Facebook porterà le Storie in tutte le fanpage, questa è la dichiarazione delle ultime ore del social network più famoso al mondo. Dalla voce di Amy Sun, product manager di Facebook:
“Abbiamo ascoltato la nostra community e lavorato per rendere le Storie su Facebook veloci, divertenti e facili per persone e brand. Nel prossimo mese, le pagine avranno la possibilità di creare Storie da condividere con i loro fan.”
Sono diversi mesi che si vocifera il rilascio delle Storie per le pagine, e quel momento sembra essere arrivato. Dopo un periodo di test su alcune pagine verificate, presto la funzionalità sarà disponibile per tutti, ma solo da iOS e Android, cioè dallo smartphone.
Per crearne una sarà molto semplice, e se avete un profilo sugli altri social network dove questa funzione è già attiva non avrete problemi a sbizzarrirvi con i vostri piani editoriali: dalla timeline di qualsiasi pagina amministrata sarà possibile cliccare il pulsante “crea storia”.
Riuscirà in questo modo Facebook a far diventare popolari le Stories anche in questa piattaforma sulla quale, fino ad oggi, non sembrano aver raggiunto ancora la popolarità sperata?
https://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2017/06/stories-snapchat-instagram-facebook-1.jpg489900Elisa MarinoElisa Marino2017-10-13 10:12:142017-10-15 23:09:20Le Facebook Stories arrivano sulle fanpage
…Nell’intero edificio vi erano migliaia, anzi decine di migliaia di feritoie simili […]. Per chissà quale motivo le avevano soprannominate “buchi della memoria”. Quando qualcuno sapeva che un certo documento doveva essere distrutto, […] automaticamente sollevava il coperchio del buco della memoria più vicino e ve lo lasciava cadere dentro, dove un vortice di aria calda l’avrebbe trasportato fin nelle enormi fornaci nascoste da qualche parte nei recessi del fabbricato.
George Orwell, 1984
Winston Smith scrive il suo diario illegalmente, nascondendosi dai teleschermi del Grande Fratello.
Il revisionismo storico è un po’ come gli avanzamenti tecnologici e le scoperte scientifiche: non devono far paura, bisogna prestare coscienza e attenzione ad usarli. Se, da un lato, la storia può modificare alcune prospettive grazie a nuovi elementi, dall’altro c’è solo una linea sottile – quasi impalpabile – che la separa dal negazionismo e dalla costruzione propagandistica.
Così il revisionismo storico colpisce anche i brand
Dopo i tragici accadimenti di Charlottesville, quando in agosto una macchina si è lanciata contro una folla di manifestanti antirazzisti scesi in piazza per contrastare una protesta dei suprematisti bianchi, la questione del revisionismo storico è tornata prepotentemente in auge: negli U.S.A. c’è chi vuole che ogni “simbolo del passato razzista del Paese” venga rimosso, ogni statua, targa o effige dei soldati confederati sudisti, chi invece promulga l’ortodossia della storia e i predicatori dell’estrema destra che si fregiano proprio di quel passato.
Un frame dello spot ritirato da Pepsi con protagonista Kendall Jenner, accusato di strumentalizzare i movimenti sociali.
Ma quello del revisionismo storico non è un fenomeno nuovo: sono diversi i casi i cui i cambiamenti radicali della società hanno spinto intere popolazioni a seppellire un passato scomodo, spesso atroce e sanguinario, con l’intenzione di dimenticarlo.
Potere dello storytelling
Ma è davvero l’oblio l’unica soluzione? Nel suo “piccolo” mondo anche la pubblicità è colpevole di aprire solo minuscole finestre sulla storia di un brand, storytelling che mutano in base ai desideri dell’audience presentando solo alcuni aspetti della marca, in un modo che una volta si sarebbe potuto definire come “strategia per colpire il target”.
Ma nell’epoca dei social, dei brand “umani” o “umanizzati”, è necessario trattare ed esaminare i marchi proprio come le persone: raramente ci sono persone completamente buone e altre completamente cattive.
Tesco, Lidl, Burger King, Findus sono solo quelli dell’Horse Gate del 2013? E il nuovo profumo o la nuova collezione firmata Hugo Boss sono meno apprezzabili sapendo che il fondatore, Hugo Ferdinand Boss, non solo appoggiò il partito nazista ma riuscì a risollevare la sua impresa vestendo le camicie brune del Reich?
E i brand in che modo potrebbero riconoscere i lati bui della loro storia senza esserne ostaggi?
La scomoda verità sulla griffe tedesca è emersa solo qualche anno fa grazie al libro Hugo Boss, 1924-45, scritto dallo storico Roman Koester e commissionato dalla stessa casa di moda.
Viva la trasparenza
In un’epoca che aspira alla completa autenticità, alla condivisione, al dialogo diretto tra i brand e i consumatori, che non sono più target ma prosumer, riconoscere, metabolizzare e affrontare ogni parte della propria storia non è più trascurabile. I brand (e i pubblicitari) che ormai da qualche anno ci ubriacano con la parola storytelling, dovrebbero cercare di aggiungere la loro storia al discorso culturale, non di toglierla.
“Can’t Beat the Real Thing” recita uno storico pay off Coca-Cola.
