Enel cambia logo e visual identity: le ragioni del rebranding

Ieri a Madrid è avvenuta la presentazione delle novità del marchio Enel: nuovo logo, nuova identità visiva, nuova filosofia di marca. I più attenti osservatori avranno di sicuro notato che già da alcuni giorni sui canali social del brand era scomparso il logo, sostituito con un colore diverso ogni giorno, fino all’evento.

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Vi proponiamo, in esclusiva per Ninja Marketing , un’intervista a Isabella Panizza – Head of Global Digital Communications di Enel.

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A quali nuove direttrici strategiche è dovuto il rebranding del marchio Enel?

Il mondo è cambiato. Viviamo in una realtà più interconnessa e veloce e quindi più complessa. Oggi posso vedere in tempo reale su Periscope un concerto dall’altra parte del mondo o guidare un’auto completamente elettrica, domani milioni di persone in Africa potranno accedere alla rete grazie ai droni di Facebook. La tecnologia ha radicalmente cambiato le nostre abitudini di vita e le possibilità delle future generazioni. Il nostro smartphone, i droni, le auto elettriche.

Tutto questo necessita di Energia. La domanda di energia è cambiata ed è in crescita. Il rebranding è il modo in cui Enel si dichiara pronta a raccogliere la sfida di un futuro che ha fame di energia.

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La nostra risposta è Open Power, il modo in cui concepiamo il ruolo di Enel. Noi vogliamo e dobbiamo affrontare queste sfide aprendo l’azienda alle nuove opportunità. Open Power significa questo: aprirsi alle persone, ai partner e alle tecnologie per aumentare il nostro impatto nel mondo superconnesso di oggi. Come? Combinando la forza incredibile di un’organizzazione globale come la nostra, con le opportunità immense del digitale.

Dopo 18 anni lo storico logo, disegnato da Bob Noorda, lascia spazio alla nuova identity concepita dall’inglese Wolff Olins. Qual è stato il processo creativo che ha portato a questo risultato e quali erano le esigenze comunicative di Enel?

Definito il nostro posizionamento Open Power la sfida fondamentale è stata: come rendere questo concetto visibile? Per questo insieme alla nostra agenzia (Wolff Olins) siamo partiti dall’aspetto che concetti come energia e movimento assumono in natura. L’approdo è stato il concetto di “cursore”, un’entità astratta che rappresenta visualmente le caratteristiche salienti dell’energia.

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Il cursore diventa l’elemento costituente del nuovo logo, dell’identità visuale del brand e soprattutto dell’esperienza di interazione fra brand e stakeholders. Qualsiasi momento di comunicazione è costruito partendo dall’unità base del cursore.

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L’obiettivo di Enel era dotarsi di una nuova identità visuale che riflettesse il nuovo posizionamento Open Power a livello di concetto. Ma anche trovare un’identità esteticamente «digitale» e quindi più contemporanea che esprima la leadership tecnologica di Enel: smart-grid, mobilità elettrica, smart-cities, start-up, energie rinnovabili.

https://www.youtube.com/watch?v=m2Ey0AKj0DQ

Tra le novità annunciate oggi, anche il nuovo sito web: quali innovazioni ci sono dal punto di vista della user experience e come si integra la piattaforma all’interno della nuova strategia digitale?

Fin dall’inizio del processo di rebranding il nostro CEO (Ing. Francesco Starace) ha voluto che il nuovo posizionamento e la nuova identità grafica non fossero solo dei concetti. Per questo contemporaneamente al rebranding abbiamo lavorato alla nostra presenza digitale, affinché da subito fosse la metafora concreta del nostro impegno Open Power.

Come per il rebranding, abbiamo selezionato uno dei migliori partner al mondo (Huge) per realizzare un’ambizione importante: passare da un sito corporate inteso come una brochure aziendale ad un sito completamente costruito intorno all’esperienza e all’interazione.

La sfida e l’impegno sono stati sottolineati dalle parole di Aaron Shapiro, CEO of Huge:

«It’s a privilege to work with a company that has such an ambitious vision for transforming its business and the world we live in. Togetherwe’ve created a best-in-class experience that not only provides users with access to the
information they need, but also inspires them with a vision for the future. We’re proud to be part of Enel’s efforts to create a better world and set such a positive example for other companies in the global marketplace.”

Per questo abbiamo ricostruito dalle fondamenta la nostra presenza digitale partendo da un approccio di user-centered design: l’ascolto dei bisogni dei nostri target. Il nostro nuovo sito corporate è progettato mobile-first e diventa un hub di informazioni ma anche e soprattutto di storie: le persone, i luoghi e le tecnologie ingredienti del successo di Enel.

La nostra sfida più grande è rappresentata dalla complessità del nostro ecosistema digitale: Enel è presente in oltre 30 paesi, è rappresentata principalmente da due brand (Enel e Endesa), oltre alla propria identità corporate deve gestire l’identità da operatore di mercato. Per questo abbiamo utilizzato un approccio di lean start-up, il nostro attuale sito corporate è concepito come un minimum viable product, inizio di un percorso che nel corso del 2016 ci porterà a uniformare e razionalizzare tutti i nostri siti web nel mondo (oggi quasi 200) e a potenziare la nostra presenza mobile nel mondo delle app e dello storytelling attraverso contenuti originali. Il design-thinking è il processo di sviluppo di questo ecosistema digitale che abbiamo in mente.

Il sito corporate supporterà la nuova strategia digitale diventando il punto di intersezione fra la comunicazione più istituzionale e il corporate storytelling che svilupperemo pienamente attraverso una riconfigurazione dei canali social media nel primo semestre 2016.

Cosa cambierà nell’approccio comunicativo del brand sui canali digital, in particolare sui social?

La nuova strategia digitale ci vede impegnati nel realizzare l’apertura prevista dall’approccio Open Power. Questo significa per noi puntare innanzitutto sullo Storytelling. Secondo Fortune siamo tra le aziende che possono cambiare il mondo, al quinto posto della classifica. Una classifica che vede Facebook al decimo posto. Questo è solo un esempio per mostrare quanto Enel sia sempre stata molto impegnata ad agire e poco a raccontarsi.

