Come lanciare un eCommerce di successo? La parola ai docenti del corso PrestaShop

Ninja Academy e PrestaShop hanno realizzato il corso online “Come lanciare una piattaforma eCommerce in 10 step” in cui verrai guidato nella creazione, gestione e monitoraggio del tuo sito eCommerce PrestaShop.

Il percorso di 10 lezioni, in modalità webinar, è stato ideato per chi desidera ottenere le competenze imprescindibili nella gestione di un progetto di vendita online. La prima lezione è prevista per mercoledì 13 aprile, scopri il calendario completo degli appuntamenti.

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Per capirne di più circa il lancio di un sito eCommerce abbiamo intervistato i docenti del corso Massimo Conforti, Roberto Albanese, Antonella Apicella e Ivan Cutolo, collaboratori delle agenzie certificate PrestaShop: Cippest e Seochef.

Cosa non deve mancare in una pagina web visivamente intuitiva?

Risponde Roberto Albanese.

Per ottenere una pagina web visivamente intuitiva, sono molte le cose da non trascurare, ma possiamo focalizzarci su 3 punti che spesso vengono presi alla leggera:

1. Contenuti e informazioni sempre ben visibili: tra gli elementi principali troviamo il logo, le categorie e i contatti. Il cliente deve poter accedere facilmente a queste informazioni da qualsiasi pagina del sito.
2. Call to action: tutti gli inviti all’azione devono essere intuitivi, persuasivi e ben visibili.
3. Informazioni di vendita: le informazioni relative ai contatti, costi e tempi di spedizione, pagamenti e condizioni di reso devono essere chiari nella lettura e nel contesto.

E quali strumenti abbiamo a disposizione sulla piattaforma PrestaShop per personalizzare il nostro sito eCommerce?

Risponde Roberto Albanese.

I moduli sono il principale strumento per personalizzare il proprio sito PrestaShop e attualmente l’offerta dei moduli in Commercio è molto varia. Possiamo cercare di definire alcune personalizzazioni:

• Moduli per integrare le funzioni di marketing. Alcuni moduli utili possono essere quelli che gestiscono le funzioni di Pop-up Promo e/o Newsletter, Up-selling e Cross-selling
• Moduli per integrazioni di contenuti; – utili per la definizione di Mappe, Video e Immagini.
• Moduli di navigazione; – per migliorare la navigazione a strati, per Social login e personalizzazione delle pagine con contenuti extra.
• Moduli relativi ai servizi di vendita; – ad esempio offrire diverse soluzioni di pagamento, inserire estensioni di garanzia sui prodotti e la possibilità di pagare e ritirare in negozio.

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Come possiamo scegliere il template che più si adatta alle nostre esigenze?

Risponde Massimo Conforti.

Cosa fondamentale è quella di assicurarsi che il template che stiamo scegliendo sia compatibile con la nostra versione di PrestaShop e che sia costantemente aggiornato nel tempo (ad esempio controllando che lo sviluppatore abbia rilasciato aggiornamenti). Altra cosa importante riguarda le traduzioni in lingua italiana, bisogna effettuare sempre un controllo preventivo in merito. Come ultimo dato da verificare, preferire uno sviluppatore certificato PrestaShop, in quanto segno di qualità e garanzia.

Quali sono 3 cose di base che non devono assolutamente mancare nell’architettura di un eCommerce?

Risponde Ivan Cutolo.

Per una corretta architettura i punti fondamentali sono:

  • Keyword Research
    Il primo passo è la ricerca delle parole chiave, importante ma spesso sottovalutato. Dai risultati delle ricerche degli utenti decidiamo come chiamare le categorie dello shop. Così in un lavoro di posizionamento lavoriamo su un punto fermo, chiaro a Google e agli utenti.
  • Una struttura delle categorie snella
    Errore comune è quello di creare un albero di categorie infinito, ad esempio una macro categoria con 5 step di sottocategorie, e alla fine dei passaggi trovare un singolo prodotto.
    Questo procedimento così lungo e lento stanca l’utente. Per una struttura snella ed efficace, consiglio macro categorie nei limiti, con massimo tre sottocategorie. Solo 3 step per giungere al prodotto desiderato, senza stress.
  • Non troppe macro categorie
    Come accennavo prima, il numero di categorie è importante, la scelta deve essere ponderata, chiara ed esaustiva. Pensiamo al cliente e a come deve raggiungere il prodotto in modo semplice e diretto.

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In cosa possono aiutarci gli Analytics?

Risponde Ivan Cutolo.

Google Analitycs, come altri strumenti di monitoraggio dati, è importante per avere sotto controllo, dico sempre, lo stato di salute del nostro e-shop. Implementando delle strategie di vendita, delle campagne pubblicitarie, è necessario sapere cosa e chi ci porta più traffico, per poi bilanciare i nostri investimenti.

Con i tool di analisi, conosciamo in maniera precisa cosa fa l’utente sul sito, come si comporta, cosa visita, dove si trattiene, dove ci abbandona. Conoscere l’utente-cliente è fondamentale per la vita del negozio online, per migliorarne il business.

È una cosa spesso sottovalutata, ma nell’affannosa ricerca del nuovo utente, ci dimentichiamo del vecchio o confondiamo la persona con la conversione. Siamo nel digitale ma non dimentichiamo mai il lato umano. Oggi è impensabile avere uno sito eCommerce senza conoscere gli utenti e senza avere dei dati.

Quali sono gli strumenti che posso usare per creare un rapporto di fiducia con il cliente del mio e-Commerce?

Risponde Antonella Apicella.

Come dico spesso, il cliente ci affida la carta di credito solo se ci conosce e si fida. Come può fidarsi di noi? La base per la sicurezza del cliente è avere in evidenza, nel sito eCommerce, le caratteristiche di reso, spedizione, le modalità di pagamento ed i contatti: mail, telefono, Whatsapp. Sono elementi di riferimento a cui dobbiamo sempre rispondere.

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Questo sul piano tecnico, poi si può fare di meglio, curando il brand: “Mettiamoci la Faccia”, facciamo vedere chi c’è dietro la struttura, chi gli propone la vendita. Curiamo una strategia social. I social oggi sono il foro moderno, il luogo dove la gente si confronta e chiede consiglio, e soprattutto, cerca conferme.

 

Cosa stai aspettando? Iscriviti subito e inizia a vendere online con PrestaShop.

