GoDaddy lancia in Italia la sua prima campagna pubblicitaria integrata

Il provider di domini, piattaforme cloud e servizi di web hosting GoDaddy, Vertical Partner Industry di N-Conference, lancia in Italia la sua prima campagna pubblicitaria integrata, che prevede ben tre flight di affissioni OOH a Roma e Milano.

Il concept creativo sviluppato da Alkemy mette al centro il concetto di “punto”, che riflette la leadership di GoDaddy come fornitore di domini e nel raccontare i momenti cardine nella vita di ogni impresa impegnata nella trasformazione digitale: il punto di partenza, di svolta e di arrivo.

L’azienda mira così a sottolineare il proprio impegno nel supportare gli imprenditori di tutti i giorni: con oltre 19 milioni di clienti e 78 milioni di domini in gestione.

La nuova campagna Out of Home

A partire da oggi 3 febbraio la campagna andrà on air con il primo di tre flight di affissioni OOH adattate in diversi formati e mezzi che copriranno le città di Roma e Milano nei loro maggiori punti di snodo e di passaggio. Metropolitane, strade e grandi stazioni ferroviarie porteranno il nuovo messaggio distintivo del brand.

Il punto, che rappresenta l’elemento principale del dominio web, permette di toccare i vari momenti di vita di un’impresa impegnata nella sua trasformazione digitale: punto di partenza, punto di svolta e di arrivo per comunicare all’utente che qualunque sia il suo punto, può metterlo online avviando la sua presenza digitale, avendo sempre al suo fianco il brand. Nel mondo digitale, infatti, il punto non rappresenta una chiusura, ma un’apertura: “mettere un punto” e registrare un dominio significa aprirsi a un mondo di possibilità ed iniziare una nuova storia imprenditoriale.

“GoDaddy è da sempre vicino agli imprenditori nel loro viaggio professionale e questo messaggio lo abbiamo rafforzato anche recentemente con la presentazione del nuovo logo ‘the GO’, dove le due lettere si chiudono nella forma di un cuore per sottolineare la capacità del brand di stimolare l’imprenditorialità inclusiva e affiancando coloro che vogliono dare forma a un’idea utilizzando il digitale”, spiega Gianluca Stamerra, Regional Director per l’Italia e speaker di N-Conference.

L’intera campagna evidenzia dunque il ruolo di GoDaddy nell’accompagnare i suoi clienti nel loro viaggio imprenditoriale fatto di molti “punti”, sottolineando la semplicità dei servizi offerti

CREDITS

Anna Rosa D’Ambrosio – Client Director Alkemy
Giorgia Lanciotti – Account Manager Alkemy
Martina Moretti – Account Manager Alkemy
Jan Mattassi – Creative Director Alkemy
Marco Tironi – Creative Director Alkemy
Luca Grimaldi – Digital Strategist Alkemy
Giulia Peresso – Copywriter Luther Dsgn
Gioia Riccioni – Art Director Luther Dsgn
Alessandra Risoluti – Art Director Alkemy
Lorena Fanunza – Head of Social Media Alkemy
Chiara Bargagli – Head of Content Alkemy
Katrina Tarasova – Head of Digital PR Alkemy
Luca Vecchio – Social Media Strategist Alkemy
Lorenzo Coltellacci – Social Media Manager Alkemy
Giovanni Mercadante – Social Media Manager Alkemy
Chiara Casalin – Content Manager Alkemy
Micol Rotondi – Digital Pr Specialist Alkemy
Ghiath Rammo – Digital Pr Specialist Alkemy
Francesco Orlandi – Digital Pr Specialist Alkemy
Fabio Reali – Digital Pr Specialist Alkemy
Giovanni Bonanno – Advertising Director Alkemy
Ludovica Celini – Advertising Specialist Alkemy

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Nascono le Collab House degli influencer di Tik Tok: fenomeno passeggero o prossimo trend?

Negli Stati Uniti – tanto per cambiare – sta prendendo piede un trend interessante che varrà la pena monitorare nel corso del 2020. Il protagonista di questo fenomeno è il più chiacchierato dei social network: Tik Tok. Sì, perché visto il crescente interesse – anche commerciale – nei confronti della nuova piattaforma di social creation, i tiktoker stanno iniziando a rendersi conto che, quello che fino a poco tempo fa era un hobby o un modo creativo di giocare con musica e video al fine di stupire i propri amici, oggi ha le potenzialità per diventare un lavoro full time.

E quando parliamo di full time non ci limitiamo più alle otto ore lavorative, ma a una totale sovrapposizione tra la propria vita privata e quella professionale, fino ad arrivare ad organizzarsi con i propri colleghi tiktoker per andare a vivere insieme, in modo da poter creare contenuti in ogni momento del giorno (o della notte). Così, seguendo un po’ le orme dei propri “antenati” youtuber che, a loro tempo, avevano fatto la stessa cosa (vedi Our2ndLife), i nuovi influencer si stanno riunendo nelle prime “Collab Houses”, dando vita a un vero e proprio fenomeno.

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La Hype House

Un esempio di collab house è la Hype House di Los Angeles, in cui convivono 19 tiktoker – o meglio, quattro di loro, per ora, si sono stabiliti lì in modo permanente – dallo scorso dicembre. Tra i tiktoker che abitano la Hype House ci sono  Chase Hudson, Charli D’Amelio e Thomas Petrou: ragazzi con meno di 18 anni e milioni di follower.

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Una mossa molto riuscita, pare, che dà la possibilità ad alcuni tra i più noti volti della piattaforma di sviluppare la propria follower base, ampliando anche quella degli altri. Ognuno porta la propria fetta di pubblico e la propria dose di visibilità, di cui tutti i membri del gruppo possono beneficiare. Va segnalato che l’account ufficiale della casa su Tik Tok ha già più di 4 milioni di follower e i post con l’hashtag #HypeHouse hanno già superato i 100 milioni di visite.

La cosa più importante? Trovare la giusta location. È fondamentale trovare una casa spaziosa e che sia esposta per gran parte della giornata a una giusta quantità di luce naturale. Meglio se lontana da qualsiasi possibile forma di disturbo – dal fan accanito al vicino lamentoso. Non dimentichiamoci che la principale funzione della casa dev’essere diventare set di contenuti che mirano a raccogliere milioni di views, quindi ogni tipo di dettaglio di design, un arredamento dal gusto ricercato e una serie di corner – per usare una parola ben più che inflazionata, ma sempre attuale – instagrammabili diventano manna dal cielo!

Generazione Z: cosa ci dice di loro questo fenomeno

Ma che sembianze ha (o dovrebbe avere) una star di Tik Tok? Dev’essere giovane (un Gen. Z, per capirci), avere energia, personalità e quel qualcosa di bizzarro che gli dà la possibilità di distinguersi dagli altri e, ancora più importante, essere ricordato.

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Questo tipo di fenomeno ci racconta davvero tanto degli utenti che si esprimono attraverso questo social – l’affascinante Generazione Z. Quello che emerge fin da subito è una profonda influenza data dai reality show e una totale noncuranza del valore della propria privacy (almeno all’apparenza).

Sempre di più, notiamo come il confine tra privato e pubblico si faccia più labile fino a diventare quasi inesistente. Da quando esistono gli influencer, hobby e lavoro si sono sovrapposti fino a fondersi e ad assumere la stessa accezione. Questa categoria di lavoratori – più o meno professionisti ma sicuramente privilegiati – monetizza il proprio tempo libero e regala a una serie di voyeur manciate di attimi d’intimità.

Il fenomeno TikTok è solo questo o significa qualcosa di più che intrattenimento per i giovani pronti a esprimere in qualsiasi momento, grazie al mobile, la loro carica di creatività?

LEGGI ANCHE: Cosa dovremmo aspettarci dall’Influencer Marketing nel 2020 (e come farsi trovare pronti)

Tik Tok, un gioco da ragazzi

Lo scettro per l’utilizzo attivo del social del momento, Tik Tok, rimane ai Gen Z; tuttavia, si è registrato sempre di più nel corso degli ultimi mesi, un crescente interesse anche da parte dei più “grandi”.

Anche se gli over 30 ne fanno soprattutto un uso passivo, è difficile resistere al fascino dei contenuti totalmente immersivi in cui si viene catapultati fin dal primo accesso. Tik Tok è veloce, dinamico, creativo – e sono queste le caratteristiche che dovrebbero avere tutti contenuti che questo target si aspetta di ritrovare online.

Insomma, non esiste benchmark migliore per i marketer che vogliono parlare a questo pubblico che il tipo di contenuto che loro stessi creano. Loro sono quelli del binge-watching, la generazione delle serie TV su Netflix e delle Instagram Stories: questo è l’intrattenimento a cui sono abituati, dunque – video, veloce, senza più dei veri e propri riferimenti temporali e, assolutamente, breve.

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Tik Tok è una piattaforma interessante anche dal punto di vista tecnologico, poiché attinge ai mondi della realtà aumentata e dell’intelligenza artificiale, mettendo a disposizione dei giovanissimi creator effetti, filtri e sempre più modalità per editare e customizzare i propri contenuti.

Insomma, vale la pena monitorare come questo tipo di fenomeno si svilupperà, cogliendo preziosi spunti su come comunicare e attrarre la Generazione Z, che sarà la prossima vera protagonista del mercato (e dell’Influencer Marketing), a cui tutti vorranno sapere come rivolgersi nel modo più funzionale possibile.

Per ora le Collab House sembrano essere l’espressione più tangibile di quel desiderio di indipendenza che ognuno di noi può aver sperimentato a 16 anni, ma che questi tiktoker sembrano aver realizzato grazie agli strumenti a loro disposizione: uno smartphone e una piattaforma su cui parlare con il mondo.

