12 loghi famosi ridisegnati in stile hipster

12 loghi famosi ridisegnati in stile hipster

Semplice e minimalista, vintage, elegante e al tempo stesso un po’ rustico, ricco di elementi decorativi. Lo stile hipster negli ultimi anni si è guadagnato un posto d’onore anche nella classifica delle tendenze di graphic design più amate e diffuse.

Da scelta alternativa a formula mainstream, come ogni cosa che diventa onnipresente e dominante, anche questo stile ha raccolto una lunga lista di rivisitazioni, ultima delle quali l’iniziativa della community di creativi di DesignCrowd.

Il sito marketplace, che riunisce migliaia di designer da tutto il mondo, ha invitato i suoi iscritti a partecipare ad un contest per ridisegnare i loghi di alcuni grandi brand. Questo il brief:

Inviate la più convincente svolta hipster del logo che possa trasformare il “grande brand” in piccolo, come fosse una piccola azienda di Brooklyn.

LEGGI ANCHE: Loghi di brand in chiave minimal: tornano i cerchi di Nick Barclay

Largo quindi a loghi handmade, font vintage, corsivi, badge. Di seguito la selezione delle proposte vincitrici, a partire dal logo vincitore che vede protagonista Nike.

Nike

loghi brand

Twitter

loghi brand famosi

Apple

loghi ridisegnati brand famosi

Subway

loghi multinazionali

KFC

12 loghi famosi ridisegnati

Virgin

12 loghi famosi ridisegnati

Reebok

12 loghi famosi ridisegnati

McDonald’s

12 loghi famosi ridisegnati

Microsoft

12 loghi famosi ridisegnati in stile hipster

Pepsi

12 loghi famosi ridisegnati in stile hipster

JPMorgan

12 loghi famosi ridisegnati in stile hipster

BP

12 loghi famosi ridisegnati in stile hipster

Mercedes

12 loghi famosi ridisegnati in stile hipster

Avete già scelto il vostro preferito? 😉

Come evitare le truffe su Facebook?

Facebook è uno straordinario strumento di web marketing per le imprese: ha una soglia di ingresso molto bassa, consente budget scalabili, è adatto a numerose tipologie di prodotti e servizi. Proprio per questi motivi a oggi forse è uno degli investimenti di marketing più azzeccati… a meno di non essere truffati!

Può capitare infatti di essere seguiti in questa piccola o grande avventura, oltre che da professionisti in gamba o da inesperti cugini (che a leggere on line sembra lavorino 24 ore su 24 in ogni settore!), anche dal temuto “truffarolo”: quello che approfitta dell’ignoranza del cliente per spillar quanti più soldi possibili in cambio di alcune “promesse”, per altro molto ben documentate.

Non stupirti: da un decennio un numero incredibile di piccole imprese si fa appioppare servizi del tipo “ti posizioniamo primo su google per 3€ al mese!“. Non è molto differente tutto sommato.

Ecco una guida dal doppio uso: se anche tu hai ricevuto questo trattamento forse dovresti cambiare social media manager…  Se invece sei un truffarolo dopo la pubblicazione di questo post sarai subito sgamato!

La visibilità

L’uomo-social è ossessionato dal concetto di visibilità: più persone vedono i suoi aggiornamenti, più gode. L’imprenditore è la naturale evoluzione della specie, e raggiunge l’estasi al solo sentire la frase “un milione di persone hanno visto questo post!“. Non importa che siano colombiani e che lui abbia un B&B in una cascina in Maremma: l’hai reso felice!

Come si concretizza la truffa? Semplice! Si sponsorizza il post con il più ampio target possibile, selezionando contestualmente quello più economico. Non occorre che clicchino, anzi più l’ads è fatta coi piedi meno rischi si corrono. Un bel doping di persone inutili raggiunte con quattro spicci: l’equivalente di fare volantinaggio in un paese di ciechi. Quindi, se promuovete post, occhio a chi ha veramente visualizzato il vostro contenuto..

I fan

E la metrica più desiderata e che più fa effetto sull’ignaro investitore, e quindi quella che consente più creatività nel taroccamento ad arte. Così come la gente impazzisce quando riceve richieste di amicizia, e accetta/aggiunge anche persone che non frequenterebbe manco nei peggiori bar di Caracas, allo stesso modo il cervello dell’imprenditore rilascia endorfine quando il contatore dei fan della sua pagina aziendale ticchetta verso l’alto.

Come si concretizza la truffa?

  • Se il truffarolo tutto sommato la notte vuol dormire senza troppi rimorsi può fare una campagna di acquisizione su target a basso valore.
  • Se è mediamente un infame sponsorizzerà qualche articolo con un popup obbligatorio con una call to action tipo: “Diventa fan e leggi la notizia”. Sì esatto, proprio quello che rompe le scatole a tutti!
  • Se Lucifero ha un suo poster in cameretta, comprarerà pacchetti tipo “1000 fan a 4€”: particolarmente conveniente sono quelli del medio oriente/ ex URSS / subcontinente indiano. Con questa zavorra non solo la truffa è nel breve, ma rovina anche le prospettive future. Eccezionale!

I clic

Sempre più difficile, sempre più soddisfacente. Questa metrica se correttamente usata in tanti casi è davvero utile e vantaggiosa per molti cliente, ma questo ostacolo non scoraggerà il truffarolo, che proverà comunque a truffarlo con stile, tentando una vera Mandrakata!

gigi-proietti-mandrake

Come truffare?

Il suo alleato in questo caso ha un solo nome: click-baiting. E’ sufficiente un post che faccia scalpore (non è manco necessario che sia vero!) sponsorizzato con copy e immagine che siano un’esca per il click: il risultato saranno migliaia di visite al sito del tuo cliente (Google Analytics le certifica!) a un prezzo irrisorio!

Non avere rimorsi, in fondo se lo fa Beppe Grillo e la maggioranza dei quotidiani italiani, che problema ti fai?

LEGGI ANCHE: Sono il CPC: non trasformarmi in una vanity metric!

Le views ai video

Questa rientra nella categorie delle truffe legalizzate perchè è proprio Facebook che ti invoglia, anzi quasi ti obbliga, a presentare numeri inutili. Le statistiche di visualizzazione dei video nativi di Facebook infatti, sia in organico che in paid, sono facilmente fraintendibili (‘autoplay, counter visite che scatta dopo pochi secondi, etc): nulla quindi di più facile che presentare un report al cliente mostrando migliaia di views a pochi euro per un video aziendale (bello o brutto, indifferente!).

