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Slack pubblica una lettera a Microsoft su New York Times

Oggi Microsoft ha presentato la sua nuova soluzione di collaboration dedicata al mondo del business: Microsoft Teams. Chi però ha fatto parlare di se è Slack, l’app competitor per la comunicazione nel mondo del lavoro.

Slack ha inviato un messaggio all’azienda di Redmond attraverso il New York Times, acquistando un’intera pagina. Stewart Butterfield, CEO di Slack, ha postato una foto della lettera sul suo account Twitter.

La lettera è stata anche pubblicata sul blog di Slack e l’inizio è subito provocatorio:

Cara Microsoft, Wow. Grandi notizie! Congratulazioni per gli annunci di oggi. Siamo davvero entusiasti di avere un po’ di concorrenza. Ci siamo resi conto qualche anno fa, che l’utilità  di passare a Slack era così evidente ed i vantaggi così schiaccianti che ogni azienda avrebbe finito per utilizzare Slack, o “qualcosa simile a” entro il decennio. Questo è dimostrato dal fatto che siete giunti a pensare allo stesso modo. E anche se – siamo onesti qui – abbiamo un po’ paura, sappiamo che ciò porterà un futuro migliore più velocemente. Tuttavia, tutto questo è più difficile di quanto sembri. Quindi, dal momento che avete iniziato a costruire “qualcosa simile a”, vogliamo darvi qualche consiglio amichevole.

La lettera continua dicendo che “Slack è qui per restare” :

Benvenuti Microsoft nella rivoluzione. Siamo lieti che stiate aiutandoci a definire questa nuova categoria di prodotto. Ammiriamo molti dei vostri successi e sappiamo che sarete degni concorrenti. Siamo sicuri che stiate arrivando con un paio di nuove idee da parte vostra. E noi saremo lì, pronti.

Secondo notizie recenti, Microsoft stava considerando un’offerta di 8 miliardi di dollari per Slack, ma Bill Gates e l’attuale CEO Satya Nadella si sono opposti all’affare a favore dello sviluppo di una soluzione in-house, Microsoft Teams, appunto, di cui vi mostriamo qui un video che introduce la nuova applicazione:

La lettera di Slack ricorda il famoso annuncio di Apple del 1981 quando  accolse IBM nel mercato dei personal computer pubblicato con una pagina intera su Wall Street Journal.

La guerra è appena cominciata: vedremo chi avrà la meglio tra Slack e Microsoft.

Dal programmatic al native video: le novità di lastminute.com group

Dopo il lancio dello scorso luglio di The Travel People, il gruppo lastminute diventa a tutti gli effetti uno dei protagonisti europei del settore media specializzato in viaggi.

Per comprendere meglio le sfide di questo nuovo business abbiamo intervistato Alessandra Di Lorenzo, Chief Commercial Officer – Advertising & Partnerships, lastminute.com group.

Alessandra Di Lorenzo

The Travel People è la nuova sfida di lastminute.com group: puoi raccontarci cos’è e quali opportunità riserva ai brand?

The Travel People è il nuovo dipartimento media di lastminute.com group. Si tratta di una nuova offerta che aiuterà i brand a raggiungere milioni di viaggiatori europei sul network di siti internazionali del gruppo tra cui lastminute.com, Volagratis, Rumbo, Jetcost e WAYN.

Attivi in 40 paesi e con una base di 43 milioni di visitatori ogni mese, offriamo ai nostri partner la possibilità di raggiungere in modo preciso ed efficace un pubblico ampio e sempre in movimento, alla ricerca di esperienze uniche.

In cosa si differenzia questa nuova offerta pubblicitaria? Quali sono i formati proposti?

The Travel People offre un servizio di marketing a tutto tondo. In veste di Publisher offriamo nuovi formati ad alto impatto, per esempio sticky half page, e ci stiamo rapidamente muovendo sul mondo native.

In veste di marketing service siamo in grado di produrre insieme ai nostri partner contenuti editoriali, video e social che vanno ben al di là dei classici formati media display. Le informazioni che abbiamo sui nostri clienti ci permettono inoltre di personalizzare il contenuto ed i formati media che mostriamo ai nostri utenti in base al loro profilo e interessi. Per questo, abbiamo recentemente firmato un accordo con la DMP Krux, che ci permette di offrire una nuovissima dimensione di targetizzazione ai nostri partner.

Young beautiful female traveler standing on the street and looking at the map

credits: Adobe Stock #96534371

Lavoriamo inoltre su tutta la filiera programmatic offrendo sia PMP che Programmatic Guaranteed, che sta rapidamente prendendo piede. Queste tecnologie ci permettono di rimanere in constante contatto con i nostri utenti anche una volta prenotato il viaggio, e di offrire ai nostri partner opportunità di re-targeting molto performanti sempre basate sui nostri dati.

Parliamo ora di creatività: come supporterete i brand nell’ideazione delle campagne?

Lavoriamo con i nostri partner sull’ideazione e lo sviluppo delle campagne dalla A alla Z. Con The Travel People abbiamo potenziato il nostro dipartimento creativo. Di recente, abbiamo lanciato un nuovo laboratorio di contenuti video dove sviluppiamo nuovi formati video per e con i nostri partner – dal semplice banner, a formati rich media ad alto impatto, al native ed infine video produzione.

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I nuovi strumenti di profilazione richiedono un lavoro creativo nuovo. Lavoriamo quindi con i nostri clienti sulla creazione non solo della logica di targeting ma anche sul contenuto. Il successo di campagne digitali dipende da entrambi i fattori.

Continua la sua rapida crescita l’utilizzo dei sistemi di Ad Blocking in Europa e nel Mondo: come pensate di risolvere questo problema?