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Netflix presenta Luna Nera con un’installazione contro la persecuzione delle donne

  • Una volta le donne venivano bruciate nelle piazze, oggi l’odio le perseguita online
  • Un’operazione di ambient marketing per riflettere sul tema della persecuzione del genere femminile

Dopo Suburra e Baby, arriva Luna Nera: la terza serie originale realizzata da Netflix in Italia. La prima storia fantasy prodotta dal colosso dello streaming insieme a Fandango, sarà disponibile dal 31 gennaio 2020.

Per il lancio della serie Luna Nera, Netflix presenta a Milano un’installazione interattiva che invita le persone in Piazza XXV Aprile a segnalare gli insulti rivolti sui social verso le donne, contrastando la violenza delle parole.

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Un rogo interattivo contro l’odio

Si tratta di un grande “rogo contemporaneo” all’interno del quale le persone potranno immergersi metaforicamente nelle fiamme dell’odio. Oggi come ieri le persecuzioni persistono. L’operazione invita a riflettere sul tema della persecuzione delle donne e afferma con un piccolo gesto l’impegno nel contrastare una caccia alle streghe che in forme diverse continua ad esistere.

A cambiare è solo il contesto. Mentre una volta erano accusate di essere streghe e venivano bruciate pubblicamente nelle piazze, come raccontato nella serie, oggi il genere femminile continua ad essere messo alla gogna, sul web e sui social.

Lo spazio interno, infatti, è completamente invaso da frasi di odio realmente pubblicate online contro le donne. Il pubblico, grazie all’utilizzo di un’interfaccia creata ad hoc, può selezionare uno degli insulti proiettati e cancellarlo. Le parole e le frasi d’odio proiettate sono frutto della ricerca di un software dotato di intelligenza artificiale che ha rintracciato ed estratto più di 7.000 insulti, tra le decine di migliaia presenti nel web, verso le donne sui principali social network.

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L’insulto scelto sarà segnalato e potrà essere cancellato definitivamente grazie alla collaborazione con Parole O_stili, il progetto sociale di sensibilizzazione contro la violenza delle parole.

Luna Nera: la trama

La nuova e attesissima serie prende ispirazione dal romanzo “Le città Perdute. Luna Nera” di Tiziana Triana (pubblicato a novembre da Sonzogno Editore) e racconta un’Italia del XVII secolo. La scrittrice ha contribuito alla sceneggiatura degli episodi insieme a Francesca Manieri (Il Miracolo), Laura Paolucci (L’Amica Geniale) e Vanessa Picciarelli (Bangla).

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In seguito alla morte di un neonato, Ade, una levatrice di 16 anni, viene accusata di stregoneria. Tra ragione e misticismo, la protagonista trova rifugio in una misteriosa comunità di donne, anche loro perseguitate per stregoneria, dove sarà tormentata dall’amore impossibile per Pietro, figlio del capo dei Benandanti, i cacciatori di streghe.

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Tra i protagonisti: Antonia Fotaras (Ade), Giada Gagliardi (Valente), Adalgisa Manfrida (Persepolis), Manuela Mandracchia (Tebe), Giorgio Belli (Pietro), Giandomenico Cupaiuolo (Sante), Filippo Scotti (Spirto) e molti altri ancora.

A guidare la la macchina da presa: Francesca Comencini, Susanna Nicchiarelli e Paola Randi.

Il grande rogo sarà visitabile dal 30 gennaio al 5 febbraio, dalle 10.00 alle 22.00, venerdì e sabato dalle 10.00 alle 24.00.

Week in Social: dal dark mode di TikTok alla Bitmoji TV di Snapchat

Sulla scia della #DollyPartonChallenge, a cui proprio nessuno ha saputo resistere, si torna a parlare di trend, con la nostra Week in Social. Scopriamo insieme quali sono le novità di questa settimana.

TikTok in dark mode

Praticamente quasi ogni app ha la sua versione dark. Non poteva mancare TikTok. La notizia arriva dal canale Twitter di Matt Navarra. L’app più amata del momento apparirà così.

La nuova versione sarà presto rilasciata per tutti.

Facebook raggiunge 34 milioni di utenti al giorno

Se pensi che Facebook debba ancora fare molto in termini di tutela della privacy, sarai sollevato nel sapere che la piattaforma sta lavorando proprio in questa direzione, per aumentare il controllo sui dati che condividiamo ed evitare potenziali abusi.


Cos’altro? Questa settimana Facebook celebra i 34 milioni di utenti attivi ogni giorno, e continua a implementare il Content Oversight Board. Hai presente quando Facebook rimuove un post che hai pubblicato e tu non ne condividi le ragioni? Ecco, l’oversight board è un Consiglio che vigila sulle scelte prese dalla piattaforma in casi del genere. Chissà se questo cambierà o meno la policy dell’app.

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Pinterest introduce il virtual Try on

Mentre continua a puntare sull’eCommerce, Pinterest sta anche lavorando a una nuova feature. Si chiama “Try on” e attinge alla realtà aumentata per permetterti di sperimentare ora sulle tue labbra, il colore di rossetti che più ti piace, direttamente dalla fotocamera del tuo cellulare.

Ovviamente in questa fase di test, l’opzione sarà disponibile solo per i brand che, dietro richiesta, saranno selezionati per il lancio del programma.

I video di Spotify arrivano sulle Instagram Stories

Per gli amanti delle Instagram stories e di Spotify questa è una gran notizia: presto sarà possibile condividere i video di Spotify direttamente sulle IG Stories.

Nasce Snapchat Bitmoji TV

Se tu fossi il protagonista di una trasmissione TV, la guarderesti da mobile? Snapchat scommette di sì. E lancia “Bitmoji TV. In pratica il tuo Bitmoji avatar e gli avatar dei tuoi amici saranno le star di incredibili, divertenti, cartoni animati.

Snapchat è sicuro che il nostro narcisismo non saprà resistere alla tentazione di provare la nuova TV, e che stavota Facebook non sarà in grado di copiare anche questa idea.

Instagram testa le emoji reactions in DM

Chiudiamo la nostra Week in Social con una notizia flash. Dopo Twitter, anche Instagram sta testando le emoji reactions nei messaggi in direct. Potrebbe passare un po’ di tempo prima che la nuova funzionalità venga distribuita a tutti. Attendiamo.

Cosa significa Street Culture e come fa un brand a parlare con le nuove generazioni

Con il suo impegno in AW LAB dà spazio e voce alla Generation Z, nella speranza di creare un mondo migliore per tutti coloro che hanno più futuro che passato.

Domenico Romano è Head of Marketing di uno dei brand più innovativi degli ultimi anni, è devoto alla creazione di storie, al consumatore e al ritorno sull’investimento, in passato è stato Direttore Marketing in Europa e Stati uniti per importanti brand Retail e Largo Consumo. Ci ha dato in una intervista un assaggio del suo punto di vista sul marketing in relazione alle nuove generazioni, di cui parlerà durante N-Conference, dove AW LAB sarà Culture Vertical Partner, regalandoci anche utili insight sui trend da tenere d’occhio nel 2020 e nel prossimo futuro.

Cos’è la Street Culture e chi è la Generazione Z

Innanzitutto raccontaci cosa significa Street Culture e come un brand può declinare questa cultura?

«Per AW LAB il concetto di Street Culture parte proprio dalla base semantica della parola cultura. Oggi intendiamo per cultura la formazione dell’individuo che possa insegnargli a stare nella società nel miglior modo possibile. E il punto è proprio questo: cercare di dare un’interpretazione della società attuale.

La Street Culture è il modo in cui le nuove generazioni si stanno formando. Sembra strano raccontare questa cosa, perché in genere siamo abituati a pensare alle nuove generazioni come ai ragazzini, nascosti dietro i mezzi di comunicazione, che hanno poi difficoltà nel relazionarsi agli altri. In realtà secondo noi c’è un problema di fondo di comprensione di questa generazione e crediamo fortemente che sia, invece, una generazione che sta costruendo una cultura di strada molto forte».

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Le nuove generazioni sono mondi ancora da scoprire, anche nel confronto con una tecnologia in frenetico progresso. Come si fa a parlare a questa generazione e qual è il segreto per non fermarsi mai?

«La tecnologia ha cambiato sia il loro modo di accedere alle informazioni, sia il loro modo di raccontare queste informazioni. Lo strumento chiave di tutto questo è il mobile. Già confrontando la generazione dei millennial o la generazione X, rispetto alla generazione Z, il grosso cambiamento è nel passaggio dal desktop al mobile.

Se prima consideravi il reperire informazioni un’attività che era possibile svolgere in un sistema di stato in luogo (vado in un posto, mi informo e poi vado fuori per raccontarle agli altri), oggi puoi stare fuori per prendere informazioni, poiché hai degli strumenti che ti garantiscono l’accesso alle informazioni 24 ore su 24. Ma soprattutto l’accesso allo story-doing, che è il vero grosso passaggio di questa generazione, rispetto allo storytelling più millennial.

Ovviamente tutto questo crea un sistema di fruizione e di lettura del mondo completamente nuovo. Questo nuovo sistema di valori si può definire come Street Culture e si appoggia poi su pillar fondamentali come l’arte, la musica, i viaggi, il design, ma anche una diversa interpretazione degli spazi».

Da Brand a Media, come si passa dal racconto all’ascolto

AW Lab è una delle prime realtà che ha saputo trasformarsi da brand in media. Cosa significa questo e come lo avete realizzato?

