8 social network per le nicchie che non ti aspetti

Facebook, Snapchat, Twitter, Instagram. Posti bellissimi, ma aperti davvero a tutti. E se volessimo far parte di una community dedicata a una e una sola passione, in cui gli utenti sono tutti legati da un solo interesse? Forse non lo sapete, ma esistono anche queste. Ci sono social network nati per nicchie uniche, in cui il primo requisito è saperne in merito.

Delle sorte di Fight Club, ma per i libri, le auto, il lusso. Credeteci, questi posti esistono, e siamo qui per parlarvene.

Per l’appassionato di motori

DriveTribe è un progetto di Jeremy Clarkson, James May e Richard Hammond, le ex-star di Top Gear, pronti a un nuovo debutto nella serie firmata Amazon The Grand Tour.

niche_social_1

Ancora non ci si può iscrivere, e le informazioni sono poche, in quanto il lancio sarà più o meno contestuale a quello della serie; ma sappiamo già che – un po’ come in Pokemon Go – gli iscritti potranno scegliere di far parte di una tribù, ciascuna rappresentata da uno dei tre showmen. Ancora è da vedere cosa si potrà fare sulla piattaforma, ma gli appassionati di auto avranno sicuramente un nuovo gioco da provare.

Per chi ama i libri

Sembra strano inserire la lettura tra le passioni di nicchia, ma – purtroppo – forse un pochino tocca farlo in un periodo in cui leggono sempre meno persone e il tempo libero è dedicato a una miriade di serie TV.

Esiste un social network per questo, ed esiste da tanto: il suo nome è GoodReads. Un canale in cui è possibile costruire la propria libreria, trovare milioni e milioni di recensioni e ricevere consigli in base ai libri letti e maggiormente apprezzati. Probabilmente ci siete già capitati.

niche_social_2

Tra parentesi: esiste anche aNobii, abbastanza simile a GoodReads, che da qualche anno è diventato italiano in seguito all’acquisizione da parte del gruppo Mondadori. Gli utenti però dicono che funziona male.

Solo foto di cibo

Le foto del cibo sono una pietra angolare della condivisione moderna (Instagram, diciamo a te), ma molti al di fuori dei foodblogger tendono a stigmatizzare questo comportamento. E se volessimo una piattaforma sulla quale condividere foto di tutto quello che mangiamo e cuciniamo senza remore e limiti? Ebbene c’è, e si chiama Yummi: un diario fotografico per tutto ciò che ha a che fare col cibo.

Purtroppo qua si tratta solo di foto, ma se volete un canale dedicato alle ricette, tranquilli, c’è BakeSpace – che tra l’altro ha una user base già consolidata.

niche_social_3

Dedicato a chi vola

Questa è stata un’idea così assurda della compagnia aerea Virgin America che è durata giusto un paio di mesi, però ci sembra giusto darle il suo peso.

Un social network per chi sta volando. Non per i frequent flyer, non per chi ha la passione per i velivoli. Per chi sta volando. Here on Biz è – o meglio, è stato – un canale per permettere a chi è su un volo Virgin America (uno dei primi fornitori di wi-fi in volo) di comunicare con gli altri passeggeri dello stesso aereo o di altri aerei della compagnia in volo.

niche_social_4

Chiaramente solo per chi viaggia in business class.

Per non mischiarsi con la plebe

Nel 2014, James Touchi-Peters – titolo: compositore e uomo ricco – decise che i social network erano frequentati da troppa gente comune, perciò decise di fondarne uno tutto suo con 9000$ di tassa d’iscrizione e una quota annuale di 3000$. Una specie di country club digitale, The Netropolitan Club (sul nome non possiamo che fare i complimenti) è durato poco e ha chiuso a causa dell’assenza di iscritti.

niche_social_5

A quanto pare milionari e miliardari non hanno nessun problema a stare su Twitter. Basta seguire Elon Musk per capirlo.

Per chi vive di quiz

Probabilmente conoscete QuizUp, un giochino per sfidare sconosciuti a colpi di conoscenza e cultura generale. Da qualche tempo l’app ha effettuato una transizione verso il social networking.

niche_social_6

Infatti ora è possibile effettuare ricerche, commentare, condividere foto, e interagire in modo molto simile ad altri social network. L’app è anche programmata per mettere in contatto persone che si sfidano sugli stessi argomenti, permettendo di legare con qualcuno appassionato di Breaking Bad quanto noi.

Meme, meme dappertutto

Probabilmente lo conoscete già, ma in caso contrario, se amate meme e vignette, 9GAG fa proprio al caso vostro. Un posto in cui commentare a non finire e lanciare discussioni a partire da una vignetta è più importante della risata che suscita da questa.

niche_social_7

Se le meme sono diventate così famose, così potenti, così diffuse, sicuramente è anche per merito di 9GAG.

Attenzione però, non apritelo sul posto di lavoro, perché una volta che iniziate a scrollare la produttività potrà andare a farsi benedire.

Catturali tutti!

Pokémon Go non è più una novità (anzi, forse è anche un po’ in declino), e non si vende come social network.

