Un acceleratore per l’Insurtech: Generali Italia inaugura il suo Innovation Park

Mogliano Veneto è il nuovo centro dell’innovazione, creato da Generali per dare spazio a intelligenza artificiale, canali di interazione innovativi, device evoluti di connettività, digitalizzazione dei processi, Big Data e nuove modalità di lavoro.

Uno spazio a metà strada tra fisico e digitale nato per offrire a clienti e agenti una nuova esperienza all’interno del mercato assicurativo.

L’Innovation Park di Generali conta circa 5.000 mq distribuiti tra sei diverse casette tematiche in cui si testeranno nuovi prototipi e tecnologie digitali per lo sviluppo di soluzioni assicurative, in modalità startup: nuovi servizi, nuove modalità di relazione col cliente, ma anche nuove polizze e nuovi spazi delle agenzie nasceranno in quest’area.

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innovation park generali

6 spazi per condividere, conoscere e semplificare l’innovazione

L’Innovation Park è caratterizzato da una serie di spazi non convenzionali, pensati per soddisfare tre diversi bisogni legati all’innovazione: condividere, conoscere e semplificare.

  • I 2 G-Innovation lab, sono le due casette dove si testeranno i nuovi “prototipi” e le potenzialità delle nuove tecnologie per lo sviluppo dell’offerta e servizi assicurativi: intelligenza artificiale, nuovi canali di interazione come chatbot, device evoluti di connettività e realtà virtuale.
  • Il Simplification lab dove si lavorerà, nell’ambito del programma di semplificazione, per definire e gestire la migliore costumer experience e costumer journey. Lo spazio ospiterà anche focus group e workshop con clienti e agenti.
  • Il G-Hall: una sorta di agenzia del futuro, dove insieme agli agenti, si definirà l’evoluzione degli spazi d’agenzia, dei supporti e delle soluzioni dedicate alla comunicazione dell’offerta e alla relazione con il cliente.
  • Energy lab, la casetta del welfare aziendale, dedicata alla salute e al benessere dove gli agenti potranno monitorare il proprio stato di salute, attraverso visite specialistiche e attività sportive.
  • Il Pop-up Store, un temporary shop dedicato ai dipendenti.

Innovation Park Generali

Per Marco Sesana, Country Manager e Amministratore Delegato di Generali Italia, «Semplificare e innovare sono i driver della nostra strategia per continuare ad essere leader di mercato e offrire ai nostri clienti e agenti la migliore esperienza assicurativa. Per noi innovare ha un chiaro significato: sviluppare nuove tecnologie digitali, introdurre nuovi modi di lavorare, essere aperti all’esterno e coinvolgere le nostre persone. Nel 2016 abbiamo avviato il programma di semplificazione, un investimento di 150 milioni di euro e un coinvolgimento di oltre 500 persone in tre anni per ridisegnare i processi chiave. Oggi siamo a metà del programma di semplificazione e pronti ad accelerare sull’innovazione».

L’invenzione definitiva per chi lavora negli open space: un casco per isolarsi dai colleghi chiacchieroni

Dite la verità: se aveste potuto inventarlo voi, l’avreste già fatto. Già vi vediamo, in ufficio, sommersi di compiti da portare a termine con il vostro collega che, pensando bene di condividere con voi momenti di vita vissuta, inizia a raccontarvi minuziosamente e per la quattordicesima volta (almeno!) il motivo per cui la sua storia è entrata in crisi e alla fine la fidanzata l’ha mollato.

Proprio per ovviare al problema dei colleghi molesti e dei rumori più disparati che sembrano aumentare al crescere dell’urgenza di terminare un lavoro importante in tempo, ecco Helmfon, il casco da ufficio che permette di isolarsi totalmente dal contesto per poter concentrarsi meglio sul lavoro.

Niente cane che abbaia in strada; niente chiacchiericcio; nessun rumore mai: solo silenzio.

Come funziona Helmfon

Questo salvifico aggeggio è stato ideato da Hochu rayu, studio di design ucraino ed è realizzato in fibra di vetro con una membrana in schiuma di polietilene, che permette l’isolamento acustico.

Come si può leggere dallo stesso sito dello studio di design: “Halmfon è un dispositivo in forma di casco che grazie al sistema di assorbimento acustico attivo permette di concentrarsi in uffici open space (…) l’idea era quella di creare uno strumento che aiuta a concentrarsi completamente sul progetto di lavoro, preservare lo spazio personale e non permettere che il rumore di un ufficio spenga la produttività della persona”.