«Tutto è cambiato all’improvviso. Immagina il lavoro del marketing un po’ di anni fa. Noi prima creavamo una storia, avevamo dei mezzi di comunicazione che erano molto impattanti (perché arrivavano a molte persone) e sui quali conveniva investire tanto. Bisognava quindi creare una storia molto forte e si aveva un ritorno dell’investimento dovuto al fatto che questo film si poteva proiettare per un tempo medio-lungo attraverso dei mezzi di comunicazione di massa (Out-of-home, televisione, radio ecc.).

All’improvviso questo approccio al marketing è saltato completamente, perché cambiando i mezzi di fruizione del mondo e quindi i mezzi di comunicazione, e avendoli iper-frammentati (basta pensare a tutti i diversi social network che usiamo sul nostro smartphone), ma mantenendo lo stesso budget, lo split di questo investimento cresce esponenzialmente.

Oggi cioè non conviene più creare una storia che duri sei mesi o pretendere che ci sia qualcuno disposto ad ascoltare una storia per sei mesi. Questo ha rivoluzionato completamente il nostro modo di fare marketing, che si è spostato un pochino di più dal racconto all’ascolto.

Si è passati da una forma in cui si disegnava una storia per raccontarla, attraverso gli strumenti che c’erano a disposizione, a una situazione in cui tu crei le forme di dialogo (i format), dai le opportunità di espressione, e aspetti che ti arrivi il contenuto adattato a quel format di dialogo. Il nostro lavoro quindi è passato dalla creazione all’ingaggio.

Il nostro business è molto semplice da comprendere: tu hai una scatola nella quale inserisci dei prodotti, AW LAB vende anche prodotti di terzi. Ma prova a sostituire alla parola prodotto la parola storia: questo è l’universo di valori di cui stiamo parlando e che creiamo noi perché il nostro lavoro è quello di trasformare le caratteristiche tecnico-funzionali dei prodotti in storie da raccontare.

Oggi, se all’interno di questo box di cui parlavamo inserisci dei prodotti e ti aspetti che qualcuno venga ad acquistare questi prodotti, ti stai in automatico limitando perché non hai più la possibilità di raccontare quello che invece questi prodotti rappresentano. Se invece trasformi il prodotto in storia e il marchio non più nel negozietto di 100 mq in cui mettere il prodotto, ma nell’universo di mezzi di comunicazione e di format di cui stavamo parlando prima, che sono fruibili dalla nuova generazione, hai delineato la nuova strategia.

Il concetto è che non ho bisogno oggi di creare una storia, ma ho bisogno di creare una linea editoriale e in questa creare format nei quali poter raccontare ciò che vuoi. In automatico ti trasformi da consegnatore di prodotto a consegnatore di storie, cioè da retailer a media».

Nelle vostre strategie c’è molta gamification e tanto storytelling. Da dove partono le vostre pianificazioni? Quali metriche analizzate e come nascono le vostre campagne?

«Partiamo prima di tutto dall’obiettivo, perché le metriche rispettano un obiettivo. Ma vorrei aprire una piccola parentesi sulle metriche: oggi c’è una estrema attenzione su cosa possiamo misurare e non su come creare qualcosa per poter ottenere numeri migliori. Quindi già partendo da questo presupposto l’approccio cambia.

Il rischio delle misurazioni è quello di finire in una spirale del silenzio in cui si fanno sempre le stesse cose e si ottimizzano sempre le stesse cose, senza riuscire a creare innovazione. Tutto deve partire innanzitutto dalla storia, da cosa vuoi ottenere, da cosa vuoi migliorare e da come lo migliori.

La prima cosa è darti un ruolo nel mondo. Come azienda ti chiedi: “Perché dovrebbero venire da me a comprare scarpe che possono trovare anche dai competitor?”. Perché io ho un ruolo nel mondo e rappresento qualcosa di diverso.

Noi abbiamo due grossi valori: il primo è il concetto di empowerment di AW LAB Generation, quindi tutto quello che facciamo e che racconta il nostro brand è teso a dare una chance o a dare visibilità a questa generazione (i nostri talent show, la possibilità di entrare a far parte della nostra community, le nostre campagne pubblicitarie ecc.).

Il secondo è quello di business. La nostra industry è molto particolare perché è l’unica all’interno di tutto il fashion world che ha il settore donna che pesa soltanto il 20%. I pesi, cioè, sono completamente invertiti. Noi siamo quelli che vogliono portare avanti questa rivoluzione femminile per differenziarci rispetto agli altri. Incentiviamo quindi tutta la comunicazione e il mix di prodotto verso il settore donna.

Come facciamo a capitalizzare questi investimenti e questi elementi di differenziazione? Innanzitutto se ti trasformi in media hai anche aperto una nuova voce di revenue, quindi stai evolvendo il tuo business model: dal fare semplice trade-in e trade-out di prodotto ora riesci a vendere spazi pubblicitari all’interno del tuo network. Anche una voce minima di revenue, consente di soddisfare i criteri di differenziazione e anche con una piccolissima voce di revenue permette di portare avanti un update del business model.

Come sapere se questi investimenti stanno funzionando? In modo semplice: noi abbiamo dei KPI all’interno dei nostri spazi che sono quelli classici (numero di conversioni, scontrino medio, traffico dei clienti all’interno del negozio). Dal punto di vista Retail, più clienti scelgono il tuo spazio e quindi il tuo marchio, più significa che il brand è attrattivo.

Tutte le persone che ti seguono possono essere trasformate in shopper, quindi KPI numero uno è il traffico in-store.

Nell’epoca dell’omnicanalità il traffico in-store ha però un compagno che è il traffico online. Oggi il problema di tutti i retailer è che tendono a separare la vendita online dalla vendita fisica, cioè non partono dalla consumer journey, dal consumatore, ma partono dal canale di distribuzione. Invece il senso del network è quello di avere degli spazi, di poter considerare quante persone entrano in questi spazi, quante persone seguono il brand (che possono essere trasformate in potenziali clienti) e quanti sono gli utenti unici, cioè quante nuove persone porti nei canali online. Questi tre numeri crescono se la tua strategia di brand è premiante.

Una volta tenuta in considerazione la diffusione del marchio (brand diffusion), va capito come le persone ti stanno seguendo, cioè se ti apprezzano all’interno di questo processo. Il giudizio positivo o negativo va analizzato, va preso in considerazione, ma in ogni caso va sintetizzato non in un giudizio morale o semantico, ma nella parte di engagement rate. Quindi tanto per l’online quanto per l’offline, quante persone interagiscono con il tuo brand (entrano nei negozi, inviano un commento, partecipano ai tuoi contest) ti dà la seconda base di solidità del brand.

Infine ovviamente abbiamo tutto quello che riguarda i dati di enti esterni che certificano il lavoro fatto sul marchio, che con i loro index danno un valore della crescita del business».

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Le parole chiave del futuro nel Marketing

Ci indichi alcuni trend di Marketing che dovremmo tenere d’occhio nel futuro?

«Uno su tutti è il concetto di sostenibilità, ma non inteso come approccio al green. Io parlo di sostenibilità culturale. Questa generazione è in lotta perché vive in classi multietniche, ma poi si trova davanti a politici che parlano di chiusura dei porti. È una generazione cresciuta con l’accesso alle informazioni globali, senza barriere, e oggi si parla di chiusura, di limiti, di dazi doganali e di impossibilità di spostamento di persone. Una generazione che non conosce differenze di sessi, anche nel come si esplicita la sessualità, non conosce differenze di gender e si ritrova ancora in un mondo dove c’è una disparità forte tra uomini e donne.

Quindi il primo grosso trend è questo: l’ascolto della nuova generazione in ottica di sostenibilità, perché se ascoltassimo un po’ di più questa generazione saremmo in un mondo migliore, in cui i porti sono aperti, in cui non ci sarebbe più etichettatura tra uomini e donne. I brand in questo senso devono mettersi all’ascolto e devono farsi rappresentanti e amplificatori di questa generazione, che è il lavoro che cerchiamo di fare anche noi con AW LAB.

Dal punto di vista invece di distribuzione e di prodotto, l’overload di informazione che hanno questi ragazzi porterà alla ricerca di un prodotto con un connotato di status sempre più alto. Un prodotto deve cioè rappresentare qualcosa.

Se tu puoi trovare quello cerchi dove vuoi, quando vuoi e come vuoi, il valore del prodotto in sè diminuisce, perché non hai più il costo opportunità dell’andare in negozio, trovare il tuo numero e avere una chance limitata di acquistare. I marchi hanno reagito a questo scenario con una iper-segmentazione, cioè immettendo pochi prodotti sempre più diversificati sul mercato (l’edizione limitata, per intenderci). Questo porta dei pregi e dei difetti: i brand devono lavorare sempre di più in termini di innovazione, ma i margini tenderanno a ridursi. In questo senso sarà un trend che continuerà a crescere, con collaborazioni e capsule collection.

Un altro trend dal punto di vista di fruizione sarà invece la possibilità di permettere di accedere all’acquisto in qualsiasi modo e dovunque vuoi, quindi si continuerà a investire sul mobile o su qualsiasi strumento che permetta la connettività in qualsiasi momento.

Dal punto di vista strettamente di marketing diminuiranno gli investimenti in storytelling come lo abbiamo conosciuto finora (con grosse campagne) e aumenteranno gli investimenti in life changing activity, cioè tutto quello che promette che grazie al tuo impegno tu possa cambiare la tua vita o cambiare il mondo.

