Acquisire nuovi clienti è importantissimo, ma c’è una cosa ancora più importante: fidelizzarli e aumentare la Customer Retention.
Nel corso degli anni diverse ricerche hanno dimostrato il ruolo fondamentale della customer loyalty:
• Secondo la Harvard Business Review, acquisire nuovi clienti costa fino a 25 volte in più rispetto a mantenere i clienti attuali;
• Secondo Bain and Co, aumentare la customer retention del 5% fa aumentare i profitti dal 25% al 95%;
• Alcuni studi suggeriscono infine non solo che clienti esistenti effettueranno più facilmente un acquisto, ma è più probabile che il loro scontrino medio sia più alto del 33% rispetto ad un nuovo cliente.
I clienti già acquisiti richiedono quindi minore sforzo e offrono maggiori ritorni, appare quindi evidente come per i brand nutrire un proficuo rapporto con i clienti esistenti sia addirittura più importante rispetto al piacere della conquista del nuovo.
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Un valido supporto per costruire una relazione di lunga durata con i clienti viene dal content marketing.
La formula magica per fidelizzare col Content Marketing
Tre sono le modalità fondamentali per fidelizzare i clienti:
Dare loro valide ragioni per tornare frequentemente in contatto con il brand e i suoi canali di comunicazione (siano essi sito, social media, email, blog o altro).
Rendere il brand utile, andando oltre il mero prodotto in vendita. Non si tratta infatti di convincere il cliente ad acquistare, bensì di fornirgli contenuti di genuino interesse, che possano risolvere pain-point o essere in linea con le sue necessità e il suo lifestyle.
Instaurare un dialogo con i clienti, che ne riconosca il ruolo fondamentale e fornisca continuamente insights utili a interpretarne gusti e bisogni, mantenendo l’offerta di brand (e di contenuti) sempre fresca e interessante.
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Il bigino per non dimenticare
Il segreto sta nell’applicare questi principi in modo coerente e continuo. Per ogni contenuto è necessario domandarsi:
Questo contenuto è in grado di risolvere un problema rilevante per i miei clienti? Questo contenuto insegna ad evitare un problema in futuro? Questo contenuto è coinvolgente, o almeno divertente?
Se le risposte a queste domande sono affermative allora è un contenuto che vale la pena condividere.
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Alcune idee pratiche per aumentare la Customer Retention
Ecco alcune idee pratiche comunemente utilizzate dai brand:
Condividere un articolo utile o rilevante dal tuo blog.
Porre domande per stimolare la conversazione.
Condividere contenuti anche solo per puro intrattenimento. Fotografie e video funzionano bene, come pure videogiochi e realtà virtuale.
Offrire una community per i clienti, in cui essi possano confrontarsi e scambiarsi idee (e perché no, offrire insights e spunti utili per il marketing).
Trovare modi creativi per premiare i tuoi clienti/utenti
Tenendo presente la crescita del profitto in proporzione all’aumento della Customer Retention, la fidelizzazione clienti attraverso il Content Marketing diventa una sfida alla quale nessuna azienda può sottrarsi.
https://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2017/01/Content-Marketing-come-fidelizzare-chi-ti-legge-e-aumentare-la-Customer-Retention-2-min.jpg11251688Carol FrerCarol Frer2017-01-12 10:30:112017-01-12 11:07:31Content Marketing: come fidelizzare chi ti legge e aumentare la Customer Retention
Del successo di Instagram Stories ne abbiamo già parlato, ma la novità che vi presentiamo oggi è davvero un passo che potrebbe cambiare le strategie di molte aziende. Dopo aver raggiunto 150 milioni di utenti al giorno in cinque mesi su Instagram Stories, il social delle immagini ha deciso di rilasciare nelle prossime settimane due strumenti molto utili per le sue stories.
Stiamo parlando degli Insight, e quindi della possibilità di accedere per i profili business a importanti dati quali reach, impression e reply e di un nuovo formato adv che aiuterà senza dubbio le aziende a raggiungere i propri obiettivi di business con contenuti creativi e ispirazionali. Avvalendosi di strumenti di targeting e misurazione, infatti, il nuovo formato permetterà alle aziende di pubblicare a tutto schermo delle inserzioni rilevanti per le persone che guardano le storie.
La versione beta di questi strumenti ha coinvolto un numero selezionato di aziende in tutto il mondo. Tra queste, l’italiana Yoox che tramite Miguel Ares, EVP Marketing, ha dichiarato:
“YOOX ha da sempre investito in tecnologia, cercando di essere protagonista di quello che accade in ambito digitale. Abbiamo deciso di prendere parte al beta test perché siamo interessati a capire le potenzialità di questo programma per implementarlo e migliorare la nostra user experience. Gli utenti vedono in YOOX più di un semplice store di moda online e il formato proposto da Instagram ci permetterà di raccontarci molto di più di quanto non possa fare una tradizionale campagna di performance”, afferma Miguel Ares, EVP Marketing YOOX. “Grazie a Instagram Stories, potremmo creare uno story-telling più coinvolgente, offrendo una nuova e più accattivante mobile experience – le opportunità sono infinite, tanto quanto la creatività! Le visualizzazioni e il conseguente aumento di brand awareness sono tra i primi risultati che speriamo di ottenere. Ulteriori, importanti spunti ci verranno dati dai clienti YOOX, un aspetto che per noi ha un grande valore.”
E se ancora non avete implementato Stories nelle vostre strategie social, ecco qualche informazione che vi farà correre a cambiare piano editoriale:
– 1/3 delle Storie più viste proviene da un’azienda – Il 70% degli instagrammer segue almeno un business – Circa il 70% delle Storie in formato video vengono visualizzate con l’audio – 1 storia su 5 riceve un messaggio tramite Instagram Direct – Il 25% dei video su Stories sono realizzati con Boomerang
Non male come strumento per connettersi con la propria community, non credete? Non vediamo l’ora di scoprire come le aziende riusciranno a sfruttare al massimo questi nuovi tool di una delle piattaforme più in voga del momento!
https://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2017/01/stories-novità.png336600Elisa MarinoElisa Marino2017-01-11 16:19:552017-01-12 15:58:16Instagram Stories si aggiorna: arrivano adv e insight
Le notizie che riguardano McDonald’s si susseguono sempre veloci, tra scelte di marketing e importanti cessioni, come quella dell’80% della rete di fast food in Cina.
Nel frattempo è in uscita nelle sale anche The Founder, il film che racconta la storia della fondazione di McDonald’s.
Ray Kroc, uomo d’affari dell’Illinois, incontra negli anni ’50 Richard e Mauric McDonald, proprietari di un piccolo e innovativo ristorante in California, ne diviene proprietario e lo trasforma nella famosa catena di fast-food che oggi tutti conoscono, in tutto il mondo.
Per arrivare preparati alla visione del film con Michael Keaton, diretto da John Lee Hancock, abbiamo preparato un elenco delle principali tappe del business e del marketing del brand di fast-food, che devi assolutamente conoscere.
1. Com’è nato il numero uno dei fast food?
Prima di incontrare i fratelli McDonald nel loro ristorante di San Bernardino in California, Kroc vendeva bicchieri di carta e frullatori Multimixer per frappè. La storia di McDonald’s ebbe inizio nel 1954, quando, dopo un ordine di otto Multimixer, Ray Kroc decise di andare a visitare il ristorante dei due fratelli.