Ma pensateci bene: porta a interagire con persone nel mondo reale, si può partecipare a eventi dedicati, crea squadre e invita a uscire in gruppo. Forse, siamo proprio di fronte a un’app che fa social networking meglio di tanti altri social network. E perfino i business ne stanno facendo uso per fare pubblicità e interagire con gli utenti!

niche_social_8

Ma non finisce qui. Ci sono social network dedicati agli amanti di cani e gatti, altri fatti per condividere i propri segreti anonimamente. Ce n’è davvero uno per tutti i gusti. Qual è quello più strano a cui vi è capitato di iscrivervi? Scrivetecelo in un commento!

Adobe Stock lancia la versione beta del suo nuovo portale per contributor

Lo scorso 20 settembre Adobe ha lanciato un nuovo portale che, nelle intenzioni del brand, vuole semplificare il processo attraverso il quale fotografi, grafici e videomaker possono mettersi in contatto con possibili clienti e vendere le loro opere: Adobe Contributor Stock.

Il portale, disponibile per ora nella sua versione Beta, è integrato nei servizi Creative Cloud ed è stato lanciato attraverso una campagna video da Morgan David de Lossy, product Manager di Adobe Stock:

Semplicità attraverso l’automazione: un marketplace per contributor

Credits: Adobe Stock #94470243

Credits: Adobe Stock #94470243

Il nuovo portale è progettato secondo due principi fondamentali:

  • offrire uno strumento quanto più intuitivo per dare la possibilità ai membri della community di Adobe di porre sul mercato i lavori realizzati portandoli su Adobe Stock attraverso un servizio integrato
  • costituirsi come un marketplace che sia in grado di congiungere domanda ed offerta e quindi come luogo di scambio per consentire a chi lavora attraverso i prodotti Adobe di monetizzare senza affidarsi a servizi terzi o campagne promozionali.

La mission di AS Contributor viene sintetizzata così da Adobe:

Contribuendo al servizio Adobe Stock, si ha l’opportunità di mostrare il proprio lavoro a milioni di clienti, direttamente all’interno delle applicazioni Creative Cloud. Inoltre, l’uscita del nostro nuovo sito Autore include due caratteristiche sorprendenti che renderanno la presentazione dei contenuti Adobe Stock più facile che mai: grazie all’auto-keyword e l’integrazione al Creative Cloud.

Auto-keyword: l’aiuto di una IA per incontrare il tuo mercato

autori2

Il sistema di auto-keyord di Adobe Stock Contribuotr si muove secondo i principi di machine learning alla base della tecnologia disponibile sul portale: una volta caricato un lavoro, sarà il sito stesso a stabilire, attraverso un’analisi preliminare dell’immagine, quali sono le parole chiave da utilizzare secondo criteri di pertinenza.

Lo strumento ha l’obiettivo di facilitare i contributor affinché possano inserirsi nelle dinamiche di vendita facilitando il compito di chi cerca un determinato lavoro di poterlo trovare nella community.

Lavorare con Adobe senza mai lasciarlo: parola d’ordine integrazione

autori 3

 

Ti avevamo raccontato qualche mese fa del continuo processo di integrazione tra Adobe Stock ed i prodotti software, Adobe Stock Contributor si inserisce in questo solco dando la possibilità agli autori di caricare i lavori direttamente da Phostohop.

La sincronizzazione con tutti gli account della famiglia Adobe (come ad esempio Fotolia) è un tentativo di riunire sotto lo stesso ombrello tutte le attività che coloro hanno a che fare con la grafica digitale devono affrontare ogni giorno, proponendosi come agorà per mettere in contatto creativi e clienti senza l’intermediazione di agenzie.

Questo è quello che per ora si sa di Adobe Stock Contributor, se sei un grafico alle prime armi, o un videomaker che vuole avviare la propria attività, facci sapere cosa pensi del nuovo servizio sulla nostra fan page!

The Digital Box e QuestIT, una sfida italiana alla Silicon Valley

The Digital Box e QuestIT, una sfida italiana alla Silicon Valley

The Digital Box, la società pugliese leader nel digital mobile marketing presieduta dall’ex Presidente mondiale di Apple, Marco Landi, ha appena acquisito la senese QuestIT, una startup con un valore tecnologico di livello mondiale nell’ambito dell’Intelligenza Artificiale.

Insieme le due aziende puntano ora a diventare un polo di eccellenza nella ricerca e nello sviluppo software in ambito digitale, per arrivare a competere finalmente con i colossi IT americani.

A pochi mesi dall’acquisizione della spagnola Digicompro S.L., The Digital Box ha annunciato l’ingresso nel Gruppo dell’italiana QuestIT S.r.l., società con un know-how elevatissimo nell’ambito dei sistemi di Intelligenza Artificiale.

Nata nel 2007 come spin-off dell’Università degli Studi di Siena e laboratorio tecnologico, QuestIT ha sviluppato tecnologie in ambito di IA (machine learning, data mining, natural language processing, conversational agent) e ha svolto attività di ricerca e sviluppo nel settore dell’analisi semantica, con un particolare focus sul Question Answering.