Alla fine del Raj Britannico, l’impero anglo-indiano, i nuovi governanti non distrussero le statue dei vecchi padroni coloniali, le rimossero e le collocarono in un parco, dove è ancora possibile visitarle, sapere dove e perché furono erette e perché rimosse.
L’autenticità del brand di fronte al nuovo consumatore
Con i numerosi rilanci e riscritture non sorprende che la narrazione di marca venga via via diluita, un problema che si aggrava con i tempi dei media digitali, e la tendenza a espellere tutte le campagne precedenti dall’archivio della marca (da YouTube, ad esempio). Con l’avvicendarsi dei Chief Marketing Officer, non è raro che le agenzie incontrino clienti senza una vera conoscenza storica dei brand per i quali lavorano, con il risultato che le campagne risultano sempre meno veritiere agli occhi dei (famosi) consumatori.
L’autenticità richiede la comprensione delle origini, del percorso e della direzione che sta seguendo il brand. A meno che i marketer non si sentano a disagio nei nuovi contesti culturali, rischiando di ripetere errori già commessi.
Sbagliare si può, ammetterlo è meglio
Consideriamo i brand con gli stessi standard che utilizziamo con le persone, lasciamo che riconoscano i propri errori e se ne assumano la responsabilità, non che optino per l’insabbiamento. Le marche più di successo hanno già capito che la brand loyalty e l’amore dei consumatori non nasce dalla loro infallibilità ma dalla loro volontà di migliorarsi.
All Human After All by Paul Findlay
Dopo l’Horse Gate, il gruppo di distribuzione Tesco ha prima rilasciato delle scuse pubbliche, poi ha riconquistato i consumatori affrontando il tema della trasparenza nella supply chain e dell’approvvigionamento sostenibile.
Allo stesso modo McDonald’s, dopo i vari scandali che hanno colpito il brand, ad oggi può vantare i più rigorosi standard alimentari del settore.
La crisi dell’olio di palma di Nutella
Ma un esempio da manuale di crisis management arriva dall’italianissima Nutella. Ricorderai sicuramente lo scandalo dell’olio di palma: chi denunciava diritti umani calpestati, chi gridava al cancro, chi accusava i produttori di deforestazione. Alcune accuse assolutamente verificabili, altre frutto della potenza degli j’accuse social. In tutto questo, la crema alle nocciole più famosa al mondo composta in gran parte proprio dall’ingrediente maledetto, sarebbe potuta perire sotto i colpi dei servizi, degli speciali, e dell’indignazione.
Ma non è stato così. Nutella ha risposto con una campagna concentrata sulla qualità del suo olio di palma, risollevando la percezione del brand e dando una lezione di comunicazione (e anche un po’ d’orgoglio).
L’ultimo epic fail di Dove
Solo un paio di giorni fa abbiamo invece assistito allo scivolone social di Dove che, in una campagna studiata per Facebook di un suo bagnoschiuma, ha mostrato solo l’immagine – un frame di un video evidentemente più esteso – in cui una ragazza nera togliendosi la sua maglietta scura si trasforma in una ragazza bianca. Il web si è scatenato e Dove è corsa ai ripari, come? Con un tweet. “Un’immagine da noi postata di recente su Facebook ha fallito il suo obiettivo, non rappresentando nel modo più corretto le donne nere. Siamo profondamente rammaricati per l’offesa che può aver causato”, hanno scritto dall’account ufficiale.
Ma il web è quell’organismo strano, che in un attimo regala notorietà infinita o virtuale crocifissione, in cui tutto nasce, cresce e muore nell’arco di poche ore. È anche vero però che la sua memoria è infinita e non ha titubato un attimo a ricordare altri epic fail del brand Unilever considerati razzisti nella sua comunicazione, come questo.
Sarebbe stato lo stesso se Dove avesse fatto tesoro e ricordato la sua storia, anche nei particolari meno gloriosi?
L’importanza della storia di marca
George Orwell, tramite il suo impiegato al Ministero della Verità Winston Smith, postulava che:
Colui che controlla il presente, controlla il passato. Colui che controlla il passato controlla il futuro.
I brand dovrebbero capire che l’autenticità è la somma di successi e fallimenti, o di azioni suscettibili di interpretazioni errate estrapolate dal contesto. Ma la storia di una marca non deve far paura bensì essere elaborata e presentata in tutte le sue sfaccettature: quelle del passato, del presente e del futuro.
https://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2017/10/Orwell_1984.png319591Roberta LeoneRoberta Leone2017-10-13 09:00:392017-10-13 09:10:05Il revisionismo ai tempi dello storytelling e le scelte dei brand sugli errori del passato
Se stavate pensando che la religione non avrà un posto d’onore nell’evoluzione dell’umanità, siete già fuori strada.
Il progresso tecnologico, infatti, sembra aver bisogno anche di una certa spiritualità, almeno nella visione di Anthony Levandowski, multi-milionario ed ex ingegnere di Google, il quale ha deciso di fondare un nuovo culto basato sull’Intelligenza Artificiale.
La sua associazione religiosa senza scopo di lucro si chiama ”Way of the Future” e si propone di: “Sviluppare e promuovere la realizzazione di una Divinità basata sull’intelligenza artificiale e […] attraverso la comprensione e il culto della divinità, contribuire al miglioramento della Società”.
