La top ten delle aziende alimentari italiane passate in mano straniera

La settimana scorsa si è tenuta a Roma l’annuale assemblea nazionale della Coldiretti. Dal palco del Palalottomatica, il presidente Sergio Marini, ha lanciato l’allarme sulle acqusizioni di aziende alimentari italiane da parte di operatori stranieri. Secondo uno studio presentato nel corso dei lavori, dall’inizio della crisi, il valore in termini di fatturato delle imprese acquisite raggiunge i 10 miliardi di euro. Una denuncia, quella della maggiore rappresentanza dell’agricoltura italiana, alla quale proviamo a dare un volto stilando una top ten dei marchi più celebri che sono passati in mano straniera.

10. Chianti Classico Casanova La Ripintura

Iniziamo la nostra top ten dal marchio forse meno conosciuto, ma certamente dall’acquisizione più significativa. Proprio nel 2013 infatti, per la prima volta un’azienda vitivinicola del Gallo Nero, terra simbolo della Toscana per la produzione di vino (Chianti), è divenuta di proprietà di un imprenditore cinese della farmaceutica di Hong Kong. Un caso unico che è stato seguito da un’altra acquisizione di un marchio tradizionale italiano, proprio qualche settimana fa. Si tratta dell’acquisto di una partecipazione di maggioranza nel capitale sociale della Pasticceria Confetteria Cova, proprietaria della società Cova Montenapoleone Srl, che gestisce la nota pasticceria milanese, da parte della multinazionale del lusso LVMH.

9. Carapelli Sasso e Bertolli

Le tre aziende olearie fanno parte dal 2006 del portafoglio prodotti del gruppo alimentare spagnolo Deoleo (ex SOS), che ha acquisto la Bertolli dall’Unilever.

8. Riso Scotti

In questo caso non parliamo di un’acquisizione, ma del recente trasferimento del 25% delle quote societarie dell’azienda alimentare italiana specializzata nella produzione e nella lavorazione del riso alla multinazionale spagnola Ebro Foods.

7. Star

Passata nel 2012 in mani spagnole con il 75% delle quote possedute dal gruppo agroalimentare di Barcellona Gallina Blanca.

6. Gancia

Un’altra azienda vitivinicola, questa volta delle bollicine, si piazza nella nostra top ten dopo l’acquisto da parte del magnate russo della vodka Rustam Tariko avvenuto nel 2011.

5. Fiorucci

Sempre nel 2011 la romana Fiorucci è stata acquisita dalla spagnola Campofrio Food Holding.

4. Peroni

Entriamo in zona calda con un marchio storico italiano entrato nell’orbita della sudafricana SABmiller, gigante mondiale della birra, che ha posizionato il marchio italiano nel suo portafoglio attività puntando fortemente sulla sua provenienza per la comunicazione commerciale. Qualcuno di voi ricorda le ultime campagne Nastro Azzurro?

3. Galbani

Saliamo sul gradino più basso del podio dove troviamo il celebre gruppo alimentare lombardo controllato dal 2006 dalla multinazionale francese Lactalis, la stessa che aveva acquistato da Nestlè e Kraft le italianissime Locatelli e Invernizzi.

2. Perugina

La storica casa dei Baci è stata una delle prime aziende italiane acquisite da operatori esteri, e precisamente dalla multinazionale svizzera Nestlè, la più grande azienda alimentare a livello mondiale. L’operazione risale addirittura al 1988 quando la Nestlè mise nel carrello anche la Buitoni, per poi passare all’Antica Gelateria del Corso nel 1993 e alla San Pellegrino nel 1998.

1. Parmalat

Al primo posto della top ten posizioniamo forse il marchio più celebre della nostra rassegna, la Parmalat, acquista nel 2011 dal già citato gruppo francese Lactalis in seguito al noto crac finanziario che sconvolse l’opinione pubblica alla fine del 2003.