Con un fatturato di circa 1 milione di euro e 20 dipendenti altamente qualificati, QuestIT, stando all’accordo tra le due società, sarà interamente acquisita dalla società pugliese, che potrà così ampliare la propria offerta integrando all’interno della propria piattaforma le più innovative tecnologie in ambito di intelligenza artificiale.

Un bel colpo per il digitale made in Italy, che ora punta a competere in uno scenario ben più ambizioso a livello mondiale, come quello della Silicon Valley.

Per capire meglio cosa cambierà per le due società e gli sviluppi futuri di questa acquisizione che si è giocata tutta sul mercato nazionale, abbiamo rivolto alcune domande a Ernesto Iorio, CEO di QuestIT, e Marco Landi, Presidente di The Digital Box.

LEGGI ANCHE: Vuoi conoscere lo stato del Digital Content Marketing in Italia? Partecipa alla survey di HyperContent Lab!

Intelligenza artificiale significa anche chatbot. Come si evolveranno i vostri prodotti all’interno di The Digital Box?

The Digital Box e QuestIT, una sfida italiana alla Silicon Valley

Ernesto Iorio: Ascoltare e Comprendere la “voce del web”, analizzare i comportamenti dei propri clienti e predirli in relazione ad uno stimolo indotto (un post su un social, una promozione, una campagna). Oggi il marketing è una scienza guidata dai dati e l’intelligenza artificiale ed in particolare le tecnologie di analisi semantica possono dare ai marketers la possibilità di creare il messaggio giusto, per le persone giuste, al momento giusto.

I chatbot sono solo un veicolo per esprimere questa “intelligenza”. Programmare o apprendere dai dati, il dialogo con i propri clienti, in modo da ottimizzare la probabilità di vendita, sulla base del profilo dell’utente con cui si interagisce è lo stato dell’arte per il marketing.

A breve l’engagement dei clienti avverrà principalmente attraverso tali tecnologie, lo dimostra il comportamento dei giganti del web, come Amazon, Facebook, Google e Microsoft.

Una azienda del Centro-Nord acquisita da una con sede in Puglia. Il web sta contribuendo a colmare uno storico divario italiano?

Ernesto Iorio: Quella che può sembrare una anomalia, ha un nome e cognome molto preciso che è Roberto Calculli, CEO della The Digital Box.

Eravamo alla ricerca di investitori per lanciare i nostri prodotti sul mercato internazionale quando abbiamo conosciuto Marco Landi.

Landi ha visto in QuestIT un potenziale interessante e ci ha traghettato nella The Digital Box.

Quando ho conosciuto Roberto Calculli ho capito immediatamente perché Landi ci ha voluto mettere insieme. Dinamite allo stato puro.

Landi ci ha conquistato la testa con la sua visione e capacità strategica, ma devo dire che Calculli ci ha preso nell’anima con la sua passione, intraprendenza e capacità manageriale, così come aveva già fatto qualche anno fa con Marco Landi.

L’acquisizione di QuestIT da parte di The Digital Box significa che finalmente esiste un mercato interno delle startup? A quali obiettivi punta oggi The Digital Box?

The Digital Box e QuestIT, una sfida italiana alla Silicon Valley

Marco Landi: Abbiamo affermato la nostra Piattaforma (ADA , dal nome della prima programmatrice, una donna,
la figlia di Lord Byron) in Europa ed in America Latina.

Ora puntiamo al mercato americano. Ci presentiamo con tutte le tecnologie più avanzate come AI, Semantics e Machine Learning.

Vogliamo vincere su dei competitori agguerriti e solidi puntando sulla creatività del nostro team di marketing e di sviluppo.

In Italia sono qualità che non mancano. Vanno indirizzate con una visione chiara degli obiettivi e dei risultati .

Non sarà facile ma puntiamo a creare una compagnia globale.

I Millennials italiani in cinque punti

I Millennial italiani in cinque punti

Se ancora non lo sai, i Millennial sono tutti i nati dall’inizio degli anni Ottanta alla metà degli anni Novanta. Oggi hanno, più o meno, tra i 16 e i 34 anni. Se ne parla tanto perché rappresentano un target di mercato molto ampio, molto desiderato e ancora poco compreso, forse anche da loro stessi.

In Italia definiti a più riprese come choosy, bamboccioni, narcisisti, egoisti e menefreghisti, questi appartenenti alla generazione del nuovo millennio (la Generazione Y), sono stati analizzati – con più attenzione – nel Rapporto Coop 2016, che ci permette di comporre un identikit dei Millennial italiani.

Ecco il quadro che ne emerge e i nuovi aggettivi per definirli.

I Millennial, in generale

I Millennials italiani in cinque punti

I Millennial rappresentano il 24% della popolazione mondiale: in Italia sono 8,6 milioni, divisi abbastanza equamente tra maschi (50,5%) e femmine (49,5%). Vivono in Centro Italia (19%), al Sud e nelle isole (39%), ma la maggior parte è al Nord (42%).

Sono tutti accomunati dal fare parte della prima generazione della storia che ha dimestichezza con la tecnologia e la comunicazione nell’età adulta.