Open Power significa anche questo, ispirare attraverso l’esempio: al mio arrivo in Enel sono rimasta stupita dalla mole di risultati che Enel è in grado di raggiungere ogni giorno nel mondo, attraverso l’impegno di migliaia di persone. Questi risultati non sono solo informazioni: sono storie di luoghi, persone e tecnologie che trasformano la vita di milioni di esseri umani. Dalle baraccopoli asiatiche, dove siamo al fianco di A Liter of Light, fino alle distese americane dove abbiamo Stillwater, il primo impianto ibrido al mondo in grado di riunire nello stesso sito la capacità di generazione della geotermia, del fotovoltaico e del termodinamico.

Vogliamo raccontare queste storie per mostrare che agiamo concretamente contro i moderni problemi globali e per ispirare gli altri a seguire il nostro esempio. Lo strumento ideale per questo approccio sono i Social Media, ambito nel quale stiamo costruendo da mesi un nuovo approccio che debutterà nel primo semestre 2016.

Cosa cambierà? Più contenuti originali e visuali improntati sul brand journalism e una comunicazione pensata nativamente per il digitale e focalizzata sui nostri valori e sulle nostre ambizioni. Un esempio di questo nuovo approccio è il video che racconta il Capital Markets Day di Londra, l’evento Enel dedicato agli investitori e realizzato con il team di Epico.

Prima di diventare Head of Global Digital Communications di Enel hai avuto un passato da giornalista. Le esperienze in redazione come ti hanno aiutato in un contesto in cui il contenuto è tutto?

Dal mondo del giornalismo mi porto dentro una innata curiosità, che mi spinge a porre continue domande. Questo mi ha inevitabilmente reso una grande ascoltatrice e di conseguenza anche una che ama raccontare storie, una storyteller. Perché tenerle per me quando potrei condividerle? E ovviamente selezionandole calandomi attentamente e sempre nei panni di chi poi le leggerà. Questo è l’approccio, vincente, per una Corporate che non vuole raccontarsi in modo autoreferenziale, ma che invece decide di farlo cercando di anticipare i bisogni dei suoi principali stakeholders, ingaggiandoli, ispirandoli, fidelizzandoli. Poco cambia quindi se stai scrivendo per Vanity Fair, Vogue, per L’Espresso o Wired.it. E proprio da quest’ultimo porto con me la voglia di contribuire a poter cambiare il mondo, proprio come recitava il pay off della nostra campagna quando lo abbiamo lanciato da Londra nel 2009. E quasi proprio per chiudere il cerchio, dopo 8 anni ho ritrovato in Enel le stesse “Keyword”, gli stessi driver, a noi molto cari in wired: innovazione, sostenibilità, tecnologia.

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Dal mondo del fashion e quindi da Yoox porto con me l’approccio user-centric. Gli anni passati come branding manager nel pure digital player e leader indiscusso nel mondo dell’eCommerce di lusso a livello globale mi hanno insegnato a mettere i bisogni dei costumer e la loro soddisfazione, al primo posto. Anche in Yoox fra l’altro ho puntato molto sul content, che è risultato vincente. Il mio primo progetto di branding è stato quello che ha visto come protagonista l’attore hollywoodiano John Malkovich. Federico Marchetti, visionario CEO e fondatore di Yoox, mi aveva lanciato una sfida: come rendere più interessante, appealing, e soprattutto visibile il catalogo uomo. Al tempo, non molti infatti sapevano che Yoox fosse un multimarca non solo femminile. La collaborazione con John Malkovich è uno dei progetti che ha avuto più visibilità e copertura stampa da quando è stato lanciato il sito nel lontano 2000!

Sono quindi proprio questi due approcci, lo storytelling e lo user-centric, che ritroviamo oggi in Enel.com e che guideranno la strategia della global digital communication nei mesi a venire.

Quali sono le qualità che cerchi in un giovane da assumere nel reparto Digital di Enel?

Le stesse che il mio capo, Ryan O’Keeffe cercava quando ha scelto me. Al primo colloquio ho subito percepito il cambio di passo che l’azienda aveva inaugurato con l’arrivo di Francesco Starace che come Direttore della Global Communication ha deciso di puntare su un manager di 36 anni con un curriculum fortemente internazionale.

Chiunque si unisce al team digital di Enel deve essere disposto a traghettare Enel nel futuro. E quindi non cerchiamo solo competenza ma anche curiosità, intraprendenza, dedizione e soprattutto passione.

Facebook Audience Network

Facebook Audience Network si espande al Mobile Web

Bella novità fresca di giornata in casa Facebook, con inserzionisti e publisher in estasi: Facebook ha annunciato oggi che Audience Network si espande al mobile web, una mossa che sicuramente aprirà le porte a nuovi investitori.

Facebook Audience Network

 

Il servizio, lanciato nel 2014,  e che  fino a poco fa  era disponibile solo in modalità web apps, è stato ed è uno dei principali strumenti di Facebook per espandere la rete commerciale. Sono nel 2015, infatti, l’ investimento pubblicitario è stato pari a 1 miliardo di dollari in termini di run rate annuale, con gran parte di questo valore che è stato trasferito ai Publisher.

Un bel passo in avanti? Crediamo proprio di sì, dato che il lancio di Audience Network per mobile site consente agli oltre 2 milioni e mezzo di  inserzionisti di estendere l’erogazione di annunci all’interno dei siti Internet mobile.

Basterebbe un click per gli inserzionisti per espandere le loro campagne al di là di Facebook e Instagram e per raggiungere le persone trasversalmente all’interno dell’ecosistema mobile (app e mobile web).

Facebook Audience Network

Notevoli, secondo Facebook, i vantaggi per i publisher e gli inserzionisti che fino a d ora si sono serviti solo della versione mobile app. Da questo momento sarà molto più semplice monetizzare potendo usare formati nativi, compresi i carousel ads, ed anche creare versioni native di formati standard e usufruire di una facile integrazione.

Roba da tecnici? Forse si, ma è interessante mettere in luce il fatto che il mobile web continua ad essere un’importante piattaforma per molti publisher e il mobile oggi si configura come la principale piattaforma di media consumption.

