Transmedia Storytelling e Comunicazione: l'arte di creare mondi


Creare universi narrativi per mezzo del transmedia è il modo con cui l’essere umano può sentirsi davvero Dio giocando al demiurgo.

Questa è la folgorante verità a cui approderanno i lettori dell’ottimo saggio e manuale di Max Giovagnoli intitolato Transmedia. Storytelling e comunicazione.

Immaginate di aver ideato una storia piena di intrigo, mistero, azione e di lanciarla grazie ad un cortometraggio.

Adesso, immaginate di destinare gli approfondimenti della vicenda  in una serie per mobile, e di approfondire i conflitti interiori di ogni personaggio in un e-book a puntate, scaricabile dal sito web ufficiale del progetto.

Ma soprattutto, immaginate di rendere più coinvolgente l’esperienza degli utenti per mezzo dei social media, o trasportando il vostro racconto addirittura nella realtà tramite un contest.

State praticamente immaginando la creazione e il lancio di un’opera transmediale, la forma narrativa più adatta all’Era dove a farla da padrone è un pubblico –  mai prima di oggi così protagonista.

Una nuova audience, non dimentichiamolo, non solo alla ricerca di storie perfette e perfettamente raccontate ma anche di un universo narrativo che possa esplorare e in cui possa intervenire.

La parola a Giovagnoli

Giovagnoli ci guida  alla scoperta delle forme narrative-interattive nei media incrociati aiutandoci a ideare e sviluppare la storia, a scegliere le voci e le piattaforme adeguate a ciascun progetto, e a declinare la narrazione su ogni medium, ovviamente, collegato con gli altri da passaggi e punti di contatto che permettano di usufruire delle diverse esperienze di consumo senza perdere il filo della narrazione.

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Il transmedia, infatti, non è semplicemente distribuire contenuti sui diversi media.

«Fare transmedia significa piuttosto creare nuove geografie del racconto e universi immaginativi più complessi di quello originario. Inventare, strutturare o disarticolare, condividere e far interagire storie distribuite nei diversi mezzi di comunicazione».

Cross-media o Transmedia?

In Italia si confonde ancora il cross-media, cioé la declinazione di una identica forma narrativa su più piattaforme, con il più potente transmedia che modica la narrazione adattandola alle esigenze e potenzialità di ogni medium su cui viene distribuita, ma ai quali è richiesto di dialogare tra loro per mezzo di touchpoint, bridge e rabbit hole.

Transmedia è Storytelling

Per diventare un autore transmediale, un transmedia designer, o un transmedia producer non serve solo la creatività ma anche competenze a 360 gradi, e la conoscenza dei processi creativi e industriali.

Tra i ferri del mestiere di cui bisogna essere raffinati “chef” e “sommelier” figurano le tecniche di storytelling, dai fondamenti di narratologia fino alla costruzione di una struttura drammaturgica:

– generi narrativi;

– strutture sintetiche universali;

– isotopi immaginativi;

– figure archetipali e costruzione dei personaggi;

– point of view;

– incipit.

Transmedia è anche Advertising

Ma il transmedia non riguarda solo l’industria dell’intrattenimento.

È possibile adoperare il transmedia nell’advertising per promuovere e svecchiare l’immagine del brand così come illustrato esaustivamente nel libro, persino avvertendo il lettore degli errori da evitare, al capitolo Transmedia storytelling per brand, imprese e istituzioni.

I marchi e le aziende, e persino le istituzioni culturali con i dovuti accorgimenti, possono trovare nei media incrociati un prezioso alleato per aumentare in maniera esponenziale l’engagement dei  prosumer – o  dei visitatori nel caso di musei ed enti affini –  rispettando l’assioma:

«il transmedia non è fatto per promuovere semplicemente un prodotto, ma per diventare parte di esso».

Sia che si tratti di promuovere un prodotto,  sia che si desideri raccontare la storia di una istituzione le narrazioni transmediali possono aiutare i pubblicitari a creare campagne destinate al successo.

Un mezzo che offre risorse e grandi risultati è costituito dagli advergame dove il brand – sia in forma di product placement, sia direttamente coinvolto nei meccanismi di gioco – diventa esperienza ludica e di consumo diretta.

Transmedia è anche attivismo

E perché non utilizzare il transmedia, non per evadere, ma per promuovere un mondo migliore, e informare su problematiche politiche, ambientali, sociali o educative?
Come già fa il transmedia activism, teorizzato dalla social innovation strategist Lina Srivastava.

Nel libro di Max Giovagnoli troverai…

Studenti, creativi, professionisti della comunicazione, marketer, game designer e semplici appassionati, grazie alle spiegazioni e agli esercizi proposti da Max Giovagnoli potranno approcciarsi alla professione.

