Cinemagraphs: il nuovo format pubblicitario su Facebook & Co?

Fonte: cinemagraphs.com

Il 2015 è l’anno del video: web video, mobile video, video advertising. La diffusione capillare di smartphone con schermi sempre più grandi che facilitano la visione di filmati, la crescente copertura delle reti mobili, il successo di piattaforme online che producono e distribuiscono contenuti originali, l’aumento degli investimenti in online video marketing da parte dei marketers, ne sono tutti chiari segnali. Allo stesso tempo, come sottolinea Business Insider, sembra che le immagini stiano cedendo il passo al potere del contenuto filmato su Facebook: che, a quanto dichiarato da Adweek, starebbe per capitalizzare ulteriormente il successo delle sue funzioni video introducendo un nuovo format pubblicitario, i cosiddetti Cinemagraphs.

Di cosa si tratta esattamente? I cinemagraphs sono tecnicamente delle gif, che tuttavia si distinguono dalle altre grazie al fatto che solo una piccola porzione dell’immagine rimane in movimento, mentre la maggior parte del frame è statica.

Inventati dal graphic designer Kevin Burg e la fotografa Jamie Beck, i cinemagraphs hanno riscosso successo negli anni passati su piattaforme che hanno fatto delle gif il loro cardine, come Tumblr o Reddit. Diversi brand hanno già utilizzato i cinemagraphs per la loro comunicazione.

Christian Louboutin - Fonte: cinemagraphs.com

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Coco Rocha - Fonte: cinemagraphs.com

Coca Cola - Fonte: coca-cola.tumblr.com

Oggi però Facebook, capitalizzando il successo dell’autoplay (le views sul social network sarebbero salite a 3 miliardi al giorno, mentre negli ultimi 12 mesi si sarebbe registrato un aumento di nuovi video del 75%) e il loop infinito su Instagram, potrebbe introdurre questa particolare tipologia di immagini in movimento tra i suoi formati di inserzioni.

Pochi giorni fa Lush ha pubblicato sulla pagina Facebook ufficiale italiana e sul profilo Instagram della divisione inglese un esempio di cinemagraph.

Cosa ne pensate?

Un caso pratico di Circular Economy, una fonte concreta di risparmi economici per le aziende. Il demanufacturing è sempre più realtà, in particolare nel settore dell'elettronica di consumo. Scopriamo come funziona e come può portare fino al 70-80% di risparmio sui costi di produzione.

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Demanufacturing, l'oro nascosto nei tuoi elettrodomestici


Quante volte hai gettato via un vecchio televisore, frigorifero o forno a microonde? E quanti ne hai, inutilmente accumulati in garage in attesa di prendere la via della discarica oppure appesi ad un destino di seconde linee, nel caso in cui, dovessero tornare ad utili?

Si tratta di un piccolo tesoro: questi elettrodomestici obsoleti e fuori moda contengono chili di prezioso rame, ferro, alluminio, perfettamente riutilizzabili se opportunamente recuperati.

È una delle anime del demanufacturing, articolato inglesismo per descrivere una sorta di decostruzione strutturata fine vita utile, da affiancare ai veri e propri programmi di ricondizionamento degli elettrodomestici al fine di re-immetterli nel mercato evitando così di costruirne altri da zero.

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Obsolescenza programmata

Le radici del fenomeno sono nella deriva del consumismo che ha portato a comportamenti sempre più vicini all’usa e getta per un numero crescente di beni di consumo, anche con pesanti conseguenze ambientali.

L’inizio può essere ricercato nel lontano 1920, quando diversi produttori di lampadine si riunirono per concordare una forte riduzione della vita utile dei propri prodotti, scoraggiando così i consumatori dal riparare i pezzi difettosi a favore dell’acquisto del nuovo.

Facciamola più semplice: hai mai provato a far aggiustare un lettore CD o fornetto a microonde? Ti avranno probabilmente preventivato un costo di riparazione superiore all’acquisto del nuovo.

È una pratica di obsolescenza programmata comune oggi a molte categorie merceologiche, a cui si affianca una obsolescenza psicologica o consumistica che porta all’abbandono ed oblio di oggetti perfettamente funzionanti, rimpiazzati perché fuori moda o sorpassati tecnologicamente.

Esempio tipico quello dei telefonini o dei televisori.

Un modello di economia circolare

Come funziona quindi concretamente il demanufactoring?

L’apparecchio viene smontato, i pezzi funzionanti rigenerati e riassemblati in un nuovo elettrodomestico, e quelli non funzionanti ricondotti allo stato di materie prime da riutilizzare sempre per la costruzione del nuovo. È un modello di economia circolare (simile ai modelli di cui abbiamo già parlato in questo articolo) e sostenibile basato sulla rigenerazione a ciclo continuo.

La parola d’ordine diventa quindi quella di recuperare tutto ciò che si può per dare nuova vita a qualcosa di nuovo, fino all’80% dei materiali utili: esistono sistemi automatici che consentono di separare meccanicamente e chimicamente i materiali di risulta come i telai dei grandi elettrodomestici realizzando, attraverso il demanufacturing, un cambiamento verso la sostenibilità per settori in continua evoluzione come l’elettronica.

Un caso economico di demanufacturing

I vantaggi economici del demanufacturing possono portare le aziende a considerevoli risparmi sui costi di produzione, oltre che ai vantaggi ambientali di cui sopra. Un frigorifero può donare anche 30 kg di ferro, 3 di rame ed alluminio, che possono rappresentare anche il 50-60% del costo delle materie prime normalmente utilizzabili in un nuovo pezzo.

