YouTube sulla Tv di casa e altre buone ragioni per avere il Cubovision

Potersi finalmente vedere i video di YouTube comodamente spapparanzati sul divano? Questa è la cosa che più ci ha solleticato del Cubovision di Telecom Italia. Per questo abbiamo deciso di testarlo per voi.

L’azienda a giugno aveva infatti annunciato di aver stretto un accordo con Google per rendere possibile vedere i video disponibili a schermo intero direttamente sul televisore, attraverso utilizzando una nuova interfaccia YouTube ottimizzata appositamente per il Cubo.

Il Cubo ci è arrivato senza l’aggiornamento all’ultima release del software. Per vedere i video di YouTube è necessario aggiornare il Cubo all’ultima release, la 1.6.13.

Subito nella schermata iniziale trovate la sezione YouTube, cliccate usando il telecomando ed entrate in una particolare modalità di fruizione di YouTube frutto di una serie di studi da parte della piattaforma di video sharing per ottimizzare la propria interfaccia per favorirne una visione sulla tv.

Appena entrati vi parte a tutto volume il video di una serie (Free Tube?) che sembra impossibile da disattivare. Fino a quando non sarete riusciti a trovare quello che vi interessa vi dovrete sorbire un video chiassoso realizzato da un gruppo di adolescenti.

L’interfaccia di navigazione è molto semplice e intuitiva. Tuttavia, non avendo a disposizione una tastiera è difficile usufruire della modalità di ricerca.

Una volta trovati i video ve li potete vedere, e alcuni si vedono benissimo, in HD! Se poi lasciate che il video termini il sistema carica direttamente il successivo. Potete quindi spararvi una playlist di video user generated utilizzando la potenza di visione e audio del vostro televisiore e del vostro impianto audio.

Bene, ci sembra questo un valido motivo per avere il Cubovision ma ne abbiamo trovati anche altri. Con l’aiuto della azienda abbiamo scoperto che:

– un catalogo di 350 film, frutto di accordi con le grandi Major cinematografiche (Disney, Warner, Fox, Sony, MGM, Dreamworks, Paramount) e le principali indipendenti (Lucky Red, Eagle, e tantissime altre), con un aggiornamento di oltre il 20% tutti i mesi, di cui circa 50 current, ossia a 3/4 mesi dall’uscita al cinema. Disponibili anche in HD e in 3D

– oltre ai film, abbiamo tantissime serie tv, cartoni, documentari, rubriche, concerti e spettacoli teatrali e molto altro per l’intrattenimento di tutta la famiglia, per oltre 1.000 ore di programmazione sempre disponibile on demand

– inoltre da giugno è disponibile il nuovo abbonamento Canali, con 20 canali tematici disponibili a luglio (4 canali cinema, 3 canali serie tv e intrattenimento, 2 canali bambini e ragazzi, 5 canali documentari e reportage, 6 canali musica) e che crescerà ad oltre 30 canali entro l’anno

A questo aggiungiamo che non è per nulla male poter registrare i canali in chiaro del digitale terrestre. Il Cubo quindi funziona anche da videoregistratore digitale.

Per concludere, alcune cose come i widget andrebbero davvero migliorati, dal momento che non ci sembrano molto diversi da un televideo un po’ più evoluto, ma spulciando tra i contenuti abbiamo trovato delle cose davvero sfiziose, come un corso di inglese interattivo De Agostini e un canale di video assurdi, FlopTV che è piaciuto davvero molto a Robertone. In particolare questo video di Mariottide.

Se possiamo dare un consiglio, dalla prossima release eviteremmo di imporre dei contenuti e faremmo approdare gli utenti in una landing page con i video più visti del giorno divisi per aree tematiche, un po’ come succede con la versione per il web.

Un’ultima cosa: ci dicono che il mediacenter si sincronizza via wi-fi con altre librerie che risiedono su altri device collegati in rete, per poter fruire dei propri contenuti multimediali (foto delle vacanze, video) senza doverli inserire direttamente nel Cubo. Ma davvero non siamo riusciti a capire come si fa. Magari ci potete aiutare voi! E voi ce l’avete il Cubo? Forza avanti con i consigli per continuare a migliorare un device che già ha degli ottimi motivi per trovare un degno spazio accanto alla vostra TV.

Versace, proteste su Facebook. E il brand chiude la bacheca

Il crisis management è un’arte complicata. E, nel dubbio, meglio battere in ritirata. Ma anche no.

