Rysto: anche nella ristorazione la ricerca del lavoro diventa social

L’Italia è in crisi. La disoccupazione giovanile è ai massimi storici. È difficile persino trovare un lavoretto part-time.
Al giorno d’oggi il lavoro bisogna inventarselo.

Jacopo Chirici e Massimo Fabrizio lo hanno fatto: tra studio e lavoro hanno avuto un’idea:
si chiama Rysto, è un progetto tutto italiano che rende social la fantomatica ricerca di lavoro.
Coinvolge il mondo della ristorazione, proponendosi di fare da tramite tra chi offre lavoro e chi lo cerca.

Abbiamo chiesto ai due fondatori di questa giovane start-up di illustrarci il loro progetto.

Jacopo e Massimo, potete raccontare ai nostri lettori ninja cos’è Rysto?

Rysto è una piattaforma social focalizzata sulla ricerca del lavoro nel settore della ristorazione.

Il concetto di Rysto si discosta notevolmente dalle classiche bacheche di annunci on-line che vengono utilizzate ad oggi, poichè non solo fornisce la possibilità di crearsi un profilo utente e quindi customizzare il proprio curriculum in un modo tutto social, ma si classifica come un hub di servizi al quale sia lavoratori sia datori di lavoro possono attingere per poter migliorare o addirittura costruire da zero la loro figura professionale.

Ci siamo concentrati su questo settore estremamente verticale poichè, avendo a che fare con un mercato particolarmente dinamico che riscontra fluttuazioni di domanda molto più improvvise rispetto ad altri, abbiamo riscontrato un bisogno urgente degli utenti di informatizzare tutto il processo di gestione del personale che (dispiace ammetterlo) ancora oggi nel 2013 viene eseguito manualmente per il 99% dei casi.

2. Com’è nata l’idea?

Inizialmente l’idea è nata a Massimo Fabrizio il quale, dopo varie esperienze lavorative nel settore, ha visto l’opportunità di trasferire il processo di ricerca e selezione del personale direttamente sulla rete.
Dopo essersi recato a San Francisco per prendere parte alla Start-up School “Mind the Bridge” si è incontrato con Jacopo Chirici, anche lui con vari anni di esperienza nella gestione di ristoranti, e si è formato il team che tutt’oggi è coinvolto nel progetto.
Il concetto su cui si basa la nostra società si è molto evoluto dall’idea iniziale con cui eravamo partiti, ma tendenzialmente possiamo dire che sia da Jacopo che da Massimo l’idea è nata e si è sviluppata su esperienze personali derivanti dalla vita reale.

Cosa differenzia Rysto da altri siti per la ricerca di lavoro?

Ci sono vari aspetti che ci differenziano dai cosiddetti “Big” del settore, uno fra tutti, come ho citato prima, è la verticalità del mercato a cui ci rivolgiamo.
Oggigiorno i siti di ricerca di lavoro sono innumerevoli e tutti hanno cercato di differenziarsi principalmente sulla territorialità o sul prezzo del servizio.

Noi abbiamo invece cercato di guardare al problema da un altro punto di vista, ovvero quello della utilità tangibile sia per i datori di lavoro sia per le persone in cerca di un’occupazione.

Rysto poi non è incentrato solitamente al mettere in comunicazione domanda ed offerta di lavoro, ma abbraccia anche il concetto dell’online training che può portare degli estremi vantaggi competitive alle aziende ma anche ai lavoratori.
Adesso per esempio siamo in una fase di strutturazione di alcuni corsi che verranno forniti sulla nostra piattaforma agli utenti, e con i quali ogni candidato potrà incrementare il proprio profilo attraverso l’acquisizione di un punteggio.

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Quali sono stati i primi passi per realizzare la vostra start up?

Il primo passo fondamentale, come avevamo accennato prima, è stato quello di recarsi a San Francisco per testare da vicino l’ambiente startup e il dinamismo dell’ecosistema Silicon Valley.
In un solo mese siamo stati in grado di prendere parte a numerosi eventi, ricevere immediatamente dei feedback da persone più navigate di noi, allargare il nostro network di conoscenze e chiudere alcuni accordi preliminari.
Abbiamo fatto tesoro di tutta questa attenzione che abbiamo ricevuto e, armati di convinzione, determinazione e volontà di creare qualcosa di importante, siamo tornati in Italia e abbiamo cominciato subito a dedicarci al progetto in modo più consistente.
Quindi abbiamo cominciato a pitchare il nostro progetto nei vari eventi di start-up in giro per l’Europa e tra un commento e l’altro siamo stati anche in grado di trovato il giusto focus su cui oggi tutta la società è basata.