Kroc rimase colpito dalla loro attività e dalla velocità con cui servivano il loro menù: hamburger più bibita ad un prezzo imbattibile, che permetteva un volume di vendita incredibile, puntando su un sistema semplice ed efficace per la preparazione di ogni pasto.
Il ristorante offriva il miglior hamburger della regione a 15 centesimi, senza mancia e senza attesa.
Kroc, fondatore della McDonald’s Corporation, fu il primo a intravedere il grande business nascosto dietro questo modello organizzativo e riuscì a creare, nel giro di pochi anni, la sua catena di fast food, che ben presto gli fu affidata in licenza esclusiva da parte dei fratelli McDonald’s, arrivando ad aprire ristoranti in tutto il Paese.
Fu nel 1961 che Kroc acquistò, oltre al nome, anche tutti i marchi di fabbrica, i diritti d’autore e le formule, per 2,7 milioni di dollari.
Ray Kroc lasciò la conduzione delle attività quotidiane della McDonald’s nel 1975, e morì nel 1984, a 81 anni.
La sua visione però è sopravvissuta, lasciando un’impronta davvero significativa nell’azienda ancora oggi.
2. Il logo
Chiunque pensi a McDonald’s non può fare a meno di ricordare, insieme al tipico odore di hamburger e patatine, anche lo storico logo, simbolo dell’azienda: una “m” stilizzata, o meglio due archi gialli, in origine su fondo rosso.
Sì, perché, quando nel 1952 i fratelli McDonald decisero di aprire una seconda sede in California, trovarono una certa resistenza nei primi tre architetti consultati a progettare un ristorante a marchio McDonald esattamente come lo immaginavano: una struttura con più archi laterali ben visibile dalla strada, per rendersi riconoscibili e invogliare le persone di passaggio a fermarsi.
Fu l’architetto Stanley Clark Meston a proporre una struttura simile a quella ideata dai due fratelli, ma con soli due archi, uno per lato, ed un tetto inclinato.
I primi ristoranti McDonald avevano tutti la stessa struttura con due arcate laterali e così, nel 1960, quando Ray Kroc comprò la McDonald, il direttore creativo Jim Schindler si ispirò proprio agli edifici per creare il nuovo logo McDonald’s.
3. Il colore
Oltre ad essere un altro dei segni distintivi di McDonald’s, anche il caratteristico giallo del gigante dei fast food ha subito alcune variazioni nel tempo. Dallo sfondo rosso, tipicamente legato all’industria del food, si è passati col tempo ad alcune variazioni sul tema.
Il più grande restyling dell’immagine di McDonald’s è iniziato nel 2010, in Germania, quando la catena americana ha deciso di provare a dare una svolta green al proprio brand. La sostituzione del colore rosso con il verde non è stato solo un elemento estetico.
Al contrario, tutto è partito dalla cattiva reputazione dell’azienda in Europa, anche in seguito ad alcuni scandali e inchieste giornalistiche sulla qualità dei cibi serviti nei ristoranti, che nel vecchio continente, patria del buon cibo, hanno avuto una presa decisamente maggiore che negli Stati Uniti, dove invece il McMenu è una sorta di piatto nazionale.
4. Le più grandi crisi di McDonald’s
Grande risonanza ebbe in tutto il mondo il processo inglese McLibel: McDonald’s denunciava Greenpeace per diffamazione a causa di un opuscolo pubblicato nel 1986.
Il report del movimento ambientalista Cosa c’è di sbagliato in McDonald’s? era stato tradotto in più di 20 lingue, diventando un vero e proprio bestseller, nel quale venivano criticati gli sprechi di risorse utilizzate per nutrire il bestiame, l’utilizzo di veleni da parte dell’azienda nella foresta pluviale, il trattamento degli animali e la qualità del cibo, le condizioni di lavoro.
Molti gruppi e associazioni di protesta sono sorti nel corso degli anni, organizzando boicottaggi e danneggiamenti dei vari franchising in tutto il mondo.
Nel 2004, inoltre, alle polemiche si aggiunse un documentario molto discusso,Super Size Me, candidato all’Oscar nel 2005. La storia narrata era quella di un uomo che si nutriva per un mese esclusivamente da McDonald’s.
Il titolo del film si ispirava a uno dei panini più famosi, che venne ritirato dall’offerta dell’azienda dopo l’uscita del film.
Nel 2015, per dimostrare la sensibilità di McDonald’s ai temi dell’ambiente e della salute, il CEO Steve Easterbrook ha annunciato: “nel giro dei prossimi due anni smetteremo di usare i polli trattati con gli antibiotici, e dalla fine del 2015 non utilizzeremp più latte proveniente da mucche che hanno ricevuto l’ormone artificiale della crescita”.
5. Il panino più famoso, il Big Mac
Classico pane bianco con semi di sesamo, cipolla tritata disidratata, insalata iceberg tritata, formaggio Cheddar fuso e salsa Big Mac.
Sono questi gli ingredienti che hanno reso tanto celebre il più venduto dei panini della catena di fast food (550 milioni l’anno), nato nel 1968 in Pennsylvania, da un’idea di Jim Delligatti, titolare di uno dei franchising McDonald’s.
Inizialmente il suo nome variò spesso e venne chiamato “Aristocrat” e “Blue Ribbon Burger”, prima di essere ribattezzato con il nome con cui tutti lo conosciamo.
Morto lo scorso anno, Delligatti amava raccontare così la nascita del Big Mac: “I miei clienti volevano panini più grandi”.
6. I concorrenti storici
Tra i concorrenti più noti di McDonald’s non si può non citare Burger King, nato dalla stessa intuizione di Kroc, dopo che il fondatore James McLamor, aveva visitato proprio il ristorante dei fratelli McDonald a San Bernardino. Ancora oggi Burger King cerca di sfidare McDonald’s con le sue campagne pubblicitarie, alle quali però McDonald’s preferisce non rispondere, seguendo una linea di comunicazione molto rigida.
Tra gli altri concorrenti, che hanno in una certa misura segnato la crescita di McDonald’s, ricordiamo Burger Chef, poi confluito nella catena Hardee’s e Wendy’s International, a cui si sono col tempo affiancate altre aziende come Subway e KFC.
7. Ronald McDonald’s e l’Happy Meal
La prima mascotte dei fratelli McDonald si chiamava Speedee: era un personaggio con cappello da chef e faccia da hamburger, che richiamava uno dei punti forti del ristorante, la velocità.
Dopo che Ray Kroc comprò la catena, nel 1963 Speedee fu sostituito dall’ormai leggendario Ronald. Il vecchio omino Speedee, infatti, aveva un concorrente omonimo: lo Speedy di Alka-Seltzer.
Nel 1962, al fine di fidelizzare famiglie e bambini, un McDonald’s di Washington sponsorizzò uno spettacolo per bambini, il Bozo’s Circus, con protagonista Bozo il clown, interpretato a Los Angeles da Willard Scott.
Quando lo spettacolo fu annullato Scott fu assunto per rappresentare la nuova mascotte Ronald nei primi tre spot televisivi che includevano il personaggio, che venne poi diffuso anche nel resto degli Stati Uniti grazie ad una campagna pubblicitaria. Ad accompagnare Ronald c’era un’intera truppa di personaggi usciti da “McDonaldland”.