Sono molti i brand che si trovano in difficoltà nel social “tu per tu” con i fan, e questa volta è stato il turno nientemeno che di Versace. Qualche giorno fa, la bacheca del brand è stata presa di mira da alcuni attivisti che hanno accusato la maison di utilizzare una tecnica chiamata sandblasting, che serve a dare ai jeans l’effetto used. Un compressore, manovrato da un operaio, spara sabbia sui capi e dona loro quell’effetto “scolorito” che tanto amano le fashion victim.

Pare, però che la tecnica sia dannosissima per i lavoratori – tanto da causare la silicosi, dovuta all’inalazione delle polveri da parte degli operai, una malattia che può portare alla morte, come successo in alcune fabbriche in Turchia e in Bangladesh.

Questa è stata proprio l’accusa mossa su Facebook a Versace: ed ecco che il brand invece di ribattere alle accuse, decide di “chiudere” la bacheca – fino a quel momento aperta ai fan che potevano postare liberamente –  e di cancellare i post scomodi. Per la cronaca, i messaggi postati dai “fan” – attivisti in realtà – linkavano alla campagna Abiti Puliti, che si batte per i diritti dei lavoratori del settore delle confezioni nel campo dell’abbigliamento.

Attualmente, i fan di Versace possono ancora commentare i post del brand, ma la bacheca è interdetta agli oltre 500.000 utenti della pagina.

Che fare?

Sono diversi i brand del settore luxury che non permettono ai fan di postare sulla bacheca di Facebook – Burberry, per esempio – e dunque la domanda sorge spontanea. Qual è la migliore politica da adottare? Sicuramente, la marcia indietro di Versace suona un po’ come una “riduzione dei diritti”per gli utenti. Se la bacheca fosse stata “chiusa” da sempre il danno di immagine sarebbe stato minore.

Ma il divieto di postare per i fan risulta, nell’ottica del social media marketing, come una volontà di utilizzare il canale di Facebook come un semplice mezzo di comunicazione one-to-many. Cambiare tutto affinché non cambi nulla. Io parlo e tu ascolti. Uno spirito non proprio social. I brand del lusso sono davvero pronti a mollare la presa o per tutelare la brand image è utile comportarsi in questo modo?

Interessanti i comportamenti in questo senso di DKNY e Dolce&Gabbana. Il primo consente il posting libero, ma nasconde tutto nella tab “most recent”. Il secondo invece consente la pubblicazione, da parte dei fan, solo di contenuto testuale.

Un buon compromesso, che previene dallo spam indiscriminato – riuscite ad immaginare quanti link di spam potrebbero comparire in pagine con milioni di fan? – e che utilizza le potenzialità di Facebook in maniera funzionale alle necessità dell’azienda.

Ma il punto vero è un altro: i brand di moda sono pronti ad investire seriamente in una strategia di comunicazione sui social media e a capire che l’immaginario di marca si costruisce in modi completamente nuovi?

Crazy Marriage Proposal: una pazza proposta di matrimonio [VIRAL VIDEO]

Vi ricordate la romanticissima proposta di matrimonio di cui vi avevamo parlato in “Una proposta di matrimonio su grande schermo” diventata poi video virale?

Anche i più duri si sono sciolti nel vedere la dolcezza di quella meravigliosa proposta di matrimonio proiettata sullo schermo cinematografico.

Ma c’è una persona che sicuramente non ha visto quel video virale ed è l’autore di questa Crazy Marriage Proposal!
Rompere con le tradizioni va bene, ma far venire quasi un infarto alla propria compagna prima di chiederle “Mi vuoi sposare” forse va ben oltre la nostra idea di romanticismo!

Complimenti per l’originalità ma noi vi sconsigliamo di imitare l’autore del video se non volete essere vedovi prima che mariti a meno che fra i vostri amici non vi sia un cardiologo 😉

La rivoluzione dei social media? Ne parliamo con Bill Emmott alla Societing Summer School!