Il truffarolo si dimentica però di dire che spesso è una cosa equivalente a mettere un 6×3 al lato dei binari di un treno ad alta velocità: sta arrivando…. un secondo…scorre… swaaaaam!

Non allarmarti subito!

In realtà le statistiche riportate fin qui possono comunque essere utili in molte campagne e per tanti clienti: è fondamentale però che siano solo un tramite per portare a obiettivi di web marketing tangibili e monitorabili. Ovvero a conversioni. Ovvero a soldi!

Non spaventarti quindi se in passato sei stato vittima o ignaro carnefice di queste truffe, ma cerca di analizzare il tuo intero rapporto col social media marketing, dall’inizio alla fine del ciclo: solo in questo modo riuscirai a evitare le truffe.

Forse.

Digital Warriors: scopri i mercati del futuro

Digital business mercati del futuro
Sabato 28 novembre, dalle 9.30 alle 13.00, il clan di Ninja Marketing e i Guerrieri di Ninja Academy si riuniranno al Copernico Milano con i principali esponenti della digital industry italiana per una mattinata di formazione e networking. Durante l’ evento, Digital Warriors,  ci sarà il panel  “Digital Business: i mercati del futuro”. Ecco qualche anticipazione dai relatori Alberto Maestri, Eugenio Pezone e Roberto Ascione.

Iscriviti qui all’evento gratuito “Digital Warriors. Tecniche di combattimento pacifiche per Ninja del Marketing”

Alberto, ti occupi di content marketing da abbastanza tempo ormai ed in uno dei tuoi libri parli della sua evoluzione, appunto. Che scenari t’immagini per questo strumento? Ci saranno topic più sensibili di altri? Come pensi si muoveranno gli investimenti?

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Alberto Maestri

In Content Evolution. La Nuova Era del Marketing Digitale, scritto insieme al collega Ninja Francesco Gavatorta, cerchiamo proprio di tracciare il percorso evolutivo del Content Marketing, partendo dalle sue origini (agli albori del business) fino all’attuale condizione di aziende come media company decodificata da Michael Brito nel suo libro Your Brand, the Next Media Company.

Ma non solo: sia dai servizi e prodotti offerti da alcune startup digitali innovative che vediamo moltiplicarsi sul mercato che dalle iniziative digitali intraprese da alcuni dei più importanti spender del marketing a livello globale (L’Oréal, Coca-Cola, Red Bull, Gatorade, etc.), stiamo notando quello che crediamo essere il principale trend evolutivo del Content Marketing. Ovvero, la progettazione di vere e proprie narrazioni immersive che fanno leva su quelli che abbiamo etichettato come HyperContents.

Vale a dire quei contenuti che trovano senso e compimento nella relazione con la condizione esistenziale puntuale e hic et nunc del fruitore dello stesso content, ovvero con il contesto in cui è calato nell’atto di content consumption. Questa suggestione ha risvolti molto importanti per gli stessi brand, e il lavoro di content design diventa sfidante.

Gli HyperContents, infatti, on rientrano in una determinata forma definita e “preconfezionata” dagli stessi indipendentemente dalle caratteristiche idiosincratiche del fruitore finale, ma trovano piuttosto compimento nella relazione instaurata con lo spazio e il tempo circostante di quest’ultimo.

In altri termini, attraverso gli HyperContent l’esperienza diventa contenuto, e le ultime tecnologie (pensiamo agli iBeacon, per citare un esempio) sembrano abilitare marche e aziende a sviluppare progetti orientati sempre più in tale direzione.

Non so come si muoveranno gli investimenti a livello macro, anche perché l’Italia rappresenta uno scenario a sè stante. Se dovessi però scommettere su un trend strettamente legato agli investimenti, vedo sempre più probabile l’ascesa del profilo del Chief Marketing Technologist: un professionista ibrido, con un portafoglio di competenze ben integrato tra marketing, digitale e tecnologie.

In effetti, proprio questi tre ambiti si contenderanno sempre più la spartizione del budget di content marketing, in parti uguali, senza nessun vincitore. Nessuna strategia di marketing del contenuto può infatti esistere senza la presa in considerazione di queste tre dimensioni, in contemporanea.

Classe 1992, sei un Millennial che aiuta a vendere ai Millennial. Quale credi sia la strada che i brand debbano percorrere per vincere nel 2016?

Eugenio Pezone

Eugenio Pezone

È complicato dire quale sia esattamente la strada per il successo. Quello che posso dire è che da millennial, mi autoriferisco la domanda e mi chiedo cosa cerco io da un brand. Lo ha scritto Kotler, ma lo sposo e lo condivido in pieno anche io: cerchiamo la felicità.

La prima cosa su cui devono puntare i brand è sempre il cliente, ma in toto. Non ci basta più che un prodotto sia buono, che abbia delle buone caratteristiche e che il prezzo sia adeguato. Cerchiamo che il brand risponda, con quel prodotto e con tutti i servizi connessi a quel prodotto, interamente al bisogno che stiamo andando a richiedere a quell’azienda.

Ci sono migliaia di prodotti che fanno la stessa cosa, centinaia di aziende che offrono lo stesso prodotto. Ma da adesso in poi, ciò che vogliamo è poterci fidare, cerchiamo che il brand si faccia carico dei problemi e delle istanze che ricerchiamo quando pensiamo di acquistare un prodotto e le soddisfi per intero. Non si deve limitare a venderci il prodotto ma a chiedersi: “l’ho reso davvero felice con questo servizio?”

Se vai a cena fuori, cerchi semplicemente una buona pizza, oppure in realtà stai andando a passare un momento felice con i tuoi amici/partner/famiglia ?

L’healthcare ha già fatto passi da gigante grazie alle nuove tecnologie. Cosa dobbiamo aspettarci per l’immediato futuro?

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Roberto Ascione

La industry healthcare sta avidamente sperimentando, soprattutto grazie ad un crescente numero di startup, i vari archetipi tech che si sono resi disponibili in questi anni: mobile, cloud, realtà virtuale, wearable, etc.

In effetti molti di questi hanno delle ricadute in ambito health rendendo possibili servizi che prima semplicemente non erano realizzabili oppure migliorando in modo radicale processi già esistenti. Tutto ciò viene definito sempre più digital health.

