I nuovi hashtag di Instagram: cosa sono e come utilizzarli

Ne abbiamo parlato con Week in Social: Instagram lancia i nuovi hashtag che si possono seguire. 

Su alcuni profili tester – alla ricerca di un nuovo hashtag –compare da qualche giorno il pulsante “Segui” che consente di seguire post e storie associate ad una determinata parola.

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Nei prossimi giorni, le persone potranno scegliere i contenuti da vedere all’interno della propria timeline o nello spazio dedicato alle stories, seguendo semplicemente un hashtag preferito. Non sarà quindi più necessario seguire un determinato account per vedere i suoi contenuti.

Questo nuovo aggiornamento rivoluziona ancora una volta il concetto di community su Instagram. Il contenuto diventa protagonista indiscusso: le persone potranno scegliere di seguire direttamente quelli di loro interesse, senza essere necessariamente follower di un brand.

Al tempo stesso, i brand potranno decidere di creare dei gruppi interessati ad un determinato argomento impiegando semplicemente un hashtag.

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Cosa cambia davvero con i nuovi hashtag?

Per chi si occupa di content marketing, il concetto di audience come risorsa strategica è la chiave centrale di questa novità. La possibilità di catalogare i contenuti creati con degli hashtag, e quindi dare ordine ad un caos di immagini e video, è stata sicuramente una rivoluzione importante. Ancora più importante sarà la possibilità di associare a questi hashtag delle persone: chi sceglie di seguire una conversazione sta manifestando il suo vero interesse verso uno specifico argomento, e saper cogliere questa opportunità è fondamentale per un brand.

I brand possono quindi iniziare a valutare una content strategy che tenga conto di questi aspetti:

  • Follower: qui il concetto diventa più complesso. Se fino adesso per vedere dei contenuti nella timeline era necessario essere follower di una persona o di un brand, adesso basterà seguire semplicemente un hashtag. Questo farà sì che si perderà – ancora di più – la centralità del numero di follower di un account. E’ anche vero che questa novità potrebbe stimolare una crescita organica della community: le persone potranno iniziare la relazione con un brand se questo crea contenuti associati a una conversazione interessante. Sarà quindi fondamentale analizzare e scegliere con un criterio strategico gli hashtag da associare ai post.
  • Iniziative a breve termine: molto spesso un brand si trova nella condizione di dover comunicare iniziative che nascono e finiscono nel giro di pochi giorni, come eventi, promozioni, anniversari, etc. Se su Facebook esiste la possibilità di creare delle pagine eventi, su Instagram fino adesso questa possibilità non c’era. Con i nuovi hashtag sarà invece possibile creare delle etichette specifiche per queste iniziative e indirizzare le persone a seguirle così da restare aggiornati, senza il bisogno di aprire account temporanei, disperdendo visite e follower.
  • Custom audience: esistono brand che hanno l’esigenza di parlare a più audience, con interessi differenti. La possibilità di targettizzare i contenuti mediante l’uso degli hashtag potrebbe essere un forte aiuto per creare delle audience specifiche. Ad esempio, una catena di moda che realizza una linea dedicata solo ai teenagers, può pensare di crearne uno personalizzato per la linea teen e spingere i ragazzi a partecipare alla conversazione.

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Perché i numeri di Instagram sono importanti

Le opportunità di questa nuova feature sono davvero tante. Instagram è un social network che è cresciuto in modo esponenziale negli ultimi anni, rilasciando ogni settimana novità importanti. Il social network – comprato per un miliardo di dollari da Facebook nel 2012 – è arrivato a 800 milioni di utenti attivi al mese, e di questi 500 sono utenti attivi quotidianamente.

Sapere come sfruttare le sue potenzialità aiuterà i brand a comunicare e ad indirizzare gli investimenti pubblicitari in modo sempre più strategico.

Black Friday, 5 trend per fare affari con il tuo eCommerce

È iniziato il conto alla rovescia verso il giorno più atteso da quei consumatori cacciatori di super offerte e dai marketer che hanno già impostato “mosse” di marketing per accaparrarsi il maggior numero possibile di vendite.

Il Black Friday 2017 arriva il 24 novembre, negli Stati Uniti, il giorno successivo alla Festa del Ringraziamento, tradizionalmente considerato il giorno che dà inizio alla stagione dello shopping natalizio.

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Credits: Depositphotos #95537858

Cosa è successo nel 2016?

Lo scorso anno negli Stati Uniti, le vendite online durante il Black Friday e il Cyber ​​Monday (il lunedì successivo dedicato espressamente allo shopping online) sono state pari a 12,8 miliardi di dollari e quasi il 40% degli acquisti sono stati effettuati tramite dispositivo mobile.

Che ruolo avrà il mobile durante il Black Friday 2017? Farà sempre parte dei trend di quest’anno?

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1. I consumatori continueranno ad acquistare offline

Anche se i retail  avranno una riduzione degli ingressi in negozio, si prevede comunque una buonissima percentuale di acquisti offline. Secondo il rapporto Forrester 2017 Holiday Outlook , gli acquirenti ricercano e acquistano i prodotti in modo intercambiabile tra negozi fisici e eCommerce. A questo proposito è molto importante offrire esperienze diverse nei vari touchpoint dell’azienda per potersi accaparrare il maggior numero di acquirenti possibile.

2. Le aziende che ottimizzano le conversioni dai dispositivi mobili saranno le vincitrici

I trend per il Black Friday 2017

Non è certo una novità, di mobile first se ne parla da tempo!

Pianificare e mettere in ordine la propria presenza mobile in previsione del grande giorno è d’obbligo. Alcuni aspetti da considerare includono l’ottimizzazione delle interfacce di acquisto (le famose pagine prodotto), la pulizia di annunci per cellulari e il feed di prodotti, soprattutto occhio ai metodi di pagamento e ai PageSpeed Insights (cioè alla velocità di caricamento da mobile) dei vostri siti eCommerce.