La Singolarità e l’avvento dell’Intelligenza Artificiale
Sono già in molti nella Silicon Valley in California a credere nella “Singolarità” – ovvero il momento in cui, nel prossimo futuro, le macchine sorpasseranno l’intelligenza degli uomini, realizzando di fatto una nuova era in cui gli esseri umani saranno il “passato”.
Consigliamo, in proposito, l’articolo “Ray Kurzweil di Google e la sua profezia” in cui si parla di come il famoso scienziato abbia già profetizzato questo momento di superamento delle macchine rispetto agli esseri umani.
Dal canto nostro, invece, possiamo solo immaginare dove il nuovo Messia siederà: avrà di sicuro un posto d’onore tra le nuove divinità robotiche.
Chi è Anthony Levandowski
Non tutti però riescono ad afferrare l’ineffabile; per cui, nel frattempo che arrivi il nuovo giorno dove le macchine prenderanno il controllo sul destino degli uomini e creeranno forse una società più giusta, bisogna delineare la storia “terrena” di Anthony Levandowski per farsi un’idea più completa di quanto accaduto.
Ex ingegnere alle dipendenze del colosso di Montain View, è al centro di una battaglia legale di oltre 1 miliardo di dollari tra Waymo – il progetto Google per la realizzazione di autovettore autonome – e Uber. Levandosky avrebbe trafugato informazioni commerciali – file top secret – per favorire la sua startup Otto, società specializzata in veicoli dalla guida automatica, in seguito acquistata da Uber stessa. Questa poi, lo avrebbe licenziato una volta a conoscenza delle accuse di aver fornito informazioni riservate.
Aspettando di capire in maggior dettaglio come il culto dell’IA prenderà forma e la venuta di esseri superiori, per il momento ci accontentiamo di seguire vicende – o forse tentativi di redenzione! – che sembrano umane. Pure fin troppo.
https://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2017/10/religione-intelligenza-artificiale.jpg9931800Gloria EspositoGloria Esposito2017-10-13 08:15:132018-03-08 13:03:18Vogliono fondare una religione basata sull'Intelligenza Artificiale. E ce lo meritiamo!
Aspettative. Tutti ne abbiamo, dal momento in cui ogni mattina ci specchiamo e spremiamo il tubetto del dentifricio (magari quello che ha reso ogni mela verde), dopo la colazione col caffè che più lo mandi giù e più ti tira su. Poi indossiamo la camicia bianca, che più bianco non si può, prima di annodare la cravatta.
Abbiamo aspettative e ci sentiamo sicuri, mentre andiamo al lavoro impugnando il volante di pelle dell’auto stellata o mentre rispondiamo alla prima telefonata della giornata sul telefonino di Cupertino: “Ciao papà!” – la bimba piccola che ci fa sorridere dandoci il buongiorno nel suo primo giorno di scuola, dolce come la pubblicità del gattino arruffato di Barilla.
Abbiamo aspettative, quando ordiniamo il secondo caffè in quel bicchierone di carta (pazienza se sbagliano sempre il nome, è perfino divertente!): le nostre aspettative contano.
Ammettiamolo, amiamo i brand, sono nostri compagni di vita fin da quando eravamo bambini, ma sono ormai lontani i tempi in cui la comunicazione era mono-direzionale: grazie anche allo sviluppo dei social network, pretendiamo di dialogare con Nutella o Ryanair come se fossero i nostri vicini di casa, incontrati per caso sul pianerottolo. E, probabilmente, lo sono davvero.
Il mondo che cambia insieme ai brand: Brandy 2017
Immagina (puoi) di partecipare a un evento in cui parlare alla pari con il CEO di una grande azienda, di come quelle dominano l’immaginario collettivo. Dialogo, è questa la parola chiave nel rapporto con il nostro sapone o retailer preferito, insieme a trasparenza.
Brandy 2017, l’evento rivolto ai CEO e alle figure che lavorano nel marketing, nei settori digitali, nelle risorse umane e sui social, è giunto alla sua terza edizione e propone proprio questo punto di vista: l’umanizzazione del marchio attraverso il confronto di chi lavora nelle aziende e partecipa ai successi (e agli insuccessi) dell’azienda ogni giorno.
Un incontro in grado di creare connessioni emotive con i brand, attraverso una vera interazione con le figure che compongono le aziende, grandi o piccole: le persone. Persone che come te, come noi, hanno delle aspettative che pretendono vengano soddisfatte.
Perché partecipare a Brandy 2017
Brandy non è un evento sul branding: ce ne sono già molti e tanti di grande valore. Brandy offre una visone panoramica, a 360° sui brand, sulle strategie e su tutto ciò che vi ruota attorno. È un opensource di idee e di discussioni con cui entrare in contatto per creare un legame a lungo termine (sì, come con le merendine del Mulino Bianco che adori ancora).
In questo contesto il brand è un soggetto attivo nella società, che ispira, interagisce, anima discussioni e, perché no, a volte sbaglia, proprio perché vivo.
Save the Date: il 18 e 19 ottobre l’appuntamento è agli East End Studios di Milano, per conoscere e approfondire quale sia il ruolo dei brand, cuore pulsante di ogni azienda, oggi investiti da trasformazioni epocali.
