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Stare sempre connessi e alla larga dai lavori noiosi. Cosa piace/non piace ai millennials

Una survey-gaming sui Millennials: 134.694 risposte, da 194 paesi. Questi i risultati di una interessante indagine di mercato effettuata dal network cross-piattaforma 9GAG in associazione con GfK su un campione di Millennials tra i 18 e i 34 anni di età.

Quello che si evince da questo sondaggio in modalità “bombardamento a tappeto” è che i Millennials sono molto più legati al mondo offline di quello che crediamo.

Millennials di fronte a una scelta

Il sondaggio si fondava su una polarizzazione molto semplice quanto efficace: Would you rather, cioè cosa preferiresti tra (2 alternative)?

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Proviamo a trarne qualche considerazione utile, magari per il target di qualche campagna o ad una prima macro-analisi di trend etnografici che stanno avvenendo in questi ultimi anni.

Di sicuro i Millennials ritengono la connessione ad internet un bene primario irrinunciabile ed è quindi da rivedere la famosa Piramide dei Bisogni dello psicologo Abraham Maslow:

 

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La nuova Piramide dei Bisogni dei Millennials

Se alla base della Piramide ci possiamo approcciare con una certa ironia mettendo a paragone il bisogno della connessione con i bisogni sessuali, (tra l’altro proprio oggetto di domanda comparativa in questo sondaggio mondiale), altrettanto non possiamo fare con il vertice alto di questa Piramide. 

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Il sentiero è tracciato: i Millennials si sentono più autonomi, indipendenti e assertivi rispetto alle generazioni passate. Proprio questa appartenenza alla rete che si riteneva potesse decontestualizzarli e far perdere le radici della loro appartenenza di sangue o di nascita, paradossalmente li apre ad un orizzonte molto più ampio di quello dei loro genitori, ma non per questo destabilizzante.

Non sono inclini ad un lavoro 9-18 o ad un datore di lavoro tranquillizzante, cercano piuttosto una libera scelta ed un work-life balance diverso, ma prima di tutto vogliono esperienze formanti e non ripetitive, noiose.

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Tengono molto di più alla loro realizzazione piuttosto che ai compromessi, ai loro amici reali più che alle vanity metrics dei social network e, nonostante tutto, vogliono ancora votare alle elezioni politiche!  

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Perciò teniamo conto dei valori di questa nuova Piramide dei Bisogni quando pensiamo alle necessità, alle ambizioni e al search-intent online dei Millennials per fini lavorativi, ma soprattutto quando ci fermiamo un attimo a pensare: «Ma in fondo cos’è che vogliono dalla vita questi Millennials?».

Il futuro oltre le banche. Ecco le 11 fintech che valgono di più

Un’industria multi-miliardaria. Il fintech corre ed anche tanto. Secondo un report di Pitchbook, società di analisi di mercato, le startup del settore hanno raccolto in Usa quasi 18 miliardi di dollari dal 2015, coinvolgendo più di 1.400 investitori.

Ecco le 11 fintech made in USA che hanno valutazioni miliardarie. Capiamo cosa fanno e perché sono diventate “unicorni”.

11. Clover Health — $1.2 miliardi

Fondatori : Kris Gale e Vivek Garipalli

Valutata $1.2 miliardi, la fintech ha ottenuto in estate un round di $130 milioni. La startup si occupa di assicurazioni mediche, focalizzandosi su clienti che hanno diritto alla “Medicare Advantage”, un tipologia di polizza assicurativa in parte finanziata dal governo degli Stati Uniti. L’innovazione che Clover Health ha portato nel settore assicurativo risiede nell’analisi dei dati. La startup analizza le informazioni sui pazienti allo scopo di prevenire emergenze che possono risultare costose per l’assicuratore.

Lanciata nel 2013, ha raccolto $425 milioni.

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10. Kabbage— $1.3 miliardi

Fondatore: Rob Frohwein

Fondata nel 2009 Kabbage è una piattaforma di prestiti (lending) rivolta ad aziende piccole e medie. La novità che ha introdotto la fintech è un algoritmo che riesce ad analizzare in tempo reale i dati del richiedente prestito e a ridurre i tempi di approvazione: dalle settimane necessarie nel sistema bancario tradizionale, fino a pochi minuti.

Kabbage è valutata 1.3 miliardi grazie soprattutto a un ultimo grosso finanziamento di 250 milioni di dollari avvenuto quest’agosto. In totale ha raccolto più di 1,35 miliardi e può contare oggi su 100mila clienti,  ai quali ha prestato 3,5 miliardi.

9. Robinhood– $1.3 miliardi

Cofondatori: Vlad Tenev e Baiju Bhatt

La startup promuove un’app rivolta ai millennial che consente di comprare e vendere azioni di aziende quotate a Wall Street, senza alcun costo di commissione. Una sorta di broker finanziario a portata di smartphone.

In totale la startup ha raccolto 176 milioni, una cifra considerevole anche se si pensa che i fondatori prima di fare accordi con i primi venture hanno ricevuto 75 “porte in faccia”. Robinhood non guadagna sulle commissioni (che sono gratuite) ma sugli interessi che maturano sulla liquidità dei conti correnti. L’app offre alcuni servizi aggiuntivi per gli utenti che pagano una sottoscrizione di sei dollari mensili.