3. La spesa del Cyber ​​Monday farà segnare un leggero aumento

Anche se il Cyber ​​Monday ha una storia molto più breve di quella del Black Friday (giorno dedicato alle offerte commerciali solo dal 2005)  ha dimostrato e presumibilmente dimostrerà anche quest’anno di avere grande potenziale. Nel 2016 ha guadagnato il suo posto nella storia dell’eCommerce statunitense arrivando a fare numeri straordinari: 3,45 miliardi di dollari.

Quest’anno si prevede un fatturato di circa 3,81 miliardi di dollari con una quota di 1,24 miliardi di dollari proveniente dall’acquisto tramite dispositivi mobili.

4. Non solo Black Friday e Cyber ​​Monday

I trend per il Black Friday 2017

Il Black Friday potrebbe avere qualche sfumatura di grigio a causa del pubblico poco incline alle code o all’attesa dell’offerta. Pare infatti che una buona percentuale di acquirenti preferisca fare acquisti durante l’intero periodo delle festività, per evitare di concentrare i propri sforzi elaborativi e cognitivi di acquisto (quindi valutazione delle offerte) in solo due giorni.

Una buona strategia dovrebbe dunque prevedere un piano di offerte a lungo termine per tentare di accaparrarsi anche questo tipo di pubblico.

5. Millennials e Black Friday: il target più difficile da raggiungere

I Millennials sono il target più difficile da raggiungere. Pare infatti che gli acquirenti più giovani – dai 13 ai 35 anni – siano totalmente immuni al clamore delle offerte del Black Friday: il 75% di loro infatti si interesserà agli acquisti solo nelle settimane successive al Black Friday.

Il tempo potrà dirci quale impatto avranno queste tendenze sui dati di vendita reali. Sembrerebbe esistere però un’unica grande certezza: il mobile!

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Altro che impronte e Face ID, la chiave inhackerabile è il sudore

Hai presente quella situazione in cui ti porgono la mano e tu vorresti sprofondare invece di porgere la tua perché umidiccia?! È successo a tutti: imbarazzo totale! Eppure nel campo della sicurezza dei nostri dati si sta tentando di sfruttare a nostro favore ciò che invece spesso tentiamo di nascondere: il sudore.

Autenticare la nostra identità grazie al sudore

Una ricerca condotta da alcuni scienziati dell’Università di Albany negli Stati Uniti suggerisce che monitorando le nostre secrezioni a livello cutaneo è possibile costruire un profilo unico tale da autenticare in modo accurato e sicuro la nostra identità.

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Credits by Carlo de Jesus @Phys.org

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Jan Halamek, appartenente al team di ricerca, spiega: «Stiamo sviluppando una nuova forma di sicurezza che potrebbe cambiare completamente il processo di autenticazione dei dispositivi elettronici. Usare il sudore come identificatore non può essere facilmente imitato o hackerato da potenziali intrusi».

Per costruire un profilo in grado di identificarci, un piccolo sensore è posto su un dispositivo, come uno smartphone, per monitorare i nostri livelli di sudore durante le varie attività. I campioni prelevati dalla pelle delle nostre dita sono pieni di ghiandole eccrine: un tipo di ghiandole sudoripare maggiormente presenti sul palmo delle nostre mani.

 

I risultati hanno dimostrato che la concentrazione di vari componenti nel nostro sudore è controllata da reazioni regolate dai nostri ormoni. Poiché i livelli ormonali variano a seconda della nostra età, sesso, razza e stile di vita, i ricercatori hanno concluso che non esistono due persone in grado di possedere lo stesso profilo.

Sarà il metodo di riconoscimento più efficace?

Mentre l’autenticazione biometrica come la scansione delle impronte digitali e il riconoscimento facciale sono attualmente considerati i sistemi di autenticazione più sicuri sul mercato, è anche vero che le password e i pin possono essere facilmente visti da occhi indiscreti e, navigando, si trovano tutorial su come creare uno stampo di impronte digitali. Ci sono anche problemi con il riconoscimento facciale, che a volte, non funziona correttamente.

Inoltre, usare il sudore per autenticare i dispositivi potrebbe rendere la vita più facile a chi ha determinate disabilità, liberandolo dal ricordarsi le password.

Poiché utilizziamo i nostri dispositivi ogni giorno sempre di più, è fondamentale che le misure di sicurezza continuino a proteggere la crescente quantità di informazioni personali che conserviamo nei nostri device. In questo caso la ricerca si è spinta oltre quello che già conoscevamo, chissà se da qui a qualche mese non esca fuori qualche altra novità ancora più spiazzante.

Certo è che la direzione è sempre la stessa: sempre di più noi stessi stiamo diventando le password dei nostri dispositivi. Ora la domanda sorge spontanea: siamo noi che possediamo i nostri dispositivi o sono loro che ci stanno tenendo in pugno?!

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Orion, Caser Seguros e Hyundai: i migliori annunci stampa della settimana

Il lunedì non può più essere davvero lunedì senza assaporare insieme i migliori annunci stampa della settimana appena trascorsa. E anche oggi non potevamo lasciarti a digiuno di ispirazione!

Con un pizzico di ironia, attenzione alla coerenza tra messaggio, supporto visuale e design, ma anche un po’ di impegno sociale, tutti i brand di questa settimana ci hanno colpito con la creatività delle loro pubblicità sotto diversi aspetti: scopriamoli insieme!

Cité de l’architecture et du patrimoine – 10 years celebration

In occasione dei suoi 10 anni, la Città dell’Architettura (il famoso museo dell’architettura a Parigi) ha pubblicato una nuova campagna pubblicitaria per annunciare l’evento. L’idea è quella di mostrare una serie di persone che celebrano questo anniversario negli edifici di architetti o in luoghi o monumenti famosi. Diverse epoche e stili architettonici sono stati selezionati per mettere al centro anche in questo caso l’arte, il design e l’architettura.