Il libro spiega esaustivamente – presentando gli strumenti e utilizzando come esempi autentici capolavori dei media incrociati – gli strumenti, i passi e gli schemi necessari per ideare e sviluppare una storia, costruire un dramatic skeleton, rappresentare plot e subplot, stabilire e modellare la forma e la giusta curvatura – scoprendone l’anatomia – di un’opera transmediale, fino alla creazione del project reference document con cui presentare il progetto ad un investitore.

Accompagna ogni capitolo la testimonianza di autentiche star della transmedialità: Jeff Gomez, Christy Dena, Lance Weiler, Henry Jenkins, Alison Norrigton, Drew  Davison, Lina Srivastava.

Transmedia è tanta tecnica e illimitata fantasia

Transmedia. Storytelling e comunicazione, edito da Apogeo, è allo stesso tempo un saggio che spiega cosa sia la transmedialità e un manuale che spiega come farla; un capolavoro con cui il suo autore, uno dei massimi esperti di fama mondiale, fa finalmente chiarezza su una materia e delle professioni ancora nuove in Italia, aprendo le porte di un mondo dove per l’operare di un creativo non c’è limite alla fantasia.

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Threadless: arte & crowdsourcing per reinventare le T-shirt

Threadless è la community creativa che realizza,  sostiene, e vende arte. Arte che si indossa e diventa parte della vita quotidiana, attraverso un capo easy e casual come una T-shirt.

Le magliette (ma anche le felpe e cover per cellulari) diventano un veicolo per esprimere creatività e nuove tendenze, che partono “dal basso”, da centinaia di creativi che sottopongono alla community le proprie idee, e vedono premiato (e monetizzato!) il proprio talento.

Gli ingredienti per il successo ci sono tutti: design innovativo, possibilità di crearsi un look davvero unico, valore alla creatività e alle persone. Non a caso negli Usa è già tendenza, abbracciata anche da numerose star di Hollywood, ed ha da poco contagiato anche l’Italia.

Se avete nel cassetto una buona dose di creatività e volete “metterla in vetrina” non vi resta che sottoporre le vostre idee al giudizio della community: “rischiate” di guadagnare 2000 dollari in contanti ed un accredito di 500 dollari ogni volta che il vostro design verrà ristampato.

Non male, vero?

I migliori smartphone Android [SECONDA PARTE]

I migliori smartphone Android

All’articolo del nostro Francesco Piccolo sulla top 5 degli smartphone Android sono seguiti molti vostri commenti in cui ci avete suggerito di parlare anche di altri device. Abbiamo così scelto di pubblicare una seconda parte di quell’articolo prendendo spunto dai vostri consigli! Ci avete dato tre nomi in particolare: Lg G2, Huawei Ascend P6 e Samsung Galaxy Note 3. Eccoli!

Lg G2

I migliori smartphone Android - Lg G2

Eletto come miglior smartphone Android dell’anno da due riviste USA notevoli, come Consumer Reports e Stuff Magazine, Lg G2 ha una fotocamera da 13 megapixel e un design curvilineo che lo rende ergonomico senza per questo rinunciare ad uno schermo di ben 5,2 pollici Full HD che appare ancora più grande dal momento che i bordi sono davvero ridotti al minimo.

L’innovazione tecnologica rende questo smartphone uno degli Android più all’avanguardia: il primo aspetto singolare di questo device rispetto ai concorrenti, è la presenza dei  tre tasti posteriori appena sotto la fotocamera. Un modo davvero diverso di guardare all’uso di uno smartphone e che tiene conto, in effetti, di dove normalmente si tiene il dito indice quando si ha in mano un device dallo schermo così grande. Sempre per questo motivo, non è necessario toccare il tasto Home per uscire dalla modalità standby: basta un doppio tocco per risvegliare il nostro Lg G2.

LG G2 ha un processore Quadcore Snapdragon 800 che lavora alla frequenza di 2.3 Ghz, da una CPU Adreno 330, da 2GB di memoria RAM e da 16 o 32GB di memoria interna non espandibile.

Con un processore del genere, il primo dubbio è sull’autonomia della batteria: e invece no! Lg G2 ha una batteria da 3000 mAh agli anodi di silicio (SiO+), mostruosa per uno smartphone: l’innovazione di questa batteria sta nel fatto che è stata realizzata “a gradini” e non come un singolo blocco, per permettere comunque uno spessore ridotto dello smartphone.

