il the, e vedere quell’amico di vecchia data postare su Facebook delle foto di mari caraibici. No?

Allora sarà successo di vedere il migliore amico che posta su Instagram una foto di una dolce squisito il  primo giorno di dieta. Sì, vero?

Insomma, è lecito supporre che si sia provato un po’ d’invidia per qualche post visto sui social network.
È possibile, tuttavia, che questi sentimenti – all’apparenza assolutamente innocui e, volendo, anche legittimi – possano diventare qualcosa di più serio?

È davvero possibile che l’utilizzo dei social possa far sviluppare una qualche forma di depressione?

Happy and sad face. Women holding papers with happy and sad emoticons.

Un recente studio statunitense, promosso dall’Istituto Nazionale per la Salute mentale, ha identificato una significativa associazione fra l’uso dei social media e la depressione in un campione di giovani americani. Lo studio ha messo in luce come i livelli di depressione aumentassero con l’aumento del tempo e delle le visite settimanali sui social.

Studi svolti precedentemente hanno però dipinto un quadro un po’ diverso: sembrerebbe infatti che il rapporto tra i social media e la depressione o il benessere “mentale” sia decisamente più complesso o quantomeno influenzato da diversi fattori.

I social, infatti, ci permettono di restare collegati e in contatto con amici e con persone che non vediamo molto spesso. Grazie a queste piattaforme, possiamo interagire in maniera semplice e veloce, mantenendo viva una relazione anche quando abbiamo poco tempo libero.
Di contro però, possono, a quanto pare, alimentare dei sentimenti di inadeguatezza negli utenti nei confronti degli altri.

Depressione ed attività sui social: principi di causa ed effetto

Social Media Depressione

Esistono evidentemente molte ragioni per le quali l’uso dei social media può essere associato allo sviluppo della depressione. Ad esempio, è possibile che le persone che già manifestano degli atteggiamenti depressi, potrebbero essere più inclini a puntare tutto sui mezzi di comunicazione, a scapito delle relazioni dal vivo. Tutto ciò comporta che il crescente utilizzo dei social debba essere considerato un sintomo, piuttosto che una causa della depressione.

Tutti noi abbiamo fondamentalemente un grande bisogno di piacere e di sentirci accettati dagli altri: in questo i social possono svolgere un ruolo importante.

Le persone con una bassa autostima potrebbero, infatti, ricercare e attribuire un grande valore alla ricerca di consensi, cercando di attirare like, commenti e attenzioni per far accrescere la propria stima di sè. Così facendo, i social media possono diventare una sorta di “gara alla popolarità”, un modo goffo e precario per aumentare l’amor proprio.

Fa parte della natura umana il desiderio e la necessità di confrontare noi stessi con gli altri.
A volte il confronto può spingerci a migliorarci, qualche volta però – soprattutto se il soggetto è già incline ad atteggiamenti autodistruttivi – i confronti diventano negativi e possono portare a compromettere una già precaria autostima.

Il problema dei social network è che le persone tentano in ogni modo di dare un’immagine positiva, interessante ed emozionante di sé. Chi mai preferirebbe postare un selfie da appena sveglio a scapito di uno scatto fatto ad un super party in piscina? Tuttavia, chi è già insoddisfatto della propria vita, potrebbe pensare che le altre persone abbiano trovato un modo per divertirsi più efficace del proprio.

Esiste quindi una linea di condotta ideale?

smiling man with sunlasses and hat reading on a tablet computer while sitting on the beach

Molti genitori hanno dubbi circa l’uso dei social network per i propri figli. Che ci piaccia o no, però, esistono ed escludere un adolescente da questo mondo significherebbe negargli l’accesso alla sua rete di amici.

In conclusione, non possiamo dire di avere tutte le informazioni necessarie per stabilire la connessione tra i social network e l’impatto che questi possono avere sull’umore degli utenti e sulla salute mentale in un più ampio spettro.
La cosa migliore che possiamo fare però, potrebbe essere quella di riconoscere che i social media possono essere e sono un valido strumento per tenersi in contatto con gli amici, senza che però questo diventi un pericolo per la nostra autostima.

È bene infatti ricordare che l’algoritmo delle notizie News Feeds propende per mostrare agli utenti i contenuti più divertenti ed interessanti. Ciò significa che questi utenti stanno solo “curando” ed enfatizzando i momenti migliori della loro vita, senza che questo voglia dire che stanno vivendo una vita più bella degli altri.

Perché un web marketer deve saperne di web design

Perché oggi occorre avere competenze di web design nel marketing? Per progettare la Digital Experience dei tuoi utenti/clienti è indispensabile conoscere i trend e le buone pratiche di questa disciplina e acquisire determinate skill per integrarle al meglio nella tua strategia.