Al termine del corso PrestaShop premierà i due migliori progetti eCommerce sviluppati con voucher spendibili su addons.prestashop.com, il marketplace dove è possibile acquistare strumenti utili per la personalizzazione del proprio negozio:

• un voucher da € 350 per il primo classificato • un voucher da € 150 per il secondo classificato.

Il nuovo modo di viaggiare in autobus secondo Flixbus

Il nuovo modo di viaggiare in autobus secondo Flixbus

Il viaggio in autobus è sempre stato sottovalutato, ma non per Flixbus, startup nata nel 2011 dall’idea di tre ragazzi tedeschi che punta tutto sul viaggio, anche verso mete internazionali, in autobus con tariffe low cost (a partire da 1 euro) e mezzi full optional.

L’espansione dell’azienda sta procedendo velocemente anche verso nuovi Paesi, uno tra tutti l’Italia, in cui Flixbus si pone l’obiettivo di creare 1000 posti di lavoro oltre che raggiungere e superare le 100 città attive entro il 2016, il tutto guidato da una volontà: puntare su partnership locali e aziende con esperienza nel settore. Chi meglio di loro conosce le strade?

Piacere, Flixbus!

Il nuovo modo di viaggiare in autobus secondo Flixbus

Ha scelto il verde come colore identificativo la startup dei viaggi low cost che punta tutto sull’autobus per far vivere ai passeggeri un’esperienza indimenticabile durante un viaggio di lunga percorrenza.

Verde come sinonimo di ecologico: Flixbus ed Atmosfair hanno deciso di collaborare per diffondere la filosofia del “viaggio responsabile”. I passeggeri che viaggiano con Flixbus, infatti, possono decidere volontariamente di versare un supplemento al momento dell’acquisto del biglietto con l’obiettivo di compensare l’emissione di Co2 del viaggio percorso. Gli incassi così ottenuti saranno versati a favore del progetto di protezione del clima sostenuto da Atmosfair.

L’azienda nasce a Monaco di Baviera dall’idea di Jochen Engert, André Schwӓmmlein e Daniel Krauss e oggi raggiunge più di 550 città con attive più di 45.000 tratte, ponendosi come obiettivo quello di diventare il metodo di viaggio preferito degli Europei, anche grazie alla possibilità di acquistare un biglietto a partire da 1 euro, senza rinunciare alle comodità e ai comfort.

Le partnership con compagnie di trasporti locali hanno definito in modo chiaro il trend di crescita dell’azienda: Flixbus si occuperà di fornire al partner tecnologia e software, oltre che un marketing coordinato e corsi di aggiornamento e fomazione per gli autisti, mentre la compagnia di bus locali metterà a disposizione della startup le sue flotte, con la libertà di scegliere il numero di autobus da dedicare al servizio. I mezzi verranno personalizzati e controllati per quanto riguarda comfort e requisiti di qualità richiesti.

Partner significativi per Flixbus non sono soltanto le aziende di trasporto di persone, ma anche biglietterie, partner pubblicitari e per l’innovazione, tutti attori che possono aiutare l’idea a diffondersi capillarmente sul territorio.

Comfort e capillarità, parole d’ordine se viaggi Flixbus

Il nuovo modo di viaggiare in autobus secondo Flixbus

Flixbus non vuole solo dare un servizio low cost per viaggi di lunga percorrenza a partenze regolari, ma vuole fare in modo che il viaggio diventi una vera e propria esperienza da ricordare (in bene), portando l’autobus a rappresentare una valida alternativa a treno, aereo o automobile.

A bordo degli autobus Flixbus i comfort sono molteplici: wi-fi gratuito e comodi sedili con ampio spazio per le gambe dei passeggeri, la possibilità di consumare ed acquistare cibi e bevande a bordo, prese di corrente per permettere al viaggiatore di non rimanere mai senza carica, una toilette di emergenza utile fino alla successiva sosta, la possibilità di portare con sé non uno, ma ben tre bagagli, uno a mano e due normali.

Questi punti di forza e di differenziazione hanno permesso il successo di Flixbus, attiva in quindici Paesi europei ( Germania, Paesi Bassi, Belgio, Austria, Francia, Svizzera, Italia, Croazia, Slovenia, Ungheria, Slovacchia, Repubblica Ceca, Svezia, Danimarca e Lussemburgo).

Lo sbarco in Italia è avvenuto l’anno scorso ed i piani di espansione sono solo all’inizio. Andrea Incondi, per Flixbus Italia, spiega che per il 2016 la meta da raggiungere è diventare il primo operatore sul mercato con una rete capillare di oltre 100 città ed un brand riconoscibile per collegare con un servizio low cost non solo città italiane, ma anche tratte dall’Italia all’estero e viceversa.

LEGGI ANCHE: Sei connesso? Allora prendi l’autobus. Come cambiano i trasporti con i social media

Flixbus crea un nuovo modo di viaggiare in bus

Il nuovo modo di viaggiare in autobus secondo Flixbus

Dalla Germania all’Italia il passo è stato breve: il 2015 l’anno dello sbarco con l’obiettivo di ridare spazio al bus con un managing director per l’Italia, Andrea Incondi.

Flixbus si è lanciato nel mercato italiano implementrando tratte nazionali e verso l’Europa, con tariffe low cost e puntando a coinvolgere le aziende del trasporto nazionale, che potranno mettere a disposizione parte delle flotte continuando comunque a gestire in modo autonomo manutenzioni e turni del personale, ma valorizzando l’idea di un viaggio confortevole, puntuale ed economico.

In Italia sono ancora poche le aziende di autoguidovie che collaborano con Flixbus, ma le politiche di sviluppo annunciate dall’headquarter milanese prevedono la creazione di 1000 nuovi posti di lavoro nei prossimi 2-3 anni.

Flixbus sembra essere molto attenta anche alla felicità dei suoi lavoratori, ecco perché ha elaborato una sorta di diecalogo per motivare il personale. Dal teamwork alla possibilità di far carriera, dalla flessibilità nell’orario di lavoro, alla possibilità di lavorare in tutta Europa, il tutto per mettere a proprio agio il collaboratore nell’ottica di rendere Flixbus l’azienda per cui tutti vorrebbero lavorare.

Il viaggio è appena iniziato e la strada ancora lunga, ma Flixbus sembra promettere grandi cose.

6 strumenti + 1 per misurare le tue performance online

Misurare è la parola chiave per il successo del tuo business, soprattutto quando si parla di digital. Sia che ti sei appena affacciato nel grande oceano del web, sia che sei ormai un pesce navigato, non hai scuse.

Ecco cinque strumenti utili per misurare le tue performance online e costruire solide ed efficaci soluzioni su internet per il tuo business – no, niente Google Analytics questa volta!