I risparmi crescono ancora nei casi in cui il pezzo può essere “ricondizionato” e re-immesso sul mercato senza essere smontato. Una lavatrice invece è composta principalmente da acciaio e plastica, di cui conosciamo tutti il valore economico al punto che Corepla (il consorzio CONAI per il recupero della plastica) ha coniato lo slogan “troppo preziosa per diventare un rifiuto”.

Altro materiale estremamente prezioso sono i clorofluorocarburi usati per la refrigerazione del motore, riutilizzabili in svariati altri elettrodomestici come freezer e condizionatori.

Panasonic ha già fatto del demanufacturing una politica strategica aziendale, con pervasive campagne di comunicazione ed incentivi per il recupero dell’usato, garantendo un tasso di riciclo di almeno il 65% per le lavatrici.

Ma oltre ai vantaggi strettamente economici ci sono indubbi benefici di immagine e brand agli occhi dei consumatori per quelle aziende che sapientemente riescono a comunicare e raccontare, oltre che implementare, programmi di demanufacturing di successo.

Aziende pioniere ed il leasing degli elettrodomestici

Il demanufacturing è già pratica reale di in molte grandi aziende come Apple, Toshiba, Ford ed in Italia la Candy su tutte, utile soprattutto in un periodo storico dove secondo un’indagine di SWG oltre l’80% dei consumatori di grandi elettrodomestici preferisce riparare un guasto piuttosto che sostituire l’oggetto, percentuale salita di oltre 20 punti in soli 5 anni di crisi.

Un settore attivo nel demanufacturing è quello informatico: l’americana Dell ha implementato un design modulare per i propri computer in ottica di economica circolare, implementata con un programma strutturato di demanufacturing.

HP ha un programma simile per i toner delle stampanti a laser. IBM ha un programma per il recupero dei material ed il demanufacturing. Un interessante contributo in questa direzione è certamente dato dalla crescita di programmi di leasing per i grandi elettrodomestici:  l’acquisrente può utilizzare un bene restituendolo al termine di un periodo di tempo concordato e prendendone uno nuovo.

Beni probabilmente destinati allo smantellamento o alla rigenerazione, più che ad un mercato di seconda mano, ma qui la somma dei componenti vale più del loro insieme in funzionamento.

Dai, corri a svuotare la cantina!

Firefox Hello introduce le videochiamate via browser

Hello! Firefox introduce le videochiamate nel browser

In un mercato complesso e in continua evoluzione come quello delle telecomunicazioni arriva Firefox Hello, un nuovo servizio lanciato sul browser open source di Mozilla.

Grazie alla partnership con l’azienda spagnola Telefonica, Hello offre la possibilità di videochiamare attraverso il browser, senza la necessità di installare applicazioni o programmi aggiuntivi. Si può chiamare gratuitamente e senza necessariamente registrarsi.

Once upon a time on Skype

Il giorno in cui si parlava di videochiamate gratuite tramite la rete, mediante l’allora innovativo e rivoluzionario Skype, vi sembrerà ormai preistoria. Comunicare tramite le app di messaggistica gratuite è ormai un’abitudine, soprattutto da mobile.

Se Skype continua ad essere lo standard di riferimento, Whatsapp sta per lanciare le chiamate tramite l’app (per ora ci ha soltanto illuso!) ed è sbarcato sul desktop dei nostri PC. Facebook Messenger consente la chiamata audio tra contatti e altre applicazioni meno blasonate continuano a spuntare per ritagliarsi la loro fettina di mercato.

Probabilmente, come spesso funziona per la tecnologia, andremo verso un livellamento verso l’alto dei servizi offerti: il copia-incolla delle nuove funzioni ci porterà ad avere varie piattaforme simili tra loro,  che consentiranno di fare gratuitamente più o meno le stesse cose. Come sta accadendo per i principali social network, dove il fattore di differenziamento sta diventando la diversità cromatica.

Firefox Hello spariglia le carte

Come successe anni fa quando Firefox lanciò la sfida al monopolista Internet Explorer in nome dell’open source, Hello cambia le regole del gioco e spiazza i competitor. La possibilità di poter chiamare tramite il browser, senza dover scaricare applicazioni, registrarsi e loggarsi è una cosa non da poco, in quanto da qualsiasi PC basta aprire il browser e si può iniziare a comunicare.

Hello consente infatti di videochiamare semplicemente cliccando sull’icona in alto a destra nel browser e condividendo un link con la persona che si vuole contattare. Se si utilizza un account ovviamente sarà più semplice trovare i propri contatti e tenere traccia delle proprie attività.

Quale sarà la risposta degli altri browser e dei vari servizi di videocomunicazione? Google modificherà i suoi Hangout per renderli più rapidi e anonimi? Lo scopriremo presto!

Basta Facebook. Perché la social media strategy della tua azienda deve guardare oltre

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Social Media: la necessità di un filtro per i contenuti

La Digital Strategy delle aziende oggi è prevalentemente Social Media Marketing. E Social Media Marketing significa spesso solo una cosa: Facebook. Facebook è senza dubbio la piattaforma che ha trainato il settore, un po’ come WordPress nel decennio scorso ha trainato la SEO.