Così il clown Ronald, consigliato dall’agenzia di pubblicità che curava l’immagine di McDonald’s, prese il posto della prima mascotte. Inizialmente il nome avrebbe dovuto essere Archie, per ricordare le famose arcate del logo, ma esisteva già un Arch McDonald ed era un senatore americano. Per questo motivo si preferì modificarne il nome.
Collegato alla formula dell’Happy Meal che offre dei gadget insieme a un menù di taglia baby, il pagliaccio Ronald è riuscito ad attirare e a fidelizzare numerose generazioni di bambini, divenuti poi da adulti dei consumatori abituali nei ristoranti McDonald’s.
Oggi Ronald McDonald è anche una fondazione che supporta iniziative in favore della salute dei bambini.
L’Happy Meal, invece, non è stato una innovazione di McDonald’s, ma una scelta di marketing introdotta per imitazione della catena Burger Chef nel 1973. La promozione era chiamata Treat of the Week e prevedeva un giocattolo diverso ogni settimana, in genere in plastica, come una palla, un frisbee o una macchinina. Grazie ai suoi accordi commerciali McDonald’s ha reso l’esperienza del menù per bambini unica, inserendo spesso personaggi e pupazzi dai film in uscita al cinema.
8. Il panino vegano e le novità tecnologiche
Non si può proprio dire che McDonald’s non sia un brand in continuo ascolto dei suoi clienti. Così, sempre per far fronte a critiche e nuovi mercati, l’azienda ha ulteriormente rinnovato i suoi menù, introducendo alla fine del 2015 anche il McVeggie, un panino dedicato ai clienti vegetariani, per permettere a tutti di assaporare un panino McDonald’s.
Dopo aver introdotto insalate, frutta e yogurt nei menù per i più piccoli, l’azienda cerca in tutti i modi di lavar via le continue polemiche sulla qualità dei propri prodotti e lo fa anche introducendo ingredienti locali nei propri panini.
In Italia ad esempio sono stati proposti menù limited edition come quello comprendente il panino Gran Chianina, da carne selezionata italiana, mentre in India oggi McDonald’s si accinge a introdurre un Masala Dosa Burger, rivisitazione di uno dei più tipici piatti locali.
Oggi l’azienda sta cercando di introdurre anche alcuni elementi di innovazione tecnologica nei propri ristorante e sta introducendo gradualmente negli Stati Uniti la possibilità di ordinare e pagare via mobile e di usufruire di un servizio al tavolo.
https://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2017/01/8-cose-da-saper-su-mcdonalds-prima-di-guardare-the-founder.jpg358720Daria D'AcquistoDaria D'Acquisto2017-01-11 16:00:132017-01-12 16:42:388 cose da sapere su McDonald's prima di guardare The Founder
Programmatori, SEO e Social Media Manager sono alcune tra le figure professionali più ricercate oggi, con trend sempre più elevati di crescita.
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Nuovi lavori, nuovi campi di intervento, ambiziose sfide.
Tutto perfetto, solo un piccolo problema: visto che si tratta di professioni relativamente recenti, come si distingue un Content Marketing Specialist da un aspirante tale?
Difficile riuscirci con le solite domande: – Cosa ti aspetti da questo lavoro? – oppure “Come ti vedi tra cinque anni?“.
Le nuove competenze del Content Marketing Specialist
Se pensiamo a quanto è cambiato il mondo proprio negli ultimi cinque anni, l’idea di individuare un Content Marketing Specialist con le stesse modalità di selezione di un candidato del 2010 appare insufficiente.
Aggiungiamo l’ego ipertrofico alimentato dai Social Network: le candidature presentano spesso lettere d’accompagnamento smaglianti e riassunti professionali (il curriculum, in italiano) in piena forma.
Il problema è che guardiamo a noi stessi sempre con un pizzico di simpatia in più e tendiamo ad esagerare su competenze e formazione.
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Content Manager rockstar o Wannabe?
Neppure il curriculum è una esclusiva fonte di informazioni sul candidato, entrano in gioco molti più fattori.
Come fare, quindi, per valorizzare una rockstar del Content Marketing e respingere al volo eventuali aspiranti non troppo qualificati?
Ecco 10 domande per riuscirci senza troppe difficoltà.
#1 Come crei i tuoi contenuti?
Se il candidato fa sessioni settimanali e programmate di brainstorming, meglio passare oltre: le rockstar del Content Marketing non si sentono a loro agio tra scrivanie e lavagne.
Le grandi idee possono arrivare in qualunque momento: un Content Marketing Specialist promettente lo sa e non si trova mai sprovvisto di un modo per annotare gli spunti geniali, lampi di luce che irrompono mentre consuma un pasto biologico o legge un libro sul vagone della Metro, che siano carta e penna o Evernote.
#2 Come distingui una pessima idea da una buona idea?
La capacità di prendere decisioni in modo adeguato è un requisito personale essenziale, anche fuori dal contesto del Content Marketing.
Fidarsi del proprio istinto evidenzia buona stima di sé, ma quando ci si affida all’intuito tout court, il disastro è dietro l’angolo.
Considerare fatti e logica come strumenti da affiancare a un affidabile fiuto, è essenziale.
Quale può essere una buona risposta a questa domanda? Di certo non “Me lo sento nelle ossa!”.
Sarà più utile elencare gli elementi comuni a ogni buon progetto. Il successo di un contenuto può dipendere, ad esempio, da:
Semplicità – Il messaggio è facile da capire.
Sorpresa – Stupisce e provoca reazioni inaspettate.
Emozione – Suscita sentimenti in chi entra a contatto col prodotto.
Capacità di spingere all’azione – In genere, la condivisione sui Social Network.
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#3 Come promuovi i tuoi contenuti?
Il candidato ideale sa perfettamente che una buona idea e un buon contenuto, da soli non bastano.
La palla è al centro dell’area di rigore, ma serve un bomber che sia in grado di infilare il portiere e far gonfiare la rete.
In quale rapporto devono essere ripartiti risorse e budget, nel processo di creazione e promozione?
Non esiste una risposta giusta in assoluto ma è possibile stimare un investimento del 20% sulla fase creativa di produzione del contenuto e dell’80% sulla promozione dello stesso.
Il candidato ideale saprebbe illustrare con chiarezza le diverse strategie, specificando, argomentando e contestualizzando il perché e in quale modo l’una sia preferibile alle altre.
Una buona risposta è quindi quella di procedere preliminarmente all’allocazione efficace del budget per la promozione.
#4 Quale lavoro ti ha reso fiero? E perché?
Domanda ovvia ma piuttosto delicata.
Serve proprio a valutare quanto il candidato sappia misurare e misurarsi: se proporrà un contenuto pietoso, dichiarandosi fiero di averlo realizzato, il quadro complessivo sarà abbastanza chiaro; se la scala del valore non è allineata, tra team e Content Marketing Specialist non potrà scattare la scintilla: non è l’uomo giusto.
Una rockstar dei contenuti parlerebbe del post con cui ha toccato 10.000 visite in un giorno, convertendo i circa 40 contatti in 3 acquisti.
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#5 Quale lavoro ti ha deluso?
Tutti abbiamo prodotto dei contenuti di cui non andiamo particolarmente fieri.
Se il candidato risponde: “Nessuno“, stai pur certo che si tratta di un aspirante e non di una rockstar dei contenuti.
Questa domanda rivela molto su chi risponde: saprà attribuire le dovute responsabilità per l’insuccesso di una idea anche accollandosi le conseguenze delle scelte sbagliate? Ha imparato dagli errori? Li ha corretti o ha abbandonato il progetto?