1) Compete

www.compete.com

Grazie a Google Analytics puoi conoscere il traffico sul tuo sito, ma se vuoi confrontarlo con quello dei tuoi competitor come fai? Questo strumento disponibile sia in versione gratuita, sia a 199 $ al mese, ti permette di vedere quale sito è visitato più spesso, per farlo Compete monitora un campione di utenti rappresentativo. Attenzione, però, se hai poco traffico potrebbero non esserci abbastanza dati per visualizzare un risultato.
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2) Hubspot’s Website Grader

www.websitegrader.com

Un report gratuito del tuo sito, facile da leggere e immediato? Lo trovi su Website Grader, basta che inserisci l’url del tuo website e la tua mail e in men che non si dica ecco che appare una lunga lista di dati utili: test di leggibilità, traffic rank, popolarity rank, linking domains, numero di pagine indicizzate del sito, meta data e molto altro ancora.

3) Social Mention

www.socialmention.com

Come parlano di te sui social? Quanto è popolare la tua azienda o gli argomenti che tocca? Social Mention risponde a queste domande analizzando i dati di oltre 80 piattaforme tra cui Facebook, Twitter, Youtube, Linkedin, Digg, Flickr, Techmeme. Questo tool scandaglia i social alla ricerca di post, commenti, video, immagini eventi e bookmarks e ti fornisce un allert giornaliero.

4) Google Webmaster Tools

www.google.com/webmasters/tools

Lo strumento preferito dai seo specialist di tutto il mondo. Per usarlo serve una configurazione iniziale, ma una volta fatta, ti si aprirà un mondo. Grazie a Google Webmaster Tool puoi scoprire quanto è visibile il tuo sito su internet, come viene scansionato da Google e, più in generale, da tutti i motori di ricerca.

5) Moz

www.moz.com

Vuoi sapere quanta autorità ha il tuo dominio o quello di un concorrente? Con Moz puoi scoprirlo facilmente, basta digitare l’URL del sito al quale sei interessato. In più, questo simpatico tool ti mette a disposizione una lista dei backlink che rimandano al sito stesso, con tanto di anchor text e pagina linkata. Ma la chicca è la percentuale di spam evidenziata per ogni link che hai posizionato.
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6) SimilarWeb

www.similarweb.com

Gran bel tool che con un semplice click ti offre una panoramica dei dati relativi al traffico del tuo sito web o di quello di un tuo concorrente.  SimilarWeb approfondisce fornendoti informazioni come: da dove arrivano i visitatori (ricerca, social media…), qual è la loro collocazione geografica, qual è il tempo di permanenza e la media delle pagine visitate, quali sono i siti da cui arrivano e quelli su cui vanno a finire dopo aver visitato il tuo.

Lo strumento in più

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Vuoi sapere come stai andando? Allora chiedi un feedback ai tuoi clienti e ai visitatori del tuo sito. A volta il modo migliore per ottenere quello che desideri è: semplicemente chiedere. Tuttavia c’è modo e modo di porti. Proporre un sondaggio chilometrico che nessuno ha il tempo e il coraggio di concludere non è la soluzione. Piuttosto prova Usabilla, un simpatico tool che permette di fare test riguardo all’usabilità delle pagine web.

Puoi chiedere così ai tuoi visitatori di indicarti cosa funziona e cosa non va sul tuo sito.

Se, invece, hai una nuova idea per migliorare un servizio o un prodotto, prova a sentire cosa ne pensa il tuo pubblico con UserVoice e IdeaScale, entrambi permettono ai visitatori di dare un voto o un giudizio in merito ad una proposta.

Infine, se proprio non ne puoi fare a meno, ecco alcuni strumenti utili per creare sondaggi interattivi e interessanti: SurveyMonkey, Kampyle, e Foresee

E tu misuri le performance online del tuo business? Vedrai che con questi strumenti riuscirai a tenere sotto controllo le tue attività e a migliorare le tue performance proprio come un vero guerriero Ninja ;)!

Lobster

Lobster: il marketplace per vendere immagini e video social

Chi per passatempo, chi per passione e chi per professione. Passiamo sempre più tempo sui social e produciamo sempre più contenuti, molti dei quali sono video e immagini. Ma non è solo l’offerta a crescere: anche la domanda da parte di agenzie, editori e professionisti dell’industria dei media è in continua crescita.

Perché allora non far incontrare chi produce e chi cerca contenuti originali in modo facile, veloce e soprattuto monetizzabile? Le strade percorribili sono tante. Una di queste, ancora poco esplorata, è rappresentata dalle piattaforme per la compravendita di user-generated content (UGC). Come Lobster.

Techcrunch l’ha definito, tempo fa, una sorta di iTunes per comprare video e immagini realizzati dagli utenti attraverso i social. In effetti il principio non si discosta molto. Lobster è il marketplace che connette utenti di Instagram, Facebook, Flickr, Google e Youtube con i professionisti in ambito media per vendere (o comprare) contenuti a partire da 1 £.

Lobster

Esistono altri strumenti simili per monetizzare grazie ai propri contenuti social, anche se con logiche di funzionamento un po’ diverse. Basti pensare a Tsu o all’italianissima Whoosnap. Ma cosa rende diverso Lobster? Prima di tutto la sua semplicità. 

Soprattutto per chi vuole vendere, non ci sono grandi strategie da attuare per promuoversi. Basta selezionare dai propri profili social i contenuti che si vogliono vendere e metterli nella vetrina virtuale di Lobster. Poi avviene tutto in automatico. Nessuna dinamica push a carico dell’utente, insomma. Non è un social. Per il momento non è nemmeno un’app. Può essere un bene o un male a seconda dei punti di vista, ma di sicuro ore e ore del tuo tempo saranno risparmiate.

E per chi compra qual è il vantaggio? Dall’altra parte ci sono le agenzie e i professionisti che hanno sete di contenuti visivi da utilizzare. Il limite è rappresentato dal copyright e dalle licenze per il riutilizzo, commerciale e non, e spesso si ricorre ad immagini stock che possono risolvere egregiamente il problema.

A volte però questi strumenti risultano insufficienti, soprattutto quando si cercano foto o video di specifici eventi, anche di piccola scala, in tempo reale. O quando si vuole fare la differenza, senza rischiare di utilizzare gli stessi contenuti degli altri o peggio ancora dei competitor. Oppure, ancora, quando non si trova niente di adatto tra i contenuti scaricabili gratuitamente e non si hanno grandi risorse economiche a disposizione per quelli a pagamento. Lobster può essere una valida alternativa in tutti questi casi.