Il 2020 sarà l’anno delle grandi promesse, in cui i marchi cominceranno a fare proposte per avere un impatto forte sulla società, che non significa solo piantare un albero».

ll consumo sostenibile è in crescita. Ecco come cambiano le nostre abitudini (e anche le aziende)

  • Aumenta il consumo sostenibile. Secondo una ricerca il 67% degli italiani si sente coinvolto sul tema della sostenibilità, soprattutto le donne tra i 35 e 54 anni   
  • L’impatto negativo del fast-fashion può avere delle alternative sostenibili a prezzo contenuto, come usato, fashion renting e riparazioni 
  • Le aziende prendono parte al cambiamento verso la sostenibilità, dalle certificazioni b-corp alla comunicazione positiva e ispirazionale

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Il 2020 è, ancora più del 2019, l’anno della sostenibilità e richiede un impegno maggiore e concreto da parte delle nazioni, delle aziende, dei consumatori verso il consumo responsabile.

Ci siamo lasciati alle spalle un 2019, che ha messo sotto la lente d’ingrandimento l’emergenza climatica, con Greta Thunberg, personaggio dell’anno secondo il Time, e Ursula Von der Leyen, Presidente della commissione europea, che con il piano European Green Deal intende transitare il vecchio continente verso la neutralità climatica entro il 2050.

In questo contesto di grande impegno e nuove sfide a cui tutti possiamo e dobbiamo prendere parte, come sta cambiando il nostro stile di vita? Come si stanno impegnando o possono concretamente farlo piccole e grandi aziende?

Acquisti e consumo sostenibile

Posate di plastica, cotton fioc, cannucce: oggetti della nostra quotidianità che oggi stanno piano piano scomparendo dalle nostre case e dai posti che frequentiamo a favore del consumo sostenibile. Ci dimostrano, come non solo nei progetti europei e mondiali, ma anche nel nostro comportamento di tutti i giorni qualcosa sta davvero cambiando.

Il report 5° Osservatorio nazionale sullo stile di vita sostenibile di Life Gate, su un campione di 800 italiani ci mostra che il 67% è coinvolto nei confronti della sostenibilità, per la maggior parte le donne dai 35 ai 54 anni professionalmente attive, diplomate o laureate.

Tra le abitudini sostenibili degli italiani abbiamo la raccolta differenziata (il 92%), l’utilizzo di elettrodomestici a basso consumo (77%), utilizzo limitato di bottiglie in plastica (40%), il consumo di cibo biologico (34%), l’utilizzo – quando necessario – di piatti e posate biodegradabili il (34%), infine il 17% utilizza capi di abbigliamento sostenibile e il 16% prodotti di cosmesi naturale.

consumo sostenibile. posate plastica

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Sul fronte acquisto gli italiani sono disposti a spendere di più per: lampadine led (79%); elettrodomestici a basso consumo (74%); prodotti bio (52%); energia rinnovabile (47%); abbigliamento naturale e sostenibile (24%).

Le motivazioni principali che ci spingono a fare acquisti sostenibili sono la responsabilità verso le generazioni future (91%), l’amore per l’ambiente (88%), ma anche cercare di stare bene con se stessi in modo sano e naturale (87%).

Riprendendo una frase di Greta Thunberg, del resto:

Nessuno è troppo piccolo per fare la differenza.

Ciò che negli ultimi tempi stanno incentivando soprattutto istituzioni e associazioni è una partecipazione attiva e comunitaria della popolazione, attraverso la condivisione di comportamenti e consumi sostenibili. L’obiettivo, oltre a ridurre il nostro impatto sull’ambiente, è di portare le nazioni e le aziende a prendere parte al cambiamento, mosse dalle scelte di portafoglio dei consumatori.

Esempi interessanti, che incoraggiano la partecipazione attiva sono l’iniziativa Saturday for Future di Asvis (Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile) e la campagna promossa dall’Onu Act Now.

La sostenibilità costa, il fast-fashion no

Un’obiezione comune riguardo l’acquisto sostenibile è il costo alto, che non tutti sono disposti a sostenere.

Prendiamo come esempio la moda e il fenomeno del fast-fashion, cioè il settore nell’industria dell’abbigliamento che produce collezioni ispirate all’alta moda ma messe in vendita a prezzi contenuti e rinnovate in tempi brevissimi. Il fast-fashion produce tonnellate di rifiuti (molti capi invenduti vengono bruciati), consuma una quantità spropositata di acqua, utilizza coloranti nocivi, molti dei lavoratori sono sottopagati. Il Regno Unito è la nazione con maggior consumo di nuovi indumenti (26,7 Kg a persona), in Italia 14 Kg.

fast-fashion

Un esempio di azienda che lavora nel fast-fashion e non si impegna per la sostenibilità è Missguided. Lo scorso giugno ha messo in vendita un bikini a 1£. Il materiale è 85% poliestere non biodegradabile e la scarsa qualità del prodotto lo farà diventare un rifiuto da smaltire in pochi lavaggi.

Nonostante le reazioni negative e la condanna dell’opinione pubblica, il settore del fast-fashion non è per niente in crisi, anzi è cresciuto. Acquistare un capo nuovo per pochi euro è del resto attraente, soprattutto per la fascia degli adolescenti.

Ci sono tuttavia alternative economiche che stanno crescendo e ci permettono di cambiare velocemente l’armadio, unendo maggiore qualità e consumo sostenibile.

Il boom dell’usato, delle riparazioni e del fashion renting

Negli ultimi anni avrete notato nelle vostre città fiorire negozi e sul web e-commerce, gruppi Facebook e app che propongono l’acquisto di abbigliamento usato a partire da pochi euro. Pezzi unici, stile personalizzato e costi contenuti. Solo in USA il mercato della seconda mano nel 2018 valeva 24 miliardi di dollari contro 35 miliardi del fast-fashion. Nel 2028 la situazione è destinata a capovolgersi con un valore di 64 miliardi del primo, contro 44 miliardi del fast-fashion.

vestiti usati

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Un esempio tutto italiano di compravendita dell’usato è la piattaforma Depop, che somiglia un po’ Instagram e un po’ a eBay. Gli utenti hanno delle pagine di profilo che funzionano come vetrine digitali, dove postano foto, descrizione e prezzo delle cose che vogliono vendere. Si possono seguire i venditori preferiti, vedere i loro prodotti in un feed e usare gli hashtag per fare le ricerche.

Un’altra alternativa è il noleggio di abiti (fashion renting), un mercato da oltre 1 miliardo di dollari nel 2018, che si aspetta salire a quasi 3 miliardi entro il 2027. Le startup italiane Dress You Can e DrexCode offrono questo servizio a prezzi contenuti, soprattutto rispetto alle spese che si affrontano solitamente per le cerimonie.

Oppure per capi di qualità che si sono rovinati, ci sono brand come Rifò che ripara o ricicla capi in cachemire e Freitag, brand famoso per le borse da postino realizzate con teli di autocarro, che offre il servizio di riparazione.

Borracce, caraffe filtranti, acqua in cartone: così riduciamo la plastica

Un altro sintomo del consumo sostenibile è apparso negli ultimi mesi, colorando molte scrivanie, dove avrete notato comparire borracce termiche e bottiglie in alluminio di ogni tipo e colore. La riduzione di bottigliette di plastica è stato uno dei piccoli cambiamenti che la lotta ambientale ha portato nella nostra vita. Tra le aziende italiane che sono state pronte a questo cambiamento e lo hanno trasformato in successo 24Bottles, brand che realizza bottiglie in alluminio unendo la sostenibilità al design.

acqua in cartone

Anche le caraffe filtranti stanno vivendo il loro periodo d’oro, sono brocche che filtrano l’acqua corrente e evitano quelle pesanti casse d’acqua, che generano una montagna di rifiuti e pesano sul portafoglio. Tra i brand più famosi Brita e Laica.

Un’altra novità ancora poco diffusa in Italia sono le confezioni di acqua in cartone riciclabile. Fonte Margherita, brand delle Dolomiti, ha annunciato recentemente la nuova linea di packaging sostenibile.

Come cambiano le aziende

Davanti a consumatori più consapevoli, si stanno muovendo piano piano anche piccole e grandi aziende in direzione della sostenibilità. Facciamo una premessa, per un’azienda scegliere la strada della sostenibilità a seconda del tipo di business e dalla grandezza, può non essere semplice e presupporre inizialmente un grande investimento e impatto, che va poi a ripagarsi nel tempo. Il piano europeo sul clima di Ursula Von der Lyen prevede per questo azioni, fondi e incentivi proprio per aiutare le aziende nella direzione della sostenibilità. Tuttavia ciò non significa stare fermi e aspettare, ma ci sono delle direzioni, approcci e contributi, che le aziende stanno già prendendo o possono iniziare a percorrere.

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B-corp e società di benefit

Negli ultimi anni sono aumentate progressivamente le certificazioni B-Corporation, rilasciate alle aziende dall’ente no-profit B-Lab. Ad oggi sono circa 2800 in 64 nazioni. Le B-corporation sono un gruppo di aziende che hanno scelto un modello di business differente, che non solo porti profitto e beneficio agli azionisti, ma distribuisca valore anche a tutti gli altri portatori di interesse (shareholders): dipendenti, fornitori, comunità locale, ambiente.

sostenibilità

Il primo passo per ottenere la certificazione B-Corp, prevede un impact assessment gratuito in cui le aziende misurano il valore che stanno creando per la società. Con un risultato di almeno 80 su 200 punti, si può validare il punteggio con l’ente B-Lab. Successivamente si firma la dichiarazione di interdipendenza delle B-Corp e si entra a far parte della comunità.