#6 Quanto ne sai di SEO?
Un Content Marketing Specialist che si rispetti non può sottovalutare l’importanza strategica degli interventi SEO (Search Engine Optimization).
Concetti quali keyword e long-tail, rischi di penalizzazioni per azioni di Black-SEO e derivanti da contenuti duplicati, devono essere ben chiari a chi si occupa della strategia e della produzione: la visibilità che il prodotto può raggiungere con un corretto posizionamento nei risultati della SERP è assolutamente rilevante e necessaria.
#7 Come misuri il successo dei tuoi contenuti?
“Dai Like su Facebook e dai Follower su Twitter!” – La ringrazio, le faremo sapere e avanti il prossimo.
Non esiste un solo parametro per valutare il successo dei tanti contenuti, diversi e complessi, che un Content Creator produce nella normale attività di lavoro.
Un post perfettamente indicizzato lato SEO, ad esempio, mira a raggiungere una stabilità nella lista dei risultati dei motori di ricerca e ha una vita online molto diversa da una infografica, per la quale adotteremmo metriche di misurazione completamente diverse.
#8 Come ti comporti davanti a un clamoroso insuccesso?
Tutti sbagliano, su questo proprio non si discute. Si può discutere di quale sia l’atteggiamento giusto da adottare a fronte di una crisi.
Se il candidato rimane sulla difensiva spiegando che l’idea era una bomba, ma il pubblico non l’ha capita, non è un buon segno.
Un candidato preparato si fermerebbe a osservare, punto per punto, quali sono gli elementi che hanno generato il fallimento.
Imparare dagli errori si conferma ancora la migliore istruzione possibile e gestire bene il fallimento mette in luce la capacità di tenere sotto controllo gli eventi.
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#9 Quali testi ti hanno condizionato di più nel tuo approccio al Marketing?
Per questa domanda non c’è una risposta giusta né una sbagliata.
Non sta certo al selezionatore decidere chi si dovrebbe considerare influente, ma anche in questo caso le risposte forniranno molti dettagli visibili all’occhio di un esperto.
#10 Quali blog di settore segui?
Come per i libri, non è importante la risposta in sé, ma che si disponga di argomentazioni valide.
Ciò che contribuisce a sviluppare il pensiero creativo passa attraverso l’enorme quantità di informazioni che assimiliamo ogni giorno.
Vivere l’ecosistema del Content Marketing con passione, frequentare le community, consolidare partnership online e offline sono ottimi indicatori di un Content Marketer a cinque stelle.
https://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2017/01/content.jpg524872Fabio CasciabancaFabio Casciabanca2017-01-11 15:00:532017-01-12 23:11:02Content Marketing Specialist o aspirante tale? 10 domande per scoprirlo
Per la maggior parte degli editori i ricavi pubblicitari costituiscono la principale fonte di reddito e con l’evoluzione dell’advertising, negli ultimi anni questi ricavi hanno assunto una natura diversa, abbandonando i media tradizionali per approdare a forme digitali e mobile.
I più importanti editori a livello mondiale sono stati in grado di cavalcare l’onda del cambiamento, utilizzando anche la pubblicità all’interno delle newsletter per generare redditi attraverso una tipologia di annunci chiamata Email Advertising.
Come spiegato nel nuovo ebook di MailUp, proprio la pubblicità contenuta nelle newsletter può arrivare in alcuni casi a coprire oltre il 20% delle entrate totali derivanti da annunci, che costituiscono un efficace strumento di promozione.
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Come utilizzare, quindi, questa tipologia di annunci e quali sono le best practice da seguire? Lo scopriamo attraverso tre case history che ci permetteranno di capire quali sono i tipi di email advertising più apprezzati dagli utenti e le tecnologie utilizzate in quella che è la naturale evoluzione del rapporto tra media, advertising e digital marketing.
1. Il New York Times e gli annunci display
Il New York Times invia ogni giorno la sua daily, chiamata Today’s Headlines in cui riporta i titoli del giorno. Si tratta di una email molto lunga, considerato che il quotidiano pubblica centinaia di articoli quotidianamente.
Il NY Times utilizza unicamente annunci display, con uno sponsor principale ben visibile in alto e tre inserzioni basate sugli interessi posizionate nella parte superiore del messaggio.
Consigli utili: pensa a come possono sentirsi i lettori che aprendo l’email trovano come primo elemento visibile un’inserzione pubblicitaria. Trovare un equilibrio tra materiale pubblicitario e contenuti editoriali è essenziale e gli editori più importanti dedicano oltre il 60% dei messaggi ai contenuti e il resto alle inserzioni pubblicitarie.
2. Tech Crunch e l’email advertising con contenuti sponsorizzati
TechCrunch, il celebre blog di AOL dedicato alla tecnologia, sfrutta nelle proprie email una combinazione di annunci display e contenuti sponsorizzati.
La TechCrunch Daily è costituita da un’area dedicata agli annunci sponsorizzati, posizionata in cima al messaggio.
L’etichetta di sponsorizzazione è evidente e lo sfondo del contenuto pubblicitario è diversificato grazie ad una texture grigia.
Consigli utili: adottare uno sfondo testurizzato è un ottimo modo per diversificare il contenuto graficamente e comunicare ai lettori che non deve essere trattato allo stesso modo. Inoltre, rispetto ad una disposizione a più colonne, che può risultare disordinata e poco efficace anche per gli annunci, la disposizione a colonna singola permette una lettura più agevole, è ideale per il mobile e si integra bene con la pubblicità.
3. Practical Ecommerce e il native advertising
Il portale Practical Ecommerce invia una raccolta quotidiana di articoli e spunti pratici sul mondo dell’eCommerce, diversificando i contenuti in base al giorno della settimana.
Practical Ecommerce utilizza quasi unicamente annunci nativi all’interno delle email. Le inserzioni “native” ricalcano visivamente lo stesso formato degli altri contenuti, con immagine a sinistra e descrizione sulla destra, e contengono informazioni che interessano effettivamente i lettori del portale.
Nella newsletter è comunque evidenziata la natura promozionale delle inserzioni, attraverso la scritta “Pubblicità” in cima all’annuncio, caratterizzato anche da uno sfondo di colore diverso.
Consigli utili: gli editori hanno compreso l’importanza di annunci nativi facilmente distinguibili dai contenuti editoriali, per conservare la fiducia e il consenso dei lettori.
Secondo l’Interactive Advertising Bureau (IAB) la chiarezza della comunicazione informativa è un elemento di primaria importanza nell’ambito delle inserzioni native e delle unità pubblicitarie a pagamento. Per questo è anche importante tenere presente la grandezza della dicitura che indica che si tratta di un contenuto pubblicitario: l’utente deve essere in grado di localizzarlo e distinguerlo su ogni dispositivo.
https://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2017/01/Fotolia_131137192_Subscription_Monthly_M.jpg11331676Daria D'AcquistoDaria D'Acquisto2017-01-11 12:20:312018-11-02 13:31:26Email Advertising: come usare al meglio gli annunci nei messaggi di posta elettronica
L’approccio strategico attraverso cui un’azienda acquisisce i dati dei clienti, li trasforma in conoscenza per sviluppare la relazione commerciale con la finalità ultima di incrementare fatturato e profittabilità si definisce Customer Relationship Management, o CRM. La relazione matura attraverso un primo contatto con l’individuo che cede spontaneamente le sue informazioni, tipicamente attraverso la richiesta di una carta fedeltà, la sottoscrizione di un contratto, l’adesione a un servizio, un acquisto via ecommerce.
