Il primo video musicale creato ai raggi x [VIDEO]

Ipnotico, avanguardesco, a tratti “kubrickiano” il video del nuovo singolo di Sivu: “Better man that he”. Un susseguirsi quasi concentrico di risonanze magnetiche raccolte e montate in un videoclip musicale dal regista Adam T Powell, che vede un cranio cimentarsi nell’esecuzione della canzone.

Un pezzo dal testo introspettivo, coniugato perfettamente dalle immagini del video, cantato da una voce dolce sulla melodia di un trascendentale piano che sfocia in un delicatissimo beat. Non manca un ritornello contagioso che si ripropone per tutto il video.

Non si tratta solo di un esperimento, riuscito brillantemente, di virtuosismi digitali: l’ idea che ha portato il cantante inglese a ricercare un video non convenzionale e scomodare i raggi x nasce dall’idea di dare rilevanza al progetto di ricerca del Bartholomew’s Hospital.

Si tratta della ricerca per la cura dei bambini affetti da cheiloschisi o labioschisi: la malformazione del labbro o del palato volgarmente nota come “labbro leporino”. Da qui l’idea di realizzare il video con un mashup di immagini registrate dallo scanner MRI.

Difficile non restare colpiti dall’innovativa e inusuale tecnica utilizzata dall’emergente cantante britannico che segue la tendenza, lanciata qualche anno fa dagli OK Go e di recente sempre più frequente, di accompagnare un brano inedito con un video di impatto che, soprattutto grazie ai nuovi canali di diffusione quali Youtube e Vimeo, possa regalare un’importante visibilitá nel panorama musicale.

L’esperimento di Spies: vacanze al sole per ricaricarsi [VIDEO]

Chi di noi non sogna, anche in questo istante, di lasciarsi andare ad una vacanza rigenerante per staccare la spina dalla frenetica routine e ricaricare le batterie? Sembra proprio che Spies Travels ci abbia preso in parola!

La più grande compagnia di viaggi Danese ha compiuto uno studio per scoprire quanta energia si ottiene da una vacanza al sole rispetto ad un deprimente soggiorno al gelo danese.
L’esperimento è stato realizzato presso il Technical Institute of Denmark; l’idea dell’agenzia Robert/Boisen & Like Minded assolutamente geniale e divertente.

Due manichini, dotati di oltre tremila micro pannelli solari, sono stati protagonisti di un’insolita vacanza di una settimana: Soren inviata al sole della Gran Canaria, Urik bloccato dalla neve in Danimarca. Al loro rientro, dopo sette giorni, vari test sui due robot, tra cui quelli per testare la resistenza in camera da letto e sul posto di lavoro, hanno dato un chiaro responso: per ricaricarsi al meglio occorre una bella vacanza al sole!

Risultato facile da indovinare, resta l’originalità del video…e la speranza di una vacanza rigenerante anche per noi 😀

The Feed di Getty Images: le tendenze sui social network diventano immagini

In un momento in cui la crisi sembra non risparmiare il mondo dell’editoria, l’Agenzia fotografica Getty Images propone un’applicazione innovativa. Una connessione con i social network che permette di evidenziare l’ampia gamma di contenuti Getty Images in base agli argomenti e alle conversazioni di tendenza.

La strategia sembra essere indirizzata verso una maggiore presenza dell’agenzia fotografica nel mondo social, che grazie alla rete riuscirebbe a dare più rilevanza ai contenuti di cui dispone, presentando immagini inerenti le notizie, gli eventi sportivi e gli aggiornamenti dal mondo dello spettacolo che fanno discutere gli utenti sulle diverse piattaforme social.

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La società è impegnata a innovare costantemente e a scoprire nuovi metodi per connettere i brand ai rispettivi clienti attraverso i contenuti, in modo da essere funzionale agli obiettivi di business.

Che  l’agenzia fosse avvezza all’utilizzo di un sistema di tracciamento delle tendenze ne avevamo già avuto le prove con il progetto Curve di Getty Images che – identificando i cinque visual trend che avevano guidato branding e advertising del settore finanziario nelle maggiori campagne di tutto il mondo – ha portato alla realizzazione di un report sulla comunicazione visiva. Fino ad arrivare ad esplorare il concetto di social photography e di come questa condivisione stia cambiando il modo di raccontare storie di brand e di persone.

“A furia di raccontare le sue storie, un uomo diventa quelle storie. Esse continuano a vivere dopo di lui, e così egli diventa immortale.”

Big Fish – Le storie di una vita incredibile” di Tim Burton

The Feed, implementato con l’API di Twitter, recupera i trending topic individuati dal social network per poi ripescare dal server di Getty Images la foto relativa a quel determinato argomento di discussione.

Sul profilo Twitter @FeedMeGett ogni ora si twitterà un’immagine di tendenza e risponderà in tempo reale alle richieste di contenuti. Inoltre è possibile utilizzare l’hashtag dedicato #thefeed per rilevare le conversazioni relative all’applicazione e richiedere direttamente le immagini del momento.