Stimiamo che intorno al 10% del nostro traffico sia impattato da Ad Blocking al momento. Ci sono molte tecnologie che permettono di contrastare questo fenomeno, ma il punto è sempre la rilevanza. L’utente blocca il contenuto perché lo ritiene irrilevante, quindi dobbiamo lavorare rapidamente sui dati e su logiche di targeting più sofisticate. Pubblicità iper-rilevante non è altro che contenuto sponsorizzato – se ha senso in quel momento, non ci sarà necessità di bloccarla.

UberEATS, il food delivery travolge la sharing economy

UberEATS, l’ultimo esempio di food delivery che travolge la Sharing Economy

Alcuni giorni fa UberEATS è sbarcato in Italia, portando a Milano la consegna dei pasti a domicilio. Il servizio è attivo 7 giorni su 7, non c’è minimo d’ordine né spesa di consegna.

Attraverso il portale o l’app dedicata è possibile ordinare il pasto in pochi clic e riceverlo in massimo trenta minuti.

Nata nel 2014 a Los Angeles come startup, UberEATS è oggi disponibile in 44 città del mondo, cinque delle quali in Europa: Londra, Parigi, Amsterdam e Bruxelles, e appunto il capoluogo lombardo.

L’app UberEATS

L’app si presenta con grafica minimal, un banner in prima fascia indica le offerte speciali del momento, seguito dalla lista dei ristoranti aperti. La side bar comprende i dettagli del profilo, il riepilogo ordini, le modalità di pagamento (carta di credito o PayPal) e una sezione promozioni in cui è possibile inserire un codice sconto.

Una volta effettuata la ricerca per keyword si può selezionare il ristorante in base a prezzo e tempi di consegna stimati. UberEATS offre 100 ristoranti tra cui scegliere e ce n’è per tutti i gusti, dalla cucina tradizionale italiana a quella asiatica, dalle specialità vegane allo street food.

UberEATS, il food delivery travolge la sharing economy

E’ possibile seguire in tempo reale lo stato del proprio ordine attraverso la geolocalizzazione, fino alla consegna dello stesso.

Dopo aver consumato il proprio pasto è possibile lasciare una recensione sul cibo e sul servizio attribuendo un pollice all’insù o un pollice verso, aggiungendo nelle note le proprie considerazioni.

La consegna UberEATS

La consegna per il momento avviene in bicicletta o in scooter, UberEATS si affida a lavoratori autonomi che possono comunicare la propria disponibilità ed essere retribuiti direttamente dai ristoratori.

Non ci sono quindi vincoli orari, si viene pagati a consegna e a chilometraggio. UberEATS indica ai corrieri gli orari di punta in cui possono effettuare maggiori consegne.

I fattorini vengono quindi pagati grazie all’app, attraverso la commissione trattenuta ai ristoranti partner. Il modello è quello Uber, in cui la società fa da intermediaria mettendo in contatto chi fornisce il servizio con chi ne vuole usufruire.

Il food delivery in Italia

Il food delivery è una realtà sempre più consolidata nelle grandi città nostro Paese.

Da Foodora a Deliveroo che hanno costruito la propria rete a JustEat e Glovo che hanno acquisito piccole startup del settore per una presenza più capillare sul territorio.

I segreti del successo del food delivery vanno certamente ricercati nelle nuove abitudini di vita: ritmi frenetici e brevi pause pranzo, ma anche poco tempo per dedicarsi alla cucina o poca voglia di lasciare il divano di casa per uscire e recarsi al ristorante.

UberEATS, il food delivery travolge la sharing economy

Parliamo di pasti di scarsa qualità? No, oggi il food delivery è un affare per gourmet, è la nuova frontiera dell’healthy food, chic e di qualità.

Il food delivery è dunque un settore in crescita, con investimenti che dal 2012 a oggi, hanno superato i 5 miliardi di dollari. Solo in Italia il comparto vale 400 milioni di euro e, secondo gli studi di Rocket Internet, il mercato globale varrà 90 miliardi di dollari nel 2019.

Sharing economy, il dibattito è aperto

In Italia nei giorni scorsi i corrieri di Foodora hanno protestato per rivendicare diritti e migliori condizioni lavorative, come già avevano fatto in estate i loro colleghi del Regno Unito.

Sharing Economy, Gig Economy (economia dei lavoretti), on-demand economy sono fenomeni sempre più dibattuti in Commissione Europea poiché le leggi dei Paesi membri risultano essere discordanti tra loro e occorre armonizzare la regolamentazione dei modelli di business.

UberEATS, il food delivery travolge la sharing economy

Il food delivery è solo il fenomeno più recente, il focolaio è stato certamente quello della mobilità e del turismo di piattaforme come Uber, Airbnb e BlaBlaCar.

Come conciliare una maggiore autonomia lavorativa con scarse garanzie?

Le linee guida che provengono da Bruxelles scoraggiano l’applicazione di divieti promuovendo nuove normative che favoriscano la condivisione di mezzi e risorse, seppur con le dovute limitazioni.

Il dibattito è aperto.

Quando il cibo si trasforma in arte: i lavori di Anna Keville

Quello alimentare è un settore che ha visto un’enorme espansione negli ultimi anni, e non solo in Italia, grazie ad una sempre maggiore consapevolezza nelle proprie scelte. Crescono i numeri, aumentano le professioni e i campi di indagine, ma soprattutto cresce la fantasia e la voglia di sperimentare.

Anna Keville è una di quelle professioniste della food art che il cibo ha scelto di amarlo e trasformarlo, fino a renderlo protagonista indiscusso del suo lavoro. Food stylist e direttrice creativa culinaria, Keville ha un portfolio di tutto rispetto, pieno zeppo di collaborazioni con riviste o marchi e in campi eterogenei come il cinema o l’arte.

"Birds on Wire" Food Illustration – part of a feature on Food Artists in Wide Walls: http://www.widewalls.ch/food-artists (? @agustinnieto)

Una foto pubblicata da Anna Keville Joyce (@annakevillejoyce) in data:

A tribute to Budgie, realizzato in collaborazione con il food photographer argentino Agustin Nieto, non solo è in grado di stimolare la vista, ma anche tutti gli altri sensi, in un viaggio nella natura spettacolare.