Il casco speciale – più grande di quello a cui siamo abituati per le moto –  è ancora in fase sperimentale ma potrà essere dotato, prossimamente, di Bluetooth per collegarlo ai dispositivi mobile ed effettuare chiamate senza toglierlo né disturbare i colleghi, grazie al microfono interno e a un sistema surround.

Sarà provvisto poi di auricolari, di video e di telecamera per permettere anche di organizzare conferenze.

Ancora: sarà possibile personalizzarlo con colori e temi in base alle proprie preferenze estetiche e/o stilistiche.

LEGGI ANCHE: La sala operatoria del futuro è con la realtà virtuale

eCommerce e scalabilità

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Le proiezioni sul futuro del mercato italiano indicano un forte incremento delle vendite online, con un picco di crescita da oggi al 2021. Per diventare eCommerce Manager occorre sviluppare competenze varie e al tempo stesso molto specifiche: focalizzazione sull’esperienza utente, posizionamento del brand e obiettivi di vendita, conversione degli utenti in clienti fedeli, gestione e coordinamento di flussi di contatto e customer care. Solo così sarai in grado di raggiungere l’obiettivo di ogni business digitale: la scalabilità.

Se vuoi scoprire come generare ricavi incrementali senza dover sostenere costi aggiuntivi, gestione efficiente di tutto il processo di vendita e post vendita, segui la Free Masterclass del corso in eCommerce Management.

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BE NINJA.

Chi è Richard Thaler, il prof vincitore del Nobel per l’economia

Penso che sia giunto il momento di smettere di pensare all’economia comportamentale come una sorta di rivoluzione,  è necessario che tutta l’economia venga intesa come comportamentale.

Richard Thaler

È lui il premio Nobel per l’economia di quest’anno, l’uomo che ha convinto molti economisti a occuparsi degli aspetti comportamentali delle persone a anche molti governi a occuparsi in modo più specifico delle materie economiche, causando un impatto profondo sullo studio dell’economia comportamentale e introducendo concetti innovativi come quello della contabilità mentale.

Il comitato del Nobel ha motivato la decisione di attribuire a Richard Thaler, che insegna alla School of Business dell’Università di Chicago, l’ambito riconoscimento sulla base delle sue teorie pionieristiche riguardo all’economia comportamentale, secondo la quale le persone sono costantemente irrazionali e i loro comportamenti contraddicono spesso le teorie economiche: il consumatore non è più, per definizione, totalmente razionale.

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By Chatham House, London [CC BY 2.0 (http://creativecommons.org/licenses/by/2.0)], via Wikimedia Commons

Il premio Nobel a Thaler: gli individui sono irrazionali

Queste intuizioni si traducono in una comprensione più realistica del comportamento umano anche in ambito economico: quando un individuo prende una decisione, intervengono diversi fattori di stampo ideologico e culturale, che sono difficilmente inquadrabili in teorie economiche asettiche. Partire da questo assunto può aiutare i governi a programmare delle politiche economiche migliori e più adeguate alle reali necessità dei cittadini.

LEGGI ANCHE: L’immaginario crea chi siamo, anche nel Web

Un esempio di irrazionalità, la Brexit

Un esempio dell’irrazionalità dei comportamenti delle persone sulle scelte economiche proposto da Thaler è la Brexit: il professore ha suggerito che gli elettori britannici hanno scelto un percorso totalmente irrazionale rispetto alle opzioni disponibili. Una scelta dettata da fattori completamente slegati dai trend economici.

«Per formulare delle teorie economiche valide – ha detto in una conferenza stampa dopo l’annuncio di Stoccolma – è necessario tenere sempre presente che le persone sono esseri umani».

La psicologia applicata all’economia

Thaler, co-autore del bestseller Nudge con Cass R. Sunstain (pubblicato in Italia da Feltrinelli con il titolo “La spinta gentile – La nuova strategia per migliorare le nostre decisioni su denaro, salute e felicità“), ha quindi impiegato concetti estrapolati dalla psicologia per elaborare modelli comportamentali alternativi alle classiche teorie economiche, costruendo un ponte tra le analisi economiche e psicologiche del processo decisionale del singolo, distinguendo il mondo in due macro-categorie: gli Econs, esseri super razionali in grado di operare sempre e comunque la scelta perfetta e gli Humans, cioè tutti quelli che vengono influenzati da fattori esterni.