 

Nei paesi in cui le web sciences hanno acquistato pieno diritto di cittadinanza accademico, giornalistico e politico, è all’ordine del giorno un dibattito sull’impatto della information society e del nuovo ruolo della rete nella società, da misurare in conseguenze editoriali e cognitive, oltre al ben noto e ormai innegabile impatto economico. (…)
Il “potere di convocazione” dei social media è notevole. Nel contesto delle recenti rivolte del mondo arabo, quando si assomma a fattori demografici ed economici e quando interagisce con uno sviluppo già presente del settore ICT e una diffusione capillare della comunicazione attraverso i telefoni cellulari, può essere catalizzatore e facilitatore di processi di democratizzazione, come era già stato intuito negli studi di Howard. Più in generale, dobbiamo abituarci a considerare gli attuali “imperi dell’informazione” (Google in primis) come attori geopolitici: le loro decisioni (in primis dettate da una logica commerciale) possono avere un impatto tangibile sui processi di democratizzazione in vaste zone del pianeta.

Non sbaglia dicendo queste parole ne “La rivoluzione dei social media?” in Rivista di Studi Politici, Alessandro Aresu, co-fondatore e direttore generale de Lo Spazio della Politica e ospite alla seconda edizione della Societing Summer School.

I Social Media, anche se lentamente, hanno iniziato a far parte della nostra vita come hobby o passatempo per diventare, oggi, dei veri e propri mezzi di comunicazione e di espressione capaci di creare un senso di unione e community (senza neanche farcene accorgere!), tanto forte da incrementare le recenti rivoluzioni in Libia, Tunisia ed Egitto; e non è detto, che a poco, a poco, non trascini anche le altre regioni mediterranee.

Pensiamo di conoscere così bene questi Social Media, ma qual è il loro vero ruolo? Che modi di fare commercio, politica e vita in generale hanno facilitato? Quali cambiamenti politici ed economici hanno innescato o stanno innescando nelle regioni mediterranee? A cosa porterà tutta questa innovazione e cosa cambierà ulteriormente in questo scenario in continuo movimento?

Cercheremo di analizzare e rispondere a tutte queste (e tante altre) domande dal 23 al 28 agosto durante la Societing Summer School, a Cava de’Tirreni (SA).

La scuola estiva presentata da grandi nomi e dedicata a manger ed executive di oggi o a quelli di domani – laureandi/laureati – diretti interessati o a pieno contatto, dei cambiamenti dovuti ai Social Media nel Mediterraneo.

I nuovi media e la politica, l’imprenditoria sociale e la sostenibilità, le nuove forme di business, la geopolitica e la storia del Mediterraneo,… saranno i tanti temi affrontati da un gruppo di esperti capitanati dal direttore scientifico: Bill Emmott.

Vi piacerebbe riuscire a carpire un po’ di più di questo mondo sommerso? Andate sul sito di Societing ed iscrivetevi all’evento, ma presto… le iscrizioni stanno per chiudersi!

Human Rights Watch per i prigionieri politici in Birmania [VIDEO]

Dopo ben 20 anni nel 2010 si sono svolte le prime elezioni in Birmania. Elezioni, però, che non hanno avuto alcun significato dal momento che oltre 2100 prigionieri politici (tra cui: monaci, artisti, giornalisti e attivisti) sono rimasti chiusi nelle carceri.

Aung San Suu Kyi, attiva da molti anni nella difesa dei diritti umani in Birmania, premio Nobel per la pace e leader del movimento non-violento è stata liberata solo dopo le avvenute votazioni per facilitare la vittoria del partito The Union Solidarity and Development Party, sostenuto dalle forze armate.

La Human Rights Watch per la sua campagna a favore della liberazione dei prigionieri politici in Birmania Behind Bars in Burma, in collaborazione con l’agenzia creativa JWT, ha realizzato una campagna-evento presso la Grand Central Station di New York il 22 giugno 2010.
Fulcro della manifestazione, l’installazione interattiva che riproduceva 200 celle, le cui sbarre erano formate da 2100 penne staccabili e utilizzabili per firmare una petizione per sollecitare il generale Than Shwe a liberare i prigionieri politici.

Un gesto simbolico che ha coinvolto centinai di persone provenienti da 86 Paesi diversi, ma che è effettivamente servito per la liberazione di oltre 150 prigionieri politici.
Tutti noi possiamo contribuire alla causa firmando la petizione sul sito di Human Rights Watch e seguendone i suggerimenti dati per mantenere i riflettori accesi sul caso della Birmania.