Professionisti da una community di oltre 1.000 persone si incontreranno per calibrare le proprie strategie, acquisire nuovi punti di vista, sviluppare e coltivare relazioni di business, in un’atmosfera nella quale nessuno è solo spettatore ma tutti sono invitati ad essere partecipanti e a contribuire con la propria esperienza e le proprie idee.
Come partecipare
Partecipare è semplice, se rappresenti un brand puoi richiedere di iscriverti all’evento gratuitamente. Puoi ottenere un invito o segnalare un possibile contatto interessato compilando la form che trovi sul sito di Brandy 2017. Riceverai un codice omaggio se la tua richiesta sarà accettata, o ti verrà riservata una quota agevolata per iscriverti online all’evento.
Cogli l’occasione per dare voce al tuo brand, crea anche tu conversazioni, partecipa a Brandy 2017!
https://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2017/10/brandy-2017_3.jpg5871168Fabio CasciabancaFabio Casciabanca2017-10-13 08:00:012018-11-02 12:16:21Tutti i boss del Marketing per due giorni a Milano
Scuse pubbliche e almeno un miliardo di dollari di risarcimento è la richiesta di Waymo di Alphabet a Uber per chiudere la controversia sul segreto industriale riguardo allo sviluppo di automobili a guida autonoma di cui Uber si sarebbe appropriata.
Waymo ha anche richiesto un controllo indipendente, in modo che il servizio di trasporto privato non possa utilizzare, in futuro, la tecnologia oggetto del contendere che potrebbe essere il vero spartiacque nell’affermazione di un’azienda leader nel servizio di guida automatica senza conducente. La richiesta è stata, fino a questo momento, respinta da Uber.
Perché un arbitrato
La società che fa capo ad Alphabet (la holding nata da Google) aveva già chiesto un rinvio al giudice per poter esaminare la situazione al meglio e vagliare con attenzione alcune documentazioni non ancora presentate: le motivazioni di questo rallentamento sono probabilmente da attribuire alla volontà di mettere in difficoltà Uber minandone già da ora la leadership nel settore; il giudice che si è occupato del caso ha indirizzato le aziende verso una mediazione, con un magistrato appositamente nominato.
Amy Candido, uno degli avvocati di Waymo, ha rifiutato di commentare la fase di risoluzione ma insiste sul fatto che i motivi per rivalersi su Uber sono abbastanza chiari e ha sottolineato che l’unica intenzione di Waymo è quella di impedire che Uber possa continuare a utilizzare una tecnologia che non gli appartiene.
Tutto inizia con un ex che li molla per fare la sua startup
Waymo aveva citato in giudizio Uber già nel febbraio di quest’anno, sostenendo che si fosse appropriata di alcuni segreti industriali attraverso l’acquisizione di Otto, una nuova startup sul settore creata da Anthony Levandowsky, ex ingegnere proprio di Waymo, che, secondo le accuse, avrebbe scaricato oltre 14.000 file confidenziali proprio prima di abbandonare la nave.
La causa aveva fin da subito creato problemi a Uber, perché il giudice in maggio aveva stabilito un divieto preventivo dell’utilizzo di Lidar, un tipo di sensori che ha un ruolo chiave nello sviluppo dei nuovi sistemi di guida autonoma. A nulla è servito il licenziamento successivo di Levandowsy da parte di Uber, che ha comunque rifiutato di rispondere alle domande degli avvocati di Waymo.
Le dimissioni di Kalanick
Nel frattempo, il co-fondatore di Uber Travis Kalanick si era dimesso in giugno dopo che le accuse di condotta illegale in azienda sono diventate pubbliche. Un giudice del Delaware ha messo in giudizio la causa e lo ha inviato all’arbitrato privato.
Gran parte delle “prove” sono state depositate sotto sigillo, rendendo impossibile agli osservatori esterni valutare indipendentemente la forza degli argomenti di ciascuna parte.
Tutto è da decidere
Chi avrà la meglio, la richiesta di risarcimento per il furto di segreto industriale di Waymo, o Uber che sostiene di aver implementato e aggiunto enorme valore alla tecnologia esistente?
https://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2017/10/waymo.jpg600800Fabio CasciabancaFabio Casciabanca2017-10-12 18:45:192017-10-13 09:14:44Una società del gruppo Google vuole 1 miliardo di risarcimento da Uber
Se un bambino ti dicesse: “Da grande voglio fare l’influencer”, la cosa giusta da fare non sarebbe scappare ma piuttosto incoraggiarlo. Oggi, infatti, la monetizzazione dei contenuti social è diventata una vera e propria forma di guadagno e come tale è stataregolamentata anche su Facebook.
Nick Grudin, VP of Media Partnerships presso Facebook ha annunciato in un suo post blog che, per la prima volta, l’azienda ha introdotto i Monetization eligibility standards:
“Questi standard hanno l’obiettivo di far luce sia su quali tipologie di publisher o creator possano effettivamente guadagnare sia sulle tipologie di contenuto che possono essere monetizzate”.