Come spenderà il professor Richard Thaler il premio di 9 milioni di corone svedesi (circa 1,1 milioni di dollari americani)? Per sua stessa ammissione, nel modo più irrazionale possibile.

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Fuga dalla tv: anche i talk show sbarcano su YouTube. E i brand gongolano

Gant lancia un talk show su YouTube per aumentare la sua global brand awareness. Il fashion retailer, che opera in 70 paesi del mondo, è pronto per una delle più grandi campagne advertising della storia. Il brand di abbigliamento opta per uno show di lunga durata su YouTube, invece di investire in una serie di annunci stampa tradizionali.

Un po’ talk un po’ web series, il nuovo format di casa Ferguson

La star di The Late Late Show Craig Ferguson e sua moglie Megan sono i protagonisti di “Couple Thinkers”, un programma, realizzato dal brand svedese di abbigliamento, dedicato alle questioni importanti della vita. Un approccio che intende giocare sui punti forza del conduttore televisivo diventato noto per le profonde e significative discussioni che ha avuto con gli ospiti del programma della CBS.

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In ogni episodio di Couple Thinkers, i Fergusons siederanno con un ospite per impegnarsi in una chiacchierata e accendere la curiosità del pubblico su diversi argomenti quali il successo, la sostenibilità e il pensiero umano. A conversare insieme a Craig e Megan ci saranno tanti ospiti d’eccezione come Arianna Huffington e Neil deGrasse Tyson.

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La coppia viaggerà in tutto il mondo (in abbigliamento Gant, ovviamente), esplorando temi che non hanno mai avuto la possibilità di approfondire. Ecco il trailer con un’anteprima di alcune delle grandi domande che Craig e Megan si porranno:

Lo show non solo rimane fedele ai valori del brand, ma consente anche di eliminare la confusione e aumentare la sua brand awareness a livello globale.

“Il nostro obiettivo è aumentare la brand awareness a lungo termine a livello globale, soprattutto negli Stati Uniti, un mercato molto importante per noi. Vogliamo creare contenuti che possano interessare alle persone, invece di una pubblicità che interrompe ciò che è realmente interessante. Pensiamo che il nostro pubblico ci ringrazierà per questo” ha dichiarato il responsabile marketing globale Eleonore Säll.

In fondo, è content marketing

Couple Thinkers, tra le altre destinazioni, sarà trasmesso sul canale YouTube del brand, attivo da oltre otto anni, per un ritorno al passato in cui i suoi video attiravano circa 1,4 milioni di viste.
Gant non è il primo marchio a credere in questa tipologia di percorso legata all’intrattenimento, già altri brand come MAC Cosmetics e Kleenex hanno investito nella creazione di spettacoli e documentari.

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La realizzazione della web serie fa parte dell’ampia strategia di Gant verso il digitale. Un piano intrapreso due anni fa che punta a concentrare la maggior parte degli sforzi di marketing (circa l’80%), finora tradizionalmente focalizzati su TV e stampa, verso i canali digitali.
I sei episodi saranno disponibili in 70 paesi diversi e trasmessi sul canale ufficiale del brand.

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Come spiegare a tua madre che quando sei col pc sul divano stai lavorando

Ne sentiamo parlare sempre più spesso: nomadismo digitale. Come ogni fenomeno in drastica crescita ma di difficile definizione, giornali e altri media iniziano a dare sempre più spazio a questo termine, cercando di semplificarlo. E come in ogni semplificazione, vengono fuori delle cose terribili.

Le definizioni più comuni dipingono i nomadi digitali come dei senza casa, o come dei ragazzini in infradito e costume che lavorano da una spiaggia. C’è anche questo, ed è bellissimo (se ci si riesce). Ma la verità è che il nomadismo digitale è molto di più: è un modo nuovo di lavorare e di vivere, che ha a che fare con il minimalismo e con la riappropriazione del proprio tempo. È semplicemente una scelta lavorativa differente.

Professionisti del digitale e lavoro da remoto

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Nomadismo digitale non significa smart working, ovvero modificare le classiche regole del lavoro d’ufficio introducendo innovazioni di vario tipo, tra cui la possibilità di lavorare da remoto.

Il nomadismo digitale è un fenomeno più “antico” (per quanto si possa parlare di antichità nel digitale) e più radicale, che invece di introdurre il lavoro da remoto come “premio” per una vita d’ufficio, fa del lavoro da remoto il proprio credo e la propria filosofia.