Il sistema operativo è Android 4.2.2 Jelly-Bean che in questo device è stato sfruttato a pieno per implementare molte funzioni davvero interessanti e soprattutto oggettivamente utili: prendiamo come esempio la funzione Clip Tray. Questa funzione consente di risalire alla cronologia dei nostri copia&incolla ed è capace di memorizzare più contenuti in una sola volta.

L’esperienza uso è pensata inoltre in modo molto rivoluzionario e tiene conto di specifiche esigenze che finora altri device hanno trascurato. Ad esempio il fatto che si possa scegliere tra due modalità d’uso, la modalità Proprietario e quella Ospite che ti permette di proteggere i tuoi dati e la tua privacy con estrema semplicità.

Oppure la funzione Plug & Pop: basta collegare le cuffie per accedere ala musica, basta inserire il cavetto usb per avere subito sullo schermo le app o le operazioni appropriate. E per gli amanti di foto e video questo smartphone regala molte soddisfazioni: la possibilità ad esempio di registrare e fotografare contemporaneamente dalle due fotocamere, retro e frontale, oppure ridurre i rumori ambientali mentre filmiamo.

Insomma, uno smartphone che rappresenta molto bene l’impegno per l’innovazione e la ricerca di Lg!

Hauwei Ascend P6

I migliori smartphone Android - Huawei Ascend P6

Il primo punto di forza dello smartphone Huawei Ascend P6 è il design: estremamente sottile, con soli 6,18mm di spessore, racchiuso in un body metallico satinato con i bordi leggermente arrotondati.

Huawei Ascend P6, fiore all’occhiello della serie Ascend P, con un processore quad-core da 1,5GHz, si basa su sistema operativo Android Jelly Bean 4.2.2, sebbene le ultime indiscrezioni riferiscano che a gennaio 2014 il device sarà aggiornato alla versione KitKat di Android.

Dispone di un display LCD da 4,7 pollici HD, dotato di tecnologia in-cell (cioè con i sensori per il touch direttamente sullo schermo LCD) per diminuire al massimo lo spessore dello smartphone. Un’altra caratteristica di Huawei P6 è il MagicTouch che ne consente l’utilizzo con tempi di risposta ottimizzati anche indossando dei guanti.

Ha una fotocamera da 8MP con una grande facilità di messa a fuoco grazie all’apertura del diaframma di F2.0 e macro view di 4cm; consente inoltre  videoregistrazioni e video playback 1080P full HD. Anche la fotocamera frontale da 5MP è notevole: è dotata di messa a fuoco automatica per realizzare bei autoscatti.  Interessante anche il software proprietario IMAGESmart, che ha funzione di ottimizzazione del contrasto e dei colori in circa 12 modalità di esposizione differente, il riconoscimento automatico e il tracing focus.

Samsung Galaxy Note 3

I migliori smartphone Android - Samsung Galaxy Note 3

Samsung Galaxy Note 3 non è semplicemente uno smartphone ma è un phablet dal display di 5,7 pollici, presentato a settembre di quest’anno. Presentato come un device dalla linea più lussuosa, ha una scocca in policarbonato rivestita sul retro da finta pelle ed è corredato dal pennino S-Pen, ora molto più sensibile perché capace di distinguere le diverse pressioni tra un disegno a mano e una semplice annotazione.

Samsung punta molto sul formato phablet e se tempo fa nessuno avrebbe scommesso su uno smartphone dallo schermo così grande, oggi i dati di vendita smentiscono ogni dubbio: è proprio la casa sudcoreana a comunicare che in soli 28 giorni dal lancio sono stati venduti 5 milioni di Note 3. Del resto un phablet permette un multitasking davvero più interessante di un normale smartphone: ad esempio il Note 3 permette l’apertura di un’app in due sessioni.

Questo smartphone non ha nulla di meno rispetto al Samsung Galaxy S4, anzi ha molto di più: dal momento che l’uso di S-Pen e l’interfaccia TouchWiz generano molto dispendio di memoria, questo phablet ha  un processore Qualcomm Snapdragon 800 quad-core da 2.3 GHz, 32 GB di memoria interna (espandibili via micro Sd fino ad altri 64 GB) e ben 3 GB di Ram. Infine ha il sistema USB 3 per supportare il trasferimento di file pesanti, completa questo device che è in effetti molto più vicino alle caratteristiche di un tablet.

Avete altri smartphone Android di cui vorreste leggere la recensione? Il prossimo appuntamento potrebbe essere una review sui tablet, che ne pensate? Scrivetecelo nei commenti 🙂

Come i fan amplificano i brand che amano su YouTube [INFOGRAFICA]

Come i fan amplificano i brand che amano su YouTube [INFOGRAFICA]

ZEFR, giovane compagnia che offre servizi di videomarketing alle aziende, ha pubblicato qualche giorno fa questa infografica dal nome “How Passionate Fans Amplify Brands They Love On YouTube” (come i fan più appassionati amplificano i brand che amano su YouTube).