Diviso in cinque parti, il lavoro di Anna Keville analizza le caratteristiche di ogni specie ornitologica, sottolineate dalla scelta del cibo con cui realizzare le forme, i dettagli e i diversi habitat. In ogni fotografia sono presenti, intorno al piatto, tutti gli elementi utilizzati per creare i disegni principali: bucce di carota, anelli di porro, spaghetti bolliti o gusci d’uovo sembrano tradire il disordine culinario classico di una cucina al termine di una cena; ma il caos è solo apparente.

Della stessa serie (e un divertente gioco di società, se si coprono i nomi) Ruta de Sabores realizzato per un’azienda vitivinicola argentina. Città famose come Budapest, Varsavia e Praga, con i loro simboli e le loro caratteristiche sono diventate piatti meticolosamente costruiti, insieme di colori e forme a reinterpretare paesaggi, monumenti, viali ed edifici.

Food Art feature in HighEnd Magazine, Indonesia

Una foto pubblicata da Anna Keville Joyce (@annakevillejoyce) in data:

Gustare i prodotti e scoprire le tradizioni, aver voglia di riconoscerli e collocarli all’interno del disegno, soddisfare l’eterna curiosità di sapere “Come avrà fatto?!”, percepire le consistenze e sentire i profumi. La contaminazione tra arti visive e manipolazione di diversi elementi raggiunge anche la pubblicità, ma ancora di più l’arte del comunicare, che senza bisogno di utilizzare parole riesce, anche grazie ad artisti eclettici e innovativi, a veicolare con forza le emozioni racchiuse… per esempio in un piatto.

resilienza networking day san patrignano

Oltre l’ostacolo al Networking Day: la resilienza è la chiave del successo

“La resilienza è la capacità di persistere e di far durare la motivazione nonostante gli ostacoli e le difficoltà”. Ma cosa intendiamo per ostacolo? È su questo concetto che si interrogheranno i relatori del Networking Day a San Patrignano, il 12 novembre.

Una giornata di formazione, ma soprattutto di ispirazione, per imparare a considerare gli ostacoli come tappe verso il successo e guardare oltre.

Resilienza, nel marketing come nella vita

Networking Day oltre l'ostacolo: a San Patrignano per parlare di resilienza

Credits: Adobe Stock #105980216

Anche nel mondo del marketing la parola resilienza fa riferimento alla capacità delle aziende di difendersi da eventi avversi che possono colpire il loro business.

La capacità di rispondere in tempi brevi e in modo positivo alle situazioni critiche improvvise per salvaguardare le attività produttive o l’immagine aziendale è l’unica salvezza di fronte alle mutate condizioni del mercato, ma è anche qualcosa di più, a livello personale e professionale.

Il termine “resilienza” proviene dalla metallurgia ed esprime la resistenza alla rottura di un determinato materiale. In pratica l’esatto contrario della fragilità. Etimologicamente, però, “resilienza” deriva dal latino, come iterativo del verbo salio, e significa quindi ri-salire: metaforicamente è quindi la capacità di rimettersi alla guida del proprio mezzo per raggiungere una meta, un obiettivo.

Proprio come è risalito a bordo Alex Zanardi, medaglia d’oro olimpica, che è stato in grado di dimostrare al mondo che tutto dipende dal punto di vista dal quale le situazioni si guardano.

LEGGI ANCHE: Networking Day: torna il più importante evento formativo d’Italia

Non esiste luogo migliore di San Patrignano per affrontare un percorso sulla resilienza, perché ogni ragazzo residente si trova ogni giorno a dover affrontare la propria lotta, in una sfida quotidiana per “muovere un passo al di là del proprio limite, non soccombere alle difficoltà e spingere ancora un po’ oltre il punto di rottura dove, invece di rompersi, la persona si riaggiusta”.

Networking Day: impariamo ad andare oltre gli ostacoli

Le storie di coraggio e gli esempi di perseveranza di uomini e donne resilienti, di imprenditori visionari, di grandi atleti ci insegnano che solo andando oltre si può davvero proseguire e crescere: con questo insegnamento Gianluca Spadoni, creatore del format Networking Day San Patrignano, ha dato vita all’ultima edizione, ispirato anche dalla storia di Alex Zanardi, ospite d’eccezione dell’evento di quest’anno.

Insieme al suo team, Gianluca ricerca ogni anno personaggi che con la loro storia possano dimostrare come l’attenzione alla crescita personale è la giusta chiave di lettura per ottenere risultati che vanno al di là della semplice somma dei fattori messi in campo.

Networking Day 2016: i relatori

Oltre l'ostacolo al Networking Day resilienza verso il successo

Iscriviti all’imperdibile evento di formazione che ogni anno registra più di 1.500 partecipanti per ascoltare le testimonianze di Alessandra Marzari, Nicoletta Todesco, Stefano Mocellini e Alex Zanardi.

Ogni relatore del Networking Day condividerà visione e pensieri sull’idea di ostacolo, per far sì che il giorno dopo si guardi agli ostacoli con occhi diversi e con spirito sfidante.

Perché come abitualmente chiude i suoi speech Gianluca Spadoni:

“Se hai fiducia, il meglio per te deve ancora venire”.

Lo shopping arriva su Instagram

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Buone notizie per gli amanti dello shopping, meno per il loro portafoglio. Instagram ha infatti annunciato sul suo blog una nuova feature dedicata allo shopping che permetterà agli utenti di navigare il feed e acquistare allo stesso tempo.