Alcune interessanti considerazioni sull’argomento rilasciate dall’attuale presidente Marini sintetizzano la situazione in cui versa l’economia italiana in questo momento: «I grandi gruppi multinazionali della chimica e della meccanica che fuggono dall’Italia, investono invece nel nostro agroalimentare che fa segnare il record nelle esportazioni» e aggiunge, «Il passaggio di proprietà (delle aziende alimentari)ha spesso significato svuotamento finanziario delle società acquisite, delocalizzazione della produzione, chiusura di stabilimenti e perdita di occupazione. Si è iniziato con l’importare materie prime dall’estero per produrre prodotti tricolori. Poi si è passati ad acquisire direttamente marchi storici e il prossimo passo è la chiusura degli stabilimenti italiani per trasferirli all’estero.».

Stultus: consumatori verso la decrescita, ma non quella "felice"

Ci siamo già espressi in diversi modi sul tema di oggi, cioè cosa rende davvero vivibile la vita date le condizioni economiche e sociali che ci vengono date per fare le nostre scelte.
Dal mito della ripresa economica, passando per le discussioni sul discutibile decreto Sviluppo, al paradosso sui fatturati italiani reali nascosti nell’economia criminale, abbiamo davvero cercato di far emergere una realtà meno fantasiosa di quella narrata solitamente dai media quando si parla di persone, imprese e innovazioni del Paese.

Dalle ultime analisi di Eurisko, il più importante istituto italiano che si occupa di ricerche sul consumatore, emerge infatti un importante trend che contraddice gli orientamenti verso la decrescita felice e verso le nuove esperienze di consumo proposte dal dibattito attuale. Quel che si sta verificando, infatti, è ben più complesso di quel che abbiamo teorizzato fino ad ora. Provo a cristallizzare questo trend in punti principali, per aprirli alla riflessione e alla discussione.

1. Al crescere dei consumi, cresce l’infelicità

Il primo dei paradossi generati dalle società capitalistiche era stato già intercettato nel 1968 da Robert Kennedy: gli indicatori delle performance economiche che utilizziamo non descrivono esaustivamente l’homo aeconomicus che, prima di essere tale, è prima di tutto una persona. Tra questi indicatori il più difettoso è il PIL, che misura tutto tranne quello che rende la vita degna di essere vissuta.
Se invece si costruisce un indice ponderato di benessere e soddisfazione personale, l’IBS, si vede che a partire dal 1997, la felicità delle persone decresce al crescere della ricchezza.

2. Al crescente benessere economico corrisponde il malessere psicologico

Negli ultimi 15 anni c’è stato un aumento del 21% di consensi sull’affermazione “il futuro mi preoccupa”. Questo accade perché i continui annunci su crisi economiche, fallimenti, suicidi, svantaggi generazionali e chi più ne ha più ne metta, provocano ansia, angoscia e paura.
Quindi non si tratta solo di questione di soldi (che non sono mai abbastanza, vero?), ma proprio della perdita del potere d’acquisto.

Contemporaneamente i media e le società elaborano nuovi miti di personalità cucite intorno ai brand, nuove ondate di consumi alla moda e riconoscimento di fasce di popolazione etichettate in base all’accesso o meno a questi tipi di consumi e alle relative tecnologie che lo permettono. Perciò la mente viene scissa in due pensieri principali: uno che ci fa lavorare con la preoccupazione principale di accumulare denaro, l’altro con il desiderio principale di poter spendere questi soldi per acquistare ciò che ci renderebbe… felici? Ecco il problema.

Viviamo per lavorare e lavoriamo per spendere: facciamo parte di una macchina che ci ha alienati e per la quale siamo mucche da latte. Se a questo aggiungiamo anche il fatto che la distribuzione della ricchezza in Italia lo rende un paese di diseguaglianze e fortemente polarizzato in “ricchi” e “poveri”, e che la poca ricchezza generata viene quasi per nulla investita, nella corsa al raggiungimento del benessere economico oggi sono esclusi 18 milioni di italiani, in quanto si trovano nella soglia del rischio di povertà.

3. Al crescere delle aspettative, cala la capacità di realizzazione personale

L’aspettativa ha a che fare con due elementi: la complessità in cui viviamo e la percezione di questa complessità, entrambe in aumento costante. Oggi sul mercato le persone sono più autonome e protagoniste, ma anche piú bisognose di riconoscimento reciproco e cercano istanze in cui identificarsi.