8. Avidxchange– $1.4 miliardi

Fondatori:  Chris Tinsley, Michael Praeger

Di recente la fintech è entrata nel club degli unicorni, quando ha superato il valore di 1,4 miliardi dopo un round di 300 milioni a giugno di quest’anno. Dal suo lancio la tech company, che offre sistemi innovativi di contabilità e consulenza finanziaria, ha raccolto 545 milioni tra venture capital e private equity. Con l’ultimo round ha raggiunto anche un record: è diventata la più finanziata di tutto il North Carolina.

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7. Coinbase– $1,6 miliardi

Fondatori: Brian Armstrong, Fred Ehrsam

Con l’ultimo round di 108 milioni di dollari, anche la startup è entrata di Armstrong e Ehrsam ha fatto il suo ingresso nel club degli unicorni. Lanciata nel 2012 è la piattaforma leader di scambi in cripto moneta: permette agli utenti di comprare e vendere token, come bitcoin e ether. In totale Coinbase ha raccolto oltre 217 milioni.

Il successo della startup è nella credibilità che ha saputo guadagnarsi negli anni. Gli investitori si affidano alla fintech che ha avuto il merito di mettere ordine nel far west degli scambi digitali di cripto monete.

La startup comunque è anche molto discussa e non vista pienamente di buon occhio tra gli addetti ai lavori della community bitcoin.

6. Apttus– $1,9 miliardi

Fondatore: Kirk Krappe

La startup ha raggiunto un valore di 1,9 miliardi, a seguito di un recente investimento di 55 milioni. Apttus, specializzata nell intelligenza artificiale, ha ideato dei software che facilitano e velocizzano i processi di vendita, soprattutto nella fase della stipula dei contratti. La fintech  non ha raccolto un dollaro per sette anni. Poi la svolta nel 2013 con un round di 329 milioni.

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5. Avant–  $2 miliardi

Fondatore: Al Goldstein

La fintech è stata valutata 2 miliardi dopo un round di 325 milioni nel settembre del 2015. L’idea di Golstein è un algoritmo che usa l’intelligenza artificiale e tutta una serie di dati degli utenti per offrire prestiti veloci, anche a chi non ha una grossa affidabilità creditizia. Avant è stata lanciata nel 2012 e ha raccolto 1,779 miliardi.

4. Oscar– $2,7 miliardi

Fondatore: Kevin Nazemi

Oscar ha raggiunto una valutazione di 2.7 miliardi da febbraio del 2016, quando ha ottenuto un round di 400 milioni. La startup newyorchese opera nel settore delle assicurazioni sanitarie con lo scopo di migliorare la user experience degli utenti. Lanciata nel 2013,  ha avuto il suo momento di gloria nel periodo dell’Obamacare. Il fondatore, Kevin Nazemi, ha avuto il merito di attirare grossi finanziatori, come Google Ventures e Goldman Sachs.

3. Credit Karma– $3,5 miliardi

Fondatori: Ryan Graciano, Nichole Mustard, Kenneth Lin

La fintech ha raggiunto una valutazione di 3,5 miliardi a seguito di un investimento di 175 milioni nel giugno del 2015. In totale ha raccolto 368 milioni. La startup è specializzata nella realizzazione di software che fanno analisi della situazione creditizia degli utenti per poi offrire loro alcuni prodotti finanziari, come prestiti e mutui.

2. SoFi– $4,4 miliardi

Fondatori:  Michael Cagney, James Finnigan, Ian Brady, Daniel Macklin

Valutata 4,4 miliardi in occasione dell’ultimo round che ha portato nelle casse della società 500 milioni di dollari. La fintech ha raccolto tantissimo fino a oggi: 2 miliardi, incluso 1 miliardo di un round condotto da SoftBank.

SoFI, acronimo di social finance, è una piattaforma che presta soldi sopratutto a studenti e a coppie per mutui. Dopo anni di successi a livello internazionale, oggi l’azienda attraversa un momento critico per uno scandalo sessuale che ha coinvolto Cagney, costringendolo alle dimissioni.

Stripe

1 Stripe– $9.2 miliardi

Fondatori: Patrick and John Collison

Stripe è stata valuta 9.2 miliardi dopo il round dello scorso anno di 150 milioni. La fintech ha raccolto in totale più di 440 milioni dalla fondazione nel 2010.

Stripe ha ideato una soluzione che consente a ogni sito di accettare pagamenti con l’inserimento all’interno di una stringe di codice. Niente più account merchant, niente più ricorso a un gateway bancario. Tra i suoi clienti  nomi grossi del mondo tech, ci come Salesforce e Amazon.

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Week in Social: live a due su Instagram, LinkedIn Smart replies

È venerdì! Quindi è ora della tua scorpacciata di news sul mondo dei social network sites: il nuovo appuntamento con la rubrica Week in Social. Prima di gettarti sul divano dal quale ti alzerai lunedì mattina, aggiornati sulle novità che riguardano Facebook, Instagram, Twitter, LinkedIn.