Se da una parte non si riesce più a stare dietro alle continue novità di Facebook, dall’altra le cose sembrano facilitarsi. A differenza dell’Audience Network per app, infatti,  l’audience Network per mobile web non richiede l’integrazione di un SDK. L’implementazione è semplice e veloce dal momento che si richiede al Publisher, una volta approvato, il semplice inserimento di un tag JavaScript all’interno del codice sorgente HTML della pagina. I Publisher saranno in grado di andare online lo stesso giorno dell’approvazione.

Cosa ne pensate? Diteci la vostra sulla nostra pagina Facebook!

tool per potenziare email

5 tool utili per ottimizzare il tuo tempo nella gestione delle email

Nonostante al giorno d’oggi le app di messaggistica si stiano diffondendo sempre di più, l’email rimane uno strumento fondamentale di business: per questo ho selezionato 5 tool digitali che ti permetteranno di ottimizzare il tuo tempo, rendendoti la vita più facile

LEGGI ANCHE Welcome Email, come costruire una solida relazione con i nostri visitatori [INFOGRAFICA]

#1. Throttle

Throttle ti aiuta a gestire la tua inbox permettendoti di controllare chi può inviarti email. Grazie all’estensione per il browser Chrome infatti, dopo aver creato un nuovo indirizzo Throttle ti puoi iscrivere con esso a tutti i servizi di notifica o newsletter; da quel momento riceverai un’unica mail al giorno che li contiene tutti.

Se vuoi smettere di ricevere alcune di queste newsletter, puoi revocare l’accesso ai singoli servizi utilizzando semplicemente la funzione “revoke”… e non sarai più contattato!

Quando però le tue newsletter o notifiche email diventano troppe, dovrai fare ordine. Throttle ti permette di suddividere le mail della tua pagina giornaliera, in categorie personalizzabili; in questo modo potrai ottenere una visualizzazione ordinata e organizzata di tutte le tue newsletter.

Un’altra funzione interessante di Throttle è il blocco spam: ogni volta che viene individuata un’attività sospetta come la probabile vendita del tuo indirizzo email, ti viene inviata una notifica, per identificare e revocare l’accesso ai servizi poco onesti.

La versione base costa 3,99$ al mese, pagabili in una soluzione annuale.

#2. DMail

Se hai appena inviato per errore una mail al tuo capo, vantandoti delle tue imprese di conquistatore nel week end, DMail fa al caso tuo.

Questa estensione di Google Chrome per GMail aggiunge infatti la possibilità di revocare l’accesso al destinatario in ogni momento e di inibire quindi la lettura del contenuto.

Se invece vuoi stabilire a priori il tempo di durata della mail, puoi impostare il timing a un’ora, un giorno o una settimana; trascorso quel periodo, la mail magicamente si autodistruggerà.

#3. Zero

Alzi la mano chi ha la casella inbox in ordine. Nessuno? Bene, la app gratuita per iOS Zero permette di organizzare le email in arrivo in ordine di importanza e di visualizzare il flusso di email in thread, gestibili semplicemente con uno swipe da tastiera: tutte le opzioni disponibili saranno così in evidenza e pronte per essere utilizzate.

Se hai paura che i tuoi dati non siano al sicuro, non preoccuparti: Zero non conserva niente sui suoi server, e tutte le tue email e le informazioni personali sono ‘alloggiate’ soltanto nel tuo dispositivo (o nel tuo provider email).

#4. Mailtrack.io

Mailtrack.io è il tool per GMail che traccia se il destinatario ha letto la tua email.

Come per i più popolari servizi di messaggistica istantanea, Mailtrack.io aggiunge segni di spunta per tracciare il percorso della tua email: una sola spunta ti dice che il messaggio è stato inviato, due che il tuo destinatario lo ha letto.

Un’altra funzione interessante di Mailtrack.io è la possibilità di ricevere notifiche desktop ogni volta che un messaggio viene letto: questo ti aiuterà senz’altro ad aumentare la tua produttività senza sacrificare tempo preziosoSe invii email a destinatari multipli e tutti possiedono l’estensione, potrai vedere chi di questi avrà effettivamente letto il tuo messaggio.

Il piano base di Mailtrack.io è gratuito e prevede funzioni limitate, ma a partire da 4,25 euro al mese puoi avere il profilo completo senza il watermark “Sent with Mailtrack”.

#5. Wisestamp

Un ottimo modo per ottenere una buona impressione è presentarsi bene. Probabilmente se vai a un colloquio di lavoro, non utilizzerai quella vecchia t-shirt che fa tanto “bello e dannato”, Wisestamp ti permette di migliorare l’aspetto delle tue email tramite la personalizzazione della firma.

Puoi creare una firma custom oppure scegliere fra numerosi template e aggiungere i contenuti che preferisci come i badge dei tuoi profili social, una call to action verso il tuo profilo di Linkedin (potrà servirti a quel colloquio!) oppure inserire la tua foto o il logo della tua azienda.

Wisestamp permette anche di inserire il flusso dei tuoi ultimi post oppure dei tuoi status social, per aumentare l’engagement direttamente dalla tua email.

Wisestamp è disponibile per i client email più frequenti come iPhone, GMail, Outlook e Mac. Per rimuovere il brand Wisestamp, puoi acquistare il piano premium a 4$ al mese.

Ninja, questa lista ti ha convinto? Stai utilizzando qualcuno dei tool di email management che ho appena elencato per ottimizzare le tue attività digitali quotidiane? O hai altre soluzioni da consigliare agli altri amici lettori?

Dolly Noire, come nasce una startup dello streetwear

Dolly Noire, come nasce una startup dello streetwear

A raccontarla la storia di Dolly Noire ha un non-so-che di romantico: inizia su una panchina di Buccinasco con quattro ragazzi che decidono di realizzare un sogno, per trasformarsi in un’avventura internazionale che ha a che fare persino con la Divina Commedia.