L’approccio al lavoro: disoccupati stacanovisti

I Millennials italiani in cinque punti

Uno degli aspetti più interessanti e controversi della generazione Y riguarda il mondo del lavoro. Nonostante siano costantemente accusati di pigrizia e nullafacenza, i Millennial, dati alla mano, rappresentano i moderni stacanovisti: più di 3,8 milioni di loro lavorano oltre l’orario formale e durante il weekend (il 17% in più rispetto alla generazione precedente, per intenderci).

Eppure, tra tutte le fasce della popolazione, sono la generazione col più alto tasso di disoccupazione – nel 2016 si attesta al 37,6% – e una delle ultime in Europa per età media di uscita dal nucleo familiare: 30,1 anni, seconda solo a Macedonia, Malta e Slovacchia.

Quella dei Millennial è una posizione caratterizzata dalla precarietà, dalla flessibilità e dalla resilienza. Tra i Millennial occupati, 2,3 milioni di giovani (il 46,7%) svolgono un lavoro di livello più basso rispetto alla propria qualifica. Un milione ha cambiato almeno due occupazioni nel corso dell’ultimo anno e più di un milione ha dichiarato di aver lavorato in nero. Infine, 4,4 milioni sono i Millennial che hanno iniziato con uno stage non retribuito: un altro dei compromessi da non sottovalutare a cui la Generazione Y si è ormai abituata.

La creatività e la comunicazione

I Millennials italiani in cinque punti

Essendo una generazione cresciuta a pane e digitale, non sorprende che i Millennials siano anche molto creativi e tecnologici. I giovani imprenditori italiani hanno fondato circa 1200 startup, un quinto del totale e il quadruplo rispetto al numero di società con prevalenza giovanile.

Lavorare sui Millennial significa avere a che fare con una generazione molto affine alle tecniche di comunicazione. Sono digitali, globali (ma interessati al mondo local) e iperconnessi. Il 97% di loro ha almeno un profilo personale su un social network: escludendo WhatsApp, che rimane la piattaforma di messaggistica più utilizzata, Facebook è ancora fondamentale, seguito da Instagram e Twitter.

Da non sottovalutare è anche la considerazione che i giovani hanno dei social: molto più che negli altri Paesi europei, gli italiani ritengono che i social possano rappresentare un progresso per la politica.

Si connettono in prevalenza da mobile (il 93% delle volte), ma usano anche il tablet (il 47%) e il pc (il 30%). In generale, sono bravissimi nel riconoscere un messaggio pubblicitario e riescono a distinguere un contenuto autentico da uno promozionale, quindi attenzione a non cercare di prenderli in giro.

I valori: la ricerca della felicità

I Millennials italiani in cinque punti

I Millennial italiani sono tendenzialmente pessimisti sul proprio futuro: insicuri, infelici, ignorati. Molto più dei loro coetanei europei, dichiarano di sentirsi soli. Forse è anche per questo che è forte in loro il desiderio di affermazione di sé.

La scala delle priorità dei giovani italiani della Generazione Y è abbastanza chiara: la salute innanzitutto (proprio come da proverbio), seguita da felicità, tempo libero, libertà e infine la possibilità di arricchimento grazie alla carriera lavorativa.

LEGGI ANCHE: PrestaShop Day: Il business model dei giganti eCommerce a portata di mano

Da non sottovalutare sono anche alcune caratteristiche tipiche dei Millennial che si riflettono nelle abitudini di tutti i giorni: l’attenzione all’ambiente, la mobilità, l’apertura e il confronto verso altre culture e l’europeismo, probabilmente favorito dalle politiche comunitarie adottate negli anni di studio di questa generazione. Ad esempio, il programma Erasmus.

La musica, Youtube e l’engagement

I Millennials italiani in cinque punti

Chiudiamo con quella che sembra essere, secondo il Yahoo Discover Millennials, la passione universalmente riconosciuta dei Millennial: la musica.

Il 50% di questa fascia di popolazione si dichiara appassionato di musica; il 45% appartiene alla fanbase di un musicista, l’81% ascolta musica ogni giorno.

Su YouTube, il social network utilizzato per la visione e la condivisione di video, sono i contenuti musicali quelli più visualizzati dai Millennial, perché suscitando le emozioni più forti sono in grado di generare engagement.

Vento dell’Est: Benvenuto nell’universo di WeChat

La Cina diventa ogni giorno di più una guida al futuro di internet cambiandone continuamente l’utilizzo.

In Cina Internet è più un’Intranet, dove gran parte delle piattaforme social e motori di ricerca, che noi utilizziamo quotidianamente, sono bloccati da quella che in occidente è definita la Great Firewall, in altre parole la Grande Muraglia di censura e sorveglianza che domina la rete cinese.

Ciò significa No Facebook, No Google, No Twitter, dando vita cosi ad una serie di cloni dagli occhi a mandorla di corrispettivi social e motori di ricerca. In principio probabilmente non si era dato peso alla nascita di queste alternative, fino alla crescita inarrestabile di alcune di queste app che hanno destato l’attenzione dell’occhio occidentale. Un esempio di queste è WeChat.

