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I Millennial diffidano degli influencer? Non esattamente

Come se la passano gli influencer? Secondo un recente studio condotto da Roth Capital Partners e diffuso da eMarketer, bene ma non benissimo.

Aria di crisi? Non proprio. Però, a quanto pare, l’influenza di una piccola (ma rilevante) parte della categoria starebbe iniziando a vacillare, in particolare presso la fascia demografica dei Millennial.

La ricerca – condotta lo scorso novembre, quindi decisamente fresca – rivela che il 78% degli intervistati (Millennial statunitensi che utilizzano internet) non ha una buona opinione dei prodotti “raccomandati” sui social dalle celebrity, o non è interessato ad acquistarli.

Ma come? Gli influencer impazzano in ogni dove, piovono Storie da un social all’altro, le previsioni dicono che gli investimenti in influencer marketing continueranno ad aumentare nel 2018. E allora, che succede?

Vediamo di fare un po’ di chiarezza.

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Influencer e celebrity sono due cose diverse

Innanzi tutto, stiamo parlando di una fascia ristretta e ben precisa di influencer. Le cosiddette celebrity sono anche influencer, almeno in senso stretto, ma le due figure non sono esattamente la stessa cosa. Anzi, i micro e “middle” influencer hanno un ruolo non di secondo piano in questa relativamente nuova ma potentissima leva di marketing.

“Lavorare con le celebrity è diventato significativamente meno produttivo”, secondo Gil Eyal, founder della piattaforma di influencer marketing HYPR Brands. “Il loro tasso di engagement è solitamente più basso rispetto a quello degli influencer con una audience inferiore”. 

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Buona parte del problema, probabilmente, risiede in una spiegazione abbastanza semplice: il solo fatto che le celebrity siano passate da una piattaforma pubblicitaria ad un’altra (ad esempio dalla tv o dalla casa stampata ai social, in questo caso), non fa di loro degli influencer tout court. Non li rende, insomma, necessariamente diversi da ciò che erano prima: personaggi famosi, pagati per promuovere un prodotto o servizio attraverso la propria immagine. 

La peculiarità e il prorompente potere degli influencer – così come sono inizialmente venuti alla ribalta attraverso blog e social – è forse in primo luogo una questione di prossimità, e di conseguenza ad una questione di fiducia. Ci si fida e affida a loro perché sono persone più vicine a noi e ai nostri valori, gusti o abitudini. Per questo li investiamo di quella autorevolezza che consente loro di consigliarci brand e prodotti che fanno per noi.

Poi, che quella degli influencer sia diventata una vera e propria professione – quindi un’attività retribuita – nulla o ben poco dovrebbe togliere alla loro credibilità presso i follower. Almeno finché persiste questo rapporto di “onestà” da un lato, e “fiducia” dall’altro. L’hashtag ‘#ad che inizia a comparire timidamente – ma sempre più frequentemente – nelle caption dei post, è un chiaro segnale di trasparenza in questa direzione.

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Quindi, meglio i micro e middle-influencer delle celebrity?

Dipende. Uno dei problemi principali dei brand che si stanno orientando verso l’influencer marketing consiste nel trovare il giusto allineamento tra brand e influencer. In altre parole, l’influencer giusto per quel brand specifico, in grado di rifletterne in qualche modo valori e immagine. Una questione, quindi, che va indubbiamente ben oltre il numero di follower e like, ma che da un certo punto di vista non può completamente prescindere da questo aspetto. 

È chiaro che un grande brand coinvolto in un evento di portata internazionale e fama mondiale (come, giusto per fare qualche esempio, i Mondiali, il Super Bowl o gli Oscar), si rivolgerà ad una celebrity. Questo, però, non impedisce allo stesso brand di affidarsi, in ambiti e progetti diversi, a molti altri influencer di “dimensioni” diverse, e che celebrity non sono. 

Tutto, come sempre, è una questione di contesto, dimensioni e obiettivi della campagna, audience di riferimento. Anche perché, non dimentichiamocelo, le celebrity hanno e avranno sempre una certa influenza su di noi, sui nostri gusti e sulle nostre abitudini di acquisto. E questo, paradossalmente, proprio per il motivo opposto a quello per cui apprezziamo e ci fidiamo degli influencer: il loro essere irraggiungibili, e l’incolmabile distanza che ci separa da loro, rendendoli desiderabili.

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Un post condiviso da Selena Gomez (@selenagomez) in data: 25 Giu 2016 alle ore 14:03 PDT

Che scenario si prospetta?

Come anticipato, i brand continueranno a investire, anzi incrementeranno il budget da dedicare a progetti digital con gli influencer. Ma faranno bene, considerando che il potere delle celebrity sulle scelte d’acquisto dei Millennial è in forte calo? Dovranno virare su volti un po’ meno noti? E il fatto che ormai sia non solo risaputo, ma anche dichiarato che molti post pubblicati dagli influencer sono frutto di un accordo commerciale con i brand, in che modo può cambiare la percezione di queste figure nel lungo termine?

Tanti quesiti aperti in uno scenario in continuo movimento. Per ora, lo studio di Roth rivela anche che, secondo quasi la metà del campione intervistato, “i consigli” dietro pagamento danneggerebbero la credibilità sia di celebrity che di influencer. È la fine? No. C’è ancora qualcosa – secondo i Millennial – che può davvero fare la differenza per recuperare fiducia: una relazione di lungo termine tra brand e influencer. Non un post brandizzato one spot, ma la narrazione nel tempo di un rapporto duraturo e autentico.

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Google inizierà a bloccare i banner fastidiosi. Cosa dobbiamo sapere

Google si prepara ad attuare gli standard concertati con il consorzio dei big del web penalizzando i siti con banner eccessivamente invasivi e fastidiosi.