Cos’è un nomade digitale, quindi? No, non preoccupatevi, non stiamo per raccontarvi l’ennesima storia alla “mollo tutto e mi metto a viaggiare”. Effettivamente un nomade digitale può anche decidere di fare questo, ma se lo fa è perché ha capito che la propria professionalità è talmente intrisa e impregnata di digitale, che a tutti gli effetti lo può essere anche la sua scrivania.

LEGGI ANCHE: Smart working: le app e i tips per il lavoro agile

Chiaro, ci sono lavori che nascono, crescono e terminano totalmente online, come la programmazione o la scrittura, molto gettonati dai nomadi digitali. Ma cosa direste di un commercialista che si specializzi in gestione della contabilità per freelance e svolga le sue consulenze via computer? Un insegnante di yoga che apra un canale YouTube e tenga le sue lezioni online? Un’assistente personale che svolga il suo lavoro completamente da remoto? Sono tutti casi reali, persone vere, che hanno avuto il coraggio, la forza e l’intelligenza di valorizzare i propri talenti grazie al digitale, e di “creare” una professione che gli garantisse la libertà che desideravano. E non necessariamente di vivere viaggiando.

Lavorare dal divano di casa

L’altro mito da sfatare è quello del viaggio a tutti i costi. Certo, le storie che fanno più notizia sono quelle che parlano di spiagge assolate e amache appese alle palme, da cui lavorare con portatili che non si scaricano mai e non si surriscaldano (come se fosse comodo lavorare da un’amaca, poi). E alcuni “nomadi digitali” ci marciano sopra, vendendo questo stile di vita idilliaco a caro prezzo (l’ho detto che uno dei lavori gettonati è vendere corsi online?).

Alcuni nomadi digitali scelgono effettivamente una vita “in movimento”. Scrivo questo articolo dal Nepal, un Paese in cui un mese di scrittura di articoli da freelance mi può permettere di viaggiare serenamente, molto più che vivere a Milano. Ma la maggior parte decide semplicemente di fare ciò che più li rende felici.

E ciò che più ci rende felici, solitamente, è godere del nostro tempo. Scegliere di lavorare dal proprio tavolo da pranzo o da un co-working. Di andare a correre a metà pomeriggio e di andare a prendere nostro figlio a scuola. E magari di prenotare un volo per il martedì e passare una settimana (o un mese) all’estero, continuando rispettare le scadenze lavorative come se nulla fosse successo. Insomma, nomadi sì, ma anche solo dal divano di casa alla scrivania.

Non solo digital, soprattutto mobile

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Ma come è possibile tutto questo? Come si comincia? Come si trova lavoro? Nessun particolare segreto, ragazzi. È già tutto nelle nostre mani. Letteralmente.

Gli strumenti ci sono e sono quelli che usiamo quotidianamente: il PC e soprattutto lo smartphone. Ogni mestiere ha i suoi tools, ma con questi e una connessione a Internet, poche cose non possono essere fatte. Anche dalla vostra scrivania in ufficio, in fondo, la maggior parte delle attività lavorative si riducono all’utilizzo del computer e del telefono.

E quelle che vi sembrano impossibili da svolgere online, si scopre in fretta che sono in realtà già a portata di App Store: dall’applicazione per scannerizzare documenti in modo professionale con la videocamera, alla gestione delle fatture, passando per il commercialista e i pagamenti. L’unica cosa che non si può sostituire dell’ufficio è la pausa caffè alla macchinetta. Ma si può cercare di ovviare con una bella tazza fumante in una mano e uno smartphone nell’altra: ora che anche WhatsApp ci permette di fare videochiamate, non ci sono davvero scuse. Oppure andando a lavorare in un co-working (neanche a dirlo, è pieno di app per trovarli).

Chi è il nomade digitale

Appena si incomincia a capire questo, ci si rende conto che siamo già tutti un po’ nomadi digitali: lo siamo quando lavoriamo dal treno, o quando facciamo una telefonata da casa. Lo siamo quando rispondiamo alle email in vacanza, o quando chattiamo con un collega su WhatsApp. Si tratta solo di esportarlo su larga scala.