Qual è il vostro business model?

Contrariamente ai classici business model il nostro è un pò più articolato poichè ci rivolgiamo simultaneamente a due target di mercato differenti: I datori di lavoro e coloro che sono alla ricerca di un’occupazione.

Indicativamente il modello è un Freemium a tutti gli effetti per entrambe le parti. Quindi sia i managers dei ristoranti sia gli aspiranti lavoratori possono inscriversi gratuitamente al servizio senza dover pagare nessuna fee. Chiaramente ci siamo concentrati anche sulle operazioni di monetizzazione della piattaforma le quali sono basate su entrambi i modelli B2C e B2B incentrata su servizi accessori che saranno integrati in una fase successiva nel social network.

Ad ogni modo, l’obiettivo principale che ci siamo preposti ad oggi è semplicemente quello di realizzare un servizio intuitivo e immediato per tutti coloro che operano o hanno la volontà di operare in questo settore e cercheremo di fare del nostro meglio per migliorare la piattaforma e massimizzare l’utilità di Rysto sia in Italia che nei Paesi esteri.

Il clan di Ninja Marketing ringrazia Jacopo e Massimo e ci auguriamo di ricevere presto novità sul progetto!

Google e Asus: tanti auguri a tutte le mamme [VIDEO]

Nella giornata di domani, 12 maggio, si festeggia in Italia e in alcuni altri Paesi del mondo, tra cui gli USA, la Festa della mamma. Negli ultimi anni la figura materna è stata spesso soggetto di comunicazioni in cui i pubblicitari hanno tentato di abbandonare la veste di casalinga impegnata nelle commissioni domestiche, preferendo a questa la dimensione emotiva, affettuosa, patemica del rapporto tra madre e figli.

Emblema di questo approccio è senza dubbio lo spot di P&G “Best Job” dello scorso anno.

Per le festa della Mamma alcuni brand hanno creato alcuni spot dedicati, raccogliendo la sfida alla creazione di contenuti dall’alto tasso narrativo e non sfacciatamente promozionali. In particolare Asus e Google, aziende del settore IT che tradizionalmente non hanno alle spalle un consolidato rapporto con il target di cui stiamo parlando, come è invece nel caso di P&G.

Asus promuove il suo notebook Vivo Book nello spot “A Mother’s Touch“, giocando sul concetto di tocco, la tenera carezza di una mamma che rende tutto più dolce, e la ‘gesture’ che ci permette di interagire con i nostri dispositivi tecnologici.

Lo spot presenta una struttura narrativa circolare, dove il prodotto diventa lo strumento magico che permette alla protagonista di rivivere i momenti più belli legati alla storia famigliare, sfogliando tra i vari documenti multimediali archiviati nel portatile: la nascita dei figli, i compleanni, il college, il matrimonio.

Nel corso del video appare anche qualche vecchio dispositivo Asus: i creatori inseriscono così il brand all’interno della cornice famigliare, come se la linea di prodotti Asus che hanno usato fosse cresciuta con loro e facesse parte della loro storia. E infatti lo spot si conclude con una call tra la donna e la famiglia del figlio, ormai padre.

Google ha pensato alla Festa della Mamma con il suo “Here’s to the Moms“. Anche in questo caso la componente mnemonica e sociale ricopre un ruolo importante. Il video, che usa come “scenografia” l’interfaccia dei vari servizi Google, propone frammenti di video reali caricati dagli utenti su Youtube, creando una storia nella storia.

Un racconto collettivo che la tecnologia permette di concretizzare tramite i servizi social. Google mette in evidenza quanti siano i contenuti di tributo alle mamme condivisi al mondo e, senza pedanteria, rende evidente che in molti usano i suoi servizi per farlo.

L’insight comune alle due campagne è quello di ‘tecnologia che unisce’, comunicato attraverso la celebrazione della figura materna. Entrambe usano la strategia del racconto attraverso, a partire dal prodotto, che rimane comunque sullo sfondo. Una strategia differente dalla campagna P&G che, infatti, voleva comunicarsi a livello istituzionale.

Voi cosa ne pensate? Vi sono piaciuti questi video?

Spotify: un'esperienza di social media marketing per le aziende

Spotify logo

Credo che negli ultimi anni la parola crisi abbia soppiantato, in peso nelle conversazioni, qualsiasi altro termine. Non c’è dialogo che non la contenga, non esiste giorno in nessuna delle attività produttive d’Italia – e, lo sappiamo, questo è il secolo della marketingizzazione del quotidiano, dove anche la fiducia diventa formaggio – in cui, espressa o sottintesa, non compaia.