Villa Savoye di Le Corbusier – 1928, Petit Trianon In versailles di Ange-Jacques Gabriel – 1762, Cocteau Museum di Rudy Ricciotti – 2011 e Franklin Building di Auguste Perret – 1903, tra gli edifici utilizzati in questa serie di annunci stampa.

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Advertising Agency: Havas, Paris, France
Creative Director: Christophe Coffre
Art Director: Nicolas Harlamoff
Photographer: Jean-Philippe Mesguen

Orion – Don’t try this at home

Dall’eleganza degli annunci precedenti ad un tono di voce completamente diverso: quello di Orion, che parla con ironia dei propri sex toys. Perché rischiare, insomma, se si può scegliere qualcosa di assolutamente adatto e già testato?

Enjoy!

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Advertising Agency: Lukas Lindemann Rosinski, Hamburg, Germany
Chief Creative Officers: Arno Lindemann, Bernhard Lukas
Creative Director: Tim Hartwig
Art Director: Yushu Mose Zopf
Copywriter: Martin Gillen
Junior Art Directors: Elena Cernjatinskaja, Tobias Glatz
Photographer: Reinhard Hunger

Regione Lazio – Unscary Winter

La Regione Lazio si è affidata a Superhumans per la campagna di comunicazione sui vaccini anti-influenzali di quest’anno. I mostri e gli animali più paurosi legati all’inverno e al freddo diventano  inoffensivi compagni di gioco per le persone più a rischio che decidono di seguire questa profilassi.

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Advertising Agency: Superhumans, Rome, Italy
Creative Directors: Luca Albanese, Francesco Taddeucci
Art Director: Federico Angelieri
Copywriter: Barbara Bigi
Photographer / Post-Production: Davide Bellocchio
Account: Flavia Di Lena

Caser Seguros – New Technology

La compagnia di assicurazioni spagnola è già un passo avanti e pensa a quali saranno i rischi legati alle nuove tecnologie, mostrandoci con Saatchi & Saatchi una carrellata di tutti gli incidenti domestici di cui potremmo essere vittime in futuro. Una serie di buoni motivi in più per assicurarsi anche nei prossimi 75 anni!

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Advertising Agency: Saatchi & Saatchi, Madrid, Spain
Creative Director: Lucas Cambiano
Art Director: Leandro Bordoni
Copywriter: Hernan Gonzalez
Account: Luis Muñiz, Eva Poyato
Production: Blur
Director: Martin Jalfen
Sound Production: Beat Music
Photographer: Jesus Alonso

Hyundai – Breast Cancer

Puntando l’attenzione sul recente decreto che permette alle donne di guidare in Arabia Saudita, e collegando l’evento al mese della prevenzione per il cancro al seno, il team creativo di FCB ha realizzato per Hyundai una campagna tutta al femminile.

Ciò che viene sottolineato è l’importanza della sicurezza e della prevenzione in ogni ambito della vita quotidiana delle donne: allacciare le cinture, in pratica, diventa l’equivalente di una diagnosi precoce. Così Hyundai vuole dare il suo contributo all’emancipazione femminile nella società araba.

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Advertising Agency: Horizon FCB, Jeddah, Saudi Arabia
Creative Director: Sari Qablawi
Art Director: Ronald Quintos
Copywriter: Akram Najar
Additional Credits: Mohammad Ayoubi, Moutaz Jad, Rabih Houry

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E tu cosa ne pensi degli annunci di questa settimana? Facci sapere quale ti è piaciuto di più sulla nostra pagina Facebook!

Manager, star o milionari, chi comprerebbe la nuova Roadster di Elon Musk?

Una presentazione in pieno stile Tony Stark, per un prodotto inatteso in casa Tesla, la nuova Roadster 2020, che anche nei colori richiama la scintillante armatura robotica di Iron Man.

Oltre ad aver presentato i suoi nuovi semiarticolati, i veicoli pesanti attesi già da tempo, Tesla ha incluso nel suo fantastico show live dello scorso fine settimana anche l’entrata in scena del nuovo modello di sportiva. Secondo Elon Musk sarebbe l’auto di serie più veloce mai prodotta, con una accelerazione di soli 1,9 secondi da 0 a 60 e di 4,2 secondi da 0 a 100.

Con queste caratteristiche tecniche ed un prezzo davvero economico per essere una supercar, qual è il vero target della nuova sportiva di casa Tesla?

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Quanto costa, com’è fatta e cosa può fare la Tesla Roadster

«Questo è il modello base», ha detto Musk, che ha proseguito spiegando che la velocità massima di questo nuovo modello è di 400 Km/h, con una batteria in grado di percorrere fino a 1.000 Km in autonomia. Tutti dati che inseriscono la sportiva di Tesla tra le più economiche delle supercar con caratteristiche equivalenti.

Venduta al prezzo di 200 mila dollari, la nuova Roadster promette di essere la sportiva più veloce di sempre, insomma, ma anche la più economica. Senza contare che parliamo sempre di un veicolo elettrico.

Solo per fare un esempio, una supercar come la Lamborghini Aventador S è venduta a più del doppio del suo prezzo. Mentre la McLaren P1, l’autovettura sportiva ad alimentazione ibrida sviluppata da McLaren nel 2013, capace di un’accelerazione da 0 a 300 Km/h in soli 17 secondi, era venduta a oltre 1 milione di euro.

Un’auto, la Roadster, presentata accanto ai due nuovi camion di Tesla più per creare stupore e sorpresa con le sue linee accattivanti e sportive, generando ulteriore clamore intorno all’evento di presentazione dei nuovi veicoli Semi Tesla. E per questo proposta al pubblico con un’entrata in scena spettacolare all’interno dell’hangar in cui si è svolta la presentazione.