Più di questo, in realtà, non c’è molto. Non esiste una ricetta, non c’è un corso di laurea per diventare nomadi digitali (non ancora) e non esiste un albo a cui iscriversi. E, se vogliamo, questo è terrificante. Bisogna imparare a gestire il proprio tempo (ma guarda un po’, c’è un’applicazione anche per questo per i più distratti), consapevoli che, come abbiamo imparato a lavorare per 8 ore al giorno a una scrivania, possiamo imparare a gestire vita privata e lavoro in autonomia.

Ma se sai fare qualcosa, e lo sai fare bene, non c’è limite a ciò che puoi realizzare grazie al digitale. E improvvisamente puoi renderti conto che una giornata di 24 ore è fatta veramente di 24 ore: sta solo a te trarne il massimo.

La campagna Dove accusata di razzismo (di nuovo)

Nasceva come campagna social (inizialmente attribuita all’agenzia Ogilvy & Mather, notizia né confermata né smentita) con protagoniste donne di diverse nazionalità e fattezze fisiche, ma è divenuta un boomerang. Perché quando associ l’immagine di un prodotto per l’igiene al progressivo “sbiancamento” delle modelle in questione l’epic fail è dietro l’angolo.

La ragazza nera diventa bianca

La Dove, infatti aveva infatti pubblicato suoi suoi account social ufficiali un breve video in cui una ragazza nera, vestita di scuro, si sveste e diventa una algida ragazza bianca dai capelli rossi. E anche la maglia, progressivamente, si sbiancava. Fino a divenire una ragazza asiatica sul finale del video.

«Quello che abbiamo postato recentemente su Facebook – si legge in una nota dell’azienda, che ha rimosso il contenuto – non ha avuto l’effetto sperato di rappresentare le donne di ogni razza e colore. Ci pentiamo e ci scusiamo profondamente con chi si è sentito offeso».

Non è il primo passo falso del genere. E sempre dai creativi di Dove. Nel 2015 un’altra campagna mostrava tre giovani donne davanti a 2 poster: before e afer, prima e dopo. Quella davanti al cartello “prima”, inutile dirlo, era di colore. Frontale a quello “dopo” una donna bianca e bionda.

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Come scrivere copy vincenti e dimenticare l’ansia da prestazione

Consigli per scrivere copy che funzionino e superare il blocco dello scrittore

Non è per niente facile riuscire ad avere sempre buone idee per titoli e testi che siano incisivi e che attirino l’attenzione del nostro pubblico. Quando iniziamo a scrivere un copy, spesso arriva il blocco dello scrittore davanti ad uno schermo bianco e ogni parola che digitiamo diventa banale.

Quindi, come fare? La nostra ricetta è: respirare, stare calmi e seguire 4 semplici ma preziosi consigli, che renderanno più facile riuscire a scrivere copy di successo!

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#1. Conosci bene la tua audience

Innanzitutto devi conoscere nel dettaglio a chi ti stai rivolgendo. Una volta definito il tuo target di riferimento, molto probabilmente al suo interno avrai ulteriori segmenti, i quali possono necessitare di linguaggi diversi. Potrai scrivere copy differenti e creare messaggi personalizzati, in base al gruppo di utenti cui ti riferisci.

[TIP #1  Aiutati usando un template per definire le tue buyer persona e definisci i diversi segmenti di target. Per ognuno scrivi copy mirati e diversificati. È vero, è un processo più lungo, ma sicuramente otterrai messaggi più efficaci!]

Come scrivere copy vincenti e dimenticare l’ansia da prestazione

#2. Crea un copy che sia complementare al visual

È sempre più difficile catturare l’attenzione di un utente stimolato da molteplici notizie una dietro l’altra. La parte visuale è di massima importanza, ma allo stesso tempo deve essere complementare al testo che la accompagna.
Copy e visual devono diventare un tutt’uno e lavorare insieme, non possono esistere in modo indipendente o essere sconnessi. Il testo deve sostenere l’immagine creativa o il video, e viceversa.

[TIP #2 Consultati con chi sviluppa la creatività. Confrontarsi ti aiuterà a trovare le parole più adatte per il tuo messaggio. Se sei solo e non ti avvali di collaboratori, chiedi comunque una seconda opinione per avere una prospettiva diversa dalla tua riguardo al visual.]

#3. Usa un linguaggio semplice e diretto

Spesso non è facile essere brevi e utilizzare un linguaggio incisivo. Le cose da dire riguardo al prodotto o servizio che promuoviamo sono tante e si tende a voler includere tutto. Invece vince la regola: ‘Less is more’.
Identifica bene qual è il goal da raggiungere con il tuo messaggio e vai dritto al dunque senza perderti in giri di parole inutili.