Sono davvero giovani, ma non perdono tempo i fondatori di Dolly Noire, brand emergente dello streetwear, che dopo essersi ormai affermato con una certa forza in Italia, punta ai mercati internazionali. Reduci dal White Trade Show di Milano e dal Bright Show di Berlino, ci raccontano la loro storia, a metà strada tra creatività, follia e tanta passione.

La collezione per il prossimo Autunno-Inverno è ispirata a Dante, perché streetwear significa anche conoscere le proprie radici ed esportarle nel mondo con la forza di un marchio che ha già ben chiara la strada da seguire.

Daniele Crepaldi, Brand Manager & Founder di Dolly Noire, ci racconta la storia di come davvero si possa trasformare una passione in una realtà in grado di fatturare più di mezzo milione di euro all’anno.

Giovani, con le idee chiare e con un brand che punta già al mercato mondiale. Siete “solo” startupper?

Dolly Noire, come nasce una startup dello streetwear
La parola startup ultimamente viene un po’ abusata. Per noi una startup è qualcosa di embrionale che cerca inizialmente con coraggio di affacciarsi al mercato. Probabilmente eravamo una startup quando, nel luglio del 2013, abbiamo deciso di mollare tutto per dedicarci interamente alla nostra azienda, quando il nostro fatturato era inferiore ai 10.000 euro al mese e quando vivevamo con la paura che l’azienda potesse crollare in un attimo.
A due anni di distanza avendo chiuso il 2015 con un fatturato superiore al mezzo milione di euro non ritengo più che Dolly Noire sia una startup. Siamo una piccola realtà che sta crescendo molto bene, anche a livello finanziario.

Lo snapback è diventato il vostro simbolo, ma cosa ha contato di più nello sviluppo del business, il prodotto o il marketing?

Dolly Noire, come nasce una startup dello streetwear

Credo che marketing e prodotto debbano sempre viaggiare insieme. Puntare inizialmente sullo snapback è stata una scelta che si è rivelata vincente. Il cappellino a visiera piatta infatti è uno die prodotti più amati dal target hip hop e dagli stessi artisti rap italiani, settore musicale che negli ultimi cinque anni ha avuto un’incredibile crescita.

Abbiamo da subito iniziato a regalare i nostri prodotti a questi artisti. Il cappello è un prodotto più difficile da trovare nei negozi (una persona comune nell’armadio ha 100 magliette, ma solo cinque cappellini), ma anche super visibile, proprio perché sta sulla testa, e questo ci ha fatto conoscere molto.

Abbiamo iniziato dagli artisti più piccoli e dato che non abbiamo mai avuto nessun amico nel mondo del rap, il nostro prodotto ha parlato prima di noi: in due anni abbiamo messo i nostri prodotti a tutti i big del settore, da J-AX a Clementino, da Ensi a Emis Killa, da Rocco Hunt a Nitro passando per Nerone, Shade, Fred De Palma e moltissimi altri.

Nell’ultimo anno oltre al prodotto Snapback abbiamo puntato in maniera molto decisa sulle grafiche: per ogni collezione scegliamo un tema e mettiamo insieme 15-20 artisti italiani e internazionali che realizzano in maniera unica e grandiosa i soggetti della collezione, che poi finiscono su T-shirt, felpe, giacche…

Abbiamo poi iniziato a lavorare benissimo con i social, comunicando al meglio gli sviluppi del nostro marchio, in particolare su Facebook, canale che, con in suoi 82k like, teniamo un pò più istituzionale, e Instagram dove rappresentiamo la real life per 18.2k followers.

Altra strategia che riteniamo geniale è stata quella di farci conoscere dalla strada, da quelli che abbiamo chiamato Ambassador. Ragazzi sparsi per tutta Italia che hanno la possibilità di farci conoscere tramite il passaparola.

Gli Ambassador sono uno dei vostri punti di forza sui social. La community underground può essere considerata come un vero e proprio mercato fuori dai circuiti tradizionali?

Dolly Noire, come nasce una startup dello streetwear
Certo, è stato il progetto Ambassador a far innamorare di noi il nostro quinto socio, colui che quando fatturavamo zero ha deciso di puntare su di noi dandoci l’opportunità di lasciare rispettivi lavori per dedicarci alla nostra passione.
In due anni abbiamo costruito una rete che ad oggi conta più di 400 ragazzi, sparsi per tutta Italia. Gli Ambassador sono ragazzi dai 16 ai 25 anni circa, che hanno la possibilità di avere qualche piccolo sconto sui nostri prodotti a fronte di attività di marketing sui loro profili personali dei social network.
Ad esempio, quando Dolly Noire fa uscire un nuovo video oppure un nuovo prodotto, tutti gli Ambassador sono incentivati a condividere questi contenuti sui loro profili. Ogni ragazzo ha in media 1000 amici, se anche solo in 100 condividono il contenuto, sono 100.000 possibili impressioni in più che raggiunge quel contenuto. A costo zero da parte nostra.
Gli Ambassador poi portano con sé diverse passioni, ed ecco che spesso queste passioni vengono messe a disposizione dell’azienda. Ad esempio molti sono fotografi, moviemaker, sportivi, artisti musicali, writer o designer. Cerchiamo di far crescere il loro talento e farlo crescere creando contenuti per la nostra azienda.

Oltre all’innovazione dello streetwear, in Dolly Noire ci sono anche valori più tradizionali?

Dolly Noire, come nasce una startup dello streetwear

Sicuramente c’è il valore dell’amicizia che è la forza del team. Ci conosciamo tutti e quattro da quando andiamo all’asilo, ognuno di noi ha una mansione ben precisa ed è a capo della sua divisione: io del marketing, Federico si occupa della distribuzione, Alessandro cura l’aspetto finanziario e Gioele il design.

 

Secondo valore fondamentale è l’intraprendenza. Ciò che ci spinge da sempre è la voglia di fare e la voglia di far crescere un progetto che da un panchina di Buccinasco ci ha portato tre giorni fa a presentare il nostro marchio alla più grande fiera streetwear europea a Berlino.