I modi per monetizzare su Facebook non sono pochi. Ad esempio si possono usare i Native ads sulla mobile app oppure, se si è sufficientemente seguito, è possibile usare l’ultimo arrivato: l’Ad-break, formato che permette di inserire dei piccoli spot, fino a 15 secondi, all’interno delle dirette Facebook live. L’arrivo di questo formato innovativo ricorda molto la cara vecchia televisione: prima o poi qualcuno, seguendo le orme del buon Maurizio Costanzo, interromperà la propria diretta dicendo “E ora, i consigli per gli acquisti”!
Grazie ai nuovi standard, Facebook sarà in grado di proteggere la proprietà intellettuale e l’autenticità dei contenuti per evitare che coloro che compiono attività fraudolente o attività in grado di ledere le user safety policies non possano monetizzare. Ma vediamo nello specifico cosa serve per monetizzare su Facebook:
l’identità dovrà essere verificata,
bisognerà essere presenti sul canale da almeno un mese,
per i formati Ad- break è necessario avere un minimo di 2.000 follower ed un’audience di 300 spettatori in diretta video.
E non è tutto: Facebook infatti si riserva la facoltà di sottrarre il diritto di guadagnare ai creator che pubblicano contenuti non idonei, falsi, o volti alla condivisione di clickbait. Le linee guida, che al momento valgono solo per i video, descrivono chiaramente le tipologie di contenuto da evitare:
contenuti con uso dei bambini in contesti non appropriati alla loro presenza,
contenuti riguardanti tragedie naturali o conflitti, anche se a scopo d’informazione,
contenuti riguardanti dibattiti sociali o diffamatori verso cose o persone,
https://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2017/10/101638-OLVG8F-225.jpg7491200Federico MulasFederico Mulas2017-10-12 17:30:472017-10-15 23:14:16Le nuove linee guida per la monetizzazione su Facebook, spiegate
Nell’epoca della condivisione facile, della perenne connessione ed esposizione delle nostre vite sui social network pensiamo di essere gli unici detentori della nostra privacy e indirizzarla nella direzione delle nostre impostazioni, ma é davvero così?
Siamo abituati ad accettare condizioni sulla privacy che spesso non leggiamo pur di andare avanti nell’acquisto di un prodotto o di poter provare una nuova app che ci hanno consigliato. Il peso dei nostri dati personali, delle nostre preferenze da consumer, dei nostri velocissimi likeha un valore economico, anche se non ce ne rendiamo ancora conto.
Ogni smartphone è un preziosissimo bottino di informazioni ed ogni scelta che facciamo nell’utilizzo delle applicazioni diventa un’automatica pubblicità di network marketing per cui non veniamo retribuiti. E se la situazione si capovolgesse?
“Data Dollar”, pagare con una foto o una conversazione WhatsApp
L’azienda di sicurezza informatica Kaspersky, ad esempio, ha lanciato un’interessantissima sfida cercando di farci aprire gli occhi sulle nostre abitudini: il Data Dollar Store, un pop-up shop ideato e allestito lo scorso settembre, per soli due giorni, all’interno della stazione della metropolitana Old Street di Londra e mettendo in “vendita” merchandising dello street artist Ben Eine.
L’unico metodo di pagamento accettato all’interno dello store i dati personali, ovvero una foto, una conversazione su WhatsApp, un video di famiglia. Il Data Dollar, moneta inesistente e invenzione fittizia dei promotori.
I clienti sono rimasti sbalorditi e qualcuno ha inizialmente storto il naso, ma poi hanno tutti acconsentito.
Il supermercato che denuncia i dipendenti per la perdita di dati
In Inghilterra nel 2014, Andrew Skelton, contabile senior presso la sede centrale della catena di supermercati Morrisons ha pubblicato online ed inviato ad alcuni giornali i dati personali di quasi 10.000 dipendenti (documenti, informazioni circa le assicurazioni sanitarie, gli stipendi e i conti bancari) esponendoli a grossi rischi.
Il motivo? Ha affermato che serbava rancore nei confronti di un suo superiore che l’aveva rimproverato poiché faceva acquisti su Ebay durante l’orario di lavoro (ci scappa un sorriso e si riduce il suo ruolo senior in un lampo…).
Ne è scaturita una battaglia legale poiché i dipendenti hanno chiesto un risarcimento danni ma Morrisons nega ogni responsabilità per l’operato di Skelton che intanto è stato giudicato colpevole e condannato ad otto anni di carcere.
Jonathan Barnes, avvocato di 5.518 dipendenti (ex e attuali) di Morrisons, ha asserito che la società aveva già ricevuto un risarcimento danni di £ 170.000 contro Skelton. Avete letto bene: 170.000 mila sterline è stato il valore dei dati personali non autorizzati alla diffusione. Peccato che di questa cifra neanche una sterlina sia stata data ai dipendenti, reali vittime dell’accaduto che non hanno ricevuto alcun indennizzo per la loro sofferenza: la loro unica “colpa” è essersi fidati della società per cui lavorano fornendo i propri documenti e dati personali come avviene in tutte le aziende.
I dipendenti sostengono che la diffusione dei dati li abbia esposti al rischio di furto di identità e potenziali perdite finanziarie e Morrisons sia responsabile delle violazioni della legge sulla privacy, la fiducia e la protezione dei dati ma per il momento la causa è ancora in corso.