Eppure è anche il momento, questo, in cui startup companies iniziano il loro processo costitutivo quasi rimbalzando sulla crisi, utilizzando di fatto la propria elasticità e quella del sistema per sfruttare terreni non ancora di possesso di nessuno, piantando là la propria bandiera.

Lo abbiamo visto per motori di ricerca, per directories di ricerca, per siti di acquisti tra privati, e poi andando avanti veloce per blog che hanno acquisito importanza nel trend making, per Facebook, Twitter, Instagram (alzi la mano chi non ha fotografato il proprio petto di pollo). Lo sappiamo: una su mille ce la fa (chi si ricorda Lycos? chi Clarence?) eppure quella una su mille c’è.

Ciò che blocca diverse compagnie italiane riguarda proprio la succitata elasticità esterna: laddove in altri Paesi il sistema opera in una sorta di cospirazione favorevole, ossia di fatto spinge a unire le forze, incentiva il lavoro giovanile, opera perché le idee operino, in Italia una mancanza o un’eccessiva cristallizzazione di risorse economiche, burocratiche e organizzative rende tutto questo più complicato. Assai più complicato. Pressoché impossibile, come ci ricorda la nota parodia di uno Steve Jobs napoletano.

Come saltarci fuori? Una delle opzioni è trasferirsi all’estero. La seconda, provarci lo stesso e sperare che lavoro proprio e congiuntura ci rendano primi tra mille. La terza, sfruttare ciò che fanno altri per promuovere il nostro lavoro.

Oggi vorrei parlare dell’uso social di Spotify da parte delle imprese, che siano piccoli commercianti o grandi aziende. Il binomio pagina Facebook e sito internet è diventato infatti ormai una sorta di obbligo, cui le imprese aggiungono ogni tanto account Twitter, eventualmente profili Tumblr, cose così – ma quante zattere senza vela in mezzo al mare!

Molti ancora non conoscono o sono indietro rispetto alla Gamification – in merito alla quale pensiero di chi scrive è che questo sia il percorso del futuro prossimo, già battuto dalle Nike+. Ma Spotify pochi lo usano, se non per piacere personale.

Spotify, lo sappiamo, è quel programma – fortemente innestato nei social media – che permette l’ascolto di musica libero e gratuito, la creazione di playlist, la scoperta di nuova musica; le app poi consentono non solo di unire recensioni ad ascolto (Rockol.it, the Guardian, Rolling Stone Magazine) ma anche di esplorare generi musicali noti per scoprire l’ignoto (Any Decent Music?, Blue Note, Swarm.fm), o addirittura di imparare (Listen Language).

Una delle leggi più rinomate e tradite del marketing riguarda la fidelizzazione del cliente. Quante volte, nel nuovo lavoro che di volta in volta intraprendevo, ho scorso le liste di vecchi clienti per scoprire che… non esistevano liste di vecchi clienti, che alcuni di essi – ritenuti piccoli – erano in realtà colossi a livello regionale o italiano, che altri erano stati mandati a morire perché non seguiti a sufficienza dall’agente locale o dal responsabile commerciale.

Un modo quindi interessante di mantenere un rapporto col cliente può essere quello di creare un’esperienza della vostra impresa, oltreché un’esperienza del vostro prodotto o servizio. Di rendere cioè il richiamo alla vostra impresa connotato positivamente e non controverso o negativo. Di arricchire la vostra brand image con la musica in modo da creare un universo social contributivo.

Ben Harper

Con Taikan abbiamo già analizzato quali possono essere alcune delle potenzialità di utilizzo di Spotify da parte dei brand e con Anakin abbiamo visto come Spotify venga utilizzata da un blog per coinvolgere i propri lettori. Cos’altro aspettare quindi?

Avete una discoteca? Perché non creare una playlist della musica del sabato precedente, in modo che i vostri clienti sappiano quale esperienza aspettarsi, possano ascoltarla in contemporanea, condividerla su FB, commentare?

Avete – invento – un negozio di frutta? Perché non creare una piccola playlist da aggiornare legata a frutta, verdura e al loro consumo, nonché allo stato d’animo che ingenerano?

Perché, per dire, non dedicare mezz’ora al mese a cercare (lo faccio in questo istante, 11.13), creare una playlist e metterla online? Fatto. 15 minuti dopo esatti – nonostante questo pezzo in mezzo, due interruzioni e una mail – una piccola playlist è online.
Pronta, nel caso, a essere condivisa per rendere l’esperienza bidirezionale. Per dare al vostro cliente-utente la sensazione di esser parte di un processo di piacere.

Avete scritto un libro? Ecco una playlist legata al libro stesso – perché chi vi segue possa avere non solo l’eventuale piacere di leggervi, ma quello accessorio di arricchire l’esperienza della lettura o dell’attesa.