Si chiama Coalition for Better Ads, è nata nel 2016 e ne fanno parte Google, Facebook e molti altri colossi dell’editoria online e della produzione di contenuti in rete. Da febbraio 2018 Google darà attuazione alle procedure per eliminare dalle visualizzazioni gli annunci che non soddisfano i parametri stabiliti per migliorare l’esperienza del fruitore.

L’obiettivo di Big G è sempre quello: fornire la migliore esperienza possibile alle persone che visitano le pagine, indirizzando le ricerche verso i risultati meglio costruiti e più largamente condivisi, ma l’intero team nasce da una esigenza diversa.

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Google aveva già avvertito da tempo gli editori dell’intenzione di implementare un native ad-blocker e ha dato loro sei mesi di tempo fornendo anche numerosi strumenti per valutare adeguatamente la situazione in divenire. Nel mirino ci saranno in particolare pop-up troppo invasivi e la riproduzione automatica di contenuti audio e video.

L’invasione dei banner

UX Design ed esperienza utente sono temi molto presenti nei feed delle nostre bacheche e newsroom, meno presenti sui siti che navighiamo quotidianamente. Pop-up che si aprono a ripetizione, call del like alla pagina su Facebook, il video che parte a tutto volume mentre sei incastrato nei sedili della metro. E banner, banner pubblicitari ovunque.

Si tratta di una strategia poco valida: lunghi tempi di caricamento, visualizzazioni spesso sballate da dispositivi mobile e una esperienza poco gradevole di fruizione del contenuto. In sostanza, un visitatore che probabilmente non tornerà a visitarci o non arriverà più a fondo nel funnel.

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Google non bloccherà tutti gli annunci ovviamente, ma si limiterà a concentrarsi su quelli eccessivamente fastidiosi o invadenti. Tutti i siti che ospitano contenuti pubblicitari di questo tipo potranno vedersi bloccato anche il resto degli annunci, sebbene conformi. Quindi è una questione che va seriamente presa in considerazione per evitare penalizzazioni e crolli verticali degli introiti pubblicitari.

Fermare gli ad-blocker

Fermare il proliferare degli ad-blocker, i tool che permettono di visualizzare le pagine web senza “caricare” i contenuti pubblicitari. Questo è il vero obiettivo di Google (e del consorzio Coalition for Better Ads) per cercare di porre un freno alla crescita rapida del fenomeno che rischia di “sottrarre” un vasto pubblico alle visualizzazioni dei contenuti commerciali, con una conseguente rilevante perdita.

L’intelligenza artificiale non vi ruberà il lavoro, non a tutti

Appena un mese fa a Lisbona e più esattamente al Web Summit veniva presentata Sophia; il primo robot a prendere la cittadinanza Saudita; un evento di grande impatto mediatico. Durante l’evento Andrew Ross Sorkin della CNBC intervistò Sophia, la quale alla domanda riguardo al futuro del lavoro degli “esseri umani” rispose: “Credo che se un umano in futuro sarà licenziato da un manager per assumere un robot, beh, vuol dire che quell’umano non era abbastanza bravo”.

Una risposta intelligente, ragionata che non lascia dubbi: avremmo un nuovo contendente nella ricerca del lavoro.

Chiamatela pure farsa pubblicitaria, tuttavia l’ampiezza e le ripercussioni della AI oggi sono indiscutibili. Questa scarica tecnologica esplosiva ci obbliga a porci una domanda: l’intelligenza artificiale riuscirà davvero in un futuro non troppo lontano a rubarci il lavoro?

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La maggior parte degli esperti di intelligenza artificiale afferma che la risposta è sì, ma c’è un ma.

L’ AI eliminerà di certo alcuni lavori, ma ne creerà infinitamente di più. Secondo una ricerca di Gartner, circa 1,8 milioni di posti di lavoro saranno spazzati via entro il 2020, ma ne verranno creati oltre 2,3 milioni.

I lavori ripetitivi si estingueranno

Secondo l’analista di Verizon Drake, i lavori a rischio sono quelli che dipendono da ridondanza e ripetizione. Nel dettaglio: i tassisti, i cassieri, i venditori di telemarketing e gli operai delle fabbriche sono le categorie più a rischio.

Nel caso dei venditori di telemarketing, l’intelligenza artificiale sta ottimizzando i reparti vendite e marketing utilizzando gli assistenti AI per chiudere gli accordi con il clienti creando un sistema efficiente ed ottimale.

Secondo Drake “l’intelligenza artificiale eliminerà anche i lavori che sono fisicamente dannosi o pericolosi per l’uomo”. Una buona notizia per gli operai che respirano sostanze chimiche tossiche o esperti di smaltimento che mettono le loro vite in pericolo.

I lavori creativi si trasformeranno

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La ricerca di Drake sostiene che i lavori che si basano su creatività e attività non ripetitive non corrono il rischio di essere eliminati. Questi includono posizioni come manager di marketing, grafici e professionisti delle risorse umane, ognuno dei quali ha però l’obbligo di analizzare i dati prodotti e applicarli in modo creativo.

Questo non vuol dire che questi lavori non cambieranno. Di fatto le nuove tecnologie verranno sviluppate e testate per supportare questo processo creativo. Ad esempio nel caso dei grafici la tecnologia prenderà e sistemerà le immagini in base ai dati; spetterà all’artista perfezionare, umanizzare quindi ultimare il lavoro.

Facciamo un altro esempio. Per gli scrittori, l’intelligenza artificiale sarà un ottimo assistente virtuale, in grado di estrarre dati rilevanti da milioni di fonti per dare vita ad una “prima bozza”  con lo scopo di eliminare il lavoro di ricerca e consentire agli esseri umani di fare ciò che sanno fare meglio: creare.

Verranno create nuove forme di lavoro

(e se l'intelligenza artificiale è un tuo concorrente)

L’AI creerà sicuramente nuovi posti di lavoro per coloro che sono disposti ad abbracciare le nuove tecnologie.