I dati contenuti nelle tabelle si riferiscono a quattro esempi relativi ad importanti brand internazionali che hanno goduto in particolar modo dell’intensa attività di advocacy che tanti utenti, in particolare vlogger, hanno spontaneamente svolto su YouTube, contribuendo sensibilmente al rafforzamento dell’identità di marca.

In particolare, dall’infografica emerge che:

  • i fan caricano video su Youtube con un rapporto di 10 a 1 rispetto ai brand stessi
  • un ruolo fondamentale è ricoperto dai video-recensione di prodotti, prima e dopo l’acquisto
  • altrettanto peso in termini numerici lo vantano i tutorial, che sono ad esempio il 93% del totale degli How-to presenti relativi ai software Adobe
  • anche le parodie degli spot aiutano molto, come nel caso di Apple
How Passionate Fans Amplify Brands

by lesliecheng.
Explore more infographics like this one on the web’s largest information design community – Visually.

General Electric ingaggia una robot band per la campagna Brilliant Machine

Lo scorso 12 Novembre abbiamo assistito al concerto della band Compressorhead a Union Square, New York City. E chissene, direte voi. Una band che suona musica dal vivo è una cosa abbastanza normale.

C’è però una caratteristica che differenzia questa band dalle altre: ogni suo componente è stato costruito con pezzi di metallo destinati allo scarto, e i componenti di questo gruppo musicale non sbagliano, e non sbaglieranno mai, un accordo.
The heaviest metal robo-rock band è infatti composta da droni computerizzati, calibrati per non sbagliare mai una nota e per non perdere mai il tempo.

Stickboy alla batteria, Bones al basso e Fingers alla chitarra hanno dato vita ad un incredibile concerto live per il Pubblico di New York. General Electric ha ingaggiato questi robot umanoidi tedeschi di un metro e mezzo per promuovere la campagna Brilliant Machine. La campagna è composta da una serie di eventi interattivi volti a informare il pubblico su come software e hardware stiano diventando sempre più “una cosa sola” allo scopo di creare un futuro più brillante.

Il risultato è esplosivo, l’evento ha attirato curiosi e giornalisti e la band ha dimostrato di saper rockeggiare alla grande e coinvolgere il pubblico.

Ma cosa c’entra General Electric con una band musicale robotica? Lo spiega Andy Goldber, direttore creativo di General Electric: “Abbiamo cercato di prendere l’idea di Big Data e Big Iron appartenenti alle grandi industrie e case produttrici e abbiamo cercato di umanizzarli e renderli divertenti, relazionandoci con le persone attraverso la musica. Direi che questa band è perfetta per esprimere questo concetto perchè sono grandi macchinari e utilizzano un sacco di dati per funzionare.

Oltre al concerto, GE ha fatto installare una torretta wifi dalla quale si poteva anche ricaricare il telefono, per offrire agli spettatori la possibilità di navigare su internet e ascoltare su Spotify le  40 traccie “robocentriche” della band e nel frattempo far capire l’importanza dell’elettricità nelle nostre vite.

Investimenti alberghieri: l'Italia non segue il trend europeo

Ci chiediamo  perchè, in un paese come l’Italia, in cui il turismo dovrebbe essere una delle leve più importanti al nostro servizio, questo non avvenga. E si tiri anche dietro una crisi nel settore degli investimenti, soprattutto quelli immobiliari ed in particolar modo quelli delle grandi catene alberghiere. Se si pensa, poi, che queste siano diffuse solamente nelle grandi città (Roma, Milano, Firenze e Venezia) questo dato è ancor più allarmante, dato che il nostro stivale risponde, da nord a sud e da est ad ovest ad una serie di caratteristiche morfologiche, ambientali, sociali e culturali, che se sfruttate al massimo, farebbero dell’Italia una vera e propria forza del mediterraneo.

I dati a livello europeo, invece, ci raccontano  di un 54% di crescita in sei mesi relativamente agli investimenti nel settore alberghiero che si è fatto registrare nel primo semestre del 2013 rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Secondo un’indagine condotta da Bnp Paribas Real Estate, nei primi sei mesi di quest’anno le cinque principali destinazioni turistiche dell’Europa occidentale (Francia, Germania, Italia, Spagna e Regno Unito) hanno realizzato investimenti per 4,5 miliardi nel settore alberghiero.