Avete un’azienda di prodotti elettromedicali (invento ancora, è per rendere l’idea)? Bene. Oltre che centrarvi su chi siete voi potreste pensare a chi sono i vostri clienti. Visto che il comparto del medicale emiliano è andato in crisi nel dopoterremoto 2012, perché non mettere online una playlist di musica che possa fare da incoraggiamento a chi è là?

Il marketing non è un nemico, né lo è l’uso social. Il nemico è il solo pensiero al profitto – che ha generato danni e ancora ne genera per chi cerca il guadagno immediato a scapito di una politica a largo raggio. Pensate a chi avete di fronte, coinvolgetelo, siate voi social per lui e non viceversa. L’esperienza di accoglienza vi renderà interlocutori più graditi, e questo genera anche un ritorno economico.

Un consiglio. Non ho mai creduto alle aziende che lasciavano di colpo vecchi dettami per seguirne di nuovi. Questo è stato, tra l’altro, uno dei motivi più importanti del crollo di diverse startup della bolla di Internet.

Quindi il mio consiglio è: concentratevi sul prodotto e sul messaggio. Siate i migliori in ognuno dei campi. Solo in questo modo la crisi – questa maledetta – potrà esser superata.

Graffiti tridimensionali per dare luce alle favelas brasiliane

Amore, Bellezza, Orgoglio, Forza, Dolcezza: ecco tutto quello che c’è nel cuore di una favela brasiliana.

Tanto cuore, tanti sentimenti, ognuno con un colore diverso. Vita pulsante, persone che brillano di luce propria, un nucleo di colori. Ecco il concetto che ha sviluppato Boa Mistura, il celeberrimo collettivo di street artists di Madrid, in una favela alla periferia di San Paolo, in Brasile: il progetto si chiama Luz nas Vielas (luce nei vicoli).

Boa Mistura è un gruppo artistico formatosi alla fine del 2001 in Spagna, il cui nome si riferisce alla diversità di prospettive dei 5 componenti: una diversità complementare, messa a frutto per creare insieme qualcosa di unico e coerente. Hanno collaborato con fondazioni come Once, Croce Rossa, Oxfam e Antonio Gala. Alcune delle loro opere sono state esposte anche al Museo Reina Sofia.

Con il progetto Luz nas Vielas, Boa Mistura ha deciso di colorare il quartiere Brasilandia con graffiti anamorfici che rappresentano alcune parole (e concetti) chiave da evidenziare a tutto colore.

Un effetto tridimensionale per cui la parola disegnata, se osservata da una determinata prospettiva, offre uno scorcio suggestivo apparendo come sovrapposta a tutti i piani delle pareti circostanti.

Un intervento di urban art sorprendente: superfici di case affastellate una accanto all’altra, dipinte con colori vivi e omogenei, come a semplificare il paesaggio.

Viene creato un punto di vista privilegiato dal quale si percepiscono i piani multipli di cemento e mattoni, ma in primo piano emerge una parola, il concetto chiave sotteso all’opera, con una forza espressiva grandissima.
Invece di essere in un vicolo, ci si trova improvvisamente immersi in un bagno di colore vivido con un grande concetto che fa riflettere.

Boa Mistura “LUZ NAS VIELAS” English Subtitled from boamistura on Vimeo.

Ecco quali sono i significati che Boa Mistura ha attribuito alle parole dipinte:
Bellezza (Beleza): quella di condividere il progetto con la comunità e aver avuto la possibilità di incontrare le persone che vivono nelle favelas.
Forza (Firmeza): per aver raggiunto un grande obiettivo insieme.
Orgoglio (Orgulho): per essere riusciti a rendere reale questo progetto.
Amore (Amor): “quello tra le persone e per il nostro lavoro”
Dolcezza (Doçura): dedicata a ogni persona che ha completato un pezzo di questo percorso così importante.

E tutto quanto si è svolto in collaborazione con gli abitanti delle favelas: protagonisti su tutti, ovviamente, i bambini.

Il collettivo di “graffiti rockers” per l’occasione ha realizzato anche uno short film, molto emozionante.

Vi piacciono questi graffiti anamorfici, amici ninja?

Ninja Marketing al PIAF 2013: due workshop con Mirko Pallera

Il 21 e 22 maggio i partecipanti al PIAF 2013 si lasceranno sorprendere dai grandi professionisti della rete provenienti da tutto il mondo; un’occasione imperdibile per i dirigenti e gli esperti di comunicazione e marketing che vogliono rafforzare il proprio profilo professionale.