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Facebook e familiari

Facebook ha introdotto novità in uno dei recenti test che sta svolgendo, l’Explore feed, la timeline costituita da contenuti di pagine Facebook in linea con quelle a cui hai già lasciato il tuo like. Il social di Mark Zuckerberg sta testando da inizio anno in Bolivia, Cambiogia, Serbia, Slovacchia e Sri Lanka. Come riportato dall’Head of News Feed Adam Mosseri, il team che segue questo aspetto dello sviluppo ha notato come gli utenti vogliano un modo semplice per interagire con i post di familiari e amici.

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Conseguentemente, Facebook si è lanciato in ulteriori test. Ciò che sta provando è separare l’Explore feed, costituito anche da post di pagine che già segui e specificato dalla frase «The latest from Pages you follow and top posts from across Facebook», dalla timeline comune. Ciò porterebbe a una home costituita dai post dei propri contatti e una seconda timeline, quella dell’Explore feed, sulla quale l’utente può recarsi e fruire di tutto ciò che è “altro” rispetto ai contenuti dei propri amici di Facebook.

Seppur i test siano ancora in corso, sembrerebbe che la novità porti a minori interazioni con le pagine. Fondamentalmente il problema per le pagine risiede nel non trovarsi nella prima timeline che l’utente ha davanti quando apre l’applicazione, bensì in un feed che l’utente deve “andare a cercare” cliccando sull’icona del razzo.

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Notizia che, in linea di massima, non gioverebbe al social network più popoloso al mondo. Se gli utenti dovessero orientarsi in massa verso feed costituiti più da interazioni sociali che da pagine, quindi sostanzialmente da brand, Facebook rischierebbe di vedere meno investimenti. Considerando che nell’anno che va concludendosi l’interazione utenti-pagine è calata nel secondo semestre, il team di Zuckerberg dovrà rimboccarsi le maniche per prevenire per tempo un declino tutt’altro che conveniente.

Ecco il commento di Luca La Mesa, top teacher di Ninja Academy:

È stato probabilmente il tema più discusso di questi giorni e vedremo se il test nei sei paesi convincerà Facebook ad estenderlo in tutto il mondo. Ciò che è stato compreso di meno, a mio parere, è il funzionamento dell’algoritmo alla base del newsfeed alternativo. Inizialmente nasceva come feed delle notizie delle pagine che NON seguiamo ma che potrebbero piacerci. Nel Social Media LIVE Program abbiamo fatto dei test ed è emerso che per alcuni utenti i contenti suggeriti nella sezione “Explore” sono talvolta in target ed altre volte poco interessanti. La mia previsione è che anche il newsfeed parallelo necessiterà di “imparare i nostri gusti” per poi continuare a proporci solo i contenuti di maggior interesse tra quelle delle pagine che non seguiamo. A questi si potranno dunque aggiungere in futuro anche i post delle pagine che seguiamo, ma che non sponsorizzano i post. Staremo a vedere. La battaglia per la visibilità continua a diventare sempre più attuale e la soluzione è solo una: la Qualità e rilevanza dei contenuti.

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Instagram ancora più social

A quasi un anno dalla comparsa delle fortunate Instagram stories, il 24 ottobre la piattaforma ha introdotto la possibilità di trasmettere una diretta da più profili connessi. Condividere una diretta con un amico è semplice. Basterà avviare una diretta come hai fatto fino ad ora, selezionare un contatto tra gli spettatori e inviare l’invito. Una volta accettato, lo schermo si dividerà in due parti e potrai divertirti a trasmettere in coppia!

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Al termine della live di gruppo, come per la singola, potrai scegliere se tenerla come storia per le successive 24 ore o se scartarla. Nel feed delle stories i tuoi contratti non vedranno il classico cerchio contenente la tua immagine del profilo, ma una commistione dei cerchi raffiguranti i contatti che hanno partecipato alla diretta di gruppo. Se sei timido hai ora la possibilità di cercare una spalla che ti accompagni in una live con cui farti conoscere un po’ di più dai tuoi contatti!

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Twitter e la trasparenza

Le news che riguardano Twitter potrebbero suscitare un po’ di ilarità. La prima è che Bruce Falck ha annunciato più trasparenza per le ads di Twitter. La seconda è che la piattaforma ha ammesso di aver gonfiato i dati sugli utenti negli ultimi tre anni.

L’Advertising Transparency Center si occuperò di rendere visibili tutte le ads presenti su Twitter. In particolare, la quantità di annunci, il tempo di pubblicazione, annunci mirati, eccetera. Allo stesso gli utenti potranno “denunciare” le pubblicità che ritengono inappropriate, mentre la piattaforma promette massima trasparenza anche per gli annunci politici ed elettorali.

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Ciò che invece potrebbe sembrare meno trasparente è l’ammissione dello stesso Twitter in merito ai dati sugli utenti pubblicati nell’ultimo triennio. Un errore da circa due milioni di contatti che l’Uccellino blu avrebbe dichiarato “per errore”. Ad ogni modo, il social network ha annunciato di aver comunque visto un incremento dei propri utenti, compresi quelli attivi, nel terzo trimestre del 2017 rispetto al corrispettivo dell’anno precedente, a cui vanno ad aggiungersi utili derivanti dalle pubblicità che fanno ben sperare il CEO Jack Dorsey e compagni per il primo bilancio in utile dalla sua nascita.

