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Pinterest vs Instagram: come utilizzarli per dare più visibilità al tuo business

Pinterest e Instagram sono conosciuti come i due social network visual centric per eccellenza, ma qual è meglio integrare all’interno della propria strategia di comunicazione digitale?

La risposta è duplice: entrambi o dipende. Se volete attirare l’attenzione degli utenti e generare engagement la regola numero uno che vale su ambe due le piattaforme è quella di creare contenuti attraenti fatti di immagini di alta qualità.

Sia Instagram che Pinterest sono due strumenti utili a far crescere un business, vedremo però che le due piattaforme hanno poche cose in comune. Analizziamo quelle che sono le caratteristiche uniche e le differenze chiave che contraddistinguono i due celebri social per capire come sfruttarli al meglio.

eCommerce: Instagram vs Pinterest

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Pinterest, grazie alla sua struttura e alle sue feature è un ottimo alleato degli shop online. Le board del noto social network, possono essere considerate delle vere e proprie vetrine virtuali, che non solo consentono di organizzare i contenuti in modo tematico, ma permettono di veicolare e aumentare il traffico sul proprio eCommerce.

Instagram è uno strumento di comunicazione dalla grandi potenzialità che se ben utilizzato consente di far crescere il desiderio d’acquisto e permette di presentare ai propri clienti una vetrina facile da consultare.

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Diversamente da Pinterest, Instagram non consente l’inserimento di link all’interno dei singoli post o dei commenti, per cui l’unica fonte di traffico è il link inseribile nella home dell’account.

Ad ogni social il suo pubblico

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Il pubblico di Instagram non solo è molto diverso da quello di Pinterest ma è anche più grande. SproutSocial ha raccolto in un post alcune interessanti informazioni demografiche relative agli utilizzatori dell’app, vediamole insieme:

  • Instagram ha più 600 milioni di utenti attivi, di cui il 26% è rappresentato da un pubblico femminile e il 38% da quello maschile;
  • il 33% degli utenti ha un’età che va dai 30 ai 49 anni, mentre il 18% dai 50 ai 64;
  • il 59% delle persone di età compresa tra i 18-29 anni utilizza anche Pinterest;
  • il pubblico di Pinterest è invece prevalentemente femminile, anche se la base di utenti maschili sembra sia in crescita. Su 200 milioni di utenti attivi il 45% è composto da donne, mentre il 17% da uomini;
  • il 36% degli utenti ha un’età compresa tra i 18 e i 29 anni, il 34% ha tra i 30 e i 49 anni, mentre il 28% ha tra i 50 e i 64 anni.

Per riassumere Pinterest non solo ha un target prevalentemente femminile ma anche leggermente più adulto.

Desktop vs. mobile

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Instagram nasce come applicazione mobile, quindi è destinata ad essere utilizzata principalmente da smartphone. L’utilizzo di Instagram da desktop pone alcuni limiti in termini di funzionalità:  permette solo di visualizzare i contenuti e commentare i post altrui, ma non consente il caricamento di nuovi post, la visualizzare degli annunci pubblicitari.

Lato eCommerce grandi novità in vista: il noto social network fotografico sembra stia lavorando per mettere a disposizione dei retailer degli strumenti utili per aumentare significativamente il potere di vendita.

Nello specifico, Instagram sta testando con poche privilegiate aziende aventi sede negli Stati Uniti una nuova feature che permette  la vendita di prodotti direttamente all’interno dell’app grazie all’integrazione con Shopify. Il meccanismo di vendita è molto semplice: basta pubblicare un’immagine, taggare i prodotti presenti nella foto, e con un semplice tap sul tag l’utente potrà fare shopping senza abbandonare Instagram.

Pinterest, a parte qualche piccola feature come i Buyable Pins disponibili esclusivamente da mobile, offre invece tutte le sue funzionalità anche da desktop.

Link sharing

Instagram è attualmente l’unica piattaforma che non consente di condividere link nei post, l’unico collegamento possibile è quello inseribile nella bio oppure nelle inserzioni pubblicitarie.  Per ovviare a questa mancanza, molti profili aziendali inseriscono nel testo che accompagna il post, l’hashtag #linkinbio per indicare che nella descrizione del profilo è possibile trovare il link funzionante.

Con Pinterest il discorso è totalmente opposto: priorità assoluta alla condivisione e al salvataggio dei link.

Fin qui abbiamo visto principlamente le differenze da un punto di vista di funzionalità che distinguono i due social network: ci sono però delle diversità legate al visual delle foto, che non sono immediatamente evidenti, ma che possono influenzare il lavoro dei marketer.