Già vi abbiamo parlato di cosa aspettarvi dal programma di quest’anno.

Da ninja di tutto rispetto quali siamo, non potevamo non presiedere all’evento e infatti il giorno 21 maggio dalle ore 9:00-11:00, Mirko Pallera terrà un workshop esportando il modello “CREATE: HOW TO DESIGN CONTAGIOUS COMMUNICATION (and make the world a better place)”.

Tra gli argomenti presentati all’evento, Mirko Pallera esporrà la genetica del modello in grado di mettere in circolo un’idea virale e chiarirà tutti i dubbi relativi all’esigenza di realizzare un nuovo modello di Copy Strategy con l’avvento del digitale. Il workshop mostrerà un diverso approccio alla strategia e alla creatività: a partire dalle persone, alle tensioni culturali e alle loro esigenze psicologiche, al fine di proporre un nuovo modello per la progettazione di idee contagiose.

Ma il nostro zampino al PIAF non si conclude qui e Mirko Pallera sarà presente anche al blocco EMOTIONS, EMOTIONS,EMOTIONS organizzato per evocare emozioni, passione, fuoco, amore, entusiasmo. Scatenare nelle persone delle reazioni spontanee, ma controllate. Costruire un forte legame emotivo tra marca e cliente: questo è il sogno di tutti i clienti e creatori.

Il workshop emozionale firmato ninja sarà presentato come “EMOTIONS IN MARKETING”(dalle 9:30-12:30)

“Il virale è la condivisione sociale delle emozioni”, ma non abbiamo una mappa per capire l’anima umana e quindi ci si chiede; come possono i marchi essere produttori di emozioni che coinvolgono l’anima? Come può la creatività incoraggiare e ispirare le persone e le imprese ad avere una missione sociale?

Se fisicamente non riuscite a essere a Praga, sapete cosa vi perderete ma, forse, saremo così clementi da aggiornarvi step by step. Stay tuned  😉

Con UrtheCast arriva l'Earth Imaging in tempo reale

Con UrtheCast arriva l'Earth Imaging in tempo reale

Con UrtheCast arriva l'Earth Imaging in tempo reale

Su Google Earth c’è sempre il sole e c’è sempre la stessa macchina parcheggiata fuori da casa mia” questo è quello che puntualmente dice Scott Larson ogni volta che inizia a parlare della sua start-up. Si chiama UrtheCast ed è nata con l’obiettivo di diventare la prima azienda a riprendere la Terra dallo spazio e fornire delle immagini praticamente in tempo reale.

La start-up canadese ha infatti sviluppato una super video camera, in grado di resistere alle temperature estreme dello spazio e di registrare dei video di 90 secondi 150 volte al giorno, ovvero l’equivalente di 2,5 Terabytes al giorno. Questa consistente mole di dati viene poi trasmessa sulla Terra, dove gli ingegneri di UrtheCast le riorganizzano e le rendono disponibili online.

Con UrtheCast arriva l'Earth Imaging in tempo reale

Le foto saranno disponibili online grazie ad applicazioni di terze parti, anche se il vero business della start-up sarà quello di fornire servizi commerciali legati al monitoraggio di particolari indirizzi o eventi. UrtheCast punta infatti a poter offrire video e foto dettagliate di accadimenti particolarmente rilevanti per speciali categorie di clienti: il servizio sembra già destare l’interesse di alcune multinazionali che devono monitorare zone particolari del pianeta per verificare, ad esempio, che gli approvvigionamenti di determinate materie prime avvengano con regolarità.

Coloro che si occupano di informazione, invece, potranno ottenere materiale esclusivo riguardo a qualsiasi cosa stia avvenendo sulla Terra senza dover inviare dei reporter sul campo.

Con UrtheCast arriva l'Earth Imaging in tempo reale

UrtheCast è inoltre in grado di fornire immagini e video della Terra anche di notte, cosa che attualmente risulta impossibile per altre aziende che offrono servizi analoghi. Nonostante possa sembrare sorprendente, il settore delle immagini dallo spazio è caratterizzato da un buon livello di competizione, destinato ad aumentare nei prossimi anni.

L’attrezzatura necessaria a fornire i servizi sarà montata sulla stazione spaziale internazionale, grazie ad un modulo dedicato. Riguardo a ciò Larson spiega: “La gente spesso si chiede a cosa serva quella base spaziale lassù, noi invece stiamo cercando di potenziarne le applicazioni commerciali e fornire dei servizi che i cittadini possono toccare con mano

La start-up ha già raccolto 11 milioni di dollari da una cordata di angel investors e ne attende altri 25 nei prossimi mesi grazie ad alcune operazioni di finanza straordinaria. Se vi sembrano cifre da capogiro, pensate solo che il mercato della cosiddetta “Earth Imaging” varrà circa 4 miliardi di dollari entro il 2018!