Sulla Pagina Facebook di Getty Images sono state create timeline tematiche che sfruttano The Feed per fornire immagini delle tendenze riguardanti:

 

 

Cosa ne pensate?

L'effetto recency inganna le scelte degli investitori

Chi l’avrebbe mai detto che il modo di dire “avere la memoria corta” avrebbe giocato un ruolo decisivo persino in politica nelle elezioni presidenziali e nelle scelte degli investitori.

In psicologia viene definito effetto recency ovvero la tendenza istintiva dell’uomo, nel momento in cui deve prendere una decisione importante, a usare come metro di valutazione l’immediato passato per provare a indovinare l’andamento dell’immediato futuro.

Un esempio dell’applicazione pratica di questo principio? Prendiamo le ultime elezioni presidenziali in America. La vittoria di Barack Obama era stata anticipata da una ricerca condotta dall’economista americano Morgan Hausel sulla base dell’andamento dei mercati finanziari.

Secondo gli studi condotti da Hausel ci sarebbe infatti una corrispondenza tra l’andamento della borsa e dell’indice Dow Jones nei mesi antecedenti le elezioni politiche e il risultato delle stesse. Ad esempio esaminando il caso Obama, durante la sua prima legislatura l’indice Dow Jones ha fatto registrare una crescita del 20,2% con un incremento nei mesi precedenti le elezioni, guadagnando ben il 90% delle possibilità di un futura rielezione. Previsione corretta se si considerano i risultati.

Questa correlazione tra l’imprenditoria e la politica è in realtà sempre esistita. Infatti fin dalle primissime elezioni in America negli inizi del 1900, l’andamento dell’indice Dow Jones nei due mesi antecedenti “l’Election Day” ha predetto con successo il vincitore nell’almeno il 90% dei casi. I risultati positivi di Wall Street giocano a favore del presidente in carica mentre ovviamente una flessione negativa favorisce l’avversario.

Poco ha invece influito il disastroso andamento del mercato del lavoro.

Sebbene il tema delle elezioni politiche Americane del 2012 fosse il lavoro e l’elevato tasso di disoccupazione, questo in realtà non ha inciso sulla scelta degli elettori. Infatti sempre secondo lo studio di Morgan Hausel, durante il primo mandato di Obama, il tasso di disoccupazione è passato dal 7,8% all’ 8,1%.

Questo non ha però impedito all’allora neo uscente presidente di essere rieletto, perchè un’elevata percentuale di disoccupati ha preferito non andare a votare, al contrario degli azionisti e degli imprenditori che hanno fatto sentire a propria voce dando pieno consenso a colui che ha dato un impulso ai mercati finanziari.

Forse sembrerà scontato sottolineare ancora una volta il ruolo decisivo della finanza in politica e dire che i soldi regolano il mondo, ma c’è di più; l’effetto recency che sembra influenzare le scelte degli investitori. Dimenticarsi del passato remoto e ricordarsi, forse per convenienza o semplicemente per natura del passato prossimo senza dare peso alle conseguenza che questa scelta possa avere.

Un errore, quello della memoria corta, che gli investitori dovrebbero evitare o dal quale invece traggono vantaggio?

La riposta ai posteri, o meglio ai mercati finanziari.

Vine e Twitter: la vittoria del contenuto?


La settimana scorsa vi abbiamo presentato una novità molto interessante: il lancio della piattaforma Vine da parte di Twitter (potrete leggere qualcosa al proposito nel post Twitter lancia Vine ed entra nel mondo del video hosting [BREAKING NEWS]).

Un’innovazione che avvicina ancor di più Twitter alla completezza esperienziale di Facebook, in termini di possibilità riguardo la content creation: con quest’applicazione, infatti, oggi anche sul sito di microblogging più utilizzato al mondo è possibile produrre contenuti inediti sotto forma di video, un po’ come accade già da qualche tempo su Facebook.

L’aspetto su cui, però, la scorsa settimana non ci siamo soffermati a sufficienza riguarda le modalità di produzione, che nel caso di Vine assumono i contorni impressi dal format di Twitter: la brevità. 140 caratteri alfanumerici corrispondono, in termini di immagini in movimento, 6 secondi. Un periodo sufficiente per generare una storia, o comunque articolare un contenuto di senso compiuto.

Avete provato, in questi sette giorni? Noi sì, e il risultato è tutto sommato divertente 😀

La cosa che colpisce di più è come il lancio di Vine coincida con una necessità formale di comunicazione (la mancanza di uno strumento integrato con il social network in grado di veicolare video), sommata però a un format preciso e delineato, quello della brevità appunto.