Volti umani

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Credits: Depositphotos #61523589

Su Pinterest le immagini senza volti vengono repinnate il 23%  di volte in più rispetto a quelle che li includono.

Questo il motivo per cui vedrete sempre più spesso le immagini del corpo senza viso che mostrano gli abiti in vendita su qualche shop online.

Su Instagram succede l’esatto opposto: uno studio condotto da Mashable  ha svelato che le foto raffiguranti volti sorridenti hanno ottenuto il 38% di like in più.

I colori primari riscuotono maggiore successo

Il colore preferito dagli utenti Instagram è il blu: a quanto pare le immagini in cui prevale la tonalità del blu ottengono il 24% in più di like rispetto a quelle in cui dominano le tinte del rosso.

Mentre su Pinterest il colore più amato è il rosso: le foto contenenti questa tonalità ottengono il doppio delle condivisione rispetto alle altre.

Inoltre su Instagram vincono le cose semplici: gli utenti sembrano preferire le immagini in cui domina un solo colore, generando il 17% in più di like rispetto ai post multicolor.

Ancora una volta Pinterest è esattamente l’esatto opposto: le immagini con colori multipli ottengono 3 volte più risposte.

Sia Instagram che Pinterest, seppur in maniera differente, offrono ai brand delle opportunità, e solo comprendendone le diversità si potranno produrre contenuti personalizzati e finalizzati al raggiungimento del successo.

Cosa ne pensate? Quale piattaforma preferite?

Chi è Cafiero de Raho, il nuovo procuratore nazionale antimafia

Il Consiglio Superiore della Magistratura, ovvero l’organo di autogoverno della giustizia italiana, ha nominato all’unanimità il nuovo procuratore nazionale antimafia. Si chiama Federico Cafiero de Raho, ha 65 anni ed è napoletano.

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#Milano

Si è fatto le ossa da magistrato a Milano, indagando anche sul terrorismo interno.

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#Napoli

Poi, ha fatto il pm per oltre vent’anni nella sua città, dove ha condotto inchieste importanti sulla camorra, anche all’interno della Direzione Distrettuale Antimafia, divenendo nemico giurato del clan dei Casalesi.

Il boss Michele Zagaria

Il boss Michele Zagaria

#Casalesi

Sicuramente avrete sentito parlare di lui nel maxi-processo soprannominato “Spartacus“, il processo dove – come in Sicilia contro Cosa Nostra – anche la camorra ha avuto il suo primo vero pentito: Carmine Schiavone.

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#ndrangheta

Con la nomina di Giuseppe Pignatone a capo della Procura di Roma anche Cafiero de Raho viene promosso: nel 2013 lascia la sua città (e l’incarico di procuratore aggiunto) e assume il vertice della Procura di Reggio Calabria.

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#Corruzione

A Reggio sotto la gestione del magistrato campano sono passate importanti catture di latitanti, sequestri per centinaia di milioni di euro e l’acquisizione di ben 13 collaboratori di giustizia, nonché, oltre quelle sulla ‘ndrangheta anche delicate inchieste su corruzione, politica e massoneria.

Il procuratore di Reggio Calabria Federico Cafiero De Raho, durante la conferenza "TgR: L'italia della legalià" nella sede Rai di viale Mazzini. Roma 13 marzo 2015. ANSA/ANGELO CARCONI

Credits: ANSA/ANGELO CARCONI

Cosa fa il procuratore nazionale antimafia

La Procura Nazionale Antimafia e Antiterrorismo è un organo istituito nel 1992 su ispirazione del giudice Giovanni Falcone.
Ha “funzioni d’impulso” sul coordinamento e la tempestività delle indagini, e interviene in caso di conflitti di competenza.

Tra i poteri, quello di designare i sostituti procuratori, acquisire ed elaborare notizie, informazioni e dati attinenti alla criminalità organizzata. Il PNA non ha invece il potere di indagine e di esercizio dell’azione penale tipico del pubblico ministero.

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5 cose sulla Digital Transformation che un marketer dovrebbe sapere

Maggiore efficienza, migliore operatività e riduzione dei costi: la Digital Transformation ha notevoli vantaggi per le aziende che non vogliono porre alcun freno all’innovazione, ridisegnando i processi che governano il business, grazie all’utilizzo delle più avanzate soluzioni tecnologiche. Ma per i marketer?

Negli ultimi anni, le aziende hanno focalizzato sempre di più la propria attenzione sulla Digital Transformation, il che comporta due conseguenze fondamentali:

  • assumersi nuovi rischi sulla sperimentazione e l’adozione di tecnologie emergenti;
  • attuare modifiche sostanziali alla cultura aziendale e alle strutture organizzative.