Tra i filoni più promettenti possiamo citare i meccanismi di self empowerment che aiutano ad adottare comportamenti più salutari anche con l’utilizzo di sistemi di tracciamento wearable oppure le opportunità che la digital health offre per passare da una gestione della cura alla concreta prevenzione attiva.

A livello più di sistema le piattaforme di salute digitale supportano le organizzazioni a monitorare i pazienti a distanza, ad aumentare l’efficienza dei servizi, a facilitare l’accesso alle informazioni ed in generale a migliorare la qualità dei servizi in ambito salute, allo stesso tempo riducendone i costi.
La grande promessa delle tecnologie digitali nella salute è in ogni caso un maggiore accesso a prevenzione e cure di qualità per tutti noi indipendentemente dal reddito e dalla localizzazione geografica, garantendo allo stesso tempo una complessiva sostenibilità economica del sistema in special modo all’invecchiare della popolazione mondiale.

I social network possono prevedere i crimini?

i social media possono predirre i crimini

Philip K. Dick nel racconto che ha ispirato il film Minority Report di Spielberg, si inventò i poteri di premonizione dei Precog, tre persone con la capacità di sognare i crimini che sarebbero stati commessi nel futuro. Nel racconto una divisione speciale della polizia, la precrimine, utilizza i loro poteri per arrestare i criminali potenziali, rei di avere l’intenzione di commettere un crimine.

Da qualche anno alcuni dipartimenti di polizia americani, come quello Los Angeles che lo fa dal 2012, usano tecniche basate su particolari algoritmi e l’analisi dei dati per ottimizzare la presenza delle pattuglie sul territorio: il software sviluppato dalla Predpol e messo a loro disposizione permette infatti di creare delle mappe in cui viene visualizzata la probabilità che vengano commessi dei crimini: come le mappe termiche, la maggiore intensità indica una maggiore probabilità di attività criminali, e perciò l’opportunità di inviare le pattuglie. Secondo le loro dichiarazioni con queste tecniche in alcuni casi sono riusciti a ridurre la percentuale di crimini commessi di un 20%.

i social media possono predirre i crimini

Predpol  e Palantir non sono le uniche imprese private che propongono queste tecnologie: anche Hitachi ha pochi giorni fa annunciato di poter iniziare i test della loro tecnologia predittiva in alcune città americane. A differenza di altri sistemi, quello proposto da Hitachi utilizza il machine learning e i dati dei social, i tweet in particolare, per accrescere di un 15% l’accuratezza delle loro previsioni.

Tranne quello della Hiyachi, questi software e tecniche però non fanno uso dei dati presenti sui social, ma di quelli presenti nei database delle forze dell’ordine: si tratta quindi di analisi statistiche che non hanno impatto ne implicazioni sulla privacy, trattandosi di dati aggregati.

All’università della California hanno però creato l’istituto delle tecnologie predittive (UC Institute for Prediction Technology) che ha proprio come missione lo sviluppo e lo studio di tecnologie predittive del comportamento umano, sfruttando i dati presenti sui social network.

Fondato nel 2015 , l’istituto ha come aree di ricerca il tracciamento di comportamenti a rischio, per prevenire il diffondersi di malattie, la povertà (sic!) e il crimine, informando le autorità competenti. Altre aree di ricerca dichiarate sono l’individuazione dei fattori per predirre l’evolversi delle opinioni politiche, di valori sociali e morali, del successo accademico o del coinvolgimento della comunità e l’individuazione delle ragioni per cui le persone adottino certe tecnologie, comprino certi prodotti o seguano certe tendenze.

Queste tecnologie e idee sono le stesse che hanno ispirato le agenzie di spionaggio e controspionaggio ad attivare quel tipo di controllo e spionaggio di massa sfociato poi nel Datagate, grazie alle rivelazioni di Edward Snowden.

i social network possono predirre i crimini

Nonostante in apparenza non siano una novità, il dibattito è stato rilanciato del New York Times di recente, interrogando alcuni esperti sull’efficacia e l’eticità di queste tecniche poliziesche di prevenzione del crimine.

Tra coloro che sollevano qualche obiezione e chiedono cautela nell’adozione di queste tecnologie c’è Andrew Papachristos, professore di sociologia e direttore del centro di ricerca per le disuguaglianze della università di Yale, che invita alla prudenza e ad una supervisione dell’uso di questi dati da parte delle forze di polizia, chiedendo anche trasparenza sui metodi usati dalle compagnie private che forniscono la tecnologia. “Un approccio basato sul delinquente e sul profitto potrò solo esacerbare un sistema giudiziario punitivo e far nascere paure su uno stato di polizia in stile Minority Report”, afferma Andrew Papachristos.

Anche Faiza Patel, co-direttore del programma “Libertà e sicurezza nazionale” dell’università di New York, chiede cautela, nonostante l’entusiasmo che queste tecnologie possano destare, dichiarando : “la polizia predittiva non può diventare profilazione razziale con un diverso nome“, riferendosi al fatto che le minoranze di colore e latine potrebbero essere più danneggiate e vulnerabili.

Persino l’ex-pubblico ministero federale Kami Chavis Simmons (ora professore alla facoltà di legge dell’università Wake Forest e direttore del programma di giustizia criminale) indica che “la tecnologia è cruciale per le forze dell’ordine, ma non è mai una panacea”.

Dei sei esperti invitati a dibattere solo Sean Young, direttore del’istituto delle tecnologie predittive dell’Università della California, è apertamente e completamente entusiasta, e delegando ad altri lo studio delle implicazioni etiche relative all’uso di queste tecnologie, invita ad usarle in nome dell’innovazione e dei benefici per la comunità.

Ma sono davvero efficaci queste tecnologie? Nonostante la sorveglianza antiterrorismo e le leggi che riducono la privacy in favore di una maggiore sicurezza, sembrerebbe di no, dato che attentati come quello alla maratona di Boston nel 2013 e quelli recentissimi a Parigi o nel Mali non sono stati previsti.

In Gran Bretagna hanno creato nel 2013 il centro di ricerca “What Works – Crime reduction” (cosa funziona – riduzione del crimine), investiga e analizza quali siano le pratiche e interventi migliori per ridurre la criminalità.

Si preoccupano di capire le soluzioni anti-crimine in termini di costi, qualità, impatto, ragioni e contesti per cui funzionano e metodi di implementazione, producendo strumenti e guide per le forze dell’ordine.