Si parla tanto di Facebook e si parla tanto dei limiti di Facebook, primo fra tutti il famigerato Edge Rank, l’algoritmo che impedisce a tutti i tuoi fan di visualizzare sul proprio newsfeed tutti i contenuti della pagina. L’Edge Rank di per sé è un male necessario: se vedessi tutti i contenuti dei miei oltre 3.000 amici su Facebook e delle oltre 2.000 pagine che seguo, il mio newsfeed avrebbe zero attrattiva per me. Un po’ come avviene su Twitter: un carosello ultraveloce di contenuti che è buono solo per generare overflow informativo.

La linea guida principale di Facebook è al momento: qualità del newsfeed. Ciò significa principalmente che i contenuti visualizzati devono essere aderenti ai miei interessi ma soprattutto di valore. E come si fa a determinare se una cosa è di valore? Semplice: si misurano le interazioni con il contenuto, quantitativamente (es. il numero di like e share che riceve un post) e qualitativamente (es. quanto tempo l’utente trascorre fuori da Facebook dopo aver cliccato su un link condiviso attraverso il post).

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Facebook: fatta la regola, trovato il prezzo per l’eccezione

Tutto questo sembrerebbe una splendida notizia per l’utente ma anche per le aziende: meno caos, più qualità e dunque meno necessità di competere con contenuti di basso livello come quelli che infestano le bacheche di Facebook.

In realtà questa attenzione alla qualità ha fornito un’ottima giustificazione per l’operazione “Organic Zero” che è ormai evidente a chiunque gestisca una pagina Facebook. A cosa mi riferisco? Se gestisci una pagina Facebook avrai notato che la portata (Reach) organica (non a pagamento) dei tuoi post è sempre più esigua.

Se qualche post riceve più engagement del solito la sua portata organica raddoppia, si triplica. Ma sono pochissimi i casi in cui il numero assoluto dell’Organic Reach si avvicina a quello del numero di fan della pagina. Di fatto, il modo migliore per distribuire i tuoi contenuti su Facebook, ai tuoi stessi fan, è diventato lo stesso che utilizzi per raggiungere gli utenti che ancora non sono tuoi fan: pagare.

Perché il Paid Reach di Facebook è qui per restare

Ricapitoliamo le puntate precedenti: abbiamo iniziato a lavorare su Facebook attratti dall’enorme numero di utenti (profilabili). Abbiamo investito in un presidio fisso dell’azienda (la pagina) per entrare in contatto continuo con loro. Abbiamo investito spesso anche dei soldi per produrre contenuti e soprattutto per farci conoscere a nuovi potenziali fan.

Nel tempo Facebook ci ha impedito sempre di più di arrivare a raggiungere tutti i fan (per cui avevamo pagato) in maniera organica (cioè: gratuita), spiegandoci che non sarebbe una soluzione sostenibile dal punto di vista della qualità del newsfeed dell’utente (troppi post, attenzione minima). Dall’altro lato però ha reso sempre più facile sponsorizzare quegli stessi post per raggiungere (a pagamento) i fan. La qualità del newsfeed non può quindi essere l’unica ragione per un simile comportamento.

La seconda ragione per cui Facebook limita l’Organic Reach è banale: il fatturato. Facebook è un’azienda quotata in borsa. In discreta salute, stando agli ultimi dati di bilancio. Se Facebook si limitasse a far pagare il valore del generare fan (quindi il solo fan raising) incontrerebbe un limite insormontabile: il numero degli utenti interessanti per un’azienda finirebbe presto. Persino Coca Cola su Facebook arriverebbe ad un limite. Oltre tale limite non esiste più mercato (su Facebook) ma soprattutto potrebbe non avere neppure senso andare: mi basterebbe spostare gli investimenti sulla relazione (fra brand e community) anziché continuare con l’acquisizione (di fan per la community).

Come può Facebook continuare a guadagnare sempre? Semplice: spostandosi verso modelli più pay-per-use. Se paghi per distribuire i tuoi contenuti ai fan, la monetizzazione avviene sulla relazione e non più (solo) sull’acquisizione. Mentre l’acquisizione finisce, la relazione per funzionare deve essere continua. Per questo è coerente spostare il revenue model di Facebook verso la distribuzione dei contenuti rispetto all’acquisizione dei fan.

Sarebbe come dire che sono l’unico produttore di carta igienica. Sono felice. Ma ho saturato le mie possibilità. Come faccio a guadagnare di più? Anziché venderti il rotolo e lasciarti libero di farci quello che vuoi, ti vendo l’utilizzo del rotolo: mi avvicino di più al momento del tuo bisogno e guadagno da ogni volta che devi andare al bagno.

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Le aziende meritano che Facebook minimizzi il loro Organic Reach? Sì.

In sintesi: Facebook non è più una piattaforma di Organic Reach. Per cui i contenuti validi, da soli, non bastano. Le aziende di oggi per lavorare sul Social Media Marketing devono guardare oltre Facebook. Soprattutto a quelle piattaforme meno potenti dal lato della profilazione e più piccole, ma che permettono comunque di accedere ad un bacino più ampio puntando solo al Reach Organico. Ci sono eccezioni virtuose, ma si tratta quasi sempre di editori (che non a caso sanno come creare contenuti, come ad esempio Fanpage.it o LifeGate).

Sono un esempio Twitter, Instagram, SnapChat, Pinterest e Fancy.