Dunque, occorre prima di tutto realizzare un cambiamento di mentalità forte, capace di evitare progetti rischiosi e fallimenti. Abbracciare la logica digitale significa riconsiderare strategie, processi, tecnologie, risorse e metodi di lavoro, il servizio clienti e il marketing.

Il processo evolutivo delle aziende

I marketer devono affrontare nuove sfide nel relazionarsi con i mercati di riferimento, nell’organizzare i processi gestionali e le collaborazioni tra colleghi, nell’adottare un approccio multidisciplinare per avviare con successo il naturale processo evolutivo dell’azienda.

Infatti, ciò che accade nel marketing può avere un impatto nel mondo dell’IT e viceversa: diverse figure professionali hanno necessità di collaborare tra loro per costituire team inter-funzionali ed autonomi che possano portare avanti progetti che abbiano in sé forti componenti digitali.

La digital transformation consta di un processo evolutivo delle aziende che devono riconsiderare tutto, a partire dalla propria identità, per fare davvero la differenza. Potremmo citare esempi noti come Netflix o Airbnb che hanno focalizzato l’attenzione sulla centralità del cliente  e su nuovi modelli relazionali per entrare di diritto nella digital transformation.

Digital analytics, business intelligence, lead generation, user experience, social network: i business online possono fornire informazioni e dati cruciali per le azioni di marketing da intraprendere. L’analisi dei dati consente alle aziende di modificare nel momento giusto il modo in cui si rivolgono ai propri clienti, il modo in cui il brand viene percepito, il tipo di esperienze che servizi e prodotti possono fornire.

L’impatto della digital transformation in azienda è considerevole: il catalizzatore della trasformazione è stato senza dubbio l’evoluzione dei comportamenti e delle preferenze dei clienti.

LEGGI ANCHE: Digital Transformation: cos’è veramente?

Digital Transformation: 5 consigli da tenere a mente

Adweek ha voluto fornire alcuni consigli utili ai marketer che intendono improntare le attività delle proprie aziende sulla digital transformation:

1. Costruire una forte relazione tra CIO e CMO

Due figure complementari e un obiettivo comune. Secondo una ricerca di qualche anno fa di Gartner, il budget investito per le tecnologie a disposizione del mondo del marketing sarebbe stato più grande che quello a disposizione dell’IT entro il 2017. È chiaro, infatti, che i rapporti tra CIO (chief information officer) e CMO (chief marketing officer) debbano essere strettissimi: entrambi concentrati sul cliente ed uniti dalla volontà di fare grandi cose.

2. Creare un comitato direttivo per l’innovazione

Creare un gruppo interno all’azienda costituito da professionisti che possano sviluppare idee e nuove soluzioni, senza dover sottostare ai classici processi della produzione. Considerando la mutevolezza dei mercati e le continue innovazioni sotto il punto di vista digitale, le aziende ed i marketer devono essere costantemente concentrati sulla ricerca e sulla sperimentazione di tool, strumenti e tattiche innovative.

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LEGGI ANCHE: La trasformazione digitale riguarda anche te

3. Integrare più spesso i team di lavoro

Brief, condivisione e brain storming con attività di collaborazione tra diversi team di lavoro interni all’azienda. Queste sono tutte attività che possono portare ad una migliore comprensione dei diversi processi decisionali e facilitare la condivisione di idee tra diverse aree, ottimizzando al meglio le performance di tutti.

4. Rispettare l’identità aziendale e imparare a raccontarla

Se volete viaggiare nel segno della digital transformation, dovrete imparare a riconoscere l’identità della vostra azienda e a raccontarla con nuovi strumenti e nuovi mezzi di comunicazione. La maggior parte dei CEO delle aziende ha paura di fronte al cambiamento ed assume difficilmente decisioni per una strategia digitale innovativa.

5. Creare i KPI giusti rivolti al cliente per cambiare la cultura aziendale

Ciò che preme di più ad un’azienda? Aumentare il fatturato e perfezionare le performance finanziarie. Ad oggi, invece, è fondamentale conoscere il proprio cliente per rispettarlo e comprendere a fondo ciò di cui ha bisogno.

Lezioni, dubbi e scenari: tutto quello che ci portiamo a casa dal WOBI 2017

Piccolo esperimento del team Ninja: in una diretta a sorpresa su Facebook il direttore Aldo Pecora ha fatto il punto su quanto successo nella duegiorni del World Business Forum a Milano con Mirko Pallera, Nunzia Falco Simeone e Federica Bulega.