Per capirne di più intervistiamo Jacopo PasquiniDigital consultant & Teacher – docente del Corso Online in User Experience Design di Ninja Academy. Dopo il modulo di con Jacopo sapremo segmentare correttamente la nostra audience, diversificare il design in funzione dell’utente target e svolgere test sugli utenti per validare l’efficacia del Web Design.

Pasquini

Ne sentiamo spesso parlare, ma cosa intende esattamente un professionista quando parla di user experience?

La User Experience (in breve UX) è una metodologia di progettazione di artefatti digitali – e non – che mette al centro del processo di design lo studio dei bisogni e delle aspettative delle persone che realmente utilizzeranno un determinato prodotto.

Oggi si parla tantissimo di User Experience e di UX Design perché i professionisti che lavorano a vario titolo nel mondo online (responsabili comunicazione, project manager, esperti di web marketing, account di web agency, programmatori, designer) si sono resi conto che il successo di un sito non si ottiene puntando solo sull’effetto “wow” della grafica o solo su strategie di marketing aggressive.

Il cosiddetto UX Designer, al contrario, progetta siti, eCommerce o App mobile, tiene a mente il punto di vista dell’utente e utilizza tecniche e strumenti specifici della disciplina come le interviste con gli utenti, la prototipazione delle soluzioni, la valutazione dell’interfaccia mediante test di usabilità e la eventuale riprogettazione.

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Quanto è importante oggi per un marketer analizzare il comportamento degli utenti all’interno di un progetto di Web Design?

È vitale. Un sito disegnato “con e per” le persone aumenta molto le probabilità di avere successo: non a caso, se il Web Design è intuitivo fa risparmiare le aziende in termini di assistenza customer care e, in particolare, un buon flusso di interazione aumenta le conversioni, trattiene i visitatori e rafforza la fiducia complessiva del brand.

Un progetto digitale funziona se consente agli utenti di raggiungere concretamente specifici obiettivi come ad esempio ricercare informazioni di dettaglio, prenotare alberghi, acquistare abbigliamento o condividere documenti. 

In altre parole, la digital experience deve essere memorabile e appagante sia dal punto di vista emotivo, sia da quello razionale.

web design ux ui

Quali sono gli errori da evitare e quali le linee guida da seguire assolutamente nello sviluppo di un design responsive?

In rete esistono una marea di di Mobile Principles e di linee guida di buona progettazione elaborate dai maggiori esperti internazionali del settore al fine di valutare il Responsive Web Design.

In base alla mia esperienza, ecco una sintesi estrema dei principali punti di attenzione per garantire un design “responsivo” usabile:

– concentratevi sul compito primario e sul percorso di lettura;
– piazzate la CTA (call to action) sempre al centro;
– organizzate menù brevi, per quanto possibile;
– ponete attenzione all’area di tolleranza tra pulsanti per evitare errori di digitazione;
– inserite poco advertising, meglio se nativo, e non invadente.

Ultimo consiglio: dedicate tempo e energie a ideare prima la versione small device (tipicamente smartphone), poi la versione large device (tablet) e solo alla fine quella per laptop e desktop. In questi casi, si tende a citare l’abusata frase “Mobile first!”.

Parliamo anche di App: esistono regole diverse da seguire in fase di progettazione per poter garantire una corretta user experience?

Sì, occorre un’attenta analisi di usabilità attraverso uno studio mirato di tutti quei fattori che determinano l’efficacia della comunicazione e la facilità d’uso di una App: la navigazione tramite gesture semplici o complesse, la brand identity e la riconoscibilità nell’interfaccia del valore unico trasmesso dall’applicazione, i flussi di comportamento online coerenti con il modello mentale degli utenti, la conformità agli standard tecnici, la piacevolezza del visual language.

Nel caso delle applicazioni native, è davvero indispensabile pensare e visualizzare le idee di design prima su carta e solo successivamente sui vari software per wireframe e mockup. La fase successiva di test diretto nel contesto d’uso reale, in ogni caso, rimane imprescindibile quando si decide di progettare mobile in stile user-centered.

Last but not least: cercate di lavorare il più possibile in team, con allineamenti continui tra committente e cliente, con coinvolgimenti diretti nelle varie fasi del progetto chi si occuperà della grafica, dello sviluppo e del marketing. La user experience è un gioco di squadra, soprattutto con le App!