 

Terzo valore che ci piace sempre ricalcare è l’italianità. Dolly Noire è un marchio italiano fatto da italiani: se in TV non si sente che parlare male del nostro paese, noi cerchiamo di portarlo in tutto il mondo con orgoglio. La collezione Autunno-Inverno 2016 che abbiamo presentato al Bright ha infatti come tema la Divina Commedia. In questi giorni è stato faticoso ma emozionante spiegare a centinaia di buyers la storia di Dante, ma siamo certi di avergli lasciato qualcosa di unico.

L’occasione della vita, quale potrebbe essere per i ragazzi di Dolly Noire?

Dolly Noire, come nasce una startup dello streetwear

Sicuramente uno dei nostri più grandi difetti è l’inesperienza. Nessuno di noi ha genitori nel settore moda, né imprenditori. Ogni cosa nuova che facciamo è per noi qualcosa di imprevedibile, spesso sbagliamo, capiamo come affrontare la situazione e poi la facciamo bene.

Una grande occasione sarebbe quindi quella di sederci a tavolino con un possibile investitore del settore, qualcuno che sappia darci qualche dritta importante e possa aiutarci a crescere ancora più velocemente.

Dall’intellettuale pubblico al pubblico intellettuale

Verso la metà degli anni ’90, un celebre sociologo americano, utilizzò l’esempio del bowling per dimostrare la crisi delle reti sociali tradizionali: sebbene il numero di giocatori non fosse mai stato così alto nella storia d’America, gli iscritti alle associazioni erano diminuiti del 40%; TV e videogiochi assorbivano il tempo libero delle nuove generazioni. Mentre si osservava impotenti il declino del capitale sociale erano già in molti ad affollare la rete; le piazze diventavano i nuovi luoghi di aggregazione e ogni individuo iniziò a misurarsi con la sensazione di appartenere ad una comunità più grande e globale. Da bowling alone a bowling online.

La crisi delle reti sociali corre in parallelo con la crisi della democrazia: sempre meno persone, in occidente, si recano alle urne. Tuttavia, le prassi del consenso politico, si stanno spostando nel mondo virtuale (ogni utente vale uno, come il voto) e la sfida della democrazia diffusa è, a sua volta, diventata una trappola. Il nostro viaggio non poteva che concludersi con Marco Bassani, professore di storia delle dottrine politiche all’Università di Milano. Gli abbiamo chiesto di tirare le somme, e di farlo senza pietà.

Marco Bassani

Dall’intellettuale pubblico al pubblico intellettuale

Se la rete sociale tradizionale si è disgregata nel corso degli anni, dov’è finito il pubblico che riconosceva i propri punti di riferimento intellettuali? Gli utenti oggi trovano i propri punti di riferimento tra amici e follower, le star della propria home che commentano un ristorante hanno più appeal dei critici della Guida Michelin.

Il paradigma che i social hanno contribuito ad invertire viene da lontano, come ci spiega il prof. Bassani: “Fin dai tempi dei greci ci era stata trasmessa l’idea che al posto dei decisori ci dovessero essere i filosofi e i sapienti, una convinzione che si è fatta strada fino a Comte. Questo pensiero si contrappone al mondo della conoscenza libera e diffusa, di cui i social sono ambasciatori“.

E se il mezzo stesso diventasse il nuovo punto di riferimento? È quello che vorrebbe Facebook: un’esperienza online che abbia un inizio ed una fine all’interno del medesimo contenitore; i social diventano dunque il mezzo con cui orientiamo la nostra conoscenza. Gioco pericoloso, quest’ultimo: la forma in cui sono espresse le cose influenza sempre la sostanza delle idee.

Quindi ha ragione Eco nel dire che ci sono legioni di imbecilli che infestano il web? “Non sono imbecilli”, precisa Bassani “La questione è molto più complessa: possiamo sintetizzarla dicendo che il popolo è inadatto al pensiero astratto, che solitamente è espresso dalla parola scritta. Leggendo commenti e status mi sorprendo come le persone non sappiano scrivere”. Eppure non sono certo i social media i responsabili delle percentuali di analfabetismo funzionale che vedono il nostro paese primeggiare nel mondo.

Continua il professore: “I social rappresentano il bar più l’edicola, la frivolezza delle conversazioni davanti ad una tazzina di caffè unite allo ‘scripta manent’. La produzione di giudizi è costante, si parla per parlare anche se non si ha nulla da dire. La scrittura si sovrappone alla voce”.

Ma il contenuto dei discorsi del bar non è colpa del bar, al limite può essere influenzato dal contesto: dal barista, dai tavolini, dall’atmosfera informale. Se, per dirla con la celebre formula di McLuhan, “il mezzo è il messaggio”, quale messaggio dobbiamo aspettare che emerga dal brusio dei social? Qualsiasi esso sia, proviamo a leggerlo senza troppa serietà. Un buon esercizio? “Considerare, appunto, le conversazioni sui social come quelle del bar”, prosegue Bassani: “Tenete a mente che chi commenta lo fa secondo il proprio carattere ed è saggio dare a ciascun utente un peso relativo”. Un consiglio particolarmente valido per aziende ed agenzie.

Utenti

Aziende, tornate alla realtà

Le aziende, nella loro disperata strategia di customer care, troppo spesso finiscono per dare importanza a pareri ultra-minoritari, disperdendo tempo e risorse che potrebbero essere impiegate per cose ben più importanti. Ad esempio lavorare. Ma perché un singolo parere è ritenuto così importante? Si tratta di una curiosa variante 2.0 del meccanismo del framing, una tecnica popolare negli spot politici (ma anche commerciali!) americani: si estrapola (a volte fuori contesto) una frase, una dichiarazione o un numero e la si fa passare come la verità assoluta. Ci spiega Bassani:  “Avete presente quando in TV si intervistano le persone per strada su un tema? Il giornalista chiede, ad esempio, se i prezzi sono aumentati con l’Euro oppure no”. Quei pochi “Sì” o quei “No”, finiscono per essere percepiti come il parere della maggioranza. L’ossessione del consenso assoluto e la paura del giudizio, fanno il resto.