Google Now vs Siri: il costo degli assistenti vocali? La nostra privacy!

Il tema della privacy legata alle innovazioni digitali, soprattutto riguardo al web ed alla tecnologia mobile, è costantemente sotto i riflettori. Una cosa è certa:

Ogni nuova evoluzione, miglioria o servizio che ci viene offerto, ci “costa” qualcosa in termini di privacy

Da quanto sono stati inventati i primi sistemi di comunicazione di massa (pensiamo alle trasmissioni radio o via telegrafo) la proporzionale riduzione del controllo completo sulle informazioni che immettiamo nel “sistema” è un dato di fatto, una costante dell’evoluzione, prima analogica ora digitale: all’aumentare delle possibilità offerte da strumenti e servizi integrati di comunicazione, si riduce il controllo che abbiamo sulla nostra privacy.

Ora più che mai, siamo arrivati probabilmente quasi all’apice di questo processo. Le nostre vite scorrono parallele offline e online e le informazioni sensibili che per vari motivi “trasmettiamo” in rete sono pressoché infinite. Social networks, sistemi di comunicazione e messaggistica, dati archiviati in sistemi di storage in cloud, ricerche effettuate online, dati geo-localizzati, foto e video, etc…

Frammenti della ns vita e delle informazioni più sensibili date in gestione ad aziende terze che spesso non ricambiano la generosità degli utenti con policy chiare di gestione di questi dati, anzi, spesso vengono utilizzati per finalità di promozione e marketing.

Big data = Big money?

I nostri dati relativi ad abitudini di consumo, di interessi, affinità, hobby e passioni, etc, hanno un valore incalcolabile per le big company, sopratutto ora che questi colossi riescono sempre di più a relazionare e collegare i frammenti di dati fra loro.

Immaginiamo Google: chi ancora non ha aperto un account targato Mountain View!? I servizi offerti da Google intersecano oramai gran parte delle nostre attività online, e spesso rappresentano proprio le evoluzioni che gli utenti cercano, rendendo di fatto quasi impossibile prescindere dal colosso.

Se (anche se con qualche difficoltà) potremmo riuscire ad eliminare il ns account Facebook e vivere al di fuori del social network n.1 al mondo, difficilmente potremmo vivere il web senza Google.

Apple funziona diversamente, ma il concetto di legame e cessione dei nostri dati è lo stesso: se decidiamo di accedere al sistema chiuso ideato dalla geniale mente di Steve Jobs, Apple ci garantisce tramite i suoi servizi, applicativi e gadget, la migliore esperienza digitale attualmente disponibile, ma ad un prezzo, e non soltanto economico.

È il prezzo che dobbiamo pagare per far si che l’evoluzione digitale continui la sua corsa, fino all’integrazione totale con la vita di tutti i giorni, e ci siamo quasi. Pensiamo ai Google Glass: la linea che divide la vita reale dalla vita digitale si fa sempre più sottile.

Come possiamo difenderci e mantenere il più possibile il controllo sulle nostre abitudini ed informazioni che riteniamo sensibili e che dovrebbero o vorremmo che rimanessero il più possibile private!?

Dobbiamo maturare una consapevolezza digitale superiore di quella che attualmente abbiamo. Dobbiamo conoscere come funziona ad esempio una nuova applicazione e dobbiamo pretendere la massima trasparenza e chiarezza sul trattamento dei nostri dati da parte delle aziende che ci forniscono certi servizi così da poter valutare consapevolmente e decidere in autonomia se la bilancia pende dalla nostra parte oppure no.

Dopo questa (breve) introduzione che spero ti abbia fatto riflettere, spostiamo la lente di ingrandimento sopra i nostri due assistenti vocali:

Come si comportano i nostri Assistenti Vocali: Apple Siri e Google Now

In questo articolo non approfondirò le differenze fra i due, che considero attualmente non proprio confrontabili a meno che si faccia riferimento alle capacità di comprensione ed alle potenzialità offerte perché sono, di fatto, due strumenti differenti: Siri potrebbe essere immaginata come la nostra segretaria personale che segna in agenzia i nostri impegni o invia quella email a nostro comando, mentre Google Now lo vedo come un staff sempre al lavoro (anche quando non serve) per cercare di velocizzare il più possibile l’accesso a informazioni quando queste (forse) ci potrebbero servire e saremmo troppo impegnati per aprire safari. Scherzi a parte, veniamo al dunque.