Secondo una interessante tabella che chiamano “crime reduction toolkit” e in cui ogni tipo di intervento viene valutato in una scala che misura effetto sul crimine, meccanismo di funzionamento, contesto, implementazione e costi, il monitoraggio elettronico ha un modesto impatto nella riduzione del tasso di criminalità, minore addirittura di una tecnologia matura come le telecamere a circuito chiuso.

Crime-reduction-toolkit

I crimini, secondo alcuni risultati delle ricerche del centro, sono in generale associati ad una piccola porzione di luoghi, vittime e delinquenti, perciò risulterebbero efficaci anche azioni di prevenzione attraverso l’educazione e la deterrenza (per esempio, e oltre alle già citate telecamere, una maggiore illuminazione stradale e le vigilanza di quartiere).

Sembrerebbe che, da entrambe le sponde dell’atlantico, non si metta in discussione l’efficacia tecnica del monitoraggio dei social media (anche se non è elevata) ma l’impatto sociale e la rilevanza etica.

La tesi più popolare è che in nome della sicurezza sia consigliabile e opportuno sacrificare la propria privacy (o meglio, riservatezza), sostenendo che chi non ha nulla da nascondere non abbia nulla da temere.

Ma c’è da considerare che l’erosione lenta e continua dei nostri diritti civili in nome della sicurezza può portare a conseguenze nefaste sia per gli individui che per la comunità.

Non è solo da temere la nascita di un grande fratello Orwelliano che tutto vede e controlla, ma anche e soprattutto la possibilità che si subiscano processi Kafkiani, in cui siamo condannati e penalizzati senza sapere perché.

Basta un falso positivo e, secondo le tecniche di analisi della rete, potreste vedervi negare l’ingresso ad un paese perché troppo vicini a qualcuno non gradito, oppure potreste non essere ammessi ad una scuola, università o lavoro perché, potenzialmente, siete… criminali?

Sono purtroppo molti e sempre più frequenti i casi in cui giornalisti, ma anche persone comuni sono fermati alla frontiera, in quella terra di nessuno che negli aeroporti è prima dei controlli, e sottoposti a estenuanti (e secondo alcuni, vessatori) interrogatori e perquisizioni.
I motivi? Spesso inconsistenti, come aver partecipato ad un matrimonio musulmano, per esempio. (https://thenib.com/crossing-the-line-e765bf8ca85a#.us08i0jea)

Le tecniche di analisi delle reti e dei social in particolare sembrano poter dare un contributo, anche se non sostanziale, alla lotta contro il crimine. Ma il prezzo da pagare ne vale davvero la pena?

Social media: una (rapida) lezione di storia

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Alla velocità a cui il mondo cambia, e considerata la frequenza con cui un’enorme quantità di novità compaiono e scompaiono, Facebook inizia a darci l’impressione di esserci da sempre e di non volersene andare.

È stato fondato nel 2004, ed è veramente esploso intorno al 2008 – per lo meno in Italia. Stiamo parlando di 7 anni: una cifra strabiliante prendendo atto di quanto detto sopra, soprattutto applicato al mondo della tecnologia e della rete.

Ma cosa c’era prima di Facebook? Perché è ancora qua mentre qualcun altro non ce l’ha fatta? E qual è il futuro dei social?

Parliamone un po’ insieme.

Social media: un po’ di storia

In realtà i social sono nati praticamente insieme a Internet e da quel giorno si evolvono al suo fianco. La prima e-mail è stata inviata nel 1971, e cos’altro è se non un medium destinato a connettere due utenti o più della rete? C’è anche stato GeoCities, che permetteva a ognuno di creare la propria pagina persona nel 1995.

Il primo social

Ma prendiamo la definizione che abbiamo oggi di social network e la corona andrà sulla testa di Six Degrees, largamente riconosciuto come la prima piattaforma di social networking.

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Ecco come ne parla Wikipedia:

Prendeva il suo nome dal concetto di sei gradi di separazione e permetteva di trovare amici, familiari e conoscenze sia sul sito che fuori; i contatti esterni venivano invitati ad unirsi al sito. Gli utenti potevano mandare messaggi e postare aggiornamenti destinati alle connessioni fino al terzo grado di separazione.

Six Degrees è stato lanciato nel 1997 e ha raggiunto circa 3,5 milioni di utenti prima di essere venduto per 125 milioni di dollari per poi chiudere nel 2001. L’idea era buona, ma il momento era sbagliato; nel 1997 l’infrastruttura della rete non era ancora adatta al social networking e, nonostante avesse qualche milione di iscritti, la crescita era limitata soprattutto per mancanza di persone connesse a Internet.

L’evoluzione

Con la crescita di Internet e dei suoi utenti, intanto, cresceva anche il potenziale per la creazione di cerchie sociali online, e qualcuno ha continuato a provarci adottando un nuovo principio diverso da quello dei sei grandi di separazione. In sostanza, sulle nuove piattaforme si poteva diventare amici di chiunque, indipendentemente dal legame che poteva esistere o non esistere IRL (in real life, NdA).

I due esempi più celebri?

Friendster

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Friendster è stato fondato nel 2002 e ha raggiunto la strabiliante cifra di 100 milioni di utenti. Dopo molti sforzi per cercare di reinventarsi, ha chiuso i battenti proprio quest’anno, il 14 giugno per la precisione.

Il sito è stato il primo approccio al social networking per moltissime persone, ma come molti altri non è riuscito a diventare parte integrante della vita di tutti i giorni degli utenti.

Myspace

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Myspace è stato il più grande social network dal 2005 al 2008. Nel giugno del 2006 ha perfino superato Google come sito più visitato negli Stati Uniti.

Purtroppo per lui però, è arrivato Facebook, che nel 2008 l’ha sorpassato. Da lì la piattaforma ha cercato in tutti i modi di raggiungerlo e di reinventarsi – ci ha persino messo la faccia Justin Timberlake.

Strano, Justin è stato uno dei primi sostenitori di Facebook!

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Ah no, perdonateci, questo è The Social Network di David Fincher (2010).  😛

Cosa uccide un social network

I motivi sono tanti, e gli studi che si fanno questa domanda ancora di più. Secondo noi in sintesi si può spiegare in un paio di punti:

  • l mondo cambia, la velocità e i modi di fruizione anche, e nuovi social nascono. Risultato? L’appeal del giocattolo nuovo porta gli utenti a provare l’ultimo modello;
  • Se il vecchio modello inizia a sembrare davvero obsoleto succede una cosa: pian piano gli utenti iniziano ad andarsene e le reti si sgretolano. E non c’è bisogno di dire che una piattaforma di reti sociali senza reti, morirà presto.