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Come funziona

Basta registrarsi, aggiungere i propri profili social da cui si vuole attingere contenuto e selezionare immagini e video interessati. Di default è attiva l’opzione “Sell all content”: basta togliere la spunta e andare a selezionare uno per uno il contenuto da vendere.

Lobster

I prezzi

  • Per chi vende: il prezzo è variabile, e parte da un minimo di 1 £ per singola foto (ma può essere anche superiore o inferiore, in caso di abbonamenti). L’utente riceverà sempre, in ogni caso, il 75% del prezzo.
  • Per chi compra: ci sono 3 piani abbonamento a scelta, oppure è possibile richiedere piani personalizzati o l’acquisto singolo.

Lobster

Le licenze

Vendendo i tuoi contenuti, garantisci a chi li compra una licenza commerciale, royalty free, non esclusiva e mondiale. La licenza non può essere rivenduta. Manterrai ad ogni modo authorship e proprietà intellettuale.

Accertati di poter vendere

Se vuoi vendere i tuoi contenuti devi essere certo di poterlo fare. Ecco alcune regole a cui prestare molta attenzione.

Non mettere in vendita:

  • foto o video con nomi di brand visibili e riconoscibili o loghi registrati
  • foto o video realizzati da altri (è illegale)
  • contenuti pedo-pornografici, che ritraggono persone nude, proprietà private o luoghi per i quali comunque non si detiene la licenza a fotografare (è illegale anche questo)
  • foto o video che ritraggono terze persone, a meno che tu non abbia ottenuto da loro il permesso per il riutilizzo commerciale (in questo caso, aggiungi il tag #model_release al contenuto, mentre se non hai il permesso usa il tag #editorial_use)
  • foto o video che ritraggano bambini, a meno che tu non abbia ricevuto il permesso dai genitori (se sei tu il genitore autorizzi l’utilizzo commerciale)

Ad ogni modo, se hai qualche dubbio (ma anche se non ce l’hai, non si sa mai), ti consigliamo di leggere attentamente i termini di servizio.

Certo, con Lobster non ci si arricchisce, ma potrebbero nascere interessanti collaborazioni. Tentare costa solo qualche minuto, ma può ripagare con qualcosa di più. 

I trend del neuromarketing: la parola agli speaker di CERTAMENTE 2016

Il 14 e 15 Aprile a Roma si terrà CERTAMENTE 2016, “Italian Neuromarketing Days”: lo spazio di discussione in cui approfondire gli ultimi sviluppi sul rapporto tra marca e consumatore. Entra in contatto con i maggiori esperti di neuromarketing, nazionali e internazionali, che ci illustreranno casi pratici di utilizzo del Neuromarketing in comunicazione, nel packaging design, nel retail,  nel web presentando anche i risultati di business ottenuti.

Partecipa e iscriviti subito approfittando della promozione riservata a Ninja Marketing: utilizza il codice sconto CERTAMENTE-PER-NINJA
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Per ingannare l’attesa e tenerci pronti a saperne di più, abbiamo posto qualche domanda ad alcuni speaker che interverranno a CERTAMENTE 2016:

Quanto è importante iniziare a pensare alle neuroscienze come un reale strumento di lavoro del proprio business?

Risponde Gesa LischkaCEO di Kochstrasse, agenzia che applica le neuroscienze ai suoi progetti sin dal 2010.

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Immagina per un momento di aver ereditato una fabbrica di scarpe, attrezzata con un sacco di macchine complesse. In certi giorni queste macchine producono scarpe belle con una qualità perfetta, mentre in altri giorni questo non accade. Hai provato a chiedere ai dipendenti, ma nessuno sembra sapere il motivo alla base di questo fenomeno. Ancora più bizzarro: nessuno sembra essere preoccupato da questa incertezza: “Questo è il solo modo in cui funziona questo settore ed è sempre stato così”.

Un giorno un giovane ingegnere bussa alla tua porta: “Ho trovato alcuni dei motivi per cui le macchine non eseguono in modo coerente. Non conosco ancora tutti i motivi, ma già adesso posso implementare delle nuove strategie per migliorare la loro produzione. In più: la mia nuova prospettiva mi permette di continuare a cercare in modo strutturato e vi posso spiegare perché faccio quello che faccio”.

Assumeresti l’uomo? O no? La neuroscienza è un po’ come questo ingegnere emergente. Fornisce risposte che non sarebbe stato possibile affrontare in passato. Collega i fattori che in precedenza sono stati studiati separatamente. E si basa su metodi scientifici. Tuttavia, la semplice conoscenza delle neuroscienze da sola non avrà un impatto sulle vendite o sul ROI. Il trucco consiste nell’applicazione esperta! È qui che la maggior parte delle aziende deve ancora lottare.

Ci sono un sacco di conoscenze là fuori, ma ancora troppe poche applicazioni nella vita reale. Quindi fai attenzione alle pozioni di olio di serpente e alle false promesse – e continua a cercare il tuo “giovane ingegnere”.

L’applicazione delle neuroscienze alle dinamiche di mercato sarà il futuro, non è così?

Rispondono Gaia Spinella e Antonella Mandarano – TIM brand analysis & monitoring.

Gaia Spinella e Antonella Mandarano

Per la nostra azienda, TIM, più che di futuro si tratta di presente. Utilizziamo questa tecnica innovativa oramai da anni, in particolare come supporto alle decisioni legate alla comunicazione pubblicitaria ed al posizionamento del brand.
Riteniamo imprescindibile l’affiancamento alle modalità di ricerca più classiche di rilevazioni di tipo ‘indiretto’, in grado di superare in parte se non del tutto i bias delle indagini tradizionali.

Non occuparcene fin da subito quanto rischia di estrometterci dalla scena?

Rispondono Gaia Spinella e Antonella Mandarano – TIM brand analysis & monitoring.

Per definizione un’azienda che non innova e si preclude la possibilità di impiegare tecnologie che consentono di migliorare fortemente l’ascolto e la conoscenza dei propri clienti e di ottimizzare l’efficacia delle proprie azioni rischia molto, soprattutto in uno scenario in cui diviene sempre più rilevante la misura del ritorno sull’investimento dei singoli progetti/attività.

Come è il trend a livello internazionale?

Risponde Fabio Babiloni, Docente di Fisiologia presso l’Università Sapienza di Roma, nonché nella lista dei Top Italian Scientists.