 

Gli home restaurant diventano social con Cookous

La digitalizzazione della vita reale e la conseguente analogizzazione della vita digitale ha toccato anche la più primordiale delle consuetudini, il cenare insieme.
Cookous, neonata startup reduce dai successi dell’Innovation Lab è animata da un team pugliese di quattro membri. L’obiettivo è quellodi digitalizzare il mood tipico delle cene tra amici, quelle in cui si amalgama la cucina ricercata per l’occasione all’atmosfera del convivio e dello stare insieme, occasione proficua per analogizzare le proprie amicizie online, o per incontrarne di nuove.

La struttura del servizio

Il funzionamento del servizio prevede che un utente scelga, al momento dell’accesso, se essere un cuoco oppure un ospite, e quindi se ospitare un convivio o prender parte ad uno già organizzato.
Gli ospiti successivamente pagheranno un compenso, attraverso la piattaforma, che verrà devoluto al cuoco ospitante.
La fase forse più significativa è il successivo scambio di feedback, obbligatorio, sulla piattaforma di Cookous che consentirà, ad ospiti e cuochi, di acquisire e rilasciare recensioni e punteggi aggregati all’interno della community.
Un team di quattro talenti pugliesi ha dato vita a Cookous, Walter Dabbicco, Roberto Casamassima, Alessia Antonacci e Andrea Martelli, conosciutisi durante le sessioni di brainstorming e formazione dell’Innovation Lab.

Il team

I profili professionali che si amalgamano in Cookous sono un sociologo (Walter), un economista (Roberto) e due ingegneri informatici (Alessia ed Andrea).
L’eterogeneità dei curricula e sopratutto delle skills dei membri ha permesso di dar vita ad un prodotto altamente qualificato, molto più completo di un semplice marketplace di posti a tavola, ma piuttosto un luogo in cui condividere un pasto che definirei “esperienziale” condito da un mood di convivialità che spontaneamente la struttura della community è in grado di creare in maniera endogena grazie alla sua struttura ed allo scambio di recensioni.

Il mercato

Probabilmente, come avvenuto per Airbnb, potremo aspettarci un impatto abbastanza importante della startup sulle abitudini tipiche dei consumatori online, che propenderanno verso questo tipo di prodotto sicuramente spinti dal vettore social.
La rete ed i servizi di questo tipo, pongono potenzialmente ognuno di noi in condizioni di creare un ristorante in piccolo o di vagare tra gli “home restaurant” che ci circondano, ed ai quali si accedeva fino ad ora tramite il passaparola o gli amici in comune.
Credo che la provenienza geografica del team abbia influenzato molto la startup idea, il centro storico di Bari e molti comuni pugliesi sono pieni di “home restaurant”, si pensi alle cuoche dei vicoli di Bari vecchia che sfornano panzerotti per offrirli ai passanti.
Come sostiene il “pitch-attore” di Cookous, Walter Dabbicco:

Gli underground restaurant di Londra, gli home restaurant di New York ed i panzerotti di Bari vecchia sono un fenomeno noto da tempo, noi abbiamo pensato di porlo a servizio della rete.

Numerose trasmissioni televisive, inoltre, hanno sempre dato rilevanza al fenomeno degli home restaurant, sia per la tipicità e la particolarità dei cibi serviti, sia perchè aiutano ad inserirsi nel mood tipico di un determinato tipo di cucina, da Antony Bourdain a “Cortesie per gli ospiti” di Discovery Real Time.
L’attenzione che aveva dato la tv a questo tipo di tendenze però non impattava sugli utenti come invece può far Cookous, ponendo il fenomeno in ottica più user friendly ed alla portata di tutti con pochissimi click.

Il business model

Tale dinamica di marketing è sicuramente importante dal punto di vista del business model e del sistema di revenues di Cookous.
Il sistema di ricavi è generato da una fee che viene applicata sul compenso percepito da ogni cuoco per singolo coperto.
Personalmente credo che possa esserci un evoluzione positiva del business model nel momento in cui la startup sarà operativa nel mercato, in quanto potenzialmente è in grado di coinvolgere un target di consumatori abbastanza ampio quanto eterogeneo, e, di conseguenza, dar vita ad attività e sistemi di revenues anche più innovativi della semplice fee.
A mio parere potrebbe anche essere possibile convogliare, in futuro, verso questo servizio una clientela business costituita da ristoranti ed attività analoghe.
Quasi come avvenuto per youtube ed i video digitali con il coinvolgimento dei canali televisivi tradizionali all’interno di queste piattaforme, è logicamente presumibile che i ristoranti non siano considerati dei competitors, quanto piuttosto degli attori di spicco della comunità stessa, che potrebbero penetrare all’interno del sistema con strumenti di marketing ad hoc.
La clientela business beneficerebbe di un accesso privilegiato nella community utile per trarne i bisogni emergenti o per scoprirne di nuovi e potenziare il proprio business.