Mentre le B-Corp sono riconosciute da un ente, ma non costituiscono forma giuridica, dal 2016 in Italia, secondo paese al mondo dopo gli USA, è possibile costituire una Società di Benefit. L’azienda fissa nel proprio statuto l’impegno a condurre un’attività economica agendo in modo da portare benessere ad ambiente e persone. Non si tratta di imprese sociali o di un’evoluzione del no profit, ma di una trasformazione di impresa a scopo di lucro.

In Italia le B-Corp sono oltre 60 in diversi settori, possono essere consultate in un directory comune.

Partnership sostenibile

Alcuni brand stanno unendo le forze con altri business che si allineano al loro pensiero sostenibile.

The Iconic per esempio è un eCommerce di moda australiano. Nel 2019 ha creato una collezione Considered nella quale sono presenti capi e brand che stanno contribuendo positivamente all’ambiente e alla società, come Patagonia, utilizzando materiali eco-friendly, rispettando gli animali, le condizioni di lavoro, migliorando i processi produttivi in ottica sostenibile o condividendo valore con la comunità. The Iconic con la collezione Considered, consente al consumatore di acquistare il capo di abbigliamento secondo il valore etico e sociale del brand.

consumo sostenibile: moda

Il brand prende parte, ispira, educa

Quando l’impegno dell’azienda verso la sostenibilità è reale e non solo un’azione di marketing, è importante che il brand comunichi in modo autentico e trasparente con il proprio “pubblico”, come sta contribuendo attivamente alla causa e lo guidi verso il consumo sostenibile.

Se la scelta sostenibile si traduce anche in un aumento del costo di prodotto, la comunicazione sarà utile per far comprendere al consumatore il guadagno a lungo termine di un acquisto etico, come per esempio una maggiore qualità e durata. Il brand diventa quindi anche un educatore sui temi sociali.

Un brand che attraverso la comunicazione educa, ispira e racconta la sostenibili è Davines, azienda cosmetica di Parma. Davines è B-corp e società di benefit. Nella comunicazione è molto ispirazionale e coinvolgente, invita il consumatore a essere parte attiva del cambiamento e a fare un percorso insieme al brand. Un esempio è lo spot dello scorso dicembre, che presenta il prodotto mettendo però in primo piano l’impegno per l’ambiente.

AW LAB presenta la nuova campagna Selected by Music Edition

AW LAB presenta le attesissime novità street e urban della stagione e, come sempre, lo fa con la collaborazione degli artisti hot del momento che hanno selezionato le sneaker e l’apparel più cool della spring summer 2020.

La nuova campagna Selected by Music Edition ha come protagonisti tre artisti tra i più ascoltati e seguiti della scena musicale italiana: Dani Faiv, Low Kidd e Madame, la rivelazione dell’anno. Insieme a loro Ana Mena, cantante super streammata in Spagna ma conosciuta ed apprezzata anche nel nostro Paese.

Gli artisti hanno selezionato i modelli di sneaker e l’apparel più hype della nuova stagione e sono stati protagonisti di uno shooting fotografico le cui immagini sono al centro della nuova comunicazione digital ed in-store su tutto il network internazionale del brand.

AW LAB e le nuove generazioni

Prosegue così la collaborazione tra AW LAB e la scena artistica contemporanea, iniziata già con il contest AW LAB IS ME, con la presentazione delle collezioni in trend attraverso la scelta di chi contribuisce alla loro definizione.

Il range è stato selezionato dagli artisti tra i best seller dei big brand di sneaker internazionali. Dalle Nike Air Force One e Diadora MI Basket per l’Uomo alle adidas Supercourt e Puma RS-X per la Donna, con un total look composto dai nuovi capi must have di Nike, Fila, Champions e Diadora.

Una selezione resa unica da una capsule collection apparel di VRL, lo street brand venduto in esclusiva da AW LAB e che mixa riferimenti sport ai look più stylish.

Play with style attitude, con un omaggio alle contaminazioni tra music culture e fashion. Selected by Music Edition è solo l’inizio delle attività di comunicazione Made in AW LAB la cui matrice è la relazione e il dialogo con i propri consumatori finali, sempre suoi ispiratori e protagonisti esclusivi.

Le iniziative di AW LAB sono l’amplificazione spontanea, senza intermediazione, del pensiero e dell’energia delle nuove generazioni di cui il brand è diventato portavoce autentico.

mark zuckerberg - cripto economia

Facebook a quota 2,5 miliardi di utenti, ma i profitti non crescono

Nel quarto trimestre Facebook ha battuto le stime di Wall Street, ma il rallentamento della crescita degli utili ha superato il prezzo delle azioni. Facebook ha raggiunto i 2,5 miliardi di utenti mensili, in aumento del 2%, da 2,45 miliardi nel terzo trimestre del 2019 quando era cresciuto dell’1,65%, e ora ha 1,66 miliardi di utenti attivi al giorno, in crescita del 2,4% rispetto a 1,62 miliardi dell’ultimo trimestre quando era cresciuto del 2%. Facebook ha generato entrate per 21,08 miliardi di dollari, in crescita del 25% su base annua, con guadagni per azione di 2,56 dollari.

Ma l’utile netto è stato di soli 7,3 miliardi di dollari, in aumento solo del 7% su base annua rispetto alla crescita del 61% rispetto al 2018.

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I motivi della crescita lenta

Sono in particolari le spese ad essere aumentate per Facebook, in crescita del 34% rispetto al quarto trimestre del 2018. Dove sono andati a finire questi soldi? Soprattutto sul personale, cresciuto del 26% anno su anno, con oltre 1000 ingegneri che lavorano solo sulla privacy.

Mentre la base di utenti di Facebook continua a crescere, il social non riesce più a incamerare denaro con la stessa semplicità del passato. Mark Zuckerberg aveva già avvertito gli investitori che affrontare i problemi di odio, le interferenze elettorali e altri problemi di moderazione e sicurezza dei contenuti sarebbe stato costoso. Tuttavia, le spese sono cresciute e gli utili si sono ridotti più velocemente di quanto Wall Street sembrava aspettarsi. Facebook dovrà sperare che la sua promessa di utilizzare un’intelligenza artificiale scalabile per gestire queste operazioni trovi presto una concreta applicazione.

C’è chi parla di un inevitabile crollo di Facebook, dovuto a una trascurata gestione dei problemi sulla sicurezza nel passato in favore della crescita. E pare che ora la società debba pagare 550 milioni di dollari in un accordo per la violazione dell’Illinois Biometric Information Privacy Act. La class action contro Facebook era stata intentata poiché la piattaforma avrebbe raccolto i dati di riconoscimento facciale degli utenti per potenziare la sua funzione di suggerimenti sui tag nelle foto.

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I prodotti del Gruppo Facebook

La società ha fatto notare anche che attualmente ci sono 2,26 miliardi di utenti che aprono Facebook, Messenger, Instagram o WhatsApp ogni giorno, rispetto ai 2,2 miliardi dell’ultimo trimestre. La famiglia di app vede 2,89 miliardi di utenti mensili totali, con un aumento del 9% su base annua.

Zuckerberg ha sottolineato la necessità del social di rimanere concentrato sull’affrontare le questioni sociali e le conseguenze della crescita dell’azienda, ricordando che Facebook continuerà a rendere le sue app più private e sicure.

Per quanto riguarda gli aggiornamenti dei prodotti,Facebook sta sviluppando WhatsApp Pay, e il CEO ha dichiarato: “Mi aspetto che questo inizi a diffondersi in diversi paesi e che faremo molti progressi nei prossimi sei mesi”.

Per quanto riguarda i piani di integrazione delle interfacce di Messenger, Instagram e WhatsApp, Zuckerberg ha affermato che manterranno i loro marchi, ma che l’integrazione sarà sempre maggiore nel backend.  Un tentativo per convincere l’Antitrust dell’impossibilità di slegare i singoli servizi gli uni dagli altri.

Anche la luce può essere uno strumento di marketing: ecco come la usano i ristoranti

  • Anche la luce può essere una tattica di marketing riuscendo ad esaltare al meglio l’esperienza gastronomica dei ristoranti
  • Distinguere la luce calda dalla neutrale e dalla fredda è il primo passo per una progettazione illuminotecnica impeccabile

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Un ristorante è un luogo in cui le persone desiderano trovare ristoro e vivere momenti gratificanti, non solo attraverso il gusto ma anche e soprattutto con la vista. E a tavola, la luce gioca un ruolo davvero importante.

Una corretta illuminazione migliora l’esperienza a tavola

Infatti, secondo una ricerca condotta dagli studiosi americani Brian Wansik e Koert Van Ittersum, rispettivamente della Cornell University e del Georgia Institute of Technology, una giusta illuminazione aumenta il tempo di permanenza dei commensali, favorendo tra l’altro il consumo di cibi e bevande.

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Ad avvalorare questa tesi, arrivò il celebre chef francese Paul Bocuse, che svolse un singolare esperimento.

Pochi anni prima di morire, aveva fondato a Lione un centro multidisciplinare, in cui la scienza era, ed è tutt’ora, applicata al mondo della cucina e, in generale, all’arte dello stare a tavola. Così, all’interno di un ristorante temporaneo, organizzato in moduli, con ambienti ed elementi diversi, installò un sistema di telecamere per analizzare, assieme ad un team di esperti (psicologi, sociologi e lighting designers), le reazioni dei clienti di fronte agli alimenti, al variare dell’intensità luminosa.

Dai risultati, è emerso come la luce riesce ad esaltare, o viceversa a svilire, la qualità dell’esperienza gastronomica, trasformandosi così in un’efficace strumento di comunicazione, che concorre a definire l’identità di un ristorante.