Ecco il commento di Luca La Mesa, top teacher di Ninja Academy:

La strategia di Twitter è assolutamente in linea con quella dichiarata anche da altri importanti player, come ad esempio Facebook. La trasparenza sarà sempre più importante sia sui temi legati alle tipologie di ads pianificate, in particolare in ambito politico, sia su come vengono calcolate le metriche da parte delle piattaforme stesse.

LinkedIn e Smart replies

Quanto ti pesa rispondere ai messaggi in chat? Quanto vorresti inviare una risposta con la sola forza del pensiero? No, a questo non siamo ancora arrivati, ma LinkedIn ha trovato una buona soluzione per i pigri!

Ecco le Smart replies, risposte che, grazie al machine learning, verranno generate a seconda del messaggio ricevuto e direttamente nella tua chat, pronte per essere spedite con un “click”. Per ora i test si stanno svolgendo solo in inglese, ma LinkedIn promette novità anche per altre lingue.

Per questa settimana è tutto, ora puoi iniziare il tuo weekend e riposarti! Per poi ricominciare la settimana e, lo sappiamo, aspettare con ansia trepidante il prossimo appuntamento con la Week in social!

Ricerca vocale e per immagini: la nuova frontiera (o barriera) della pubblicità

«OK Google, quale è il senso della vita?»
«Menti migliori della mia ci stanno lavorando»

Con questa risposta epica di OK Google sul senso della vita, entriamo subito nel vivo dell’argomento, sulla ricerca vocale e per immagini come nuova frontiera o barriera della pubblicità. La ricerca online è stata infatti tra gli argomenti più discussi dagli advertiser negli ultimi tempi, in concomitanza all’annuncio di Google, Asos e Pinterest di spostare l’attenzione dalla ricerca testuale tradizionale alla ricerca vocale e per immagini.

Ricerca vocale e per immagini: Ok Google

Ricerca vocale e per immagini: il parere degli esperti

Tralasciare la ricerca tradizionale per favorire quella vocale e per immagini, ha posto diverse domande sull’utilizzo dei dati degli utenti, la machine learning e la moralità della ricerca a pagamento.

Daniel Wilkinson, capo dei paid media per l’agenzia Jellyfish, ha rivelato in un’intervista a Drum.com di essere preoccupato per i brand, in particolar modo i fashion brand, e i professionisti del marketing che sottovalutano la potenza della ricerca per immagini. Asos a differenza della maggioranza se ne è accorto e ha realizzato un Visual search tool  che permette di catturare con una foto le scarpe della vicina di bus, o il cappotto della nonnina al supermercato e trovare un articolo simile su Asos.com. Concorrenza sleale? No, solo predizione del prossimo futuro e miglioramento della customer experience.

Ricerca vocale e per immagini: Asos customer experience

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Wilkinson aggiunge che la ricerca per immagini può essere sperimentata anche in altri settori. L’utente infatti risponde meglio a immagini e video piuttosto che al testo. Vi ricordate i pittogrammi nelle caverne paleolitiche e gli urli primordiali? Sono rimasti il miglior sistema di comunicazione per parecchio tempo!

Anche Pinterest, che già di per sé è un social media image based, sta sperimentando la ricerca per immagini per aumentare la customer experience. Lo scorso febbraio infatti ha rilasciato una nuova funzione Pinterest Lens, che a partire da una foto scattata a un orologio da parete per esempio, può dare suggerimenti per l’arredamento dell’intera stanza o addirittura fotografando un piatto gustoso, può restituirne la ricetta.

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Ricerca vocale e per immagini: device

A dire la sua sulle nuove frontiere della ricerca vocale e per immagini anche Thom Arkestal, capo degli insights EMEA per Bing. La ricerca, secondo Arkestal, sta diventando il centro di tutto il digital advertising e Microsoft sperimenta continuamente nuove funzionalità per la ricerca immagini su Bing. Ma la ricerca vocale per immagini non sarà la sola, ad accompagnarla infatti ci saranno intelligenza artificiale e machine learning, con lo scopo comune di aumentare il coinvolgimento del cliente.

D’altronde, grazie alla grande quantità di dati a disposizione, brand ed esperti marketing già possono utilizzare l’intelligenza artificiale e il machine learning per individuare i bisogni dei loro consumatori e proporre migliori risultati di ricerca.

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I Digital Assistant, possono funzionare con la ricerca a pagamento?

Nel lontano 2006 Jacob Nielsen, il guru dell’usabilità web, aveva predetto che la ricerca vocale avrebbe avuto la meglio sulle altre, ma che allo stesso tempo sarebbe stato molto difficile restituire le informazioni con la voce piuttosto che con il testo e le immagini. Non c’è ombra di dubbio che la ricerca vocale stia aumentando a dismisura. Nel 2015 una ricerca di MindMeld attestava che il 40% di possessori di smartphone utilizzava i Digital Assistant e prevedeva che nel 2020 la ricerca vocale sarebbe arrivata a coprire il 50% delle ricerche totali.

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Ricerca vocale e per immagini: Amazon Echo

Il cruccio degli advertiser, ora, è come poter monetizzare i risultati vocali. Ad oggi infatti quando facciamo una ricerca vocale sui nostri smartphone riceviamo come risultato la tradizionale SERP testuale, ma già con l’introduzione di smart speaker come Amazon Echo o Google Home, che hanno un’impostazione prettamente vocale, non è possibile avere una lista di risultati, quanto piuttosto un unico risultato vocale.