[TIP #3 Non hai il dono della sintesi? Cerca di omettere le informazioni superflue e focalizzarti solo su quelle essenziali. Scrivi più testi e poi screma fino ad arrivare all’osso, la pratica e l’esercizio aiutano!]

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#4. Non essere autoreferenziale

La dura verità è che al tuo pubblico non interessa sapere della tua azienda e del tuo brand, ma interessa se in qualche modo il tuo prodotto o servizio gli può essere utile. Quando scrivi, ricordati di non partire pensando in maniera autoreferenziale, gira la prospettiva e inizia a scrivere pensando all’utente, a cosa gli interessa davvero: come i tuoi prodotti o servizi possono rendergli la vita migliore.

[TIP #4 Rileggi sempre ciò che scrivi e fai attenzione a come ti poni nei confronti dei tuoi utenti. Ricordati che al centro devi mettere sempre loro!]

LEGGI ANCHE:  Copywriting: il lavoro del copywriter. Cos’è, come e dove si impara

La prossima volta che sei davanti allo schermo per scrivere il testo di un post o di un’inserzione, tieni presente questi 4 preziosi consigli ninja e vedrai che tutto ti sembrerà più facile!

Beyond Retro, Diary Farmers, Starbucks: i migliori annunci stampa della settimana

Ogni settimana seguiamo i migliori annunci stampa usciti sui giornali e selezioniamo per voi i più originali, creativi, bizzarri ma anche quelli provocatori.

L’originalità nella composizione, nel testo e nel messaggio sono solo alcuni dei criteri che applichiamo per scovare i Best Adv of the Week.

Scopriamo insieme quali pubblicità sono entrate nella classifica dei migliori annunci stampa di questa settimana!

Starbucks – Connect, Together, Meeting, Selfie, Music

Il minimalismo nella nuova campagna di Starbucks rappresenta la raffigurazione dell’essenziale in simboli.

Spazio. Vuoto. Libertà. Perché less is more!

Starbucks migliori annunci stampa della settimana

Advertising Agency: Rai, São Paulo, Brazil
Creative Vice President / Copywriter: Guilherme Fleury
Creative Vice President: Maurício Cavalcanti
Creative Director / Art Director: Lucas Adam

Beyond retro – The Organ Donor Price Tag

I vestiti di Beyond retro sono stati riciclati e ricuciti, pronti per essere indossati da un’altra persona.

Ma non è tutto, il cartellino del prezzo potrebbe salvare una vita in Svezia.

Staccando a metà il cartellino, sul lato destro sono presenti dei campi da compilare per la possibile donazione degli organi. Questo cartellino trova spazio in ogni portafoglio e se visto in tempo dai medici svedesi, può salvare una vita.

 

Organ donor price tag migliori annunci stampa della settimana

Advertising Agency: ANR BBDO, Stockholm, Sweden
Copywriter: Urban Wirdheim
Art Director: Fabian Lakander
Creative: Nayeli Kremb
PR: Jenny Canborn
Planner: Channa Rogsten
Account Manager: Giustina Guariglia
Graphic Design: William Björnstjerna, Jacob Nathanson
Photo: Johan Hedinger
Stylist: Monifa Love

Sanex: Grandparents, Baby, Father & Son, Mastectomy

L’affetto e il calore umano, un abbraccio, una carezza, possono alleviare il dolore e dare conforto a chi è malato.

BBDO ha realizzato questa campagna sociale per Sanex, convinta del fatto che l’umanità soffre di una grave mancanza: del contatto fisico e del calore trasmesso da un abbraccio, un bacio o semplicemente da una carezza.

Non possiamo che ripetere il loro imperativo: “Go touch someone you love!” 

Sanex migliori annunci stampa della settimana

Advertising Agency: Contrapunto BBDO, Madrid, Spain
Creative Director: Carlos de Javier
Copywriter: Aleix Bou
Art Director: Jacint Cabau
Photographer: Pep Àvila
Head of Planning: Joanne Lee
Account Director: Francesca Knopp
Account Supervisor: Noemí Vidal
Account Executive: Júlia Padullés
Producer: Genara Neyra

Dairy Farmers of Canada: Paddling, Hiking, Cycling, Climbing

In questa campagna pubblicitaria di Dairy Farmers, realizzata dall’agenzia KBS, i latticini si trasformano e danno vita a diverse scenografie.