Luce e brand identity

Il Maestro Gualtiero Marchesi diceva che “ogni piatto ha una sua luce” e, in effetti, se correttamente illuminati, i cibi diventano immediatamente più succulenti e appetitosi, esaltati nella freschezza dei loro colori.

La componente visiva serve ad apprezzare maggiormente la bontà del cibo e costituisce, indirettamente, un invito all’acquisto.

La luce quindi, deve rientrare nella strategia marketing di un progetto ristorativo, per permettere la corretta percezione del cibo e la valorizzazione di quelle aree o dettagli che meritano l’attenzione del cliente, avendo come finalità quella di sedurlo, conquistarlo.

Le luci non sono tutte uguali

Al momento dell’acquisto di una lampada, vanno valutati alcuni aspetti, come l’indice di resa cromatica o IRC (quanto i colori degli oggetti illuminati appaiono naturali), la quantità e la distribuzione della luce, ma anche la temperatura del colore della fonte luminosa, misurata in gradi Kelvin.

In questo senso, nella progettazione illuminotecnica degli spazi, si tiene conto della differenza tra luce calda (attorno ai 2700K), bianca neutrale (circa 4000K) e fredda (5000K). L’impatto poi, dipenderà anche dalla tipologia dei clienti e da fattori di tipo culturale. In Giappone ad esempio, si utilizzano in prevalenza luci fredde e scintillanti, anche al ristorante.

Negli USA invece, la luce blu sembra ridurre l’appetito. A dirlo sono i ricercatori dell’Arkansas, che con uno studio pubblicato sulla rivista Appetite, hanno dimostrato come, su 112 soggetti che avevano preso parte all’esperimento, quelli che erano stati radunati nella sala da pranzo illuminata da luci blu, avevano mangiato molto meno rispetto agli altri, manifestando un immediato senso di sazietà.

La scelta delle luci dunque, condiziona il comportamento delle persone, incidendo sul successo del locale. Compito del progettista, sarà quello di riuscire a trasmettere, attraverso un’appropriata illuminazione, il genius loci, restituendo visivamente quello che il ristorante o lo chef vogliono esprimere.

Sopravvivere nell’era digitale diventando “indistraibili”

  • Il modo di lavorare con le nuove tecnologie è cambiato: scopri il segreto per ritrovare l’equilibrio
  • Bombardati da continui stimoli, fatichiamo a focalizzarci su una singola cosa
  • Diventare “indistraibile” è il nuovo super potere da acquisire per non farsi sopraffare dalla tecnologia

 

La continua crescita delle nuove tecnologie ha cambiato non solo l’approccio alla maggior parte dei lavori che svolgiamo, ma ha anche ridefinito il concetto stesso di lavoro. Abbiamo la possibilità di lavorare ovunque e in qualsiasi momento del giorno e della notte. Non abbiamo più bisogno di star seduti alla nostra scrivania per essere rintracciati da un collega, basta una mail. In fondo tutto questo sviluppo tecnologico ci consente di avere il massimo controllo sul nostro lavoro, di velocizzare i compiti, di ottimizzare i tempi.

Ma è davvero così o abbiamo definitivamente spezzato quella linea sottile tra vita privata e professionale?

Come ci approcciamo alle nuove tecnologie

Pensateci bene. Il nostro turno lavorativo è finito e a breve comincerà la nostra lezione di pilates. Prendiamo il borsone per andare in palestra e il telefono comincia a squillare. Lo ignoriamo ma non smette di suonare. Chiamate, email, messaggi. Dov’è finito il tempo libero, il diritto di non essere disturbati? Possiamo evitare di rispondere, ma siamo online anche fuori dall’ufficio. Smartphone, tablet, notebook hanno reso accessibile tutto, semplificando impegni e commissioni ma, se non usati correttamente, tolgono una cosa fondamentale: il tempo.

Come possiamo sfuggire a tutto questo, essere al passo coi tempi e non perdere i nostri di tempi? Scaviamo un po’ più a fondo per comprendere i veri problemi del binomio lavoro-tecnologie.

Come ci approcciamo al lavoro

Il vecchio modo di lavorare, quello “analogico”, era molto incentrato sul luogo. Potevamo portare il lavoro a casa, rifinire qualcosa, correggerlo, ma c’era l’ufficio con il telefono, il fax per scambiare le informazioni con i colleghi, i clienti e i fornitori. Le riunioni da fare, faccia a faccia, per stipulare contratti importanti. Adesso abbiamo la possibilità di lavorare da remoto, siamo disponibili 24 ore su 24, 7 giorni su 7. Possiamo organizzare conferenze con chiunque e in qualsiasi momento della giornata attraverso strumenti di web conferencing.

A colpo d’occhio, sembra positivo, massima flessibilità del lavoro per risultati migliori. Cambia tutto e crediamo di avere gli stessi orari. Si comincia alle 8/9 del mattino, c’è la pausa pranzo, si ricomincia e si torna a casa prima di cena. Ma una volta tornati, controlliamo la mail, poi un’occhiata ai documenti, un consulto veloce all’agenda. L’orario lavorativo subisce un’estensione e nemmeno ce ne rendiamo conto, perché è diventata un’abitudine controllare i messaggi mentre siamo sotto le coperte, con un occhio mezzo aperto e l’altro chiuso.

In virtù di questo, molti manager stanno modificando la propria politica aziendale, intensificando la qualità del lavoro, riducendo l’orario, passando dalle classiche 8 ore a 5 ore. Un esempio?

L’imprenditore tedesco Lasse Rheingans ha acquistato una piccola società di consulenza tech, modificando l’orario e lasciando inalterati stipendi e ferie. I dipendenti della società Rheingans Digital Enabler, iniziano a lavorare alle 8 e staccano alle 13. Lavorano 25 ore a settimana senza essere distratti dai cellulari o dai colleghi. Le mail possono essere controllate massimo 2 volte al giorno, e le riunioni durano circa 15 minuti. In questo modo, i dipendenti realizzano gli stessi livelli di produttività di chi lavora 40 ore settimanali, ma il risultato migliora: i lavoratori sono più sereni, e l’orario ridotto genera appeal per i nuovi, giovani talenti.

Altre soluzioni riguardano lo smart working, che permette ai dipendenti di lavorare in modo flessibile e di non essere sempre fisicamente in azienda, proprio grazie all’apparato delle tecnologie che ci permettono di essere raggiungibili ovunque. La soluzione è molto apprezzata soprattutto dai Millennial. Essendo cresciuti con cellulari, tablet e smartphone, sono stati i primi a servirsene per il lavoro senza sentirsi “contaminati” da qualcosa di estraneo, incomprensibile. Non hanno troppi problemi se vita privata e lavorativa si mescolano. Controllano le mail prima che si alzino dal letto la mattina, fanno shopping online mentre sono al lavoro, scambiano messaggi con i loro datori di lavoro dopo le 20, recuperano e riguardano progetti anche dopo gli orari lavorativi, perfino la domenica.

Le nostre abitudini lavorative devono cambiare

Le tecnologie hanno velocizzato molti processi, hanno modificato il modo di lavorare ma siamo ancora legati ai vecchi orari, a procedure standard. Tutto questo perché esiste ancora una certa riluttanza al cambiamento e all’innovazione.

I processi sono più importanti del risultato

Jeff Bezos, il fondatore di Amazon, ha affermato che il processo è diventato il proxy del risultato che si desidera. Dopotutto se si svolge correttamente una procedura, passo dopo passo, sarà impossibile sbagliare. Tuttavia, seguire la procedura così meticolosamente è inefficiente e ci fa perdere il contatto con l’obiettivo originale.

“Groundhog Day”, ossia il giorno della marmotta

In America la tradizione vuole che in questo giorno si debba osservare il rifugio di una marmotta. Se l’animale sbuca fuori dalla tana e non riesce a vedere la sua ombra perché il tempo è nuvoloso, l’inverno finirà presto. Se invece vede la sua ombra, perché è una bella giornata, si spaventerà e tornerà di corsa dentro, e l’inverno continuerà per altre sei settimane. Una tradizione che si ripete, un pronostico. Un procedimento che è sempre lo stesso, da secoli.

Andrà bene per la marmotta ma non per noi. Se abbiamo un problema e lo affrontiamo sempre allo stesso modo, ottenendo scarsi risultati, vuol dire che è arrivato il momento di cambiare approccio. I metodi nuovi, diversi da quelli tradizionali, vengono adottati quando questi ultimi falliscono. Si attacca l’efficacia dell’innovazione invece del ritardo impiegato per utilizzarla. 

La soluzione? Più libertà e responsabilità

La flessibilità promessa dalle tecnologie non è mai arrivata, o almeno non abbiamo ancora capito come sfruttare tutto questo potenziale a nostro vantaggio. L’era digitale è qui, la tecnologia fa parte di noi, ma non possiamo farci sopraffare. Dobbiamo creare un nuovo equilibrio tra lavoro e vita privata, sfruttando in modo intelligente le tecnologie. La prima cosa da fare è quella di rivedere il nostro concetto di libertà e controllo.

Crediamo che più siamo controllati meno libertà abbiamo. Viceversa, abbiamo più libertà quando siamo soggetti a un minor controllo. C’è un compromesso che ci costringe a sceglierne l’uno o l’altro. Ma le aziende più innovative non la pensano così.

Maggior controllo non significa necessariamente perdere la libertà.

Il nostro modello è quello di aumentare la libertà dei dipendenti mentre cresciamo, piuttosto che limitarli per continuare ad attrarre e nutrire nuove persone, quindi abbiamo una migliore possibilità di successo nel tempo.

Recita la presentazione di Netflix sulla sua cultura aziendale.