Il braccialetto spione
Ce l’hai anche tu il braccialetto che ti conta i passi, i km, le calorie che bruci, che è comodamente collegato al tuo telefono, che magari ti sa dire anche quante ore dormi e se hai riposato abbastanza? Bene, ma non benissimo.
Ad Edimburgo alcuni ricercatori hanno condotto uno studio sui braccialetti Fitbit e hanno scoperto che potrebbero essere delle facili porte d’accesso verso i nostri dati personali. Pare che la vulnerabilità di accesso dei dispositivi possa rappresentare una minaccia alla privacy e alla sicurezza dei dati registrati.
Durante uno studio approfondito sulla sicurezza i ricercatori sono riusciti a tracciare i messaggi trasmessi tra due utilizzatori di Fitbit e i loro server cloud, sembra incredibile ma è realtà.
Per ora Fitbit afferma che stanno cercando la soluzione per rafforzare la sicurezza dei dispositivi ma guarderai con occhi diversi il tuo braccialetto (o già non lo indossi più?).
Il caso dell’utente Tinder che ha chiesto indietro suoi dati (e le hanno spedito 800 pagine!)
Insomma… Facebook, Instagram, Tinder, Snapchat, Whatsapp: quanto c’è di noi in ognuna di queste applicazioni? Quante emozioni, quanti segreti, quanta vita condivisa? Se potessimo avere un archivio di tutto questo dove lo custodiremmo?
Qualcuno ci ha pensato: nel 2013 un utente di Tinder, con l’aiuto dell’attivista sulla privacy di dati personali Paul-Oliver Dehaye e l’avvocato per i diritti umani Ravi Naik, ha inviato una mail a Tinder chiedendo i suoi dati personali condivisi e le è arrivato molto di più di quanto aspettasse: 800 pagine di vita scaturite da 920 utilizzi dell’applicazione e 870 amici.
La quantità di dati è quasi spaventosa e siamo noi a diffonderli: luoghi che frequentiamo, interessi, gusti musicali, immagini, cosa ci piace mangiare, dove sognamo di andare in vacanza, dove pranziamo a Natale, quanto andiamo in palestra, e l’elenco potrebbe essere ancora molto lungo.
Ogni cittadino europeo è autorizzato a fare questa richiesta in base alla legislazione comunitaria sulla protezione dei dati, ma in pochi lo fanno.
Il sociologo Luke Stark sostiene che stiamo attratti dal divulgare tutte queste informazioni: è un fenomeno emozionale e non possiamo sentire il peso dei dati finchè non li vediamo materialmente in una pila di 800 pagine.
Tinder (così come altri Social) sa molto più di te di quanto tu non ti renda conto. I dati personali sono il carburante dell’economia. I dati dei consumatori vengono negoziati per la pubblicità. La politica di privacy di Tinder indica chiaramente che i tuoi dati possono essere usati per fornire “pubblicità mirata” e potrebbero non essere sempre al sicuro.
Ma cosa potrebbe accadere se questo tesoro di dati fosse violato o reso pubblico o acquistato da un’altra società? Se prima di inviarti quelle 800 pagine qualcuno le avesse spulciate? (ti è mancato il respiro per un attimo, vero?)
Nel mese di maggio 2016 un gruppo di ricercatori danesi ha pubblicato un set di dati (tuttora online) di circa 70.000 utenti della piattaforma di dating OkCupid (di cui Tinder è tra i proprietari) e quando gli è stato chiesto come mai l’avessero fatto, la risposta è stata semplice e chiara: i dati erano già pubblici.
Per un attimo ricordiamo quando si scrivevano le lettere e si spedivano: un foglio e una busta: uniche copie al mondo e il contenuto arrivava solo al destinatario e il destinatario lo conosceva solo il postino, forse era quella l’unica forma reale di privacy.
Siamo davvero consapevoli del valore effettivo dei dati personali? In quale direzione stiamo andando? Lo scopriremo solo vivendo.
https://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2017/10/simpson-homer-tanti.jpg9021200Claudia LiccardoClaudia Liccardo2017-10-12 16:15:052017-10-15 23:14:06Dal Data Dollar al braccialetto spione e persino Tinder. Neanche immagini quanti dati produci (e quanto valgono)
Quando Bloomberg.com lo scorso 5 ottobre ha rilasciato la notizia sul risarcimento che State Street deve a 300 donne e 15 impiegati neri per gender and racial pay gap, il mondo ne è rimasto alquanto sconvolto. State Street, tra le più importanti società americane di servizi finanziari, è stata promotrice della pluripremiata campagna “The Fearless girl” lo scorso marzo ai Cannes Lions, proprio per sostenere il ruolo delle donne in posizione di leadership.
Analizziamo in dettaglio l’accusa verso State Street, la sua reazione e le conseguenze sulla Fearless girl.
Da una verifica del Dipartimento del Lavoro degli Stati Uniti (OFCCP), risulta che tra dicembre 2010 e marzo 2017 (stesso mese del debutto di Fearless Girl), 300 dipendenti donne di State Street hanno subito disparità salariali in ruoli senior, come VP (vice president), SVP (senior vice president) e MD (managing director), rispetto alla controparte maschile.