Personalmente credo molto in questa startup, anche perchè ho avuto la fortuna di poter conoscere il team e sentire la passione e la determinazione del suo progetto, di cui hanno inquadrato perfettamente il percorso ed il funzionamento sin dalle prime fasi.
Non rimane che attendere il lancio della beta ed iniziare a frequentare gli home restaurant che ci circondano. Stay tuned 😉

MoMA: il Dipartimento di Graphic design e Advertising è online.


Il MoMA ( The Museum of Modern Art) fondato nel 1929 a New York da Lillie P. Bliss, Abby Aldrich Rockefeller, Mary Quinn Sullivan ed altri quattro membri fondatori del consiglio di amministrazione ed è stato il primo museo esclusivamente dedicato all’arte moderna. Inaugurata con l’innovativa arte europea del decennio compreso tra il 1880 e il 1890, la collezione comprende opere uniche delle arti visive appartenenti ad ogni periodo successivo fino ai giorni nostri, e include forme squisitamente moderne quali il cinema ed il design industriale, in aggiunta a strumenti espressivi più tradizionali. La collezione, attualmente comprendente circa 150.000 opere, offre una rassegna inimitabile dell’arte moderna e contemporanea.

La missione centrale per il MoMA è la promozione di una comprensione sempre più profonda dell’ arte moderna e contemporanea da parte di un pubblico eterogeneo locale, nazionale e internazionale. Si propone così di creare un dialogo tra la stabilita e la sperimentazione, tra passato e presente, in un ambiente che è sensibile ai temi dell’ arte in tutte le sue sfumature, pur essendo accessibile ad un pubblico che spazia dagli studiosi ed esperti del settore ai bambini piccoli.

Ora il MoMA ha reso disponibile online il Dipartimento di Graphic Design & Advertising, che rappresenta lo studio di design creato proprio in casa MoMA. Questo sito/portfolio mostra una selezione dei progetti delle mostre più recenti, campagne pubblicitarie e materiale stampato, tutto prodotto  in collaborazione con molti reparti del Museo, da quelli curatoriali a quelli dedicati ai servizi per i visitatori.

Vi mostriamo 2 dei tanti progetti presentati nel dipartimento.

Counter Space

Un laboratorio sperimentale, uno status symbol, la prigione domestica, o il cuore creativo e spirituale della casa? Nel corso del secolo passato, nessuna altra stanza è stata al centro di questa innovazione intensiva estetica e tecnologica quanto la cucina, carica di significato culturale. Il design della cucina è stato sia una preoccupazione centrale del modernismo che fondamentale per la nostra concezione della vita moderna. Interamente composta dalla collezione del MoMA, questa mostra esplora il ventesimo secolo e la trasformazione della cucina come punto di svolta dei cambiamenti tecnologici, estetici e ideologici.

I curatori e organizzatori della mostra, Juliet Kinchin e Aidan O’Connor hanno spiegato che Counter Space avrebbe esplorato l’evoluzione della cucina di tutto il secolo scorso, concentrandosi su tre temi distinti: “The New Kitchen” che inizia dopo la prima guerra mondiale in Germania, dove i progetti di nuove abitazioni richiedono un radicale ripensamento delle cucine per la massima efficienza e la rapida industrializzazione degli anni 1920 e 1930, che hanno dato luogo a ulteriori innovazioni di design; “Visions of Plenty” esamina il sogno della “cucina perfetta” e l’ascesa di sovra-consumo dal 1940 al 1950, infine “Kitchen Sink Dramas” si rivolge  allo sguardo criticho e/o giocoso degli artisti per questa idealizzata cultura della cucina. La mostra si occupa anche dell’evoluzione della cucina e del posto delle donne internamente ed esternamente ad essa.

Tim Burton

 

Il Tim Burton Project è stato una delle mostre più impegnative per il reparto di progettazione grafica, ed ha raggiunto un pieno sviluppo. Si esplora un ampio spettro di lavoro creativo di Tim Burton, tra disegni, dipinti, fotografie, immagini video, concept art, storyboard, pupazzi, bozzetti e costumi. Per l’allestimento grafico, l’ obiettivo era quello di prendere tutti questi diversi riferimenti visuali  e di integrarli in un semplice trattamento grafico che celebra il lavoro di Burton.