Molti posti di lavoro si trasformeranno. In sostanza le tecnologie per quanto innovative avranno sempre bisogno della supervisione di un essere umano, questo implica che crescerà il numero di manager, nel caso specifico di AI Manager.

Ad esempio, “nel servizio clienti, un essere umano dovrà monitorare gli assistenti AI per evitare che questi si imbattano in domande alle quali non sanno rispondere”, spiega Drake.

Se saremo in grado di affrontare la sfida di lavorare al fianco dell’intelligenza artificiale, potremmo permetterci di condurre una vita più appagante ed equilibrata, facendo ciò che sappiamo fare meglio – essere umani!

I 10 video spot più visti su YouTube nel 2017

Ci siamo! È quel periodo dell’anno in cui si fanno bilanci, si tirano le somme, si elaborano grafici, ma soprattutto (rullo di tamburi) si stilano classifiche di qualsiasi cosa. In questa Top 10 troverete i video che hanno collezionato più visualizzazioni su YouTube nel 2017.

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Prima di tuffarci a capofitto però in questa rassegna in cui potrete ammirare alcuni tra i video più notevoli di quest’anno, dove a primeggiare sono stati lo storytelling e l’ironia, facciamo due brevi (brevissime, promesso!) ma doverose premesse.

La prima: i video che entrano a far parte della YouTube Ads Leaderboard devono essere contrassegnati come “ads” su YouTube e ottenere sia visualizzazioni a pagamento, che un numero significativo di visualizzazioni organiche. Inoltre l’algoritmo prende in considerazione anche l’Audience Retention, che mostra le performance di un video (in parole povere per quanti secondi è stato visualizzato il video dagli utenti).

La seconda: il 2017 è stato l’anno della consacrazione definitiva e ineluttabile del video marketing come una delle strategie più efficaci e penetranti, capace di influenzare il comportamento e le scelte degli utenti e che, come mostra questo grafico, avranno un considerevole impatto nelle social media strategy anche il prossimo anno. SMM, segnatelo come appunto!

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Ora, pensate che le visualizzazioni di questi 10 video, se totalizzate insieme, raggiungono l’esorbitante numero di mezzo miliardo di views (per l’esattezza, una cifra che si attesta intorno alle 545 milioni di visualizzazioni), che per rendere meglio l’idea equivale al numero della popolazione italiana moltiplicato per nove volte; e naturalmente i dati sono in continua crescita.

Nella selezione troverete dei brand che ormai hanno fatto la storia del video advertising, soprattutto dell’ultimo decennio, come Apple, Adidas e Dior. Ma anche suggestive e divertenti “novità”, che hanno comunicato con ritmo, ironia e suggestione una storia per raccontare, talvolta rispolverare, un marchio.

Come promesso, senza indugiare ulteriormente, bando alle ciance e diamo il via alla carrellata (partendo dalla posizione numero 10 fino ad arrivare al trono) dei 10 video spot più visti su YouTube nel 2017. Non è un vero e proprio spoiler, ma date un’occhiata all’ “aggrottamento di ciglia” più famoso di Hollywood, quello di Dwayne “The Rock” Johnson, l’uomo che secondo Apple non rifiuta mai una sfida. Ne vale la pena!

Buona visione ninjas!

Mr. Clean | 2017 Super Bowl Ad | Cleaner of Your Dreams

17,6 milioni di visualizzazioni

Levi’s “Circles” Commercial l Full

22,5 milioni di visualizzazioni

iPhone 7 — The Rock x Siri Dominate the Day — Apple

25,3 milioni di visualizzazioni

https://www.youtube.com/watch?v=TsGKpnGye-8

adidas Originals | ORIGINAL is never finished

25,4 milioni di visualizzazioni

https://www.youtube.com/watch?v=cv53BKMYsy0

2017 Kia Niro | “Hero’s Journey” Starring Melissa McCarthy

26 milioni di visualizzazioni

https://www.youtube.com/watch?v=1dQ9a5EFZeI

Budweiser 2017 Super Bowl Commercial | “Born The Hard Way”

28,5 milioni di visualizzazioni

Miss Dior – The new Eau de Parfum

45,7 milioni di visualizzazioni

Ping Pong Trick Shots 3 | Dude Perfect (sponsored by Oreo)

96,5 milioni di visualizzazioni

Clash Royale: The Last Second (Official Commercial)

111,2 milioni di visualizzazioni

Samsung India Service (SVC) – We’ll take care of you, wherever you are. #SamsungService

150,4 milioni di visualizzazioni

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Reddit ha distrutto il lancio dell’ultimo videogame di Star Wars

Ogni nuovo film di Star Wars è un vero e proprio evento fatto di attesa, anticipazioni, elucubrazioni mentali dei fan e tanti, tanti prodotti che supportano o sfruttano il lancio della pellicola. Tra questi, sin dai tempi della prima storica trilogia, non possono mancare videogame dedicati che ricalcano le vicissitudini dei film o propongono punti di vista alternativi.

Questa volta è toccato a Star Wars Battlefront 2, sparatutto pubblicato da Electronic Arts il 17 novembre con una spiccata vocazione per il multiplayer che non solo sfrutta scenari e personaggi della “galassia lontana lontana” più celebre del mondo ma fornisce anche elementi che approfondiscono le vicende de “Gli Ultimi Jedi”.

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Non solo spoiler

Come di consueto, però, versioni di prova e copie da recensire sono state pubblicate ben prima del cosiddetto “day one” per dar modo, rispettivamente, a utenti prima e influencer o stampa di settore poi di farsi un parere prima dell’uscita sugli scaffali. Fin qui tutto normale, sembra. E invece si è scatenato il finimondo.