Twitter sceglie di operare un taglio drastico con le possibilità degli utenti di content creation, dando delle linee guida precise e indiscutibili (il supporto dei 6 secondi, appunto) che però rispetta in pieno la peculiarità della piattaforma. Non un clone di YouTube quindi, dove è possibile uploadare contenuti di durata indefinita, ma uno strumento che non esisteva prima, in grado di supportare Twitter nel suo essere unico.

L’accoglienza degli utenti è ancora da testarsi, Vine è giovane e sicuramente tutti gli utilizzi che se ne potranno fare, sia a livello personale sia da parte dei brand che vogliono comunicare con il proprio pubblico, sono ancora da individuarsi con precisione, anche se sembrano esserci molti spazi da esplorare. Alcuni bug, come ad esempio la possibilità di pubblicare contenuti a luci rosse, sono stati risolti scongiurando così il pericolo che l’app venisse estromessa dall’Apple Store.

Nonostante queste (fisiologiche) fasi di assestamento, un aspetto è comunque chiaro: il lancio di questa piattaforma ha tenuto conto, prima che delle possibilità tecnologiche che la Rete offre, del contenuto come elemento primario di valutazione.

Limiti imposti dall’alto ma che rispettano in pieno, come sottolineato in precedenza, le peculiarità del sistema dei 140 caratteri, la necessità di accelerare non soltanto la comunicazione ma anche la produzione (in questo Vine è eccezionale, dato che permette agli utenti di realizzare il montaggio delle sequenze video durante la registrazione delle stesse) del contenuto.

Il social network pone limiti fin dal processo di content creation: impone di immaginare in un certo modo, interpretare l’esperienza in un certo modo, con tempi predeterminati, con canoni precisi. E, paradossalmente, sono quei limiti a non snaturarlo, portando all’estremo la libertà dell’utente.

Se vuoi postare su Twitter video lunghi, prodotti con cura, magari girati con garbo e attenzione e montati con un’accurata postproduzione, puoi farlo attraverso YouTube o Vimeo: ma saranno comunque elementi esterni a quel linguaggio, e Twitter non farà altro che fungere da cassa di risonanza. Se invece vuoi parlare nella lingua di Twitter con i video, con Vine puoi farlo: gli utenti lo capiranno, perché sarà prodotto nel linguaggio corrente dell’ecosistema digitale che lo ospiterà.

Vine è, insomma, la dimostrazione di quanto il contenuto stia diventando predominante nella concezione anche di piattaforme nuove. Un passo avanti e decisivo, che ancora una volta sottolinea come la vera ricchezza della social sfera non siano le piattaforme che compongono questo sistema, ma gli utenti che lo abitano!

Che ne pensate, amici lettori?

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I 5 risvolti più importanti dell'evoluzione mobile

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Sono passati poco più di 5 anni da quando Steve Jobs presentò il primo iPhone: il device che, tra le altre cose, ebbe il merito di portare la cultura mobile alle masse. Già dalla seconda metà degli anni ’90 Nokia e Blackberry tentarono l’innovazione attraverso dispositivi che erano più di semplici cellulari con fotocamera (il 9500 Communicator era il sogno di ogni adolescente cresciuto con il principe di Bel-Air), ma i prezzi erano poco accessibili e l’idea troppo avanti con i tempi.

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L’ingresso e la diffusione di smartphone sul mercato ha determinato numerosi cambiamenti nella società: dal modo di fare le foto al processo selettivo nello shopping passando per l’istruzione, senza contare le app che ci permettono di fare davvero di tutto. Oggi vi presentiamo 5 esempi brillanti attraverso i quali si mostra, nel bene e nel male, come l’evoluzione mobile ha cambiato la nostra vita ed il nostro modo di fare.

Ostacola le interazioni casuali

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Angry birds quando aspettiamo l’autobus, Evernote per non dimenticarci la lista al supermercato, Shazam per conoscere il titolo della canzone in radio. Le potenzialità che gli smartphone hanno acquisito in questi ultimi anni sono portentose, ma ostacolano le Random Interaction: gli scambi comunicativi che due persone possono effettuare in comcomitanza di variabili totalmente casuali. Ciò che spesso non abbiamo presente è che da un’interazione casuale può nascere un rapporto fondamentale! Un ricercatore finlandese raccoglie nel Tumblr “We Never Look Up” i migliori scatti degli incontri quotidiani con le persone intente al proprio smartphone.