Se vuoi approfondire l’argomento, scopri di più sul Corso Online in User Experience Design per progettare esperienze digitali in grado di facilitare le interazioni tra brand ed utenti. Il corso è in early booking a 249€ iva inclusa se ti iscrivi entro il 31 maggio 2016 (204€ iva esclusa).

The “K” of success: perchè le Kardashian sono così famose?

Tutti, almeno una volta nella vita, hanno sentito nominare un membro della famiglia Kardashian.

Quanti siano gli appartenenti a questa fortunata ed elitaria famiglia o cosa facciano esattamente oltre ad essere semplicemente famosi, invece, resta spesso un mistero.

E’ giunto quindi il momento di fare chiarezza.

The K factor

Fulcro, cardine e cuore pulsante di questo supergossippato microcosmo è sicuramente Kris Houghton, prima signora Kardashian, poi signora Jenner e da sempre manager di tutte e cinque le sue bellissime figlie, nell’ordine: Kourtney, Kim, Khloé, Kendall e Kylie.

L'albero genealogico della famiglia Kardashian

Le tre K maggiori, avute dal defunto marito Robert Kardashinan (che qualcuno ricorderà per aver difeso in tribunale O.J.Simpson), devono la loro fama principalmente al seguitissimo reality “Al passo con i Kardashian” in onda su E! dal 2007, che ha fatto per loro da trampolino di lancio nel mondo dello showbiz.

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A rendere note le due K più piccine, oltre al loro recente ingresso nello stesso programma, ci ha pensato il padre Bruce Jenner, secondo marito di Kris, che ha fatto molto parlare di sè – e quindi anche di loro – per la sua decisione di cambiare sesso.

L’impero Kardashian

Ma al di là dei più o meno famosi natali, il quintetto Kardashian/Jenner ha saputo sviluppare al meglio il proprio potenziale diventando un vero e proprio brand, seguitissimo sui social e super attivo imprenditorialmente: tra profumi, libri, abiti, pubblicità, selfie e gossip pare che queste sinuose e ambiziose fanciulle siano riuscite a guadagnare, solo nel 2010, fino a 65 milioni di dollari.

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Non così difficile, se si considera che tutte e cinque sono nella top ten degli account Instagram più seguiti al mondo e che Kim – la più famosa delle sorelle – soltanto per indossare un abito può ricevere un cachet di circa 750mila dollari. E come se la fama della show girl da sola non fosse abbastanza, al suo fianco troviamo niente di meno che Kanye West, famoso rapper e produttore discografico.
Matrimonio_kimkardashian_kenyiewest

Molte le collaborazioni con noti brand e marchi di moda, sia per la coppia felicemente convolata a nozze che per le affascinanti cognate. Non da ultime Balmain, Forever 21, Puma, Givenchy e Chanel, senza contare le infinite richieste di menzione sui canali social: basti pensare che brand del calibro di Armani hanno pagato fino a 25mila dollari per un singolo tweet, ottenendo oltre 40,000 di visite in meno di un’ora.

Tra le partnership più azzeccate citiamo quella della bella Kourtney, famosa per essere promotrice dell’uso di prodotti naturali ed organici, con Manuka Doctor, brand di prodotto per la pelle super attento a questi temi.

manukadoctor_campaign_kardashian

A conferma del successo dell’operazione ci sono circa 450mila like e oltre 2.400 commenti al suo post Instagram di qualche settimana fa:

“Sooooo excited to announce that I’m the NEW ambassador for Manuka Doctor skincare! Check out my video on @ManukaDr #BeeingKourtney #SkincareFromTheHive

Ha fatto recentemente parlare di sè anche l’avvenente Caitlyn, un tempo Bruce Jenner, che nelle sue nuove spoglie femminili ha firmato un accordo con MAC Cosmetics. La notizia, comunicata anch’essa tramite Instagram, ha però ottenuto “solo” 188mila like, ma con ben 12.844 commenti.

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Insomma, per la squadra Kardashian/Jenner si vedono numeri da capogiro sia in termini di seguito sui social sia in termini di guadagni.

Resta solo da chiedersi di cos’altro saranno capaci queste avvenenti ragazze, guidate dalle loro madri-manager con un incredibile fiuto per il business.

IBM Watson

IBM Watson, se l’intelligenza artificiale diventa Influencer per un brand

Parlare oggi d‘influencer marketing è nel mondo della comunicazione odierna un passaggio d’obbligo, uno step che professionisti e brand devono doverosamente tener presente a livello strategico. Una risorsa sempre più preziosa, capace di dare ottimi risultati se utilizzata al meglio. Lo sa bene Tomoson che in una recente indagine gli ha attribuito un ROI altissimo: 6,28 per ogni dollaro investito.