In Italia, invece, si registrano tempi difficili per gli investimenti alberghieri , soprattutto per quelle strutture a 3 stelle che, da sempre, rappresentano lo zoccolo duro delle hotellerie della Penisola, e che ora gli investitori non considerano più, scegliendo solo hotel a 4 e 5 stelle. Le stime indicano in 600 milioni di euro l’ammontare degli investimenti nel comparto nel corso del 2013 ma, secondo l’analisi di Trademark Italia, si tratta di un dato che include tutte le transazioni, anche i passaggi degli hotel dalle banche alle bad company, o le acquisizioni sottoprezzo di strutture insolventi da parte dei creditori.

Il motivo per cui un 3 stelle è meno appetibile agli occhi di un investitore degli hotel di fascia alta è evidente: il rendimento è inferiore a quello dei 4 e 5 stelle e non giustifica le spese di manutenzione e di gestione diretta. Quest’ultimo punto è l’altro tasto dolente dell’hotellerie italiana: le catene internazionali, ma quelle nostrane, hanno smesso di acquistare immobili con operazioni che necessitano di capitali sempre più ingenti, orientandosi piuttosto sulla gestione delle unità alberghiere con affitti, franchising e contratti di management.

Un panorama gravato da un eccesso di offerta, la cui eredità pesa ora sulle spalle degli imprenditori dopo il boom di costruzioni che ha caratterizzato gli anni d’oro del turismo ricettivo italiano. Una sovrabbondanza di edifici che oltretutto, con il passare del tempo e le nuove esigenze dei viaggiatori, necessitano di investimenti continui nel restyling delle camere e nella riconversione degli ambienti comuni ad aree più attrezzate soprattutto dal punto di vista tecnologico.

La top five europe a

1. Regno Unito

Leader indiscusso degli investimenti nel settore alberghiero, con 1,9 miliardi di euro impiegati nei primi sei mesi del 2013, il Regno Unito è cresciuto del 23% rispetto al 2012. Londra, ovviamente, è la città in cui investire viene considerato più sicuro e remunerativo.

2. Spagna

Complice la crisi, in Spagna non ci sono stati investimenti trascendentali. Ma l’acquisto da parte del fondo Qatariota di W Barcelona per 200 milioni di euro ha fatto lievitare gli investimenti nel settore alberghiero a quota 330 milioni di euro, con un incremento del 71% rispetto al primo semestre del 2012.

3. Francia

La Francia ha fatto registrare investimenti record nel primo semestre: 1,3 miliardi di euro e un balzo del 119% rispetto allo scorso anno. Questo è dovuto soprattutto alla cessione di attività di grande pregio come il Mandarin Oriental.

4. Germania

Anche la Germania ha registrato un aumento particolarmente significativo rispetto allo stesso periodo dello scorso anno: +121% a quota 800 milioni. Anche in questo caso alla base del boom c’è una cessione di prestigio: il Queens Moat House, che comprende circa 20 alberghi, per 300 milioni di euro.

5. Italia

Purtroppo per noi, il nostro paese è l’unico ad aver fatto registrare una diminuzione degli investimenti nei primi sei mesi del 2013: -23% rispetto allo scorso anno. Tuttavia, gli esperti sono convinti che la cessione di beni “trofeo” aiuterà a riportare il bilancio in positivo.

Partnership tra PMI e Startup per il rilancio del Made in Italy

Il recente fenomeno delle startup che ha investito l’Italia ha creato nella mente delle persone l’idea che questo tipo di aziende abbia poco a che spartire col canonico concetto d’impresa. Questa percezione ha portato a concepire realtà come quelle delle PMI italiane come antiquate, rafforzando la convinzione che l’unica tipologia di azienda che possa salvare la nostra economia sia la startup.

Due realtà diverse ma complementari

La realtà invece è ben diversa. Startup e PMI italiane, invece che vivere distanti, dovrebbero cercare di avvicinarsi e collaborare per incrementare le reciproche possibilità di successo.

Molte delle startup nate negli ultimi tempi peccano infatti della concretezza e della pragmaticità che invece aziende come le PMI italiane, oltretutto ben più strutturate, possono fornire mediante la condivisione delle proprie competenze manageriali, risorse organizzative, attrezzature e canali di vendita.

Le piccole medie imprese, dalla loro, potrebbero giovarsi della carica innovativa e delle conoscenze tecnologiche delle startup, le quali, essendo abituate a sviluppare i loro business grazie al bootstrapping, una particolare pratica di autofinanziamento di cui abbiamo parlato qualche settimana fa, possono permettere alla PMI di trovare dei partner relativamente poco costosi e poco assetati di risorse.

La frequente ricerca di finanziatori esterni da parte delle startup dovrebbe avere come target anche le PMI italiane, come confermato dal recente interesse nei riguardi di questa tematica da parte di due importanti eventi svoltisi in Italia: Il Big Tent a Roma e lo Smau a Milano.