Inoltre, per contribuire a promuovere la retrospettiva di Tim Burton, il museo ha chiesto a Burton stesso di animare il logo MoMA attraverso un video di 30 secondi, che sarebbe stato poi utilizzato per promuovere la manifestazione in televisione, al Museo e online. Tim ha velocemente realizzato un’animazione in stop-motion, e ha chiesto ad Allison Abbate,  suo produttore di “La sposa cadavere (2005)” e dell’imminente versione integrale di “Frankenweenie”, se poteva contribuire ad unificare le due produzioni insieme. Guardate il video!

Se avete programmato di fare un viaggio a New York, io un giretto al MoMA lo farei!   😉

Voli low-cost: 4 indispensabili apps per trovare le offerte migliori

L’utilizzo del web in mobilità è un’abitudine che sta prendendo sempre più strada nella routine dei consumatori. Apprescindere da quale sia la piattaforma smartphone in loro possesso, per gli utenti è diventata una costante passare del tempo sui diversi app store, per trovare applicazioni utili a risolvere problemi pratici. Dal caro-benzina, a come rendere più sicuro il prossimo viaggio, alla scelta dell’abito da sposa, insomma la locuzione “c’è un app per tutto” sta acquistando sempre più sostanza col passare dei giorni.

Oggi parliamo di una tipologia di app che i viaggiatori seriali, quelli che zaino in spalla sono sempre pronti a raggiungere nuove mete, sono le migliori app per scovare tariffe vantaggiose per volare ovunque nel mondo.

Vueling

Il vettore spagnolo ha davvero realizzato un’app all’avanguardia. È particolarmente ricca di funzioni utili per tutti i viaggiatori che necessitano di prenotare i biglietti quando sono in giro, possono controllare le date delle proprie prenotazioni, tenere sott’occhio le offerte disponibili per i voli low-cost, reperire i numeri del customer service, espletare le funzioni di Check-in on line, e selezionare i posti a sedere all’interno del velivolo. Davvero un ottimo prodotto per tutti gli utenti IOS.

Tripmate

Si parla sempre di IOS e ANDROID (sono le piattaforme più utilizzat e più performanti, quindi giusto così) ma anche su Windows Phone 7 è possibile reperire un’ottima applicazione in questo caso. Tripmate, sviluppata da Maintrack, è disponibile in esclusiva sulla piattaforma Microsoft e con grazie ad essa è possibile prenotare voli aerei, hotel, autonoleggi, eventi e attrazioni turistiche. Una caratteristica che rende l’app davvero molto accattivante è la possibilità per ogni utente di condividere il proprio percorso con i propri facebook’s mates. È scaricabile gratuitamente sul Marketplace di Windows.

Skyscanner

Il portale di riferimento, viene considerato uno dei 101 siti più utili al mondo, secondo il Corriere della Sera. Va da se pensare che l’app non poteva essere da meno.  Skyscanner è in grado di comparare le tariffe di oltre 600 compagnie internazionali, trovando quelle più economiche e le date in cui è più conveniente viaggiare, e per chi viaggia in compagnia c’è la possibilità di condividere i dettagli del volo con gli amici. La convenienza la si vede già dal prezzo. È gratis!

Voli Ryanair

Parlando di voli aerei low cost, non si può fare a meno di citare Ryanair. Questa app, per Android, è un vero e proprio client per la ricerca dei voli sul portale di Ryanair, compagnia aerea low-cost per eccellenza. Un rapido test ha fatto emergere la straordinaria funzionalità della app, che rende la ricerca delle tratte più veloce e semplice, colmando un’importante lacuna da parte della compagnia irlandese, ovvero non aver mai prodotto un suo clone mobile. I prezzi dei voli presenti sull’app sono già comprensivi di tasse. Nota dolente, non è consentito prenotare online via mobile. Ad ogni modo, un’app molto utile per correre a casa e prenotare un ottimo volo a prezzo scontato.

Di seguito tutti i link per scaricare le app dai rispettivi store online:

8 consigli per un Twitter contest di successo

Nell’era dei social media è naturale che anche azioni di comunicazione come i contest vengano pensate sfruttando canali come Facebook e Twitter.