Tuttavia non stiamo assistendo ad una pesante migrazione dei brand dal mondo Facebook verso le piattaforme social che garantiscono un totale reach organico. Perché? Essenzialmente per due ragioni. La prima: ad eccezione delle grandi aziende devote al Content Marketing (come Red Bull o Nike), la massa dei brand nel mondo (una popolazione in continua crescita) non è ancora culturalmente in grado di dar vita a contenuti che sfruttino con successo il Reach Organico.

L’Organic Reach è un’arma potente perché si costruisce sulla base della qualità del contenuto (rispetto ad un target), un’alchimia che permette di raccogliere benefici su più piattaforme social contemporaneamente. L’Epic Split di Van Damme di Volvo genera reach su Youtube, ma anche su Tumblr, Facebook, Twitter. Gran parte delle aziende non sono in grado di sfruttare le potenzialità di un simile meccanismo, preferiscono i soliti contenuti promozionali e la sicurezza di poter pagare per portare in giro la propria mediocrità.

Ma cosa succede invece a quelle aziende virtuose che sanno utilizzare il potere dell’Organic Reach? Sono deluse da Facebook? Qui entra in gioco la seconda ragione per cui Facebook ha ragione nel perseguire la strada del Paid Reach: innanzitutto un aumento delle soglie di accesso ad un valore, non è necessariamente negativo. Se Red Bull, Nike o Coca Cola restassero le uniche a potersi permettere di sfruttare appieno le potenzialità di Facebook, per loro sarebbe in definitiva migliore: meno concorrenza vale un investimento più importante. Ma soprattutto: Facebook non è solo Facebook.

Si tratta ancora di ipotesi, ma sono pronto a scommettere che l’offerta pubblicitaria su Instagram (che avrà a breve un Paid Reach, quindi) non seguirà i canoni dell’offerta di Facebook. Instagram è un ambiente molto differente e Facebook sembra intenzionato a preservare l’enorme qualità editoriale di questo suo acquisto. Il Paid Reach su Instagram potrebbe essere uno strumento tattico, un’opzione ulteriore che non intacca la natura di Instagram come piattaforma di Organic Reach (Instagram non ha neppure un’API che consenta a piattaforme terze di pubblicare contenuti da parte dell’utente). La virata di Facebook verso il Paid Reach è e sarà sostenibile grazie ad un’offerta diversificata: piattaforme di Organic Reach di grande qualità editoriale (come Instagram e domani forse WhatsApp) e una piattaforma di massa dove i brand meno forti nello Storytelling possono accedere ad una visibilità da Paid Reach.

Facebook può permettersi di creare un ambiente tutto basato sul Paid Reach (per le aziende) perché contemporaneamente presidia con successo piattaforme di Organic Reach. La mossa di Facebook non è necessariamente una chiusura dell’offerta, ma una differenziazione dell’offerta.

Ha ancora senso investire su Facebook per il proprio Social Media Marketing?

A scanso di equivoci ci tengo a precisare che io amo Facebook. Semplicemente, come tutte le cose dell’Universo, devi saperlo usare.

Ecco alcuni dei motivi per cui Facebook ha ancora un senso nella Social Media Strategy:

Mobile App: il Paid Reach di Facebook è incredibile per la promozione delle Mobile App. Le possibilità tecnologiche di integrazione fra advertising della piattaforma e Mobile App rendono Facebook un ambiente indispensabile per la strategia di acquisizione di una Mobile App. Dato che spesso le Mobile App hanno possibilità di un proprio modello di business solido, il Paid Reach è molto utile: è una barriera d’accesso per tutte le app che non hanno un modello di business e quindi non possono permettersi di sostenere un CoA (Cost of Acquisition) del cliente.

CRM: se le aziende devono pagare per relazionarsi con i propri fan, allora la Pagina Facebook non è più tanto conveniente come veicolo di acquisizione clienti ma continua ad avere un senso come strumento di gestione dei clienti acquisiti. In ottica di customer service, ma soprattutto di customer relationship management: posso permettermi i costi del Paid Reach perché mi rivolgo a persone che mi hanno già acquistato e dalle quali è più facile estrarre ulteriore valore (cross-sell e up-sell)

Traffic Acquisition: pubblicare contenuti su una pagina Facebook e pagare per diffonderli può essere un modo molto efficiente per generare traffico profilato ad un sito web. Soprattutto per i giornali o in generale i media online. In quest’ottica il Paid Reach è un’alternativa sostenibile alle altre forme di acquisizione traffico a pagamento. Dato che il traffico genera conversione posso stimare anche qui un CoA e implementare una strategia di Traffic Building ricorrendo al Paid Reach

Earned Media: Facebook per le aziende non è soltanto la Pagina Facebook (Owned Media). Ma è anche e soprattutto l’ambiente migliore per l’Earned Media e (quindi) il passaparola. Facebook continua ad avere un enorme senso (e spesso un enorme Organic Reach) se integrato correttamente con il proprio sito. Le condivisioni dei contenuti sul sito (soprattutto per i media online), sono sostanzialmente condivisioni su Facebook. E generano un traffico importante (per volumi) e organico. Troppo spesso questa strategia viene dimenticata. Un esempio di corretta integrazione fra sito e Social (Facebook) soprattutto da Mobile, è il sito del quotidiano locale Meridio News.

Video nativi: Facebook sta puntando molto sui video. Da un lato nel tentativo di spodestare Youtube dal trono (e in parte pare essere già così per le aziende) dall’altro perché ciò è coerente con la strategia Facebook di un Newsfeed di Qualità: il video è infatti l’unico contenuto di cui è possibile stimare la qualità attraverso un algoritmo. La percentuale di video vista è infatti un indicatore sicuro della qualità del contenuto ed è anche un parametro tracciabile e integrabile in un algoritmo.