Nel tempo il cliente semina dati a lui riconducibili: a ogni acquisto o comportamento che prevede l’interazione mediata da un sistema, dal bancomat alla telefonata, dal rifornimento del carburante alla visita a un negozio di eCommerce, egli produce dati che alimentano i sistemi di analisi.
Il CRM si associa spesso a due ambiti ben distinti, che fanno comunque parte della cura generale del cliente: i programmi di loyalty (le raccolte punti) e il Customer Care. I primi nascono nel 1793 nel New Hampshire dove un commerciante dava ai suoi clienti piccoli gettoni di rame che potevano essere collezionati e poi convertiti in prodotti gratuiti. La collezione della prova di acquisto cartacea vera e propria, utilizzata ancora oggi, si fa risalire alla Babbitt Company, la produttrice del primo sapone da bucato confezionato: nel 1851, raccogliendo 25 involucri del sapone, si riceveva in regalo una litografia a colori.
Il CRM “moderno” in Italia nasce negli anni ’90, con l’introduzione dei programmi di fedeltà basati su carte elettroniche esibite in cassa, che permettono ai consumatori di collezionare i punti a ogni loro acquisto, per poi accedere a sconti o premi, e alle aziende di raccogliere i dati in modo strutturato per analizzare le abitudini dei consumatori.
Con l’avvento dei social network e con l’esplosione di disponibilità dei dati sulle persone, non più limitate solo agli acquisti ma estese a giudizi, preferenze, gusti, possibilità di influenzare altre persone, il CRM si è evoluto di conseguenza, confermando la centralità delle persone e dei relativi comportamenti, indipendentemente dal fatto che avvengano nel mondo fisico o digitale.
Qui è possibile vedere in tempo reale quanti dati stanno producendo le persone attraverso le loro interazioni online.
Le aziende devono quindi fare evolvere i loro sistemi CRM tradizionali e trovare dei punti di contatto con le attività di comunicazione bidirezionale e di contatto multicanale tipiche del web e dei Social Media per creare un vero e Digital CRM.
Le tipologie di CRM
Il CRM si basa su di un modello che comprende processi, tecnologie e canali di contatto, il tutto guidato da obiettivi chiari e da un’organizzazione di riferimento in grado di creare per il consumatore un’esperienza distintiva che porti alla creazione di valore per l’azienda.
Dopo aver capito che non esistono soltanto i programmi di loyalty e la gestione dei clienti, esaminiamo le tre principali tipologie di CRM: strategico, analitico, operativo.
Il CRM strategico è un ambito molto delicato che sfuma i suoi confini e si integra con piani e attività di altre funzioni aziendali. L’obiettivo del CRM strategico è calcolare il valore dei singoli clienti (anche considerando quanto a lungo potranno rimanere tali) e ipotizzare la contribuzione alla crescita complessiva aziendale attraverso: l’acquisizione di nuovi clienti, lo sviluppo del valore dei clienti attuali e la diminuzione degli abbandoni dei clienti che potrebbero scegliere altre marche e altri prodotti.
Il CRM analitico rappresenta l’attività continuativa attraverso cui si analizzano le caratteristiche dei clienti (chi sono, cosa desiderano, come reagiscono alle iniziative aziendali) e i dati relativi a transazioni puntuali, come vendite e ordini, adesioni a offerte e promozioni, o interazioni tra azienda e cliente come le telefonate di lamentela al call center, le risposte a questionari sulla fedeltà e i tassi di risposta al direct mailing, etc.
Il CRM operativo rappresenta l’insieme di processi e strumenti attraverso cui implementare le attività di contatto diretto, che possiamo distinguere tra in uscita (outbound), secondo una modalità proattiva di contatto con il cliente (invio di una email, SMS, contatto con la forza vendita), o in ingresso (inbound), che prevede la risposta a una sollecitazione che arriva direttamente dal cliente (chiamata al call center, accesso al sito o a pagina social).
Verso un modello integrato: il Digital CRM
Il Digital CRM si configura come una disciplina che valorizza i dati tipici del CRM – conoscenza delle caratteristiche socio-demografiche delle persone e del loro comportamento di acquisto, – con quelli dei Media digitali, intesi come le preferenze espresse attraverso Like, Retweet, commenti, navigazione sui siti raccolte nei cookie di navigazione e tutte le altre informazioni destrutturate e aggiornate con elevata frequenza, tipiche dei “Big Data”.
Il Digital CRM non introduce alcuna vera nuova attività nelle pratiche aziendali ma esprime tutto il suo potenziale nella convergenza degli obiettivi tipici del Digital Marketing e quelli del CRM: acquisizione di nuovi clienti, sviluppo del loro valore, capacità di mantenerli nel tempo (Retention).
Il modello di riferimento del CRM, arricchito con le potenzialità offerte dal Digital. Fonte elaborazione dell’autore
In termini pratici, il CRM Analitico estende il suo potenziale grazie all’integrazione con il vissuto reale del consumatore online. Le aziende possono conoscere con maggiore dettaglio il profilo dei clienti e ottenere una migliore conoscenza, che non si limiti solo agli acquisti, utilizzando le stesse tecniche del CRM, estese ai dati destrutturati, quali le conversazioni, i gradimenti, i commenti, i cookie, per la comprensione delle caratteristiche intime delle persone: chi sono, quali sono i loro desideri, cosa pensano della marca e del prodotto.
Esistono infatti realtà che utilizzano algoritmi molto evoluti per ricostruire il profilo degli utenti: un esempio è visibile sul sito ApplyMagicSauce.com, che dà una dimostrazione di un algoritmo sviluppato dall’Università di Cambridge e che si può utilizzare per conoscere le caratteristiche degli utenti che si iscrivono a un sito aziendale utilizzando il classico tasto blu di Facebook Connect.
Un altro esempio è offerto da una realtà italiana, Roialty, che offre una piattaforma per ricostruire i profili comportamentali attraverso le interazioni che gli utenti hanno fatto con determinate pagine social, hashtag o semplici argomenti.
Grazie a tutti questi dati è possibile conoscere meglio il profilo degli utenti e clienti e definire iniziative di contatto più accurate, attraverso l’ambito del (Digital)CRM Operativo.
Figura: Un esempio di creazione di analisi degli utenti appassionati di della squadra di baseball Chicaco Cubs vs il resto della popolazione Twitter USA. Fonte Roialty.
A livello pratico è possibile:
descrivere meglio chi sono le persone iscritte nel proprio CRM (pensiamo a coloro che hanno lasciato l’indirizzo email), popolando liste di interessi di fianco ai campi di nome, cognome e email;
suddividere le liste con caratteristiche simili (segmentazione degli utenti) per la generazione di attività mirate, come per esempio l’invio di una newsletter a tema, la comunicazione di un nuovo prodotto o servizio, l’invio di sconti differenziati offerti attraverso e-commerce o coupon da redimere online o in negozio;
a seguito delle attività di contatto diretto: analizzare i risultati per valutare se effettivamente le persone appartenenti a segmenti simili si comportano in modo omogeneo oppure si scoprono nuove evidenze utili per affinare meglio la conoscenza delle persone (ricominciando quindi il ciclo).