Tutti sappiamo che WeChat, conosciuta come Weixin in Cina, è la versione cinese di WhatsApp ed è continuamente in crescita. WeChat Nasce nel 2011 sviluppandosi negli ultimi 5 anni come da una app di messaggistica, popolare per i suoi stickers, ad una piattaforma che connette persone, servizi e aziende, contando fino ad oggi 800 milioni di utenti.

Oggi molte applicazioni specialmente di messaggistica – si pensi a Facebook Messenger e alle nuove funzionalità di iMessage di iOS10 – guardano agli sviluppi di WeChat. Al di là degli sticker, messaggi vocali, gif, etc., perché i giganti di Silicon Valley sono cosi intenti ad osservare l’evoluzione di WeChat?

we-chat-stats-economist-tencent

Mentre in occidente la maggior parte dei guadagni dei social provengono dall’advertising e marketing da parte delle aziende, l’80% degli incassi di WeChat proviene dai servizi. A Novembre dello scorso anno Tencent (il gigante cinese alle spalle di WeChat) ha dichiarato che 200 milioni di utenti hanno il proprio bank account connesso a WeChat pay, numero che sicuramente ha raggiunto oggi più di 300 milioni considerando le statistiche.

WeChat in Cina corrisponde al tuo WhatsApp, Facebook, Tinder, Amazon, Skype, Instagram, Uber e tanto altro di cui non dobbiamo preoccuparci di cercare, perché è già pensato per te e a portata di mano.

Una giornata su WeChat: ecco i 10 usi preferiti dagli utenti di WeChat

  1. Momenti: pubblicare e guardare Momenti, ciò che accade con i post di Facebook;
  2. Condividere informazioni (video, messaggi audio, immagini);
  3. Leggere news e post degli account ufficiali (media, aziende, marchi, blog, celebrities);
  4. Mandare/Ricevere una Red Packet, come per esempio la funzionalità Red Packet, metodo di pagamento più popolare di tutti, soprattutto durante il capodanno Cinese tramite la quale l’utente seleziona la somma di denaro che vuole condividere con i propri contatti e WeChat ripartisce in modo uguale o casuale;
  5. Pagamenti tramite WeChat dal proprio dispositivo senza utilizzo di carte o contanti solo tramite il proprio QR code, dividere il conto al ristorante con il servizio “Go Dutch” o pagare le bollette e ricaricare il credito del telefonino;
  6. Inviare Stickers/Emoji;
  7. Shake per cercare nuove amicizie nei dintorni;
  8. Sports monitora l’attività fisica compatibile con diversi gadget;
  9. Games tra cui Tetris, Pacman e Candy Crash;
  10. Social commerce: puoi comprare di tutto, il sistema è semplicissimo, veloce e tutto senza mai uscire dall’app.

Ma sarà poi cosi conveniente organizzare la propria vita all’interno di un app? Non sottovalutiamo il fatto che tutti i nostri dati personali si troverebbero nelle mani di una sola azienda costretta a condividere i tuoi dati personali con il governo centrale che, di conseguenza, saprebbe con chi parli, di cosa parli, cosa compri, dove vai, cosa mangi; per farla breve, tutto quello che fai all’interno dell’app avendo un controllo sempre più totale sull’intera community.

Praticamente un sogno per le società di marketing ma forse un po’ meno per gli utenti.

Vuoi conoscere lo stato del Digital Content Marketing in Italia? Partecipa alla survey di HyperContent Lab!

Il Content Marketing sui media digitali – aka Digital Content Marketing – è oggi uno dei paradigmi più interessanti e profittevoli sia per le aziende in cerca di nuove opportunità, sia per i professionisti decisi a fare la differenza sul mercato delle professioni digitali.

Digital Content Marketing: un potenziale da sfruttare a pieno

In effetti, studi e ricerche sottolineano da alcuni anni il potenziale del Digital Content Marketing – ovvero l’affiancamento alla tradizionale produzione di beni e servizi di un’attività sistematica di creazione, editing e distribuzione di contenuti – in termini di capacità di coinvolgere i pubblici e, in ultima analisi, fungere da leva per perseguire un vantaggio competitivo sostenibile in un contesto economico dove è sempre più difficile differenziarsi solo grazie all’offerta di prodotto.

Inoltre, sebbene in rete possano essere ormai reperite quantità spaventose di informazioni, il vero ‘lusso’ sembra essere diventato quello della ricerca efficace ed efficiente di informazioni rilevanti, contestualizzate, utili alle persone che le stanno cercando. Un altro benefit del Digital Content Marketing sta proprio in questo: colmare il gap informativo che separa gli utenti che cercano online (i quali non sempre riescono a trovare la risposta ai bisogni) e le organizzazioni/ i brand.

Per tali motivi (e molti altri), brand e organizzazioni si stanno avvicinando a business model tradizionalmente più vicini alle Media Company, diventando di fatto content editor & publisher.