Fabio Babiloni

L’applicazione delle neuroscienze nell’ambito del marketing (neuromarketing) è un argomento su cui molte multinazionali stanno investendo molto, per avere delle conoscenze che possano aggiungersi agli strumenti di analisi che sono tipicamente disponibili. Infatti, il semplice dato che la correlazione fra lista degli acquisti programmata e quella effettivamente eseguita in un supermercato è 0.22 (dati studio POPAI USA), significa che la maggior parte dei nostri atti di acquisto *viene decisa* all’interno del punto vendita e non in precedenza. Da qui l’interesse a comprendere e misurare cosa può sollecitare improvvisamente la decisione di acquisito nelle persone all’interno dello stesso punto vendita.

La situazione italiana è in linea con quanto avviene negli altri paesi o si sta rischiando di restare indietro?

Risponde Fabio Babiloni, Docente di Fisiologia presso l’Università Sapienza di Roma, nonché nella lista dei Top Italian Scientists.

Chiaramente nei paesi anglosassoni (USA, UK) l’impiego delle neuroscienze per la comprensione dei processi decisionali di acquisto è un fatto acquisito da molto tempo. Il processo di adozione di tali tecniche neuroscientifiche da affiancare a quelle tradizionali per lo studio del comportamento delle persone nel punto vendita inizia a crescere in Italia, spinto da alcune grandi aziende che hanno deciso di investire sotto questo aspetto. È di questo periodo la notizia che Telecom Italia abbia condotto il suo processo di re-branding impiegando anche il neuromarketing.

In Italia si sconta un ritardo “fisiologico” nell’adozione dell’innovazione derivante dal perdurare della crisi economica che ha colpito i budget delle aziende nel settore della comunicazione, lasciando meno spazio per la sperimentazione e la ricerca.

Altri paesi, con economie leggermente più solide di quella italiana, possono impiegare più risorse per sviluppare con le neuroscienze una maggiore conoscenza relativa alla percezione da parte del pubblico del messaggio pubblicitario potendo quindi generare advertising più efficaci.

Qual è il vero valore aggiunto di partecipare a “CERTAMENTE 2016”?

Risponde Luca FlorentinoExecutive Board Certamente 2016 e CEO di Ottosunove, agenzia di brand development, retail design e in store marketing con un forte approccio neuromarketing.

Luca Florentino, Executive Board Certamente 2016

Oggi lo sviluppo delle neuroscienze consente una migliore conoscenza del consumatore e dei meccanismi che lo portano alla scelta di un Brand o di un prodotto. Questo ha importanti conseguenze sul marketing ed è in grado di amplificarne l’efficacia.

Per questo a CERTAMENTE 2016 abbiamo combinato interventi dal mondo della ricerca e case history di successo, per poter fornire strumenti operativi immediati da applicare una volta tornati in azienda.

Ma c’è di più, all’interno della suggestiva location romana ci sarà l’occasione di partecipare ad una sensory dinner fianco a fianco con gli speaker, per dei momenti di networking mai visti prima in Italia.

residenza ripetta roma

Bene, ora non ti resta che partecipare a CERTAMENTE 2016:  scopri l’agenda completa dell’evento e partecipa utilizzando il codice sconto riservato ai ninja: CERTAMENTE-PER-NINJA

Ninja Digital Factory, il punto di vista dei vincitori

Si è conclusa lo scorso 19 marzo la Ninja Digital Factory, il percorso formativo di Ninja Academy caratterizzato dal metodo learning by doing legato al Master in Web Marketing & Social Media Communication (edizione ottobre 2015/marzo 2016). Ben 10 i gruppi di guerrieri che hanno partecipato a questa edizione, 4 su Roma e 6 a Milano. Da ottobre 2015 a marzo 2016 ogni team ha lavorato ad un progetto di Digital Strategy su Microsoft con il supporto dei tutor Raffaele Pironti a Roma, Michaela Matichecchia e Marco Magnaghi a Milano.

A giudicare i progetti sono stati chiamati: Luca La Mesa (Docente Ninja Academy), Vito Flavio Lorusso e Carlo Rinaldi (Microsoft), Simone Mariani (Interflora), Simone Tornabene (WHY) e Alessia Salvatori (Blogo).

Abbiamo chiesto a Paolo D’Alessio  del gruppo vincente romano “FailHarder” e a Giulio Raffaele portavoce dei vincitori meneghini “Sarada” di raccontarci le loro sensazioni ad esperienza conclusa!

Il gruppo FailHarder a Roma durante la presentazione

Il gruppo FailHarder a Roma durante la presentazione

Quali sono i punti chiave del vostro progetto che credete abbiano conquistato la giuria?

Paolo:  Abbiamo dedicato moltissimo spazio al lavoro creativo, per mostrare le nostre idee e far immaginare i possibili risultati. Volevamo che il pubblico e la giuria toccassero con mano ciò di cui parlavamo, ed abbiamo così strappato tanti sorrisi di approvazione. Abbiamo dedicato molto spazio anche alla presentazione di strategie e tecniche innovative ed originali per relazionarsi e comunicare con il pubblico, ricevendo i complimenti della giuria.

Giulio: Crediamo di essere riusciti a coinvolgere i giurati facendogli vivere una bella storia: abbiamo ripercorso le diverse tappe del nostro viaggio alla scoperta del mondo Microsoft visto con gli occhi dei Millennial. Inoltre, crediamo che abbia avuto un ruolo rilevante anche la definizione iniziale di obiettivi di marketing e business chiari e ambiziosi, a cui abbiamo legato in maniera puntuale ogni nostra proposta per raggiungerli al meglio e con ogni strumento a disposizione.

Il gruppo Serada a Milano durante la presentazione

Il gruppo Serada a Milano durante la presentazione

Nei vostri gruppi ci sono persone con background molto differenti. Come avete trovato punti comuni e come avete lavorato insieme?

Paolo: I componenti del nostro gruppo non solo hanno background differenti, ma appartengono anche a mondi diversi. Far coesistere la creatività e l’esuberanza di chi proviene dal mondo della comunicazione con la razionalità e l’approccio strutturato di chi proviene dall’informatica e dalla ricerca scientifica non è stato facile, soprattutto all’inizio. Fin da subito però abbiamo percepito che proprio questa diversità poteva essere la nostra marcia in più, e così è stato. Quindi abbiamo messo da parte le nostre individualità, per costruire una squadra vincente.