Il funzionamento sarà il seguente: i rivenditori potranno taggare fino a cinque prodotti nelle loro immagini, che diventeranno “shoppable“. Gli utenti potranno vedere gli oggetti in vendita con un tap, che mostrerà loro descrizione e prezzo e il bottone “Shop Now“, una call to action che porterà alla relativa pagina prodotto dello shop online del brand.

“Spesso i prodotti”, dichiara Instagram, “sono mostrati in fredde schede prodotto che cercano di portarti direttamente al check out, spesso non riuscendoci immediatamente. Secondo alcuni studi, infatti, gli utenti impiegano diversi giorni per completare un acquisto e solo il 21% degli acquisti mobile avviene entro la giornata. Mostrare i propri prodotti in vendita su Instagram, invece, permetterà di dare un nuovo modo di scoprire gli articoli agli utenti, mostrandone ad esempio occasioni ed esperienze d’uso”.

A sperimentare la nuova caratteristica, attualmente in fase di test per i possessori di iOS del mercato americano, saranno gli shopping partner di Instagram, tra cui Levi’s, JackThreads, Kate Spade, Warby Parker e Coach.

Kate Spade from Instagram for Business on Vimeo.

La nuove feature è stata subito apprezzata da questi retailer, che hanno lasciato a Instagram alcune dichiarazioni. Il CMO di JackThreads, ad esempio, ha affermato che la loro community utilizza Instagram come una piattaforma per trovare ispirazioni e questo test di foto acquistabili permetterà alle aziende di cambiare scopi e metodi di comunicazione online avvicinandosi ancora di più ai loro utenti, raggiungendoli esattamente nel luogo in cui stanno già cercando qualcosa di nuovo e interessante.

Anche il co-founder e co-CEO di Warby Parker si è dimostrato entusiasta, dichiarando che la loro azienda e Instagram hanno una tendenza simile ad avvicinarsi al bello e al design e a nuove esperienze e che sperimenteranno con piacere la nuova caratteristica in quanto sono gli stessi utenti, spesso, a chiedere di inviare link alla pagina prodotto o maggiori informazioni di acquisto sugli oggetti nelle fotografie.

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Insomma, è da molto che Instagram sta diventando sempre di più il social preferito dei brand legati al mondo del fashion e del lifestyle, e quindi il lancio di questa feature era solo questione di tempo.
Un vero e proprio supporto per gli eCommerce che noi non vediamo l’ora di poter testare anche qui. E voi, curiosi di provare questa nuova funzione?

Live Beacon

Crea il tuo percorso narrativo personalizzato, con Live Beacon

Quando pensiamo a campagne di marketing di prossimità le associamo spesso a tecnologie proprietarie con costi proibitivi e sistemi complessi.

In questi giorni sulla piattaforma Kickstarter, Live Beacon invece è una soluzione che fa della semplicità la sua caratteristica principale: grazie al sistema integrato puoi trasmettere contenuti e notifiche a smartphone vicini e creare così il tuo percorso narrativo personalizzato.

LEGGI ANCHE: Piacenza App, in giro per la città grazie a Gps e iBeacons

Live Beacon è un sistema di piccoli dispositivi a batteria che inviano informazioni a smartphone fino a 30 metri di distanza.

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Ogni beacon si aggiorna in modo molto semplice grazie al cloud portal (incluso) e può inviare alla app connessa qualsiasi contenuto tu decida: pagine web, immagini oppure video. Se preferisci personalizzare completamente ciò che i tuoi visitatori vedranno, puoi utilizzare l’editor integrato con interfaccia drag and drop per creare i contenuti direttamente in dashboard. Senza utilizzare codice.

Grazie alla app gratuita di Live Beacon, i tuoi smartphone iOS e Android riceveranno automaticamente una notifica ogni volta che troveranno un beacon nelle vicinanze e il contenuto cambierà non appena ti sposterai da un dispositivo all’altro.

Come funziona il sistema Live Beacon?

Il set di Live Beacon include tutto ciò di cui c’è bisogno per rendere l’esperienza utente indimenticabile:

  1. Beacon
  2. Cloud portal
  3. App mobile

1. Il beacon

Il beacon trasmette il contenuto fino a 30 metri; è piccolo, impermeabile, resistente alla polvere. Sul fondo ha un adesivo per poterlo attaccare alle superfici, ma non importa che sia visibile, puoi sistemarlo anche dietro gli oggetti. La batteria interna trasmette i tuoi contenuti senza soluzione di continuità per…2 anni e il device non deve essere necessariamente collegato a internet.

Live Beacon-2

2. Cloud portal

Cloud Portal serve per aggiornare il tuo contenuto, una volta fatto sign-in, da qualsiasi browser ed ovunque nel mondo puoi modificare le impostazioni di accensione, titolo del contenuto, URL del contenuto, messaggio di notifica.

Il beacon si aggiorna immediatamente e ogni smartphone riceverà il contenuto sincronizzato in pochi secondi.

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3. L’app mobile

Disponibile per iOS e Android, è semplice da scaricare (meno di 5 MB) e funziona su ogni dispositivo con Bluetooth 4.0. Dopo averla scaricata riceverai una notifica ogni volta che verrà individuato un beacon nelle vicinanze, tramite l’apertura della notifica o della app visualizzerai il contenuto.

Per salvare contenuti particolarmente interessanti, basta fare un pin – anche se sei in movimento.

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Come e dove utilizzare Live Beacon?

Live Beacon rende possibile a ognuno inviare informazioni specifiche da ogni luogo e creare un’esperienza-utente impressionante, è molto adatto quindi per tutte quelle situazioni in cui vogliamo fare proximity marketing:

  • Punti informativi, puoi sostituire brochure, flyer o manifesti con un sistema che automaticamente invia i contenuti. Basta spese di stampa o errori dell’ultimo minuto, puoi modificare i contenuti quando vuoi e come vuoi.
  • Tour guidati, utilizza Live Beacon per creare tour multimediali per città, musei, mostre o parchi, sistemando i tuoi beacon nei punti d’interesse. I visitatori potranno utilizzare i propri dispositivi invece di quelle audioguide ingombranti e poco pratiche.
  • Loyalty e premi, puoi creare una carta-fedeltà digitale per i tuoi clienti, senza fornire l’ennesima carta fisica che finirà nel portafoglio o nel cestino.
  • Automazione e Internet of Things. Puoi semplificare l’accesso ad ogni device con un’interfaccia web. Ad esempio puoi aprire l’app Live Beacon vicino al tuo router per vedere il traffico internet saltando la pagina di login.