Una survey sul Digital Content Marketing in Italia

Se i discorsi appena citati sono già stati ben assimilati da diverse organizzazioni sia B2B che B2C sui mercati internazionali, in Italia la situazione rimane incerta e nebulosa. A proposito, la survey sul Digital Content Marketing promossa da HyperContent Lab – think tank coordinato dai Ninja Francesco Gavatorta (Social Media Editor) e Alberto Maestri (Tech Editor) dedicato allo studio dell’evoluzione del Content Marketing e dello Storytelling sui media digitali – ha l’obiettivo di tracciare un quadro il più possibile completo, veritiero e significativo sulla diffusione e lo sviluppo della pratica del Digital Content Marketing nel Belpaese.

Ninja Marketing non poteva che essere Media Partner di questa iniziativa!

NOTA: La survey è rivolta esclusivamente a un’audience aziendale (no agenzie di comunicazione, centri media, società di consulenza o realtà affini): decision marker operativi in Italia di brand e organizzazioni di qualsiasi settore, tipologia e portata.

PARTECIPA ALLA PRIMA SURVEY COMPLETA DEDICATA AL DIGITAL CONTENT MARKETING IN ITALIA!

Fai la differenza

La survey rappresenta una bella occasione di continuare la diffusione della cultura del Digital Content Marketing. Sei un decision maker aziendale in campo digital e vuoi partecipare? Segui questo link e non pensarci due volte! 😎

I risultati saranno inviati in esclusiva ai partecipanti, e noi Ninja ne parleremo ancora. Stay tuned! #ContentMarketingSurveyITA

Il dibattito delle presidenziali USA visto da Twitter

Se avete seguito il primo dibattito presidenziale pre elezioni USA sapete sicuramente chi ha vinto la prima manche: non Hillary, non Trump, ma Twitter. Stiamo parlando, secondo Nielsen, di più di 17,1  milioni di interazioni provenienti da 2.7 milioni di utenti Twitter inviati nel corso del dibattito presidenziale più seguito della storia con 84 milioni di persone che lo hanno visto in TV.

Ma cerchiamo di capire il valore di questo stream di cinguettii. Principlamente i contributi vanno in due direzioni: il fact checking in tempo reale, e l’ironia. Il tutto ovviamente avvolto dall’intenzione di mostrare supporto per il candidato preferito.

Smascherati in diretta

Uno dei compiti più rilevanti degli utenti di Twitter è stato quello di presentare informazioni in diretta a conferma o a smentita di quanto detto in diretta.

debate08

Oltre a riconfermare il ruolo di Twitter come il social media preferito in tempo di cose serie, il live fact checking ha battuto sul tempo tutte quelle testate giornalistiche che si sono trovate il giorno successivo al dibattito con un pezzo già in parte scritto sul web. Il coinvolgimento degli utenti, in questo caso, ha dimostrato di avere una valenza attiva, che ha fatto un ottimo caso di citizen journalism.

Il caso più ritwittato è stato quello in cui in tempo reale si è risposto all’affermazione di Trump “non ho mai detto che il riscaldamento globale fosse una cospirazione del governo cinese” con lo screenshot di un suo tweet in cui affermava proprio quanto negato.

Nonostante i numerosi articoli sulla pericolosità dei social media in termini di difficoltà nel controllo dei contenuti emessi, sembra proprio che Donald e il suo team abbaino preso la cosa sotto gamba.

Chiacchiere da dibattito

Ma Twitter non sarebbe nulla senza ironia e tormentoni.

 IMG_0291

Tra i momenti topici sicuramente l’arrivo della donna in rosso. Le scelte di stile di Hilary hanno messo subito di buon umore la rete.

debate06

Ma il successo maggiore è stato “sniffle” ovvero quello che sembrerebbe un fastidioso tic del candidato repubblicano che non è passato inosservato, diventando Trending Topic poco dopo il primo “sniffle”. Al di là dei facili rimandi al consumo di droga, non si sono risparmiati i commenti su quanto fosse significativo che il termine più usato in merito al dibattito presidenziale fosse un rumore di naso.

debate05

Schieramenti

Il dibattito è stato anche l’occasione perfetta per le varie celebrities di schierarsi ed esprime le loro preferenze.

Lena Dunham, la protagonista, regista e sceneggiatrice di “Girls” sceglie Instagram per ricordare che sta con Hilary e per invitare i fan a prendere decisioni informate, mentre Ivanka Trump esprime il suo supporto attraverso uno scatto del figlio, nipotino di Trump.

debate03 debate02

Ma i due schieramenti vanno al di là della realtà e invadono il magico modo delle serie TV, con  Will e Grace che hanno registrato una puntata speciale per parlare di elezioni e schierasi con Hillary Clinton:

Il tutto rimanendo in attesa del prossimo dibattito, cui Twitter sicuramente non mancherà.

facebook

Facebook: tech company o media editor?

Solo qualche mese fa, Facebook aveva annunciato l’ennesimo cambiamento dell’algoritmo, con il preciso intento di  favorire la fruizione dei contenuti di amici e familiari e mostrare agli utenti ciò che realmente interessa loro.