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Musk ha perfino offerto la possibilità di provare la nuova Roadster a chiunque depositasse 50 mila dollari di anticipo per l’acquisto una volta che la macchina sarà in produzione e naturalmente alcuni fan hanno subito colto al volo l’occasione.

Il lancio è previsto per il 2020 e, grazie al referral program di Tesla, alcuni fortunati possessori di auto della casa potranno ricevere gratuitamente una delle mille Roadster Founders Series, la versione a tiratura limitata da 250 mila dollari.

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Giovane (e con tanti soldi), l’identikit del potenziale acquirente

L’archetipo del proprietario di una Tesla è cambiato nel corso del tempo e con il modificarsi dei modelli prodotti dalla casa automobilistica. Se fino a qualche anno fa l’acquirente tipo a cui pensava Tesla per la suo Model S viveva in California (area geografica particolarmente sensibile a temi come l’attenzione all’ambiente, oltre che molto ricca) e guadagnava più di 100 mila dollari all’anno, oggi, anche grazie all’emergere di un mercato dell’usato per le Tesla, gli acquirenti sono più giovani, guadagnano meno e non sono necessariamente star di Hollywood.

Secondo un’analisi condotta qualche anno fa dalla piattaforma per la vendita di auto Edmunds.com, la base clienti di Tesla si era già estesa ad un mercato di massa, strategia confermata anche dal tanto discusso Model 3 di Tesla, di cui la società aveva anticipato a luglio un tasso di produzione di 20.000 auto al mese entro la fine di dicembre, ma di cui finora sono stati prodotti solo 260 veicoli.

Se è soprattutto il mercato dell’usato in espansione per Tesla, come dimostrano i dati raccolti anche in Florida, a Washington, in Texas, nel New Jersey, in Arizona e Nevada, è chiaro che il target a cui Musk vuole rivolgersi anche con la sua New Roadster, non è lo stesso degli acquirenti di una Ferrari, di una Bugatti o di una Lamborghini, ma si lega più a quello di BMW o Mercedes.

Anche in questa fascia di automobili, infatti, Tesla pensa ad un pubblico più giovane, pronto a sperimentare qualcosa di nuovo in nome di un brand che è innanzitutto espressione di valori condivisi come ricerca tecnologica, scelta dell’elettrico per la mobilità, visione a lungo termine di nuovi standard grazie alla diffusione delle stazioni di ricarica superveloci. Giovani manager e star del cinema che abbracciano questa filosofia, piuttosto che appassionati di grandi motori e design raffinato, disposti a spendere anche cifre da capogiro per avere in garage una Testa Rossa.

La New Roadster è bella e accattivante nelle linee sì, ma non sembra avere ancora molto a che fare con l’artigianato di lusso tipico del Made in Italy. Di questo Musk è consapevole e lo riflette nel prezzo della sua supercar: velocissima per dimostrare tutto il potenziale delle batterie elettriche di Tesla, ma senza le pretese di eleganza e design di una vettura delle case automobilistiche più blasonate. Musk punta a comunicare anche attraverso la Roadster tutta la ricerca tecnologica dietro il marchio e anche i suoi acquirenti sono più interessati a questo aspetto che al collezionismo.

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Il futuro delle sportive è elettrico o a benzina?

Anche per la New Roadster non mancano i detrattori per Tesla, che già sottolineano che chiunque possa permettersi di spendere un quarto di milione di dollari per un’auto si attende anche un elevato standard di qualità nelle finiture e per questo la casa produttrice dovrà superare presto i problemi qualitativi che ha già avuto con la più semplice Model X.

Ma secondo chi ha già avuto la possibilità di provare la nuova sportiva di Musk, «si può ancora parlare di stile, sospensioni, maneggevolezza, interni, caratteristiche o quant’altro su un’automobile, ma per quanto riguarda la potenza del motore, non c’è più alcun confronto. L’elettrico ha vinto».

Rispetto alla vecchia Roadster, poi, la seduta è stata rialzata e probabilmente le migliori prestazioni sono dovute ad una diversa disposizione delle batterie, che hanno permesso di concedere all’auto una linea ancora più aerodinamica, molto più simile alle cugine sportive a carburante, diminuendone anche il peso.

Il primo modello di Roadster

Il primo modello di Roadster

Tre motori (uno anteriore e due posteriori), un tetto removibile e una configurazione dei posti 2+2 completano le caratteristiche di un’auto che soprattutto per il prezzo e le prestazioni si candida a surclassare le sue pari come Ferrari o Lamborghini.

Secondo le stime di ciascun produttore, una Ferrari 812 Superfast, una McLaren 720S e una Lamborghini Aventador S impiegano circa un secondo in più del Tesla per raggiungere i 60 Km/h e  tutte e tre non raggiungono la velocità massima di 340 Km/h.

Musk ha scherzato, spiegando che dopo aver guidato questa auto, guidare una macchina a benzina sarà come guidare un veicolo a vapore.

Un po’ di rumore per non parlare più (male) di Model 3

Secondo qualcuno, infine, la presentazione dei Semi truck e della New Roadster, ha avuto lo scopo soprattutto di distrarre investitori ed analisti di Wall Street dai problemi di produzione del Model 3, cercando di suscitare nuovamente tutto l’entusiasmo verso il brand che aveva spinto Tesla a diventare uno dei più importanti produttori di auto negli Stati Uniti e uno dei più amati dai fan.

Anche la prenotazione dell’auto con un deposito di 50.000 dollari sembrerebbe più un’operazione di crowdfunding che un vero e proprio pre-ordine: un modo per rimpinguare le casse della società basato sull’affezione dei sostenitori di questo grande sogno elettrico, ma che punta ad una ripresa rispetto agli sforzi finora falliti nella produzione del Model 3.