Intensifica le comunicazioni

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Il mobile traspone il piano delle comunicazioni interpersonali, che adesso avvengono nel virtuale quanto nel reale; il poter raggiungere persone distanti in modi diversi intensifica la frequenza delle comunicazioni, riducendo progressivamente il tempo di acquisizione del messaggio e di elaborazione di una risposta. Sherry Turkle, ricercatrice del MIT, ha analizzato il fenomeno dell’evoluzione mobile nel suo nuovo saggio, “Alone Together”. Il pensiero di Sherry può essere riassunto così:

 “Siamo così impegnati a comunicare che non abbiamo più tempo di pensare e di instaurare legami autentici. Il dispositivo e i programmi danno all’utente un’illusione di maggior controllo sulla propria vita. [In Realtà] Il mondo produce più informazioni di quante non si possano elaborare; è una corsa che non possiamo vincere. Chi vuole essere veramente creativo e realizzare qualcosa deve ritirarsi [dall’essere perennemente connessi, NDR]”

Ecco l’illuminante intervento di Sherry intervento al TED dell’Università dell’Illinois

Collega il mondo

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Il mobile non intensifica le comunicazioni solo nella temporalità, ma anche nello spazio: secondo il rapporto della World Bank del 17/07/12, tre quarti del mondo hanno accesso alla tecnologia mobile. Si tratta di un risultato che in occidente diamo ormai per scontato, ma nei paesi emergenti nascono nuove ingegnose applicazioni, dimostrando che la bontà di uno strumento sta nel fine del suo utilizzo; ecco gli esempi elencati nel rapporto:

  • In India, il programma di Mobile Governance dello stato del Kerala ha sviluppato oltre 20 applicazioni mobile, consentendo più di 3 milioni di interazioni tra governo e cittadini da Dicembre 2010;
  • In Kenya il Mobile Payment ha assunto un ruolo fondamentale;
  • In Palestina una nuova app, Souktel’s JobMatch aiuta i giovani a trovare lavoro. I giovani laureati hanno ridotto il tempo passato a cercare lavoro da una media di 20 settimana ad una settimana o meno, riscontrando inoltre un incremento nel salario fino al 50%.

Miniaturizza la biblioteca

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Sin dal primo Kindle è possibile portare con sè centinaia di volumi in un unico dispositivo; la cosa interessante è che stanno nascendo numerose piattaforme per il download o anche il noleggio di ebook, proprio come se lo prendessimo dalla biblioteca; esemplare è il caso della Media Library della sala borsa di Bologna, dove si possono scaricare quotidiani, libri e riviste in formato digitale. I libri sono in formato criptato che si autoeliminano in 14 giorni.

Fa invecchiare prima le generazioni precedenti

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Chi ha vissuto da adolescente i mitici anni ’90 si è ritrovato tra le mani la possibilità di contattare chiunque, a dei costi abbastanza sostenuti. Il Nokia 3310, praticamente indistruttibile, è stata l’icona di quella generazione, insieme al Sony-Ericsson T10, blu modello flip. Adesso con i mobile devices si possono fare cose che semplicemente prima non si potevano fare. E la velocità con la quale cambiano i modi per comunicare fa si che molte persone non sappiano più dove va il mittente e dove il destinatario su una busta da lettere.

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Windows ultimamente ha fatto leva sulla nostalgia della ’90 generation. Sia nel video che nell’infografica che segue viene sottolineata la potenzialità degli strumenti mobile: il superamento di limiti che diamo ormai per scontati.

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Se siete nati anche voi in quegli anni, proprio come me vi ritroverete in quanto mostrato in questo articolo. Visto il passato, come vi immaginate il mobile del futuro? 

Qual è il tuo startup style?

Qual è il tuo Startup Style?

Dietro un grande uomo di successo, c’è sempre una grande donna“, volendo riadattare questa famosa verità al nostro caso ci sentiamo di affermare che “Dietro una grande startup di successo, c’è sempre un grande imprenditore“, con un carattere ben definito e uno stile preciso.

Gli imprenditori sono persone che si mettono in gioco, che rischiano tutto per trasformare la loro visione in realtà. Le caratteristiche comuni ad ogni startupper sono indubbiamente la motivazione, l’innovazione e l’intraprendenza. Tuttavia il mondo è bello perché è vario, così come anche il mondo del business è bello perché composto da diversi tipi di businessman.

In un’infografica Bizsugar.com ha cercato di delineare le principali caratteristiche delle varie tipologie di imprenditori presenti nel mercato.