La trappola dei social è molto simile: quella recensione o quel commento lasciati sul wall sembrano, nel momento stesso in cui vengono postati, la cosa più urgente e prioritaria da risolvere. Se solo si avesse la lucidità di contestualizzare il mezzo e dare il giusto peso al messaggio e al mittente, ci risparmieremmo tutti tanti sudori freddi. Smettiamola dunque di rispondere sempre a tutti, smettiamola di applicare le logiche della politica (una testa, un voto) anche al web. La rincorsa perpetua dei brand verso il consenso è un tunnel buio, e la luce in fondo è il proverbiale treno.

Pubblico

Don’t Panic

La percezione della realtà, anche su temi importanti, è molto diversa tra chi frequenta Facebook e chi invece ne sta volontariamente fuori”. La nostra home, insomma, non è il mondo, ma il nostro mondo, il che è ben diverso, specialmente se siamo abituati a prendere la vita sul serio.

Se Churchill avesse davvero detto tutte le cose spiritose che gli attribuiscono su Facebook sarebbe stato il miglior comico del ‘900. Ci sono fenomeni che cogli solo nell’intimo del web“, precisa Bassani.

I discorsi particolarmente esasperati, retorici e sensazionalistici, veicolati attraverso i media, contribuiscono ad alimentare il cosiddetto “panico morale”, un’isteria collettiva e contagiosa che si propaga nel mezzo come un’epidemia. La facilità con cui queste dinamiche vengono alla luce, nell’epoca dei social media, espone le aziende a vere e proprie ondate di commenti, trend topic ostili o sollevazioni popolari. “Il web s’indigna”, si legge spesso nei titoli dei giornali. Ma ogni episodio monta tanto velocemente, quanto tanto velocemente si sgonfia.

L’importante è restare calmi. Tutto passa, “don’t panic”, come scriveva Douglas Adams in copertina del suo “Guida galattica per gli autostoppisti“. Il consiglio migliore che si possa dare all’umanità, come lo definì Arthur C. Clarke, è anche la migliore raccomandazione che possiamo dare ad un social media manager.

Abbiamo capito insomma che adda passà ‘a nuttata. Ma nel frattempo, come convincere i responsabili marketing, i titolari di azienda e le agenzie di non prendere troppo sul serio i pareri della gente? Come si fa a riportare tutti con i piedi per terra? Educando, innanzitutto, alla “democrazia ponderata”, il concetto con cui siamo partiti all’inizio di questa analisi: non tutti i pareri sono uguali, perché non tutti gli autori dei pareri sono uguali. Non considerate ogni commento al pari dell’altro, siate voi il filtro e la selezione. E, nel dubbio, ignorate la gente.

Il Prof. Bassani è lapidario: “Le aziende non dovrebbero cercare il consenso assoluto, ma un “certo” consenso. Basta con questa storia di doversi sempre scusare per tutto. Un consiglio? Curate più i prodotti e badate meno a ogni singolo giudizio dei consumatori”.

Il senso della vita

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Red Bull mette agli studenti le ali dell’avventura

Red Bull è avventura e quest’anno mette le ali agli studenti universitari con la campagna Red Bull Can You Make It?

Da sempre la strategia marketing di Red Bull è molto chiara e si traduce in momenti concreti la cui base è l’avventura, l’energia, la condivisione e un pizzico di pazzia.

Siamo stati abituati a concerti gremiti, a tuffi spettacolari durante i Red Bull Clift Diving, a sfide sportive estreme ed ora Red Bull chiama a raccolta studenti di tutta Europa per un interail rivisitato.

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Red Bull fa le cose in grande è quindi la nuova campagna Red Bull Can You Make It? coinvolge 165 studenti in più di 50 Paesi europei in una settimana unica.

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Le squadre (composte da tre studenti universitari maggiorenni)  saranno scelte tra quelle che avranno riscosso maggior successo con il video di presentazione e ottenuto il favore della giuria.

Ogni squadra inizierà da uno dei Punti di Partenza in giro per l’Europa munita unicamente di 24 lattine Red Bull e uno smartphone.

Con queste lattine i ragazzi dovranno trovare i mezzi per procedere nel viaggio passando per i Check point e mettendosi alla prova nelle sfide della Lista delle Avventure per guadagnare altre lattine.

Spirito di adattamento, collaborazione, energia e inventiva  porteranno questi ragazzi a sfidare se stessi e a rispondere alla domanda Can You Make It?

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Passo dopo passo, le squadre condivideranno la loro avventura con i fan tramite lo smartphone fino a raggiungere la Final Destination dove incontreranno gli altri partecipanti.

Una sfida che non è una gara perché è l’intensità del percorso la vera vittoria. Usando le lattine al posto dei soldi, Red Bull ci dice che non è il denaro a muovere l’Europa ma la capacità di trovare altre strade, di usare come moneta di scambio l’energia e la collaborazione.

Anche questa volta Red Bull interpreta i tempi restando coerente alla sua natura e alla sua mission, centrando l’obiettivo di essere presente in momenti di grande rilievo mediatico.

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Utenti e sovraccarico di informazioni: social media, che fatica!

Il sovraccarico di informazioni non è un concetto nuovo: già Alvin Toffler ne parlò quasi mezzo secolo fa nel suo libro “Lo choc del futuro” del 1971.

Quando gli input di un sistema superano la sua capacità di elaborarli, il sistema va in tilt.

Nel caso degli esseri umani questo stress intacca la qualità delle decisioni che prendiamo.

Nonostante la capacità di elaborazione di ciascun individuo differisca e – in generale – non sia quantificabile, alcuni studi hanno cercato di determinare l’impatto che i social possono causare col crescere delle sollecitazioni e informazioni che si ricevono.

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Pensate che in un solo giorno sono pubblicati oltre 322 milioni di tweet, oltre 3700 tweet al secondo! (puoi vedere in tempo reale quanti siano qui: internetlivestats.com)

Per capire, è come se in un giorno fossero pubblicate oltre 100mila copie de “La divina commedia”.

LEGGI ANCHE: Social network e soglia dell’attenzione: come cambia la fruizione del contenuto?

Questo sovraccarico genera un fenomeno che, chi si occupa di social media marketing non può ignorare: “Social media fatigue” lo hanno chiamato in inglese, l’affaticamento da social media.