A pochi giorni dalla pubblicazione sono infatti emersi dettagli sul sistema di microtransazioni, acquisti in game che permettono di sbloccare più facilmente elementi presenti nel gioco e diversi vantaggi in grado di influenzare, in maniera più o meno marcata, la progressione del gioco e il bilanciamento delle sfide online. Era possibile ottenere questi elementi anche semplicemente giocando e guadagnando l’apposita valuta in game, ma a patto di dover investire decine di ore. Come ciliegina su questa torta in grado di scatenare le ire dei giocatori la presenza, tra gli elementi nascosti dietro il paywall, di personaggi iconici quali Darth Vader e Luke Skywalker.

Dire che i gamer non hanno gradito la notizia sarebbe un eufemismo. La protesta è stata quasi istantanea e a dir poco veemente. Gli utenti si sono riversati su forum, siti specializzati e social network per mostrare tutto il loro disappunto, preoccupati da un gioco che non soltanto che, nonostante sarebbe stato venduto a prezzo pieno, avrebbe puntato anche su un modello di monetizzazione particolarmente aggressivo. L’incubo, insomma, di qualsiasi Community Manager.

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Per rassenerare gli animi, quello di Electronic Arts ha tentato, con un comunicato su Reddit, di spiegare le ragioni dietro questa scelta, rassicurando gli utenti del popolare sito che la compagnia stava lavorando sul bilanciamento e il costo degli acquisti in game per offrire la migliore esperienza possibile e che ogni feedback sarebbe stato preso in considerazione. Il risultato? È diventato il commento con più voti negativi della storia di Reddit, simbolo di un rapporto ormai irrimediabilmente incrinato con la fan base, non più disposta ad ascoltare il publisher.

Sotto pressione di una Disney per nulla contenta della shitstorm scatenata a causa di un gioco che, sulla copertina, porta lo stesso nome del suo film-evento, le microtransazioni sono state momentaneamente disabilitate, nonostante una consistente riduzione di costi e impatti di queste fosse stato attuato qualche giorno precedente. Il danno è però ormai quasi irreparabile, come testimonia anche l’user score su Metacritic, il voto dato dagli utenti al gioco Electronic Arts. Nemmeno i recenti contenuti ispirati a Gli Ultimi Jedi, completamente gratuiti per chiunque abbia acquistato il gioco, sembrano aver domato le fiamme ancora mai sopite dell’indignazione dei videogiocatori.

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Quanto è costato

Un danno che non si riflette solo nel percepito, ma anche a livello finanziario: le lamentele e le conseguenti minori vendite hanno portato a un taglio delle stime dei profitti della compagnia, con guadagni mancate sia sul numero delle copie vendute che sulle previsioni di introiti provenienti dalle microtransazioni ormai bloccate di cui su. Che, proprio per questo motivo, potrebbero tornare nel 2018, magari in forma riveduta e corretta, con una user base magari più larga e “calma” di quella attuale.
La vittoria dei Ribelli contro un’azienda/Impero ritenuta fin troppo avida? Forse. La definitiva caduta del modello delle microtransazioni anche al di fuori del mondo dei free-to-play? Difficile, visto che nonostante le critiche, loot box e altri vantaggi in game sembrano godere di buona salute. Certamente, però, una polemica che costituirà un importante precedente e la dimostrazione che ormai con il mondo dei social e del web non si scherza.

Perché, oltre ai poveri Community Manager, questa volta, hanno tremato un po’ anche i loro colleghi del reparto Marketing. E perché quel commento su Reddit e la polemica che ne è scaturita hanno portato alcuni paesi, come il Belgio e l’Olanda, a istituire commissioni apposite per regolamentare le microtransazioni videoludiche e scoprire se sussitono legami tra le loot box e il gioco d’azzardo.  

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Tutti i numeri di Google, Apple, Facebook e Amazon nel 2017, in soldoni

Cominciamo dalle basi: per chi ancora non lo sapesse, l’acronimo GAFA si riferisce ai quattro giganti del Tech Google, Apple, Facebook, Amazon.

Ognuna nel suo specifico settore e a volte in sovrapposizione l’una con l’altra, ciascuna di queste aziende determina ogni anno un giro d’affari davvero da capogiro, che rende noto anche attraverso la pubblicazione dei dati trimestrali, interessanti non solo per gli investitori, ma anche per i mercati.

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Se Google è il leader dei prodotti e dei servizi Internet specializzati in ricerca, cloud computing, hardware, software e altro ancora, bisogna precisare che si tratta oramai solo di una delle aziende della parent company Alphabet, anche se spesso, nel linguaggio comune, utilizziamo ancora Google per indicare l’intera compagnia.

Vi sono poi Apple, best seller di prodotti hardware come l’iPhone, Facebook, il primo social network universale, e Amazon, il leader dello shopping online in Occidente.

Ognuna di queste aziende continua ad accumulare successi anno dopo anno, anche dal punto di vista finanziario. Ma come sarà andato il 2017 per i GAFA? Hanno registrato ancora dati in crescita o ci sono state delle flessioni? Scopriamolo insieme.

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Google (Alphabet)

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La società madre di Google, Alphabet ha superato gli obiettivi finanziari del terzo trimestre soprattutto grazie all’attività pubblicitaria derivante dalla ricerca mobile e da YouTube, che hanno incrementato le entrate del 24% rispetto all’anno precedente.

I dirigenti di Alphabet hanno comunque evidenziato anche il successo della nuova linea di prodotti hardware di Google, come gli smartphone Pixel e il business legato ai servizi in cloud.