Sono di pochi giorni fa due notizie importanti riguardanti Google ed Apple: la disponibilità anche sui sistemi di Cupertino di Google Now e le conferme circa il trattamento delle ricerche effettuate con Siri da parte di Apple.

Apple ha dichiarato a Wired USA che conserva informazioni relative alle ricerche fatte tramite Siri per ben due anni! Più precisamente, ogni volta che chiediamo qualcosa a Siri, la registrazione viene inviata ai server Apple che associano ad essa un numero casuale che rappresenta l’utente. Apple precisa che questo identificato non comprende ne ID ne l’indirizzo email ma rappresenta comunque l’utente. Passati sei mesi, Apple dissocia la registrazione audio della richiesta dal numero identificativo, ma non la cancella. Le registrazione, ora anonime, vengono mantenute per altri 18 mesi. La giustificazione di questo atteggiamento nei confronti delle richieste fatte all’assistente vocale di Cupertino è più che plausibile: serve per poter migliore il prodotto, e per effettuare test.

Assistenti vocali come Siri rappresentano il futuro dell’intelligenza artificiale integrata in dispositivi mobili di uso quotidiano: e per crescere, per imparare, hanno necessariamente bisogno di dati.

Altrettanto vero è che la stessa Apple, che sicuramente non eccelle per trasparenza nella gestione dei dati degli utenti, potrebbe fare molto di più: innanzi tutto rendendo disponibili facilmente agli utenti chiare policy con cui gestisce le nostre informazioni tramite i suoi prodotti (come Siri); ed inoltre, potrebbe evitare sin dall’inizio della richiesta di associare le registrazioni agli utenti, come d’altronde dichiara di fare Google con Voice Search.

Google ci fa sapere che le richieste fatte tramite Voice Search sono anonime sin da subito. Una magra consolazione se pensiamo alla mole di dati su di noi e le nostre abitudini che Google assorbe ogni giorno. Probabilmente, non ha bisogno di associare le ricerche vocali registrate agli utenti: già conosce che cosa stiamo cercando e cosa abbiamo cercato sul web (tramite la cronologia delle ricerche), i nostri appuntamenti segnati in calendar, la nostra rubrica telefonica, le nostre chat, conosce i nostri amici, legge le nostre email, sa dove ci troviamo in ogni momento tramite la localizzazione, e così via.

Google coordina, integra, relaziona questi dati fra di loro e grazie a motori come Knowledge Graph riesce tramite Google Now a fornire risposte alla nostre domande, prima ancora che queste vengano fatte! Ma a quale prezzo? La stessa schermata di attivazione su iOS del nuovo Google Now, che richiede il nostro consenso all’attivazione del servizio è pressoché inquietante…

In conclusione: qual’è il maggior pericolo per la nostra privacy?

Siamo noi stessi. Innanzitutto, non siamo costretti ad utilizzare innovazioni digitali come Siri o Now. Nel momento in cui scegliamo di cogliere i vantaggi e le opportunità offerte dal progresso in campo ICT, non possiamo costantemente gridare al lupo al lupo. Certo, alla base di tutto dovrebbe esserci un impegno serio delle aziende e delle autorità competenti, a mettere in campo ogni forma possibile di trasparenza e garanzia a protezione dei nostri dati e della nostra privacy (e si può e deve fare ancora molto); ma soprattutto: usiamo la testa!

Personalmente, non mi preoccupo se Apple registra e conserva le mie richieste o messaggi, quando fanno riferimento al ristorante da prenotare o alla conferma di una riunione. Mi spaventa molto di più vedere scorrere nel flusso notizie di Facebook foto di patenti e documenti in genere che quotidianamente le persone caricano, magari per sfoggiare la maggiore età acquisita o l’ottenimento della tanto agognata licenza di guida.

Più impegnative sono le richieste di informazioni necessarie a Google Now per cercare di essere utile all’utilizzatore, in quanto senza dati gps, cronologia ricerche, email, calendari, etc, difficilmente potrà anticipare le nostre richieste… e quindi?

Siamo noi i primi garanti della nostra privacy. Siamo noi che dobbiamo per quanto possibile tutelare i nostri dati, evitando cattive abitudini del web, consapevoli che ogni nostra attività online contribuisce a rivelare qualcosa di noi.

Come si dice: Aiutati che… Google ti aiuta!

O forse non era proprio così… E te? Sei disposto allo “scambio” o temi per la tua privacy?

Come creare lo slogan perfetto: ce lo insegna il 5° episodio di "Nei tuoi panni"

Continua la settimana del reality in azienda “Nei Tuoi Panni” di Findomestic e, finita la prima prova, i concorrenti sono chiamati ad una nuova sfida.
Quella raccontata nel nuovo episodio inizia con una provocazione.