Inevitabilmente però, ogni volta che si parla di mettere mano al news feed, scatta la polemica. In quel caso, come era prevedibile, le lamentele erano toccate ai publisher.

Da qualunque angolazione si voglia considerare la questione, il dubbio rimane lecito. Se l’algoritmo privilegia un certo tipo di contenuti rispetto ad altri (seppur in base alle preferenze dell’utente), si può dire davvero che Facebook sia una semplice tech company, e non, piuttosto, un media editor?

facebook

Il social rifiuta da sempre questa etichetta, e l’evento TechCrunch Disrupt, tenutosi da poco a San Francisco, è stato l’occasione per ribadirlo ancora una volta.

Adam Mosseri, Vicepresidente di Facebook e responsabile della gestione del news feed, ha avuto modo di spiegare il punto di vista della compagnia, e soprattutto di illustrare meglio gli ultimi cambiamenti a favore di un maggior controllo da parte dell’utente.

Come mostrano le statistiche, in media gli utenti di Facebook leggono 200 contenuti differenti al giorno, ossia circa il 10% degli oltre 2000 potenzialmente disponibili attraverso il news feed. Sempre in media, il tempo trascorso è di circa 45 minuti al giorno, sebbene il dato sia in crescita. Proprio questa è una delle prime ragioni per cui, stando alle interpretazioni di Facebook, gli utenti sembrerebbero apprezzare i cambiamenti apportati negli ultimi tempi.

facebook-1563273_1920

Ciò che vediamo normalmente su Facebook include UGC, cioè contenuti creati (e poi condivisi) dagli utenti stessi  – come foto, video e testi personali – ma anche contenuti condivisi dai publisher – articoli, in primo luogo. Stando ai dati, le condivisioni di entrambi i tipi di contenuto sarebbero in crescita, ma nel caso dei publisher l’aumento appare di gran lunga più elevato. L’utente di Facebook rischierebbe quindi, potenzialmente, di essere sempre più spettatore e sempre meno creatore di contenuti. Ecco perché Facebook pensa di dover garantire il giusto mix di contenuti attraverso il news feed.

Eppure, se consideriamo che i contenuti condivisi dai publisher – ben 3 miliardi nel primo semestre del 2016 – ottengono un engagement incredibile, sorge spontanea una domanda.

facebook

Siamo proprio sicuri che foto e status delle persone a noi più vicine siano quello che davvero ci interessa di più? E come si colloca, in questo discorso, l’atavico argomento censura?

Il recente intervento di Facebook per combattere la sgradevole pratica del click baiting ed evitare la visualizzazione di notizie false, mostra senza dubbio la necessità di un intervento da parte del social per filtrare i contenuti, nell’ottica di tutelare i lettori. Ma a che prezzo per l’utente?

Gli eventi di questi ultimi mesi – come il licenziamento del team dedicato alla selezione delle notizie dei trending topics, mostrano che il dibattito è ancora lontano dal trovare una soluzione, o anche solo il giusto compromesso.

In qualunque modo si preferisca interpretare l’intervento di Facebook sui ciò che leggiamo ogni giorno, però, la definizione di media editor – o quantomeno di media company – non sembra essere poi così lontana dalla realtà.

Checco Zalone lo spot sulla sma piace a tutti ecco perche

Checco Zalone: lo spot sulla Sma piace a tutti. Ecco perché

Checco Zalone con lo spot sulla Sma è riuscito in un’impresa titanica: realizzare una campagna sociale interessante, divertente e funzionale, che arriva dopo l’insuccesso e le polemiche generate dal #FertilityDay.

Partiamo proprio dal #FertilityDay e del suo triste fallimento. Della campagna abbiamo abbondantemente parlato (qui trovate alcuni articoli a riguardo): metodo di comunicazione antiquato, copy inefficaci e immagini che… ok dai, basta infierire.

La campagna lanciata dal Ministero della Salute ha puntato i riflettori su un grave problema di comunicazione tutto italiano: non si fanno più campagne sociali e istituzionali di grande rilievo. E non ci sono scuse: in altri paesi riescono benissimo a parlare di temi sociali (compresa la nascita zero) in maniera efficace ed interessante.

In questo quadro sconfortante, fatto di rampanti arrampicate sugli specchi e immagini stock che dovevano essere fumetti, ecco arrivare la luce. Ecco arrivare Checco Zalone.

L’associazione Famiglie SMA ha scelto il comico barese come testimonial della nuova campagna #eiochiamolaricerca. Lo spot ha convinto il pubblico, soprattutto quello di Facebook: il video pubblicato da Zalone ha raggiunto, ad oggi, 60 mila interazioni su Facebook e oltre 58 mila condivisioni. Ma qual è il segreto del suo successo?

1. Scegliere il testimonial giusto

Checco Zalone è l’elemento cardine della campagna. Un testimonial scelto benissimo perché amato dal pubblico italiano e credibile nel ruolo del “vicino politicamente scorretto”.

2. Saper valorizzare il testimonial

In questo spot Checco Zalone è… Checco Zalone! Non un semplice testimonial che ripete un’insipida call to action, in questo spot riconosciamo subito il carattere e la comicità tipica del comico barese.