Resta certo, però, che anche in Europa la follia e l’entusiasmo di Tesla per i suoi progetti, ha spinto tante case automobilistiche ad accelerare sul fronte dell’elettrico e della mobilità sostenibile, iniziando a progettare soluzioni non solo per il trasporto individuale, ma anche per flotte aziendali condivise.

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La lezione di Dr. Martens, da tutto a (quasi) zero e ripartire con l’eCommerce

È il 1945 e ci troviamo nella Monaco del dopoguerra quando il dottor Klaus Maertens, un medico dell’esercito di 25 anni, si ferisce in un incidente sciistico. La sua caviglia non riesce a guarire a causa dello stivale militare in suola che è costretto a usare. Pensa perciò di costruire un paio di stivali nuovi, caratterizzati da una suola ammortizzata grazie ad un cuscino d’aria, anche grazie alla collaborazione dell’ingegnere meccanico Herbert Funk.

I due hanno subito una intuizione e così iniziano a costruire un business riutilizzando le forniture militari in disuso e realizzando scarpe. Il target di riferimento sono per lo più donne anziane, in cerca di comodità per i loro piedi.

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Dr. Martens, un piccolo ripasso

Nel 1960 il business degli scarponi cambia proprietario, dopo l’interessamento del famoso calzaturificio inglese Griggs per le scarpe con cuscinetto ad aria tedesche. Gli stivali vengono ora chiamati “AirWair”, sono rimodellati nella forma e gli vengono aggiunte le iconiche cuciture giallo acceso.

Robusto e resistente, il modello 1460 a otto fori (così chiamato in virtù del giorno in cui fu creato, il primo aprile del 1960 appunto) il più conosciuto dei Dr. Martens diventa anche un simbolo della classe lavoratrice britannica, indossato nelle fabbriche e dai postini.

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La moda, intanto, inizia a ritagliarsi i suoi spazi anche grazie a personaggi famosi e star e così nel 1966 è Pete Townshend, chitarrista e cantautore degli Who, a rendere famoso il brand, indossandone gli stivali, ma già negli anni Settanta gli stivali diventano un simbolo di violenza da skinhead: la pelle delle punte viene recisa per mostrare l’acciaio che vi è nascosto e fornire un chiaro messaggio intimidatorio.

Al tempo stesso i Dr. Martens diventano le scarpe in dotazione alla polizia britannica, che dipinge i fili gialli per evitare di essere notata durante le pattuglie notturne.

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Negli anni Ottanta lo stivale torna ad essere un simbolo di protesta: anche le donne cominciano ad utilizzare il modello Dr. Martens, personalizzandolo con motivi floreali, prima di sfilare nei cortei antigovernativi per le strade del Regno Unito.

Sono gli anni Novanta però gli anni d’oro per Dr. Martens: il grunge e il nu-metal ne fanno il segno distintivo del proprio look, fino ai primi anni Duemila, quando l’azienda, per il grosso calo di vendite è costretta a chiudere moltissime fabbriche nel Regno Unito e spostare la produzione in Asia.

Icona di un business di successo

Pochi altri brand di scarpe sono riusciti a diventare un’icona come Dr. Martens per intere generazioni – tradizione vuole che perfino Papa Wojtyla ne abbia avuto un paio appositamente confezionato per lui in pelle bianca – tanto da essere irrinunciabili dalle passerelle alla vita quotidiana della classe operaia.

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Nel 2003 la produzione è stata spostata tra Cina e Tailandia però, proprio a causa di un forte calo delle vendite nell’era post Kurt Cobain, ma i numeri attuali sono indicativi di un ritrovato appeal del brand e di una ritrovata rilevanza sul mercato, con un aumento del 38% dei ricavi da retail e di oltre il 50% nelle vendite online fino a marzo di quest’anno. Soprattutto in Asia, negli ultimi due anni, la crescita è stata del 75%.

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Un ottimo esempio di come spostamento della produzione e al tempo stesso posizionamento su nuovi mercati abbiano permesso al marchio non solo di riprendersi da una massiccia crisi, ma perfino di tornare a crescere, sfruttando ancora una volta le caratteristiche e la storia alla base del brand.

Gli stivali infatti si sono affermati in paesi come la Corea del Sud, in seguito agli scandali politici, ancora una volta come simboli della ribellione sociale.

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L’eCommerce

A questo va aggiunta una acquisizione, nel 2013, da parte del fondo europeo Permira, possessore di quote rilevanti anche di aziende come Valentino Fashion Group e New Look e una forte strategia di personalizzazione nell’eCommerce negli ultimi anni, portata avanti da Kyle Duford, Vice Presidente digital ed eCommerce di Dr. Martens.

«Credo che fornire il messaggio giusto e personalizzato al gruppo giusto di persone, al momento giusto non sia solo il meglio per il marchio, ma per tutto il business e, in definitiva, per i nostri clienti», ha dichiarato Duford, in una recente intervista. I team di eCommerce di Dr. Martens hanno iniziato, intanto, anche a creare una super-audience per comunicare meglio con i loro clienti attraverso la personalizzazione, in grado di dare risultati efficaci in termini di conversioni.

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Un percorso fatto di cicli, che ha saputo però sfruttare ogni passaggio della propria storia aziendale per fare business, compreso il celebre caso, nel 2007, del licenziamento dell’agenzia Saatchi&Saatchi in seguito alla discussa (e forse un po’ macabra) campagna che ritraeva tra gli altri rocker passati a miglior vita anche Kurt Cobain ancora con i suoi sivali Dr. Martens ai piedi.

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Worknet Easy Social Job

Cos’è un worknet e come può aiutarti a far crescere la tua idea di business

Social network, piattaforme per la ricerca di lavoro, portali di crowdfunding: il mondo del lavoro e del business online è ormai presente in varie forme in tutti questi strumenti, con il limite, però, di non avere un’integrazione complessiva delle necessità reali degli utenti. Un worknet, invece, offre in un unico luogo la possibilità di cercare e contattare le persone giuste utili alla crescita di un’idea di business.

