Attenzione: il video seguente è stato sottoposto a limitazioni di età su YouTube, quindi potrebbe essere sconsigliata la visione da parte dei bambini.
Un giovane alle soglie del mondo adulto lascia la città natale per andare alla scoperta del mondo. Attraversa terre meravigliose e strani paesaggi colorati dalle forme geometriche, fino a giungere in un posto chiamato “the waiting place”, il luogo dell’attesa, dove tutti si fermano ad aspettare che qualcosa accada.
Se vi sembra di leggere una storia per bambini, beh, avete avuto l’intuizione giusta! Questo è infatti, in poche righe, il tema centrale di “Oh, The Places You’ll Go!“, celebre opera metafora del percorso della vita, scritta e illustrata da Theodor Seuss Geisel, meglio conosciuto come Dr. Seuss. Perché ve ne parliamo? Semplice, perché nell’era della “cultura convergente” un’opera simbolica e popolare come questa (a tal punto che negli USA è da anni il regalo più scelto per i neodiplomati) non poteva che trasformarsi in qualcos’altro, tramutare la sua forma per abbracciare quello che è il grande mondo dell’entertainment digitale. E così i versi del libro sono stati tradotti da Teddy Saunders, Parker Howell e William Walsh in una perfomance collettiva ispirante e coinvolgente, ambientata in una delle location più originali degli States: il “Burning Man” Festival.
L’evento, che si svolge annualmente a Black Rock City, in Nevada, è uno degli avvenimenti più curiosi e d’avanguardia della scena statunitense, nato come occasione per esprimere sé stessi e luogo dove fare vivere l’arte in modi sempre nuovi, sviluppando ogni anno un tema preciso. Quale luogo migliore per fare vivere l’opera di Dr. Seuss? Alla realizzazione del video hanno partecipato gli stessi ospiti del festival, interpretando le parole del libro e dandogli, per così dire, un volto, tratti e scenari “reali”.
“Oh, The Places You’ll Go! at Burning Man” ha già raggiunto migliaia di visualizzazioni su YouTube, ma siamo convinti che continueranno a crescere, poiché il video, utilizzando un linguaggio poetico e non convenzionale, parla direttamente alla generazione di giovani tanto messa alla prova nella nostra società, mettendone in prosa dubbi, paure e speranze. Non è un caso se la frase più conosciuta tratta dal libro sia “Will you succeed? Yes, you will indeed. 98¾% guaranteed” (“Riuscirai -nella vita-? Sì, certamente. Garantito al 98¾%”).
00Elena Silvi MarchiniElena Silvi Marchini2012-01-10 12:10:292012-01-10 12:10:29Oh, The Places You'll Go! Il libro diventa performance [VIDEO]
Nel mese di dicembre c’è stato il boom delle vendite per il Kindle di Amazon: l’e-book sbarcato in Italia da poco più di un mese al prezzo di 99 euro ha subito conquistato il mercato (leggete questo post per approfondire l’argomento “lato editoria“).
Naturalmente si è aperto il mercato degli accessori e dei gadget. Oggi vi proponiamo SolarKindle, una cover dotata di pannello solare in grado di dare ulteriore carica al vostro device.
Le prestazioni del Kindle sotto questo punto di vista sono già eccellenti (3 settimane di carica con il wireless sempre attivo), ma se volete avere una carica extra sempre con voi questa è la cover giusta!
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https://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2012/01/Cover_con_pannello_solare_per_il_kindle_di_amazon.jpg600600SimosokeSimosoke2012-01-10 11:00:492012-01-10 11:00:49Cover con pannello solare per il Kindle di Amazon
Come sottolineato nel post ‘Social TV e Tv 2.0: casi, tendenze e trasformazioni”, fin dall’origine della radiotelevisione il suo consumo è stato social. Famiglie si ritrovavano ad ascoltare riunite la radio; amici, conoscenti e sconosciuti si riunivano al bar per vedere una partita di calcio o uno show. E nonostante ciò “Social TV” è stata una delle buzzwords dell’anno 2011. Ma a conti fatti, cosa di nuovo ci porta la social TV?
All’incrocio tra social networks, televisione e video online, la social TV permette agli attori del panorama televisivo di prendere un posizionamento cool e da innovatori rispetto alle tendenze che oggi stanno trasformando il consumo di media digitali, in particolari quelle appunto che dipendono dalla creazione di comunità e dalla diffusione pervasiva del social network. Ma la social TV è veramente capace di proporre delle nuove esperienze audiovisive o resta troppo spesso limitata all’aggregazione di conversazioni online sui contenuti televisivi?
Da Twitter alle chat rooms
Il livello di base della social TV è quello degli strumenti – app, siti o simili – che permettono di seguire le discussioni sui social networks. E’ così che troviamo una pletora di twitter trackers, siti di buzz visualisation, applicazioni watch and chat, etc. etc. Queste applicazioni non ci sembra che aggiungano granché all’esperienza televisiva.
Prendiamo l’app iPhone Watch and Tweet sviluppata dall’emittente Americana The CW. Si limita ad aggregare i flussi Twitter del canale, dei personaggi dei suoi show e dei telespettatori. Ma quale è il legame profondo a livello esperienziale tra l’applicazione e la TV? Forse la parola “watch”…
Questi strumenti riposizionano su internet o su piattaforme mobili una forma di discussione che esiste da sempre e che corrisponde grosso modo a degli amici che parlano di un contenuto a schermo mentre lo guardano da un divano. Si tratta di una logica televisiva primordiale, non affatto innovativa. D’altronde questa forma di social TV è dichiaratamente creata per ripristinare questo modo di consumo: canali e produttori di contenuti tentano in questo modo di ricreare dei “momenti condivisi” di consumo, all’era della perdita di pertinenza della griglia televisiva. Insomma Social TV, ma niente di nuovo qui.