La startup rispecchia le caratteristiche del proprio fondatore

Qual è il tuo Startup Style? L’esibizionista
La sua impresa è la sua vita. Non perde occasione per ricordare al mondo intero quanto sia grande e potente la sua società. I suoi vestiti portano il suo marchio, il suo modo di parlare e di relazionarsi con le persone è lo specchio dei valori che caratterizzano la sua Startup.
Due showmen per eccellenza sono Sergey Brin e Larry Page, fondatori di Google.
Qual è il tuo Startup Style? Il bambino prodigio
Giovani fenomeni, preparati e pluri-laureati che hanno trovato la loro strada nel mondo del business, spesso portando avanti progetti sul Web. Come non citare Zuckerberg, che a soli 28 anni è a capo di una delle più grandi fortune del mondo.
Tra gli altri “giovani eccezionali” possiamo citare anche Catherine Cook, co-founder di MeetMe
 Qual è il tuo Startup Style? L’appassionato
E’ colui che meglio di chiunque altro ha saputo cogliere le sue capacità e le sue passioni, trasformandole in business. Per lui l’impresa non è fatica, ma puro godimento!
Un esempio calzante è Hugh Hefner, CCO della Playboy Enterprises. Sicuramente Hugh ha capito subito cosa gli interessava di più, e come farci i soldi.
 Qual è il tuo Startup Style? Il Networker
Le parole le sa usare davvero bene. Con la sua parlantina sarebbe in grado di vendere la sabbia nel deserto! Ha una fitta rete di conoscenze ed sempre presente ai grandi eventi per conoscere e farsi riconoscere.
Chi meglio di Shawn Parker, membro del team di sviluppatori di Facebook, potrebbe definirsi un Networker?!
 Qual è il tuo Startup Style? Il Tecnofilo
Più della passione per il suo business, lui è manifestatamente innamorato delle nuove tecnologie. E’ convinto che senza l’innovazione il mondo non andrebbe avanti. Non uscirebbe mai di casa senza un cellullare o un tablet di ultima generazione.  Un chiaro esempio è Steve Wozniak, co-founder della Apple, che ha dedicato la sua vita alla tecnologia.
Qual è il tuo Startup Style? Il Mezzobusto
L’unico completo che abbia mai indossato comprende una bella giacca e una magnifica cravatta, entrambi abbianati a dei…mutandoni! Grazie a Skype la vita è molto più facile. Di solito è a capo di Web Startup. Kevin Rose, fondatore della Digg.com, rende bene l’idea 😉
Qual è il tuo Startup Style? Il Pantofolaro
Mentre tutto il mondo corre di quà e di là con un’inseparabile ventiquattrore, lui invece se ne va in giro per casa con le sue inseparabile pantofole. Ma dietro la sua comoda mise si nasconde un vero genio, che ha saputo costruirsi un impero rimanendo tra le mura domestiche! Reid Hoffman, di Linkedin sebbene non classificabile come un pantofolaro, rende bene l’idea!
Qual è il tuo Startup Style? La Mamma nel Web
Perchè tenersi i propri consigli per sè? Queste mamme l’hanno capito bene che offrire la propria esperienza sul web, non può che portare buoni frutti! Aprire un blog e seguirlo quotidianamente non è una cosa così facile come sembra. Essere aggiornati costantemente è un must! Heather Armstrong, fouder di Dooce, conferma e sottoscrive!
 Qual è il tuo Startup Style? Lo Sporco Geniaccio
Chi ha tempo per fare una doccia? Il business non aspetta! Lui ha naso per gli affari e tiene tutti i suoi file in perfetto ordine in lunghi ed aggiornati database.
Il creatore di GNU, Richard Stallman non ha perso tempo a trovare la sua strada nel mondo del business.
 Qual è il tuo Startup Style? Il Motivato
Fare di un’idea e di un bisogno insoddisfatto il proprio stile di vita e ragione d’essere. E’ una figura spesso molto attiva nel settore ambientale, animalista o della cura della persona, come ad esempio Anita Roddick, fondatrice della catena The Body Shop.

Tutte le strade portano a…una startup!

Qual è il tuo Startup Style?

Bizsugar.com prosegue nella sua ricerca portando alla luce altri dati molto interessanti:
– Il 57% degli startupper hanno un’età compresa tra i 25 e i 44 anni, solo un temerario 10% si è lanciato in una nuova avventura imprenditoriale con più di 55 anni alle spalle;
– Il 65% degli startupper non sono laureati;
– Il 64% guadagna tra i 21.000 e gli 80.000 dollari all’anno;

La dedizione riunisce tutti

Qual è il tuo Startup Style?

Al di là di tutte le possibili differenze, gli Startupper sono legati da un filo rosso che conduce ad un’importante caratteristica: la dedizione.
L’86% degli startupper ha creato il proprio impero perchè mosso da intraprendenza, indipendenza e rispetto per il mondo del business, quindi non solo per la pura necessità di guadagno.

LinkedIn introduce 2 nuove funzionalità per le pagine aziendali

Senza ombra di dubbio il 2012 è un stato un anno ricco ed intenso per tutti i social media. Fra questi, LinkedIn può essere considerato uno dei principali protagonisti. Tra aggiornamenti e nuove “social features”, il raggiungimento di 200 milioni di utenti e il restyling completo del profilo personale così come delle company page, il business social network numero uno al mondo non ci ha certamente lasciato dormire sugli allori 😀

Come abbiamo visto in “LinkedIn: tutte le funzioni indispensabili per far decollare le vostre company page“, le nuove LinkedIn company page si stanno rivelando uno strumento di marketing e business molto efficace,  caratterizzato da un aggiornamento e un arricchimento continuo per offrire sempre nuove potenzialità e opportunità di marketing per le aziende.

Ecco allora, proprio in quest’ottica, due recentissime novità di cui potreste non esservi accorti (non c’è stato infatti nessuno annuncio ufficiale ;-)): la possibilità di condividere diversi tipi di contenuto multimediale e quella di portare in primo piano i gruppi a cui si appartiene. Scopriamole insieme!