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Conclusioni: cosa fare?

In sintesi ha senso investire su Facebook, ma le aziende non possono più permettersi di farlo senza ragionare. Il tempo del “proviamolo perché tutti lo usano” è finito. Occorre strategia e soprattutto conoscenza del mezzo e del proprio business (proprio quest’ultima è in realtà la cosa che manca più spesso) per capire come Facebook può intervenire nel Customer Journey dell’azienda.

Inoltre: esplora. Internet non è mai stato così pieno di piattaforme social media. Molte di queste sono piccole o prospettiche ma ti permettono di arrivare ad un’audience di qualità e soprattutto di generare visibilità solo con Organic Reach. Prova Pinterest, Fancy o se vuoi davvero testare i tuoi contenuti fotografici senza essere limitato da una comunità di contatti social esigua: scarica Fleck e verifica se davvero i tuoi contenuti meritano un like.

Nike lancia l'app SNKRS, il miglior sneakers store in un palmo di mano

SNKRS Station Experience al 348 Bowery: segnatevi questo indirizzo se siete in vacanza a Manhattan perché lì troverete  un nuovo e impressionante pop-up store Nike.

Una bella idea a pochi giorni dalla trovata di Adidas Confirmed, che permetteva di prenotare le proprie sneakers edizione limitata.

LEGGI ANCHE: Con l’app Adidas Confirmed prenoti le tue sneakers limited edition

Nike non è da meno e come potrebbe esserlo? Per questo, sfruttando la confluenza della Fashion Week in concomitanza con l’ NBA All Star Weekend 2015, Nike installa una struttura nella forma di una gigantesca scatola da scarpe al 348 Bowery, che vede in esposizione gli ultimi prodotti Nike Swoosh.

L’accesso al pop-up è disponibile solo su invito. In occasione di questa installazione che ricrea un nuovo negozio al dettaglio, Nike utilizza questa piattaforma per introdurre e lanciare la nuova app SNKRS.

L’app si propone come un mix tra l’anima del commercio e invoglianti contenuti coccola-clienti.

Proprio dalle parole di Jesse Stollak, vice presidente digital commerce experience di Nike, si percepisce che l’azienda punta molto allo storytelling, ricorrendo all’utilizzo di contenuti molto descrittivi:

“Stiamo creando contenuti originali e storie che sazieranno la curiosità e la passione della nostra community, […] le storie che stanno dietro al design e all’ispirazione di ogni sneaker, sono storie che non sarete in grado di trovare da nessun’altra parte”.

Un concetto che molti chiamano con il nome di magalog, una via di mezzo tra un catalogo e un magazine, utilizzato da molte compagnie per introdurre se stesse o un nuovo prodotto offerto. L’effetto che se ne ha, è ulteriormente incrementato dal fatto che il messaggio venga veicolato attraverso l’app.

Ma quali sono i vantaggi di quest’app? Scopriamoli insieme.

Un’app per una nuova shopping experience targata Nike

Potrai acquistare gli ultimi arrivi, rivisitare i grandi classici e provare un’esperienza di shopping nuova.

Forse c’è anche l’intento di renderla una sorta di piattaforma social, potendo in tal modo gestire i propri feed e seguire tutte le ultime news e i commenti sulle proprie sneakers preferite.

Sarà come tuffarsi nel mondo Nike e scoprire l’evoluzione del design del tuo paio di scarpe preferito, la storia dietro ad ogni schizzo con tanti contenuti esclusivi.

Un passo avanti per avere le ultime notifiche di lanci imminenti e controllare gli aggiornamenti degli stati dei tuoi ordini.

Acquistare in un secondo, il secondo di un click, e archiviare le informazioni sul tuo conto, la spedizione e la taglia. Tutto in un unico luogo virtuale nel quale potrai esplorare, comprare e condividere il meglio delle tue sneakers firmate Nike.

L’app fornisce un’esperienza unica nella relazione con il prodotto e verrà lanciata ufficialmente in primavera. Per il momento rimane ad accesso limitato, ma se si desidera accedervi prima del suo lancio ufficiale in primavera, viene richiesto agli utenti di registrarsi sul sito e attendere il codice. Altra piccola limitazione, l’app è disponibile solo per utenti iOS, siamo spiacenti Androiders.

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Contiamo di vedere quanta fortuna avrà l’avvicinamento di Nike al marketing esclusivo e allo storytelling emozionale. Intanto sarà interessante scoprire piccoli dettagli di vita legati al design delle nostre amatissime paia.

I digital trend di cui tutti parlano: dalla tecnologia NFC al Content Marketing

Nella digital revolution, protagonista del XXI secolo, i trend digitali e gli standard tecnologici emergenti, che si affermano sempre più velocemente, sono numerosi. Alcuni, tuttavia, risultano più menzionati e, conseguentemente, più interessanti.

L’azienda di comunicazione londinese Bell Pottinger Digital ha utilizzato i suoi strumenti di ascolto del web per monitorare quali siano, tra le nuove tecnologie, quelle che attraggono più consistentemente l’attenzione dei consumatori. Queste rappresenteranno probabilmente gli standard dominanti nell’immediato futuro. Ma quali sono questi trend?