La monetizzazione della ricerca andrebbe quindi a sollevare un problema di fondo sull’integrità dei risultati, favorendo quelli a pagamento (magari meno affidabili) rispetto a quelli organici.  Pensate che ad oggi il 94% di risultati più cliccati su Google sono organici e sono proprio quest’ultimi che hanno reso Google il motore di ricerca più affidabile e vincitore incontrastato tra i competitor.

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Favorire un risultato vocale a pagamento intaccherebbe quindi il rapporto stesso di fiducia che Google ha costruito con i suoi utenti negli anni.

Jon Hunter, direttore della ricerca online per Every1, commenta: «Come potrà la SEO fare i conti con un solo risultato a pagamento? Nel momento in cui si restituiranno risultati a pagamento peggiori di quelli organici, la fiducia degli utenti verrà meno». È davvero così?

Un tentativo per aggirare il problema lo sta tentando Amazon, che con Alexa cerca di apprendere i “gusti dell’utente” in prospettiva di ripetuti acquisti ed engagement verso i brand. In questo modo restituirà risultati altamente customizzati.

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La lenta fine del B2C e l’approccio H2H (Human to Human), spiegato

Credevi di aver sondato ogni anfratto del digital marketing, eh? Pensavi di aver appreso con destrezza l’antica arte di Facebook Ads e di aver trovato la formula perfetta per le campagne di sponsorizzazione. Sei persino convinto che il mondo dei Social Media non abbia più segreti per te: ti sei insinuato bene nella Rete, conosci a menadito i brand di cui ti occupi e ritieni di aver avviato con successo la tua attività economica online.

E invece no. Hai dimenticato una cosa fondamentale: l’umanità.

Laddove la parola “digitale” funge da decoroso rifugio per i più introversi, si apre una nuova sfida: sfoggiare personalità. Vietato nascondersi dietro uno schermo, qualche post e copy d’effetto. Serve metterci la faccia, in tutti i sensi. Più il marchio si umanizza, più l’utente lo percepisce vicino a sé e ci si identifica.

A farci notare tutto ciò è un uomo d’affari americano di nome Bryan Kramer, co-fondatore e CEO dell’agenzia PureMatter. Qual è il nucleo attorno al quale ruota la teoria di Kramer? Semplice: l’approccio H2H (Human to Human) che s’impone nella ormai consueta dicotomia B2B e B2C.

Perciò bando alle ciance e via la timidezza. Ecco alcuni consigli ninja per mostrare il lato umano della tua attività e renderla social nel vero senso della parola.

Abbasso le maschere, il vero volto dell’H2H

Parafrasando quanto scrive Kramer in un post del suo Blog: le imprese non hanno emozioni. Le persone amano sentirsi parte di qualcosa di più grande di loro. Vogliono sentirsi incluse e capire quanto accade nella realtà che li circonda.

Un buon modo per avvicinare l’azienda e la sua comunicazione alle persone, è senz’altro quello di umanizzare il tono di voce usato. Come farlo? Scoprendo il fianco. Mostrarsi vulnerabili, con moderazione, può rivelarsi un vero e proprio punto di forza. Raccontare i fallimenti e gli errori con trasparenza aiuta a costruire un marchio a  lungo termine.

Comunicare con i consumatori

Il servizio clienti è un punto molto delicato della comunicazione digitale. In un precedente articolo abbiamo parlato dell’utilità dei ChatBot, ma è importante ricordare che se si vuole creare un rapporto umano con i propri clienti, bisogna mostrare loro che a rispondere alle domande c’è un essere umano cordiale e disponibile.

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Un dato rilevante indica che il 71% dei consumatori che hanno avuto un’esperienza positiva con un brand sui social media, è più incline a comunicarlo e a consigliarlo ad altri.

Dietro un grande marchio c’è sempre una grande squadra

Cosa c’è di più trasparente del mostrare la faccia, in tutti i sensi? Spesso l’idea che il consumatore ha delle aziende si riduce al logo del marchio e a tutta una serie di idee createsi attorno a qualcosa di astratto.

Mostrare i dipendenti, presentandoli e raccontandoli, rivela il lato umano del brand. Si tende a dare per scontato il fatto che ci sia qualcuno dietro un marchio, ma quel determinato prodotto, tanto amato dal consumatore, è stato pensato, lavorato e creato da individui in carne ed ossa ed è importante che gli utenti lo sappiano.

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Per esempio Tim Cook, CEO di Apple, pubblica sovente le foto dei suoi dipendenti, mostrando apertamente il suo apprezzamento per il loro duro lavoro. Un’altra caratteristica dell’operato di Cook, è quella di sostenere sui social media i diritti delle donne, i diritti LGBT e una serie di altre questioni sociali. Questo contribuisce a trasmettere l’idea di Apple come un marchio in cui è celebrata l’inclusione.

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Sbirciando dietro le quinte

Diamo i numeri: l’87% dei marketers utilizza contenuti video. Inoltre, sui social media, i video generano il 1200% di interazioni in più rispetto alla combinazione di testi e immagini.