Perché Facebook è diventato il n° 1 al mondo

Myspace ha insegnato il mondo che i social erano interessanti, ma Facebook ha saputo perfezionare il prodotto. – Mike Jones, ex CEO di Myspace

Facebook ormai è sull’Olimpo. Non solo, attualmente Facebook è Zeus, con 1,5 miliardi di utenti attivi ogni mese. Ma come è riuscito ad arrivare in cima?

Trasparenza

Facebook è stato il primo social network ad incoraggiare ad usare il vero nome piuttosto che un nickname o uno pseudonimo. Sempre secondo Mike Jones:

Myspace alzava barriere all’apprezzamento degli utenti forzandoli a usare pseudonimi al posto delle loro vere identità. Facebook, invece, ha sempre incoraggiato gli utenti a usare i loro veri nomi; una volta che questo comportamento è stato assimilato dal pubblico, e che le persone si sono accorte che non era così rischioso, Facebook è letteralmente decollato senza guardare indietro. Le regole del gioco erano cambiate.

Disposizione al cambiamento

Una cosa che ha sempre distinto Facebook dalle altre piattaforme è la tendenza a cambiare, senza troppa paura di farlo.

Tutti ci ricordiamo di aver detto più volte “Oh no, è cambiato Facebook, mo mi tocca capire dove ritrovare tutto“, tutti se ne lamentavano per 2-3 giorni con uno stato, poi il silenzio: tutto era tornato come prima. Guardiamoci indietro e noteremo che è stato proprio questo a tenerci sull’attenti e interessati, insieme alla costante introduzione di nuove funzioni.

Ecco una timeline dei maggiori aggiornamenti confrontanti con l’aumento del numero di utenti:

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Il Newsfeed

Il Newsfeed è stata una delle chiavi del successo di Facebook. Nelle vecchie piattaforme l’utente doveva andare a cercarsi i contenuti dei propri amici. Ora invece sono tutti comodamente fruibili in uno stream scrollabile all’infinito. I contenuti, gli aggiornamenti e la discussioni degli amici sono sotto i riflettori, ed è questo che interessa agli utenti.

Quattro predizioni per il futuro

Maggior focus sull’autenticità

Una delle ragioni per cui Facebook ha battuto Myspace è stata non solo la possibilità, ma anche l’invito a essere se stessi (usando il proprio nome) e i social media, evolvendosi, diventeranno ancora più autentici.

Come spiega Casey Neistat, regista e co-fondatore di Beme:

I social media dovrebbero rappresentare una versione digitale o virtuale di chi siamo. Invece è una versione altamente calcolata, scolpita e calibrata.

I social network saranno sempre più genuini, concentrandosi su chi siamo come individui e togliendo progressivamente i filtri che caratterizzano la versione di noi che sta sui social contrapposta a quella che sta di fronte agli schermi.

Contenuti su misura

Un tweet attualmente vive in media circa 18 minuti prima di perdersi per sempre nello stream senza essere più visualizzato. Un utente di Facebook ha accesso a circa 1500 post al giorno, ma si concentra solo su 300.

Queste sono le prove che ora come ora ci sono troppi contenuti rispetto alla reale possibilità di fruirne, e questo è un problema sia per gli utenti che per chi fa marketing.

Col passare del tempo ci sarà bisogno di affinare sempre di più la capacità di proporre i contenuti giusti, di concentrarsi sulla qualità e l’interesse piuttosto che sulla quantità.

E una soluzione in questa direzione risulterà anche in una maggiore longevità delle piattaforme in quanto: contenuti interessanti per l’utente = minore probabilità di annoiarlo.

Basta immagini fisse

Le immagini statiche sono sempre più noiose, mentre i video sono sempre più guardati (e creati). Twitter ha recentemente pubblicato uno studio che dimostra che l’82% dei suoi utenti guarda e pubblica video sul social.

Su Facebook sono perfino comparsi i video al posto delle foto profilo:

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Inoltre c’è un altro dato che dimostra il progressivo allontanamento dalle semplici immagini: il ritorno delle GIF. Tutte le piattaforme stanno rinnovando il loro supporto al formato e Tumblr ne ha addirittura fatto una TV.

E ricordate, non si pronuncia GHIF.

Oltre la soglia dell’attenzione

Riceviamo talmente tanti stimoli che abbiamo sempre meno tempo per dedicarci pienamente a ciascuno di essi e la nostra soglia dell’attenzione è sempre più bassa. Per la precisione siamo passati da 12 secondi nel 2000 a solo 8 nel 2015 (secondo uno studio di Microsoft). Con Vine ci siamo addirittura abituati a intere storie che durano solo 6 secondi!

È per questo che uno dei maggiori obiettivi di chi propone contenuti è di andare oltre il grado di attenzione dello spettatore proponendo contenuti interattivi. Facebook e YouTube ci stanno provando con i video a 360°: un modo per far sì che sia l’utente a decidere cosa e dove guardare, mantenendolo curioso.

Per concludere

Chiudiamo con le parole di Sean Parker (creatore di Napster e uno tra i primi investitori di Facebook, impersonato da Justin Timberlake nel fotogramma sopra):

Non è mai la fine del gioco. Facebook ora una piattaforma sulla quale stanno venendo costruite applicazioni di tutti i tipi. Ma non è tutto qui. Sarebbe incredibilmente presuntuoso (e nel mio interesse) credere che Facebook sia la fine della storia.

Quando Myspace era in cima all’Olimpo nessuno al di fuori di un dormitorio di Harvard avrebbe previsto Facebook, così come Facebook non si immaginava che Snapchat gli avrebbe portato via milioni e milioni di adolescenti (e non).

Con tutta probabilità, prima o poi qualcuno avrà la forza e l’hybris di sostituire Facebook, a noi non resta che restare a guardare. O magari di osare con una nuova idea.

Il White Paper di Digital Magics e il futuro delle startup in Italia

Il White Paper di Digital Magics e il futuro delle startup in Italia

“Costruire un ecosistema più favorevole ad attirare gli investimenti”. Così Enrico Gasperini sintetizzava il White Paper presentato durante l’Internet Festival 2015 di Pisa, appena un mese prima di lasciarci.