Un fenomeno preoccupante dato il tempo e denaro che si investe per costruire una presenza online efficace.

Già nel 2013 il PEW research center aveva rilevato che ben il 61% degli utenti Facebook si era preso una pausa dal social, di qualche settimana o più, ed alcuni lo avevano invece abbandonato definitivamente.

Le ragioni dichiarate dagli stessi utenti erano molteplici e se quella maggiore (21%) non è direttamente riconducibile all’affaticamento (mancanza di tempo, dicono), se si aggregano quelle che invece lo sono si raggiunge una percentuale significativa: il 34% non trova contenuti rilevanti, o denunciano troppa conflittività e negatività o che, semplicemente, perdono troppo tempo.

Gli utenti, stressati, non sempre prendono decisioni limpide, e almeno un 20% di essi dichiara di pentirsi almeno una volta al mese di aver pubblicato, condiviso o commentato qualcosa online.

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Il sovraccarico non è solo colpa del maggior numero di notizie che sono generate ogni minuto nei social network ma anche nella tendenza, da parte di molti utenti, a sottoscrivere gli aggiornamenti di più utenti o pagine di quante ne possano in realtà seguire. I ricercatori ipotizzano che in realtà questi utenti non desiderino ricevere ogni aggiornamento, ma che piuttosto ritengano opportuno o interessante seguire quella persona o quella fonte.

Un sovraccarico dovuto forse non alla loro bulimia di informazioni, ma invece alla voglia di socializzare o all’incapacità di sottrarsi a (presunti) doveri di etichetta sociale.

Un altro aspetto di cui tener conto è il meccanismo secondo cui si propagano le informazioni online. Sebbene si usi il termine “virale” sia per le epidemie che per la diffusione di notizie nei social, i meccanismi sono profondamente diversi. Nel primo caso è sufficiente (spesso) essere esposti all’infezione per diventarne veicolo, nel secondo le informazioni ricevute devono superare una certa soglia perché l’utente le condivida.

L’utente deve essere esposto ripetutamente ad una certa informazione, da più fonti, per prendere in considerazione l’atto di condividerla.

Il proliferare delle fonti di informazioni e notizie, inclusi i contenuti generati dagli utenti stessi, i doveri sociali, la paura di essere esclusi o perdere qualche notizia (la FOMO, Fear Of Missing Out) sono alcuni dei fattori che contribuiscono a questo nuovo tipo di disagio, che qualcuno considera al pari di una vera e propria intossicazione e dipendenza.

Secondo digitaldetox.org  in USA almeno il 61% degli utenti ammette di essere dipendente da internet e il 67% confessa di controllare il proprio smartphone anche se non ha vibrato o squillato per dare una qualche notifica.

Organizzano veri e propri ritiri per aiutare le persone a disconnettersi, seguendo un percorso di disintossicazione digitale dal nome evocativo: disconnect to reconnect, disconnettiti (dalla rete) per riconnetterti con la natura, con le persone che ti stanno vicine… al di la del tavolo. 

Cosa puoi fare come utente per ridurre lo stress senza rinunciare ai tuoi social preferiti?

  • Usare le liste di interessi su Facebook e su Twitter per organizzare meglio i tuoi feed.
  • Disattivare le notifiche non rilevanti (p.es: il nuovo post in un gruppo, il mi piace o commento ad un post di semplici auguri).
  • Filtrare e separare le email di lavoro da quelle relative alle sottoscrizioni fatte sui social.
  • Controllare le Email e le notifiche solo durante momenti predeterminati;
  • Riservarti un momento alla fine della giornata per un controllo delle notifiche accumulate.

Cosa puoi fare se sei un social media manager?

  • Affidati al passaparola: annunci e influencer contano, ma pagano anche l’autencità e la fiducia che ispira una raccomandazione di un utente per il buon servizio ricevuto.
  • Controlla se la sovraesposizione e affaticamento colpisce solo i tuoi lettori/fan o anche quelli del tuo concorrente. Agisci di conseguenza.
  • Controlla se ci sono altri social o nicchie di audience che non hai ancora coperto
  • Concentra i tuoi sforzi: analizza i dati e seleziona i canali che portano maggior traffico al tuo sito
  • Dosa le promozioni e i post: non sempre occorre pubblicare ad una frequenza così alta.
  • Integra le conversazioni sui social con conversazioni nel mondo reale (incontri, eventi, dimostrazioni)
  • Fai che la “fatica” di leggerti valga la pena: che i contenuti siano interessanti (e basta di post col buongiorno e la tazzina di caffè!) o siano legati ad un particolare benefit (uno sconto, un omaggio, per esempio).
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I 10 spot più virali del Super Bowl

Quali sono stati gli spot più virali trasmessi al Super Bowl negli ultimi 10 anni? Lo sport, si sa, unisce e mobilita l’attenzione di un gran numero di persone.

Il Super Bowl è l’evento più atteso dell’anno in America, ma anche il momento in cui tutti i Brand cercano di aggiudicarsi uno spazio pubblicitario. Basti pensare che l’anno scorso gli spot trasmessi in prima visione sono costati circa 4,5 milioni di dollari per 30 secondi.

La classifica, che usa come valore di riferimento il “numero di condivisioni“, è stata resa nota da Business Insider, da un’indagine condotta dall’azienda Unruly tramite un proprio sistema di analisi statistico. Le tematiche trattate sono tra le più originali, quale avrà conquistato il cuore degli utenti di Facebook, Twitter e dei blog?

LEGGI ANCHE: il valore dei brand: la classifica di Forbes 2015

10. Volkswagen: “The Bark Side” — 0.9 milioni di condivisioni (2012)

L’intramontabile colonna sonora di Star Wars colpisce Volkswagen, che arruola un gruppo di animati cagnolini per cantarla. Il titolo dello spot, “The Bark Side” richiama ad un gioco gioco di parole fra Dark (oscuro) e Bark (abbaio).

9. Paramount: “Fast and Furious 7” trailer — 1.31 milioni di condivisioni (2015)

Come si può resistere a Vin Diesel, Paul Walker e Dwayne Johnson? Un film incredibile che al suo settimo appuntamento non fa che rinnovare un grande consenso di pubblico.