Al centro vi sono gli utenti, persone con competenze professionali da mostrare per trovare l’azienda giusta con cui collaborare, imprenditori con solide idee di business in cerca di professionalità per svilupparle, finanziatori pronti a investire in valide startup.

Per capire meglio cos’è e come funziona un worknet, abbiamo analizzato Easy Social Job, il worknet tutto italiano che punta a colmare il vuoto tra le idee brillanti e creative di giovani startupper e la loro realizzazione pratica.

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Credits: Depositphotos #159653922

Worknet: la startup è il punto di arrivo non quello di partenza

Nel suo stesso nome, la startup è intesa come punto di partenza di un’impresa e questo spesso fa dimenticare una serie di passaggi e difficoltà che è necessario affrontare per passare dalla semplice idea di business alla sua realizzazione.

Tutti abbiamo continuamente idee che ci sembrano geniali e tutti pensiamo che siano queste a poter dare davvero una svolta alla nostra vita. Come mai, allora, non si sente parlare di altissimi numeri legati al mondo startup in Italia? Come mai non siamo tutti startupper?

Semplicemente perché passare dall’idea all’azienda è un percorso che richiede passaggi complessi e difficili da affrontare partendo da zero, nonostante l’utilizzo, oggi, di strumenti come social network, piattaforme per la ricerca di lavoro, portali di crowdfunding.

Tra l’idea di business e l’azienda, dicevamo, ci sono una serie di step da tenere presenti, che spesso costituiscono la maggiore difficoltà verso il successo. Quali sono?

  • La scelta di un modello di business, che descrive la logica in base alla quale un’organizzazione crea, distribuisce e cattura valore;
  • la costituzione di un team valido ed affidabile con le competenze specifiche che creda nell’idea e possa apportare le giuste competenze;
  • la ricerca dei finanziamenti pubblici che diano supporto nelle fasi iniziali dell’impresa;
  • la compilazione di un business plan completo che esprima al meglio l’idea e le sue potenzialità di guadagno e di riuscita;
  • il matching con investitori interessati a lanciare la startup sul mercato.

Solo al termine di questo percorso, si può arrivare a parlare di startup.

Sembra complesso, vero?

Worknet Easy social Job

Credits: Depositphotos #109449008

Trasformare un’idea in business può essere semplice

Un worknet come Easy Social Job nasce proprio per questo: rendere più semplice ogni passaggio, fornendo in un unico luogo tutte le risorse, umane e di consulenza, necessarie al fatidico passaggio dall’idea di business alla startup.

Al tempo stesso, offre una essenziale possibilità di matching tra professionisti che non trovano collocazione nel mondo del lavoro e imprese alla ricerca proprio di quella figura.

Un worknet, insomma, è un luogo che potremmo definire win-win: per le aziende, che possono trovarvi professionalità giuste e possibilità di finanziamento; per i professionisti, in cerca della loro azienda ideale; per gli investitori, sempre alla ricerca di idee valide in cui credere e su cui puntare.

Iscriversi è davvero molto semplice: basta creare un profilo personale e mettere online il curriculum vitae, per permettere a chi cerca la nostra professionalità di trovarci. Siamo in un luogo interamente dedicato allo sviluppo di idee e progetti di business, nel quale si socializza per ampliare il proprio network professionale e trovare le competenze necessarie per lo sviluppo di una idea.

Le idee sono sviluppate in uno spazio privato ad hoc che può essere visionato solo da chi partecipa alla stessa, e che mette al riparo i proprietari dell’idea da chiunque voglia copiarla, uno degli aspetti più temuti dai futuri startupper.

Concluso lo sviluppo dell’idea, la stessa viene pubblicata nello ShowCase (vetrina virtuale) dove potrebbe avvenire il matching tra aziende e startupper.

Come valutare le idee postate? Tramite UP & DOWN simile al like di facebook.

Una startup è una band, non un solista.

Hai già l’idea giusta? Cosa aspetti a  svilupparla e condividerla nel worknet di Easy Social Job? Il successo del tuo business è più vicino di quanto immagini!

Da Italia-Svezia a Gomorra 3: gli Epic Win & Fail della settimana

Bentornati al consueto appuntamento del lunedì con la rubrica Epic Win & Fail che come sempre raccoglie tutto (o quasi) il meglio e il peggio visto sui feed dei vostri profili social. Una settimana di pochi ma significativi avvenimenti è appena trascorsa e non vediamo l’ora di poterli ripercorrere insieme a voi, pronti?

Epic Win

Non vogliamo girare il dito nella piaga ricordandovi la tragica sconfitta della Nazionale italiana lunedì scorso. Gli Azzurri di Ventura però sono appena passati alla storia come la peggiore nazionale di calcio degli ultimi 60 anni e qualche critica va sicuramente incassata. Ikea Italia per farsi perdonare del suo DNA svedese è stata la prima a pensare di offrire una panchina a Gian Piero Ventura: sibillina ma non troppo visto che le dimissioni del CT, esonerato dalla FIGC solo il giorno dopo, non sono mai arrivate.

https://twitter.com/IKEAITALIA/status/930513855956115457

La risposta nostrana a Ikea è firmata Poltronesofà che ha invitato Ventura a non accontentarsi di una scomoda panchina svedese ma a scegliere invece un più confortevole divano italiano.

Esonerato il C.T. della Nazionale.

Gepostet von poltronesofà am Freitag, 17. November 2017

Non crucciatevi troppo però perché per l’Italia del calcio mondiale una speranza c’è e si chiama Nazionale Femminile. È triste notare come gli italiani si siano accorti di loro solo dopo la sconfitta di lunedì scorso visto che anche le Azzurre sono in clima alle qualificazioni per i mondiali e tutt’altro che a rischio eliminazione: con tre vittorie su tre, nove goal fatti e zero subiti, possiamo proclamare che l’Epic Win di questa settimana profuma di Girl Power!