Ogni immagine evoca diversi ricordi nella mente di una persona. C’è chi alla parola “latte” pensa alla colazione, chi invece lo interpreta come il nutrimento principale dei neonati.

Facciamo un esempio: osservando l’annuncio stampa raffigurante le persone che si arrampicano nei buchi del formaggio Emmentaler, forse per un attimo ti saranno venuti in mente fotogrammi raffiguranti personaggi come Topo Gigio, Jerry di Tom & Jerry o Rémi di Ratatouille? Collegamenti ed interpretazioni positive (ma soggettive) che poi si trasferiscono al marchio, in questo caso Dairy Farmers.

Dairy farmers of Canada migliore annuncio stampa della settimana

Advertising Agency: KBS, Montreal, Canada
Creative Director: Sacha Ouimet
Art Directors: Ambre Chekly, Marianne de l’Isle
Copywriters: Benoit Mendreshora, Catherine Savard
Illustrator: Pascal Blais
Production: Simon Durivage

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LEGGI ANCHE: IKEA, Ford e Queer Lisboa: i migliori annunci stampa della settimana

Così stiamo regalando tutti i nostri dati (che valgono più dei soldi) per un like

La tecnologia è una cosa bellissima. Ci aiuta a vivere meglio, a organizzare le nostre relazioni, ci fa risparmiare tempo e soldi, ci guida da un punto A a un punto B. Eccoci qui, quarant’anni dopo la promessa di Bill Gates, con Windows, di portare “un pc in ogni famiglia”, e dieci da quando il suo acerrimo amico Steve Jobs, con l’iPhone, è riuscito a portare “Internet in ogni tasca”.

La tecnologia è una cosa bellissima. Internet è una cosa bellissima. Pensate, il nostro smartphone sa più cose di noi del nostro migliore amico, quello che conosciamo da una vita, sin da bambini. Sa più cose di noi dei nostri genitori, fratelli, sorelle. Sa più cose di noi del nostro capo, del medico, del salumiere di fiducia, del direttore di banca. Sa quanti soldi abbiamo sul conto (e quanti conti abbiamo), se siamo assicurati (e per cosa). Conosce le nostre abitudini, i nostri dati biometrici, sa se, quando e quanto ci muoviamo, dove andiamo, se siamo delle schiappe a correre, quali video guardiamo, cosa compriamo. Persino cosa stiamo per comprare e poi non compriamo (e lo ricorda per mesi). Grazie ai social, poi, il nostro fido device sa con chi interloquiamo di più, e con chi faremmo volentieri una scappatella. In alcuni casi può anche contribuire a risolvere un delitto.

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Insomma, dove lo troviamo un compagno di vita così? Un solo, piccolo, device che comunica secondo per secondo con la nostra automobile, con la nostra casa, il nostro tv e persino il nostro frigorifero. E poi, a proposito Internet of Things e di case intelligenti, che meraviglia quei fantastici oggetti che presto entreranno anche nelle case di noi italiani: gli home assistant, li chiamano, che registrano tutto, ci leggono ad alta voce le mail, sanno se e quando abbiamo degli ospiti in casa, imparano a conoscerci meglio ogni giorno e a facilitarci la vita.

L’economia dei dati

Che meraviglioso patrimonio di informazioni. Raccolte come piccole briciole, ogni giorno, ogni attimo delle nostre vite!

Un tempo, quando le parole erano ancora importanti, li chiamavano dati personali. Oggi di personale hanno tutto e niente. Tutto perché mai come in quest’epoca il dato è diventato iper-profilato e profilabile. Niente perché non sono più della persona che li produce, né dello Stato dove nasciamo, cresciamo, lavoriamo e paghiamo le tasse. Sono dati personali, ma non sono più nostri. Né, qualora dovesse accaderci qualcosa di brutto, dei nostri cari. Esemplare è la storia di quel papà che scrisse ad Apple per chiedere di poter accedere al dispositivo del figlio, morto, perché lì c’erano gli ultimi ricordi insieme. Non si può fare, gli risposero da Cupertino. Una questione di privacy.

Privacy is the new segreto bancario

Ebbene sì, la privacy. Non è più una prerogativa di istituzioni e governi democratici ma delle aziende tecnologiche. Difendere la privacy degli utenti vuol dire non rompere il vincolo di fiducia che, nell’era dell’IoT, si instaura tra vendor tecnologici e compratori. Io fornisco a te un oggetto che diventa sempre più “personale”, raccolgo molti dati (che spesso uso per profilazione e marketing, anche se a te utente non lo dirò mai), ma della tua vita solo io, la tua azienda, so tutto. Un po’ come il segreto bancario o quello medico.