8. Chevrolet: “Needing/Getting” — 1.34 milioni di condivisioni (2012)

Per presentare la Chevrolet Sonic, la nostra Aveo, la casa automobilistica scomoda un gruppo musicale indie, gli OK Go. Sulle note della canzone “Needing/Getting“, i quattro ragazzi dell’Illinois suonano 55 pianoforti, 288 chitarre e 1157 strumenti musicali fatti in casa, tutto mentre sono al volante di un auto. Bella prova!

7. Fast & Furious 6: “Big Game Spot” — 1.5 milioni di condivisioni(2013)

Continua il successo di Fast & Furious. In fondo, auto super accessoriate, velocità, donne avvenenti e chi più ne ha più ne metta, fanno sempre un certo effetto.

6. Ram Trucks: “Farmer” — 1.9 milioni di condivisioni (2013)

So God mad a farmer“: un video commovente quello proposto da Ram Trucks nel 2013.

Si scardinano le regole del gioco e da video provocatori si passa ad un tributo unico alla vita degli agricoltori: lavoro, preghiera, fatica, sudore, questi i veri valori della terra.

5. Budweiser: “Puppy Love” — 2 milioni di condivisioni (2014)

https://www.youtube.com/watch?v=BPAPCkeL-fU

Aumenta il numero di condivisioni con il video targato Budweiser. “Puppy Love” scomoda un piccolo cucciolo di Labrador e un cavallo. Stessa cosa avverrà nel 2015 con “Lost Dog” e nel 2013 con “Brotherhood“: Budweiser ha senza dubbio fatto centro più di una volta durante il Super Bowl.
I video, ma soprattutto i loro protagonisti, sono tenerissimi: associare i cavalli al cucciolo di Labrador é stata una mossa sopraffina. I Budweiser Clydesdales, cavalli da lavoro allevati in Scozia, sono legati alla Anheuser-Busch Brewing Company dal 1933.

4. Budweiser: Lost Dog — 2.5 milioni di condivisioni (2015)

https://www.youtube.com/watch?v=xAsjRRMMg_Q

3. Budweiser: “Brotherhood” — 2.9 milioni di condivisioni (2013)

https://www.youtube.com/watch?v=E0HI4DAmVDo

2. Budweiser: “9/11 Commercial” — 3.5 milioni di condivisioni (2002)

Uno spot per non dimenticare: patriottico e significativo. I Clydesdales arrivano fino a New York per rendere onore a tutti gli eroi dell’11 Settembre.

1. Volkswagen: “The Force” — 5.3 milioni di condivisioni (2012)

https://www.youtube.com/watch?v=R55e-uHQna0

Se vostro figlio crede di essere il cattivo Darth Vader di Star Wars cosa fareste? Divertentissimo!

Twitter, il social network abbandonato (anche dai dirigenti)

Twitter: quattro dirigenti hanno lasciato l’azienda

Quattro dirigenti hanno lasciato improvvisamente Twitter in una burrascosa domenica notte.
Ovviamente in questo caso non è stata la tempesta Jonas a scuotere i piani alti della compagnia di Jack Dorsey, ma i quattro importanti ruoli chiave hanno lasciato il proprio posto nella società.

I capi dei settori prodotto, media, sviluppo e Vine avrebbero abbandonato i propri incarichi, lasciando la compagnia in subbuglio, anche se forse l’impatto dei licenziamenti è già perfettamente previsto. Stando a Re-code e al New York Times, il CEO sta tentando un ennesimo stravolgimento dei dirigenti per dare una nuova forma a Twitter. Il social network, infatti, non riesce a ritrovare la sua collocazione in un mercato fatto di utenti che ormai utilizzano abitualmente anche servizi come Snapchat e Instagram. In migliaia hanno abbandonato il social media, visto come il più tecnologico al momento del suo lancio, ma che ormai ha perso appeal anche in Borsa, con il crollo del prezzo delle azioni.

Quattro posti da rimpiazzare, quattro grandi cambiamenti

Twitter, il social network abbandonato (anche dai dirigenti)

Secondo Re-code, il capo del settore media, Katie Jacobs Stanton, e quello del prodotto, Kevin Weil, stanno lasciando l’azienda, senza peraltro avere ancora nuovi incarichi in un’altra società. Il loro posto a Twitter sarà ricoperto con sostituzioni ad interim per il momento.

La più grande innovazione apportata da Weil a Twitter era stata il suo Twitter Moments, la carrellata di notizie su un determinato evento direttamente sulla timeline di Twitter. E anche Dorsey aveva dimostrato di apprezzare la novità, dichiarando ad ottobre che: “Moments rappresenta un vero e proprio cambiamento nel nostro modo di pensare”.

E il cambiamento sembrava dietro l’angolo anche con l’annuncio della rimozione del limite di 140 caratteri, marchio di fabbrica del social, da più parti considerata però anche il suo vero limite.

A seguire il New York Times ha riferito che il vice presidente dell’area engineering di Twitter, Alex Roetter, sarebbe sul punto di lasciare l’azienda. Secondo le informazioni del NYT, anche Jason Toff, responsabile per Vine, avrebbe lasciato la compagnia.

Un nuovo CMO per Twitter

Twitter, il social network abbandonato (anche dai dirigenti)

Stando alle ultime notizie Twitter annuncerà ufficialmente i cambi al comando tra oggi e domani, insieme all’assunzione di un nuovo importante Chief marketing officer, che potrebbe provenire da un grande marchio, secondo indiscrezioni.

Mashable riporta che uno dei principali investitori di Twitter ha confermato che gli addii sono stati il risultato di una ristrutturazione a lungo pianificata. I quattro dirigenti che hanno lasciato, infatti, sarebbero stati tutti sostenitori dell’ex CEO Dick Costolo e “non erano persone di cui Jack Dorsey aveva fiducia”.

Per il momento nessun commento da Twitter, ma oltre ai quattro dririgenti, secondo Re-code ci saranno ancora altri cambiamenti.