È naturale pensare che queste attività siano continuative e necessitino di una continua fase di analisi, attivazione, (ri)analisi dei risultati. È per questo motivo che, quando le liste dei clienti/utenti dei CRM iniziano a essere rilevanti in termini di dimensioni (centinaia di migliaia), è utile valutare veri e propri sistemi di marketing automation, utili a creare regole di intervento in funzione della reazione degli utenti agli stimoli precedenti.
Es: l’utente “A” ha ricevuto una email, l’ha aperta e il sistema automaticamente ne invierà un’altra dopo due settimane con l’invito ad andare sul sito per scoprire l’offerta “1”; l’utente “B” non ha aperto l’email, vedrà comunque il messaggio attraverso un banner su Facebook oppure nel web, atterrerà sul sito e accederà alla sua offerta “2”, e così.
È importante sottolineare che gli strumenti di contatto diretto, dal semplice invio di una mail fino all’utilizzo di complessi sistemi di marketing automation, devono sempre prevedere un pensiero strategico a priori: si trattano infatti di macchine e come tali devono essere guidate in modo consapevole.
Un esempio di flusso di attività sviluppate in ottica di marketing automation.
Altre forme di evoluzione del CRM Operativo in ottica digitale riguarda le forme di contatto in ingresso (inbound) che, fino a pochi anni fa, riguardavano esclusivamente i call center che prendevano in carico telefonate e e-mail dei consumatori. È in corso ormai da tempo una importante revisione degli assetti del Customer Care dovuto alla crescente condivisione di esperienze positive e negative da parte degli utenti dei social network.
Tipicamente le persone parlando bene di un prodotto nel proprio profilo, al contrario spesso prendono di mira gli account dei brand presenti sui Social network per lamentarsi di malfunzionamenti di prodotti o disservizi vari. I profili ufficiali aziendali hanno iniziato ad essere considerati un’estensione del numero verde o della mail aziendale a tutti gli effetti: dopo alcuni mesi di assestamento a livello globale, durante i quali brand, anche famosi, hanno optato per politiche di censura delle critiche o attacco (verbale o legale) a chi si lamentava pubblicamente, le aziende virtuose si sono strutturate e hanno integrato perfettamente la loro presenza sui social network con gli altri punti di contatto rispondendo costruttivamente alle critiche e offrendo supporto in modo trasparente, affinché altri utenti possano leggere le risposte e trovare rimedio anche ai loro problemi. Il quest’ottica il Customer Care diventa un vero e proprio canale di Social CRM per permettere alle aziende a di rispondere a un “consumatore che ha preso il controllo delle conversazioni” (Paul Greenberg).
L’aspetto organizzativo del Digital CRM
Per concludere questa breve introduzione al mondo del Digital CRM, è utile prendere in considerazione l’aspetto organizzativo. A livello aziendale, l’integrazione dei responsabili di (Social) CRM, Comunicazione, Marketing, Vendite, IT, saranno gli aspetti fondamentali per un approccio organico che è naturalmente pervasivo all’interno dell’azienda. In termini di competenze, è necessario dedicare nuove persone alle molteplici analisi dei dati che si generano on e offline.
Secondo una indagine del Politecnico di Milano sulle professioni digitali più richieste, in testa c’è proprio l’ElectronicCRM & Profiling Manager: il professionista in azienda che dovrà utilizzare al meglio i dati del CRM e del Digital CRM per creare nuovi segmenti di clientela con cui instaurare la migliore relazione online e offline.
https://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2017/01/crm_customer_relationship_management.jpg8111215Ninja ProfNinja Prof2017-01-11 11:30:302017-01-13 15:27:22Cos'è il Digital Customer Relationship Management?
Un buon capo è sempre merce rara. In tempi di cambiamenti congiunturali radicali – più comunemente, “crisi” – ancora di più.
Un buon leader è fondamentale sia per i collaboratori sia per la condivisione della cultura aziendale, quindi proviamo a mettere in evidenza 3 qualità che il tuo capo deve avere per essere considerato un buon capo.
L’onestà intellettuale
“Trasparenza” sarebbe stato troppo, quindi ho deciso di edulcorare un pochino, ma non senza motivo.
A un buon capo non è sempre richiesto di raccontare tutto quello che pensa in maniera trasparente, ma l’onestà intellettuale è richiesta. Quella sì, sempre.
Non si può sperare in un’adesione convinta da parte dei propri collaboratori senza che un capo sia riconosciuto come sincero o affidabile.
Proviamo a pensare a quante volte ci siamo chiesti dopo una riunione “Ma che cosa avrà voluto dire realmente?” Oppure quante volte dopo un apprezzamento a noi stessi o a un nostro collega “Ma perché lo avrà voluto fare pubblicamente?”
Requisiti di un buon capo: la capacità di semplificare
Lasciare il proprio team in balia delle policy aziendali senza averle opportunamente spiegate, comunicare principalmente attraverso mail, delegare ai messaggi del Top Management la visione e la strategia aziendale: questi sono tutti indizi inequivocabili sulla qualità del vostro capo.
So per certo che molti lettori avranno rivisto il proprio capo in almeno uno degli atteggiamenti che ho riportato.
Un buon capo è in grado di mettere a disposizione del suo team gli strumenti per semplificare il lavoro quotidiano e rendere quindi al meglio per l’azienda di cui si fa parte, tutti quanti.
Si tratta di una capacità di analisi e di visione di insieme che dovrebbe far parte del bagaglio culturale di chi vuole ambire ad ricoprire tale posizione.
Il capo perfetto ha consapevolezza
Un buon capo è in grado di capire fino a dove può spingere se stesso e la propria squadra.
Ha piena consapevolezza del carico di lavoro che può sopportare ogni sua risorsa ed è in grado di immaginare il carico di stress gestibile dal team, al fine di raggiungere gli obiettivi aziendali.
Gli obiettivi sono per loro natura sfidanti per il miglioramento delle performance di ogni persona, ma quando questi diventano irraggiungibili si ottiene un effetto demotivante che spesso sfocia in un atteggiamento di sfiducia complessivo e virale.
Saper valutare le potenzialità significa capire quale sia il limite oltre il quale la corda tesa si spezza.
Un capo che genera questo tipo di reazioni produce inevitabilmente nel suo team un rendimento al di sotto delle potenzialità dei singoli e non è giustificabile neanche se posto in relazione con i suoi superiori che si comportano nello stesso modo: un leader non può nascere in una cultura aziendale negativa.
Guardatevi da un capo da cui non ci si aspetta niente di buono, è un capo che abitua alla mediocrità.
Noi tutti, per crescere, abbiamo bisogno di essere parte di una storia più grande e ogni bravo capo deve essere in grado di coinvolgerci all’interno di un viaggio comune: quel tipo di viaggio in cui puoi scendere a ogni fermata, consapevole di quello che perderai, ma felice di ciò che hai nello zaino.
https://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2017/01/Buon-Capo-1-mod.png383712RikimaruRikimaru2017-01-11 11:00:452017-01-11 17:01:013 qualità che deve avere il tuo capo per essere un buon capo
Con 12 anni di vita ed oltre un miliardo di utenti attivi giornalmente dai soli dispositivi mobili, discutere delle difficoltà di Facebook all’alba del 2017 non è certo compito facile.