Durante la campagna di Kickstarter il team di sviluppo ha chiesto agli utenti altri possibili usi di Live Beacon. Queste alcune proposte:

  • Trasmettere slide al pubblico quando sto facendo una presentazione
  • Come guestbook per l’appartamento Airbnb.
  • Come cartelli segnaletici dinamici per fare surf (vento, note etc.)
  • Per fornire brochure digitali ai partecipanti di eventi o conferenze
  • Per offrire video tutorial sull’utilizzo di macchinari complessi

Tu, quali altri possibili utilizzi creativi del sistema hai in mente? 😉

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Cyberbullismo: Facebook lancia la piattaforma per la prevenzione sui social

Facebook aggiorna il Centro per la sicurezza e lancia per tutti una Piattaforma di prevenzione contro il bullismo in collaborazione con lo Yale Center for Emotional Intelligence .

Non è segreta l’attenzione che Mark Zuckerberg ha nei confronti delle più spinose tematiche sociali. Direttamente dalla piattaforma, infatti, è possibile scaricare un vademecum per tenere bene a mente tutte le azioni offerte da Facebook da adottare in caso di episodi di bullismo. Dalla segnalazione di post e immagini al blocco della persona che potrebbe importunarci .

Facebook bullismo

Ma andiamo con ordine. Quello del cyberbullismo rappresenta oggi una minaccia a cui difficilmente si riesce a porre un freno, basti pensare che in pochi secondi quello che pubblichiamo sui nostri canali social può essere visto da centinaia di persone e difficilmente può essere rimosso senza lasciare alcuna traccia. Proprio questa rapidità e facilità con cui vengono condivisi contenuti in rete è al centro delle azioni messe in campo da Facebook per limitare il fenomeno.

LEGGI ANCHE: Cyberbulli e stalker, come difendersi sui social

È noto a tutti che i social network, per quanto fondamentali nel nostro quotidiano, siano però concentrati di possibili minacce, provocazioni e rischi sopratutto tra chi non ne conosce l’utilizzo in maniera professionale. Tra i principali e inconsapevoli errori per esempio, la mancanza di consapevolezza sull’accessibilità dei commenti, delle fotografie il conseguente rischio di abuso dei dati, l’aggiunta di contatti sconosciuti o la condivisione di contenuti di discutibile o inappropriata natura.

La nuova piattaforma messa in campo da Facebook contiene delle vere e proprie linee guida sul come comportarsi sui social nel caso cui ci si renda conto di essere vittima di bullismo mediatico e non solo. Ma non è tutto.

Facebook Bullismo

Scaricabili in pdf dei vademecum non solo per i ragazzi ma anche per genitori ed educatori non sempre aggiornati o allineati sulle insidie del web.

Tanti gli spunti e gli approfondimenti segnalati sulla piattaforma contro il cyberbullismo come gli strumenti per capire se qualcuno diverso da noi accede al nostro profilo. Ma vediamo i principali consigli suggeriti da Facebook per sopravvivere senza minacce e in sicurezza sul nostro social network preferito.

  • Proteggi il tuo accesso (per evitare che il profilo sia vittima di hacker)
  • Fai sapere quando vedi qualcosa che non dovrebbe essere su Facebook
  • Sii consapevole del pubblico con cui condividi i contenuti
  • Controlla chi può taggarti nei post (cioè approvare o rifiutare le menzioni degli amici)
  • Usa i controlli a tua disposizione

Facebook bullismo

 

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Twitter chiude Vine: quando le potenzialità del contenuto non bastano

Lo scorso 27 ottobre, un breve post su Medium ha comunicato al mondo una notizia tanto improvvisa quanto rumorosa: Twitter chiude Vine. Poche parole, che chiariscono (se ancora ce ne fosse bisogno) come la piattaforma di microblogging abbia effettivamente grossi problemi, tali da mettere in pericolo la sua stessa sopravvivenza:

Fin dal 2013, milioni di persone hanno girato su Vine, sviluppando creatività e godendosi loops e risate. Oggi, condividiamo la notizia che nei prossimi mesi dismetteremo l’app. Nulla succederà all’app, al sito o ai vostri profili. Vi apprezziamo, apprezziamo i vostri Vine e pensiamo che sia la cosa più giusta da fare.

Quando Vine è stato lanciato, Ninja Marketing è stato fra i primi a parlarvene: questo perché fin dalla sua nascita, aveva mostrato tutte le sue potenzialità, potendo contare su un concept di partenza estremamente nuovo e innovativo.

LEGGI ANCHE: Twitter lancia Vine ed entra nel mondo del video hosting [BREAKING NEWS]
LEGGI ANCHE: Vine e Twitter: la vittoria del contenuto?

Probabilmente, Vine è stata una delle prime piattaforme pensate espressamente per il mobile: il concetto di loop e la brevità caratterizzante lo collocavano, nello scenario magmatico dell’evoluzione portata da smartphone e tablet, come una delle palestre migliori dove esprimere la propria creatività. E infatti, a ragion veduta, Vine è stato in questi anni uno dei non-luoghi del web dove era possibile trovare le cose più divertenti e interessanti.

Utenti come Derp o Dwarf Mamba hanno saputo interpretare con molta creatività le possibilità offerte, sviluppando canali dove i contenuti proposti erano veramente all’altezza dei migliori content creator della Rete. Eppure..  