Quindi questi dati non verranno mai consegnati all’esterno, ci promettono. E’ per certi versi forse anche meglio così, anche perché queste società hanno oramai un valore commerciale superiore al Pil di uno Stato. E lo Stato, quindi la politica, è corruttibile. Un ricco (e potente) non lo compri con altri soldi.

Ma non è questo il punto. Io posso scegliere consapevolmente di far custodire i miei dati a qualcuno, così come faccio con i miei risparmi e gli oggetti di valore. Scelgo io se tenere la cassaforte in casa oppure depositare tutto in banca.

Il punto è un altro: siamo ignoranti, perché ancora non abbiamo capito quanto valore abbiano davvero i nostri dati.

Se con un virus ransomware qualcuno entra in possesso di nostre foto compromettenti e ci ricatta, paghiamo, e non poco, perché temiamo lo sputtanamento. Ma, di contro, per anni non abbiamo mai dato alcun valore alle tracce di tutto ciò che facciamo su Internet, dalle letture di questo o quel sito, alle ricerche su Google, agli acquisti su Amazon (e al controllo invasivo delle nostre abitudini di consumo da parte di tutti quelli cui accordiamo il login attraverso il nostro profilo social), al like che diamo o riceviamo su Facebook o Instagram, alla nostra rubrica dei contatti.

E quindi ci meritiamo tutto. Ci meritiamo la mail di spam, ci meritiamo la telefonata dal call center con sede in Albania, ci meritiamo il furto di identità. Perché se non sappiamo quanto valgono per noi i nostri dati allora non li tuteleremo mai.

LEGGI ANCHE: Troppe informazioni sui social? Attenzione ai pericoli!

“Tanto è gratis”

Ci propongono l’iscrizione a Facebook gratuitamente, così come gratuitamente utilizziamo Google. Se ci facessero pagare un abbonamento, in cambio della promessa di non profilarci, quanti di noi, sinceramente, sarebbero disposti davvero a sottoscriverlo?

Il vero business model dei social network siamo noi, le tracce che lasciamo quando navighiamo, consumiamo, visualizziamo o clicchiamo inserzioni. Senza questi dati verrebbe meno tutto il modello economico. Tant’è che è possibile dare anche un valore economico ad ogni iscritto: stando ai bilanci 2016 di Facebook, il valore medio di un utente si aggira intorno ai 16 dollari.

facebook whatsapp

E val bene dedicare minuto a un’altra app che gira negli smartphone praticamente di tutti: WhatsApp. La piattaforma di messaggistica che è stata acquistato dal gruppo di Zuckerberg per la cifra record di 19 miliardi di dollari e che oggi è installata su oltre 1 miliardo di smartphone nel mondo (20 milioni gli utenti italiani).

Una società, la WhatsApp Inc. che in Italia, ad esempio, non ha alcun ufficio, referente, recapito telefonico o postale. Tant’è che quando la nostra Authority ha avviato dei procedimenti sanzionatori contro il colosso di messaggistica ha dovuto interfacciarsi con la sede legale negli Usa. La Silicon Valley? Come no, se vuoi parlare con uno sviluppatore o un nerd intento a mangiare pizza all’ananas. Le leggi sono quelle del Delaware, Stato a fiscalità “vantaggiosa”, dove la galassia Facebook ha stabilito la sua sede legale. Così come il 60% delle società cosiddette Fortune 500, ovvero la lista delle società statunitensi col più alto fatturato.

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Quanto vale l’industria dei dati in Europa

Secondo uno studio commissionato da DG Connect, l’organo che si occupa di monitorare (e, di fatto, normare, attraverso la Commissione) il mercato europeo delle comunicazioni, diretto dall’italiano Roberto Viola, nel 2016 il comparto dati nell’Ue ha prodotto quasi 60 miliardi di euro, e nel giro dei prossimi tre anni potrebbe raggiungere quota 100 miliardi.

E nell’industria dei dati non ci sono solo i giganti americani: c’è posto per tutti. Qualcuno ha detto che i dati sono il nuovo petrolio, altri che valgono più dei soldi.

Quando andrete a fare la spesa, chiedete se accettano like.

@aldopecora