Se da un lato le statistiche e i numeri parlano chiaro e ci dicono che la creatura di Mark Zuckerberg è ancora oggi il social media dominante, è altrettanto vero che da grandi poteri derivano grandi responsabilità che, in questo caso, Zuckerberg ha nei confronti del marketing.
Facebook, abbiamo un problema
Con uno sguardo al 2016, si possono infatti individuare delle problematiche derivanti da aspetti come misurazione, targeting ed advertising. Un’attenta lettura di queste dinamiche ci può fornire informazioni sia sulle questioni ancora oggi non risolte e oggetto di dibattito, sia sulle direzioni che sta prendendo il marketing su questa piattaforma.
A tal proposito MarketingDIVE ha individuato 5 punti critici emersi nel 2016 e che rappresentano le sfide del social per il nuovo anno.
Guai con la misurazione
Quando si parla di advertising, il tema delle metriche è sicuramente uno dei più “caldi”. Sebbene Facebook generi gran parte delle entrate grazie alle inserzioni, sono stati proprio gli inserzionistia sollevare questioni sulla misurazione. Un primo caso, riportato dal The Wall Street Journalriguarda un errore commesso a partire dal 2014 e che ha portato il social network a sovrastimare il tempo medio di visualizzazione degli annunci video pubblicati sulla piattaforma.
Altri “bug” se così si possono definire (per i quali, va sottolineato, Facebooksta correndo ai ripari) sono relativi all’erronea allocazione delle reazioni ai video di Facebook Live e all’errato calcolo di traffico da iPhone per alcuni contenuti pubblicati tramite il servizio Instant Articles.
Immagine: Facebook
Largo alle bufale
Sono diverse le ricerche che affermano che Facebook è sempre più adottato dalle persone come fonte primaria d’informazione. Un articolo pubblicato da BuzzFeed News rivela che nel periodo delle elezioni presidenziali americane, le relative notizie “fake” o bufale, diffuse su Facebook, hanno ottenuto performance migliori in termini di engagement rispetto alle fonti informative ufficiali. L’accusa che viene avanzata al social network non riguarda solamente l’aver assistito al fenomeno ma anche l’aver tratto profitto da questo traffico.
Sembra che Zuckerberg abbia preso in mano la situazione costituendo una task force e introducendo un sistema di controllo esterno alla piattaforma.
La possibilità di un targeting preciso che consente agli inserzionisti di “mirare” verso un particolare segmento di mercato è sempre stato un punto di forza del servizio di Facebook Ads. Tuttavia alla Procter & Gamble non sembrano essere dello stesso parere. L’azienda prima al mondo per investimenti in advertising ha infatti annunciato che sta pianificando di rimuovere i propri annunci targettizzati dalla piattaforma social, in quanto troppo precisi e quindi potenzialmente limitanti in termini di audience.
“Un eccessivo targeting ci ha portato a restringere troppo” ha dichiarato al The Wall Street JournalMarc Pritchard, Chief Brand Officer di P&G.
In questo caso non sembra corretto chiamare in causa Facebook, gli strumenti messi a disposizione dal servizio Ads possono essere utilizzati liberamente dagli inserzionisti ed il livello di restringimento dell’audience rimane a loro discrezione. Il caso P&G ci fornisce comunque la possibilità di aprire un dibattito sulla traiettoria che prenderà questo strumento nel futuro.
Immagine: Shutterstock.com
Atlas, o ciò che ne rimane
Atlas, nato come servizio per creare, lanciare e monitorare campagne di adverstising, è la piattaforma acquistata da Facebook che dal 2014 lavora secondo il principio del “People Based Marketing”.
La piattaforma ha recentemente intrapreso un progressivo percorso di ridimensionamento. Facebook ha infatti annunciato che Atlas si concentrerà sempre più sugli aspetti della misurazione rinunciando così alla parte relativa alla pubblicazione di adverstising dal lato della domanda.
Pare che la scelta sia stata dura quanto necessaria in quanto il mondo dell’advertising è diventato più complesso e talvolta pericoloso, dove episodi di frodi digitalirischiano di mettere in crisi anche un colosso come Facebook.
Immagine: Atlassolution.com
Facebook è un copione?
Parliamoci chiaro, Facebook è all’avanguardia su molti aspetti: è leader mondiale nella ricerca sulla realtà virtuale, è in prima linea sui chatbot grazie a Messenger e sta facendo sperimentazione su altri temi come intelligenza artificiale e nuovi formati video.
Tuttavia, sulle aree più popolari, non solo sembra essere a corto di idee ma è come se fosse disposto a copiare palesemente la concorrenza.
Un caso piuttosto significativo è quello di Flash un vero e proprio “clone” diSnapchat ideato per i mercati emergenti come l’America Latina, dove la connettività è limitata e dove Facebook può battere Snapchat non ancora diffuso come in Nord America, insomma: atto emulativo o strategia di penetrazione?
Immagine: Facebook
Come vedete il quadro è complesso e le chiavi di lettura per ciascun fenomeno possono essere diverse. Quel che è certo è che nel 2017 Facebook dovrà lavorare sodo per conquistare completamente i cuori dei professionisti del marketing.
https://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2017/01/la_sfida_di_facebook_per_il_2017_il_digital_marketing_1.jpg6281200Luca MarinelliLuca Marinelli2017-01-11 09:15:132017-01-11 15:56:20La sfida di Facebook per il 2017? Il Digital Marketing
Il tema scotta già da quando lo si nomina. Fotografie di bimbi su Facebook o social in genere. Il governo francese ha inaugurato l’anno nuovo esprimendosi chiaramente, tentando di prevenire, minacciando con oltre 40mila euro di multa il posting selvaggio di foto di minori.
Su Facebook, siamo chi vogliamo essere
Ma facciamo un passo indietro (mamma quanto ci piace partire da Adamo ed Eva!) e torniamo a cosa, quando e perché condividiamo pezzi di vita con tante persone, che spesso sono soltanto rapporti virtuali. Fermandoci a pensare un momento in più e analizzando il nostro user generated content, chi più chi meno potrà notare che siamo soliti condividere ciò che reputiamo il meglio di noi o, per lo meno, quello che ci consente di apparire come vogliamo essere visti.
Adobe Stock #103628383
Scegliamo il contenuto in base all’emozione che speriamo che gli altri provino quando leggono, ascoltano o vedono di noi. Ed ecco che fioccano selfie con la “bocca a c**o di gallina”, foto da location paradisiache in cui stiamo con la pancia tiratissima, espressioni facciali da viveur libertini il venerdì sera, Buongiornissimi quando vogliamo darci un’autorevolezza da cinquantenni sul Web, tag da università o convention quando vogliamo dimostrare che sì, quei soldi investiti in rate scolastiche sono serviti a qualcosa… E chi più ne ha più ne metta. Tutto questo per costruire nella testa degli altri l’immagine che racconti il meglio di noi.
Il nostro “prodotto” migliore
E in quest’ottica, come prescindere dal condividere le immagini del “prodotto” per cui davvero abbiamo messo in gioco noi stessi e che (alla fine della fiera) costituisce la nostra opera summa? Tanti buoni propositi per altrettanti genitori che partono bene (al massimo vediamo il dettaglio di una manina del pargoletto) e pian piano si avviano verso il punto di non ritorno, passando per dolci visini coperti da emoticon di dubbio gusto.
Ammettiamolo, ammettetelo: nessun genitore (se non al massimo un paio di mosche bianche) è in grado di resistere per sempre alla condivisione di una foto del suo capolavoro.