In termini numerici, ecco i dati più interessanti per Google al termine di questo 2017:

  • entrate pari a 27,77 miliardi di dollari, rispetto ai 27,2 miliardi di dollari previsti (+ 24% su base annua);
  • le altre entrate di Google, che includono servizi hardware e cloud, sono state di 3,4 miliardi di dollari, rispetto a 2,43 miliardi di un anno fa;
  • utili netti per azione (EPS): 9,57 dollari rispetto agli 8,34 attesi;
  • i costi di acquisizione del traffico (TAC), che Google paga ai partner, sono aumentati nell’ultimo trimestre, con 3,1 miliardi di dollari spesi contro i 2,62 miliardi dello scorso anno;
  • le perdite operative di altre società di Alphabet come X, Nest e Waymo, sono state di 812 milioni di dollari.

«I nostri ottimi risultati rappresentano un inizio eccezionale per il 2017, con ricavi in crescita del 22% rispetto al primo trimestre del 2016 e del 24% a valuta costante. Continuiamo a beneficiare dei nostri continui investimenti nell’innovazione di prodotto», aveva dichiarato Ruth Porat, CFO di Alphabet, all’inizio dell’anno finanziario, anticipando le sostanziali conferme di fine anno per Google e per la sua parent company.

Un anno in chiusura positiva, quindi, per Google, almeno fino a quando non potremo conoscere anche i dati del quarto trimestre, che saranno annunciati il primo febbraio 2018.

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Apple

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Apple ha il suo core business nella produzione di hardware, in particolare con l’iPhone e altri dispositivi elettronici come iPad, Mac, Apple Watch e iPod. Proprio come Google, il brand è tra le più importanti compagnie internazionali nel mondo e nonostante l’alta competizione nello sviluppo della tecnologia, la società mantiene la sua eccellente posizione e si evolve rapidamente anche grazie ai continui investimenti in innovazione. Il ROI annuale giustifica la strategia grazie ad un fatturato che sembra progredire di anno in anno.

In occasione dell’annuncio dei dati del quarto trimestre 2017 l’anno finanziario di Apple va da settembre a settembre -, Apple ha dichiarato di aver realizzato un «fatturato record, una crescita anno su anno per tutte le categorie di prodotti e il miglior trimestre di sempre per i servizi».

Il fatturato trimestrale è stato di 52,6 miliardi di dollari, con un aumento del 12% rispetto allo stesso trimestre dell’anno scorso, più di quanto la società aveva previsto nel terzo trimestre.

Si è trattato di un anno finanziario di grande successo per l’azienda, che ha permesso di registrare un fatturato di 229,234 miliardi di dollari nell’anno fiscale 2017, rispetto ai 215,639 nell’anno fiscale 2016 (un anno non proprio roseo per Apple).

Questi i dati in sintesi:

  • ricavi di 52,579 miliardi di dollari, rispetto a 46,852 miliardi di dollari dello scorso anno;
  • utile per azione diluito di 2,07 dollari, da 1,67 nello stesso trimestre di un anno fa;
  • margine lordo del 37,9%, rispetto al 38,51% dello stesso trimestre del 2016;
  • spese operative pari a 6,811 miliardi di dollari, rispetto ai 6,052 miliardi dell’anno precedente;
  • le vendite di iPhone sono aumentate del 3%, e le entrate del 2% anno su anno;
  • le vendite di iPad hanno registrato un aumento dell’11%, con +14% anno su anno;
  • le vendite di Mac sono aumentate del 10%, cioè del 25% anno su anno;
  • anche i ricavi da servizi e da altri prodotti hanno registrati un aumento, rispettivamente del 34% e del 36%.

«Una chiusura molto forte per un grande anno fiscale 2017, con ricavi record nel quarto trimestre, crescita anno su anno per tutte le categorie di prodotti e il miglior trimestre di sempre per Servizi», ha dichiarato Tim Cook, CEO di Apple. Nuovi prodotti come l’iPhone 8 e l’iPhone 8 Plus, l’Apple Watch Series 3 e l’Apple TV 4K e il lancio dell’iPhone X hanno contribuito a dare un impulso nuovo alle vendite, generando anche «un forte flusso di cassa operativo di $ 15,7 miliardi», come ha sottolineato Luca Maestri, CFO di Apple.

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Facebook

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Questo non è stato esattamente l’anno di Facebook dal punto di vista finanziario, dato che, nonostante la società di Zuckerberg abbia superato ogni record e previsione, con gli utili più alti mai registrati, a bilanciare la redditività vi sono i grossi investimenti che l’azienda ha previsto nella sicurezza per combattere fake news e abusi sul social network.

In generale i ricavi trimestrali hanno superato i 10 miliardi di dollari per la prima volta nella storia di Facebook, grazie alle oltre 6 milioni di aziende che oggi pagano in pubblicità sulla piattaforma. Il prezzo medio che Facebook addebita per ogni annuncio è aumentato del 35% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Mentre il social ha aggiunto più di 2.500 nuovi membri allo staff.

Ma vediamo insieme i dati:

  • entrate per 10,33 miliardi di dollari, contro 9,84 miliardi di dollari attesi, in aumento del 47% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente;
  • utili netti per azione EPS (GAAP) pari a 1,59 dollari, rispetto agli 1,28 previsti, in crescita del 77% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso;
  • utenti attivi mensili cresciuti fino a 2,07 miliardi, in aumento rispetto a 2,01 miliardi del trimestre precedente;
  • utenti attivi giornalieri: 1,37 miliardi, rispetto a 1,32 miliardi del secondo trimestre 2017.

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La crescita dei ricavi ha rallentato per il quinto trimestre consecutivo, in un trend che sembra destinato a continuare anche per il prossimo futuro. Facebook ha anche aumentato il numero di account “duplicati” sul proprio servizio, stimando che il 10% dei suoi circa 2 miliardi di utenti mensili sono ora account duplicati, rispetto alla precedente stima del 6%.

Il dato più preoccupante per Wall Street, tuttavia, è stato l’avvertimento di Facebook secondo il quale il 2018 sarà un anno di investimenti “significativi”, con un aumento delle spese per migliorare il settore video della piattaforma e rafforzare gli sforzi contro abusi e fake news.