Fondatore e presidente Digital Magics, Gasperini voleva costruire un nuovo ambiente per le startup in Italia, attraverso una proposta in otto punti per dare nuovo vigore al sistema dell’innovazione e promuovere un’azione politica concreta, a favore delle startup del digitale e delle loro potenzialità.

“Pioniere nello sviluppo di nuovi modelli di marketing e comunicazione applicati ai media digitali, Enrico Gasperini è stato tra i primi imprenditori italiani a credere nelle potenzialità della rete, impegnandosi parallelamente nella costruzione e nella diffusione della cultura digitale“, si legge nella sua biografia su Digital Magics.

La sua attività imprenditoriale, che aveva sposato la passione per l’innovazione e la valorizzazione del comparto digitale, lo aveva portato a impegnarsi nella diffusione della cultura dell’online, lavorando attivamente per la crescita strutturale e culturale del sistema digitale italiano.

Il White Paper resta da un lato il documento su cui oggi è possibile costruire un nuovo modello di sviluppo economico e politico per le startup e per l’innovazione italiana, dall’altro l’eredità di chi quell’ecosistema lo ha conosciuto a fondo, individuandone problematiche e potenzialità.

Ho riletto il White Paper di Digital Magics oggi e cerco di spiegarvi in tre punti le chiavi di lettura che lo rendono un documento fondamentale per costruire l’innovazione in Italia.

#1 Il confronto con gli altri Paesi

Il White Paper di Digital Magics e il futuro delle startup in Italia

Spiegando il contenuto del White Paper, Gasperini ha spesso sottolineato che il punto di partenza per i redattori degli otto punti è stato guardare alle formule per l’innovazione già realizzate negli altri Paesi, europei e non.

Se in Italia, ad esempio, gli investimenti in startup sono ancora nell’ordine di alcuni milioni di euro, all’estero si parla di miliardi. Questo a causa, da un lato del mancato coordinamento delle politiche regionali e dall’altro per il profondo equity gap nelle fasi del ciclo di crescita successivo, seed, di venture capital. Nonostante l’Italia sia seconda solo al Regno Unito per percentuale di PMI innovative, gli investimenti in Venture Capital rimangono decisamente inferiori, con una quota dello 0,002% del proprio PIL, rispetto a una media europea dello 0,024%.

Esiste anche una problematica legata al capitale umano, dato che un terzo delle assunzioni di programmatori viene classificata come difficoltosa e anche i laureati in ingegneria mancano di competenze specifiche. Resiste ancora una più generale avversione al rischio da parte dei giovani. Secondo lo Standard Eurobarometer UE dell’autunno 2013, infatti, molti ragazzi rifiutano l’idea di unirsi ad una startup o di lanciarne una.

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Rispetto ad altre realtà come Berlino, Londra, New York o Tel Aviv, in Italia le politiche legate allo sviluppo dell’imprenditorialità e dell’innovazione spesso restano politiche regionali, prive di un coordinamento centrale. Questo aumenta la dispersione di risorse e sinergie, ma rende difficile anche la possibilità di massimizzare l’investimento in un ecosistema più ristretto e fertile, oltre a ridurre la probabilità di successo di imprese meritorie.

#2 Incentivi e agevolazioni pubbliche

Il White Paper di Digital Magics e il futuro delle startup in Italia

Uno degli elementi connaturati ad una startup è quello del rischio, che resta connesso anche con il finanziamento. Tra le proposte avanzate da Digital Magics nel White Paper, vi è quella di un maggiore sforzo da parte del Governo in tema di tax credit.

Sulla base del modello britannico per l’aspetto delle agevolazioni fiscali e di quello israeliano per le sovvenzioni, le proposte degli otto punti mirano anche a integrare startup innovative e PMI, il vero tessuto economico italiano.

Il senso di questi interventi dovrebbe essre quello di creare le condizioni adatte affinché la piccola e media imprenditoria individui nelle startup la via per innovarsi, attraverso l’esternalizzazione di servizi.

Estendere, poi, la definizione di startup innovativa anche ai servizi relativi al “Digital Made in Italy” o all’“Innovation Made in Italy”, permetterebbe di raccogliere sotto la nozione di startup innovativa, a livello normativo, anche realtà che portano “un’innovazione di natura digitale in termini di aggregazione della filiera, o della distribuzione, della gestione dei processi interni etc.”.

#3 Crowdfunding e investimenti privati

Il White Paper di Digital Magics e il futuro delle startup in Italia

Se è vero che l’Italia è il primo Paese in Europa ad essersi dotato di una normativa specifica e organica relativa all’equity crowdfunding, è ancora necessario eliminarne alcuni limiti, che bloccano notevolmente il potenziale di investimento delle famiglie italiane, che possono essere considerate veri e propri angels inattivi.

Attraverso la nascita di fondi “specializzati”, dedicati all’investimento in startup e PMI innovative, si potrebbe creare un afflusso di almeno 1 miliardo di euro dei capitali gestiti dall’industria del risparmio (pari allo 0,05% del totale) verso il sistema delle startup e PMI innovative italiane.

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L’implementazione di programmi di formazione sul modello del tedesco Accelerator Program, che supporta attivamente le startup selezionate ad entrare nel mercato US attraverso servizi di hands-on mentoring nelle proprie sedi della Silicon Valley, potrebbe essere completamente indirizzato al Made In Italy, attuato da tutti gli incubatori di startup e sponsorizzato attivamente dalle più importanti realtà dell’imprenditoria italiana.

Il White Paper resta un documento aperto e in progress, tanto che tutti gli interessati a partecipare all’azione portata avanti da Digital Magics, possono inviare le loro proposte e contribuire allo sviluppo, anche scrivendo all’indirizzo email: whitepaper@digitalmagics.com.

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Digital Warriors: scopri i Social Media Marketing Trends del 2016

Sabato 28 novembre, dalle 9:30 alle 13:00 al Copernico Milano, Ninja Marketing e Ninja Academy riuniranno i principali esponenti della digital industry italiana per una mattinata di formazione gratuita dedicata a tutti i Digital Warriors che vogliono aggiornarsi e fare il punto della situazione su trend, tool, professioni e tecniche.