Non più solo link. Condividete contenuti multimediali.

 

Anche se con il rilascio delle nuove pagine aziendali gli aggiornamenti hanno ottenuto una posizione di maggior rilevanza (sono stati infatti spostati in alto nel profilo), fin’ora era possibile solamente pubblicare un aggiornamento ‘incollando’ direttamente il link nello spazio bianco dove veniva suggerito di condividere un articolo, porre una domanda o pubblicare un’offerta speciale. Ma LinkedIn sembra ora aver ben compreso l’importanza e l’efficacia di contenuti che non siano solo testuali, decidendo di dare la possibilità alle aziende di aggiungere una nuova dimensione ai propri aggiornamenti con contenuti multimediali accattivanti: immagini, file, presentazioni, video,  ebook, whitepaper, webinar e infografiche!

Contenuti personalizzati che possono e dovrebbero essere sfruttati come una leva per meglio comunicare la propria identità e la propria presenza, raggiungere il maggior numero di contatti e migliorare la qualità delle relazioni all’interno del proprio network. Quanti più contenuti propri, interessanti, in grado di colpire l’attenzione si possono condividere, tanto più facilmente professionisti, potenziali clienti e/o business partner si potranno raggiungere 😉

Come funziona? E’ davvero molto semplice. Basta seguire questi 3 passaggi:

1. Cliccate sull’icona a forma di “graffetta” nel riquadro di condivisione in alto.

2. Scegliete il tipo di contenuto da allegare

3. Aggiungete un titolo e una descrizione per poter meglio mettere in risalto il documento

4. Cliccate sul pulsante “Condividi”

Ecco fatto! Qualsiasi contenuto multimediale abbiate scelto, lo troverete ora pubblicato negli aggiornamenti del vostro profilo aziendale!

Mettete in risalto i gruppi sulla vostra pagina aziendale

Oltre al profilo personale e alla pagine aziendali, uno degli strumenti più apprezzati ed efficaci in LinkedIn è costituito dai gruppi, che offrono l’opportunità (se si partecipa attivamente) di collegarsi con persone, brand,  professionisti, esperti del vostro settore, creare il proprio network e diventare dei punti di riferimento, degli influencer e/o opinion leader aumentando, così, le possibilità di ottenere contatti e richieste.

Con il rilascio delle nuove company page, i gruppi  risultavano (poco) visibili nella parte finale del profilo. LinkedIn ha trovato soluzione a questo piccolo problema introducendo una nuova funzionalità. D’ora in poi sarà infatti possibile portare in primo piano nella vostra pagina aziendale fino ad un massimo di  3 gruppi.

In che modo? Anche questa volta basta seguire qualche breve e semplice passaggio:

1. Cliccate sul pulsante blu “modifica” nella parte superiore della vostra company page

2. Scorrete in basso verso la sezione “gruppi in primo piano”

3. Iniziate a digitare il nome dei gruppi che volete promuovere (ricordatevi fino ad un massimo di 3)

4. Quando avrete finito cliccate sul pulsante “pubblica” in alto a destra. Attenzione: potete promuovere solo gruppi di cui siete amministratori o membri 😉

Ecco che i gruppi che avrete deciso di promuovere potranno ottenere maggior visibilità grazie alla nuova posizione all’interno della vostra pagina. Saranno infatti ora visibili nel box laterale alla vostra destra. Un modo per poter promuovere i vostri gruppi e quelli in cui siete più attivi, stimolare la crescita delle adesioni e rafforzarne il coinvolgimento.

Cosa ne pensate di queste nuove funzionalità? Le avete già notate e sfruttate? Se sì, vi sembrano utili? Fateci sapere!

Startup Incubator: TimeSpace e la rivoluzione The New York Times

Ci siamo. Lo sto dicendo da tempo, da anziano ninja ;), che i vecchi media di massa (Quotidiani, Radio, TV, etc) devono intrecciare il loro futuro con le startup e trasformare la loro spinta comunicativa e promozionale in accelerazione d’impresa. E ricevere rispettivamente una accelerazione d’innovazione (di processo, di comunicazione, etc.) per restare leader con una comunicazione transmediale tra e nei new media.

Ecco che la tendenza notata si trasforma in un fatto visibile: il quotidiano The New York Times è il primo che si toglie la foglia di fico e avvia il suo StartUps Incubator. Andando sul sito è già disponibile l’application per entrare al timeSpace).

L’annuncio avviene mentre il mondo economico dell’East Cost americana avvia la corsa (o il tentativo di mettersi al passo) per creare una nuova scena ‘opposta’ per gli startuppari americani. Sì, perché il mito americano delle startup si è fino ad ora sviluppato a Silicon Valley – San Francisco: il lato geograficamente opposto rispetto alla capitale mondiale della finanza New York City ed al suo epicentro Wall Street.