Come già vi abbiamo accennato in passato, ricordate la regola aurea: “Non postare online mai nulla che non faresti vedere a tua nonna”. Se le foto dei vostri bimbi alla nonna le mostrereste eccome, è necessario calarsi in una dimensione dove la suddetta nonna acquisisce una durata eterna. Sì, potrebbe essere il sogno di ognuno di noi ma, ricordiamo che per la nonna highlander rischiamo di non crescere mai. L’Internet non dimentica e così facendo appiattisce il tempo, rischiando di lasciare i nostri figli a fare i conti per una vita intera con i nostri errori.
A voi l’ardua sentenza
Andando oltre banalità come “un futuro datore di lavoro potrebbe vedere le sue foto con le chiappette al vento” e “il pedofilo di turno di sicuro si presenterà a casa”, non saremo noi a dirvi di non postare foto o video delle vostre meraviglie.
Se ci pensiamo, un “danno reale” non colpirà mai i nostri bimbi, in barba al fatto che possa farvi male pensare che le loro foto capitino nelle mani sbagliate.
Vogliamo che riflettiate sul serio, questa volta. Come abbiamo tentato di farvi comprendere, la questione è di grandi dimensioni (si contano in media oltre 1.000 foto online per ogni bambino di meno di 5 anni) e decisamente controversa. Non vi stiamo dando un diktat o un’opinione, ma soltanto tutti gli elementi necessari per svolgere un’analisi informata.
https://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2017/01/facebook_fotominori.jpg7881182Claudia DondiClaudia Dondi2017-01-11 09:15:072017-01-11 10:57:18Foto del pargolo su Facebook? Pensaci due volte!
Dieci anni fa Steve Jobs annunciò il primo iPhone così: “Un iPod widescreen con touch control, un telefono cellulare rivoluzionario e un dispositivo di svolta per le comunicazioni Internet”. Ma fin dalla sua prima presentazione, iPhone è apparso al mondo intero come qualcosa di molto diverso da un normale cellulare: oggi è un simbolo dell’era moderna nel suo complesso, e ha fatto di Apple la più grande azienda al mondo in termini di capitalizzazione del mercato, divenendone il prodotto più redditizio.
Un decennio, ed ancora si parla di iPhone: ripercorriamo insieme la sua storia, siete pronti?
iPhone (2007)
Ecco la prima apparizione nel 2007 di iPhone: il classico layout con le icone, il pulsante Home, e il display multi-touch cambieranno la concezione degli smartphone. È un device pensato per Internet, ma mancano ancora alcune caratteristiche chiave come la connettività 3G e l’App Store.
iPhone 3G (2008)
La nuova generazione di iPhone introdotta nel 2008 aggiunge il pezzo mancante del puzzle: l’App Store. Ora gli sviluppatori hanno la possibilità di costruire le proprie applicazioni e inizia la vera e propria app revolution. Inoltre ad aiutare l’uso sempre più frequente di internet, ecco arrivare la connessione 3G, le notifiche email e la navigazione GPS.
iPhone 3G S (2009)
Il primo modello “S” di iPhone che offrirà miglioramenti piuttosto che nuove funzionalità. Apple annuncia che è due volte più veloce del suo predecessore, come indica la S (speed) del nome. Ha mantenuto la stessa forma di base dei modelli precedenti, tra cui uno schermo da 3,5 pollici. Ora però con iPhone 3G S puoi copiare e incollare del testo.
iPhone 4 (2010)
Si tratta del primo restyling importante di iPhone che ora è dotato di una scocca in acciaio e di uno schermo in vetro, nonché un nuovo aspetto con angoli arrotondati. È lanciato come lo smartphone più sottile al mondo ed è stato il primo dispositivo di Apple ad utilizzare un “Retina display”. È stato anche il primo iPhone con una fotocamera frontale per effettuare videochiamate FaceTime con iOS 4, che permette le applicazioni multi-tasking.
iPhone 4S (2011)
Nel 2011, la quinta generazione di iPhone sembrava identica al suo predecessore, ma era fornita di Siri, l’assistente vocale di Apple, che era in anticipo sui tempi e molto ambizioso. iPhone 4S ha una nuova fotocamera da 8 megapixel,e l’antenna riprogettato per risolvere i problemi di connettività che affliggevano l’iPhone 4. E ‘stata lanciata il 4 ottobre, ma la notizia è stata oscurata dalla morte del fondatore di Apple Steve Jobs il seguente giorno.
iPhone 5 (2012)
Nel 2012, la seconda riprogettazione importante di iPhone: un display da 4 pollici e un case in alluminio che lo ha reso resistente ma leggero. iPhone 5 ha anche introdotto il nuovo connettore lightning, che sostituisce il vecchio connettore dock a 30 pin.
iPhone 5C e iPhone 5 S (2013)
Nel 2013, Apple introduce una versione più economica e colorata del suo smartphone dell’anno precedente: iPhone 5C, che ha un guscio in policarbonato.
Il cugino più costoso del 5C è invece iPhone 5S, che ha mantenuto un design quasi identico a iPhone 5, ma con l’aggiunta di nuove opzioni di colore. I cambiamenti delle funzioni sono però molti: il tasto Home è stato aggiornato per supportare il sistema di riconoscimento delle impronte digitali, il touch ID, e il dispositivo è caratterizzato dal primo processore a 64 bit per uno smartphone (A7). Dopo anni inoltre cambia il design delle app che diventa più piatto per un look più pulito.
iPhone 6 e iPhone 6 Plus (2014)
Per il 2014, Apple abbandona i piccoli schermi per due display da 4,7 pollici e da 5,5 pollici. Entrambi i telefoni sono caratterizzati da un design curvo, dal supporto NFC per i pagamenti mobile, un processore più veloce, fotocamere migliorate. Purtroppo il lancio di questi nuovi iPhone è segnato dallo scandalo “bendgate”: i primi modelli si piegano se tenuti in tasca…
iPhone 6s e iPhone 6s Plus (2015)
Un altro anno segnato dal lancio di due iPhone S: un case in alluminio meno incline, un display più sensibile alla pressione (Touch 3D) e la possibilità di ricavare dei video dagli scatti fatti.
iPhone SE (2016)
L’inizio del 2016 ha portato una sorpresa: iPhone SE, un dispositivo da $ 399 che sembrava esattamente come un iPhone 5S, ma con un hardware più veloce. Lo schermo da 4 pollici è perfetto per le persone che non si sentono pronti a passare ad un dispositivo più grande.
iPhone 7 e Iphone 7 Plus (2016)
Ed ecco gli ultimi arrivati in casa Apple: iPhone 7 e 7 Plus. Nessun vero restyling ma cambiamenti importanti come: i nuovi iPhone sono resistenti all’acqua, il Plus ha anche la doppia fotocamera; in entrambi, l’entrata per il jack per le cuffie è stata rimossa a favore dei nuovi AirPods. Cambiamenti da cui non si può tornare indietro, in attesa che il 2017 porti un nuovo iPhone e una nuova evoluzione.
https://www.ninjamarketing.it/wp-content/uploads/2017/01/Steve_Paul_Jobs_and_his_Apple_iphone_1366x768.jpg7301300NaokoNaoko2017-01-10 20:40:142017-01-11 15:54:48iPhone, 10 anni di storia e evoluzione
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