Cambiando piattaforma, e passando ad esempio a Facebook, l’esperienza resta la stessa. Se prendiamo ad esempio le forme di Social VOD come quelle sviluppate da TF1 in Francia o da Warner Bros negli States, ancora una volta queste applicazioni sono soprattutto VOD e social solo nella misura in cui includono una live chat.
E proprio a proposito di chat, tutte queste applicazioni, social VOD, o twitter trackers, dal punto di vista della natura profonda delle interazioni sociali, sono estremamente simili alle chat rooms degli anni ’90. Delle persone si ritrovano online per parlare di un interesse comune. Non ci stupisce quindi che già per Tim Berners-Lee, inventore del World Wide Web, “social media” e “web 2.0” non sono che delle definizioni recenti per qualificare un’esperienza sociale mediata dal web che esiste dalla sua origine. Lo stesso si può dire per queste forme di Social TV.
Il caso più flagrante è l’application di social viewing frutto di una partnership Sky e XBOX360 in Gran Bretagna, che usa degli avatar virtuali per mettere in scena il consumo TV più tradizionale da sempre: tutti insieme di fronte ad uno schermo (virtuale).
Cool? Lasciamo il giudizio al commento lapidario di uno spettatore all’articolo del giornale The Guardian che recensiva la trovata pirotecnica di Sky/Microsoft:
“Fantastico, mi propongono di pagare di più per vedere gli stessi canali ai quali sono già abbonato, sulla stessa televisione, con degli amici su un divano virtuale? A sto punto invito dei veri amici sul mio vero divano, o me ne vado a vedere la partita al pub, o ancora più semplicemente uso una chat tipo skype. Penso proprio che passo il turno.”
Il ritorno del DVD
Poi ci sono le social TV / DVD, che invece di limitarsi a aggregare delle conversazioni aggiungono anche dei piccoli extra. E quindi ecco una profusione di making of, backstage, interviews, blogs dei protagonisti, foto, quiz, sondaggi e giochi. Benvenuti nell’universo del second screen, ciò che va consumato mentre sto consumando alla televisione.
Un esempio del genere è l’applicazione USA Anywhere di USA networks. Come molti altri dispositivi, permette una elegante navigazione tra tweet ce commenti vari aggiungendo in più qualche contenuto speciale.
Purtroppo questa logica di valorizzazione del contenuto audiovisivo non è una novità e ancora una volta la ritroviamo nella social TV in quanto “riciclata” da un altro supporto: il DVD, che da sempre aggiunge contenuti speciali su un supporto secondario. Poter “twittare” o dire “mi piace” è abbastanza per parlare di innovazione nelle pratiche di consumo televisivo?
I contenuti editoriali: vero valore aggiunto
Poche sono le applicazioni che riescono ad affrancarsi dall’esistente e ad usare le nuove tecnologie e i social media per fare qualcosa di nuovo e di inedito. Si tratta di sforzi più importanti ed organici che vedono i canali e i produttori lavorare per usare in maniera coordinata le diverse piattaforme proponendo contenuti dedicati. Gli esempi più significativi sono le applicazioni di Social TV sincronizzate con la messa in onda e consumate simultaneamente, come la Dexter Experience di Miso.
La chiave di volta è il controllo del flusso dei contenuti che non è prodotto né gestito dal telespettatore ma è gestito a monte. Paradossalmente è così che la social TV si esprime nelle sue forme più innovative, privando in parte gli utenti del loro controllo sul contenuto… una logica molto old school che però ci mostra quanto a) il potenziale della social TV sia ancora largamente inespresso, b) gli utenti da soli faticano a esprimersi in modo da valorizzare i contenuti, ma che ad oggi ancora, sono i professionisti del contenuto che hanno i mezzi per creare esperienze innovative e soprattutto che c. vecchie e nuove logiche mediali si incrociano e confrontano costantemente. Il risultato è un mix di vecchio e nuovo che non sempre ci soddisfa e del quale a volte è difficile dare una lettura distaccata e non semplicemente entusiasta.
00KataKata2012-01-09 15:00:032012-01-09 15:00:03La Social TV nel 2011: semplice dispositivo marketing o nuova esperienza televisiva?
Interattivi, ipermediali, audiovisivi: ecco cosa significa “sfogliare” un libro con un touch!
Gli e-book hanno già da tempo modificato l’editoria: nel formato digitale, la fruizione dei contenuti di un libro va molto al di là della semplice lettura del testo e comporta la definizione di nuove strategie di marketing oltre che l’acquisizione di nuove figure professionali nel processo di produzione ( e dunque non solo più stampa) e distribuzione di un libro.
Ma l’e-book, nell’epoca di smartphone e tablet, non può essere esclusivamente la trasposizione dell’impaginato da cartaceo a digitale.
Anche gli e-book recentemente sono entrati nel mercato delle applicazioni, investiti dal forte potere che i tablet hanno acquistato nel mercato della tecnologia a “portata di mano”: se prima erano gli e-book reader l’unico device che ci permetteva di avere sempre con noi la raccolta dei nostri libri preferiti, oggi nel mercato delle apps, in particolare nell’Appstore di Apple, approdano molte case editrici con e-book sotto forma di apps.