Da Nicholas Negroponte a Jonah Berger, Chris McChesney, Michael Porter, Randy Zuckerberg e Samantha Cristoforetti, in questo Live abbiamo discusso con la nostra community su cosa ci portiamo a casa dall’edizione 2017 del World Business Forum.

Si parla di lavoro, intelligenza artificiale, big data, marketing, business, creatività, influencer, economia, spazio, social, leadership ed execution.

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Jonah Berger a Ninja: «L’influencer marketing è sopravvalutato»

Ancora live dal World Business Forum, il CEO di Ninja Marketing Mirko Pallera ha intervistato in esclusiva Jonah Berger, autore di Contagioso, il libro nel quale spiega perché un’idea e un prodotto hanno successo e si diffondono.

Qual è la formula per creare contenuti contagiosi?

Secondo Jonah Berger ancora oggi il word-of-mouthil passaparola è importantissimo, la gente si informa e si lascia influenzare dagli altri. Senza che ce ne rendiamo conto, come spiega anche nel suo nuovo libro Invisible Influence e come ha sottolineato nel suo intervento pomeridiano dal main stage del WOBI, il comportamento di altre persone ha un’influenza enorme su tutto ciò che facciamo e nelle decisioni che prendiamo, da ciò che acquistiamo, alle carriere scelte, a ciò che mangiamo.

Le aziende spendono troppi soldi nell’influencer marketing

«Questo ha a che fare in senso stretto con l’influenza, non esattamente con l’influencer marketing». Abbiamo la convinzione che per creare influenza dobbiamo trovare persone che abbiano un grande seguito, perché sono queste persone ad avere un effetto sui comportamenti degli altri. Ma in realtà questo ragionamento è sbagliato: anche se le aziende spendono molti soldi nell’influencer marketing, investono sugli influencer online, non sempre questo ha una ricaduta sull’influenza che hanno sulla vita delle persone.

Secondo quanto spiegato dal sociologo Duncan Watts, è possibile trovare una interessante analogia tra un’epidemia sociale e gli incendi boschivi: «Alcuni incendi sono più estesi di altri, ma nessuno sosterrebbe mai che le loro dimensioni dipendano dalle eccezionali caratteristiche della scintilla che li ha innescati. I grandi incendi non sono innescati da grandi scintille; perché si diffondano, molti singoli alberi devono prendere fuoco e contribuire alla propagazione delle fiamme».

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Cos’è l’influenza invisibile

La gente, sostiene Berger, è spesso più influenzata dalle persone che la circondano, dagli amici, dalla famiglia, a cui crede più facilmente rispetto a ciò che vede online. E in questo senso parla di influenza invisibile.

Per diffondere il contagio sociale rispetto al proprio brand e prodotto non basta affidarsi all’influencer marketing come unico ed esclusivo strumento, ma è necessario focalizzarsi in prima battuta sul contenuto e su quello che Mirko Pallera nel suo libro Create! definisce “Viral-DNA”, ovvero la capacità di quel contenuto di cavalcare una tensione psico-sociale e di scatenare emozioni: sono queste in definitiva che guidano la condivisione dei contenuti e quindi la loro diffusione.

Dopo aver analizzato più di settemila articoli sul New York Times, in un progetto pilota, Jonah Berger racconta di aver potuto comprendere meglio quali contenuti venivano condivisi di più e soprattutto perché. Alla base c’era appunto l’emozione.

LEGGI ANCHE: Insider dal WOBI. Pallera e Pecora con Bandiera e Skande: «i social finiranno»

Il segreto di un contenuto virale sono le emozioni

Non si tratta semplicemente di suscitare emozioni positive o negative nelle persone, ma di riuscire a toccare quelle emozioni, quelle passioni, in grado di innescare qualcosa nella gente. Come in una sorta di catarsi, – come spiega ancora Mirko – sono proprio queste emozioni a generare una reazione, a smuovere qualcosa, portando le persone a voler “risolvere” in qualche modo quella emozione e quindi a condividere.

La rabbia, così come la meraviglia o la paura ci spingono all’azione e quindi alla condivisione. «Proprio come quando senti qualcuno gridare per strada e questo ti spinge a correre, così anche i contenuti hanno lo stesso effetto sulle nostre emozioni e sulle nostre reazioni, portandoci a condividere».

Attenzione però, dice Berger: sono le emozioni che generano eccitazione ad essere virali. La tristezza e l’appagamento, ad esempio sono emozioni che non spingono alla condivisione, mentre rabbia, ansia e meraviglia sì. 