È il business, bellezza

Secondo un articolo pubblicato su Repubblica, sono circa duecento milioni gli utenti attivi al mese che conta Vine, cento dei quali producono video, mentre gli altri si limitano a guardarli. Sono mediamente un miliardo e mezzo i video visti ogni giorno, per un numero che all’anno si assesta sui circa 550 miliardi. Oltre il 13% degli under 18 ha postato un video almeno, con una crescita che è stata nel corso degli anni pari al 639%. Numeri decisamente importanti, se si considera ad esempio che uno dei “grandi vecchi” social media, FourSquare, contava lo scorso dicembre 55 milioni di utenti attivi. Eppure, nonostante i dati fossero decisamente positivi, la piattaforma non è riuscita a decollare, in termini di interesse per le aziende. Non sono state moltissime le aziende che hanno scelto di presidiare Vine, e in ogni caso, non erano gli spazi di brand a farla da padrona. La piattaforma era a totale uso e consumo degli utenti, che la vivevano e ne orientavano l’utilizzo al puro scopo di intrattenersi. Un modello di business sostenibile se la casa madre che ne detiene il controllo, Twitter, avesse potuto contare su una situazione finanziaria solida: cosa che, negli ultimi tempi, non è stata possibile. La domanda che bisogna porsi, però, non è tanto se la strada presa fosse praticabile o meno, quanto perché le aziende non abbiano considerato Vine un territorio interessante da esplorare.

Le motivazioni possono essere diverse: possiamo isolarne tre, attribuibili a tre diversi aspetti della vicenda.

La prima, la natura di Vine e le logiche che ne normavano l’utilizzo. La seconda, il rapporto con le aziende che avrebbero potuto boostarne lo sviluppo. Il terzo, l’incapacità di misurarsi con il mercato del contenuto che sorgeva sugli altri social network.

Proviamo ad analizzarle verticalmente una per una, andando a fare delle ipotesi che possano aiutare a farsi una ragione di ciò che è successo.

Vine: una piattaforma troppo complessa

Realizzare video in sei secondi, che funzionino con una logica di loop, non è affatto banale. Anzi, si può tranquillamente affermare che ci voglia del talento perché il risultato finale sia gradevole.

Eppure, scorrendo in uno dei tanti video-racconta “Best of Vine” su YouTube, o meglio ancora, facendo un giro random sulla piattaforma, partendo da qualche topic che vi intrighi, scoprirete delle perle non solo nel senso, ma anche nella realizzazione.

Vine non è mai stato un social media per tutti, bensì è stato uno spazio dove esprimere una creatività raffinata, in cui le tecniche di montaggio e lo sviluppo di strutture narrative erano skill prioritarie da applicare. Creare video senza un minimo di competenze attinenti a queste discipline rischiava di avere come effetto il condividere clip banali o scarsamente efficaci: e questa per molti utenti è stata una barriera troppo difficile da superare. Nonostante ciò, i numeri di content creator, ma soprattutto di utenti “fruitori”, erano – e sono – decisamente alti: segno che là dove il contenuto è più raffinato, più piacevole, più ricercato, allora la massa critica cresce. La notizia della chiusura di Vine segna in questo senso una sconfitta per chi indicava nelle piattaforme contenuto-centriche lo spazio ideale di sviluppo di una comunicazione efficace: il motivo non è però da imputarsi al contenuto in sé, quanto alla scarsa propensione delle aziende a sfidare le regole di una piattaforma come Vine, che come detto sopra rimane complessa e non certo ideale per tutti i palati. Sfida che, forse, sarebbe stata lanciata a occhi chiusi se, come vedremo bene nel prossimo punto, ci fossero state le condizioni.

Il rapporto (deficitario) con le aziende

Lo sapevate che top team di livello europeo come la Juventus o il Bayern Monaco sono su Vine? Non è una domanda banale. Entrambe, infatti, sono società quotate in borsa che sulla condivisione di contenuti puntano moltissimo per accrescere l’importanza del brand e, in seconda battuta, migliorare il proprio posizionamento soprattutto su mercati economicamente floridi: eppure, considerare come strategico il canale di Vine sarebbe forse troppo.

Come queste due squadre, infatti, si muovessero su Vine è chiaro: pubblicazione di contenuti che ne mantenessero vivo lo spazio, ma impossibile da posizionare, per assenza di strumenti puntuali di sponsorizzazione. Vine sostanzialmente viveva di luce riflessa da Twitter, ma senza le medesime soluzioni per la aziende che avrebbero permesso, ad esempio, di semplificare la targetizzazione per recapitare alla giusta audience i propri contenuti.

Il risultato? Pian piano, come si può osservare anche dall’esempio sopra, la funzione di proporre micro-narrazioni in video da consumare in brevissimo tempo è stata cannibalizzata da un’altra grande piattaforma emergente, Snapchat, la quale ha avviato già da tempo un importante percorso di sviluppo per ciò che riguarda la fornitura di strumenti pensati per le aziende (è ad esempio dello scorso giugno la notizia del lancio di nuove soluzioni pubblicitarie per proporre ADS prima della fruizione delle Stories di ogni utente). E poco vale il ragionamento secondo cui la base utenti è di valore, altamente profilata soprattutto dal punto di vista di brand qualitativamente elevati (visto le capacità richieste per usarle al meglio, sopra descritte): la piattaforma non supporta alcuna azienda, non prevedendo nativamente il ruolo degli inserzionisti.

Un occasione mancata soprattutto per Twitter, che forse avrebbe potuto monetizzare di più da quello che sembrava essere – almeno all’inizio – solo un vezzo per intenditori.