«Proteggere la nostra community è più importante che massimizzare i nostri profitti», ha dichiarato Zuckerberg annunciando i dati del terzo trimestre 2017.

La pubblicità su Instagram e l’impegno di Facebook per monetizzare i video attraverso Facebook Watch, d’altro canto, sono considerati le maggiori scommesse di crescita dell’azienda nel breve termine.

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Amazon

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L’ultimo componente dell’acronimo GAFA si riferisce ad Amazon, il leader dello shopping online. L’attività di Amazon, tuttavia, non si limita al retail o alla tecnologia, ma include anche servizi come AWS (Amazon Web Services), specializzata nella fornitura di piattaforme di cloud computing su richiesta a professionisti e individui.

Ecco, anche per Amazon, i dati salienti:

  • le entrate del terzo trimestre 2017 sono state pari a 43,7 miliardi di dollari, contro i 42,19 miliardi previsti;
  • i guadagni sono stati di 0,52 dollari per azione;
  • le entrate sono aumentate del 34% rispetto allo stesso trimestre dell’anno scorso.

Anche il colosso dell’eCommerce ha chiuso il 2017 all’insegna degli investimenti: nei magazzini per l’eCommerce e nei contenuti per il servizio di streaming Prime Video. Senza dimenticare una delle più grosse acquisizioni del settore, avvenuta a metà anno: quella di Whole Foods per 13,7 miliardi di dollari.

Amazon Web Services, intanto, ha registrato entrate per 4,6 miliardi di dollari, rispetto ai 3,2 miliardi di dollari dello scorso anno, con una crescita superiore a quella prevista.

Resta ancora tutto da vedere comunque per Amazon, che vede proprio nella conclusione dell’anno, con la serie di appuntamenti dedicati allo shopping natalizio (dal Black Friday al Cyber Monday, fino al Natale vero e proprio) uno dei periodi di maggiore potenzialità a livello di fatturato. Per il suo quarto trimestre Amazon prevede un fatturato netto tra i 56 miliardi e i 60,5 miliardi di dollari con una crescita dal 28% al 38% rispetto al quarto trimestre del 2016.

Il colosso dell’eCommerce, inoltre, continua a puntare anche sui suoi prodotti hardware e sull’integrazione di questi con i servizi targati Amazon: «abbiamo lanciato cinque nuovi dispositivi compatibili con Alexa, introdotto Alexa in India, annunciato l’integrazione con BMW, integrato Alexa con i diffusori Sonos, insegnato ad Alexa a distinguere tra due voci e altro ancora», ha dichiarato Jeff Bezos, fondatore e CEO di Amazon, raccontando dell’aumento del numero dei clienti che acquistano dispositivi compatibili con il proprio assistente vocale.

Morte da PowerPoint

5 dritte per fare slide d’impatto e, soprattutto, mai noiose

Se durante un meeting aziendale, o durante una lezione universitaria, ti è capitato di incappare in uno stato di progressiva sonnolenza che repentinamente è sfociato in abbattimento inesorabile delle tue facoltà mentali, a mano a mano che il relatore in sala snocciolava valangate di slide colme di cifre, tabelle e complicatissimi schemi, allora è bene che tu lo sappia: hai rischiato anche tu la terribile “morte da PowerPoint”.

L’espressione “death by PowerPoint”, coniata nel 2001 da Angela Garber, è facilmente comprensibile: per un motivo o per l’altro a quasi tutti noi, nel corso della vita, capiterà di dover tenere dei discorsi in pubblico. Potrà accadere che tu debba farlo di fronte ad una platea di centinaia di persone, o magari davanti ad un pubblico decisamente meno numeroso. Questo non farà la differenza: in ogni caso trasformare la tua presentazione in una performance impattante, memorabile e piacevole giocherà sicuramente a tuo favore (e risparmierà migliaia di vite)

Ecco quindi qualche consiglio per preparare una presentazione efficace e ben strutturata per riuscire a coinvolgere la tua platea, veicolando il messaggio che ti sta a cuore in maniera semplice e chiara.

LEGGI ANCHE: Tre concetti del social media marketing che faresti bene a seguire… sempre

Morte da PowerPoint

1. Comincia dalla carta

Cominciare a realizzare la tua presentazione davanti a PowerPoint, Keynote o qualsiasi altro programma, potrebbe contribuire sia a darle una struttura tutt’altro che solida, oltre che a limitare la tua creatività.

Inizia lontano dal PC.

Chiediti qual è l’obiettivo della  presentazione, scrivi su un foglio quali sono i concetti che vuoi il tuo pubblico ricordi alla fine del tuo speech. Prenditi il tempo per impostare le tue idee nel formato di storyboard, come se dovessi raccontare una vera e propria storia.

Ricorda: utilizzando una struttura narrativa sarà più facile che il tuo pubblico si identifichi con i tuoi obiettivi.

2. Studia il tuo pubblico

Tieni presente questo: le tue slide devono servire al tuo pubblico, non a te! E come puoi essere sicuro che risultino utili se non sai chi ti troverai davanti?

Potresti cominciare domandandoti:

  • chi è il tuo pubblico?
  • perché è lì per ascoltarti?
  • che cosa gli interessa?
  • quanto sa già dell’argomento di cui andrai a parlare?

Quando poi ti sarai risposto, inizia a creare le tue slide per loro. Metti la tua platea al centro: parla di loro e sarai uno speaker brillante.

Morte da PowerPoint

3. Dimentica i template: progetta slide su misura per te

Il vero motore della tua presentazione dovrà essere la semplicità: ecco perché non importa quale strumento userai, ciò che conta è che tu utilizzi e crei il tuo tema personale.

Cerca di segmentare la tua presentazione in diversi formati, individua uno schema di colori e di font e attribuisci a ciascuno di questi elementi un ruolo definito. Crea contrasto e armonia.