Proprio pensando al sito di microblogging più famoso del mondo proviamo ad isolare alcune regole per organizzare il concorso perfetto, perché anche sfruttando 140 caratteri si può trovare il modo per vincere qualche premio.

Qualche esempio? Il contest lanciato da Dunkin’ Donuts lo scorso 3 giugno, oppure quello pensato qui in Italia da HostelBookers: nel primo era possibile vincere dei buoni sconto, mentre nel secondo con un semplice retweet era possibile aggiudicarsi un iPod Touch di ultima generazione.

Vediamo quali sono le regole per realizzare un contest che sia strategicamente vincente.

1. L’idea di partenza

Un buon concorso alla base ha sempre una strategia: è necessario capire come utilizzare il social network e a che scopo. Molto importante sarà ad esempio pianificare se pensare tutta l’azione solo attraverso il profilo Twitter oppure indirizzare gli utenti sul proprio sito istituzionale e sfruttare la dimensione social solo per condividere contenuti già residenti in un altro ambiente web. Inoltre, devono essere chiari quali siano gli obiettivi del contest, e cosa dovranno fare i partecipanti: implementare la brand awareness, dare più spazio all’account ufficiale dell’azienda e accrescerne i follower, avviando un’azione che punti user generated content oppure semplicemente chiedendo un retweet. Sembra un’ovvietà, ma è basilare partire da una buona idea per ottenere un’alta partecipazione.

2. I premi

Uno dei motivi principali che spinge un utente/cliente a partecipare a un concorso è, giocoforza, il premio finale: se questo non è all’altezza, difficilmente avremo un’alta partecipazione. Anche su Twitter vale questa regola, nonostante un contest che si svolge in una dimensione social può risultare coinvolgente e divertente anche solo parteciparvi, magari condividendo i propri contenuti.

3. Avere buoni sponsor

Trovare appoggi non soltanto economici in partner ben posizionati sul mercato può essere determinante per la riuscita di un contest: su Twitter e in generale nella social-sfera i numeri di user per la riuscita di una campagna sono decisivi.
In questo un grosso aiuto può offrirlo il meccanismo di condivisione fra canali istituzionali. Una strategia che comprenda non soltanto una buona scelta di premi ma anche collaborazione fra sponsor e partner che aiutino nella promozione del concorso può risultare determinante. Se un’idea è buona ci mette poco a circolare con dinamiche virali, ma un avviamento importante può risultare decisivo.

4. Incentivare il “buzz”

BUZZ. Un ronzio, ma anche il nome di una strategia di marketing. La libera circolazione delle informazioni può essere indotta da una pianificazione, che sfrutti la tendenza a parlare di un servizio e/o di un prodotto, se questo interessa il target di riferimento. Insomma, le dinamiche del buzz marketing possono essere decisive per la riuscita di un concorso. Qualche consiglio? Coinvolgere degli opinion leader che fiancheggino la campagna di promozione, semplicemente parlandone nei propri spazi. Soprattutto all’inizio, un contributo di questo tipo è molto importante.

5. Un hashtag ufficiale

Siamo su Twitter, e per questo è necessario utilizzare quegli strumenti che lo differenziano rispetto agli altri social network. L’hashtag è per definizione uno di questi: per un concorso è necessario averne uno ufficiale, che possa divenire veicolo per cercare tutti i tweet relativi alla campagna ed archiviarli. La scelta deve cadere su un sostantivo o un aggettivo facile da memorizzare, accattivante e perché no, contestualizzabile nel tweet: in fondo, a disposizione ci sono soltanto 140 caratteri!

6. Facilitare la partecipazione

Un concorso dove sono necessari molti passaggi per partecipare è un concorso che nasce già con dei limiti. Il premio, abbiamo detto, è un’attrattiva molto importante, ma non saranno comunque molti quelli che si candideranno alla vittoria finale se la modalità d’iscrizione risulta complessa, lunga e noiosa. Per realizzare un contest su Twitter è necessario partire da questo punto, considerando che già organizzare un concorso gestito in un social network limiterà il target a chi quel social network già lo utilizza. In questo caso sarà importante accattivarsi l’attenzione del pubblico che non utilizza Twitter con canali “convenzionali” (usando magari il sito istituzionale come riferimento per i regolamenti e per le FAQ) chiedendo quindi di “entrare” subito nel social network e diventare “follower” dell’account ufficiale. Una sorta di tutorial per il nuovo user, insomma.

