Social network e soglia dell’attenzione: come cambia la fruizione del contenuto?

L'overload di contenuti di cui è vittima la rete sta causando un altro effetto collaterale? Qualche riflessione sulla capacità di concentrarsi degl utenti

Immagine di SocialNewsDaily.com

Avevamo già affrontato lo scorso anno nel post Social Network e contenuto: verso la saturazione? il tema del rischio di overload dato dall’ampia offerta di risorse offerte dalle nostre reti digitali.

Un problema, se consideriamo come oggi, più che mai, senza una reale strategia di content marketing che valorizzi la produzione di contenuti di qualità, i brand rischino di disperdere tutto il lavoro di comunicazione relativo ai loro prodotti. Certamente un segnale che qualcosa sta cambiando anche nell’uomo in quanto animale sociale che interagisce con lo spazio e gli elementi che lo circondano: vediamo perché.

Siamo abituati da sempre ad avere a che fare con mass media. TV, radio, giornali e libri che veicolano messaggi più o meno corposi, e che richiedono una concentrazione da parte del fruitore che ne garantisca la comprensione. Pensate a un film complesso come Inception di Christopher Nolan, o un libro come A la Recherche du temps perdu di Proust: opere di primo piano nelle rispettive forme, che per essere apprezzate chiedono uno sforzo non indifferente a chi si mette comodo in poltrona a guardare o leggere.

Immagine di Ezgi Sisman

Bene. Da qualche anno si osserva come sui new media il tempo richiesto per la fruizione di un contenuto si sia notevolmente ridotto. Come scrive Farhad Manjoo nell’incipit di un articolo pubblicato su Internazionale:

“Sarò breve, perché non resterete qui a lungo. Ho già perso un bel po’ di lettori. Su 161 persone che sono finite su questo articolo, circa 61 (il 38 per cento) sono già andate via”.

Una discesa costante di fruitori che, se da un lato testimonia come sia necessario un “ingaggio” immediato ed efficace nel contenuto che si va a proporre, segnala anche una trasformazione sempre più marcata, dettata dall’incapacità di dedicare troppo tempo a uno stesso messaggio.

Ci stiamo assuefacendo ai 140 caratteri? Una misura che segna in qualche modo tutti i social media manager del mondo, abituati ormai a misurarsi con spazi sempre più stretti di espressione, soggiogati da ritmi sempre più serrati di produzione. Se vuoi esserci devi colpire il bersaglio in maniera immediata, secca, come – passateci il brutto esempio – un colpo di pistola.

In molti osservano, è vero, che ad esempio su Facebook un post “lungo” risulti essere più ingaggiante rispetto a uno corto. Ma in quanti si soffermano a leggere un testo pubblicato su uno status senza conoscere l’emittente (pensiamo ad esempio a uno status condiviso)? Quanto c’è di affiliazione e fiducia nel brand/utente che diventa publisher?

Ad un’analisi per lo meno sommaria, il senso del contenuto troppo corposo – se questo risulterà essere proposto da una fonte cui non ci si è precedentemente legati - sarà troppo laborioso da digerire da parte del fruitore, e per questo potrebbe verificarsi quella discesa di cui parla Manjoo nell’articolo citato poc’anzi.

Il problema è tutto di ciò che si propone? No. E’ chiaro che sono gli stessi utenti che stanno trasformando la loro capacità di rimanere concentrati rispetto al contenuto, in maniera impercettibile e costante.

Si può svolgere un semplice esercizio per capire il senso del discorso: se siete utenti molto attivi ad esempio su Twitter, provate a constatare quanto tempo riuscite ad ascoltare la stessa canzone sul vostro iPod, oppure leggere un libro. Potrete notare come, a forza di essere stimolati da un bombardamento di contenuti massivo e continuo, tutti fruiti in tempi rapidissimi, diventerà più faticoso completare il processo di fruizione laddove il tempo richiesto per la comprensione aumenta.