NFC (near field communication)

E’ una tecnologia basata su una connettività wireless di tipo bidirezionale e a corto raggio. Ha finalità disparate: dai pagamenti tramite smartphone, all’acquisto/validazione di biglietti del trasporto pubblico, passando attraverso le possibilità di interazione tra device mobili e supporti fissi (cartelloni pubblicitari interattivi e molto altro).

Secondo la Carlisle and Gallagher Consulting, entro il 2017 la metà dei possessori di smartphone utilizzeranno questi ultimi come mezzo di pagamento preferito.

Internet of Things

È basata sull’interazione intelligente tra device (collegati attraverso una comune connessione wifi). Questa permette di ottimizzare la loro gestione tramite comandi impartiti con smartphone o tablet, per mezzo dei quali è anche possibile monitorare informazioni sul funzionamento degli altri apparecchi collegati (elettrodomestici, illuminazione, home security).

Secondo la società di ricerche Gartner, il numero di device connessi tra loro nell’ambito dell’internet delle cose passerà da 4,9 miliardi nel 2015 a 25 miliardi nel 2020. Una crescita attesa davvero impressionante.

Wereable Tech

La cosiddetta tecnologia indossabile è sempre più pervasiva nelle nostre vite, anche se il protrarsi della crisi dei consumi sta, almeno temporaneamente, impendendone un boom effettivo.

Braccialetti e smartwatch, ma non solo, capaci di dialogare direttamente con smartphone e tablet, divengono ogni giorno sempre più protagonisti irrinunciabili nelle nostre vite. Forrester Research prevede infatti che, già nel 2015, saranno venduti nel mondo 79 milioni di device hi-tech indossabili.

Content Marketing

Con più di 3 milioni di menzioni online è il trend più popolare in assoluto. Esso rappresenta una delle forme di comunicazione aziendale di tipo non convenzionale tra le più diffuse. Queste sono oggi indispensabili per avvicinare un pubblico ormai assuefatto ai meccanismi promozionali di tipo tradizionale.

Il content marketing consiste nella condivisione, da parte delle aziende, di contenuti di per sé interessanti per il consumatore, non necessariamente di carattere promozionale, in modo da attrarne l’attenzione.

Tra gli altri trend significativi, che non approfondiremo per ragioni di spazio, troviamo il branded content, altra forma di comunicazione non convenzionale e lo storytelling, fondamentale per sviluppare un’immagine aziendale distintiva e coinvolgente.

Da citare sono anche la personalizzazione, necessaria per offrire soluzioni ad hoc per ogni consumatore e la realtà aumentata, utilizzata per ampliare l’esperienza sensoriale degli individui.

Sono infine importanti il 3D printing, che aprirà una serie di infinite possibilità nel futuro e il real time marketing, finalizzato a instaurare una relazione più immediata, diretta e consumer friendly.

Le aziende non potranno limitarsi a cavalcare efficacemente questi trend, ma si dovranno impegnare in una loro gestione intelligente e integrata, allo scopo di offrire al consumatore un’esperienza unica e totale, che possa essere differenziante rispetto ai competitor.

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Modern Family: un episodio girato interamente "dentro" iPhone e iPad

modern family episodi

Twentieth Century Fox Television

Andrà in onda oggi negli Stati Uniti l’episodio della fortunata serie televisiva Modern Family dal titolo “Connection Lost“. Cosa lo distingue dagli altri tanto da meritarsi un articolo dedicato? Le sue scene hanno tutte luogo dentro all’interfaccia di diversi prodotti Apple.

I protagonisti interagiscono tra loro tramite Whatsapp, iMessage, FaceTime, e la trama si snoda interamente sugli schermi dei dispositivi.

Steve Levitan, co-sceneggiatore della serie, racconta di essere stato ispirato da una reale conversazione personale su FaceTime con la figlia, la quale poi gli segnalò uno short film di 17 minuti che ha riscosso notevole successo in rete, Noah, girato interamente sullo shermo di un computer.

La tecnologia fa parte delle famiglie moderne e del modo in cui comunicano, come sottolinea Levitan, e non a caso molte campagne di comunicazione di tech e telecommunications companies come Google o Skype insistono proprio sull’aspetto relazionale.

Tutto l’episodio, come dicevamo, è stato registrato su iPhone 6, iPad e un MacBook Pro, che la stessa Apple avrebbe regalato alla produzione della serie televisiva per poter realizzare la puntata. Nessun product placement a pagamento dunque, almeno questo è quanto dichiarato da Levitan ed emittente. Siamo davanti ad una semplice e realistica rappresentazione di un nuovo modo di comunicare che è ormai uno degli standard tra la popolazione?

Business del selfie: scatta una foto e ti dirò cosa compri


Il selfie, termine entrato di prepotenza da qualche anno nel nostro vocabolario quotidiano, è una forma di autoritratto fotografico realizzata principalmente attraverso uno smartphone o un tablet, la cui funzione tipica è quella della condivisione dell’immagine sui social network.

LEGGI ANCHE: Sindrome da selfie, il narcisismo nell’era dei social media [INFOGRAFICA]

Anche in tempi non sospetti il selfie aveva la sua popolarità, basti ricordare gli autoscatti del regista di 2001: Odissea nello spazio o di Arancia Meccanica, Stanley Kubrick, o quelli più recenti come i “Papal selfie” di Papa Francesco, o il celebre autoscatto di Ellen DeGeneres a Hollywood in occasione degli Oscar.