Perché un’azienda dovrebbe evitare un menù a base di riso in bianco

Al tavolo delle riunioni oggi si discute del lancio di un nuovo prodotto, il Conto Deposito per i Risparmiatori, e sui fogli a disposizione si legge un menù a base di riso bianco dalla prima portata al dessert: metafora riferita alle parole del giudice Alessandro nella prima puntata:

“I clienti sono diversi, le esigenze sono diverse, i momenti della vita dei clienti sono diversi e quindi abbiamo bisogno di proporre una vasta gamma di prodotti”.

Questo è l’ambito della seconda prova, capire cioè come ribaltare un menù non adatto alle esigenze dei clienti e vestirlo con un claim specificatamente pensato ala sua promozione.

Così i 6 partecipanti, che stavolta vengono organizzati in coppie, iniziano a lavorare alla nuova sfida, affiancati da un nuovo consulente, Gabriele, esperto in nuovi prodotti, che spiega loro in cosa consiste nello specifico il Conto Deposito.

Dai valori al claim: come si lavora allo slogan perfetto

Sulla base delle caratteristiche del Conto Deposito, cioè Zero Vincoli – Zero Costi – Massimo Rendimento, Gabriele lancia la prima sfida: creare uno slogan adatto a lanciare questo prodotto e far conoscere i suoi valori.
Le coppie di sfidanti, che cambieranno di volta in volta, alla fine si accordano su queste soluzioni:

1. Salvo e Luca
Claim:

“Meglio gli interessi oggi che perderli domani”

2. Antonella P. e Maurizio
Claim:

“Come tu mi vuoi, dei soldi fai quello che vuoi”

3. Antonella M. e Marcello
Claim:

“Il Savadanaio che ti rende libero e che dà certezza al tuo futuro”.

Per ora la prova si ferma e presto si conosceranno i nuovi passi della grande sfida Findomestic.

I giudici intanto si aprono a quale considerazione che ha guidato le loro decisioni: Salvo e Luca hanno ideato un claim che crea ansia e se quello che loro intendono comunicare si capisce meglio con le frasi inserite dopo il claim, questa è un’operazione che non sempre si può fare. Invece le altre due proposte sono già maggiormente aderenti alle caratteristiche del prodotto, che lo descrivono efficacemente sulla base dei valori di cui vuole farsi promotore.

Insomma, dalle parole dei giudici si capisce che viene privilegiato più l’aspetto di valorizzazione invece di quello puramente marketing, cioè di definizione del prodotto: viene scelta lo slogan di Antonella e Maurizio, “Come tu mi vuoi, sei soldi fai quello che vuoi”.

E voi cosa ne dite? Quale proposta avreste fatto?

Ci diamo appuntamento al 14 maggio

Nel prossimo episodio, che sarà online dal 14 maggio, si lavorerà ad un altro prodotto ancora, ovvero alle Carte di Credito e Assicurazioni. Intanto è sempre possibile seguire il reality sul sito neituoipanni.findomestic.it e sulla fanpage Facebook.
Alla prossima!

(continua…)

Muoviti come un vero ninja, viaggia con Uber! [GIVEAWAY]

Un vero ninja non resta a guardare, ma agisce! Per questo l’avventura di Crisitina Fontanarosa in Uber ha portato un graditissimo e innovativo regalo per i lettori e i fans di ninjamarketing.

State seguendo l’appassionante diario della nostra Cristina come Community Manager per l’azienda americana da poco sbarcata anche in Italia?

Conoscete già il servizio mobile di noleggio con conducente offerto da Uber ma non l’avete ancora provato?

Un regalo per i lettori Ninja

Ninja Marketing vi offre la possibilità di sperimentare gratuitamente il nuovo modo di spostarsi in città, con tutti i comfort di un autista personale e di un’auto di alta categoria.

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Icone storiche: ecco come vestirebbero nel 21esimo secolo

Vi siete mai chiesti che aspetto avrebbe mai potuto avere la più famosa tra le regine di Francia, Maria Antonietta, se fosse vissuta nel nostro tempo? E Shakespeare? E la Regina Elisabetta?

Il canale storico inglese Yesterday ha commissionato alla storica Suzannah Lipscomb una serie di cinque artworks per mostrarci come apparirebbero oggi alcune icone storiche per eccellenza, trasformando Shakespeare in un moderno ed androgino hipster e vestendo Maria Antonietta con abiti di stilisti famosi, senza dimenticare Enrico VIII, la regina Elisabetta e l’ammiraglio Nelson. 

Ecco le incredibili immagini, raccontate al meglio dal Telegraph.