Epic Fail

Non solo Nazionale in questa settimana appena trascorsa ma anche cose belle, come il ritorno della serie TV Gomorra ormai giunta alla terza stagione. Il 17 novembre la lunga attesa dei fan è finalmente terminata e per fortuna anche la lunga agonia dei poveri utenti che a ridosso della messa in onda si sono ritrovati sui propri feed post che definire forzatamente simpatici è un eufemismo.

Regola n°27: convincere il regista che s' po' fidà e te. #LaMarchetta #Gomorra3

Gepostet von Carrefour am Freitag, 17. November 2017

Stasera sta’ senza pensier che a cucinare ci pensa #VivalaMamma. #Gomorra3

Gepostet von Viva la Mamma Beretta am Freitag, 17. November 2017

Anche se probabilmente ad alcuni queste battute saranno anche piaciute, da parte nostra possiamo dire di averle trovate assai poco spontanee e in alcuni casi, come quello di Santal, addirittura tendenti al cosiddetto effetto boomerang. A chi non ha mai visto Gomorra potrebbe risultare difficile capire il significato del post incriminato (e giammai ci permetteremmo di fare spoiler!), ma chi invece conosce bene le battute salienti della serie capirà da sé che quel bicchiere è molto ambiguo.

Quando è Santàl, puoi stare sempre senza pensier'!

Gepostet von Santàl am Montag, 13. November 2017

Per questa settimana dalle notizie epiche è tutto e come sempre vi diamo appuntamento a lunedì prossimo con la nostra rubrica. In caso ci fosse sfuggito qualcosa o vogliate segnalarci nuove e imperdibili notizie fatelo sulla nostra pagina Facebook o sul gruppo Linkedin, non siate avidi!

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Elon Musk è riuscito a farci sembrare sexy persino i Tir

Non poteva fare entrata più trionfale Elon Musk: alla guida del nuovo truck Semi, il CEO di Tesla ha aperto così l’evento al quartier generale della casa automobilistica a Hawthorne, in California.

L’entrata alla Over The Top forse è stata un po’ esagerata, ma del resto Tesla prospetta di spaccare il mercato dei trasporti sbaragliando i concorrenti con una soluzione  che non vuole essere solo innovativa, ma che promette soprattutto prestazioni migliori e costi di gestione più bassi rispetto ai truck a diesel.

E il nuovo tir elettrico è solo metà delle novità di Tesla: la vera protagonista della serata, quella che ha fatto girar la testa al pubblico dell’evento, è arrivata vestita di rosso e sculettando. Stiamo parlando della seconda generazioni dell’auto sportiva elettrica di Tesla, Roadster che per un attimo ha fatto dimenticare a tutti le notizie più recenti dei problemi di produzione della casa automobilistica californiana. Ma lasciamo il gioiellino rosso alla fine e procediamo per ordine.

Semi, il tir elettrico di Tesla è BAMF

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Per un attimo avete pensato che BAMF fosse qualche strana caratteristica tecnica? Sbagliato! BAMF è l’acronimo di “Bad Ass Mother F *** er” e per la cronaca è il termine con cui Elon Musk ha definito i suoi nuovi tir elettrici: non c’è trasmissione, nessuna frizione, nessun motore di grandi dimensioni, eppure il CEO di Tesla scommette sulle prestazioni da capogiro di Semi.

E non solo: Musk ha anche affermato che il vetro del camion è “a prova di esplosione termonucleare” e che gli interni della cabina di guida sono pensati per il tempo medio che un camionista vi trascorre dentro, circa 10-14 ore al giorno (e forse di più se dorme nel truck): non c’è al momento la zona sul retro dei sedili dove solitamente i camionisti riposano tra un trasporto e l’altro.  Un’altra novità è che il volante non si trova a destra o a sinistra, bensì in centro.

Da vicino, Tesla Semi è gigantesco, grazie anche alla carenatura aerodinamica apposta in cima. A differenza dei camion standard in cui i serbatoi del carburante sono chiaramente visibili su ciascun lato, la fonte di energia del camion Semi Tesla non è immediatamente evidente. La batteria è integrata nel telaio del camion e nascosta dietro una cornice rigida. Questo, secondo Tesla, fornisce protezione alle batterie e sicurezza aggiuntiva dell’auto.

In produzione nel 2019, avrà il sistema Autopilot che mantiene una determinata velocità, rallenta nel traffico e assicura di restare nella propria corsia. L’autoarticolato è prenotabile con un anticipo di 5 mila dollari, ma il prezzo finale non è stato ancora reso noto.

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Una megaricarica

Per i nuovi truck, Tesla ha pensato a un nuovo tipo di stazione di ricarica, Megachargers, che saranno più potenti delle Supercharger che la casa automobilistica già offre per le sue auto. Le unità di ricarica saranno distribuite in tutto il mondo per supportare il lavoro dei camionisti che guideranno i tir elettrici.

I nuovi Megacharger saranno alimentati ad energia solare: Musk sostiene che i camionisti saranno in grado di caricare in poco tempo, mentre ad esempio scaricano il loro carico o si prendono una pausa di 30 minuti lungo la strada. Le Megacharger offriranno loro abbastanza energia per guidare fino a circa 400 miglia. Non è chiaro dove o quando inizieremo a vedere queste nuove stazioni spuntare, o quanto costerà usarle, ma Musk ha dichiarato che la produzione del primo Semi sarà nel 2019, dunque presumibilmente tra due anni le Megacharger saranno già disposte in giro per il mondo.