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Consigli ai brand: come alimentare la condivisione

Per quanto riguarda i brand, ha spiegato ancora Berger, è importante non solo creare uno stimolo alla condivisione, ma anche costruire un contesto intorno al brand, per cui questo stimolo possa essere sempre visibile. Anche il contesto infatti ci permette di pensare a ciò stiamo condividendo: il brand deve essere in qualche modo «attivato nella testa delle persone da qualcosa che c’è intorno e che ricordi di compiere quella azione».

Allo stesso modo, anche le storie che creiamo intorno al brand devono essere come un cavallo di Troia e contenere al proprio interno il messaggio che il brand vuole diffondere e veicolare, avere un legame con il brand, e i marketer devono tenere conto di questo: il rischio è quello di creare un contenuto, una storia vuota e slegata dal brand, che non comunichi nulla alle persone.

Una nuova frontiera: il passaparola negativo

Jonah ci ha spiegato, infine, che anche il passaparola negativo è utile per i brand, infatti può essere un’opportunità per le aziende, innanzitutto per poter risolvere un problema del brand e poi per costruire, sulla base di questo fixing del problema del prodotto, nuove relazioni con i clienti.

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Come creare contenuti e prodotti contagiosi, quindi? Probabilmente l’influencer marketing non è la risposta giusta, o almeno non lo è nel modo in cui siamo finora stati abituati a pensare al potere dell’influenza sulle persone.

Senza il contenuto giusto e il giusto legame fra contenuto e brand, nessuna campagna di influencer marketing, nemmeno la più costosa, potrà portare dei risultati reali e duraturi.

Prototyping: così Facebook metterà la creatività al centro dell’advertising 2018

Il Global Creative Director di Facebook, Andrew Keller, è intervenuto pochi giorni fa a proposito di quelli che saranno i formati più impattanti e su cui varrà la pena puntare nei prossimi mesi.

I modelli di campagne adv che fino ad oggi sono stati considerati come best practice, dice Keller, già da domani potrebbero non funzionare più come hanno fatto fino ad oggi: i marketer dovrebbero avere la necessità di vivere in una condizione di aggiornamento costante riguardo ai nuovi formati e alle modalità di azione nelle diverse strategie e dovrebbero studiare come diversi contenuti possano essere fruiti dai propri target in maniera innovativa cercando di evitare di affidarsi continuamente a storici di campagne e best practice che ormai di “best” possiedono ben poco.

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Cosa porterà il 2018

Il 2017 è stato l’anno della diffusione dei ChatBot in Messenger e del Carousel Photo su Instagram, il 2018 sarà invece l’anno d’oro delle Instagram Stories che, da ciò che riporta Keller, saranno sempre più utilizzate dai brand grazie alle peculiarità che consentono uno storytelling più in linea con le modalità e i tempi di fruizione degli utenti rispetto ad altre piattaforme ugualmente mainstream. Instagram sarà la piattaforma che sempre di più si proporrà all’interno dello scenario adv come un ottimo spazio nel quale proporre le proprie composizioni visive da 15 secondi (al massimo) e poi lasciare che gli utenti eseguano lo swipe per andare sempre più in profondità nel messaggio proposto.

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Il Global Creative Director suggerisce, inoltre, quale dovrebbe essere il peso delle tipologie di attività per gli advertiser: ci si dovrà focalizzare sul mobile, riuscendo a concentrare il 70% dell’effort sugli utenti in movimento, il 20% dovrà essere previsto per i contenuti di forma più interattiva e il restante 10% spetterà ai contenuti immersive, ovvero, quelle attività che dovranno far sentire l’utente parte della storia attraverso l’utilizzo di formati specifici (il formato Canvas per fare un esempio).

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La centralità crescente del video

Il futuro è già dei contenuti video della durata di 6 secondi e la domanda sorge spontanea: ma il video di una durata così bassa è veramente ciò che vogliono pubblico e inserzionisti? La risposta ottenuta da agenzie di tutto il mondo fa emergere che effettivamente il formato video da 6 secondi può essere più impattante di un video di 45 secondi, a condizione di ideare il video sin dall’inizio per essere di tale durata. È necessario evitare video creati con la formula musicale del Cut-Up (tecnica di taglio delle liriche utilizzata dagli autori musicali), ovvero, riadattare video pensati per la televisione a 6 secondi può essere controproducente e talvolta meno ingaggiante.

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Il video di 6 secondi rappresenta qualcosa di nuovo, dice Keller, e si può considerare una nuova forma di arte visiva, una nuova frontiera nella quale il contenuto ha un linguaggio e dei tempi propri. Sarà quindi la versione shorted video la prossima sfida per i creativi: siamo in un periodo storico nel quale è il consumatore a controllare il medium e sempre di più controlla il proprio modo di “consumare” da/il mobile: la creatività deve riuscire ad attrarre le persone perché l’attenzione non si può comprare, solo l’emotività può attrarre l’attenzione.

