Vine e Twitter: la vittoria del contenuto?

Video di 6 secondi pensati per completare l'esperienza di content creation nel mondo dei 140 caratteri

Francesco Gavatorta
Francesco Gavatorta

Editor Social @Ninja Marketing


La settimana scorsa vi abbiamo presentato una novità molto interessante: il lancio della piattaforma Vine da parte di Twitter (potrete leggere qualcosa al proposito nel post Twitter lancia Vine ed entra nel mondo del video hosting [BREAKING NEWS]).

Un’innovazione che avvicina ancor di più Twitter alla completezza esperienziale di Facebook, in termini di possibilità riguardo la content creation: con quest’applicazione, infatti, oggi anche sul sito di microblogging più utilizzato al mondo è possibile produrre contenuti inediti sotto forma di video, un po’ come accade già da qualche tempo su Facebook.

L’aspetto su cui, però, la scorsa settimana non ci siamo soffermati a sufficienza riguarda le modalità di produzione, che nel caso di Vine assumono i contorni impressi dal format di Twitter: la brevità. 140 caratteri alfanumerici corrispondono, in termini di immagini in movimento, 6 secondi. Un periodo sufficiente per generare una storia, o comunque articolare un contenuto di senso compiuto.

Avete provato, in questi sette giorni? Noi sì, e il risultato è tutto sommato divertente 😀

La cosa che colpisce di più è come il lancio di Vine coincida con una necessità formale di comunicazione (la mancanza di uno strumento integrato con il social network in grado di veicolare video), sommata però a un format preciso e delineato, quello della brevità appunto.

Twitter sceglie di operare un taglio drastico con le possibilità degli utenti di content creation, dando delle linee guida precise e indiscutibili (il supporto dei 6 secondi, appunto) che però rispetta in pieno la peculiarità della piattaforma. Non un clone di YouTube quindi, dove è possibile uploadare contenuti di durata indefinita, ma uno strumento che non esisteva prima, in grado di supportare Twitter nel suo essere unico.

L’accoglienza degli utenti è ancora da testarsi, Vine è giovane e sicuramente tutti gli utilizzi che se ne potranno fare, sia a livello personale sia da parte dei brand che vogliono comunicare con il proprio pubblico, sono ancora da individuarsi con precisione, anche se sembrano esserci molti spazi da esplorare. Alcuni bug, come ad esempio la possibilità di pubblicare contenuti a luci rosse, sono stati risolti scongiurando così il pericolo che l’app venisse estromessa dall’Apple Store.

Nonostante queste (fisiologiche) fasi di assestamento, un aspetto è comunque chiaro: il lancio di questa piattaforma ha tenuto conto, prima che delle possibilità tecnologiche che la Rete offre, del contenuto come elemento primario di valutazione.

Limiti imposti dall’alto ma che rispettano in pieno, come sottolineato in precedenza, le peculiarità del sistema dei 140 caratteri, la necessità di accelerare non soltanto la comunicazione ma anche la produzione (in questo Vine è eccezionale, dato che permette agli utenti di realizzare il montaggio delle sequenze video durante la registrazione delle stesse) del contenuto.

Il social network pone limiti fin dal processo di content creation: impone di immaginare in un certo modo, interpretare l’esperienza in un certo modo, con tempi predeterminati, con canoni precisi. E, paradossalmente, sono quei limiti a non snaturarlo, portando all’estremo la libertà dell’utente.

Se vuoi postare su Twitter video lunghi, prodotti con cura, magari girati con garbo e attenzione e montati con un’accurata postproduzione, puoi farlo attraverso YouTube o Vimeo: ma saranno comunque elementi esterni a quel linguaggio, e Twitter non farà altro che fungere da cassa di risonanza. Se invece vuoi parlare nella lingua di Twitter con i video, con Vine puoi farlo: gli utenti lo capiranno, perché sarà prodotto nel linguaggio corrente dell’ecosistema digitale che lo ospiterà.

Vine è, insomma, la dimostrazione di quanto il contenuto stia diventando predominante nella concezione anche di piattaforme nuove. Un passo avanti e decisivo, che ancora una volta sottolinea come la vera ricchezza della social sfera non siano le piattaforme che compongono questo sistema, ma gli utenti che lo abitano!

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