L’avvento della GIF-Family

Oggi è normale parlare su Facebook o Twitter, e anche attraverso alcuni programmi di instant messanging, attraverso le GIF. Eppure, com’è noto, le GIF non sono nate nel 2015, ma nel 1987 (!). Sono state riproposte dopo anni dalla loro nascita e oggi è normale esprimersi attraverso le GIF. Giphy o TumblrTV, insomma, non ha inventato nulla: semmai, hanno sdoganato definitvamente qualcosa che c’era già.

Guardando alla technicality più pura, una GIF non è altro che una serie di immagini in loop. Nonostante questo, realizzarle non è così semplice: questo però non ha impedito agli utenti di apprenderne i principi, da un lato inventandosi modalità di impiego (è ormai d’uso comune scrivere status su Facebook basati sulla struttura: “Io che faccio [AZIONE X]”, accompagnata da una GIF simpatica e divertente che innalzi la qualità percepita del contenuto), dall’altro di spingere a sviluppare piattaforme dedicate (e i già citati Giphy o TumblrTV rientrano nella categoria) per agevolarne la ricerca.

Certo, il trend non è passato inosservato: Instagram, ad esempio, con l’introduzione di Boomerang ha provato a dire la propria semplificando le meccaniche di produzione di contenuti simili alle GIF, dimostrando come fosse alta l’attenzione non soltanto ai format ritenuti più cool, ma anche alle procedure per realizzarle. Le piattaforme, insomma, si sono dotate degli strumenti per “far parlare” con i format che sono diventati preferiti degli utenti.

Torniamo però al punto di partenza: le GIF funzionano con un meccanismo del tutto simile a quello di Vine. Qual è la differenza sostanziale che ha permesso alle GIF di sdoganarsi e diventare d’uso comune, rispetto al blocco subito dai video di Vine?

Una strada può essere il tipo di produzione alla base dello sviluppo di entrambi: se le prime sono quasi sempre frutto di un’operazione di content curation (prendo un frammento di film e lo rielaboro, come il Confused Travolta divenuto famoso lo scorso anno ma creato nella sua prima versione nel 2012), i secondi sono per forza di cose il risultato di un’azione di content creation. Le persone, mediamente, sono più portate a reinterpretare e/o rielaborare significati già espressi, piuttosto che a crearne di nuovi. Per questo, è stato più facile capire ad esempio come unire a un messaggio personale un boost di contenuto già esistente, che non ricrearlo dal niente.  Un po’ come con i meme, il risultato dell’applicazione a un’immagine che diventa nel tempo iconografica e archetipica di un significato, di un copy che la personalizza rendendola comprensibile a tutti.

condescending wonka
Vine pretende(va) di più. Come Instagram o Snapchat, era necessario immaginare, progettare, realizzare, con la difficoltà aggiuntiva di misurarsi con parametri difficili come i 140 caratteri di Twitter, quei sei secondi dove – apparentemente – non può starci granché.

Last but not the least, le GIF, così come i meme, sono veicolo di significati più immediati, più semplici, e si prestato per questo a essere matchati con contenuti di completamento (come un copy) autoriali. I video di Vine sono fini a loro stessi, sono contenuti narrativi a tutti gli effetti, che accentrano l’attenzione del fruitore verso il contenuto in sè. L’autorialità è tutta riconosciuta a chi al video l’ha realizzato, non a chi l’ha condiviso: cosa che invece non viene percepita quando a essere condivisa è una GIF (e dire che dietro ai fotomontaggi di Confused Travolta, prima che arrivassero le app dedicate, c’era un lavoro niente male…). Il problema è che chi condivide qualcosa talvolta non condivide per mostrare un bel contenuto, semmai per rafforzare un messaggio che vuole dare lui: e i video di Vine, in questo, non possono e non potevano aiutare. Dire che il ritorno delle GIF sia stata la pietra tombale delle possibilità di penetrazione di Vine nella user-base digitale è una forzatura: ma indicare nell’uso delle GIF delle abitudini che escludevano Vine dall’elenco delle piattaforme interessanti, una forzatura non lo è.

Salvate il soldato Vine

Augurarsi che qualche fondo d’investimento acquisti Twitter e magari ripensi la scelta di Vine è fantaeconomia, visti gli scenari attuali. Egoisticamente, però, sarebbe un lieto fine cui in molti aspirano. Infatti, di questa vicenda rimane l’amaro in bocca per una gemma nel panorama dei social media, in termini di idea, potenzialità, orizzonti, che si perde. Certo: nessuna società può lavorare in perdita, ed è normale che se a esser messo in pericolo sia il tronco, i rami (anche i più ricchi di gemme) possano rischiare di esser potati. Vine rimane comunque una delle piattaforme più interessanti in termini di contenuto. Potenzialmente poteva essere uno dei canali che i brand avrebbero potuto sfruttare per corroborare la propria narrazione di marca, con contenuti d’impatto ed efficaci, e dove si sarebbe potuto – se implementata nel modo giusto – lavorare anche su una base utenti ricca, profilata, potenzialmente sensibile a determinate call to action.

La sua chiusura mostra tutti i limiti strategici della famiglia Twitter, che pur essendo una delle più dotate di classe nel mondo dei social network, rimane ancora alla ricerca di se stessa e degli obiettivi da porsi per il suo futuro. Cedere Vine significa ammettere di non saper tramutare la ricchezza di contenuto che i propri utenti genera in ritorno economico: ed è questo punto, probabilmente, che dovrebbe far interrogare tutti gli addetti ai lavori, mentre gli utenti di Vine sfruttano gli ultimi video per rimandare ad altri mondi, che non saranno comunque in grado di raccoglierne degnamente il testimone.

7 azioni per lanciare il tuo eCommerce

7 azioni per lanciare il tuo eCommerce

Per il successo, ormai lo sappiamo tutti, non esistono formule magiche, ma solo tanto lavoro, impegno e metodo. Lo stesso vale anche per la tua idea geniale di eCommerce.