Possono incontrarsi prima e più velocemente il mercato azionistico della borsa e la scena delle startup? Da qualche mese diversi incubatori diventati famosi nella Silicon Valley come Y Combinator e 500 Startups hanno rivelato che stanno aprendo degli spazi di coworking a New York City.

NYC è da sempre la città americana più metropolitana e anche facilmente raggiungibile per noi europei. Chi ha già compilato l’application per essere selezionato e sperimentare il coworking sulla 8th Avenue a Manhattan?

Sperando che che non si creino bolle speculative (qualche traccia già c’è), quando prenderà piede anche qui in Italia questo fenomeno ‘americano’ di avvicinare i grossi finanziatori e finanziamenti agli innovatori?

In Italia già da tempo le grosse testate come Repubblica, Corriere e il Sole24ORE stanno fidanzandosi e sfidanzandosi con questa o quella associazione di startuppari (sia che nascano dal basso con startupper, sia che nascano dall’alto con finanziatori) e/o con questo o quell’incubatore.

Già da un pò bisogna stare attenti ai prevedibili mali italici e agli effetti di una promozione interessata. Ma bisogna essere ottimisti: l’unica perplessità è che ancora una volta il sistema economico italiano sembri favorire il nord Italia a scapito della creatività del mezzogiorno.

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Il cambiamento virale: la tua azienda sopravviverà all’epidemia?

Sarà una delle questioni chiave che Mr. Leandro Herrero affronterà nel suo speech al World Communication Forum di Davos, il 7-8 febbraio. Sarà la sede in cui presenterà le nuove regole dell’engagement e della comunicazione dei dipendenti. I suoi lavori sul campo hanno catturato la nostra attenzione e siamo onorati che abbia accettato il nostro invito a discutere il fenomeno del cambiamento virale.

Davos (Svizzera)

Mr Herrero è amministratore delegato di The Chalfont Project Ltd. e Managing Partner di Viral Change Global LLP. Ha un passato di psichiatra, e molti anni d’esperienza in posizione di leadership in aziende multinazionali. E’ inoltre il fondatore di The Chalfont Project Ltd – una società di consulenza leader nell’organizzazione aziendale. Lavora con organizzazioni di diverse dimensioni e a diversi livelli: dal consiglio di amministrazione e i team leader al personale delle diverse unità di business. Il suo lavoro di consulenza si concentra sulla gestione del cambiamento, la leadership, la collaborazione umana, branding e innovazione organizzativa. Leandro Herrero ha inoltre introdotto Viral Change ™ – una metodologia non convenzionale e di grande successo di gestione del cambiamento. Dirige anche il network di aziende Viral Change ™ Global. Come relatore, Herrero è stato apprezzato da molti spettatori in forum pubblici ed eventi in-house. È un autore di best-seller, avendo pubblicato diversi libri sulla gestione del cambiamento e sulla leadership.

Mr Herrero, qual è l’essenza del cambiamento virale oggi?

Immaginate un’organizzazione in cui un piccolo gruppo di persone altamente influenti e di fiducia si organizzano e come risultato di questo invece di 30 persone che prendono decisioni per 30 giorni, ora ci sono 3 persone e 3 giorni. E immaginate che è diventato la norma per tutti fare a se stessi o al team domande del tipo: “Possiamo fare di meglio?”, “Possiamo farlo più velocemente o ad prezzo più basso?”, “Potremmo averlo fatto in modo diverso?” . Immaginate che sia la norma. Ciò non sta accadendo perché è stato dettato dall’alto, ma perché alcune persone influenti e di fiducia hanno iniziato a comportarsi in questo modo. Un sacco di gente li copia e li segue. E non ci sono stati workshop o riunioni per discutere di questo o un corso di formazione che la gente è stata obbligata a seguire. Immaginate un’organizzazione in cui è diventata la norma porre domande come: “Chi ha bisogno di saperlo?”, “Chi lo può sapere?” o “E’ già stato fatto prima?”. E l’informazione fuoriesce  oltre confini e territori. Voi potreste lavorare in un’azienda come questa – beh, questo è il cambiamento virale. Abbiamo orchestrato questo.

La viralità riguarda più il comportamento o la comunicazione?

Beh, le comunicazioni virali esistono, così come le informazioni virali. Sia le informazioni che il comportamento possono essere virali. Ciò di cui stiamo parlando qui, per quanto riguarda il cambiamento virale sono i comportamenti. I comportamenti attraversano tutta l’organizzazione informale. Vengono copiati da altre persone. A loro non piace power point. Non vanno dall’alto verso il basso nei sistemi di informazione. Ecco perché l’attenzione è rivolta ai comportamenti. Ma ci sono anche una comunicazione e un’informazione virale. Questo lo diciamo molto chiaramente: la comunicazione di per sé non crea il cambiamento. Una comunicazione virale, un sistema di informazione virale suona bene e può essere efficiente, o più efficiente di un tipo di comunicazione dall’alto verso il basso. È fantastico, ma di per sé non creerà un cambiamento, se questo è ciò che vogliamo, perché il cambiamento può essere creato solo attraverso i comportamenti. Quindi non è che quando la gente inizia a fare qualcosa e questa diventa virale si può affermare che “si tratti di un cambiamento comportamentale”. Potrebbe essere un sistema parallelo. C’è un sistema virale di informazioni, che va bene. Ma c’è un sistema virale di cambiamento comportamentale su scala più grande – questo è ciò che noi chiamiamo il cambiamento virale.