Proprio da Apple per fine gennaio 2012 è attesa la notizia più interessante a riguardo: la presentazione di ePub 3, l’aggiornamento del linguaggio dei libri digitali, che permetterà una maggiore integrazione fra e-book e app.
Questo comporterà un gran rimescolamento delle carte nel settore dei devices, in particolare metterà ulteriormente in competizione Apple e Amazon, da sempre leader per quanto concerne l’e-commerce dell’editoria e dei supporti di lettura, come la serie si e-reader Kindle.
E-book in app: la dimensione ludica
Ma stiamo davvero solo parlando di guerra fra tablet o c’è qualcosa altro a cui guardare in questa conversione?
Gli e-book in formato app lavorano soprattutto sulla dimensione ludica del testo, cambiando totalmente il ritmo e il metodo di lettura. Per questo motivo ad aprire la strada dell’editoria su apps sono soprattutto l’editoria scolastica e quella rivolta ai bambini e i fumetti.
Natale 2011 ha confermato il trends che vede i più piccoli come i primi consumatori delle app e-book: aumentano i titoli interessanti e anche la tecnologia di queste app che spesso raccontano favole, ma non solo, migliora e si affina. Qui riportiamo un’app che è scaricatissima e che ha avuto molti riconoscimenti: The Fantastic Flying Books of Mr. Morris Lessmore.
L’app vanta la collaborazione della Pixar, che ha realizzato del libro anche un cortometraggio, graficamente impressionante, scritto e disegnato da un genio dell’animazione come William Joyce, che, per intenderci, è stato anche dietro al colossal Toy Story. L’applicazione per iPad non è da meno: giochi, la possibilità di dipingere, di suonare, immersione totale nell’ambiente del libro, con la possibilità di intervenire sulla storia. Un’app che ha realizzato a pieno le prospettive più interessanti per gli e-book in formato app!
La dimensione educativa
Cosa meglio di un’esperienza ipermediale e interattiva può rendere interessante i libri di scuola? Sia che si tratti di materie umanistiche che quelle scientifiche, il valore aggiunto di un’app nello studio è evidente. Immaginarsi uno scenario dove le scuole si dotano di tablet per i propri studenti sembra attualmente ancora troppo futuristico, soprattutto perché c’è la diffusa opinione che questo possa comportare costi elevati per il sistema scolastico.
In realtà non è così: la dotazione di devices va intanto regolata a livello nazionale e sembra che dal nuovo ministro dell’Istruzione Francesco Profumo arrivi la disponibilità a pensare un provvedimento a proposito. Questo permetterebbe agli istituti di concedere in comodato d’uso i tablet alle famiglie che si risparmierebbero così la spesa dei libri scolastici ma anche dei quaderni, delle calcolatrici, matite, penne, gomme: i tablet possono sostituire un mondo di strumenti, facendo risparmiare le famiglie di costi annuali non indifferenti. Non per nulla un paese come la Corea sta valutando una riforma di questo tipo. Inoltre il risparmio di carta grazie ai libri digitali va a favore dell’economia ma anche dell’ambiente!
E infine, non è neanche da sottovalutare come un tablet sia più leggero di tutti i libri che i piccoli sono costretti a portare sulle proprie spalle!
Ecco un’app che ha stupito molti e che è il prodotto di Touch Press, una casa editrice che non ha mai prodotto nulla di cartaceo, ma solo esclusivamente app! Si tratta di Solar System, che a poche settimane dalla sua pubblicazione, nel gennaio 2011, era già app della settimana per iTunes. La cantante Bjork, già all’avanguardia con il suo progetto musicale Biophilia in versione mobile, ha realizzato le musiche per l’app. Guardate la presentazione dell’astronomo e autore di best seller sull’argomento Marcus Chown che ha scritto i testi dell’app: il video purtroppo è in inglese ma le immagini mostrano chiaramente le funzioni di Solar System.
Se l’e-book lo scrive uno sviluppatore: l’app SHXO
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Cosa accade se un amante del digitale con le manie da scrittore decide di autopubblicarsi grazie ad un’app? L’esempio più interessante non viene questa volta dagli Stati Uniti,ma dal Nostro Paese, dall’Italia, dove Pablo Palazzi, giovane da tempo lanciato nel mondo delle internet start-up , ha realizzato SXHO, un thriller e-book in formato app. Grafiche di tipo fumettistico, scenario cupo e una trama che conduce il lettore alla scoperta della soluzione di un intricato complotto. La possibilità di interagire in alcuni punti della trama porterà i più arguti a scoprire particolari nascosti.
Fandango e Baci scagliati altrove di Sandro Veronesi: l’editoria italiana si confronta con le app
Giunti a parlare degli esempi nostrani riguardo agli e-book in formato app, chiudiamo questo articolo con l’esempio di una casa editrice, la Fandango, che si è sempre distinta per la sua tendenza innovatrice, indipendente e provocatrice: ricordate che vi abbiamo già parlato delle sue campagne promozionali di tipo virale e l’intervista interessante con il suo art director Federico Mauro? E’ di recente pubblicazione l’app Baci scagliati altrove che è la versione “mobile” del libro omonimo di Sandro Veronesi.