Ma allora perché ad aspettative crescenti corrispondono realizzazioni sempre minori? Perché siamo soli, assediati e sempre sotto pressione. Se da una parte aumentano le nostre risorse personali, dalla cultura, alle relazioni all’accesso tecnologico, ma dall’altra calano la presenza, la legittimità e il supporto offerto nella vita quotidiana sia da parte delle istituzioni che da parte delle imprese che non vengono più percepite come sane produttrici di senso. Anzi, ammettiamo pure che spesso, a partire dalle istituzioni, mettono in serio dubbio l’etica sulla quale fondano le proprie azioni. Le istanze in cui le persone si identificano, perciò, lasciano seriamente a desiderare. Persino alle più machiavelliche, a raggiungere la realizzazione in questo scenario, penso resti un po’ di amaro in bocca.

4. Al crescere dei bisogni emotivi (aumentano le forme culturali di consumo e) diminuisce la semplicità di una scelta autentica

Nascono culture, valori e consumi nuovi non solo per innovazione e calcolo economico, ma anche per rispondere ai bisogni crescenti di benessere e soddisfazione in surplus per il consumatore, a cui non basta più spendere ma, dal cibo alla tecnologia, ha ancora bisogno di simboli ed esperienze per sentirsi emotivamente soddisfatto.

Ma cosa accade quando i mercati devono rispondere a tale domanda? Oggi si stanno delineando quattro forme culturali di consumo:
a) quella orientata alla ricerca dell’opportunità e delle migliori alternative di prezzo, che con l’eCommerce ha già ricevuto un’ottima risposta
b) quella orientata alla relazione, che grazie soprattutto ai social network ha aumentato lo scambio di informazioni, il feedback e il confronto
c) quella orientata all’esperienza, intesa soprattutto come come risposta sensoriale ad una società sempre più smaterializzata
d) quella orientata alla sostenibilitá, non più solo in termini ambientalisti, ma finalmente anche e soprattutto sociali, grazie anche a nuove proposte civiche e di cittadinanza attiva.

Considerando che il 71% dei consumatori non si sente rappresentato da alcuna marca, la diminuzione della scelta autentica, di conseguenza, è il riflesso della decrescita di consenso (da 48% a 33%) sull’affermazione “compro solo i prodotti delle marche più note”, e del consenso (da 31% a 23%) sull’affermazione “per me una marca vale l’altra”: il dato positivo di questa analisi è che se i vecchi rapporti fiduciari sono in crisi, sicuramente aumentano le opportunità per le tutte imprese che sapranno coglierle.

5. Alla crescita delle interdipendenze diminuisce la fiducia

Non ho usato l’espressione “scelta autentica” a caso poco fa. Perché come conseguenza naturale dei punti precedenti, soprattutto del secondo, siamo campioni mondiali di scetticismo e paranoia.
Secondo il basic trust (l’indice di fiducia) e secondo il global trust di Eurisko, oggi imprese e istituzioni diffidano l’un l’altra e non si scende al compromesso di cedersi maggiori opportunità per accompagnare alle dipendenze sociali ed economiche sempre più in aumento anche maggiore maturità e solidità nei rapporti.

In questa condizione, è normale che proprio coloro a cui sono affidati i significati delle istanze in cui i consumatori dovrebbero riconoscerci non hanno più la capacità di guidare l’economia nel suo insieme.

Alla crescita della decrescita… cresce il paradosso

Lungi da me affermare che “si stava meglio quando si stava peggio”, ma proviamo a trovare un equilibrio in un mondo che ragiona sempre per eccessi: non è stato il cambiamento economico, inteso come boom improvviso e poi miglioramento costante e sempre più diffuso, a causare il crollo di tanti significati sociali. È il corso della storia il cambiamento in sé, quindi inutile guardare nostalgici al passato (che spesso non conosciamo davvero, ma immaginiamo romanticamente dal nostro piccolo mondo) o proseguire meccanicamente verso il futuro come se fosse stato già deciso. È il cambiamento degli individui la vera variabile causale di tutto quello che ci precede e che seguirà a noi.