A testare per primo i nuovi camion elettrici Tesla sarà il numero uno della grande distribuzione americana, Wal-Mart, che a proposito ha dichiarato: “Abbiamo una lunga tradizione nel testare nuove tecnologie, siamo contenti di essere fra i primi a testare i nuovi veicoli Tesla”.

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Roadster, un mostro rosso

Ammonta a 200mila dollari, invece, il listino di partenza della nuova auto sportiva a quattro posti. Roadster 2 è l’aggiornamento superpotenziato della Roadster presentata nel 2008. Va da zero a circa 100 kmh in 1,9 secondi e ha un’autonomia di mille chilometri dalla presa elettrica.

Tesla l’ha definita “l’unica supercar in grado di offrire prestazioni da record e spazio per quattro passeggeri”: il tetto è in vetro leggero e rimovibile nel bagagliaio, per offrire ai passeggeri un’esperienza di guida decappottabile. Insomma, un auto elettrica per non passare inosservato e per la quale bisognerà aspettare il 2020, sebbene sia prenotabile da subito con un anticipo di 45mila dollari.

E dopo un tir a prova di atomica e una supercar elettrica, quanto dovremo aspettare per una vera KITT senziente? Elon, pensaci tu!

domande colloquio di lavoro

Ha qualcosa da chiedere? Le 7 migliori domande da fare al recruiter durante un colloquio di lavoro

Durante un colloquio di lavoro quasi sempre capita di sentirselo chiedere: «Ha qualche domanda?». Meglio non farsi prendere alla sprovvista e pensare a quello che davvero interessa sapere e che potrebbe chiarire che a quel posto ci teniamo davvero. I candidati che, con le loro curiosità, mostrano che hanno a cuore l’azienda nel suo complesso e non solo il loro interesse personale sono quelli che convincono di più. Almeno secondo il responsabile Talent Acquisition di Johnson & Johnson Sjoerd Gehring. Il manager ha raccolto le sue sette domande preferite, che gli sono state rivolte dai candidati durante un colloquio e ne ha parlato in un contributo su The Muse, un portale online statunitense che offre consigli sulla carriera.

Secondo Gehring,  la domanda al recruiter è l’ultima possibilità per fare una figura ottima nella selezione. Una persona che chiede qualcosa di appropriato e originale ha più chance di distinguersi rispetto a chi pone interrogativi classici del genere: «come si svolge la giornata tipo in azienda?» oppure soltanto «quando mi farete sapere come è andata?».

Ecco le sette domande che hanno colpito Gehring e che si potrebbero prendere come spunto in vista del prossimo colloquio di lavoro.

Domande al recruiter

1. Perché questo ruolo è importante per la crescita dell’azienda?

Dal punto di vista del candidato è utile per capire se sarà un ruolo di alto o basso profilo e le aspettative che si hanno in lui. Al datore di lavoro mostra una persona che non è interessata solo al suo futuro ma anche a quello dell’organizzazione. Qualcuno che vuole avere un impatto sulla produttività dell’azienda.

2. Cosa ti piace di più del lavorare qui?

«Mi è stato chiesto soltanto da un candidato», scrive Gehring, «e ne è uscita una bella conversazione sul perché è gratificante lavorare nella nostra azienda dal punto di vista personale e professionale». È la domanda perfetta per prendere un po’ alla sprovvista il recruiter e ottenere una risposta onesta.

3. Ha qualche riserva su di me o sulle mie qualifiche?

Una domanda coraggiosa. «Così coraggiosa che sono rimasto impressionato dalla sicurezza del candidato che me l’ha rivolta», dice Gehring. E anche intelligente perché permette di affrontare i dubbi del selezionatore sulla tua capacità di affrontare quel ruolo. Nel caso in questione, la persona è stata in grado di mitigare le preoccupazioni del recruiter su una lacuna che vedeva nel suo curriculum. Spiegò che aveva preso un anno sabbatico non pagato per prendersi cura della figlia mentre sua moglie tornava a studiare al college.

Domande colloquio di lavoro

Credits: Depositphotos #76571193

4. Chi cura il wireframing del sito aziendale?

È una domanda specifica, in questo caso è stata fatta da un potenziale web designer. Ma è un esempio per mostrare una richiesta che cala il candidato già nel ruolo per cui si sta proponendo. Può essere l’inizio di una discussione sui processi e sui contributi da apportare per lo sviluppo dei progetti in corso. «Era come se già stessimo lavorando insieme», dice Gehring.

LEGGI ANCHE: 6 domande da evitare al termine di un colloquio di lavoro

5. Posso incontrare alcune delle persone con cui lavorerò?

Tipica di un candidato interessato alle dinamiche di squadra e alla cultura aziendale. Non è una persona che vuole arrivare in ufficio, sedersi alla scrivania e passare la giornata in una bolla con le cuffiette all’orecchio. È consigliato porla per capire con chi si dovrà interagire ogni giorno.

Domande al recruiter

6. Chi occupava questo ruolo prima? Perché se ne è andato?

Questa può essere una domanda molto rivelatrice. Perché la posizione per cui ti sei candidato è disponibile? Se il motivo è una promozione del precedente impiegato, questo può farti sperare in possibilità di carriera. Se la persona non ha soddisfatto le aspettative, potresti chiedere quali sono stati i problemi incontrati. Ma se il selezionatore risponde in modo evasivo, potrebbe essere una questione inappropriata e sarebbe meglio cambiare argomento.

7. Come vengono gestiti i disaccordi professionali nel team? Mi fate un esempio?

Un’altra domanda che mostra un candidato che conta sul team working e sa che il modo di lavorare insieme in un gruppo può determinare il successo o il fallimento di un progetto. Per chi affronta il colloquio è un interrogativo utile a capire se si troverà di fronte a un ufficio di “yes men” o se il confronto rispettoso è incoraggiato per assicurare che tutte le strade possibili siano percorse per raggiungere al meglio gli obiettivi.