Lo stesso trattamento è stato riservato a 15 dipendenti neri a livello VP. Il Dipartimento del Lavoro ha comunicato quindi a State Street “la necessità di azioni correttive” con un risarcimento di 5 milioni di dollari ai dipendenti coinvolti e una verifica annuale sulle loro retribuzioni per i prossimi 3 anni.
State Street ufficialmente nega, accordando però il risarcimento di 5 milioni di dollari, di cui 4,5 milioni di arretrati e 500.000 di interessi. Così risponde il portavoce della società: «State Street si impegna costantemente nella parità di trattamento per assicurare che i nostri processi aziendali non siano discriminatori. Anche se non siamo d’accordo con le analisi e le conclusioni di OFCCP, abbiamo collaborato pienamente in modo da risolvere questa controversia e andare avanti».
La società finanziaria quindi nega, ma allo stesso tempo decide di cooperare e risarcire i dipendenti coinvolti, lasciandosi alla spalle questa “piccola” defalliance.
Quindi quella statua non serve più?
Fearless Girl, la famosa statua della bambina che affronta con sguardo di sfida e pugni sui fianchi il Charging Bull di Wall Street di certo è stata soggetta a critiche dopo le accuse a State Street. Fearless girl, lo ricordiamo, è stata creata dall’agenzia McCann New York e finanziata dalla società affiliata State Street Global Advisors, proprio per celebrare la leadership delle donne e incoraggiare le aziende ad includerle in ruoli importanti e strategici. La statua è diventata velocemente il simbolo dell’uguaglianza di genere e ispirazione per battaglie di gender gap.
Fearless Girl Statue by Kristen Visbal New York City Wall Street / Anthony Quintano Flickr
Il Direttore Marketing Stephen Tisdalle è stato schietto nel riconoscere che Fearless Girl, o ogni sforzo di marketing che celebra l’impegno per la lotta alla diversità di genere, può essere vulnerabile a giudizi da parte di chi reputa il finanziatore della campagna non in linea con il messaggio, ma allo stesso tempo deve essere un’ispirazione per il cambiamento della società stessa che lo ha creato.
State Street infatti ad oggi è composta da un esecutivo di 82% uomini, la maggior parte bianchi, e continua ad assumere più uomini che donne nonostante le sue dichiarazioni e campagne sostengano la disparità di genere.
Ricordiamo che solo lo scorso gennaio Donald Trump ha bloccato i finanziamenti del governo federale alle organizzazioni non governative internazionali che praticano l’aborto. Fearless Girl sarà quindi un’altra battaglia di faux feminism o il risarcimento di State Street porterà davvero i suoi frutti?
https://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2017/10/32964701273_3f20163642_c.jpg574800Silvia Di GennaroSilvia Di Gennaro2017-10-12 12:20:062017-10-13 09:16:19Al colmo, 5 milioni di multa ai paladini del gender gap. Le autorità: "pagano le donne meno degli uomini"
Diffidate da chi etichetta Instagram come uno strumento per la mera condivisione di fotografie, perché le sue risorse sono molto più variegate di quanto si pensi. Ad esempio, quanti di voi che possiedono o scrivono per un blog utilizzano Instagram per promuovere il sito e generare engagement? Non ci avevate mai pensato, vero?
In pochi sottovalutano il potere di Instagram, considerati gli incredibili numeri che riesce a fare. Parliamo di cifre da capogiro: 700 milioni di utenti attivi al mese e più di 250 mila al giorno solo per le Stories. Sono quantità ingenti di traffico che non possono essere ignorate, nemmeno dal vostro blog, soprattutto se volete farlo crescere in popolarità.
Questo articolo non sarà di certo la panacea per la vostra carenza di engagement (siamo Ninja, ma pur sempre umani!) ma saprà di certo suggerirvi degli interessanti spunti per generare interazioni con i vostri nuovi e vecchi follower.
Citazioni
Iniziamo da un trend già molto popolare su Instagram: le quotes o citazioni. È scientificamente provato che il nostro encefalo (ammessa la funzionalità di ogni senso) abbia l’innata capacità di elaborare le informazioni visive molto più rapidamente di quelle auditive. Basterebbero infatti 13 millisecondi al nostro sistema visivo per processare un’immagine, in poche parole una citazione scritta e visualizzata avrà il 65% in più di probabilità di essere memorizzata rispetto a una ascoltata.
Una volta partiti dall’immagine e avendo scelto il giusto mood grafico la citazione farà il resto. Scegliete una quote inerente al vostro ultimo post e abbinatela a un contenuto graficamente accattivante: la combo sarà sorprendentemente efficace. Per completare il post non dimenticate di inserire nei commenti alla foto la versione estesa della citazione o un piccolo paragrafo di spiegazione. Lo spazio per dilungarsi (2200 caratteri) c’è ma non siate prolissi specialmente se alla fine del commento avete inserito un link al vostro post blog.
Un post condiviso da Ninja Marketing&Ninja Academy (@ninjamarketing) in data:
Infografiche
Sempre perché su Instagram “Image is power”, non sottovalutate il potere delle infografiche. Sono pratiche, visivamente efficaci e soprattutto, come dice la parola stessa, informative. Come già ribadito per le citazioni, gli user tendono a prestare maggiore attenzione alle immagini se portano con sé delle informazioni e quindi contenuti utili.