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Dei video molto funzionali sono quelli che mostrano il dietro le quinte del luogo di lavoro. Sempre ricollegandoci all’elemento umano che si cela dietro un marchio e i suoi prodotti.

Secondo alcuni dati interessati le persone spendono 3 volte più tempo guardando i video in diretta rispetto ai contenuti video tradizionali. A questo proposito, consigliamo l’utilizzo di Facebook Live per mostrare le strutture aziendali e ospitare le sessioni di Q&A con i dipendenti.
Questo è stato fatto, per esempio, da ‘Dunkin Donuts, nel 2016.

Our first-ever LIVE tour of the DD test kitchen + a big announcement for engaged Valentines!

Gepostet von Dunkin' am Donnerstag, 11. Februar 2016

Un ulteriore mezzo per introdurre le persone all’interno dell’azienda attraverso i social media, è quello di presentare loro le foto a 360°. Il fatto che possano spostarsi all’interno dell’immagine, trasmette loro una visione molto intima della tua attività.

Ricapitolando: non adagiarti sugli allori.
È proprio nel momento in cui le comunicazioni social sembrano allontanare le persone e ridurre il contatto umano, che devi ricrearlo per poterlo sfruttare a tuo vantaggio!

1,2 milioni di followers ma solo 11 profili seguiti (che spoilerano la “ricetta” segreta di KFC)

Quanto è difficile essere originali sui social media? Ormai siamo bombardati da così tanti messaggi che spiccare è quasi impossibile, a meno che non si abbia davvero una dose di creatività in più rispetto ai competitor. Questa è la storia di KFC e di come sia riuscito a generare un’enorme mole di commenti, attraverso un dettaglio social che rivela qualcosa di molto importante sull’azienda.

KFC svela la ricetta segreta (per il successo sui social)

Ebbene sì, il Colonnello più famoso al  mondo ha scatenato la rete, raggiungendo in 9 ore ben 91.000 retweet e 187.000 likes.

Tutto è nato dal fatto che KFC, account da 1,21 milioni di follower, segua a sua volta solo 11 persone: sei che si chiamano Herb e le cinque famose Spice Girls (Geri, Emma, Victoria, Mel B e Mel C), che però in questa precisa comunicazione non sono realmente “persone”.

Se ci ragioni attentamente, cosa ti viene in mente? La ricetta del condimento del pollo di KFC, una ricetta segretissima (quasi al pari di quella di Coca-Cola). In altre parole: sei erbe e cinque spezie.

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Qualcuno ha anche suggerito di attribuire un aumento al Social Media Manager in questione, insomma un vero successo che ha fatto molto ridere e discutere.

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La strategia impostata da KFC con questo vero colpo da maestro deve sostanzialmente suggerirci un messaggio chiaro: non è sempre necessario inventare concorsi complicatissimi, creare grafiche ammiccanti o copy assurdi per avere successo sui social, spesso l’incremento positivo si ha proprio grazie alla cura dei dettagli, quelli fatti per essere lasciati in giro quasi come indizi.

L’utente del web è ormai attentissimo a tutti questi particolari e proprio le piccole cose, che si pensa nessuno mai noterebbe, in realtà possono trasformarsi in una strategia di successo (o di fallimento, come tutti i casi che vi raccontiamo nella nostra rubrica Epic Win/Fail Social).

La chiave è solo una: imparare ad essere semplici, ma con un pizzico di genialità!

Attenti a Bad Rabbit, il virus che arriva da un finto flash player

Un coniglio cattivo minaccia i computer di tutta Europa, e sembra prediligere tra le sue vittime giornalisti ed editori. Senza disdegnare, però, le vie di comunicazione: i primi attacchi di “Bad Rabbit” hanno infettato l’areoporto di Odessa, la metropolitana di Kiev, oltre due agenzie di stampa russe. Al momento l’attacco informatico ha fatto contare oltre 200 “vittime”.

Blocca il sistema e ti chiede un riscatto

Nel momento in cui “Bad Rabbit” infetta un sistema (bloccando in tronco il sistema operativo) richiede un riscatto da pagare in bitcoin (pari a circa 250-300 euro). E se i malcapitati non pagano, dopo 40 ore – scandite da un conto alla rovescia – il riscatto aumenta. Una strategia di attacco molto simile a quello di altri ransomware, ad esempio Petya/Not Petya, che ha fatto tremare tutto il mondo lo scorso giugno.

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Come colpisce Bad Rabbit

«Questo malware si introduce nei computer delle vittime con la tecnica del drive-by-attack», ha commentato il capo della società di sicurezza informatica Avira Protection Services, Alexander Vukcevic.
«Sembra che in questo caso gli hacker non abbiano scelto un classico attacco di phising, veicolando il virus tramite un file allegato a una e-mail, ma più probabilmente un banner pubblicitario infetto o un sito internet compromesso. Si tratta di un metodo già noto, celato dietro un falso Flash Player installer. Recentemente ci siamo spesso imbattuti in questo genere di malvertising, per il quale si rende necessario installare Flash player prima di poter visualizzare il contenuto dei banner. Capita che in molti così clicchino su una falsa icona di flash player, pensando che si tratti di un nuovo aggiornamento da eseguire».