Giulio:  Inizialmente ci siamo assegnati delle regole per poter essere da subito operativi ma darci anche il tempo di conoscerci. Già dopo i primi brief sono emerse le capacità distintive di ognuno: siamo riusciti a valorizzarle e integrarle, in modo che il gruppo si sentisse rappresentato nella sua unità e allo stesso tempo emergessero tutte le individualità.

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Quali sono le cose più importanti che avete imparato durante questa Factory?

Paolo: Per essere i migliori, come ci ha sempre consigliato il nostro tutor Raffaele, non bisogna mai essere banali, non bisogna limitarsi a fare il compitino, bisogna alzare l’asticella ed osare. Questo lo abbiamo capito fin da subito, per questo abbiamo chiamato il nostro gruppo Failharder. Ma osare richiede prima di tutto studio ed applicazione, solo chi ha la padronanza della materia e una buona conoscenza dell’azienda cliente può permettersi di proporre qualcosa di originale e innovativo con buone possibilità di fare centro.

Giulio: Da una parte abbiamo imparato a collaborare, a confrontarci, a supportarci a vicenda e a fare squadra. Dall’altra a lavorare per obiettivi e per scadenze, ad affrontare le tematiche da più punti di vista, approfondendo di volta in volta tutti i temi del master e tentando sempre di valorizzare il lavoro svolto per poi decidere una strategia di presentazione.

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Tre motivi per cui consiglieresti di iscriversi alla Ninja Digital Factory?

Paolo: Uno perché la Factory è una competizione a tutti gli effetti, è un modo per mettersi in gioco e misurare i propri limiti. Due, ti costringe a mettere in pratica fin da subito quello che apprendi, con ritmi via via più intensi fino alla presentazione finale.

È un’esperienza di lavoro vera, reale, intensa e piacevole. Tre, durante la factory hai il supporto di un tutor esperto, di un importante professionista del settore, cosa che è assolutamente fondamentale per un’esperienza di questo tipo.

Giulio: In primis perché viene offerta la grande opportunità di apprendere non solo in teoria, ma anche in pratica. Ci si può confrontare con realtà diverse: nello specifico, noi abbiamo avuto la possibilità di lavorare su un progetto Corporate. Poi c’è la possibilità di sbagliare in un ambiente ancora protetto, grazie anche alla presenza di un tutor. E infine si ha l’opportunità di imparare a lavorare in gruppo e di conoscere esperti (e non) del settore e iniziare a costruirsi un network professionale.

 

Incuriosito dall’esperienza di Giulio e Paolo? Bene, allora non perdere la prossima Ninja Digital Factory…stay Ninja!

Ecco come Pinterest promuove gli inserzionisti

Una recente analisi fatta da Digiday dimostra come Pinterest, il social network dedicato alla condivisione di immagini, stia offrendo servizi sempre più esclusivi e sofisticati per la pubblicità dei vari brand.

Una importante novità proviene dalla partnership con l’azienda Datalogix, che permetterà così la misurazione dell’impatto degli annunci sulle vendite.
Il lancio pubblicitario di un brand di cibo per cani spiega quasi tutto ciò su cui ha lavorato Pinterest durante l’ultimo anno.
Diamo uno sguardo ai punti chiave.

È un Pinterest di cani e gatti

Pinterest ha più di 100 milioni di utenti. Molti di loro, 21,8 milioni di pinners, parlano di animali domestici. I cani sono più popolari dei gatti a quanto pare, con 359 milioni di post – i così detti pin – rispetto a 320 milioni di pin sui gatti.

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Social? No, grazie.

Pinterest si pone a metà tra i canali di ricerca e i social network. La principale differenza tra Pinterest e gli altri social network è che, ad esempio, gli utenti di Facebook non sono predisposti all’acquisto. Su Pinterest invece gli utenti sono più “aperti a nuove idee”. I temi popolari su Pinterest includono moda, design per la casa, fitness, viaggi e altri argomenti. La maggior parte dei contenuti che vengono pubblicati su Pinterest – circa il 75% – sono caratterizzati da una menzione al brand di riferimento.

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Cinematic Pins

Ecco la vera e propria nuova offerta per gli inserzionisti annunciata durante il lancio pubblicitario.
Pinterest può incorporare un link sui coupon digitali se il brand ha attiva l’offerta.
Questo tipo di offerta potrebbe essere promossa attraverso il nuovo formato di annunci Pinterest: i Cinematic Pins.
I cinematic Pins sono delle GIF che si muovono quando l’utente scorre su e giù la pagina, ma si bloccano nel momento in cui l’utente decide di interromperle cliccandoci sopra.

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Analisi del comportamento del target di riferimento

Pinteres ha svolto un enorme lavoro per cercare di capire gli interessi dei suoi utenti, sulla base dell’attività dei post.
Gli inserzionisti sono in grado di indirizzare gli annunci in base al comportamento o il contesto delle pagine che gli utenti visitano. Questo tipo di analisi è sicuramente più specifica per il singolo utente, ma sono presenti anche delle vere e proprie categorie di comportamento, tra le quali, ad esempio, “attività all’aria aperta”, “viaggiare”, ecc.

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Vale la pena pagare

Questo grafico di Pinterest mostra i vantaggi di mettere in atto una campagna di marketing sul sito a pagamento. La strategia presa in analisi dal grafico mostra che nel corso di un anno, con 2.800 post, la campagna pubblicitaria non sponsorizzata ha raggiunto 1,2 milioni di persone. Con 80 post sponsorizzati, invece, sono state raggiunte 10 milioni di persone. Con una sponsorizzazione alla base, i risultati raggiunti sono stati migliori benché si sia fatto un minor sforzo creativo.

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Stay Strong: il nuovo posizionamento di marca di Actimel

Il 4 aprile in tutta Europa Actimel ha lanciato la nuova campagna “Stay Strong” per diffondere il suo nuovo ruolo di ‘positive resilience’.

Partendo dalla campagna globale Actimel Stay Strong, l’azienda ha sviluppato a livello locale in 14 mercati europei un’efficace strategia di comunicazione multicanale che coinvolge TV, radio, web, social, affissioni e una serie di attivazioni nelle città di Milano e Roma.

https://www.youtube.com/watch?v=JExJnKMYHwo

Ma abbiamo voluto saperne di più e proprio per questo motivo abbiamo intervistato Valeria SuricoConnection Marketing Manager di Danone.

Qual è la nuova strategia del brand Actimel?

Per Actimel con questa nuova piattaforma abbiamo lavorato, dopo anni di comunicazione funzionale, su un nuovo posizionamento di marca.