In primis, l’aspetto interessante è che l’app è gratuita: il libro è appena uscito nelle librerie ed è stata lanciata contestualmente in versione app, realizzata da GoApp, l’azienda che ha sviluppato altre app significative come quella ufficiale dei 150 anni dell’Unità d’Italia. In secondo luogo, quello su cui ci interessa riflettere è che stiamo parlando di una casa editrice che non è al suo primo caso di pubblicazione di un e-book in formato app – ha realizzato ad esempio anche Caos calmo sempre di Veronesi – ed è un esempio di come l’editoria italiana può puntare sistematicamente sul mercato delle apps affiancato alla pubblicazione cartacea tradizionale.
Conclusioni
In realtà non si possono dare conclusioni per un mercato che è ancora all’inizio, ma possiamo darvi una riflessione: coloro che penseranno con orrore all’idea che l’odore e il fruscio delle pagine di un libro possa essere sostituto con un touch su uno schermo anonimo, pensi a quante volte si è lamentato che si è perso il piacere della lettura, perché quando si fa economia spesso la cultura è quella che piange per prima.
Se i tablet al contrario stanno aumentando il loro mercato, perché non pensare che la soluzione degli e-book in formato app non possa in realtà far tornare l’amore per i libri?
Per non parlare delle occasioni che si aprono per gli scrittori indipendenti, che nel mercato dell’editoria attuale hanno davvero poco spazio.
Le app inoltre potrebbero essere un piccolo passo a favore dell’ambiente, evitando lo spreco di carta.
E infine, cosa ci dice che un libro letto in forma digitale non faccia venir voglia di averlo in formato cartaceo qualora ci abbia davvero appassionato e coinvolto? Voi cosa ne pensate?
Ecco i link alle app su iTunes di cui vi abbiamo parlato:
https://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2012/01/ebook_app_l_editoria_entra_negli_appstore.png505606NaokoNaoko2012-01-09 13:30:212012-01-09 13:30:21E-book app: l'editoria entra negli appstore
Il ruolo degli annunci pubblicitari sportivi è quello di motivarci, spingerci ad agire non semplicemente acquistando un prodotto, ma attivando la nostra voglia di sport. Non c’è dubbio che tali immagini attraggano moltissimo. Ciò è testimoniato dal fatto che non sono solo le società o aziende sportive ad usare questo genere di rappresentazione. Tra i billboards sportivi più belli e suggestivi che vi proponiamo infatti, ne compaiono alcuni che sponsorizzano l’associazione messicana dei pediatri, Canon, iPhone e Visa.
00KismahKismah2012-01-09 12:00:002012-01-09 12:00:0025 campagne pubblicitarie sullo sport
Mai sentito parlare dell’antico adagio latino “nomen omen” ?
Era un modo dei nostri antenati col quale si voleva lasciar intendere che nel significato del nome di una persona fossero indicate le peculiarità caratteriali proprie di quel determinato soggetto.
Sebbene oggi questo principio non sempre si coniughi alla perfezione sugli esseri umani (questo grazie ad una vena creativa a volte di dubbio gusto dei genitori dei nascituri), calza perfettamente per quanto riguarda il marchio di un’azienda.
A questo proposito vogliamo presentarvi l’eccellente lavoro di un blogger che proviene da Singapore, si chiama Michael Poh e scrive regolarmente per una rivista di marketing di Hong Kong, ciò che vi apprestate a leggere è la traduzione di un suo recente post che, volendo, potete leggere nella sua edizione originale qui.
Un elemento cruciale di ogni business è la creazione di un nome per il brand attraverso il quale la gente possa identificare il servizio o il prodotto che fornisce. E’ anche una delle primissime cose cui pensare, ed è soprattutto qualcosa che rimarrà francobollata alla nostra attività a lungo.
Ecco perchè è necessario essere molto particolari nella formulazione del nome perfetto per il brand del nostro business. Sebbene possa non sembrare un compito arduo, richiede una considerazione attenta di vari aspetti in merito a quale tipo di servizi o prodotti noi si provveda sul mercato. Dopo tutto, il nome del brand, assieme al logo ed al font, rappresenteranno la totalità della nostra attività per mezzo di una nomenclatura simbolica.
Ecco alcune cose essenziali che dovreste considerare prima di decidere quale nome debba avere il nostro brand :
1. Assicurarsi che sia Web-Friendly.
In questa epoca, se vogliamo che la nostra attività fiorisca, è probabile che essa debba sussistere anche su internet. Ergo, dobbiamo assicurarci se il nome scelto sia “web-friendly”. Con questo si intende che il brand ( ed in questo caso il suo sito web) possa essere ricercato senza difficoltà dagli utenti che vogliono ottenere informazioni sul nostro business.
Innanzitutto, se siamo in procinto di utilizzare la rete per l’azienda, avremo bisogno di un sito ufficiale il cui scopo sia quello di “biglietto da visita” per chiunque sia interessato a caprine di più. Ciò significa avere un dominio (la parte centrale di un indirizzo url) che sia strettamente associato alla nostra attività. Per questo è necessario adottare un nome che le persone possano ricordare facilmente e non qualcosa di complesso o senza senso.
Facciamo un esempio, dobbiamo aprire un sito web che riguardi attrezzature mediche ad alta tecnologia perchè un indirizzo come www.techmedical.it è più indicato rispetto a www.tchm.it ?
Il primo è più facile da ricordare perchè contiene la parola “medical”. Un richiamo linguistico evidente, facile da richiamare alla memoria rispetto al secondo, un acronimo che non forma una parola di senso compiuto è non fornisce alcun indizio rispetto al contenuto dell’azienda.