Un grafico in questo senso è abbastanza esemplificativo: realizzato nel 2010, mostra e raffronta le forme di contenuto con – appunto – la soglia dell’attenzione umana:


Curioso, non trovate?

Il legame fra “volume” del contenuto e tempo di fruizione scende (prevedibilmente) in maniera direttamente proporzionale alla soglia dell’attenzione che si presta ad esso.

Ciò che però il grafico non può mostrare è l’assuefazione alla stessa quantità di informazioni che riusciamo a fruire in maniera attenta, andando così a determinare delle trasformazioni nella sfera cognitiva che, necessariamente, implicano degli effetti nella vita di tutti i giorni.

Non esistono al momento (se sì, segnalatelo nei commenti!) studi approfonditi per capire come cambia la percezione dell’esistente per utenti abituali dei social network e in generale del web. L’idea è però che più si frammenta la presenza sul web e l’esperienza social, più gli utenti diventino rapidi nella fruizione ma, allo stesso tempo, incapaci di soffermarsi: tesi già sostenuta da Alessandro Baricco ne I Barbari nel 2005 ma che con i social network e la facilitazione nella produzione di contenuti è divenuta più concreta.

Una fase ancora tutta in divenire, ma che necessariamente va tenuta da conto se si vuole lavorare in contesti dove è necessario sviluppare contenuti ingaggianti e trasmettere al contempo messaggi efficaci e che colpiscano il bersaglio.

In particolare, in un periodo che vede sempre più affacciarsi nella progettazione di campagne di comunicazione strategie basate su tecniche di comunicazione transmediale e che pongono al centro principi di crossmedialità, è necessario capire come stia cambiando l’utente.

Un messaggio che sia, come detto prima, laborioso nella trasmissione rischia di disperdersi e, peggio, diventare per l’utente fattore d’allontanamento dall’emittente. Allo stesso modo, è necessario performare il contenuto al media senza piegarsi necessariamente ai linguaggi convenzionali, semmai determinare la creazione di forme strutturate di senso che vadano incontro all’utente, lasciando che il completamento cognitivo richiesto sia minimale.

Ricordate l’incipit del famosissimo video di Volkswagen per la campagna Passat 2011? In pochi secondi l’utente comprende subito il contesto della storia che si va a raccontare, grazie all’unione del primo fotogramma (la figura del bambino vestito da Darth Vader) e la colonna sonora che accompagna la scena (la soundtrack della saga di George Lucas): un ingaggio efficace che permette, per il tempo restante dello spot, di godersi letteralmente la storia che viene raccontata (e fruire così il messaggio pubblicitario collegato).

Un esempio calzante per capire quali, in futuro, saranno i contenuti più efficaci per colpire un pubblico che sta disperdendo, inconsapevolmente, la propria capacità di concentrarsi. Viviamo in un mondo che si sta velocemente saturando di informazioni e stimolazioni: chi saprà leggere e interpretare questa trasformazione sarà in grado di produrre una comunicazione efficace, friendly, ingaggiante.

Che ne pensate, amici lettori?

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  • http://www.web-siena.it/ Web Siena

    Purtroppo, sia per Google e i motori di ricerca moderni, sia per gli utenti, la frequenza di rimbalzo è diventata un fattore chiave per il successo di un blog.
    Video, immagini accattivanti..e perché no..un po’ di effetti che attirano l’attenzione del navigatore, saranno più che mai la vera chiave del successo online!

    Grande e articolo che condivido appieno!

  • Daniele Imperi

    Oltre ai contenuti veramente efficaci – e differenziati, anche, usando più media – il segreto per mantenere l’attenzione del lettore sta in alcuni elementi:
    - incipit del contenuto: deve riuscire a incuriosire il lettore, facendogli capire cosa sta per leggere;
    - stile di scrittura: coinvolgente.

    - impaginazione del contenuto: no ai testi monoblocco.

    Se il problema sta nella lettura, è dalla scrittura – leggi: creazione del contenuto – che dobbiamo partire per stimolare il lettore.

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