Se oggi le persone sono più istruite, critiche e curiose è perché in passato le società hanno saputo sollevare dai problemi i nuovi modelli su cui oggi viviamo. E se oggi abbiamo maggior bisogno di etica e di sostenibilità, è perchè abbiamo già colto in larga parte la mancanza di senso dell’accumulo di ricchezza e della scalata sociale in sé. L’offerta ha sempre preteso di governare la domanda, perchè quando la gente è ignorante è soggetta all’autorità, ecco perché l’offerta di mercato oggi è in grave crisi: la gente è sempre meno ignorante e la domanda di mercato non corrisponde solo alla domanda economica, ma anche ad una domanda sociale, familiare, emotiva.

Oggi cerchiamo progetti di vita e c’è bisogno che sul mercato questo si rifletta, attraverso rapporti paritari e maggiormente rispettosi della persona.

Il concetto di “sostenibilità” è la chiave di tutto. Non sono sostenibili le bolle digitali, le bolle immobiliari e le bolle finanziarie sulle quali viviamo passando di crisi in crisi e rispondendo a suon di debiti e tasse.

E se l’istruzione ci ha fatto scoprire l’esigenza della sostenibilità, allora sostenibilità deve sempre più significare sensibilità (che fa capo ai sensi, quindi al corpo), cioè umanità (che fa capo all’anima). Facciamo un esempio pratico per la felicità dell’Italia?

Qualcuno ha proposto di ripartire dalle “magnifiche cinque A” che rendono grande l’Italia e che, da sole, basterebbero a posizionarla come Paese del desiderio per il resto del mondo: Alimentazione e cibo, Abbigliamento e moda, Arredamento, Arte e cultura, Ambiente e territorio.
Questo perché, se ci pensiamo bene, nelle magnifiche 5 A c’è già tutto quello che serve a prenderci cura di corpo e anima.

Un’ultima domanda: alla luce delle nostre riflessioni, vi reputate più homo oeconomicus o più homo stultus? Prima di rispondere, però, riflettete sul livello della vostra soddisfazione personale. E thank you for playing.

Tanti auguri Google Plus! +1 +1

Erano i suoi primi giorni di vita quelli in cui Google descriveva la sua ultima creazione social come uno “strato sociale” più che come un social network. Google+ è nato con l’idea di offrire una moltitudine di servizi; inoltre ai suoi creatori non piaceva troppo l’idea che si pensasse fosse nato solamente per fare concorrenza a Facebook e Twitter.

Con 500 milioni di utenti, di cui 300 milioni attivi, Google+ può decisamente essere considerato un social network e un diretto concorrente dei due sopracitati, ma al suo secondo compleanno analizziamo meglio cos’è stato e cos’è oggi G+.

Alla sua nascita, nel 2011, era la terza volta che Google tentava d’immergersi nel contesto social. I primi due, che hanno avuto – decisamente – meno fortuna, sono stati Buzz e Wave.

Il suo arrivo fu accolto con entusiasmo, soprattutto per l’alone di mistero dovuto al fatto che inizialmente fosse solo su invito. Ma successivamente, forse perché si continuava a paragonarlo con Facebook, forse perché non si capiva troppo a cosa servisse, l’entusiasmo diminuì. Big G comunque parlava di grossi numeri, ma non si sapeva se fossero correlati ad effettivi utenti G+ o se venissero conteggiati anche coloro che possedessero semplicemente un account Google.

Il risultato fu che, nel 2012, Google+ fosse più che altro una città fantasma. Vi circolavano pochi spiriti che con le loro catene striscianti, si sentivano un pochino eletti; i sopravvissuti a Facebook e Twitter.

Dopo numerose novità – l’introduzione degli hashtag, un continuo restyling, l’introduzione di Hangouts – possiamo notare che G+ ha iniziato effettivamente ad avere i suoi Plus.

Nella fattispecie possiamo notare che, a differenza di altri social network, sul social di Google il livello di interazione varia molto a seconda del contenuto.Su Facebook vincono i contenuti riguardanti la propria vita, come le proprie foto. Twitter vince per la brevità, la concisione. Su G+ l’interazione aumenta moltissimo quando il contenuto diventa settoriale, definito.