La diffusione del ransomware sembra per il momento limitata a Russia, Turchia, Germania e Ucraina.

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Cos’è un ransomware

Un ransomware è un tipo di malware che limita l’accesso del dispositivo che infetta, richiedendo un riscatto (ransom in Inglese) da pagare per rimuovere la limitazione. Ad esempio alcune forme di ransomware bloccano il sistema e intimano l’utente a pagare per sbloccare il sistema, altri invece cifrano i file dell’utente chiedendo di pagare per riportare i file cifrati in chiaro.

Nei primi sei mesi del 2017, a livello mondiale il numero degli attacchi di ransomware è raddoppiato rispetto allo scorso anno.

Piccolo manuale di sopravvivenza per social media manager

Lo ribadiamo spesso: l’importante non è essere presenti sui social media, ma come!

Sei un imprenditore, un libero professionista o una piccola azienda che presidia i vari canali social? Gestire la propria presenza online non è facile: il tempo è sempre poco, i risultati spesso non arrivano e scoraggiarsi è inevitabile.

In questo articolo ti daremo preziosi consigli da seguire per impostare, sia dal punto di vista strategico che operativo, semplici passi per arrivare a lavorare bene sui social media e svoltare nella direzione del successo. Tranquillo: quando avrai finito di leggere, tutto ti sembrerà più facile!

8 consigli per imprenditori

Prendi seriamente l’impegno preso

Costruire una presenza su piattaforme social, significa iniziare un percorso lungo e a volte difficoltoso. Saranno necessari parecchi mesi prima di iniziare a capire cosa funziona, quali sono i contenuti migliori per la tua audience e quelli che ti fanno raggiungere maggiori risultati.
Per questo motivo, una volta che decidi di esserci, devi mantenere questo impegno seriamente, per tutto ciò che esso significa. Sii costante e non demordere, il “tutto e subito” purtroppo non si confà a chi vuole lavorare bene su queste piattaforme!

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Non aver paura di mostrare la tua personalità

Trasparenza, autenticità, coerenza, sono tutte qualità che premiano. È importante riuscire a mostrare la propria personalità in tutte quelle sfaccettature che la rendono unica. Creare una buona presenza sui social media infatti non è solo saper spiegare i propri prodotti o servizi, ma significa far trasparire la propria anima e i propri valori. Solo così l’utente ci percepirà come veri!

Ascolta i tuoi clienti

Al centro non ci sei tu, ma il pubblico che vuoi raggiungere. L’arte dell’ascolto è molto importante per capire quali sono le informazioni utili a chi ci segue, i contenuti che predilige e di cosa ha bisogno. Da questo punto di vista i social media ci forniscono moltissime opportunità per studiare la nostra audience, purtroppo spesso vengono sottovalutate.

Tieni in considerazione le domande
che ti arrivano nei messaggi di posta, i commenti che vengono lasciati sotto i post. Intrufolati in gruppi inerenti al tuo settore e cerca di capire cosa vuole il tuo target di riferimento: ne ricaverai idee di successo! I tuoi possibili clienti infatti sono la miglior risorsa di ispirazione per la creazione di nuovi contenuti.

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Seleziona i canali dove essere presente

Spesso la tendenza è quella di aprire qualsiasi account per presidiare tutte le piattaforme social: sbagliato!
Ogni social network ha delle peculiarità che possono essere adeguate per il tuo business oppure no. Rifletti sulle risorse a disposizione e seleziona i canali che fanno al caso tuo: l’approccio qualitativo vince su quello quantitativo!

Ricorda che il successo segue la passione

La possibilità di realizzare contenuti di qualità che abbiano successo sui social media, è influenzata dalla passione che ci mettiamo nell’idearli e crearli. Questa componente è fondamentale per lavorare bene e dedicarsi ai propri progetti!

Come abbiamo detto prima, se decidiamo di essere presenti su queste piattaforme, prendiamo un impegno a lungo termine. Immagina di dover portare avanti questo lavoro per mesi e non trovate stimoli nel farlo: finirete per non prenderlo seriamente e lasciarlo in secondo piano.

Sperimenta il video marketing

Come rivela un’indagine portata a termine da BuzzSumo, secondo cui i contenuti in organico sono in crollo su Facebook, i video invece la fanno da padrone. È importante inserire nella propria strategia questo strumento di comunicazione immediato. Provaci!

8 consigli per imprenditori

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Ottimizza i tuoi contenuti

Una delle capacità di chi sa gestire bene la propria presenza sui social media è quella di saper declinare un contenuto in più momenti e in vari formati.

Ad esempio se abbiamo un articolo sul blog da lanciare, possiamo partire con un teaser, creando aspettativa. Lo stesso contenuto, possiamo declinarlo in diversi formati e dopo che l’abbiamo pubblicato, possiamo riprenderlo a distanza di qualche tempo. Il consiglio è quello di cercare di ottimizzare ogni materiale a disposizione per ricavarne diversi post interessanti.

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Investi qualche soldo sui social media

Facebook è un paid media a tutti gli effetti, per questo motivo, una volta individuati gli argomenti che funzionano meglio a livello organico, cerca di inserire nella tua strategia delle inserzioni a pagamento.