Partnership tra PMI e Startup per il rilancio del Made in Italy

Google e la digitalizzazione delle PMI italiane

Al Big Tent di Roma si è parlato del futuro del Made in Italy e di quanto la digitalizzazione delle PMI italiane, attualmente molto sotto la media europea, potrà rivelarsi una componente vincente nella progressiva ripartenza dell’economia italiana.

All’interno dell’evento è intervenuto Eric Schmidt, Executive Chairman di Google, secondo il quale le caratteristiche del sistema economico italiano sono decisamente adatte a competere nel mondo del web.

Il Made in Italy, infatti, essendo un brand riconosciuto e ricercato a livello mondiale, possiede potenziali clienti in tutto il mondo; inoltre, la grande qualità e la forte personalizzazione dei prodotti d’eccellenza italiani possono rivelarsi un grande vantaggio in seguito all’aumento del bacino d’utenza offerto dal web.

Partnership tra PMI e Startup per il rilancio del Made in Italy

Google intende stimolare personalmente questa progressiva digitalizzazione delle PMI italiane attraverso tre fasi:

1. dando maggiore visibilità alle eccellenze nascoste dell’Italia

2. diffondendo tra gli imprenditori le competenze digitali

3. consegnando ai giovani il ruolo di promuovere la transizione digitale delle imprese italiane

Il deciso interesse manifestato da Google verso la digitalizzazione delle nostre PMI ci porta a pensare che attuare questo cambiamento possa davvero rivelarsi una scelta strategica per il rilancio della competitività delle imprese italiane.

Partnership tra PMI e Startup per il rilancio del Made in Italy
Anche la 50esima edizione dello Smau, svoltasi a Milano lo scorso ottobre, ha posto al centro dell’attenzione la necessità di stimolare l’incontro tra PMI, startup e fondi pubblici.
Secondo Pierantonio Macola, Amministratore Delegato di Smau, le PMI italiane per cominciare un processo di rinnovamento dei propri business devono avere il supporto di tre attori fondamentali: le startup, le imprese del settore digital, e le regioni.

L’attenzione dedicata a questo tema da parte di questi due importanti eventi è un segnale di come si stia smettendo di vedere le startup come elemento a se stante, cercando invece di propiziare un incontro tra la carica innovativa di queste ultime e la miriade di piccole medie imprese che per anni hanno costituito il vanto del florido tessuto industriale italiano.

Partnership tra PMI e Startup per il rilancio del Made in Italy

Aiutare le imprese nell’identificare le possibilità commerciali

Per il futuro occorre quindi propiziare sempre più l’incontro tra PMI e startup, nella speranza di formare partnership commerciali di successo che possano incrementare la componente innovativa e digital delle nostre imprese e dare forza alle eccellenze italiane.

Le PMI, così occupate nella gestione caratteristica dell’impresa, rischiano di non avere un quadro chiaro delle aziende innovative che si stanno sviluppando sul territorio e di non avere il tempo di analizzare dettagliatamente i business dei potenziali partner.

L’istituzione quindi di una associazione d’affiliazione d’impresa, che agevoli ed aiuti gli imprenditori nella ricerca e nell’identificazione dei partner ideali, può essere un grande punto di partenza.

Partnership tra PMI e Startup per il rilancio del Made in Italy

Coinvolgendo regioni, incubatori d’impresa, organizzatori di eventi, camere di commercio e associazioni d’imprese all’interno di una rete integrata, si potrà dare vita ad un organismo che aiuti gli imprenditori a identificare le migliori opportunità di business che il territorio circostante propone.

Riqualificando in questo modo i tessuti industriali italiani probabilmente sarà possibile rimettere in moto l’economia del nostro paese e rilanciare il Made in Italy in campo internazionale.

Per un quadro più generale sull’eccellenza italiana, leggi Una classifica dei prodotti top a marchio “made in Italy”.

Dedicare 20% del tempo alle pause aumenta la produttività sul lavoro


Se stai leggendo questo articolo vuol dire che ti sei preso un attimo di pausa dal lavoro (se invece il tuo lavoro implica leggere Ninja Marketing sei fortunato! 😉 )

20% di pausa = + produttività

Questo è il risultato di uno studio australiano che ha analizzato il comportamento di 300 lavoratori. Di questi, quelli che dedicavano non più del 20% del loro tempo a navigare in internet per diletto erano poi quasi il 10% più produttivi degli altri.

I lavoratori “birichini” andavano sulla rete a cercare informazioni sui prodotti, a leggere news online e a vedere qualche video su Yotube.