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Prototyping: la creatività paga, sempre

Gli annunci pubblicitari dovranno quindi sfruttare in toto le potenzialità del mobile e dovranno essere pensati direttamente per mobile. Facebook sta infatti lavorando con l’obiettivo di creare una sorta di mobile studio, che sarebbe sostanzialmente un aggregatore di app che permette l’applicazione al video di effetti ed eventuali modifiche direttamente dal device. Si parla di prototyping: il fine ultimo è di creare prototipi invece che storyboard, invece di parlare di cosa significa un’idea, bisogna crearla e basta.

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Gli strumenti di prototyping diventeranno sempre più indispensabili (soprattutto per le agenzie medio-piccole che non sempre possono permettersi costi elevati) e le Stories di Instagram potranno quindi essere utilizzate direttamente come desk, sul quale si potranno salvare video per creare composizioni personalizzate aggiungendo testo e adesivi, insomma, mettendoci la propria arte.

L’industria digital al momento ha sempre più bisogno di “manodopera” e i pensatori creativi sono coloro che apporteranno i veri benefici all’industria e alle proprie agenzie. Ancora una volta la creatività salverà i nostri tempi (e il fatturato di Facebook).

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Starbucks e Pantone creano una linea di agende (colorate, of course)

Starbucks non vuole essere solo una caffetteria ma, sostanzialmente, uno stile di vita. L’ultima novità è una linea di agende realizzate in collaborazione con Pantone. Cinque varietà per inaugurare il nuovo anno e rendere piacevole la permanenza nei vari store. I dettagli sono stati svelati sui canali social di Starbucks South Korea.

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Un’agenda settimanale (in Corea)

Taccuini, divisi su base settimanale, dai colori pastello e dal design minimal da aggiungere assolutamente alla wishlist di natale. Una gamma di planner per il 2018 limited edition approderà entro la fine dell’anno nei principali coffee store coreani. Lo slogan dell’operazione è “Color your life in Starbucks!”. La collaborazione nata tra Pantone e Sturbucks è limitata al territorio sud coreano.

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Le nuove tonalità ispirate ai color trend reports di Pantone sono cinque: Blooming Petal, Mystic Cloud, Sunset Blush, Midnight Sky e Mellow Shine.

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Focus sui color trend

Ogni anno, Pantone propone pubblicazioni sulle tendenze e sulle previsioni fornendo tantissimi approfondimenti per la realizzazione di prodotti che abbiano il colore giusto nel momento giusto. Lo studio offre un’ampia gamma di opinioni e pubblicazioni previsionali che intendono soddisfare tutte le esigenze delle aziende in termini di colore.

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La partnership con casa Pantone conferma la strategia di Stabucks legata ai trend del momento. Un piano marketing capace di intercettare tendenze e di lanciarne sempre di nuove. Lo abbiamo visto anche nell’ultima primavera quando la società ha rilasciato una linea di tazze per celebrare l’inizio della nuova stagione.

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La collezione a tiratura limitata oltre a inaugurare il nuovo anno ha l’obiettivo di intrattenere i clienti e permettere loro di organizzarsi mentre sorseggiano le bevande.

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I consumatori avranno la possibilità di scegliere, in base alle loro esigenze, la dimensione e lo stile che preferiscono. Ogni agenda sarà accompagnata dalla shopper dello stesso colore insieme a tre buoni sconto Starbucks. Il set intende inaugurare il nuovo anno con l’auspicio che possa essere più organizzato e ancora più produttivo.

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Per fare guerra alle bufale Facebook è disposta anche a rimetterci

Facebook uno, fake news zero. Questo è il risultato (per ora) dopo le ultime dichiarazioni di Mark Zuckerberg relative alla lotta alle fake news.  Il CEO di Facebook sembra essere molto determinato a portare avanti questa battaglia, nonostante vi sia una chiara previsione che ciò comporterà un aumento dei costi ed una conseguente riduzione dei profitti.

Tuttavia, le misure per contrastare la diffusione di notizie false si intensificheranno, la priorità è tutelare una comunità fatta di oltre 2 miliardi di utenti fornendo loro contenuti rilevanti, di qualità, ma soprattutto attendibili.

Quanto costa la lotta alle fake news?