Un potenziale che sta nella capacità di coinvolgere utenti rilevanti per il brand ed il suo settore di appartenenza, nella validazione person to person dei messaggi aziendali. Persone innanzitutto, con cui innescare relazioni produttive e generare valore.

Ma se il protagonista della campagna non fosse una persona, ma una macchina? È ciò che ha sperimentato IBM per il suo progetto Watson.

Watson: non un semplice computer

In un periodo all’insegna dei bot è facile pensare a IBM Watson come un’intelligenza artificiale. Ma il progetto è molto di più. È un nuovo supercomputer nato per assomigliare quanto più possibile all’uomo. La sua missione è di rispondere con sicurezza, rapidità e precisione a domande formulate in linguaggio naturale, cioè più simile possibile alla lingua parlata. Una lingua complessa, carica di sfumature, modi di dire e metafore. Le sue capacità nascono da oltre 1.000 tecniche algoritmiche, sviluppate per la raccolta e la valutazione di dati strutturati e non.

Più di un semplice esperimento che sta già dando ottimi risultati. In un recente test Watson ha sfidato due celebri campioni del gioco riuscendo a batterli. Una sfida non da poco, in grado di mostrare le capacità di questa particolare AI. Ma l’obiettivo va ben oltre un gioco. La sua capacità di comprendere il senso e il contesto del linguaggio e di riuscire a dare risposte rapide a problemi complessi lo rendono strumento dalle grandi potenzialità anche per il business. Essere sostegno a medici, aiutare le aziende nella business intelligence, le pubbliche amministrazioni nel suo quotidiano operato.

Watson e l’Influencer Marketing

Un progetto di tale portata non poteva accontentarsi di una “normale” campagna di comunicazione. IBM ha infatti dato vita a qualcosa di nuovo e particolare, ricco di sfumature ed elementi dal forte impatto comunicativo. E per far ciò si è affidata ad un gruppo di rilevanti influencer.

Noti esperti di settore, celebri per competenza, autorevolezza ed ampia audience sono stati coinvolti per evidenziare la versatilità di Watson e i suoi ampi ambiti applicativi. Non semplici dimostrazioni o esempi di utilizzo, ma veri e propri dialoghi tra questi e l’AI di IBM. Un’interazione che diventa via primaria non tanto per evidenziare le qualità di Watson come strumento tecnologico, quanto la sua “somiglianza” all’uomo. La macchina che grazie alla conversazione diventa “essere”, mettendosi sullo stesso piano degli influencer scelti.

Ridley Scott per il film making, Bob Dylan sul linguaggio, Stephen King per lo storytelling, solo per citarne alcuni. Punti di riferimento planetari che danno eco alla comunicazione e ne aumentano awareness e impatto.

Influencer che sono sì fondamentali per dare visibilità e attirare l’attenzione dell’utente, ma che, ancor più rilevante, si prestano a fare da ‘spalla’ a Watson, il vero e unico protagonista. Perché basta uno sguardo ai video realizzati per comprendere che il ruolo principale, il vero influencer della campagna, è senza dubbio (e volutamente) lui.

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Influencer Marketing, non si ferma tutto alla figura scelta

A IBM e Watson non basta questa forma sperimentale di coinvolgimento degli influencer, ma vanno oltre, non accontentandosi di creare una campagna basata solo sull’impatto delle (seppur molto note) celebrities scelte. Danno vita ad un racconto fortemente esperienziale e coinvolgente, fatto di video, utilizzo dei social ed un uso coerente del racconto. Uno storytelling in piena regola, capace di ricordare quanta potenzialità comunicativa sta dietro una buona storia.

Perché l’Influencer Marketing, quando ben fatto, è molto di più che coinvolgere un opinion leader, fargli provare un prodotto o partecipare ad un evento. L’originalità diventa fondamentale, perché in grado di far la differenza sugli utenti, ma ancor prima sugli influencer stessi in fase di contatto progetto. Un elemento che, nella miriade di proposte che ricevono, può fare la differenza per ottenere o meno la loro partecipazione.

L’influencer non deve essere il fine, ma il medium che con la sua autorevolezza, le sue competenze co-crea, arricchisce e dà forza al contenuto proposto. Il content e l’idea creativa alla base del progetto non possono né devono mai mancare, pena il rischio di trovarsi alle prese non con un partner, ma con un testimonial ed il consueto, seppur mascherato, advertising.

Il domani vedrà forse professionisti e brand alle prese non solo con volti celebri e influencer in carne ed ossa, ma probabilmente anche con figure ‘meno umane’ in pieno stile Blade Runner. Saranno pronti?