3. Saper far ridere (con o senza Checco Zalone)

Non è facile come sembra, soprattutto se si trattano argomenti delicati e difficili come la Sma. Però questo spot ci riesce. Fa sorridere e fa riflettere sulle piccole “fortune” che noi abbiamo e che, per altri, sono un sogno.

4. Usare il pensiero laterale

Cambiare il punto di vista e vedere la realtà da una prospettiva diversa colpisce lo spettatore e aiuta a mettere in luci altri lati della vita di tutti i giorni. Trovare una chiave narrativa diversa e non convenzionale non è una strada facile ma i risultati sono garantiti: si stuzzica l’interesse del target, si colpiscono le emozioni e si resta impressi nella memoria per la forza dell’idea presentata.

5. Non avere paura

Il coraggio, da non confondere con la spregiudicatezza, premia sempre. Lo spot è politicamente scorretto, Checco Zalone non ha falsi moralismi e il piccolo Mirco non è certo un adorabile bambino.

La campagna #eiochiamolaricerca risulta vincente e convince il pubblico, merito del testimonial e del giusto mix tra comicità e irriverenza. Il nuovo punto di vista, politicamente scorretto ma con stile, colpisce e lascia un segno nella memoria di chi guarda il filmato.

Un applauso all’associazione Famiglie SMA e a Checco Zalone che, per qualche minuto, ci ha fatto dimenticare la pessima figuraccia campagna del #FertilityDay.

Pankhasari Retreat, il progetto di Carlo Ratti Associati che traccia una nuova frontiera nel coworking

Chiudete gli occhi e – solo per un attimo – immaginate voi e il vostro laptop immersi dal blu del cielo, nel punto più vicino ad esso. Meglio di una finestra sul cortile, vero?

Pankhasari_Retreat_la_nuova_frontiera_del_coworking_secondo_Carlo_Ratti

LEGGI ANCHE: Internet of Things, nel 2018 il sorpasso su mobile

A rendere questo sogno realtà ci ha pensato lo studio Carlo Ratti Associati che, in collaborazione con l’architetto torinese Michele Bonino, hanno ideato il Pankhasari Retreat, un ambiente interamente connesso ideale per il co-living ed il co-working, con lo scopo di promuovere il turismo sostenibile e che sfrutta la flessibilità di vita e lavoro dell’era digitale.

Pankhasari_Retreat_la_nuova_frontiera_del_coworking

Nelle grandi città esistono già da tempo una gran quantità di spazi dedicati al co-living e al co-working ma – a patto di avere una connessione internet – questo modello di condivisione degli spazi può essere ubicato ovunque. Da qui il caso estremo pensato da Carlo Ratti Associati.

Il Pankhasari Retreat sarà situato nel Bengala occidentale, al confine con il Sikkim, gli edifici sono stati progettati tramite un iterative process che ha coinvolto i residenti locali, artigiani e professionisti della zona circostante.

Pankhasari_Retreat_la_nuova_frontiera_del_coworking

“Se la cima di una montagna potrebbe essere una soluzione troppo “estrema” per alcuni, la valle himalayana del Pankhasari è un luogo ideale per rimanere connessi e testare nuovi concetti a lungo termine di vita e lavoro internazionale, costruendo un ponte tra la comunità globale e quella locale” spiega Carlo Ratti, professore al MIT di Cambridge e socio fondatore di Carlo Ratti Associati.

Ratti ha già lavorato su progetti che combinano ambienti fisici con progetti digitali, tra cui un sistema di riscaldamento intelligente e un supermercato digitale, il Future Food District  presentato in occasione dell’Expo di Milano e realizzato da Coop.

Il progetto comprende strutture residenziali, sportive e impianti per l’allevamento e prevede l’utilizzo di materiali locali – come la pietra, legno tek coltivato e sissoo – le case sono una reinterpretazione delle verande e dell’architettura vernacolare della regione.

Pankhasari_Retreat_la_nuova_frontiera_del_coworking

In termini di sostenibilità nel progetto viene posta particolare attenzione al raffreddamento e all’ombreggiatura, migliorando la ventilazione naturale e garantendo protezione contro i monsoni.

La struttura è volutamente leggera in modo da poter essere smantellata per ripristinare il paesaggio al suo stato originale. Ogni unità abitativa ospita uno spazio living, due bagni e due camere da letto, uno studio e una cucina.

“Abbiamo voluto opporre scelte architettoniche diverse rispetto al loro contesto geografico e a qualsiasi tradizione locale per ottenere un’architettura collaborativa che si apra ad influenze proposte da persone provenienti da diversi ambienti e con diverse competenze” commenta Ratti.

I lavori per la costruzione del Pankhasari Retreat, partiti a fine agosto 2016, sono sostenuti dal team di developer di ASCO Projects: “Abbiamo iniziato a riflettere sulle rispettive visioni del Pankhasari circa dieci anni fa” rivela il CEO Chiradeep Sikar “finalmente siamo pronti a concretizzare questo sogno, realizzando questa costruzione dal bellissimo design ma soprattutto dal profondo rispetto per il luogo“.