4. Veicola un solo concetto per slide

Lo sapevi che la gente legge più velocemente di quanto ascolta? Questo significa che se scriverai il tuo intero discorso all’interno delle slide allora la tua presenza fisica sarà del tutto inutile!

Le slide non devono contenere la totalità del tuo discorso e le persone non sono lì per sentirti leggere. Quindi evidenzia, seleziona, fai delle scelte. Non aver paura di dividere il discorso in più slide.

Ricorda: la semplicità vince sempre. Esibisci solo le cose essenziali. Il compito di arricchirle poi sarà solo tuo, dal vivo.

Morte da PowerPoint

5. Lascia parlare (anche) le immagini

Utilizza delle immagini per dare forza alle tue idee, generare emozioni e creare il giusto ritmo. Cerca di utilizzare immagini che non siano banali, rispetta gli spazi vuoti e mantieni alto il contrasto tra l’immagine ed il testo.

Lascia che a parlare siano loro: le immagini facilitano l’associazione di idee, aiutano la comprensione e la memoria.

Come faccio a sapere se ho sconfitto la morte da PowerPoint?

Come dice Garr Reynolds nel suo libro Presentation Zen, «se riesci ad esporre la struttura e il senso della tua presentazione sia in 30 minuti, che in 15, che in 5, allora hai fatto centro!».

Creare una presentazione efficace, specie se sei alle prime armi, non è facile e richiede molto tempo. Per cui non ti spaventare: è assolutamente normale che tu proceda per tentativi. Rilassati: se metterai in pratica questi consigli sarai già a buon punto, unendoti così alla lotta contro la morte da PowerPoint!

Implementare una strategia crosscanale: due esempi da cui prendere ispirazione

Chi lavora nel marketing lo sa bene: implementare una strategia crosscanale significa sfruttare al massimo le opportunità offerte dai diversi canali digitali e fisici per generare flussi di clienti e vendite. Le strategie crosscanale permettono infatti ai consumatori sempre più connessi di completare un’esperienza di acquisto su qualsiasi mezzo che sia per loro più comodo: eCommerce, social media, email, mobile app e il negozio fisico, che ha un ruolo chiave diventando il punto di contatto finale delle attività drive-to-store.  

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Una ricerca di Human Highway evidenzia che quasi il 60% degli acquisti tradizionali sono preceduti da una raccolta di informazioni online. Il 92% degli acquirenti porta con sé lo smartphone nei negozi e nel 6,1% dei casi il device ha un ruolo determinante nella decisione d’acquisto all’interno del negozio.

Avere una strategia crosscanale non significa però riprodurre un contenuto identico su più canali: l’obiettivo di una campagna efficace è raccontare la stessa storia in modo diverso a seconda del media utilizzato. Ogni canale infatti è utilizzato dai consumatori in modo differente e unico: scopri quale contenuto funziona bene e dove, e la tua attività di marketing conquisterà l’audience.

Avete bisogno di ispirazione? In questo articolo vogliamo presentarvi due case history provenienti dai settori del food e del fashion, mercati in cui al momento funziona bene l’approccio crosscanale tanto da poterne fare un’arma vincente.

Starbucks – Frappucino Happy Hour

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Per rilanciare la sua Frappuccino Happy Hour, Starbucks ha creato negli anni delle attività crosscanale molto interessanti. Oltre alla sua strategia tradizionale, che prevede l’aggiornamento del sito internet, il lancio di uno spot televisivo e l’utilizzo di immagini simili e di grande appeal per tutti i canali di comunicazione, corredati però da un differente contenuto personalizzato a seconda del media utilizzato, ogni anno associa delle attività differenti per stimolare i suoi fan.

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Qualche tempo fa, ad esempio, è stata data la possibilità agli utenti di inviare un SMS con il testo “WOOHOO” per ricevere in cambio delle notifiche con sorprese dedicate. A partire dal primo giorno di lancio della Frappuccino Happy Hour, Starbucks ha cominciato ad inviare delle informazioni sull’attività, come ad esempio i dettagli dell’iniziativa o dei messaggi per promuovere il programma fedeltà dell’azienda.

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Un’altra azione è stata quella di creare, sui social network, un’identità differente per il Frappuccino, rispetto a quella istituzionale di Starbucks. Una azione che si è dimostrata vincente anche grazie alla non duplicazione dei contenuti tra le diverse identità: bravi!

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Qualche mese fa, infine, gli utenti hanno avuto la possibilità di sbloccare delle lenti personalizzate su Snapchat visitando gli store di Starbucks durante la Frappuccino Happy Hour. Come? Semplicemente trovando lo Snapcode nel negozio e scannerizzandolo dall’app di Snapchat. Non solo: per stimolare il ritorno in negozio, le lenti cambiavano ogni due giorni.

Timberland – drive-to-store

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Un altro esempio di attività crosscanale, è quella drive-to-store realizzata da Timberland per il mercato britannico. L’azienda ha attivato delle campagne di advertising online con l’obiettivo di portare nuovi potenziali clienti a visitare i negozi monomarca. Le pubblicità avevano come punti di forza il contenuto, altamente ispirazionale, che invitava gli utenti a cercare la loro nuova avventura urbana, e una targettizzazione estremamente profilata. Le campagne erano infatti orientate sì a un pubblico simile a quello già conosciuto da Timberland, ma anche profilate in tempo reale per prossimità fisica sia ai negozi del brand sia ai negozi di moda con stile simile o a punti di ritrovo strategici per praticare attività all’aria aperta.

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Identificando un nuovo pubblico in target attraverso il digitale, l’azienda di abbigliamento urbano è riuscita ad aumentare le visite nei propri negozi del 6,2%, con il 20% di queste realizzate entro le 24 ore successive all’esposizione del contenuto pubblicitario. Un grande successo che dimostra come coinvolgere l’utente con un buon contenuto e soprattutto al momento giusto può davvero fare la differenza.