Cosa vuol dire al mondo Netflix? Più controllo può significare anche più libertà. 

Più controllo deve portare a più flessibilità, indipendenza e responsabilità. Per adattare il modo di lavorare alle possibilità offerte dalle innovazioni digitali, bisogna far propria la politica di libertà e responsabilità. Questo è l’unica strada per le aziende per innovarsi velocemente e rendere tutti più felici e realizzati. Investire le proprie risorse in tecnologie non basta, bisogna accettarle e usarle senza diventare automi, riavvicinarsi ad un’umanità che stiamo lentamente perdendo.

Come creare, quindi, il giusto equilibrio tra vita lavorativa e vita privata?

1. Capire dove, come e quando si lavora meglio

Spesso non è la mole di lavoro a crearci disagio, ma il luogo, le procedure da seguire o gli orari. Lavoriamo meglio a casa o in ufficio? Se possiamo lavorare in qualsiasi luogo, accedere ad un documento a qualsiasi ora, perché non sfruttare le tecnologie a nostro vantaggio? Magari ci concentriamo di più in un luogo isolato, che sia la nostra casa o un angolo in biblioteca, oppure tra la folla, in un bar mentre sorseggiamo un caffè. La cosa importante è trovare il proprio equilibrio e questo è un modo smart di usare l’innovazione.

2. Pensare in modo critico

La solita prassi nello svolgere i nostri compiti non è più efficace? Benissimo, le tecnologie ci offrono novità e processi differenti. Il pensiero critico ci aiuta a valutare e migliorare i nostri processi lavorativi, adattandoli costantemente alle realtà mutevoli dell’era digitale. Usiamoli in modo consapevole e magari il risultato sarà una piacevole sorpresa.

3. Essere creativi

Come diceva Albert Einstein, la creatività è intelligenza che si diverte. E allora siamo creativi! Per essere innovativi bisogna pensare fuori dagli schemi, andare oltre l’ordinario e smetterla di fare affidamento sui metodi che abbiamo collaudato milioni e milioni di volte. Non siamo macchine, è insoddisfacente, noioso e pericoloso abituarsi alla routine. La creatività aiuta a ridefinire il lavoro e ad innovarlo. Abbiamo tutti bisogno di essere più creativi se vogliamo affrontare la flessibilità, la libertà e la responsabilità creata dalle tecnologie digitali emergenti.

4. Imparare a collaborare “virtualmente”

Lavorare in team resta una costante importante. I nuovi mezzi di comunicazione ci permettono di comunicare in tutto il mondo e restare in contatto con chiunque. La tecnologia, se usata bene, può facilitarci i compiti e farci guadagnare più tempo libero.

5. Lasciarsi motivare dalla curiosità

La curiosità è quella forza inesauribile che ci spinge ad imparare cose nuove. Senza di essa non saremo motivati a trovare soluzioni migliori per noi stessi e gli altri. Possiamo avere tutte le informazioni a disposizione, davanti ai nostri occhi, ma se non siamo curiosi, se non abbiamo la voglia di apprendere o approfondire, queste mole di notizie è del tutto inutile. È la curiosità che ci permette di andare oltre e rendere il nostro lavoro più appagante.

Restare focalizzati nel mondo dell’iperconnessione

L’innovazione può massimizzare le opportunità lavorative, migliorare la nostra vita, ma è fondamentale usarla bene. Siamo ricchi di informazioni, tecnologie diverse, ma stanchi, la nostra attenzione cala, siamo nervosi. Negli ultimi anni stiamo subendo un bombardamento sensoriale che ci rende schiavi delle immagini e delle parole.

Siamo davvero noi a scegliere o stiamo diventando spettatori della nostra vita? In un mondo multitasking impariamo a concentrarci di nuovo su una cosa sola e facciamola bene. 

credits by griffon webstudios

 

Evitare il burnout e lavorare in modo più intelligente

Sentiamo spesso parlare del burnout, ossia lo stress che ci attanaglia a lavoro e che determina un logorio psicofisico ed emotivo . Un fenomeno crescente, che colpisce tutti, ci fa sentire esausti, immotivati a lungo andare, ci rallenta sempre di più. Anche le continue interruzioni che ci colpiscono continuamente ci rendono nervosi, irascibili, e abbiamo la sensazione di perdere il filo ogni volta che squilla il telefono o che qualcuno richieda la nostra attenzione. I problemi associati alla distrazione si sono così aggravati: la nostra capacità di impegnarci in un lavoro ponderato è diminuita, così come il nostro desiderio di farlo effettivamente.

credits by Clockify

Quando sentiamo quell’impellente stimolo di bloccarci per controllare le notifiche sullo smartphone, dobbiamo capire cosa ci sta succedendo e riflettere. Non è una questione di curiosità, ovviamente tranne quando aspettiamo una notizia importante, ma è un disagio interiore. Quando le cose diventano tranquille o un’attività diventa noiosa o frustrante, agganciamo i nostri telefoni. Ogni volta che ci ritroviamo a passare da un’attività all’altra prima del punto di arresto previsto, e pensiamo a cosa ci ha fatto distrarre, annotiamolo. Una volta che diventiamo consapevole di questi segnali, troviamo il modo di superarli.

Ad esempio, chiediamoci cosa potremmo fare per smettere di scorrere per ore la home di Instagram, o in che modo possiamo impedire ad altri di interromperci quando stiamo provando a concentrarci. Quando abbiamo trovato delle soluzioni vincenti, adottiamo questa tattica per restare concentrati e, di conseguenza, sentirci meglio.

Un altro modo per liberarsi dalle distrazione è quella di semplificare i compiti da svolgere. Ad esempio, per iniziare a svolgere compiti importanti e ponderati che potrebbero altrimenti sembrare difficili, suddividiamo e rendiamoli più specifici. Invece di annotare “scrivi articolo” nella lista di cose da fare, appuntiamo “ordina quattro punti elenco per l’articolo”. Invece di “analizzare rapporto”, scriviamo “identifica l’idea principale nella prima sezione del rapporto”. Se sembra facile e veloce, abbiamo maggiori probabilità di farlo.

La distrazione ci fa sentire esausti, come se non stessimo realizzando nulla anche se siamo sempre impegnati. E poiché diventa un’abitudine, quando non siamo distratti da qualcun altro, spesso ci distraiamo. Per evitare il burnout, dobbiamo riconoscere e elaborare un piano per combattere il problema in modo da poter svolgere il nostro lavoro in maniera più intelligente.

Acquisire un nuovo super potere: essere “indistraibili”

Con l’inizio di un nuovo anno e la fine di una decade, il proposito migliore da auspicarci in questo mondo sempre più veloce è uno solo: diventare indistraibili. In che senso?

Nir Eyal ha pubblicato recentemente un libro davvero interessante, “Indistractable: How to Control Your Attention and Choose Your Life”. “Indistraibili” nel 2020 significa non lasciarsi distrarre dagli stimoli, che siano interni ed esterni.

Ci lamentiamo continuamente che la tecnologia stia diventando sempre più pervasiva e persuasiva e ci lamentiamo del fatto che i nostri dispositivi sembrano manipolarci. Non riusciamo a staccarci del tutto dal lavoro, e confidiamo sulla magnanimità del nostro capo sul riconoscerci il nostro tempo libero. Tutte queste pressioni, le distrazioni dovute alle continue notifiche dei nostri smartphone, non sono necessariamente colpa nostra, ma sono nostra responsabilità. Dobbiamo imparare a gestirle, a non farci distrarre.

Cominciamo con una definizione di distrazione. Secondo l’American Psychological Association Dictionary of Psychology, la distrazione è “il processo di interruzione dell’attenzione” e “uno stimolo o un compito che distoglie l’attenzione dal compito di interesse primario”. Le distrazioni ci allontanano da ciò che vogliamo fare, che si tratti di svolgere un compito a casa o al lavoro, godersi il tempo con una persona cara o fare qualcosa per noi stessi. Se la distrazione diventa un’abitudine, potremmo non essere più in grado di mettere abbastanza impegno in ciò che stavamo facendo e questo, a lungo andare, potrebbe compromettere sia la nostra vita personale che professionale. Non è soltanto una questiona meramente lavorativa.

Non riuscire a passare del tempo con i nostri familiari e amici perchè continuamente distratti, ci danneggerà. Come pretendiamo di essere una figura di riferimento nella nostra sfera affettiva se non siamo realmente presente?

Per distrazione digitale intendiamo il continuo e ossessivo controllo dei nostri dispositivi nel momento in cui squillano, vibrano, arriva un messaggio, o una mail, anche se siamo a tavola con il nostro partner o stiamo leggendo una favola ai nostri figli prima di andare a dormire, o semplicemente ci stiamo rilassando nella vasca da bagno. Il contrario di “distrazione” è “trazione”. La trazione è qualsiasi azione che ci spinge verso ciò che vogliamo veramente. Le trazioni sono azioni fatte con intento, interesse. Qualsiasi azione, come lavorare su un grande progetto, dormire a sufficienza o fare esercizio fisico, mangiare cibo sano, prendere tempo per meditare o trascorrere dei momenti con i propri cari, sono tutte forme di trazione se vengono fatte intenzionalmente. La trazione è la conferma di ciò che vogliamo davvero, di ciò che siamo.

Credits by “Indistractable” by Nir Eyal

Cosa ci spinge alla trazione o alla distrazione?