Se hai una piccola attività o sei un libero professionista e non puoi permetterti un esperto in materia, il nostro consiglio è: lavora bene con i contenuti che hanno dato risultati naturalmente, profila la tua audience e spara le tue cartucce in modo mirato!

Così Snapchat inizierà a fare series

Ricette, meme, blogger e inesorabilmente gattini; insomma, avrete ormai capito che l’intrattenimento sui social è alla base di tutto. Negli USA, come al solito, lo hanno capito ancora meglio: Snap infatti, l’azienda madre di Snapchat, lancerà per la prima volta una “scripted series” creando una joint venture con NBCUniversal.

Cos’è una scripted series

Ma cos’è, esattamente, una scripted series? Si tratta di una serie di contenuti video prodotti tramite l’adozione di un vero e proprio copione, esattamente come si fa per la produzione serie TV.

L’effort creativo per l’ideazione e la produzione di questa programmazione firmata Snap sarà responsabilità dei fratelli Duplass, famosi per la serie televisiva americana Togetherness prodotta per HBO.

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Secondo TechCrunch il social network avrebbe già effettuato in passato una partnership con lo stesso broadcaster televisivo per produrre un versione Snapchat di The Voice.

I Duplass brothers, anche se professionisti di serie televisive, avranno una bella gatta da pelare considerando che il piccolo schermo di oggi non è più orizzontale. Il contenuto sarà di fatto girato in formato verticale, una sfida creativa a parere di Mark Duplass: “terribilmente sfidante ed eccitante”.

La scorsa primavera i fratelli produttori hanno abbracciato a pieno l’unione dei due mondi: quello dei social e quello delle produzioni TV, dando vita ad una società dedicata a questa unione chiamandola con un nome che starebbe bene con un bell’americano: Donut.

Niente spoiler

La cosa meravigliosa di questa serie, al contrario di Game of Thrones, è che non si riesce proprio a trovare spoiler a riguardo. Purtroppo non si sa ancora nulla sul tema o sul cast ma se in per il weekend vi trovate a Los Angeles non dimenticate di sbirciare a Santa Monica dove Snap e NBCUniversal stanno formalizzando la loro joint venture sotto forma di un nuovo digital content studio.

E non dimenticate di mandarci un selfie!branded_Content_a_casa_arriva_il_branded_entertainment_2

Di fronte a nuovi formati come le storie, le dirette e le nuove tendenze del pubblico che dimostrano sempre più interesse verso i contenuti d’intrattenimento, l’evoluzione dei social nel diventare anche canali volti al Broadcasting sembra ormai inevitabile. In questa evoluzione stanno giocando un ruolo fondamentale anche i grandi player dello streaming come Netflix e Amazon; i quali, stanno pian piano spostando i nostri sguardi, che una volta erano rivolti alla TV, ai dispositivi mobili, gli stessi con cui siamo abituati a navigare sui social.

LEGGI ANCHE: Amazon e Netflix nella top 10 dei brand più amati dai Millennials nel 2017

Intelligenza Artificiale: quali sono le opportunità per il tuo business? Partecipa gratis al Ninja Talk

Continua la serie di appuntamenti online e gratuiti, pensati per i professionisti del digital & social media marketing.

Il prossimo Ninja Talk, “Intelligenza Artificiale: guida alle opportunità per il tuo business“, è previsto per il 21 novembre dalle ore 13 alle ore 14.

Perché si parla tanto di AI? Che tipo di problemi posso risolvere con l’Intelligenza Artificiale?

È senza dubbio uno dei trend più interessanti per il mondo business: l’Intelligenza Artificiale. Sempre di più, infatti, manager, marketer e imprenditori guardano alle nuove tecnologie come strumenti per migliorare il proprio lavoro, rendendo più semplici le decisioni umane.

Secondo il recente Vanson Bourne study sullo Stato dell’Intelligenza Artificiale per le Imprese, pubblicato da Forbes, circa l’80% delle aziende utilizza già oggi almeno una forma di AI, mentre il 30% sta pianificando di aumentare i propri investimenti in questo settore entro i prossimi 36 mesi.

Numeri che ci fanno capire quanto il fenomeno sia già molto importante a livello globale e perché sia necessario farsi trovare pronti.

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Insieme a Gianluca Mauro, founder di AI Academy, capiremo quali possano essere le possibili applicazioni della tecnologia e quali siano le reali opportunità di business offerte dall’AI, grazie alla prospettiva privilegiata di un esperto del settore.

Scopriremo, inoltre,  i trend da osservare più da vicino per essere pronti a vincere le nuove sfide del mercato anche attraverso l’Intelligenza Artificiale.

Dopo aver seguito questo Ninja Talk saprai:

  • Capire le motivazioni dietro l’hype
  • Conoscere i tipi di problemi risolvibili tramite l’Intelligenza Artificiale
  • Comprendere lo stato dell’arte della tecnologia e come viene utilizzata dalle aziende

Attraverso case study e applicazioni pratiche potrai comprendere al meglio lo stato dell’arte e come applicare questa innovazione nel tuo business.

Ricapitoliamo:

Intelligenza Artificiale: guida alle opportunità per il tuo business

con

Gianluca Mauro, founder di AI Academy

Martedì 21 novembre 2017 – dalle ore 13 alle ore 14

Hashtag ufficiale: #NinjaTalk

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