Un post condiviso da Tech Insider (@tech_insider) in data: 26 Set 2017 alle ore 09:02 PDT
Consiglio: non create infografiche troppo complicate o con troppe informazioni ammassate insieme. Meglio dare una serie di pillole che stuzzichino la curiosità dell’utente il quale con maggiore probabilità creerà engagement col vostro post: sorprendeteli e spianategli la strada verso il contenuto target all’interno del blog.
Video
Ultimo tip ma assolutamente non meno rilevante: create video. È l’abc dell’engagement su Instagram a pretenderlo. Postare filmati farà sì che la vostra wall non rimanga noiosamente statica e soprattutto permetterà all’utente di soffermarsi un po’ di più sui vostri contenuti.
Nonostante sia nato come piattaforma per condividere fotografie istantanee, Instagram limita molto la mera e nuda immagine in favore di contenuti dinamici: ciò non accade perché la foto in sé sia poco interessante ma piuttosto perché visto l’oceano di immagini statiche che facciamo scorrere sui nostri feed ogni giorno, un post visivamente più audace cattura maggiormente la nostra attenzione.
Non dimenticate gli hashtag, fonte primordiale di impressions e se avete un account Instagram verificato non mancate di usare la opzione swipe nelle Stories, ossia il link che collega direttamente il video al post sul blog. Grazie allo swipe nelle Stories i click al post di destinazione possono aumentare di circa 15/25 punti percentuale.
Un post condiviso da Cucina Fanpageit (@cucinafanpageit) in data: 6 Apr 2017 alle ore 05:12 PDT
Che ne pensate dei nostri consigli? Per caso già li avete sperimentati e magari ne avete altri da suggerire e condividere? Fatelo sulla nostra fanpage di Facebook, su Twitter o sul gruppo Linkedin, la nostra community non aspetta altro che la vostra partecipazione!
https://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2017/09/instagram_blog5.png7001000Chiara MoriniChiara Morini2017-10-12 11:00:362017-10-15 23:11:54Come far crescere l'engagement di un blog sfruttando Instagram
Blogger, influencer, imprenditrice, testimonial, ambassador e designer: questi sono i mille volti di Chiara Ferragni, giovane cremonese eletta da Forbes come l’influencer numero uno nel settore della moda che continua a costruire il suo impero all’interno del fashion system. Oggetto di studio alla Harvard Business School, l’università più famosa al mondo per quanto riguarda il business, e che ha capitalizzato finora un patrimonio di oltre 9 milioni di dollari.
In principio fu un blog
La sua avventura inizia nel 2009, quando giovane studentessa iscritta alla facoltà di Giurisprudenza, decide di aprire, con il suo ormai ex fidanzato Riccardo Pozzoli, il blog personale “The Blond Salad”. Dapprima nato come luogo in cui raccontarsi, mostrare i propri outfit e gli scatti quotidiani, man mano il blog si è evoluto, fino ad arrivare ad essere prima un magazine di moda e viaggi e poi una piattaforma digitale, che offre un’esperienza di lifestyle a 360 gradi.
Dal 2010 il blog viene notato dai grandi marchi ed iniziano le collaborazione con i grandi nomi della moda, tra cui Guess, Gucci, Christian Lacroix, Kenzo e molti altri.
Da influencer a guru, il fenomeno Chiara Ferragni
La Ferragni inizia così la sua avventura nel campo della moda, ospite fisso, sempre in prima fila nelle sfilate più importanti, seguita ed amata, e spesso anche criticata, sulle varie piattaforme social. Ad oggi conta oltre 10 milioni di followers su Instagram, tutti interessati ai suoi viaggi, alla moda, ai suoi abiti e persino ai momenti di intimità con il suo fidanzato, il rapper Fedez.
Chiara Ferragni, tuttavia, non ha mai nascosto che il suo sogno è sempre stato quello di poter avere un lavoro che le permettesse di fare ciò che ama ed avere una vita eccitante, spostandosi continuamente senza perdere l’occasione di concedersi di tanto in tanto una passeggiata in riva al mare.
Ultima tappa di questa bella storia, grazie anche alle collaborazioni con i grandi marchi, riesce a creare una linea sua: un brand, un logo, l’eccentrico occhio azzurro, che la identifichi e che possa essere un mood anche per le giovani donne, che amino, come lei, mixare stili diversi, capi più economici con dettagli lussuosi, trasformando un outfit da cheap a chic.
L’industria Ferragni in numeri
Partendo da una linea di scarpe fino ad arrivare, adesso, ad oltre 350 punti vendita, Chiara Ferragni vuole puntare specialmente al mercato asiatico, in cui è programmata l’apertura di 20 negozi in Cina oltre al primo store aperto a Milano e preso d’assalto in poche ore.
Lei stessa, in occasione di una delle ultime sfilate, ha dichiarato che gli influencers sono i nuovi media, prima tutto ciò che riguardava la moda era scritto sulle riviste, ora sono loro a raccontare le tendenze, tramite scatti postati su Instagram.
https://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2017/10/o.411401.jpg6751200Mariagrazia RepolaMariagrazia Repola2017-10-12 10:15:492017-10-15 23:14:06Gli influencer sono i nuovi media. Per esempio, la Ferragni (9 milioni di patrimonio partendo da un blog)
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