Pausa Vs decremento dell’attenzione

Le aziende spendono soldi per comprare software che non permettano ai lavoratori di gingillarsi sul Web, quando svagarsi un po’ sembra invece aiutare.

Perché?
Il Dr. Cocker sostiene che la mente abbia bisogno di staccare un attimo dal focus su cui siamo impegnati. Non possiamo mantenere la concentrazione all’infinito, quindi dedicarci a qualcos’altro ci permette di ricaricarci per tornare, più svegli, sul compito di prima.

Un po’ come a scuola o all’università: quando l’attenzione cala, ci si distrae per qualche minuto e poi si ritorna con la testa sulla lezione.

Ma la web-pausa non è per tutti

Ci sono persone che tendono ad avere problemi di controllo dei propri impulsi e si fanno prendere la mano. Sono quelli che sono anche più a rischio di IAD (Internet Addiction Disorder): la dipendenza da internet. Per questi soggetti una surfata sulla rete può trasformarsi in un’ora di abbuffata digitale (come i soggetti bulimici).

Non sono poche le persone a rischio: in Australia è il 14% della popolazione, in Italia tra il 10 e il 12%. Quindi, se siete un soggetto a rischio lasciate perdere il web per gingillarvi.

Fate una pausa ma dedicatevi ad altro: prendete un caffè, parlate con un collega, leggetevi il giornale (cartaceo), chiamare il vostro partner e dirgli/dirle che lo amate.

La classifica italiana dei videogiochi Console/PC più venduti a ottobre

La classifica italiana dei videogiochi Console/PC più venduti a ottobre

La classifica italiana dei videogiochi Console/PC più venduti a ottobre

FIFA 14 è il videogioco di calcio sviluppato dalla software house Electronic Arts, per la precisione il 21° titolo della serie. Scopriamo gli altri titoli nella classifica dei videogiochi italiana riferita al mese di ottobre.

CONSOLE: Classifica Videogiochi (Ottobre 2013)

1) FIFA 14 su PS3 – Electronic Arts

La classifica italiana dei videogiochi Console/PC più venduti a ottobre

2) GTA V Grand Theft Auto su PS3 – Rockstar Games

La classifica italiana dei videogiochi Console/PC più venduti a ottobre

3) Pokémon Y su 3DS – Nintendo

La classifica italiana dei videogiochi Console/PC più venduti a ottobre

4) GTA V Grand Theft Auto su Xbox 360 – Rockstar Games

5) Pokémon X su 3DS – Nintendo 

6) FIFA 14 su Xbox 360 –Electronic Arts 

7) Just Dance 2014 su Wii – Ubisoft 

8) Assassin’s Creed IV Black Flag su PS3 – Ubisoft 

9) Pro Evolution Soccer 2014 su PS3 – Konami

10) Assassin’s Creed IV Black Flag su Xbox 360 – Ubisoft 

PC: Classifica Videogiochi (Ottobre 2013)

1) Football Manager 2014 – Sega

La classifica italiana dei videogiochi Console/PC più venduti a ottobre

2) FIFA 14 – Electronic Arts 

La classifica italiana dei videogiochi Console/PC più venduti a ottobre

3) Total War Rome II – Sega

La classifica italiana dei videogiochi Console/PC più venduti a ottobre

4) Battlefield 4 Limited Edition – Electronic Arts 

5) Pro Evolution Soccer 2014 – Konami 

6) The Sims 3 Refresh – Electronic Arts

7) Battlefield 4 – Electronic Arts

8) World of Warcraft – carta pre-pagata da 60 giorni – Activision Blizzard 

9) F1 2013 – Codemasters 

10) Battlefield 4 Deluxe Edition – Electronic Arts

Check-in locale: non è che stiamo fornendo troppe informazioni?

Immagine tratta da www.zonealarm.com/blog

Il fenomeno che vede le persone utilizzare il proprio smartphone o tablet per il check-in in luoghi e locali vari è diventato estremamente popolare negli ultimi anni. I social network basati sulla localizzazione come Foursquare, Twitter e Facebook consentono agli utenti di annunciare in maniera semplice chi sono e dove si trovano.

Ma perché le persone fanno check-in, e quali sono i potenziali rischi che si corrono nell’annunciare la propria posizione al resto del mondo?

Perché le persone fanno check-in?

Possono esserci motivi differenti perché una persona voglia utilizzare il proprio dispositivo mobile per fare il check-in in un determinato luogo.