Qual è il prossimo passo nello sviluppo di organizzazioni e delle persone?

Sono assolutamente convinto che l’evoluzione vada verso un maggiore self-management, in qualsiasi modo lo intendiamo. Non sono così ingenuo da pensare che siamo tutti pronti, che non abbiamo bisogno di un sistema di gestione. Non parlo di questo. Ma di livelli più alti di autonomia degli individui nello svolgere le proprie mansioni. Non perché l’autonomia sia qualcosa di bello, altruista, esoterico, ma perché funziona. E l’organizzazione tradizionale non è stata molto brava in questo. Quindi direi alcuni livelli di progressivo self-management, sia ad un livello più basso (magari in squadre od organizzazioni informali) più un cambiamento virale, che voi state vivendo, che riguarda l’interagire con gli altri in modo informale – quello è il livello successivo a mio avviso. Certamente le cose si stanno muovendo verso una ristrutturazione, più team, più comitati. Lo abbiamo fatto per 40 anni. Sappiamo come farlo. Non abbiamo bisogno di un altro team ad alte prestazioni o più squadre. Abbiamo bisogno di sapere come navigare la rete e come essere più potenti. E questa non è una idea ingenua. Sta accadendo su piccola scala (e non-così-piccola) in molte parti del mondo.

Qual è il vero motore del cambiamento del nostro mondo: la creatività umana o le nuove tecnologie?

Beh, questa è una vera e propria domanda “è nato prima l’uovo o la gallina?”. Ovviamente, la tecnologia è pervasiva, può fare un milione di cose. E certamente stimola nuovi comportamenti e nuovi modi di fare le cose, a volte in maniera stabile, in modo che le persone facciano le cose in modo diverso. Abbiamo bisogno sia di tecnologia che di creatività – non c’è dubbio su questo. Ma ci sono alcune persone, che pensano che la tecnologia sia il vero motore di tutto ed è molto difficile non essere d’accordo che la tecnologia, è ovvio, stia generando nuovi modi di fare le cose. La tecnologia ci connette. La tecnologia ci unisce. Ma la connettività non è la collaborazione. Questo è un errore che le persone fanno. Pensare che la presenza di iper-connettività crei automaticamente maggiori forme di collaborazione. E dobbiamo stare attenti a questo proposito. Sì, abbiamo bisogno della tecnologia. Abbiamo bisogno di creatività, ma in primo luogo, abbiamo bisogno di imparare a utilizzarle insieme. Io non credo che possano funzionare separatamente. Per esempio, molti produttori e aziende sono molto bravi nell’idea-management: come generare più idee, come le persone dovrebbero comunicare tra di loro, ecc. Ma si fermano nel punto in cui il lato comportamentale entra in gioco. La tecnologia permette alle persone di avere il proprio computer portatile per scrivere le loro idee. La tecnologia è lì, ma non crea l’idea. Qualcuno deve pur farlo. Sembra sciocco sottolinearlo, ma la realtà è che in molti casi l’uso di questi sistemi è molto scarso. Così hanno un fantastico sistema tecnologico, utilizzato dal 10% della popolazione. Perché? Perché manca un’attitudine. Quindi, probabilmente, abbiamo bisogno di entrambi, ma se io sono orientato a fare qualcosa – ci sarà prima un cambiamento comportamentale e poi lo collegherò a qualsiasi tecnologia io desideri.

Mr Herrero, lei è un autore di best-seller, vuole dirci qualcosa di più sui suoi ultimi capolavori?

Ci sono 2 libri, che sono collegati con il tema del World Communication Forum, a cui parteciperò come relatore. Il primo è “Viral Change”, in cui presentiamo il concetto per la prima volta. Il secondo è “Homo Imitans ” – ha più a che fare con lo stress, la realtà che le persone copiano gli altri e dobbiamo smettere di dire “Oh, questo è molto interessante, ma non so cosa farci”. Beh, dobbiamo farci qualcosa, e questo è quello che usiamo per generare il cambiamento virale; organizzare quali sono i prossimi obiettivi, come i movimenti sociali, che siano all’interno o all’esterno di un’organizzazione. Non vedo l’ora di essere a Davos per condividere queste idee con tutti – non solo durante la presentazione, ma anche nelle pause, o in qualsiasi altro momento adatto ad avere lunghe conversazioni su questi temi.