In seconda istanza, portare la propria attività su social media come Facebook è un must in questo momento, e la promozione del business su questo tipo di piattaforme è da prendere in considerazione per il futuro. A questo proposito assicuriamoci che non ci siano altre pagine che abbiano lo stesso nome del nostro brand. Questo non provoca dispersione di domanda a permette ai clienti di trovare la pagina esclusiva dell’attività sui social network di riferimento.
Altre cose da tenere presente includono la creazione di una email dedicata della nostra azienda (il cui dominio inglobi il nome del brand da noi scelto), e l’inserimento del sito ufficiale all’interno dei motori di ricerca più conslutati in rete.
2. Semplicità.
Più facile è pronunciare il nome del brand, più facilmente potrà diffondersi attraverso il passa parola. Allo stesso modo, minore è il numero di parole che lo compongono, più facilmente potrà essere ricordato.
Alcune volte, specie se scegliamo nomi internazionali e quindi angolofoni, le parole non sono sempre scritte alla maniera in cui vengono pronunciate, e le persone potrebbero avere difficoltà a cercarle sulla rete. Per esempio, si può presumere che il nome della compagnia Xerox in Usa poi divenuta sinonimo di fotocopia, abbia incontrato delle difficoltà di pronuncia agli inizi.
Le persone sbagliavano spesso spelling confondendolo con il simile Zerox. La compagnia in questo modo ha perso numerosi potenziali clienti proprio perchè era difficile comprenderne l’esatta denominazione. In definitiva quindi, quando si vuole essere certi che il proprio brand sia ricordato e nel modo giusto, la semplicità è la migliore politica.
3. Distinguersi dalla massa.
Semplicità a parte, il nome di un brand ha bisogno di essere memorabile (straordinario, non solo letteralmente di facile richiamo mnemonico) al fine di creare interesse rispetto all’attività in oggetto. Rendere il nome più descrittivo del necessario può ammazzare la curiosità del proprio target di riferimento.
Quindi prima di buttare giù qualche nome potenziale del proprio brand, potrebbe essere una buona idea di vedere cosa abbia fatto la concorrenza. Una volta trovate le similitudini, se ve ne sono, nei nomi scelti dai propri competitor, assicurarsi di trovare un pacchetto di nomi che differiscano in tutto e per tutto dagli altri già scelti.
In altre parole, bisogna distinguersi dalla massa, nello specifico dalle aziende concorrenti. Dopo tutto una larga parte del proprio business è inserirsi nel mercato di queste ultime.
Del resto, un potenziale consumatore, considerando le varie opzioni tra la nostra azienda e le altre, da cosa potrebbe essere attirato nello scegliere noi di primo acchito ? Dal fatto che il nostro brand non suona per nulla come gli altri.
4. Il richiamo al Logo.
Il nome ed il logo di un brand vanno per lo più sempre a braccetto. Se quindi si vuole avere una forte identità di genere, è necessario che il nome ed il logo siano identificabili l’uno l’altro. Il brand Apple, a questo proposito, è un esempio di simbiosi, rende semplicissimo il richiamo all’azienda. Perchè ? Perchè invece di basarsi sul richiamo mnemonico prettamente linguistico, si appoggia anche su quella che viene chiamata memoria visiva o fotografica grazie all’associazione tra brand e logo.
Ora che abbiamo spiegato il significato della connessione tra nome e logo spetta a noi la scelta. E’ necessario pensare ad un nome che ci garantisca una maggiore libertà di espressione nella successiva creazione del logo. Di norma, un logo visivo (cioè che poggi su una immagine) ha maggiore penetrazione di mercato rispetto ad uno meramente testuale, quindi è bene considerare il nome del proprio brand il funzione del fatto che possa essere reso un simbolo attraverso un oggetto in natura o qualcosa di simile.
Per restare sull’esempio ora proposto, provate a comparare il logo Apple (una mela appunto) con quello della Microsoft (la “semplice” parola). E’ presumibile convenire sul fatto il primo sia più semplice da richiamare alla mente del secondo, nonostante nel caso della Microsoft nome e logo coincidano !
5. Inglobare l’essenza dell’azienda.
Così come la nostra attività debba avere una preposizione unica sul mercato che ci distingua dalla concorrenza, il nome del nostro brand deve manifestare quel qualcosa di unico che ci differenzia da tutti gli altri. Deve riflettere la nostra forza sul mercato o dare un incipit chiaro del prodotto (o servizio) che vogliamo offrire.
Per esempio il motore di ricerca Google richiama in inglese all’espressione “googly eyes” (strizzare gli occhi) che è esattamente quello che facciamo quando cerchiamo qualcosa intorno a noi. Un nome così identifica l’azienda col prodotto che offre in termini di assoluta eccellenza cognitiva, oltre che di marketing in senso stretto.
In alcuni casi poi il nome dell’attività sembra non avere nulla in comune con l’attività stessa, eppure ci stuzzica in virtù di richiami di tipo emozionale. Ad esempio in pochi, le prime volte che l’hanno sentita nominare, avevano idea di cose fosse la “Starbucks” (per la cronaca Starbuck è un personaggio del romanzo Moby Dick), ciò nonostante una volta realizzato il fatto che si tratti di una catena di bar, quel nome “c’azzecca” in virtù di qualcosa che non si sa spiegare. Si crea un legame emotivo tra una parte del nome, “stella” (qualcosa quindi che si lega ad una immagine di energia o calore), e l’energia che una tazza di caffè caldo ci fornisce ad inizio giornata.