 

7. Come annuncio il vincitore?

Semplice: in maniera divertente e coinvolgente, e ovviamente su Twitter.
Se ad esempio il concorso prevedeva la produzione di Tweet valutati da una giuria, quel contenuto va reso disponibile al pubblico e premiato anche con la dovuta visibilità. Se invece il compito del partecipante è fare un semplice retweet e affidarsi alla fortuna in un’estrazione del tutto casuale, una bella soluzione potrebbe esser lasciar spazio alla creatività del vincitore che potrà twittare un messaggio per celebrare la propria vittoria. Idee insomma per incentivare, se il primo posto in classifica è frutto del caso, quello scambio di contenuti tipico degli ambienti social.

8. Il post-contest

Ogni concorso di successo lascia in eredità agli organizzatori un bacino d’utenza che può essere sfruttato per promuovere altri prodotti, sfruttando la brand awareness generata dalla partecipazione: per questo, anche l’annuncio di chi ha vinto può dare il via ad azioni che strategicamente valorizzino l’azione di comunicazione. Se il contest è stato gestito da un account ufficiale creato ad hoc, un’ottima soluzione è continuare a gestirlo cercando di trovare spunti di dialogo, che continuino a prescindere dalla fine dell’azione; stessa cosa per un hashtag, che può essere usato contestualizzandolo diversamente mantenendo alto l’engagement degli utenti nel dialogo con l’azienda. Si deve, in sostanza, lavorare al contest già approcciandosi al domani, cercando così di valorizzare le risorse economiche stanziate.

E ora, tocca a voi: siete pronti ad organizzare il vostro primo concorso su Twitter?

Apple ed i segreti del marketing minimale


Meno è meglio” è il nuovo topos del marketing minimale, che valorizza Apple come una tecnologia che richiede meno complicazioni e più intuito.

Ed è intuitiva la promozione dei brand Apple. Non troppe parole, ma lo stile. Non troppi libretti di istruzioni ma l’intuito. Non troppe funzioni ma application potentissime.

Insomma sembra quasi un non marketing: sembra cioè che sia inutile esaltare le infinite funzioni d’uso dei supertecnologici Iphone, Ipad ed Ipod contro una promozione di “naturalità”, “istintività” che lega gli utenti al marchio della mela.

L’idea è che questi prodotti possono cambiarti la vita e il pubblico Apple lo percepisce, senza troppe spiegazioni. Quando si sente parlare del marketing della Apple, si sente parlare ad esempio dei benefici emotivi associati al marchio: il design estetico “fresco”, le immagini, il senso di comunità evocata dai prodotti Apple. E in fondo la caratteristica basilare di un prodotto dovrebbe comunque sempre restare la funzionalità.

Il valore dell’intuito

Il prodotto Apple è così naturale, così intuitivo, così poco consistente in termini di spazio che, a volte, anche le persone pagate per sapere cosa fa hanno difficoltà a spiegare quello che appare naturale. Insomma uno strano filo conduttore tra una tecnologia potentissima e l’istinto umano.

E infatti la pubblicità della Apple si trova in diretto contrasto con quella di molti dei suoi concorrenti. BlackBerry, Samsung o Nokia preferiscono una comunicazione così carica di così tante informazioni che il destinatario viene lasciato in un tripudio di numeri e indicazioni. Invece di concentrarsi su come le persone interagiscono con la tecnologia, le aziende continuano a focalizzarsi sulle caratteristiche e le specifiche. Più caratteristiche vuol dire più potenza e più potenza vuol dire più valore, secondo lo schema della comunicazione tradizionale di questo comparto.

Less is more

Questa filosofia di “più è meglio” è quasi l’esaltazione del manuale di istruzioni, un tomo ormai, date le notevolissime dimensioni, capace di rivelare infinite caratteristiche. Ora, pensiamo invece all’Apple iPad: la comunicazione non è concentrata sulle caratteristiche del prodotto, come la memoria, la velocità, o la leggerezza ma tutto ciò è evocato dall’immagine rilassata di un iPad user sul divano. Non cos’è il prodotto, ma dove lo uso: quando e dove voglio.

Tutto ciò che riguarda il marchio Apple suggerisce che “meno è più”. L’interfaccia è pulita. Il design è talmente intuitivo che il nostro primo istinto su come fare qualcosa con un prodotto Apple è quasi sempre quello giusto.