Una volta incanalati dagli hashtag e grazie alla continua indicizzazione (cosa che anche Facebook sta cercando di fare con Graph Search), i contenuti ottengono un’ottima visibilità e l’interazione si impenna grazie alle caratteristiche che rendono Google Plus effettivamente un social network diverso: non c’è la limitazione dovuta alla brevità dei tweet e nemmeno la genericità tipica di Facebook.

Il vero eroe di G+ è senza dubbio Hangouts. Sono pochissime le persone che usano G+ per aggiornare il proprio stato o caricare le proprie foto, ma sono tantissime quelle che lo usano per fare videochat di gruppo.

Aprire un hangout è utilissimo per i team che devono fare riunioni a distanza, per interviste aperte al pubblico (La Stampa fa un larghissimo uso degli hangout), o per conversazioni aperte. Con l’integrazione a YouTube si possono letteralmente mandare in onda gli hangout.

Hangouts è un servizio diverso, unico, che possiamo correlare solo a Google Plus e che possiamo definire il suo punto di forza.

Dopo due anni, G+ inizia a definirsi, ad avere una personalità. Non ha la pretesa di sostituire Facebook o Twitter, ma possiamo tranquillamente pensare di affiancarli, visto che ognuno ha i suoi punti di forza. La scelta dipende soprattutto dal target che ci poniamo.

Tanti auguri per i tuoi due anni Google Plus. Aspettiamo di scoprire cosa ti riserveranno gli anni a venire!

Ecco quant'è facile rubare la nostra identità online [VIDEO]

Vi ricordate di Dave, il veggente protagonista della campagna dello scorso anno di Duval Guillame Modem per Febelfin, allo scopo di sensibilizzare i cittadini sul tema della privacy online? Poche ora fa l’agenzia ha rilasciato la nuove versione della campagna, un video dal titolo “See how easily freaks can take over your life“.

L’argomento principale rimane quello dei rischi connessi alla iper-esposizione della propria identità online in termini di condivisione di dati personali e finanziari.

Se l’esperimento del veggente Dave, poi divenuto virale e vincitore a Cannes di un Golden Lion, giocava sull’effetto candid, questo secondo video è molto più inquietante e propone un registo comunicativo degno di un film thriller e dei suoi topoi: un uomo inconsapevolmente perseguitato, ed un maniaco che cerca di prenderne le sembianze ed introdursi nella sua vita.

In questo sequel di “Mind Reader“, un attore si insinua come amico nel profilo Facebook di Tom Degroote, per poi spiarne i contenuti condivisi, ricostruire le sue abitudini, i luoghi che frequenta, fino ad arrivare a spacciarsi per lo stesso ragazzo grazie ad un riuscito make up.

Il messaggio di Duval Guillame e Febelfin, la Federazione Belga del Settore Finanziario, non può essere più chiaro:

“I criminali digitali sempre più spesso si presentano come impiegati di banca per convincere le loro vittime a comunicare i propri codici di accesso, come ad esempio la propria password di Internet banking da mobile. Il più delle volte essi usano i dati raccolti online per guadagnarsi la confidenza delle loro vittime, per poi compiere atti illegali.”

Come recita lo stesso copy, la nostra intera identità online è accessibile a tutti (a meno che non siamo bravi a filtrarla e a riconoscere cosa condividere o meno): prima che possiamo accorgercene, qualcuno potrebbe portacrcela via.

Anche questo secondo video riporta al sito SafeInterenetBanking.be, che contiene informazioni utili per una corretta gestione della propria privacy online, soprattutto in merito ai servizi bancari.

Non è immediato capire se ci troviamo di fronte ad una vera e propria campagna o se Tom Degroote sia effettivamente vittima di un’ennesima iniziativa prankvertising piuttosto forte e invasiva. In ogni caso ritieniamo che la campagna catalizzerà su di sè molta attenzione.

Voi cosa ne pensate? Quale dei due video credete riscuoterà più successo? Quale tipo di messaggio vi piace di più per sensibilizzare gli utenti sul tema dell’identità online?