La campagna Actimel Stay Strong è assolutamente rivoluzionaria per l’azienda, in quanto rappresenta un nuovo approccio strategico del brand che fa leva su concetti emozionali e piuttosto che sulle caratteristiche funzionali del prodotto.
L’obiettivo è quello di diffondere la positive resilience. Actimel parla oggi direttamente agli ‘eroi’ di ogni giorno, ovvero ai consumatori, comunicando messaggi di attitudine positiva per affrontare i momenti di difficoltà quotidiane.

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Da quale insight nasce la campagna Stay Strong?

Nel mondo moderno, in cui tutto è in costante evoluzione, ognuno di noi tutti affronta le proprie sfide quotidiane, giorno dopo giorno.
Ma ci sono persone intorno a noi che vivono la loro giornata con una forza e un atteggiamento positivo, affrontano le loro sfide quotidiane con un sorriso sulle labbra e sono desiderosi di condividere la loro energia positiva con gli altri.
Queste persone, affrontano la loro vita e progetti di tutti i giorni con senso dell’umorismo e un po’ di resilienza. Queste persone sono intorno a noi. Siamo noi.

Possiamo definire la nuova campagna “integrata”: quali sono i canali scelti per la pianificazione e come si integrano l’un l’altro?

La nuova campagna è molto più che “integrata” è una media strategy multicanale che coinvolge TV, Radio, Web, Social Media, Affissioni e una serie di attivazioni nelle città di Milano e Roma.

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Tutti i mezzi coinvolti hanno delle creatività dedicate e sviluppate ad hoc che sfruttano le singole specificità federate dal concetto di Stay Strong.
Ad esempio, per comunicare il messaggio Stay Strong sul web è stata anche sviluppata una campagna di retargeting che utilizza tutti i mezzi più innovativi della rete e diversifica i formati video in maniera originale e coinvolgente.

Attraverso un cast internazionale, è stato inoltre creato un nuovo gruppo musicale – la Stay Strong Brothers Band – composta da 5 musicisti di nazionalità differenti.

La Stay Strong Brothers Band racconta il messaggio Stay Strong ai diversi target di consumatori che si ispirano ai momenti di quotidiane difficoltà e aiutano gli individui a essere in modalità Stay Strong, quindi positivi anche davanti alla tipica bad mood del lunedì mattina, allo stress generato dal traffico o alla malinconia di fronte ad una giornata uggiosa.

E’ prevista una nuova strategia anche sui social da qui in avanti?

Da un punto di vista Digital, la campagna è molto articolata e prevede 3 pilastri:

  • l’amplificazione della piattaforma di comunicazione ATL con, per il digital, cut ad hoc dei soggetti;
  • il sostegno alla Stay Strong Brothers Band su tutti i canali social, con l’obiettivo di parlare ai nostri consumatori nei momenti in cui la “positive resilience” è necessaria, e quindi ad esempio il lunedì mattina, in un giorno di pioggia, nel traffico;
  • il Real-time marketing basato sull’ascolto continuativo della rete, che ci consente di individuare i messaggi che le persone condividono sulla rete e che necessitano di una attitudine “stay strong”.

La strategia di retargeting è stata sviluppata sfruttando il programmatic e la clusterizzazione degli utenti, e si sviluppa su un funnel che partendo dalla comunicazione ATL guida lo storytelling agli utenti in coerenza con le loro necessità di “positive resilience”.

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Social media: 3 lezioni da Donald Trump

Donald Trump ha rivoluzionato il concetto di “campagna elettorale” negli USA, e lo ha fatto attraverso i social media. Con un budget limitato e una spesa dedicata alla televisione inferiore agli altri candidati, l’eccentrico miliardario ha puntato tutto sugli earned media.

Durante le campagne elettorali che precedono le elezioni presidenziali, i candidati puntano a raccogliere consensi, cercando una presenza mediatica sempre maggiore: l’obiettivo è essere sempre davanti agli occhi (e nella mente) degli elettori. Per conseguirlo, gli aspiranti Presidenti investono cifre da capogiro, supportati da Comitati di Azione Politica (PAC) e da ingenti raccolte fondi.

Per la prima volta, uno di essi ha rivoluzionato le regole del gioco, attingendo con sapienza dalle possibilità offerte dai social network e cercando negli altri mezzi di comunicazione la visibilità gratuita che deriva da carisma, dichiarazioni esagerate, promesse rivoluzionarie e la capacità di essere, sempre e comunque, una notizia interessante.

Ecco i numeri che ne risultano e qualche consiglio per le aziende che vogliono trarre il meglio dall’esperienza del candidato repubblicano.

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Social-izzare: comprendere i media attuali

social hanno il potere del real time e stanno dettando nuovi standard agli altri media. In questi network, tutti gli utenti sono micro-editori di se stessi e testimoni delle vite altrui. Ogni bazzecola, ogni evento più o meno petaloso, può assurgere al grado di notizia del giorno.

Nel caso di Trump, gli effetti negativi di dichiarazioni potenzialmente compromettenti sono stati arginati dalla sua costante attività social, particolarmente su Twitter, canale soggetto ad aggiornamenti più frequenti da parte degli utenti. La sapiente gestione di potenziali scandali attraverso la strenua difesa delle proprie posizioni ha portato molti americani a seguire il dibattito del momento attraverso la prospettiva di Trump. Pur attaccato, è stato lui a condurre le danze grazie al suo carisma mediatico, all’abilità di chiamare in causa i supporter e di coinvolgere gli altri.

Un valido esempio è costituito dai Tweet rivolti a Megyn Kelly dopo che la presentatrice di Fox News ha tentato di metterlo in difficoltà, rievocando un’affermazione indelicata del politico nei confronti delle donne.

Catturare elettori, catturare clienti

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Puntare sugli estremismi non è una soluzione per tutti: ogni azienda dovrebbe cercare il proprio tone of voice e portarlo avanti. Ciò che ha premiato Trump è stato l’aver mantenuto uno stile coerente, unitamente ad una comunicazione sempre attiva con sostenitori e detrattori.

Si discute sempre molto su quale sia il valore di una larga base di fan su un social network. Per alcuni si tratta semplicemente di numeri da esibire, per altri il loro valore è correlato alle conversioni.

Trump ha dimostrato la sua lungimiranza nel lungo periodo costruendo sin da subito un’ampia base di sostenitori, numericamente superiore a quella dei suoi avversari. Gli altri candidati si sono accorti troppo tardi di quanto i contenuti di Trump diventassero virali, ancora una volta a fronte di costi irrilevanti. A titolo di esempio la sua pagina Facebook conta 6,7 milioni di fan, il doppio di  Bernie Sanders, 3,5 milioni, seguito a ruota da Hillary Clinton a 3 e Cruz a 2.