 “Proteggere la nostra comunità è più importante che massimizzare i profitti”

Zuckerberg è stato molto chiaro: a fronte di un aumento degli investimenti in operazioni volte a contrastare fake news e contenuti dannosi, nel 2018 si verificherà una crescita dei costi che si potrà assestare tra il 45 e il 60%.

E se, stando sempre alle previsioni per il prossimo anno, ci si aspetta un aumento del fatturato del 30%, è facile comprendere che, con buona pace degli investitori, a diminuire saranno i profitti.

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Facebook osservato speciale

È bene sottolineare che queste dinamiche stanno avvenendo in un momento storico molto delicato nel quale Facebook in primis, ma anche altre realtà come Google e Twitter, sono considerate coinvolte nello scandalo della manipolazione delle elezioni presidenziali degli Stati Uniti del 2016.

L’accusa è di aver permesso all’interno delle loro piattaforme, la diffusione massiva di fake news da parte della propaganda russa intenzionata a provocare diffidenza e influenzare il voto.  In quest’ottica, la lotta alle fake news rappresenta anche un atto di responsabilità nei confronti di una società.

LEGGI ANCHE: Perché alcune fake news corrono più veloci di altre notizie? 

Quali sono le implicazioni?

Il percorso intrapreso da Facebook e dal suo fondatore ci pongono davanti ad una serie di riflessioni che possono avere delle implicazioni anche nella sfera della comunicazione e dell’advertising.

Un primo quesito da porsi è il seguente: cosa rappresenta Facebook oggi? Facebook oggi non può essere definito solamente come un social network né tantomeno come un mezzo di comunicazione. Facebook è un ecosistema perfettamente integrato nella società, fa parte delle nostre vite che conduciamo anche al suo interno. Il ruolo che riveste nelle culture di tutto il mondo è molto importante e lo sarà ancora di più per le nuove generazioni.

Un secondo tema è quello del futuro della comunicazione; per comunicare in un “ecosistema Facebook” sarà necessario dotarsi di sensibilità ed empatia, ponendo al primo posto gli individui ed i network di cui essi fanno parte. In uno scenario in cui l’intelligenza artificiale viene chiamata in causa con forza (gran parte della lotta alle fake news verrà condotta mediante AI), l’aspetto umano non può di certo essere trascurato.

Per i brand quindi, le parole come trasparenza, veridicità, coerenza ed impegno dovranno essere le colonne portanti delle loro politiche di comunicazione, perché ci si troverà davanti a un social network e a utenti molto esigenti nei confronti del marketing.

Nasce un partito delle startup: «vogliamo un Ministro del Futuro in Italia»

“Dall’exit milionaria al Parlamento, storia di Andrea Dusi”. Sarebbe un ottimo titolo di riserva per questo pezzo. Poco più che quarantenne, Dusi è l’imprenditore veronese che nella primavera 2016 ha venduto – dopo 10 anni – l’azienda da lui stesso fondata, WhishDays (quelli dei cofanetti Emozione3, per intenderci), cedendola al suo principale competitor, SmartBox, per una cifra che si aggirerebbe intorno ai 20 milioni di euro.

Nasce “Italia 10 volte meglio”

La sua prossima startup non la farà sul mercato ma in politica: per i prossimi 10 anni, infatti, contro ogni previsione (o comunque è stato bravo a dissimulare) il founder vuole dedicarsi alla cosa pubblica. O almeno ci proverà.

Ha radunato intorno a sé altri imprenditori, tutti trentenni e quarantenni, per fondare un nuovo movimento politico e partecipare da subito alle prossime elezioni politiche. La nuova aggregazione si chiamerà “Un’Italia 10 volte meglio”, e sarà presentata oggi a Milano.

Non sappiamo effettivamente quanti siano gli (ex) startupper ed innovatori (scienziati, manager, giornalisti) che hanno deciso di “scendere in campo”, o “salire in politica”: dicono qualche centinaio, qualcuno dall’interno addirittura fa sapere «siamo più di 400». Si vedrà.

E qualche faccia nota tra gli addetti ai lavori probabilmente oggi si farà vedere all’evento di presentazione. Non mancheremo di aggiornarvi.

Squadra che vince non si cambia, si dice. Vicepresidente del movimento è la ex socia che con Dusi ha fondato WhishDays, Cristina Pozzi. Un secondo vicepresidente è il trentaquattrenne Stefano Benedikter, che partito dalle banche ha scelto poi di dedicarsi al Venture capital, investendo in startup in Africa.

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Dalla Silicon Valley alla politica

Dare un’occhiata al manifesto programmatico di Dusi & soci, inutile nasconderlo, genera sentimenti ambivalenti: curiosità, da un lato, perché è la prima volta che alcuni temi che sino ad oggi nel nostro Paese sembravano riservati solo a nerd et similia (coding, internet of things, fintech, cybersecurity) e che, invece di essere parte residuale, diventano essi stessi il centro essenziale di un progetto politico, o meglio, il core business.