Hashtag: selfie


Facebook, Instagram, Twitter e Tumblr oltre ad essere i social network più famosi, sono anche quelli che presentano il maggior numero di autoscatti da parte degli utenti. Su Instagram, infatti, l’hashtag “selfie” è utilizzato da quasi dieci milioni di utenti, e non a caso società come Google, Pinterest e Yahoo hanno acquistato società impegnate nello sviluppo di tecnologie in grado di riconoscere e analizzare le immagini. Se inizialmente la strada intrapresa era quella di analizzare i post di testo sui vari social network, con l’avvento dei selfie si sta aprendo una nuova direzione.

Gaia Rubera, professore associato di marketing alla Bocconi, ritiene che “i selfie permettono di capire in quali situazioni i consumatori utilizzano i prodotti dell’impresa”, consentendo così il riconoscimento di quelli che vengono definiti “consumatori evangelici”, ossia coloro che sono disposti a tutto pur di promuovere sui propri social network la marca o il brand a cui sono affezionati.

I direttori marketing tuttavia, pur riconoscendo di essere nell’epoca in cui le immagini sono tutto, hanno difficoltà a rapportarsi con i nuovi strumenti di ricerca e di identificazione del consumatore.

Ditto Labs e le opportunità di branding dei selfie


David Rose, il CEO di Boston Ditto Labs afferma di aver creato e trovato il modo di analizzare il potenziale delle immagini e delle foto per trasformarle in opportunità di branding. I numeri sono chiari ed esaustivi: 800 milioni di immagini vengono condivise attraverso Facebook, Snapchat, Instagram e Flickr; solo Whatsapp raggiunge 600 milioni di foto condivise ogni giorno.

Ditto labs funziona nel cloud di Amazon ed attraverso un algoritmo è in grado non solo di rilevare il logo presente nella foto, ma anche di analizzare le espressioni facciali, rendendo così un’analisi più veloce per le nuove tendenze emergenti.

“Gli esseri umani identificano automaticamente i volti e sorrisi, trasmettitori chiave del sentimento”, spiega David Rose, “la tecnologia di riconoscimento delle immagini di Ditto analizza volti e sorrisi in immagini e cattura il sentimento di conseguenza”. Le facce quindi possono essere misurate per vedere se sono selfie e se il marchio è volutamente messo in evidenza dal soggetto o se fa parte del background.

Ditto Labs è anche in grado di riconoscere nelle foto se le persone si trovano all’interno o all’esterno, se sono in gruppo o sole.
Secondo l’ Econsultancy Digital Intelligenza Briefing i consumatori hanno più controllo sul flusso di informazioni per ciò che riguarda le marche e i loghi. Il 25 % dei risultati di ricerca per il mondo delle marche, logo, sono link generati dagli utenti e il 35 % dai blogger che pubblicano opinioni sui prodotti e sulle marche. Si stima che il 78 % dei consumatori si fida delle raccomandazioni di altri consumatori.

Questo tipo di analisi, ad avviso di Rose, sono fondamentali per creare un vantaggio di marketing competitivo, d’altronde ribadisce Gaia Rubera “se un’immagine vale più di mille parole, un selfie potrebbe valere più di mille ore di ricerca di mercato”.

Retweeted More: il tool per scrivere il tweet perfetto

Retweet

Twitter chiede richiede passione, tempismo, ironia e serietà. Un tweet retweettato (rilanciato) può avere una diffusione esponenziale.Lo avete capito. Twitter permette un uso professionale e un uso personale, ma personalizza i professionisti e rende professionali le persone.
Twitter, un esercizio quotidiano di igiene mentale – Beppe Severgnini

Se di Twitter si fa un uso professionale, sono parole in cui ci si può ritrovare facilmente: quanti minuti (o addirittura ore), avete speso nel tentativo di creare il tweet perfetto?
Qual è la miglior combinazione di passione, tempismo, ironia e serietà, che rimanga nel limite dei 140 caratteri?
Alla Cornell University, evidentemente, si sono fatti la stessa domanda. E sono riusciti a darsi una risposta: Retweeted More.

Retweeted More è un tool online che permette di scegliere la miglior combinazione di parole per uno stesso tweet, dando addirittura una percentuale di quale dei due tweet ha più probabilità di essere retweettato.
Nato da un progetto sostenuto da Google e NSF (National Science Foundation), usa uno speciale algoritmo che analizza la costruzione della frase, la retorica e le parole chiave, che distinguono il tweet perfetto.

Retweeted More tool

La cosa più interessante è proprio lo studio riguardo alla scelta delle parole: di solito, infatti, quando si analizza la struttura di un tweet di successo ci si riferisce alla popolarità dell’autore o del topic. Ecco invece cos’hanno scoperto i ricercatori della Cornell:

Abbiamo verificato che molti tweet, contenenti lo stesso url e scritti dallo stesso autore, avevano differenti risultati in base alle parole usate. Scegliendo delle coppie di questi tweet, abbiamo chiesto: quale versione spinge a retweettare maggiormente?
Il metodo che abbiamo sviluppato è in grado di scegliere in modo migliore rispetto all’utente medio!
The effect of wording on message propagation – Chenhao Tan

Stranamente le parole che sembrano funzionare meglio sono: please retweet. Anche se la reazione iniziale è la pelle d’oca, per tutte le volte in cui in testa si ha il dictat: “L’engagement deve crearsi da sé, non bisogna richiederlo”, in realtà questa combinazione permette di innalzare la probabilità di essere retweettati fino al 95%.
Un po’ più tradizionali gli altri consigli: adottare un linguaggio coerente con il proprio target, creare fasi immediatamente comprensibili, ed evitare la prima persona singolare possono portare a un buon numero di retweet.