00Hikari-KunHikari-Kun2012-01-09 09:00:032012-01-09 09:00:035 consigli per un brand name migliore
Abbiamo registrato l’azienda su tutti i maggiori social network e abbiamo almeno un account da gestire per ogni diversa piattaforma. Uploadiamo foto con le nostre app, giochiamo e facciamo check-in. Lasciamo in bacheca citazioni sagge riprese dai guru della Silicon Valley e capita anche di chiacchierare piacevolmente con qualcuno. Abbiamo raggiunto un certo numero di utenti, eppure non capiamo perché le cose non vanno esattamente come ci aspettavamo. E mentre noi siamo là, in attesa di un commento, per un attimo ci convinciamo che forse il mercato non è ancora pronto ad accogliere la nostra innovazione…
Le startup usano al meglio i social media?
Una settimana fa avevo raccontato in che modo spesso le startup sperimentino il potere della social media communication senza organizzare un minimo di strategia marketing, trovandosi dopo un po’ in situazioni imbarazzanti, tra community da gestire e scarsi risultati di business.
Ma ci eravamo lasciati lo spazio per dire che, anche a distanza di tempo, grazie alla comprensione degli strumenti che utilizziamo e lo studio di una politica di comunicazione adatta alla nostra azienda, possiamo riprendere in mano la situazione e costruire una bella immagine al nostro brand.
I social media infatti, non hanno regole definitive e forse, come tipologia di canale comunicativo, sono quelli in assoluto più vicini alla vita sociale reale, durante il cui cammino quindi è legittimo sbagliare, capire l’errore fatto e ricominciare a costruire una relazione di fiducia con gli utenti.
In che modo? Certamente non staccando la spina e azzerando tutto il lavoro fatto, per creare la “bella copia” del vecchio stile marketing implementato. Sui social media si percepisce facilmente ciò che facciamo dietro le quinte, perciò procediamo in trasparenza. Spieghiamolo agli utenti, cambiamo direzione insieme a loro. Per esperienza recente, so che lo apprezzeranno e non è detto neanche che ne andremo a perdere in termini numerici.
L’immagine di ritorno sviluppata dai social network: cosa vuol dire “essere in relazione”
Iniziamo con una piccola premessa, indispensabile alla costruzione di una politica di comunicazione: se vogliamo stabilire una relazione con l’utente, non sarebbe meglio affacciarci sul mercato abbandonando la mentalità militaresca di “cattura, conquista, fedeltà” del cliente, che è sempre usata per riferirsi al consumatore, come se fosse, appunto, un nemico da aggirare?
I social media non sono adatti per esprimere l’atteggiamento teso a “mettere nel sacco” e approdano, invece, alla scoperta della relazione, cioè dell’unione degli interessi comuni, che portano le persone, successivamente, ad agire insieme. Infatti nascono come luoghi di ritrovo tra amici o tra persone che non si conoscono ma che, per una serie di motivi di volta in volta individuati, hanno tutto l’interesse a trovarsi e creare anche con noi una rete di contatti.
Alla base della comunicazione nei social media, quindi, vale sempre la filosofia dell’incontro, per cui, direttamente, (a) il messaggio che ci scambiamo è solo un pretesto per creare una comunità virtuale, mentre, indirettamente, (b) la predisposizione a vivere un’esperienza con l’altro lascia percepire l’effettiva identità di chi c’è dietro.
Non neghiamoci che, in effetti, ci fidiamo più di come un utente si esprime e non per cosa esprime.
La relazione che stabiliamo con la community è la prima reale anima del brand sui social media, quella che legherà visivamente il logo, e tutti i simboli della comunicazione non verbale, ai contenuti conversazionali che fanno sentire il fruitore dei nostri servizi “in famiglia”, cioè tra persone che lo conoscono, che non prendono distanze da lui e che sanno mettersi in contatto attraverso la reciproca condivisione di informazioni e comportamenti.
Proprio questi ultimi, se ci pensiamo, costituiscono un fatto sociale vero e proprio, che sono alla base dell’educazione e della socializzazione, spiegando coerentemente la definizione di “social media” e “social network”.
Perciò valgono come primo contenuto da trasmettere nelle conversazioni.
Palinesti di intrattenimento social: il marketing conversazione
Quando decidiamo cosa fare nella pratica, quindi, sarà buona abitudine organizzare una minima comunicazione ordinaria “pulita”, cioè coerente, stabile e riconoscibile nel tempo.
Farlo concretamente nel quotidiano, vorrà dire stabilire i margini di presenza rispetto ai canali che abbiamo deciso di utilizzare, per determinare il piano operativo di post e iniziative -per esempio mensili o settimanali- che verranno proposte e che escludono la moderazione.
Non sovrastimiamo il nostro tempo: ci sono situazioni in cui moderare un evento e risolvere un problema (e quando accadrà, ne saremo felici, perché vuol dire che la nostra community è viva e la comunicazione sta funzionando) significherà spendere del tempo e delle risorse che non abbiamo programmato.
Sarà sempre un atteggiamento professionale, perciò, pensare anche a cosa dovremmo fare per le situazioni straordinarie e per la gestione di eventuali crisi, considerando che ad un’azienda seria non verrà mai in mente di lasciare l’utente senza risposte o, peggio, di censurarlo senza l’esistenza di una netiquette che giustifichi decisioni eccezionali da parte del moderatore.