Dall’altro il dubbio, anche lecito, che questa operazione possa trasformarsi nella pezza peggio del buco che dovrebbe sanare, ovvero lo sgonfiamento innegabile dell’ecosistema startup e dell’innovazione in Italia.
Ma tra i supporters di “10 volte meglio” – a quanto ci è dato sapere – dovrebbero esserci anche molti cervelli in fuga che in questi anni sono andati a rimpolpare le casse della Silicon Valley e altri ecosistemi, quindi gente abituata a parlare poco e fatturare, poiché svezzatasi tra gli squali di un mercato lontano anni luce da quello italiano. E resta da capire, soprattutto, se nel frattempo saranno divenuti squali anche loro.

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900 mila voti per diventare “l’ago della bilancia”

Sono convinti di superare la soglia di sbarramento del 3%: «Con il Rosatellum bis si può fare, visto il tasso di astensionismo stiamo parlando di poco più di 900 mila voti», confidano.

Intanto auguri, comunque vada.

@aldopecora

BMW, Ford e Volkswagen fanno un mega patto per non farsi fregare da Tesla

Una collaborazione tra i più grandi produttori di auto europei, impensabile fino a un decennio fa e oggi divenuta invece necessaria per l’apertura di un nuovo mercato di massa.

Il team up tra BMW, Ford, Volkswagen (che nel suo gruppo include anche Audi e Porsche) e Daimler ha lo scopo di rendere più facile per i cittadini di tutta Europa gestire anche le lunghe tratte di viaggio a bordo di auto elettriche, offrendo una infrastruttura necessaria per rendere i veicoli elettrici una alternativa valida per tutti i consumatori.

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Nasce Ionity, la risposta europea ai Supercharger Tesla

Il brand Ionity, creato per avviare l’impresa collaborativa, è una sorta di risposta tedesca ai Supercharger di Tesla: opererà con circa 20 stazioni di ricarica già entro la fine dell’anno, puntando all’installazione di almeno 50 stazioni già entro il 2018. Ogni punto di ricarica avrà una potenza di 350 Kw, utilizzando un sistema di caricamento combinato, con standard CCS, supportato dai veicoli Volkswagen, GM, BMW, Daimler, Ford FCA, Tesla e Hyundai.

stazioni di ricarica elettrica

Gli standard di ricarica elettrica e la distribuzione delle stazioni

Si tratta in pratica di un sistema di caricamento rapido per veicoli elettrici che alimenta le batterie tramite un connettore elettrico speciale, in due versioni chiamate Combo Coupler e Combo2.

Lo standard è controllato dal consorzio CharIN, che ne sta sviluppando la potenza di ricarica fino, appunto, a 350 kW ed è lo standard che compete con quello CHAdeMO (abbreviazione di “CHArge de MOve”, ossia muoversi usando la ricarica) di Tesla Supercharger, in grado di ricaricare automobili elettriche a breve raggio (fino a 120 Km) in meno di mezz’ora.

I tempi di ricarica restano, infatti, ancora oggi una delle maggiori barriere nella comunicazione con il pubblico rispetto ai veicoli elettrici. Fornire una rete più capillare di distributori elettrici significa per le aziende produttrici poter offrire rassicurazioni ai propri clienti.

ricarica elettrica

Credits: Paul Sladen – Wikimedia

La posizione delle stazioni di ricarica sarà stabilità insieme alle istituzioni dei vari Paesi e ad aziende private che entreranno nella gestione delle infrastrutture, secondo modalità che ancora non sono state chiarite.

Una joint venture nel settore auto che non conosce precedenti e che darà una forte accelerazione nell’adozione di veicoli elettrici da parte dei cittadini europei, puntando a soddisfare gran parte della futura domanda di energia e di ricarica per un segmento destinato a crescere, sia per la diversificazione dei modelli già in produzione, sia per una maggiore sensibilità all’ambiente da parte delle persone.

stazioni di ricarica elettrica in europa

Anche «altre case automobilistiche sono invitate a contribuire attivamente all’espansione della rete High Power Charging (HPC)», fanno sapere da Ionity. L’obiettivo è quello di avere una fitta rete strategica di distributori di ricarica rapida che coprano distanze di circa 120 Km l’una dall’altra. La nuova società avrà sede a Monaco di Baviera e sarà guidata da Michael Hajesch, già esperto di mobilità elettrica per BMW.