La prima macchia di caffè brandizzata al mondo è di Regina [VIDEO]

Una commodity come la carta assorbente non è facile da promuovere, vuoi per la limitata creatività del loro ambito di utilizzo, vuoi perché difficilmente ci troviamo di fronte a prodotti con un posizionamento netto rispetto ai competitor. Ci vengono in mente solo quando ne abbiamo bisogno, magari perché abbiamo rovesciato del caffè sul tavolo. Ecco il motivo per cui i creativi di Ogilvy Düsseldorf hanno realizzato la prima macchia di caffè brandizzata al mondo.

L’agenzia ha realizzato per Regina questo particolare ambient grazie all’utilizzo di speciali tazze in ceramica le quali, alle base, avevano un particolare timbro riportante il logo del brand. Ogni tazza di caffè versato ha creato dunque un’impronta sul tavolo, occasione perfetta per tirare fuori dalla manica l’asso della carta assorbente Regina.

Credits:

Advertising Agency: OgilvyAction, Düsseldorf, Germany
Executive Creative Director / Copywriter: Martin Seele
Senior Art Director: Simon Goebel
Art Director: David Klenner
Client Service Director: Werner Hesse-Quack
Copywriters: Jessica Branke, Mike Bayfield
Head of Project Management: Hanna von Schultz

La panchina più bella del mondo secondo Virgin

È una giornata come tante a New York. Dopo una stancante giornata in ufficio esci da lavoro e prima di recarti a casa, dove ti aspettano bucato da lavare e fastidiose coinquiline, decidi di fermarti un po’ e goderti il tramonto seduta su una panchina. Così scegli un’invitante panchina rossa inconsapevole di trovarti su ciò che potrebbe essere considerata la panchina più bella del mondo.

Si tratta della ‘Upper Class Park Bench‘ collocata nel parco nei pressi del Flatiron Building a New York da Young & Rubicam per una campagna esperienziale ideata per Virgin. L’idea è quella di mostrare alla gente cosa vuol dire volare con Virgin Atlantic.

Coloro che hanno avuto la fortuna di sedersi su questa panchina sono stati deliziati da un quartetto d’archi, sono stati serviti di champagne e haute cuisine da impeccabili assistenti di volo, hanno assistito ad uno spettacolo dal vivo, che comprendeva anche un nobile destriero, e ad un flash-mob.

Premiato al Cannes Lions di quest’anno nella categoria P.R., questo ambient esperienziale raggiunge senza dubbio il suo scopo, cioè quello di far provare (almeno in parte) l’esperienza di un volo Virgin, che comprende hostess premurose, buon cibo, film e videogiochi.

Sir Richard Branson, CEO di Virgin, ha commentato l’iniziativa con un tweet: “Is this the world’s best bench?

 

Credits:

Advertiser : VIRGIN ATLANTIC AIRWAYS
Product : VIRGIN ATLANTIC
Ad Agency : Y&R New York, USA
Account Executive: Kate Kopperman
Account Director:  Todd Cross
Agency Producer: Melissa Lander
Creative Director: Chris Northam
Creative Director: Eric Jannon
Chief Creative Officer: Jim Elliott

 

Long shadow design: il Flat design rilancia le ombre

Se il Flat design non vi aveva convinto appieno forse sarete contenti di sapere che, proprio quando anche Apple con il suo iOS7 sembrava essersi convertito, qualcosa sembra stia cambiando.

Pare che si stia facendo strada, infatti, un’altra tendenza che, sebbene non volti bruscamente le spalle al Design piatto, vuole accontentare i già nostalgici dello Skeumorfismo: si tratta del Long shadow design.

Letteralmente “Design dall’ombra lunga“, consiste in una progettazione che ripropone le ombre tanto snobbate dal suo predecessore, allungandole in modo da ottenere una grande profondità nonostante l‘estetica rimanga sostanzialmente flat.

E’ ancora troppo presto per pensare che questa nuova tendenza possa rimpiazzare il Design piatto, perciò ci limiteremo a guardarla come a un’evoluzione di quest’ultimo. Del resto, si sa, la mente dei creativi è in costante movimento e non possiamo mai sapere quale novità possa riservarci.