Una nota: sulla pagina della Clinton, tra le informazioni, spicca in pianta stabile un video di Trump.

Tuttavia, anche Trump deve fare i conti con la mutevolezza della Rete e con i risultati che può dare un buon contenuto pubblicato nel momento giusto. È il caso della vicenda che ha visto Trump rendere pubblico il numero di cellulare di Lindsey Graham, un ex candidato repubblicano con cui ha avuto dei contrasti e che ha reagito pubblicando un video eloquente su Youtube.

Essere convinti del proprio brand

Trump è iconico. Nel bene e nel male ha raggiunto la notorietà anche oltreoceano, e non solo a causa della pettinatura. L’imprenditore concilia le sue posizioni populiste con una presenza impeccabile, una gestualità degna di un italiano con abiti firmati e polsini francesi.

I suoi interventi sono caratterizzati da passione e convinzione, caratteristiche che emergono almeno quanto i contenuti. Trump non teme di prendere posizione, di esporsi, di raccontare storie.

Ancora una volta l’insegnamento da trarre non è l’esasperazione della propria immagine, quanto la pianificazione e attuazione di un piano di comunicazione che porti gli interlocutori a formare un’immagine del brand quanto più vicina all’intento comunicativo. Le sbavature sono inevitabili, ma un corretto crysis management fornisce la grossa opportunità di trasformare un “epic fail” in “win”, capitalizzando il buzz creato intorno all’errore

LEGGI ANCHE: Papa Francesco vs Gasparri: epic win e fail a confronto

Una volta accettata la sfida, presidenziale o imprenditoriale che sia, è essenziale essere i primi fan di se stessi, senza temere di rivelare un lato umano che spesso caratterizza una comunicazione vincente.

Una panoramica completa sullo stato dell’arte dei Big Data e i principali trend tecnologici

Non è certo un mistero. Gli ultimi anni sono stati senza alcun dubbio quelli dei Big Data, segnati dalla sempre crescente importanza dei dati e dei loro studi. Il continuo miglioramento tecnologico e le abitudini digitali degli utenti permettono oggi di raccogliere una quantità incredibile di elementi. Elementi che se analizzati ed interpretati correttamente possono raccontare molto, dando una grossa mano anche in chiave business.

Un settore, quello dei big data, che non vede limiti e confini, ormai ampiamente sdoganato e quindi utilizzato nei più disparati ambiti. Non è più un segreto: molto del successo delle aziende sta nella corretta interpretazione ed utilizzo dei dati stessi, chiave di volta per programmare, eseguire, misurare. Tracce luminose che possono guidare i brand nella direzione giusta.

Economia, produzione, travel sono solo alcuni dei settori che più hanno giovato in questi anni delle opportunità insite nei dati, facendone, in molte occasioni, base portante di strategie e progetti futuri.

Lo stato dell’arte dei big data

Importanti, basilari, un futuro che è già presente. Ma come è la situazione riguardo all’utilizzo dei big data?

Un recente sondaggio di Accenture Analytics ci racconta una situazione pronta a decollare. La maggior parte degli intervistati ha dichiarato di essere molto soddisfatta dei progetti che vedono coinvolti i Big Data. Il 92% è felice dei risultati di business ottenuti mentre il 94% risultano pienamente convinti del loro uso.

Una soddisfazione che diviene quasi certezza. Per l’89% i Big Data sono fondamentali per la transizione della loro azienda verso il digitale. Dati che vengono utilizzati in attività molto diverse: dall’identificazione di nuove fonti di reddito (54%) sino allo sviluppo di prodotti o servizi (50%).

Big Data e tecnologie: cosa aspettarci da questi mesi?

big data, cosa spettarsi nel 2016

Il sempre maggior uso dei dati porta con sé nette migliorie tecnologiche, fondamentali per migliorare la raccolta degli stessi, ma in particolare, l’utilizzo. A seconda del “perché” si muove l’innovazione, e con lei gran parte delle novità che segnano questo 2016.

Ma quali sono i principali trend? Ecco i più rilevanti:

  • Analisi predittive. Le soluzioni forse con il maggiore impatto immediato. Queste risorse permettono, attraverso la lettura di dati, di valutare e ottimizzare modelli predittivi al fine di rendere sempre più perfomanti le attività aziendali. Attività, queste, che in gran parte sfociano in una ormai fondamentale pratica: la business intelligence.
  • Search and knowledge discovery. Tecnologie nate con il preciso scopo di permettere estrazioni self-service di informazioni che risiedono in piattaforme e repository diversi da parte degli utenti. File, database, API che rendono possibile agli utenti di accedere a informazioni utilissime. I tool che lavorano sulle metriche di performance dei social network rientrano in questa categoria.
  • Stream analytics. Risorse che filtrano, aggregano e analizzano dati da data source diversi in real time. Molti dei social wall più utilizzati funzionano così.
  • In-memory data fabric. Grazie a questa tecnologie è possibile avere accesso a quantità enormi di dati, riuscendo a processarli. Tutto ciò è possibile attraverso una distribuzione degli stessi su dynamic access memory (DRAM), flash o SSD.
  • Distributed file stores. Network formati da più computer dove raccogliere i dati su uno o più nodi, così da renderne più performanti ricerche ed utilizzo.
  • Data virtualization. Come detto, è la corretta e tempestiva gestione dei dati l’ago della bilancia del futuro. La data virtualization va in questa direzione, permettendo di integrare e fornire dati provenienti da fonti diverse. La differenza è che è possibile poi gestirli in un unico layer, avendone accesso al momento giusto e nel formato più utile.

La centralità dell’uomo? Resta.

big data e gestione umana

I tool e l’innovazione di molti strumenti restano indubbiamente uno step chiave per migliorare le prestazioni aziendali. Così come la possibilità di avere a costante disposizione una serie di informazioni chiave, informazioni che nella maggior parte solo i dati possono darci. Detto ciò la premessa basilare resta però sempre la stessa: il valore dell’interpretazione umana.

A fare la differenza non è e non saranno mai i soli dati, quanto una corretta e adeguata lettura ed interpretazione degli stessi. Senza è difficile possano essere usati al meglio e conseguentemente divenire la risorsa rilevante che possono essere. Il ‘tocco umano’ resta nella maggior parte dei casi indispensabile, spartiacque per dar vita un progetto di qualità.

Insomma i dati ci parlano, basta saperli ascoltare.