Nel programma, un panel molto interessante sui Social Media Marketing Trends 2016, per questo abbiamo voluto chiedere ai protagonisti Luca La Mesa, Simone Tornabene, Orazio Spoto, Filippo Giotto, Edoardo Scognamiglio una piccola anticipazione che verrà approfondita durante l’evento.

Iscriviti qui all’evento gratuito “Digital Warriors. Tecniche di combattimento pacifiche per Ninja del Marketing”

Digital Warriors: le anticipazioni sui trend del 2016

Nell’attesa del vostro panel, ci date un’anticipazione su quale sarà il trend su cui puntare nel 2016?

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Luca La Mesa

Nel 2016 mi aspetto che i social cercheranno di ampliare sempre più le loro funzionalità per provare a trattenere più utenti possibili sulle loro piattaforme.
Ad esempio Facebook sta testando o lanciando varie funzionalità che sembrano almeno in parte ispirarsi ad altre che sono risultate molto apprezzate dagli utenti del web.

Qualche esempio: la funzione “Accadde oggi” sembra prendere spunto da TimeHop che permette di rivedere cosa abbiamo pubblicato uno o più anni fa. Sta testando i messaggi “a tempo” stile Snapchat. Facebook Live cercherà di convincere gli utenti a fare streaming in diretta su Facebook invece che su Periscope seppur il lancio sia stato molto diverso dando la funzionalità per ora solo a volti noti grazie alla loro capacità di creare contenuti unici di backstage.

Messenger cercherà di diventare lo strumento per inviare soldi agli amici con pochi click mentre i gruppi vorranno diventare dei veri e propri “mercati” per vendere online. Il Trend su cui puntare sarà sicuramente la creazione di contenuti video coinvolgenti e di qualità molto alta integrabili con nuove tecnologie (video 360° e Oculus). Sul tema dei video si sta giocando una vera e propria (amichevole) battaglia tra Facebook, YouTube e Snapchat per diventare il luogo privilegiato dove creare e veicolare i contenuti.

Basti pensare che Facebook ha annunciato 8 miliardi di video visti al giorno e Snapchat ha rapidamente colmato il gap arrivando a 6 miliardi di views nelle 24 ore. Su questo argomento bisognerà però fare molta attenzione nel definire chiaramente cosa si intende per “views/visualizzazione” in quanto ciascun social sta utilizzando un criterio diverso.

Ad esempio, secondo diversi media americani, per YouTube una visualizzazione è effettiva dopo che un utente ha visto 30 secondi, per Facebook bastano 3 secondi mentre per Snapchat basta che sia stato caricato per risultare come “visto”.
L’insegnamento di questi trend è che non è ormai più importante chi lancia per primo una nuova tecnologia ma la quota di mercato maggiore la ottiene chi riesce ad educare centinaia di milioni di persone a usare le proprie funzionalità. In questo scenario Facebook, con i suoi 1.550.000.000 utenti attivi al mese ha veramente un buon vantaggio competitivo.

Sicuramente ci auguriamo tutti che queste nuove tecnologie saranno sempre più utili a tutti noi come ad esempio l’uso del Safety Check di Facebook o del meno noto (almeno a me) Google Person Finder sviluppato dalla società di Mountain View.

digital marketing

Simone Tornabene

Il trend su cui puntare è l’integrazione fra contenuto e vendita. Facebook (con Multiproduct Ads), Pinterest (con Sponsored Pin), Twitter (con Product Page) e Instagram (con Instagram Ads) stanno tutti puntando nella direzione già esplorata con un buon successo da Fancy: Arrivo, Guardo, Compro.

Il nuovo veni, vidi, vici. Sempre di più i produttori di contenuto cercheranno prodotti da veicolare su cui avere revenue sharing, sempre di più i produttori di prodotti dovranno produrre contenuti per venderli. Un esempio? Daniel Wellington su Instagram.

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Filippo Giotto

La risposta è tanto semplice quanto apparentemente scontata: rilevanza.
La rilevanza verso gli utenti attraverso una corretta e coerente scelta del contenuto, dei target, dei codici di comunicazione, dei canali.

Per il 2016? Meno marketer, più editori.

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Orazio Spoto

Instagram è ancora il social network più attraente in termini di engagement. Punterei sulla creatività nell’advertising di instagram. Dall’altra parte punterei sul coinvolgimento di instagramers selezionati.

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Edoardo Scognamiglio

Nel 2016 parleremo molto della continua a battaglia che esiste tra Facebook e Youtube, delle nuove abitudini di consumo e delle nuove tecnologie.

Cosa aspetti?! Ci vediamo il 28!

Ansia da post-colloquio di lavoro: cosa fare e come gestirla al meglio

Ansia da post-colloquio di lavoro: cosa fare e come gestirla al meglio

Sei in attesa di ricevere la fatidica risposta? Ansia, preoccupazione, controllo costante della mail e dello smartphone. Ecco manifestarsi i sintomi comuni da post-colloquio di lavoro.

Una recente ricerca, citata qualche giorno fa anche su Business Insider, afferma che le preoccupazioni dal dopo colloquio possono essere in qualche modo produttive e positive. Ma vediamo meglio come gestire e cosa fare in questo periodo di attesa.

Post-colloquio: cosa fare?

Siamo nel periodo di attesa, del classico “le faremo sapere”, momento che può generare enorme ansia e stress, ma che secondo una recente ricerca di Kate Sweeny, Ph.D. dell’ University of California, può avere conseguenze positive.

Secondo lo studio, uno dei numerosi approcci per gestire meglio questo lasso di tempo è quello di “prepararsi al peggio”. Non si tratta di puro pessimismo; al contrario un atteggiamento del genere può produrre effetti e risvolti positivi che si ripercuoteranno sulla nostra autostima.

Sicuramente non è bene passare i giorni successivi al colloquio di lavoro chiusi in casa, con il pensiero fisso di essere stati presi o meno, o comunque in attesa di “un segno”. Occorre ragionevolmente ricordarci che non siamo gli unici candidati per il posto di lavoro soggetto a selezione e a seconda anche della tipologia di azienda, piccola impresa o meno, i tempi di risposta sono diversi e comunque generalmente non brevissimi.

Ecco cosa fare dopo un colloquio di lavoro.

1. Riassumi gli argomenti trattati durante il colloquio

Scrivi cosa ti è stato chiesto e gli argomenti sui quali vi siete soffermati maggiormente. Fondamentale è annotare anche le proprie risposte. Oltre ad essere un promemoria importante, è molto utile anche in vista di ulteriori colloqui; prendere nota di queste può far riflettere su come avresti potuto rispondere in modo più efficace.