Per ora il tool è pensato solo per Twitter, ma probabilmente nel futuro verranno rilasciate versioni adatte a qualsiasi social.
Il principale inconveniente di Retweeted More è che la lunghezza del tweet viene automaticamente correlata con la capacità informativa. Aggiungere una parola random alla fine del tweet fa aumentare del 50% la probabilità di retweet, anche quando si sa che non è esattamente così.
Inoltre, come tutti i tool automatici che tengono conto dell’efficacia della comunicazione, si parla sempre di una tecnologia non in grado di capire l’umorismo, l’ironia o il sarcasmo.

Insomma sembra che per ora bisognerà ancora affidarsi alle proprie capacità di comunicazione, anche se i tool renderanno la vita un po’ più facile.
E voi? Userete Retweeted More o vi affiderete solo alla vostra abilità di comunicatori?

Il giusto prezzo? È nel cervello dei tuoi clienti

Come stabilire il giusto prezzo per la mente dell'acquirente

Nel classico modello delle Quattro P di McCarthy, il Pricing godeva di pari dignità rispetto alle altre tre variabili: avere un prodotto fighissimo, distribuito in maniera ottimale e pubblicizzato come non ci fosse domani poteva rivelarsi inutile se non si stabiliva il giusto prezzo per le tasche e per la mente dell’acquirente.

Il modello è stato poi rivisto da vari esperti di marketing: le P sono variate di numero (da 5 a 13 a seconda dell’approccio teorico) e nell’aspetto (alle volte diventano persino C), ma l’importanza del concetto del prezzo è rimasta inalterata.

The importance of Pricing Earnest

Che il prezzo sia stabilito in base al valore del prodotto, aggiungendo un margine di guadagno al costo, o sia stabilito per aggiungere valore al prodotto, l’importante è che esso risulti adeguato nella mente del consumatore. Per questo le cosiddette commodities resterebbero invendute a un prezzo troppo elevato, mentre un prodotto di lusso perderebbe il suo appeal con un prezzo accessibile a tutti.

La componente psicologica è fondamentale nello stabilire il giusto prezzo e un buon marketer sa per esperienza che la differenza di percezione nella nostra mente tra 49,30 euro e 50 euro è maggiore dei 70 centesimi che realmente separano le due cifre.

Ma realmente rinunciare a pochi centesimi di introito sarà il fattore che spingerà il cliente all’acquisto? Le ultime ricerche di neuromarketing sono spesso di parere opposto.

Il giusto prezzo per il tuo cervello

In molti studi è stato riscontrato che una caratteristica desiderabile per il nostro cervello è un prezzo preciso, cioè un prezzo che includa vari numeri interi e decimali: la somme di 612 e a 588 euro forniscono un’idea di un maggiore valore reale rispetto a una cifra come 600 euro.

In conflitto con queste ricerche ci sono altri studi che affermano che un prezzo visivamente più piccolo sia più efficace e venga percepito come più conveniente. Tale effetto sembra sia dovuto al maggiore rumore inconscio che la cifra genera nella nostra mente: più sillabe leggiamo, più la nostra percezione è di un prezzo economicamente più caro!

Qual è quindi la soluzione al dilemma di determinare il giusto prezzo per ciò che vendiamo?

L’effetto Rounded Price

Come stabilire il giusto prezzo per la mente dell'acquirente

Un recente studio sembra aver trovato la soluzione al dilemma analizzando l’aspetto emotivo dei nostri acquisti.

Un prezzo tondo si mostra più appropriato agli acquisti di guidati dalle nostre emozioni, mentre un prezzo più complesso è più motivante nel caso di un acquisto razionale.

Se ad esempio compriamo una macchina fotografica per portarla in vacanza con noi, il mood emozionale ci porterà a considerare migliore un prezzo preciso, in quanto un minore sforzo cognitivo ci consente di permanere in tale modalità emotion oriented.

Nel caso che l’acquisto della stessa fotocamera sia per motivi lavorativi o comunque più razionali valuteremo invece tutte le caratteristiche tecniche del prodotto e anche il prezzo sarà analizzato nella sua complessità, per cui un prezzo più particolareggiato sarà considerato più appropriato.

Il giusto mix per il tuo business

Come stabilire il giusto prezzo per la mente dell'acquirente

Sarà quindi nostro il compito di stabilire se ciò che vendiamo può essere più appetibile per un acquisto razionale o emotivo. Ma nel caso di molti prodotti la differenza sarà data dall’interazione delle variabili del marketing mix: variando il prodotto, la sua promozione e il canale distributivo sarà opportuno rimodulare anche il prezzo.

Ritornando all’esempio della fotocamera, con un packaging accattivante in un negozio all’aeroporto sarà più indicato un prezzo rotondo ed emozionale; in un negozio di elettronica e con i riflettori sulle specifiche tecniche un prezzo più preciso può convincervi di essere quello più giusto.

L’idea che il marketing mix possa intercettare i bisogni mentali dell’acquirente ad un livello emotivo o razionale non deve però spingere i markettari a voler creare bisogni innaturali. Questo perchè un bisogno che non nasca dalle reali necessità di un individuo difficilmente sarà giustificabile da un punto di vista razionale. Dal punto di vista emozionale, quanto può essere effimero un business basato su un bisogno emozionale indotto?