Per alcuni, la ragione può essere semplicemente tenere traccia dei luoghi che hanno visitato in vacanza. Per altri, il motivo potrebbe essere ottenere un qualche riconoscimento legato alla presenza in un determinato posto, come offerte speciali o sconti da aziende aderenti. Infine, per altri potrebbe essere il piacere di comunicare un risultato conseguito, come trovarsi in un determinato luogo (dopotutto, fare il check-in in cima al Monte Everest genererà sicuramente molti like,  commenti, e sarà motivo di vanto!).

Perché prestare attenzione quando si fa il check-in

Sebbene annunciare la propria posizione ad amici e follower può essere divertente e gratificante, essere troppo aperti sulla propria posizione in un determinato momento può essere potenzialmente pericoloso.

Pericolo di furto

Per prima cosa, il rischio potenziale di fare il check-in è che l’annuncio della propria posizione potrebbe essere notata al di fuori della propria cerchia di amici e familiari.

I criminali sbirciano nei social network per ottenere informazioni utili sui loro target potenziali, e dettagli quali il check-in in un determinato cinema o un hotel sono un invito aperto per un furto a casa. Infatti, uno studio ha rilevato che il 78% di ex-ladri ha utilizzato un qualche social media per prendere di mira potenziali abitazioni da saccheggiare. Immaginate di rientrare da una bella cena o vacanza e di trovare i ladri che hanno ripulito la vostra dolce casa.

Truffe online e stalker

Altri potenziali rischi da prendere in seria considerazione sono truffe e stalker online. In questo caso i ladri non sono quelli che girano attraverso le reti social per scovare potenziali obiettivi. Scoprire che la propria casa o appartamento sono stati svaligiati di certo è traumatizzante, ma un predatore online che conosce tutti i dettagli aggiornati al minuto su dove ci si trova in quel preciso momento, pone tutti i soggetti coinvolti in grave pericolo.

Immaginate di imbattervi sempre “stranamente” nella stessa persona al supermercato, alla stazione di benzina o nel vostro luogo di ritrovo preferito, subito dopo aver effettuato un check-in.

Immagine tratta da www.zonealarm.com/blog

Altri elementi da considerare

Prima di rendere nota la vostra prossima destinazione, ecco alcuni elementi da prendere in considerazione.

Lo devono sapere proprio tutti?

Le persone a voi più vicine in genere sono le stesse che vi accompagnano al ristorante o che sanno quando andrete fuori città per vacanza o in viaggio d’affari. Sarebbe quindi opportuno che quando decidete di effettuare un check-in, pensiate bene a quanto segue: chi ha davvero bisogno di conoscere la vostra posizione?

Si possono avere un sacco di amici o seguaci sui propri account di social network, ma è lecito ritenere che non esista una relazione così stretta con ogni singola persona. E se non sono vostri amici o familiari, che senso ha far sapere loro dove ci si trova?

In breve, chi ha bisogno di sapere, probabilmente lo sa già. E magari non è il caso di informare contemporaneamente anche chi, in fondo, di questa informazione non ha bisogno.

Rivedere le impostazioni di privacy

Sarebbe inoltre opportuno spendere qualche minuto per rivedere le impostazioni della propria privacy sui social network utilizzati per il check-in. Assicurarsi di impostare i criteri selezionando con cura chi desiderate possa sapere dove vi trovate.

Utilizzando Facebook ad esempio, è necessario impostare la privacy come “amici” o “personalizzata”, per poi elencare persone specifiche in grado di visualizzare le vostre posizioni. Se tutte le opzioni per le impostazioni di privacy vi lasciassero ancora dei dubbi, forse è il momento di ripensare se desiderate davvero effettuare il check-in utilizzando quel determinato social network location-based.

Pubblicare le foto

Nonostante vi possa sembrare “carino” pubblicare in tempo reale le foto di una vostra avventura, nonché la posizione sull’account social network, sappiate che in questo modo comunicherete automaticamente l’informazione anche al resto del mondo. È come se aveste un rilevatore GPS portatile su voi stessi, ma ne aveste dato il controllo in mano ad altre persone.

Sarebbe più prudente pubblicarle al vostro rientro a casa. L’effetto sarà meno “istantaneo”, ma la precauzione sarà di sicuro valore se si considera il fatto che potrebbe eliminare o quanto meno ridurre i rischi potenziali di cui sopra. Postare foto con calma a casa aiuta anche a essere più discreti, rivelando solo dove, ma non necessariamente quando, ci si trova in un determinato posto.

Ne vale la pena?

I Social network location-based non sono necessariamente una cosa negativa, l’importante è non farsi trascinare in check- in frettolosi e non ponderati, senza considerare i potenziali rischi. La prossima volta che starete per annunciare al resto della sfera sociale dove vi trovate, chiedetevi se il gioco vale davvero la candela.