LEGGI ANCHE: SOS colloquio di lavoro, assumeresti te stesso?

2. Cerca più informazioni possibili sul tuo esaminatore

Dobbiamo sempre avere ben presente con chi ci siamo approcciati. Dall’altra parte si aspettano proprio questo. Annotarsi il nome di chi hai incontrato in azienda, non solo del tuo recruiter, potrebbe tornarti utile se avrai a che fare con questa impresa in futuro.

3. Se hai domande o aspetti poco chiari, segnali!

Annotati quanto non ti è risultato chiaro dal colloquio o se hai ancora quesiti da porre. Se venissi contattato per un secondo incontro, potresti in questo modo schiarirti le idee toccando i punti che ti sono oscuri, denotando allo stesso tempo il tuo forte interesse verso l’azienda.

4. Richiama per verificare lo stato della selezione

Se non ti è stato specificato il termine della selezione e le modalità con cui verranno ricontattati i candidati selezionati, aspetta due settimane circa dopo il colloquio e contatta l’azienda. Non cercare però di forzare i tempi facendoti sentire costantemente. Se ti hanno detto che ti faranno sapere entro un certo periodo, attendi pazientemente.

5. Non arrestare la tua ricerca!

Continua a cercare lavoro anche se pensi di essere stato selezionato. Bisogna sempre mettere in conto che, date tutta una serie di variabili, potrebbero scegliere altri candidati. Guardati sempre intorno, potresti trovare un’azienda migliore! La ricerca di un nuovo posto di lavoro potrebbe aiutarti a superare un eventuale feedback negativo e, allo stesso tempo, ad essere pronto a sostenere nuovi colloqui.

LEGGI ANCHE: Quello che le risorse umane non ti dicono ai colloqui di lavoro

Talvolta è consigliato anche scrivere una mail all’esaminatore, nella quale lo si ringrazia per il tempo dedicato e gli si riferiscono le impressioni avute sul colloquio, confermando così il proprio interesse per la posizione in gioco.

ZoomSphere, il nuovo tool digitale per gestire le attività di Social Media Marketing

Zoomsphere è un tool di gestione dei social media, nato a Praga per mano di professionisti del settore, che presenta alcune interessanti peculiarità per lo sviluppo della propria strategia di Social Media Marketing.

I 7 moduli che compongono ZoomSphere

Il tool è composto da 7 moduli:

  • Customer Care, per collegare gli account di Facebook, Twitter e G+ e creare un customer care team per gestire social e assistenza clienti
  • CRM Card, che racchiude le informazioni su ogni utente e la sua relazione con l’azienda (trial customer, influencer, Vip, etc)
  • Publisher, per gestire il piano editoriale e la pianificazione dei post, con la possibilità di mandarlo al cliente per l’approvazione
  • Monitoring, lo strumento per la social media listening. Si può decidere se monitorare i contenuti pubblicati da determinati profili oppure se dare un’occhiata alla conversazioni e al buzz intorno a un certo argomento o una precisa keyword
  • Analitycs, per analizzare le metriche di un profilo, dal numero di fan alle interazioni
  • Comparisons, per fare analisi di benchmark analizzando le metriche dei profili dei competitor
  • Report Builder, per costruire i propri report scegliendo le metriche da analizzare e in quale forma (grafico a torta, istogramma…)

LEGGI ANCHE: Quali competenze deve avere un vero Social Media Manager? Risponde Filippo Giotto [INTERVISTA]

Una sola dashboard, niente limiti

Veniamo alle caratteristiche più interessanti di ZoomSphere.

In primis, il tool dà la possibilità di gestire l’intera attività di Social Media Management da una sola dashboard: si evita così di dover distriburire le varie attività su diversi strumenti. Non ci sono limiti nel numero di account da collegare né nel numero di keyword da analizzare. ZoomSphere permette di lasciare commenti sui contenuti programmati, rivederli e mandarli in approvazione; si può modificare inoltre ogni parte del contenuto: immagine, video, link, testo.

Il team working è agevolato non solo dalla possibilità di collegare tutti gli account di cui si ha bisogno, ma anche dalla possibilità di configurare i privilegi di ogni modulo.
Completa il tutto un servizio di assistenza che si annuncia molto veloce. Se siete curiosi, potete provare ZoomSphere per un mese gratuitamente.

ZoomSphere ha aperto di recente alcuni uffici commerciali in Italia: per saperne di più a proposito del tool, ZoomSphere Italia ha caricato su SlideShare una presentazione ad hoc. Ninja, lo avete già provato? Nel caso, vogliamo i vostri pareri! 😉

Addio agli ex, grazie a una nuova funzione di Facebook

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La fine di una relazione è uno di quei momenti delicati che l’esistenza di Facebook, forse, ha reso un po’ più difficili. D’altronde non è proprio il massimo continuare ad avere aggiornamenti sulla persona che, almeno per un po’, si vuole dimenticare.

E allora ecco all’opera gli sviluppatori Menlo Park, con una nuova funzione per aiutare a prendere una pausa dal proprio ex. Come? Limitandone i contenuti visualizzati.

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Il nuovo strumento mira ad evitare che l’ex fidanzato/a venga eliminato dalle amicizie o bloccato e si attiva una volta cambiato lo stato della relazione offrendo la possibilità di limitare la quantità di stati, foto e video della persona in questione.

Il suo nome non comparirà più tra gli utenti consigliati da contattare o taggare e, in più, sarà possibile eliminare o limitare automaticamente i vecchi contenuti in cui si era insieme: si possono scegliere uno a uno i post indesiderati o farli sparire tutti con un semplice click.

La funzione permette anche di fare in modo che l’ex veda meno dei propri aggiornamenti.

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Attualmente lo strumento è in fase di test negli Stati Uniti, e solamente sulle app mobile. Si prevede una maggiore disponibilità man mano che gli utenti che la stanno provando offrono un feedback, ma ancora non c’è nulla di definito.

Facebook sta dimostrando una sensibilità particolare quando si tratta dei contenuti visualizzati dagli utenti, soprattutto in momenti difficili della loro vita. Voi che ne pensate? Vedere meno contenuti del proprio/a ex sul newsfeed può aiutare a superare la fine di una relazione?