Considerando che l’obiettivo della comunicazione social è ottimizzare le attività della propria azienda, creando la definizione del brand e dei valori che vogliamo trasmettere ai nostri utenti e ai clienti target, daremo vita inoltre alla creazione di luoghi dell’azienda, sfruttando eventualmente la geolocalizzazione, per esempio per fare i checkin su Foursquare, applicazione ormai riassorbita da Facebook e Twitter, creando punti virtuali in cui anche i clienti possano registrarsi e incontrarci.
In queste piazze, allora, sarà plausibile far trovare notizie sponsorizzate, oppure, per alcune startup, avrà anche senso creare coinvolgimento aprendo le API dello sviluppo del prodotto, spostando l’attenzione sulla predisposizione all’evoluzione continua di un’applicazione.
Errori comuni da (mancato) intrattenimento con i social media
Il Caso Omsa è un esempio di cattiva gestione degli account sui social network e riguarda, di nuovo, una grande azienda. Osserviamolo, allora.
Si distingue per una l’adozione di un social media management a dir poco distaccato, concentrato a promuovere il prodotto anche attraverso la richiesta esplicita di feedback, a cui però, non vi è puntualmente seguito. Ritengo questa gestione non solo poco utile, ma imbarazzante, vista l’oggettiva impotenza dell’azienda di fronte alla ribellione degli utenti, atteggiamento di cui però, regole di Facebook alla mano, l’azienda resta responsabile.
Inoltre lo scopo reale del marketing viene completamente ribaltato, ottenendo l’effetto contrario.
Al messaggio promozionale che dovrebbe spingere l’azione d’acquisto delle collant, non solo corrisponde la registrazione del rifiuto, ma soprattutto la mancata moderazione del post rispetto ai numeri -pilotati o meno che siano, eventualmente frutto di una controcampagna-.
Perché un caso simile non dovrebbe toccare una startup?
La previsione di uno schema di soluzioni
Allora, in definitiva, tra le soluzioni comuni più efficaci, consideriamo la multicanalità della comunicazione e dividiamo in due tipi la strategia di conversazione: da un lato individueremo tutto ciò che rientrerà nel web 1.0, da un sito di riferimento fino al blog aziendale, che utilizzeremo per approfondire determinati argomenti, di cui ci occuperemo con il terzo post, il 12 gennaio. Tutto il resto, rientrerà nel social media marketing.
L’idea di creare palinsesti per il web 2.0 si giusitifica in virtù dei livelli di rilevanza dei post da moderare e serve a mitigare il rischio che matura l’azienda man mano che il progetto si espande, il brand diventa più popolare e la community si estende anche fuori dal raggio d’azione –attivo- dei canali social.
Utilizzare una strategia, detta in altre parole, ci servirà a creare un’agenda di milestone aziendali e di eventi pubblici previsti lungo intervalli di tempo individuati.
Consideriamo a tal proposito, per esempio, che più di 350 milioni di persone usano la versione mobile di Facebook, ma che Path e Instagram sono considerate più divertenti: canalizziamo allora i post in base ai trend e in base a quelli che identificano meglio azienda e community.
Per notizie più approfondite, diamo un’occhiata anche qui.
Per fare un altro esempio a proposito di divertimento, anche la strategia della gamification, che ora è una forte tendenza di mercato, serve a misurare la presenza e la capacità di coinvolgimento del brand, costituendo un’analisi che serve a capire come essere raggiungibili e in virtù di quali meccanismi coinvolgere e intrattenere gli utenti.
Per riassumere lo schema di possibilità a cui ci apriamo, ritengo utile tornare sul post di Alberto che si era concentrato sui consigli di alcuni guru internazionali.
Qual è la morale della storia? Alla base della web communication c’è sempre una coerenza logica e sarà un errore non trovare quella da mettere a fondamento della nostra strategia marketing.
Prima di passare alla terza puntata, ricordiamoci di scaricare da Facebook la Best Practice Guide Marketing. Credo tornerà utile a molti. 😉
A giovedì prossimo.
https://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2012/01/782981-e1325788144662.jpg275415ShimoarikuShimoariku2012-01-06 18:02:542012-01-06 18:02:54Startup & social media: politiche di comunicazione [HOW TO]
Qualche linea guida per cominciare il 2012 aumentando l'efficienza del vostro sito sui motori di ricerca, grazie alle immagini giuste ovviamente.
Questo articolo è realizzato in collaborazione con Thinkstock – un servizio in abbonamento di immagini royalty-free, di Getty Images. www.thinkstockphotos.it
Volete migliorare la rilevanza del vostro sito o blog? Allora dovete sapere che cosa cerca su internet il vostro target.
Google vi rende le cose molto facili con il suo Google Insights. In particolare, potete non solo scoprire quali sono state le parole più ricercate negli ultimi 7, 30, 90 o 365 giorni, ma anche quali sono state le immagini più ricercate.
Ancora di più, potete limitare la vostra ricerca per nazione o per categoria. Con Insights vedrete le chiavi di ricerca più usate sia per il testo che per le immagini, in tutto il mondo o per una nazione specifica, per poi restringere il campo ad aree di vostra scelta come Business & Industry, Beauty & Fitness, Home & Garden e altre 22 categorie.