Tutto il comportamento umano è indotto da fattori scatenanti esterni o interni. I trigger esterni sono segnali che provengono dall’esterno. Possono essere i semplici “drin” che ci spingono a controllare la nostra e-mail, a rispondere a un SMS o una telefonata. Può anche essere una mano sulla spalla di un collega, le urla di un bambino, l’arrivo di un pacco che aspettavamo da ore. Anche un oggetto può essere un fattore scatenante esterno: il nostro televisore sembra esortarci ad accenderlo per la sua semplice presenza.

I trigger interni sono segnali che provengono da noi stessi. Quando abbiamo fame, siamo spinti a prendere qualcosa da mangiare, quando sentiamo freddo indossiamo un maglione. Quando siamo stressati o soli, potremmo chiamare un amico per compagnia. I trigger interni sono perlopiù sentimenti negativi.

In cosa consiste il modello Indistractable

Con il continuo aumento e la totale accessibilità della tecnologia che ci distrae, Nir iniziò a cercare tecniche che potessero aiutare lui e altri a contrastare l’ondata travolgente della distrazione digitale. Dopo cinque anni di ricerca, ha sviluppato una struttura in quattro fasi sostenuta dalla ricerca su come diventare indistruttibili in un’epoca in cui la distrazione è sempre a portata di mano.

Troveremo sempre qualcosa che ci porterà fuori rotta. Non è che la tecnologia sia necessariamente malvagia, che ci stia fondendo il cervello o che sia dannosa. È una questione di utilizzo. Se stiamo usando la tecnologia per distrarci, senza pensarci, senza un motivo valido, ma solo per passare il tempo, questo ci impedisce di fare quello che vogliamo fare veramente. La tecnologia non è l’unica fonte di distrazione. Fare una disintossicazione digitale, sbarazzarsi del proprio telefono, non funziona. Ci abbiamo provato. Per essere veramente “indistrattibili”, dobbiamo capire i trigger interni più profondi, quelli che ci spingono alla distrazione.

1. Trigger interni

Per superare le distrazioni, dobbiamo capire cosa guida i nostri comportamenti, per esempio cosa ci spinge a guardare il telefono o aggiornare le mail. La causa principale è il desiderio di sfuggire ad un disagio. Succede che abusiamo dei social media e dei nostri telefoni cellulari non solo per il piacere che offrono, ma perché ci liberano dal disagio psicologico.

La distrazione, quindi, è una sorta di fuga dai pensieri negativi. Quando ci rendiamo conto e riconosciamo che siamo soggetti a sentimenti negativi come la noia, la solitudine, l’insicurezza, la fatica e l’incertezza, allora possiamo decidere come rispondere, come affrontarli, senza eccedere continuamente nelle distrazioni. Non possiamo decidere come sentirci, ma questo non significa che dobbiamo vivere in balia delle nostre emozioni. Possiamo imparare a controllare come reagiamo a come ci sentiamo.

Per iniziare, possiamo cambiare il modo in cui in cattivi sentimenti possono portarci a distrarci. Studi dimostrano che ignorare i trigger interni ci farà solo del male. Resistere a un desiderio o all’impulso può innescare la ruminazione e rendere il desiderio più forte. Quando ci arrendiamo al desiderio, quella sensazione di benessere, di “pace” non fa altro che rinforzare la nostra convinzione che la strada per stare bene è quella, rinforzando così una cattiva abitudine,

Dobbiamo capire cosa c’è dietro il nostro bisogno, quando abbiamo l’esigenza di fermarci, di distarci, di allontanarci da ciò che stiamo già facendo. Trovare il grilletto interno che ci spinge a farlo.Ci sentiamo arrabbiati? Nervosi o ansiosi? Ci sentiamo poco qualificati per quel compito, magari inferiori alle aspettative di noi stessi e degli altri? Scriviamolo! questo è il consiglio del dottor Jonathan Bricker, del Centro di ricerca sul cancro Fred Hutchinson di Seattle, che ha sviluppato una serie di passi che possiamo intraprendere di fronte a una tentazione di distrazione.

Bricker consiglia di annotare quella sensazione, insieme all’ora del giorno e a quello che stavamo facendo quando abbiamo sentito quel trigger interno. Tenere un registro delle distrazioni ci aiuterà a collegare i comportamenti con i loro trigger interni. Migliore diventeremo nell’annotare i pensieri e i sentimenti che precedono determinati comportamenti, migliore diventeremo nel saperli gestire. Bricker consiglia di diventare curiosi delle sensazioni che precedono la distrazione.

La maggior parte delle persone crede che il comportamento sia guidato dal desiderio di piacere e dall’evitamento del dolore. Questo si chiama principio di piacere di Freud. Ma in realtà, tutti i comportamenti sono guidati dal desiderio di fuggire dal disagio. Tutto è collegato al dolore. Ciò significa che se tutti i comportamenti sono guidati dal desiderio di sfuggire al disagio, la gestione del tempo è la gestione del dolore. La chiave per diventare indistrattibili, è quella di padroneggiare questi trigger interni. Se non capiamo il disagio che ci spinge alla distrazione, saremo sempre distratti. 

2. Trova il tempo per la trazione

Al giorno d’oggi, se non pianifichiamo la nostra giornata, lo farà qualcun altro. Senza sapere cosa vogliamo fare con il nostro tempo, tutto è una potenziale distrazione. Per trovare il tempo per le cose che contano davvero, seguiamo questi passaggi.

a. Non scegliamo i nostri obiettivi, ma i nostri valori:

I valori sono gli attributi della persona che vogliamo diventare. Vogliamo essere un buon partner? Un bravo padre e madre? Diventare una talentuosa scrittrice? Essere più coscienzioso? Solo noi possiamo decidere quali valori sono importanti per crescere.  

b. Trasformiamo i nostri valori in tempo:

Sappiamo cosa è importante per noi. La famiglia, la salute, gli amici, ma quando si tratta di investire tempo in queste cose, tendiamo a distrarci. Non siamo all’altezza dei nostri valori perché non troviamo il tempo per loro durante la giornata.

c. Timeboxing significa decidere cosa faremo e quando lo faremo:

L’obiettivo è quello di creare un modello per come trascorrere il tempo ogni giorno. Non importa cosa, ma dobbiamo fare ciò che abbiamo pianificato di fare. Una cosa che capita a tutti è quella di credere di trascorrere pochi minuti sui social media ma intanto è passata un’ora e abbiamo perso solo tempo ed energie, sentendoci frustrati. Dobbiamo fare una scelta, decidere il tempo da dedicare ad ogni area di nostro interesse. Soprattutto trascorrere del tempo con le persone care, che sia guardare una serie tv sul divano, andare al cinema, o fare una passeggiata. Le persone più importanti della nostra vita meritano di meglio che il tempo rimanente della nostra giornata. Quindi, creiamo un modello di calendario settimanale per la nostra settimana perfetta.

3. Hack Trigger esterni posteriori

Le aziende tecnologiche utilizzano trigger esterni per attirare la nostra attenzione. I suoni dei nostri dispositivi spesso ci distraggono allontanandoci da ciò che vogliamo veramente fare. Potremmo provare a ignorare quei trigger, ma la ricerca mostra che ignorare una chiamata o un messaggio ci distrae comunque. Tuttavia, non tutti i trigger esterni sono distrazioni. Se utilizzati per aiutarci a svolgere le attività, possono ricordarci di fare ciò che abbiamo pianificato.

L’approccio giusto è chiederci se il trigger esterno ci sta servendo o se siamo noi a servire lui. Lo smartphone, che si tratti di rimanere in contatto con la famiglia, spostarsi in città o ascoltare audiolibri, è diventato indispensabile. Può anche essere un importante fonte di distrazione, ma possiamo gestirlo diversamente, in modo utile.

Disinstallare le app che non ci servono più, avere quelle ci potrebbero distrarre, come i social media e YouTube, sul pc invece che sullo smartphone, o spostarle dalla schermata principale. Modificare le impostazioni di notifica per ciascuna app per assicurarci che solo quelle utili possano inviarci dei segnali.

4. Prevenire la distrazione con patti

Infine, l’ultimo passo per diventare “indistraibili” è prevenire la distrazione con dei patti. Questa tecnica prevede di stabilire un pre-impegno ed evitare di farci distrarre da ciò che stiamo facendo. Sono decisioni che prendiamo con largo anticipo rispetto alle tentazioni che sappiamo potrebbero arrivare. Esistono tre tipi di patti:

Un patto di sforzo comporta un aumento dello sforzo richiesto per fare qualcosa che non vogliamo fare. L’aggiunta di ulteriori sforzi porterà a chiederci se una distrazione vale davvero la pena.

Un patto di prezzo richiede una ricompensa/perdita di denaro. Se ci atteniamo al comportamento previsto, ci teniamo i soldi. Se veniamo distratti, li perdiamo. Una sorta di scommessa con noi stessi.

Un patto di identità è un altro modo per cambiare la nostra risposta alle distrazioni. L’immagine che abbiamo di noi stessi ha un profondo impatto sul nostro comportamento. Assumendo una nuova identità, ci autorizziamo a prendere decisioni basate su chi crediamo di essere. Chi si considera vegetariano, per esempio, non mangerà carne e non gli peserà, perchè così si definisce. Per diventare “indistraibile”, dobbiamo smettere di dirci che siamo una persona con una “scarsa capacità di attenzione” e invece dirci: “Sono indistraibile”. Se ci diciamo che siamo una persona che è facilmente distratta, diventa istantaneamente vero. Tuttavia, se riteniamo di essere indistrattibile, non dovrebbe poi essere difficile diventarlo, perchè ci autorizziamo a comportarci in quel modo, essendoci definiti così e avendo a cuore l’immagine che stiamo costruendo di noi stessi. Dobbiamo autodeterminarci e rispettarci.

Credits by “Indistractable” by Nir Eyal