E in Italia?

Le strategie crosscanale non sono appannaggio solo del mercato estero. In Italia sono presidiate da diverse agenzie e società di consulenza, tra cui XChannel che è riuscita a costruire case study solide e replicabili grazie a un approccio strategico che integra attività quantitative e qualitative. Per rendere efficace una campagna crosscanale, infatti, è necessario sì tracciare i risultati e verificarne gli effetti commerciali attraverso i big data, ma anche integrare i numeri con insight qualitativi, ottenuti ad esempio attraverso la ricerca semiotica e netnografica.

Conosciamo tutti, ad esempio, le dinamiche ROPO (Research Online, Purchase Offline), che vedono il consumatore googlare un prodotto, informarsi attraverso le piattaforme digitali e poi concludere l’acquisto in un negozio fisico. In Italia questa attività è molto frequente: i 9/10 del traffico su internet partono da un motore di ricerca – e Google ne è l’imperatore. Per creare una strategia crosscanale vincente, quindi, XChannel ha strutturato campagne SEM transazionali mirate ad una risposta diretta da parte dell’utente finale (Search Dinamica, ReMarketing Dinamica e Gmail Ads) ottenendo risultati impattanti per il business dei clienti nei settori food, beauty e travel: fino al 36% di CTR e fino al 19% di Conversion Rate. L’impatto sulle vendite offline (misurato ad esempio attraverso il download di un coupon) ha superato nel periodo analizzato il +150% a sell-out.

Al contrario, per cavalcare la tendenza dello showrooming, ovvero il comportamento che vede l’utente scegliere un prodotto in negozio e acquistarlo online, XChannel ha integrato nelle strategie crosscanale per i suoi clienti Amazon e i suoi formati pubblicitari (Sponsored Products, Headline Search Ads, Product Display Ads). Come? Intercettando il traffico di ricerca che parte dai dispositivi mobili quando gli utenti sono fisicamente presenti in negozio: non è un segreto infatti che circa il 20% degli acquisti di prodotto siano influenzati da Amazon!

Possiamo dire quindi che il grande assortimento di canali di comunicazione si traduce in potenziali consumatori ovunque, e sappiamo bene che ogni brand ha bisogno di essere dove il suo target è. Poiché il numero di touchpoint continuerà a crescere in modo esponenziale, progettare una campagna di marketing crosscanale sarà quindi la vera chiave per continuare a contattare e governare consumatori e prospect.

Kialo, il social network dove non si litiga

Prova ad immaginare un social network in cui poter parlare tranquillamente di argomenti seri e affrontare conversazioni ragionate. Uno strumento costruito apposta per sviluppare il pensiero critico, lontano dalle discussioni infinite e “urlate” dei social network tradizionali, dalle argomentazioni frivole e dalle affermazioni costantemente prive di verifica.

Ti piacerebbe? Bene. Allora Kialo è proprio quello che fa per te.

Kialo

Fondato da Errikos Pitsos che ha il quartier generale a Brooklyn, la piattaforma di social networking è stata inaugurata lo scorso agosto e nonostante le pochissime informazioni circolate fino ad ora ha già acquisito un pubblico per niente trascurabile.

Come funziona Kialo

Una volta iscritto a Kialo, l’utente si troverà di fronte ad una serie di affermazioni o domande, più o meno opinabili, su varie tematiche: “Il genere è un costrutto sociale?”, “Mangiare carne è sbagliato”, “Il reddito di base è il futuro”.

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Quasi sempre, il titolo della discussione, fa capire qual è il punto di vista dell’utente che ha lanciato il topic. Questo non scoraggia gli altri ad esprimere la propria opinione, contraria o favorevole che sia, anzi l’incoraggia a prendere parte ad una discussione costruttiva, utile e proficua.

Ogni utente può partecipare al dibattito e lanciare una discussione ma solo quelle approvate da una ristretta cerchia di utenti riescono ad ottenere visibilità e a raggiungere la home page di Kialo.

Perché questo filtro? Ad esempio, per scoraggiare i troll che minano le civili e pacifiche conversazioni di Kialo ed evitare che queste vengano contaminate dai toni accesi tipici degli altri social.

Le conversazioni sono suddivise per categorie e ogni intervento può essere votato, contribuendo in questo modo alla costruzione della reputazione degli utenti all’interno del social network.

Dentro il social dei ragionamenti

Tutto, su Kialo, è pensato per costruire un luogo di discussione tranquillo e positivo, anche la sua struttura. Proprio per questo, gli amministratori del sito hanno adottato almeno due precauzioni per evitare la generazione di conversazioni lunghe e noiose.

Prima di tutto, gli interventi non possono superare un massimo di 500 caratteri. Poi, cliccando su ogni intervento, è possibile aprire l’albero dei pro e dei contro che permette di focalizzarsi su argomenti specifici, in modo da esplorare ed analizzare a fondo i diversi livelli d’informazione presenti all’interno della discussione.

Un esempio?

Se si parlasse dell’esistenza di Dio, ci si troverebbe di fronte ad una serie di informazioni di base (“Ci sono delle prove storiche che dimostrano che Dio esiste”, ad esempio). Ogni singola affermazione viene “votata” da chi la pensa allo stesso modo e contestata da chi la pensa diversamente, evidenziando ogni posizione con i classici colori del consenso e della negazione, il verde e il rosso, e procedendo attraverso una struttura ad albero.

Kialo

Insomma, più che un social network, Kialo rappresenta un vero e proprio spazio digitale dove esprimere le proprie opinioni senza imbattersi in affermazioni fuori luogo o fuori tema, un luogo-non luogo dove mettere alla prova la propria coscienza critica troppo spesso dormiente e trascurata.