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Passare un po’ di tempo a capire che cosa cercano le persone sul web – specialmente quali immagini vogliono vedere – vi permette di regolare in modo preciso la vostra presenza online. Inserendo nei metatag delle immagini del vostro sito parole molto popolari nelle ricerche, il sito è più efficiente dal punto di vista della SEO (Ottimizzazione nei motori di ricerca) e compare più in alto nelle SERP (le pagine dei risultati di ricerca).
Thinkstock - 135335861
Quali sono state le immagini più cercate nel 2011? Ecco alcuni esempi:
Categoria
Immagini più ricercate
Libri e letteratura
Citazioni
Finanza
Banca, Denaro
Food & Drink
Torta, Cioccolato
Internet e telecomunicazioni
Nokia, Samsung
Immobiliare
Casa
Lavoro ed Istruzione
Scuola, Università
Scienza
Acqua
Viaggi
Hotel, Spiaggia
Thinkstock - 100084358
Se volete avventurarvi nel mondo dei trend di ricerca (ma non siete tanto sicuri su come muovervi) i servizi che offrono immagini in abbonamento sono un ottimo punto di partenza. Inserite semplicemente uno di quei termini nei loro motori di ricerca per le immagini, ed avrete tutti i risultati che volete – per ottenere performance ancora migliori nel 2012.
Potete Trovare tutti gli articoli di questa serie nella brand page di Thinkstock su Ninja Marketing.
Thinkstock è un servizio in abbonamento di immagini royalty-free, di Getty Images. Una rivoluzione nel mercato delle immagini in stock, ti offre milioni di immagini royalty-free, vettoriali e illustrazioni di Getty Images, iStockphoto e Jupiterimages, tutte in un unico luogo, con migliaia di nuove immagini aggiunte ogni settimana. Il processo di abbonamento semplificato, la ricerca superveloce e l’accesso illimitato (24 ore al giorno, 7 giorni alla settimana) ti permettono di avere quello che vuoi quando vuoi. www.thinkstockphotos.it
00Luigi FerraraLuigi Ferrara2012-01-06 11:00:332012-01-06 11:00:33I trend di ricerca vanno sempre tenuti d'occhio
Una delle applicazioni più apprezzate e attese di fine anno dagli utenti iOs è certamente 12giorni della Apple, che anche per quest’anno dal 26 dicembre al 6 gennaio ha regalato un’app al giorno a tutti i possessori di iPhone, iPad e iPod Touch.
In Italia, l’app ha alternato regali video ludici, a brani musicali. Si è partiti con i Coldplay il primo giorno, per arrivare a David Guetta, Gianna Nannini e Adriano Celentano, passando per alcuni intramontabili classici per gli appassionati videogiocatori multipiattaforma come Broken Sword La profeziona dei Maya, Need For Speed Shift 2 e Sonic Racing.
Eppure il termine del 6 Gennaio sta per arrivare, e quindi l’app scadrà. Si ricomincerà a dover scaricare a pagamento e all’occorrenza le app gradite. Ma se fosse davvero così, non ci sarebbe stato motivo di scrivere questo post, giusto?
Appgratis365 – come ottenere un’app gratis ogni giorno
Infatti esiste Appgratis365, un’app sviluppata da Guillaume Sztejnberg e pubblicata il 18 ottobre scorso, per questo forse molti di voi la conosceranno già, che permette di scaricare gratuitamente un’app al giorno messa in offerta gratuitamente solo per 24h.
È molto semplice. Il team dietro alla app contatta quotidianamente diversi sviluppatori di app giudicate appetibili per gli utenti mobile e li esorta a mettere l’app in promozione per 24h, al fine appunto di comunicare la propria esistenza e facendola emergere nell’enorme mercato mondiale di app! Il ritorno d’immagine è garantito dal enorme successo ottenuto da Appgratis365 e quindi dalla rete di utenti che sta creando. E se un’app messa in promo funziona a dovere, state certi che circolerà tramite passaparola.
Ovviamente, Appgratis365 è dotata di un sistema di notifiche push da attivare per ricevere la segnalazione quotidiana della nuova app.
Tra le app più interessanti messe in offerta fino ad oggi da Appgratis365, che tra le altre cose è gratuita, ritroviamo titoli di vario genere. Scorrendo lo storico, eccone un paio davvero interessanti, alcuni dei quali oggi si trovano ancora in versione free, e pertanto ho preferito indicare i prezzi precedenti alla loro pubblicazione su Appgratis365:
Breakout 1.59€
Un gioco che non ha bisogno di presentazioni.
Action Movie FX 2.39€
Un’app per aspiranti videomaker che permette di realizzare dei veri effetti speciali.
Photo Splash FX 2.39€
Per photoshoppare le proprie foto in modo semplice e veloce.
Fluffies 0.79€
Un altro simpatico gioco in cui l’obiettivo e far esplodere le spugne colorate nel più breve tempo possibile.
Ecco tutti i link per scaricare le app del post:
https://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2012/01/appgratis365_come_scaricare_app_gratis_al_giorno_per_sempre.png465592Kato SushiKato Sushi2012-01-05 19:49:162012-01-05 19:49:16Appgratis365: come scaricare un'app gratis al giorno per sempre
Una Chat confidenziale aiuterà le persone che stanno per compiere l’estremo gesto.
00WiittorioWiittorio2012-01-05 14:30:292012-01-05 14:30:29Facebook: Il social Network di Zuckerberg salva i potenziali suicida attraverso una chat dedicata
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