Una cosa è certa: qualunque progettazione, che si tratti di Skeumorfismo, Design piatto o il neonato Long shadow design, deve avere a cuore principalmente un obiettivo: soddisfare l’utente, nel modo più efficace e gradevole possibile.
Quale delle tre tendenze, secondo voi, ci riesce meglio?

Honda, "nelle mani" 65 anni di innovazione [VIDEO]

Quando pensiamo alla parola “ingegneria” solitamente pensiamo a qualcosa che ha a che fare con la tecnica, la scienza, una disciplina fisica e matematica. Un’azienda del settore automotive ha molto a che fare con l’ingegneria. E se vuole raccontare come costruisce le sue macchine, deve raccontare come lavorano i suoi ingegneri. Sbagliato, perché vendere un’auto spesso significa vendere una promessa, uno stile, un sogno. E Honda ha mirabilmente concretizzato questo presupposto nel video “Hands“.

Un’inquadratura fissa, uniche protagoniste le mani di quello che presupponiamo essere uno dei tecnici della compagnia che, preso in mano un piccolo bullone, lo modella e trasforma in decine di forme nuove, modelli di punta o prototipi della “flotta” Honda.

La chiave di lettura é il concetto di fantasia, alla quale siamo introdotti grazie al breve copy iniziale: “Vediamo un po’ cosa può fare la curiosità”.

Molto, a quanto pare, compreso stuzzicare quella del consumatore, di fantasia. I creativi cercano di immergere lo spettatore nell’universo valoriale aziendale di Honda e generare brand reputation positiva, senza passare per il suo prodotto ma focalizzandosi su contenuti prettamente istituzionali, raccontati con un linguaggio diretto e magnetico, quello della finger manipulation.

Sul sito inglese di Honda potete visionare il video corredato da appunti di progettazione dei vari modelli, dei quali troverete una piccola descrizione.

Credits:

Advertising Agency: Wieden + Kennedy, London, UK
Executive Creative Directors: Tony Davidson, Kim Papworth
Creatives: Chris Lapham, Aaron McGurk
Producer: James Guy
Client services: Laura McGauran, Paulo Salomao
Production Company: Nexus
Directors: Smith & Foulkes
Executive Creative Director: Chris O Reilly
Producer: Tracey Cooper
Production Assistant: Fernanda Garcia Lopez
Director of Photography: Clive Norman
Editorial Company: Trim Editing
Editors: Paul Hardcastle and David Slade
VFX Company: Nexus Productions & Analog

Le nuove GeForce GTX 780: eccellenze di tecnologia grafica by NVIDIA

Le nuove GeForce GTX 780: eccellenze di tecnologia grafica by NVIDIA

Le nuove GeForce GTX 780: eccellenze di tecnologia grafica by NVIDIA

Annunciate oggi, 9 Luglio 2013, due nuove schede grafiche Nvidia: Geforce GTX 780 directCU II, sia in versione standard che OC (overclocked).
Prodotti di fascia alta Nvidia con GPU Kepler (GK110), con PCB (printed circuit board) progettato integralmente da Asus, in cui sono stati introdotti diversi aspetti inediti: il sistema di raffreddamento DirectCU II, la distribuzione dell’alimentazione digitale DIGI+VRM e dei robusti condensatori allo stato solido Super Alloy Power.

Disponibili dalla terza settimana di Luglio, a un prezzo di 649 euro (IVA inclusa).

Specifiche tecniche GTX 780 DirectCU II


Le nuove GeForce GTX 780: eccellenze di tecnologia grafica by NVIDIA

Il Modello rispettivamente GTX780-DC2OC-3GD5 e GTX780-DC2-3GD5.
La GPU: NVIDIA® GeForce® GTX 780.
La Frequenza GPU: 941MHz (max boost), 902MHz (max boost).
La memoria conta su 3GB GDDR5, 6008MHz, interfaccia a 384-bit.
OpenGL: OpenGL 4.3 .
Le Uscite: 1 x dual-link DVI-I, 1 x dual-link DVI-D, 1 x HDMI,1 x DisplayPort 1.2.
Software incluso:  ASUS GPU Tweak e driver.
Le Dimensioni: 28,7 x 14,73 x 4,06 centimetri.