Non è detto infatti che aprendo uno store online tu abbia subito un riscontro in termini di produttività. Ci sono, però, alcuni step di cui proprio non puoi fare a meno per lanciare la tua attività di commercio elettronico, grazie ai quali potrai anche capire velocemente se qualcosa non va nella tua impresa e se ci sono correzioni da apportare in alcuni passaggi produttivi del tuo business.

Un marchio, un sito web, i prodotti giusti, la possibilità di riscuotere i pagamenti, la capacità di consegnare la merce e un traffico qualificato saranno il punto di partenza per il tuo eCommerce.

In base alle scelte effettuate su questi aspetti, potresti iniziare subito a guadagnare, ma certamente da questo momento in avanti potrai continuare a modificare i vari aspetti del tuo business per migliorare le conversioni.

Anche se non realizzi subito un profitto non scoraggiarti. Ci vuole tempo per cominciare a vendere con regolarità, devi solo calcolare i costi iniziali di investimento per il lancio del tuo eCommerce nel migliore dei modi e non sbagliare traiettoria.

7 azioni per lanciare il tuo eCommerce

#1 Crea il tuo marchio

Cerca di fare in modo, innanzitutto, che il tuo marchio corrisponda con quello del dominio del tuo sito web, ma soprattutto che richiami la categoria di prodotti che vuoi vendere.

Sarà più facile per i tuoi clienti identificarti con la tipologia di prodotto, ma anche posizionarti sui motori di ricerca.

Il tuo nome non deve essere solo cool, ma deve richiamare immediatamente alla mente il prodotto che vendi e soprattutto corrispondere ad un dominio disponibile.

#2 Lancia il tuo eCommerce, per essere unici c’è tempo

Certamente i consumatori devono avere una ragione per preferire il tuo agli altri centinaia di eCommerce presenti in rete, ma quando stabilisci il tuo piano di marketing non investire troppo tempo su questo aspetto in fase iniziale.

Comincia a lanciare il tuo eCommerce, ci sarà il tempo di ripensare a questo aspetto anche in seguito, magari rafforzando caratteristiche che già premiano la tua attività.

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#3 La tua base di lancio è il sito web

Se hai un po’ di dimestichezza con la tecnologia, sai già cosa ti serve per realizzare un eCommerce che funzioni. In caso contrario, questo step per la creazione del tuo eCommerce potrebbe demoralizzarti.

Se vuoi realizzare un eCommerce in modo davvero veloce e non hai a disposizione il budget per far realizzare a un’agenzia la tua piattaforma di vendita, non arrenderti subito.

Prendi in considerazione soluzioni eCommerce su piattaforme dedicate. Sarà molto più intuitivo e rapido creare il tuo negozio online.

LEGGI ANCHE: Mobile First Index: il tuo eCommerce piace a Google?

#4 Seleziona il prodotto giusto

Online si può vendere praticamente qualsiasi cosa? Questo è in parte vero, ma ci sono alcuni aspetti che puoi privilegiare nella scelta del tuo prodotto:

  1. scegli un prodotto disponibile per te a livello locale, ma che può essere commercializzato anche altrove;
  2. scegli un prodotto digitale, come un ebook, che non è disponibile altrove online, anche se ci vorrà più tempo per reperirlo.
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#5 Configura i pagamenti

Se hai scelto una soluzione già configurata di eCommerce, probabilmente anche il gateway di pagamento sarà già pronto.

Altrimenti puoi prendere in considerazione meccanismi di pagamento molto semplici da utilizzare e già ampiamente diffusi come PayPal. Ti garantiranno sicurezza anche in caso di reso e agevoleranno le tua gestione degli ordini.

#6 Fai attenzione alla logistica

Per cominciare subito a vendere devi scegliere con cura i tuoi servizi di spedizione e consegna.

Naturalmente, se sceglierai di vendere beni digitali, dovrai essere più attento alla soluzione di hosting che sceglierai per il tuo sito web, che dovrà essere in grado di supportare download e traffico, ma che potrebbe anche fornire soluzioni ad hoc per chi svolge questo tipo di attività.

Se invece vendi beni materiali, probabilmente i volumi iniziali di vendita non saranno altissimi. Potresti quindi prendere in considerazione di spedire da solo i tuoi ordini, una volta al giorno, magari utilizzando dei carnet per contenere i costi.

La maggior parte dei servizi logistici di terze parti offre soluzioni di ritiro convenienti solo a partire da una certa mole di consegne e con vendite poco frequenti o basse non sarebbe conveniente optare per questa tipologia.

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#7 Programma una campagna Pay Per Click

Puoi ipotizzare diverse strategie di marketing per rafforzare il tuo eCommerce, dai programmi di affiliazione al referral marketing, dalle strategie SEO al link building.

Ma per cominciare e per farlo in fretta, programma una campagna PPC sui social. Ti permetterà di raggiungere un numero elevato di utenti, con un target ben definito e soprattutto ti consentirà di monitorare i risultati e modificare la tua strategia in corsa.

Questo è solo l’inizio

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Lanciare il tuo eCommerce in sette passi è solo la prima fase di un progetto imprenditoriale che dovrà prevedere tanti step successivi. Cominciare ad avere un certo traffico sul tuo sito è comunque l’inizio indispensabile per l’avvio del tuo shop online.

Dovrai imparare come acquisire nuovi utenti e convertirli in clienti fedeli, scegliere la corretta piattaforma di vendita nonché di gestione dei contenuti, gestire i contatti con i fornitori e sviluppare programmi di affiliazione, implementare le procedure di sicurezza dell’acquisto.

Potrai scoprire di più iscrivendoti al Master Online in eCommerce Management. Grazie all’esperienza dei docenti della Ninja Academy, imparerai come il marketing può sviluppare campagne che attirano più visitatori e aumentano il giro d’affari proveniente dal web.

Benvenuto nel mondo dell’eCommerce: questo è solo l’inizio, ma il successo è a portata di click.