Gli ingegneri Asus hanno sviluppato un nuovo schema di dissipazione del calore con heatpipe in rame da 10 mm a diretto contatto con la GPU, invece di utilizzare le heatpipe tradizionali da 8 mm. Questa sola modifica ha consentito di migliorare del 40% l’efficienza nel trasferimento del calore. E’ stata inoltre adottata una ventola dissipatrice CoolTech particolarmente complessa, con una superficie più ampia per lo smaltimento del calore.

Una rigorosa fase di test ha confermato il funzionamento fino a 3 volte più silenzioso sotto carichi elevati rispetto a una scheda reference. Una tale tecnologia si riflette concretamente con una maggiore stabilità in fase di gioco, un ambiente più silenzioso, un margine di overclocking più ampio e una maggiore longevità del prodotto.

La GeForce GTX 780 si pone al di sotto di uno scalino solamente nei confronti della ancor più potente e costosa GTX Titan (6 giga di memoria), di cui condivide la medesima tecnologia GPU Kepler GK110.

Le nuove GeForce GTX 780: eccellenze di tecnologia grafica by NVIDIAComunque sia la GTX 780 può vantare il 50% di memoria in più e il 50% di CUDA Cores in più rispetto alla GTX 680, risultando nel complesso il 35% più veloce del suo predecessore.

Le prestazioni alla notevole risoluzione 2560 x 1600 risulteranno già nettamente migliori anche con gli attuali videogiochi in commercio.

Le nuove GeForce GTX 780: eccellenze di tecnologia grafica by NVIDIA

Non ci resta che aspettare impazientemente i video games della next generation come ad esempio: Call of Duty: Ghosts, Watch Dogs e Battlefield 4.

Qui di seguito potete guardavi l’interessante video ufficiale di lancio presentato personalmente da Tom Petersen, Director of Technical Marketing GeForce.

Robot-parkour, con Rain{indie} bastano due click

Robot-parkour, con Rain{indie} bastano due click

Robot-parkour, con Rain{indie} bastano due click

Rain{Indie} è il modo migliore per insegnare il parkour ai robot. Come dimostra il video poco sotto, grazie a questo strumento sviluppato dalla società americana, Rival theory, bastano davvero pochi click per inserire in contesti interattivi personaggi in grado di effettuare scelte intelligenti e rendere maggiormente dinamico e interattivo il nostro progetto.

[yframe url=’http://www.youtube.com/watch?v=ngxqeJ2HKFU’]

Il primo decennio del 2000 sarà sicuramente ricordato come il decennio dei maker. Viviamo, infatti, in un periodo d’oro per chi ama il fai da te: sono ormai infiniti gli strumenti che permettono di accedere a settori prima altamente specializzati. Con Rain{Indie} cade un’altra barriera, una delle più “dure” e “cattive”, permettendo anche agli hobbisti di accedere alla creazione di Intelligenze artificiali.

Basta procurarsi una copia del famoso motore Unity 3D e installare il plugin di Rival Theory, scaricandolo gratuitamente da Asset Store o direttamente dal sito della compagnia. A questo punto i limiti sono l’immaginazione e la pazienza di guardare qualche tutorial online per capirne il funzionamento. I più esperti, invece, potranno studiare la documentazione dettagliata che permette di sviscerare questo tool nei minimi dettagli e di customizzarlo secondo le esigenze.

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Le applicazioni di Rain{Indie} sono infinite e non si limitano ai videogame: con pochi click è molto semplice creare intelligenze artificiali, utili anche in ambienti virtuali interattivi, showcase e ogni altro progetto che abbia bisogno di un po’ di “vita” in grado di effettuare delle scelte, evitare ostacoli o navigare spazi anche abbastanza complessi.

[yframe url=’http://www.youtube.com/watch?v=x-fW3it4cK0′]

Insomma se avete intenzione di trasformare una boccia piena d’acqua in un acquario pieno di brulicante attività, Rain{Indie} è sicuramente lo strumento più indicato soprattutto per i meno esperti, grazie all’integrazione di  tutta una serie di “aiuti” pensati per facilitare la creazione di intelligenze artificiali reattive e interessanti.

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